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L’Europa è in caduta libera

L’Europa è in caduta libera. Nessuno può più metterlo in dubbio. In effetti, l’Europa è simultaneamente vittima di diversi problemi cruciali ognuno dei quali potrebbe potenzialmente diventare catastrofico. Esaminiamoli individualmente.

I 28 membri dell’Unione Europea non hanno, nel loro insieme, una giustificazione logica.
Il problema più evidente per l’UE è che non ha assolutamente alcun senso a partire dall’economia. Inizialmente, nei primi anni 1950, c’era un piccolo gruppo di nazioni non troppo dissimili che decisero di integrare le proprie economie. Erano i cosiddetti Sei Interni che hanno fondato la Comunità europea (CE): Belgio, Francia, Germania occidentale, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi.
Nel 1960 a questo “gruppo ristretto” vennero aggiunti altri sette Paesi. I quali non volevano aderire alla CE, ma volevano partecipare a una Associazione europea di libero scambio (AELS). Erano, Austria, Danimarca, Norvegia, Portogallo, Svezia, Svizzera e Regno Unito. Insieme, questi Paesi hanno formato quello che potrebbe vagamente chiamarsi “la maggior parte dell’Europa occidentale”. Pure con i loro difetti, questi trattati riflettevano una realtà — che i Paesi partecipanti avevano molto in comune e che i loro popoli volevano unire le forze.
Dopo il 1960, la storia dell’integrazione europea ed espansione è diventata molto complicato e ha progredito in zig-zag con regolari battute d’arresto. Poi, alla fine, il processo si è trasformato in una crescita incontrollata, come un tumore maligno.
Oggi l’Unione europea comprende 28 Stati membri, ivi inclusi quelli appartenenti all’Europa un tempo chiamata “centrale” e “orientale” (!) — Anche le Repubbliche baltiche ex sovietiche sono ora parte di questa nuova unione. Il problema è che, mentre tale espansione era attraente per le élite europee per ragioni ideologiche, dal punto di vista dell’economia non ha alcun senso. Cos’hanno in comune Svezia, Germania, Lettonia, Grecia e Bulgaria? Ben poco, naturalmente.

Angela Merkel
“Angela Merkel ha sprecato l’occasione per diventare leader dell’Europa”

Adesso le crepe si vedono bene. La crisi greca e la minaccia di una “Grexit” ha il potenziale di creare un effetto domino che coinvolge il resto dei cosiddetti “PIGS” (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna). Anche la Francia è minacciata dalle conseguenze di queste crisi.
La moneta europea — l’euro — è una “moneta senza una missione”: dovrebbe sostenere l’economia tedesca o quella greca? Nessuno lo sa, almeno ufficialmente. In realtà, naturalmente, tutti capiscono che la signora Merkel ha in mano la regia. Soluzioni Quickfix, che è quello che i Euroburocrati stanno offrendo, prendendo tempo prima di arrivare al redde rationem, ma non offrono alcuna soluzione a quello che è chiaramente un problema sistemico, vale a dire la natura completamente artificiale di una EU con 28 membri.
La soluzione più ovvia, cioè rinunciare al sogno folle di un’Unione Europa con 28 membri, è così politicamente inaccettabile che non sarà nemmeno discussa anche se tutti la temono

L’UE è sull’orlo di un collasso sociale e culturale. La realtà innegabile è tanto semplice quanto forte: L’UE non può assorbire così tanti rifugiati. L’UE non ha i mezzi per fermarli.

Barcone di migranti
“L’Europa deve dire ai migranti di non poter accogliere tutti”

Un massiccio afflusso di rifugiati rappresenta un problema di sicurezza molto complesso che i Paesi dell’UE non sono in grado di affrontare. Tutti gli Stati dell’UE hanno tre strumenti chiave per proteggersi da agitazioni, disordini, crimini o invasioni: i servizi speciali di sicurezza, le forze di polizia e i militari. Il problema è che nessuno di tali servizi possono affrontare una crisi di rifugiati.
I servizi speciali / sicurezza sono numericamente troppo pochi quando si tratta di una crisi dei rifugiati. Inoltre, i loro tipici bersagli (criminali di carriera, spie, terroristi) sono pochi e mescolati in una tipica ondata di rifugiati. Inoltre, i rifugiati sono spesso famiglie, anche estese, e mentre possono includere bande criminali, è ben lungi che sia sempre così.

