Un pò di storia : I Diavoli Neri

I Diavoli Neri fecero parte di una piccola armata che combattè dalla parte degli zaristi per difendere dai bolscevichi la ferrovia Transiberiana, la loro avventura fu esotica e feroce come una saga di Corto Maltese. Tra il 1918 ed il 1920, una guerra civile spietata e sanguinosa lacerava la Russia. Un feroce scontro vedeva contrapposte l’Armata Rossa, sotto il comando di Trotzskij, e l’Armata Bianca controrivoluzionaria.

Entrambe le parti si distinsero per episodi di estrema crudeltà. Si era appena conclusa la Grande Guerra e alcune grandi potenze come l’America, l’Inghilterra, la Francia e il Giappone, per vari motivi strategici pensarono di inviare truppe a sostegno dei combattenti Bianchi. Anche l’Italia non volle tirarsi indietro e nell’estate 1918 il Governo Orlando decise di inviare un corpo di spedizione in Estremo Oriente, valutando che il nostro paese avrebbe ricavato da quella partecipazione un sicuro vantaggio politico.
I soldati che partirono dall’Italia appartenevano ai «battaglioni neri», così chiamati perché portavano le mostrine nere degli Arditi, ma una volta iniziata la missione furono ribattezzati dai loro ufficiali con il nome di battaglia, sicuramente più immaginifico, di «Diavoli Neri».

Gruppo di Diavoli Neri

Gruppo di Diavoli Neri

Le province siberiane dove sarebbero stati destinati erano insanguinate da una spietata guerriglia con bande armate di Bolscevichi che facevano continue operazioni di disturbo contro le retrovie dell’esercito filo zarista.
L’Armata Bianca dell’Ammiraglio Alexandre Kolciak aveva bisogno estremo della Transiberiana che assicurava i rifornimenti necessari per continuare a contrastare il nemico rosso impegnato verso la conquista di Vladivostok. Ai nostri soldati fu affidato il compito di presidiare i tratti di quella ferrovia che erano costantemente sotto attacco. Il corpo di spedizione italiano comandato dal Colonnello Fassini Camossi, prima di arrivare in Siberia fece una prima tappa in Cina, nella Concessione italiana di Tien-Tsin. Mezzo chilometro quadrato con Consolato e caserma, che l’Italia aveva avuto come indennizzo dalla Cina nel 1902 per aver partecipato alla spedizione Internazionale contro i Boxer in rivolta.
A Tien-Tsin il contingente ingrossa le sue file con gli irredenti che avevano appena giurato fedeltà al Re d’Italia. Si trattava soprattutto di trentini e giuliano dalmati ex sudditi dell’Impero Austro-Ungarico. Come nemici della Russia, erano stati chiusi in campi di prigionia e vagamente classificati come «Talianskj», erano stati «liberati» dopo la decisione scelta di diventare italiani veri e propri e di conseguenza anche alleati. La loro liberazione avvenne in più fasi e attraverso una complicata operazione di recupero, partita da Torino nell’estate 1916, condotta dal maggiore piemontese Cosma Manera. Molti di loro, più fortunati, erano riusciti ad essere rimpatriati in vari scaglioni attraverso l’Estremo Oriente, ma quando non ci furono più navi per tornare a casa, quelli che rimasero fuori furono convinti ad arruolarsi nelle speciali formazioni dell’esercito italiano al fianco dei Russi Bianchi.
Diventarono anche loro Diavoli Neri, ma per capire la confusione di quel frangente è comunque bene sapere che un altro battaglione, sempre di Trentini, che evidentemente vedeva di buon occhio la rivoluzione d’ottobre, scese in campo sul fronte opposto a sostegno dell’esercito dei Rossi. Delle storie curiose degli ex prigionieri nella Rivoluzione d’Ottobre ha parlato per primo Mario Rigoni Stern in un pezzo sulla Stampa dell’11 aprile ‘84. Italiani recenti e antichi, tutti sotto le insegne di Diavoli Neri, dalla Cina si imbarcarono quindi alla volta di Vladivostok. Da questa città, saliti sulla Transiberiana, affrontarono un viaggio in treno di ventiquattro giorni a una temperatura tra i trenta e quaranta gradi sotto zero per arrivare finalmente a Krasnojarsk, nel cuore della regione.
In quel posto sperduto iniziò la missione vera e propria fatta di scaramucce e combattimenti nella taiga contro le formazioni dei Bolscevichi. Si trattava di una guerra spietata fatta di massacri sistematici, fucilazioni di massa e violentissime azioni repressive per rappresaglia.
Furono richiamati in patria nell’agosto 1919, si era capito da come stavano andando le cose che la loro missione non aveva più molto senso, infatti sei mesi dopo le truppe di Kolciak furono liquidate, l’Ammiraglio Bianco fu fucilato e il fronte bolscevico si aggiudicò la vittoria finale. L’avventura dei Diavoli Neri non era però finita con l’abbandono della Siberia, prima di essere rimpatriati furono trattenuti nella Concessione Cinese in quarantena per altri sei mesi, in quel periodo la tubercolosi fu letale e molti di loro terminarono il viaggio nel cimitero italiano di Tien-Tsin.
Francesco Saverio Nitti, che subentrò a Orlando dimessosi a metà giugno 1919, fece rientrare in patria i soldati italiani, abbastanza in sordina con tre piroscafi presi in noleggio dai Giapponesi. Le cronache del tempo raccontano che quando i Diavoli Neri se ne andarono da Krasnoiarsk, lasciarono ai siberiani le loro batterie, muli compresi, e in cambio si portarono via come ricordo degli orsi. Forse immaginavano un ritorno in Patria senza risparmio di panoplie e gloriose allegorie. Forse si aspettavano di essere accolti come eroi, con medaglie e fanfara, ma la loro delusione fu atroce, non c’era nessuna autorità ad aspettarli, dovettero scendere dalla nave con la bandiera chiusa nel fodero e con le sole acclamazioni dei marinai giapponesi che li avevano riportati in patria.