“All’ONU serve adottare una risoluzione unica sulla lotta contro il terrorismo”

A differenza dei poliziotti che hanno un certo vantaggio. Infatti sono letteralmente ovunque e in genere hanno una buona padronanza del cosiddetto “battere sulla strada”.
Tuttavia, i loro poteri sono molto limitati e devono ottenere un ordine del tribunale per eseguire la maggior parte delle loro operazioni.

Consiglio di Sicurezza ONU
“All’ONU serve adottare una risoluzione unica sulla lotta contro il terrorismo”

I poliziotti, per lo più, si occupano di criminali locali, mentre la maggior parte dei rifugiati non sono né locali, né criminali. La triste realtà è che il maggior contributo dei poliziotti nella crisi dei rifugiati è di fornire forze antisommossa — che non può essere una soluzione per tutte le situazioni e quindi finisce di risolvere niente.
Per quanto riguarda le forze armate, il meglio che possono fare è cercare di aiutare a bloccare le frontiere. Qualche volta possono assistere le forze di polizia in caso di disordini civili, ma è tutto.

Così i vari membri dell’UE non hanno né i mezzi per trincerare i loro confini e per deportare la maggior parte dei rifugiati — né hanno i mezzi per controllarli. Certo, ci saranno sempre i politici che promettono di rimandare i rifugiati a casa loro, ma è una immigrazionebugia crassa e sfacciata. La stragrande maggioranza dei rifugiati fugge da guerra, fame e povertà e non v’è alcun modo di rimandarli a casa.

Anche mantenerli, tuttavia, è impossibile, almeno in senso culturale. Nonostante la propaganda buonista per integrare razze, religioni e culture, la realtà è che l’Unione europea non ha assolutamente nulla da offrire a questi rifugiati per far desiderar loro di integrarsi.

Sergei Chuzavkov
Presidente Repubblica Ceca: costretti a provvedere da soli alla sicurezza delle frontiere

Sia pure con tutti i problemi e limiti, almeno gli Stati Uniti propongono un “sogno americano”, che, per quanto falso sia, ispira ancora la gente in tutto il mondo, soprattutto i pochi sofisticati e i poco istruiti. Non solo, ma la società statunitense è di per sé già in gran parte a-culturale.
Chiedetevi che cosa sia la “cultura americana”, per cominciare? Semmai, è davvero un “melting pot” in contrapposizione ad un’ “insalata rimestata” — il che significa che quando qualcuno è gettato in nel melting pot perde la sua identità originale, mentre la miscela che finisce nella pentola (della “melting pot”) non riesce a produrre una vera e propria cultura indigena, almeno non nel senso europeo della parola.

L’Europa è, o dovrei dire era, radicalmente diversa dagli Stati Uniti. Esistevano profonde differenze culturali tra le varie regioni e province all’interno di ciascun Paese europeo. Un basco non è certamente un catalano, un marsigliese non è un bretone, etc. E le differenze tra un tedesco e un greco sono semplicemente enormi.

Il risultato dell’attuale crisi dei rifugiati è che tutte le culture europee sono ora direttamente minacciate nella loro identità e nel loro stile di vita.

migranti
“I migranti e profughi vogliono l’Inghilterra”

La colpa viene data all’Islam, ma in realtà i cristiani africani non si integrano meglio — e nemmeno gli zingari cristiani, tra l’altro. Quindi scontri avvengono letteralmente ovunque — nei negozi, strade, scuole, etc. Non c’è un solo paese in Europa in cui questi scontri non minaccino l’ordine sociale. Gli scontri quotidiani provocano crimine, repressione, la violenza e la ghettizzazione sia dei migranti che degli abitanti che lasciano le loro periferie tradizionali e si muovono in zone meno sature di immigrati.

Nota ai miei lettori americani che potrebbero pensare “Va bene, ma anche noi abbiamo ghetti negli Stati Uniti”, rispondo che quelle che i francesi chiamano “zones de non-droit” (zone fuori dal diritto), sono di gran lunga peggiori di quanto si può vedere negli Stati Uniti. E bisogna tenere a mente che nessun paese in Europa ha il tipo di enormi forze di polizia militarizzate, in dotazione in ogni grande città degli Stati Uniti. Né vi è l’equivalente della Guardia Nazionale degli Stati Uniti. Nella migliore delle ipotesi, ci sono le forze anti-sommossa, come il CRS francese, ma non possono fare più di tanto.

Migranti siriani in marcia verso confine serbo-ungherese
Migranti, il dramma in diretta in Europa

Il livello di frustrazione sofferto da molti, se non dalla maggior parte, degli europei, derivante direttamente da questa crisi immigratoria, è difficile a descriversi per chi non l’abbia visto. E dal momento in cui si esprimono queste frustrazioni si passa per “razzista” o “xenofobo”, nella definizione dei poteri forti (almeno fino a poco tempo fa — c’è un cambiamento progressivo). Il profondo risentimento è in gran parte tenuto nascosto, ma è comunque percepibile. E gli immigrati certamente lo sentono ogni giorno. Quindi, va ripetuto ancora, questo è il motivo per cui il concetto di “melting pot” in Europa non si materializza. L’unica cosa che l’Europa può offrire alle centinaia di migliaia di rifugiati è un’ostilità silenziosa alimentata da paura, indignazione, disgusto e impotenza. Anche quanti erano essi stessi rifugiati in passato (gli immigrati dal Nord Africa, per esempio) sono ora disgustati e molto ostili alla nuova ondata di profughi in arrivo. E, naturalmente, nessun rifugiato in arrivo in Europa crede in un “sogno europeo”.

Infine, ma non meno importante, è il fatto che questi rifugiati rappresentano un enorme onere per le economie locali e per i servizi sociali, mai progettati per far fronte a un tale afflusso di “clienti” bisognosi.

Per il prossimo futuro la prognosi è chiara: più dello stesso, ma solo in peggio, forse molto peggio.

L’Unione europea è soltanto una colonia degli Stati Uniti, incapace di difendere i propri interessi. L’Unione europea è governata da una classe di persone completamente vendute agli Stati Uniti. Esempio tipico e classico è stata la debacle libica, dove gli Stati Uniti e la Francia hanno completamente distrutto il paese più sviluppato in Africa. Ottenendo che centinaia di migliaia di profughi attraversino il Mediterraneo e cerchino rifugio dalla guerra in Europa.

Aylan Kurdi
Un Europa che affoga nell’ipocrisia

Tale risultato avrebbe potuto essere molto facile da prevedere, e tuttavia i paesi europei non ha fatto nulla per impedirlo. In realtà, tutte le cosiddette Obamawars (Libia, Siria, Afghanistan, Iraq, Yemen, Somalia, Pakistan) hanno portato a enormi flussi di rifugiati. Si aggiunga anche il caos in Egitto, Mali e la povertà in tutta l’Africa. Assistiamo a un esodo di massa che nessun muro-frontiera, fosso di scavo o bombe lacrimogene fermeranno.

Se non bastasse, l’UE ha realizzato quello che può solo essere chiamato un suicidio politico ed economico, consentendo all’Ucraina di esplodere in una guerra civile che coinvolge 45 milioni di persone, che ha distrutto completamente un’economia e installato al potere un vero e proprio regime nazista. Anche questo risultato era facile da prevedere. Ma la reazione degli Euroburocrati è stata di imporre sanzioni economiche masochiste alla Russia. Il che che ha finito per creare esattamente le condizioni e l’incentivo necessario per l’economia russa a diversificare e a produrre localmente invece di importare tutto dall’estero.