Tragitto dei Diavoli Neri

Tragitto dei Diavoli Neri

Il primo aprile del 1920 i Diavoli Neri approdati a Napoli capirono che erano andati fino in Siberia a combattere i «Rossi», ma erano tornati in patria proprio al culmine del cosiddetto «biennio rosso». Due anni di disordini, scioperi e occupazioni di fabbriche. Forse proprio per quel clima il governo Nitti non volle dare nessun rilievo al loro rientro. Ai Diavoli Neri sbarcati a Napoli fu ordinato di stiparsi in un vagone ferroviario di terza classe che li avrebbe portati a Piacenza.
Gli imprevisti arrivarono prima di Livorno. La situazione da quelle parti era incandescente e il passaggio dei Diavoli Neri rischiava di alimentare i disordini che un paio di giorni prima avevano funestato il Bolognese, con sette braccianti morti a Decima di Persiceto. Per questi motivi a Follonica fu sganciato il vagone dei soldati: i ferrovieri non volevano farli proseguire per solidarietà con gli scioperanti.
I Diavoli minacciarono di far saltare la stazione, il tenente Bianchi ordinò di inastare le baionette e riuscì a «convincere» il capostazione, un manovale e due controllori a riagganciare il vagone. Arrivato a Livorno, il treno fu circondato da una folla di dimostranti che pensava che i Diavoli fossero destinati a reprimere le sommosse operaie.
Intervennero i Carabinieri e fu necessario mostrare i fogli matricolari per riprendere il viaggio. Il giorno dopo arrivarono a Piacenza e furono congedati. Come era prevedibile, gran parte dei reduci dalla Siberia corse ad iscriversi ai primi fasci di combattimento. Da diavoli neri a camicie nere per loro il passo fu breve.

(Sull’impresa militare dei Battaglioni Neri si può leggere l’opera ricca di fotografie, cartine e documenti Trentini e Italiani contro l’Armata Rossa del generale Antonio Mautone, editrice Temi, 2003)

6 Comments

  1. Hermes

    questa storia, di cui non sapevo niente prima di leggerne da te, ha riscosso estremo interesse da parte dei miei parenti russi 🙂

  2. Salo

    Carissimo Bisquì, questo post mi ha davvero appassionato: l’ho divorato animato dal mio maniacale interesse storiografico. 🙂

    Saluti occidentali

  3. Edmund

    Ciao Bisquì.
    Se ben ti ricordi questa storia è stato l’argomento di un mio vecchio messaggio dove ti domandavo dove avevi preso il nome.
    http://diavolineri.net/ospitalieri/index.php/2005/11/08/terrorismo-l%E2%80%99europa-pensa-a-difendersi-senza-esitazioni/#comment-4639
    Non si trova molto altro in giro sull’argomento.
    Visto che tu sei senzaltro più ferrato sull’argomento vorrei fare delle ricerche e leggere qualcosa sulle vicende di guerra che hanno coivolto mio nonno:
    Guerra Italo-Turca (1910, credo) sbarco dei Dardanelli e successiva occupazione Italiana dell’Isola di Rodi.

  4. Bisquì

    Ciao Hermes e ciao Salo,
    in effetti è una parte della nostra storia che non è molto conosciuta. Edmund, così come ha scritto nel commento è l’ispiratore della ricerca 🙂

    Edmund,
    ciao e bentornato! Sempre impegnato con il lavoro?
    Guarda che sulla guerra Italo-Turca c’è pochissimo. A dir la verità su tutto il periodo pre faascismo c’è pochissimo, quasi che quella parte di storia sia stata cancellata. Non ci sono testimonianze, ritagli di giornali … nulla.
    Come se l’Italia Liberale o Giolittiana non fosse mai esistita.
    Chissà perchè.

  5. Bisquì

    Edmund,
    comunque posso dirti che non ci fu mai uno sbarco ai Dardanelli. C’era la volontà di farlo ma il nervosismo mostrato dagli alleati, Francia, Inghilterra e Russia ci fece desistere dall’impresa.

    Invece a Rodi, così come nel Dodecanneso ci fù il primo vero sbarco in un’azione di guerra. Ben coordinato ed ordinato.
    Un successo per la giovane fanteria di marina 🙂

  6. Edmund

    Grazie Bisquì.
    Si sempre schiavo del lavoro….
    Riguardo alle vicende del mio nonno materno il poco che so è questo:
    Scappo di casa e si arruolò volontario nei bersaglieri, partecipò alla guerra Italo-Turca, non so cosa fece ma si prese una medaglia (di bronzo, credo) in qualche vicenda che aveva a che fare con i Dardanelli.
    Poi so per certo che rimase come truppa di occupazione all’isola di Rodi fino alla fine della prima guerra mondiale.
    Io non l’ho mai conosciuto è morto pochi mesi dopo la mia nascita.
    Era uno che raccontava poco e le poche cose che so me le ha raccontate mia madre, aneddoti divertenti e qualche vicenda tragica.

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