La scelta di accogliere a prescindere è quella che rende l’Italia porta per l’immigrazione selvaggia verso l’Europa
Emergenza immigrati verso l’Europa che non c’è

Vale la pena di ricordare che alla fine della Seconda Guerra Mondiale l’Europa era praticamente un territorio occupato. I sovietici avevano la parte centro-orientale, mentre gli Stati Uniti/Regno Unito avevano la parte occidentale. Siamo stati condizionati a pensare che le persone che vivevano sotto “l’oppressione” di ciò che la propaganda degli Stati Uniti ha denominato il “Patto di Varsavia” (in realtà chiamato il Organizzazione del Trattato di Varsavia”) siano stati meno liberi rispetto a quelli che vivevano sotto la “protezione” del Trattato Nord Atlantico.

A parte il fatto che il termine “Nord Atlantico” è stato coniato deliberatamente per legare l’Europa occidentale agli Stati Uniti, la questione centrale è che mentre in molti modi le persone in Occidente hanno avuto più libertà rispetto a quelli in Oriente, gli Stati Uniti/Gran Bretagna occupavano parte di un’Europa che non si è mai ripresa la propria sovranità. E proprio come i sovietici hanno coltivato un’élite compradora locale in ogni paese dell’Europa orientale, così hanno fatto gli Stati Uniti in Occidente.

La grande differenza è apparsa solo alla fine degli anni ’80 e ai primi ’90, quando l’intero sistema a conduzione sovietica è crollato mentre il sistema gestito dagli Stati Uniti è uscito rafforzato a seguito del crollo sovietico. Sicché, a partire dal 1991, la morsa di ferro degli Stati Uniti sopra l’UE è diventata ancora più forte di prima.

La realtà è triste e semplice: l’Unione europea è una colonia degli Stati Uniti, gestita da marionette degli Stati Uniti che non sono in grado di lottare per gli interessi fondamentali ed evidenti degli europei.

L’Unione europea si trova in una profonda crisi politica

Fino alla fine degli anni ’80, c’era, più o meno ‘reale’, un’ opposizione di ‘sinistra’ in Europa. Infatti, in Italia e Francia i comunisti quasi salirono al potere. Ma non appena il sistema sovietico è crollato, tutti i partiti dell’opposizione europei, o sono scomparsi, o sono stati rapidamente cooptati dal sistema.

E, proprio come negli Stati Uniti, gli ex trotzkisti divennero dei neocon da un giorno all’altro. Di conseguenza, l’Europa ha perso la poca opposizione all’Impero Anglo-Sassone ed è diventata una terra ‘politicamente pacificata’.

L’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini
Crisi in Europa: mentre ognuno pensa a se, il vero problema non viene affrontato

Vale a dire si è instaurato quelli che i francesi chiamano “la pensée unique”” o il “pensiero unico” — trionfante, almeno a giudicare dai media di regime. La politica si è trasformata in un reality show nel quale i vari attori fingono di affrontare problemi reali quando in realtà sono inventati e creati artificialmente. “Problemi” che poi “risolvono” (il matrimonio tra omosessuali è l’esempio perfetto). L’unica forma di politica significativa rimasta nell’UE è il separatismo (scozzese, basco, catalano, ecc), ma fino ad ora, non si è vista alcuna alternativa.

In tale “nuovo mondo coraggioso” di finzione politica, nessuno si occupa di problemi reali, mai affrontati direttamente, ma spinti solo sotto il tappeto fino alle prossime elezioni — il che, provoca un peggioramento generale. Per quanto riguarda i super-signori AngloSassoni dell’UE, a loro quanto succede non importa, a meno che i loro interessi siano direttamente colpiti.

Si potrebbe dire che il Titanic sta affondando e l’orchestra continua a suonare, e l’immagine si approssima alla realtà. Tutti odiano il capitano e l’equipaggio, ma nessuno sa con chi sostituirli.

Articolo tratto da Sputnik

Settembre 2013: fuga dalle scuole

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scuola multietnica

Non chiedete alla gente cosa pensa della società multietnica, generalmente, almeno a meno che non siano individui fuori dal comune, non vi diranno cosa ‘loro pensano’, ma cosa il Sistema mediatico-politico-economico ha detto loro è lecito ‘ pensare’.
Per scoprire cosa pensano realmente, osservate invece il loro comportamento. E il migliore modo è vedere come si comportano quando sono in gioco i loro figli.

http://voxnews.info/2013/09/10/troppi-zingari-fuga-dalla-scuola-ma-pd-vuole-obbligare-bambini-allintegrazione/

http://voxnews.info/2013/09/07/bergamo-scuola-senza-italiani-genitori-si-ribellano/

http://www.imolaoggi.it/2013/09/11/scuola-in-una-classe-due-studenti-italiani-e-venti-cinesi/

I genitori italiani non amano la società multietnica. Quando possono scegliere, preferiscono per i loro figli un ambiente ‘omogeneo’.
Quello che sta avvenendo in Italia in questi ultimi anni, è avvenuto per decenni negli Usa. Con implicazioni anche nel mercato immobiliare.
Chi ha i soldi necessari, invia i propri figli in scuole private; chi non può permetterselo, va alla ricerca di scuole pubbliche in quartieri a bassa densità di immigrati: questo ha comportato la crescita dei prezzi delle case in certi quartieri, finendo per tagliare fuori, non solo immigrati e minoranze razziali – come desiderato -, ma anche gli americani bianchi poveri o della classe media.
Questo avverrà anche in Italia, se non blocchiamo l’immigrazione.
I figli dei ricchi andranno solo in scuole private, le famiglie benestanti si trasferiranno in quartieri con pochi immigrati e gli italiani poveri saranno lasciati indietro. Ostaggi dell’immigrazione i figli dei lavoratori abbandonati dalla ex-sinistra ormai infatuatasi di immigrati e zingari.
E’ da questo punto di vista, disgustosa la manfrina dei politici – e dei presentatori televisivi a busta paga delle lobbies – che si fingono scioccati.
I loro figli a scuola con zingari e africani non ce li mandano  ma pretendono che ce li mandino i comuni cittadini: perché altrimenti è ‘razzismo’.
In realtà è l’ordine naturale delle cose: potrete anche imporre alla gente cosa dire, non potrete imporre loro cosa pensare e cosa fare quando non sono sotto l’occhio del Grande Fratello mediatico.

I minori immigrati delinquono 12 volte più di quelli italiani

maratona-boston-bomba-tuttacronaca
Stiamo allevando la vipera in seno

Non è esattamente uno ‘spot’ per lo Ius Soli. Secondo uno studio dell’associazione Antigone, nel 2012 i detenuti nei 16 carceri minorili italiani erano 1.252. Abnorme la quota di stranieri – moltissimi nati in italia – con picchi del 70% negli istituti del Nordest, del 66% in quelli del Centro e del 57% nel Nordovest.
Con una media quindi, di circa il 65%, a fronte di una presenza nella popolazione generale che non supera il 10%: i minori immigrati delinquono oltre 6 volte quanto sarebbe ‘normale’, con la loro presenza sul territorio. E circa dodici volte più dei minori italiani. Esclusi gli zingari, ovviamente.
Sono dati ancora più scioccanti di quelli degli immigrati adulti, a dimostrazione che l’impatto sulla criminalità degli immigrati, non scema, anzi, peggiora, dalle prime alle seconde generazioni. Dato già osservato in paesi con immigrazione di lunga data come Francia e Regno Unito.
I dati emergono da un rapporto di Antigone, nota associazione svuotacarceri.

Una panoramica dell’incidenza di detenuti stranieri presenti nelle carceri minorili del centronord:

TREVISO: Stranieri oltre il 70%, spesso di seconda generazione nati in Italia. I ragazzi stranieri pongono particolari problemi: età (spesso difficile da definire), salute, famiglia assente. Nazionalità: 2 italiani, gli altri provengono da Marocco, Romania, Kosovo, Santo Domingo.

BOLOGNA: Sono presenti 20 persone. L’80% della popolazione detenuta è straniera. Il 60% di questi è in custodia cautelare. Negli ultimi due anni l’età è aumentata, prima la media era di 16 anni, adesso quasi 18.

TORINO: Detenuti presenti in istituto, 21, tutti maschi. Italiani il 30% dei presenti, gli stranieri il 51% e zingari il 19%. Da segnalare in particolare un aumento della percentuale degli italiani – aumento di ‘nomadi’ con cittadinanza regalata – rispetto agli stranieri (nel 2009 gli italiani erano il 16%, gli stranieri il 60%; i nomadi il 24%).

FIRENZE: Presenti 19 minori, di cui solo 6 italiani.

ROMA: Il 7 marzo RISULTANO 3 femmine (tutte rom, di cui una in stato interessante), il numero preciso dei maschi non è stato rilevato, comunque circa 25. Sul totale, in assoluta maggioranza (80%) sono stranieri (a prevalenza rumena)
Reati perpetrati: furti, rapine, violenza sessuale di gruppo (perpetrati prevalentemente da stranieri) con pena orientativa di appena 6 mesi.

E c’è la ministra di sinistra che vuole sostituire gli Italiani con giovani immigrati.

Perchè ha perso la sinistra

Da un commento letto qui, riporto con mie personalissime aggiunte :

  • Questa sinistra non ha perso perchè Berlusconi ha berlusconizzato gli italiani.
  • Questa sinistra non ha perso perchè tutti vogliono fare i tronisti e le veline.
  • Questa sinistra non ha perso per Vespa, Mentana, Mimun e tutti gli altri.
  • Questa sinistra non ha perso perchè gli Italiani son tutti evasori.
  • Questa sinistra non ha perso per i Calearo, i Colaninno e i Del Vecchio.
  • Questa sinistra ha perso perchè per pensare agli ultimi si è dimenticata di penultimi e terzultimi e quartultimi e  quintultimi e via cosi.
  • Questa sinistra ha perso perchè il diritto di un barbone di stendersi sul marciapiede non deve valere di più del diritto di una non vedente a non inciamparci su.
  • Questa sinistra ha perso perchè se io antiberlusconiano ho il quartiere pieno di zingari, o se il mio paese sembra tirana o la casba, e tu mi dai del razzista, io ho tutte le ragioni per incazzarmi di brutto e votare Borghezio.
  • Questa sinistra ha perso perchè più ricchezza per pochi e magari disonesti, è meglio che più miseria per tutti.
  • Questa sinistra ha perso perchè la contessina Borromeo (famiglia agnelli) si sente abbastanza tranquilla la sera tardi alla stazione di Milano.
  • Questa sinistra ha perso perchè, checchè se ne dica, Berlusconi dice che gli italiani son coglioni senza pensarlo, ma da quell’altra parte lo si pensa senza dirlo.
  • Questa sinistra ha perso perchè La Russa e Bondi non si possono sentire, ma Luxuria e Caruso non si possono neanche vedere.
  • Questa sinistra ha perso perchè a nessuno frega di TAV, VAT e della base di Vicenza.
  • Questa sinistra ha perso perchè le leggi ad personam fanno schifo, ma la spazzatura in strada fa molto più schifo.
  • Questa sinistra ha perso perchè se un italiano stupra o uccide qualcuno è altrettanto grave che se lo faccia un rom, ma in quest’ultimo caso il culo mi rode inevitabilmente di più.
  • Questa sinistra ha perso perchè Berlusconi ha il sorriso fisso e dall’altra parte, da Veltroni a Diliberto, sembra che abbiano tutti delle emorroidi perenni.
  • Questa sinistra ha perso perchè fa continua autocritica senza mai fare vera autocritica.
  • Questa sinistra ha perso perchè tutti loro, a partire dai marcotravaglio, dalle sabinaguzzanti, dai michelesantoro, dai danieleluttazzi, dalle biancaberlinguer, vivono sulla luna e fanno discorsi iperuranici.
  • Questa sinistra ha perso perchè stìca Jovanotti, stìca Totti, stìca Clooney, stìca Virzì.
  • Questa sinistra ha perso perchè “loro sono la meglio Italia e gli altri nun sono un cazzo”.
  • Questa sinistra ha perso perchè cinque anni di stronzi sono meglio di due anni di teste di cazzo.
  • Questa sinistra a perso perche mentre la gente non arriva alla terza settimana loro indossano mutande di cachemire e scarpe da 1000 euro.
  • Questa sinistra ha perso perchè mentre vorrebbe uno stato laico si fa in 4 per costruire moschee
  • Questa sinistra ha perso perche mentre tutta l’italia piangeva i suoi soldati, lei se la rideva

Ecco come mai hanno perso ed ancora una volta dimostrata la loro superiorità  antropologica 🙂
Seriamente :

“E’ già  successo in Francia qualche tempo fa. La vittoria di Sarkozy è stata accompagnata dalla scomparsa della sinistra dalla scena politica parlamentare.
La sinistra, che avrebbe dovuto essere strumento di organizzazione dell’autonomia della società  dal capitale, nel corso del Novecento si è trasformata in un ceto parassitario che succhia il sangue dei movimenti per tradirli in maniera sistematica.
E’ un bene che sparisca ma sarebbe meglio che ne svanisca anche il ricordo.
Perchè disperarsi se ora accade in Italia?

Adolf Hitler ed il muftì di Gerusalemme


Amin Al Husseini in his uniform as Officer of the Ottoman Empire. He was posted in Smyrna where Armenian Christians were mass-murdered by the Ottoman Army. The defeat of the Ottoman Empire marked the end of Islamic rule at the hands of the secular Kamal Ataturk and left behind a taste for revenge in the heart of Amin Al Husseini.
Amin Al Husseini in his uniform as Officer of the Ottoman Empire. He was posted in Smyrna where Armenian Christians were mass-murdered by the Ottoman Army. The defeat of the Ottoman Empire marked the end of Islamic rule at the hands of the secular Kamal Ataturk and left behind a taste for revenge in the heart of Amin Al Husseini

Storia della strana e per molti versi ancora sconosciuta intesa che, tra il 1934 e il 1945, legò saldamente le sorti del Movimento Arabo Palestinese capeggiato dal Gran Muftì di Gerusalemme a quelle del nazismo e del Terzo Reich.
La storia degli intensi e complessi rapporti che, tra il 1934 e il 1945, intercorsero tra il Gran Muftì di Gerusalemme, Amin al Husseini, capo spirituale dei mussulmani palestinesi, e il leader nazista Adolf Hitler rappresenta una delle vicende a sfondo politico-religioso più interessanti e meno note di quegli anni.
I motivi che spinsero la più alta e venerata personalità religiosa del Medio Oriente ad unire i propri destini a quelli del dittatore tedesco e, più in generale, alle forze dell’Asse, suscitano infatti un’indubbia curiosità, aprendo le porte ad un dibattito che, nell’attuale contesto politico internazionale, caratterizzato dalla recrudescenza dell’estremismo islamico antisionista e antioccidentale, assume una valenza ancora maggiore.
La condivisione dei programmi antisemiti e la comune avversione nei confronti dei sistemi democratici furono tra gli elementi che, sessant’anni fa, cementarono le basi di un’intesa politica e militare tra il nazismo e il Movimento Arabo del Gran Muftì: un’alleanza di cui, tuttavia, per molti anni poco si è detto e scritto, almeno in Italia.
Che il Gran Muftì di Gerusalemme nutrisse molta simpatia nei confronti dell’ideologia antisemita è cosa nota, ma assai meno lo sono i documenti e i carteggi che testimoniano, in maniera chiara ed inoppugnabile, il tentativo condotto da Amin al Husseini e dai vertici del nazismo per dare vita ad un vasto e articolato programma di sterminio e di lotta armata sia nei confronti della comunità israelitica internazionale, che contro le democrazie occidentali: un piano dal quale, sotto certi aspetti, il “principe del terrore” Bin Laden sembra avere tratto più di uno spunto.
Oggi, però, grazie all’impegno di un gruppo di storici israeliani e statunitensi e alle testimonianze emerse dagli archivi segreti del Terzo Reich, del governo americano, inglese ed ex-sovietico, è possibile ricostruire con precisione (purchè ne sussista la volontà, ovviamente) la trama e il contenuto di uno dei più scellerati complotti di matrice razzista e terrorista mai progettati nel corso del XX secolo.Dopo anni di indagini e di studi, i ricercatori dell’istituto Simon Wiesenthal di Los Angeles sono riusciti a fare riemergere dagli archivi del controspionaggio nordamericano buona parte della corrispondenza segreta e dei diari personali del Gran Muftì di Gerusalemme e un certo numero di casse contenenti una voluminosa massa di documenti (in lingua araba e tedesca) attraverso la lettura dei quali è possibile fare luce sull’intera e complessa vicenda.
Dopo la caduta del muro di Berlino, gli studiosi israeliani e statunitensi (supportati anche da informazioni e suggerimenti forniti da colleghi inglesi, russi e serbi) hanno infatti passato al setaccio tutto il materiale e le testimonianze relativi all’attività di Husseini e dei gruppi arabi che, a cavallo degli anni Trenta/Quaranta, collaborarono attivamente con i nazisti. Nella fattispecie, la documentazione fa riferimento ai numerosi dossier redatti tra il 1936 e il 1945, dalla Kripo (la Polizia Criminale nazista) e dalla Gestapo, dalla Sezione Mediorientale dell’Abwehr (il Servizio Segreto tedesco diretto dall’ammiraglio Wilhelm Canaris); dal Dipartimento Affari Islamici e del “Centro Addestramento Elementi Mussulmani” delle Waffen SS (posto alle dirette dipendenze di Heinrich Himmler); dal “Comando Operazioni Oriente” della Divisione Speciale Brandeburg; dal Sonderstab F del generale Helmut Felmy (organismo incaricato di arruolare nella Wehrmacht volontari mediorientali, nordafricani, ma anche transcaucasici e russo-asiatici) e dall’Arab Bureau del dicastero degli Esteri di Joachim von Ribbentrop.


Berlin-1942  Amin Al Husseini spends WWII by Hitler's side.
Berlin -1942 Amin Al Husseini and Hitler

L’antisemitismo come ragione di vita Amin al Husseini (chiamato anche Al-Haji Amin) nasce nel 1897, a Gerusalemme, da una famiglia molto religiosa che, fino dalla più tenera età, educa il figlio secondo i più rigidi precetti islamici. Dopo avere compiuto i suoi primi studi nella città natale, Amin li prosegue al Cairo e, in seguito, a Costantinopoli.
Nel 1910, entra nell’esercito ottomano, venendo assegnato ad una scuola di artiglieria. Sembra che dopo le Guerre Balcaniche Husseini abbia completato in una scuola coranica la sua preparazione culturale e religiosa. Ancora molto giovane, Amin mostra simpatie nei confronti del Movimento Arabo che fa capo allo sceriffo de La Mecca Hussein, uno dei più importanti vassalli della Sacra Porta.
Nel 1914, in seguito ad abboccamenti con i servizi segreti inglesi di base al Cairo e agli aiuti promessi dal Foreign Office di Londra e dal Comando Supremo dell’Esercito inglese in Egitto, lo sceriffo inizia, infatti, a progettare una rivolta nazionalista araba con l’intento di liberare dal giogo ottomano la regione dell’Hegiaz, posta sotto il suo governo, e le città sante di Medina, La Mecca e Gerusalemme.
Tra il 1914 e il 1918, Amin al Husseini segue e partecipa con interesse alla lotta condotta dallo sceriffo contro i turchi, fornendo, sembra, il suo appoggio alla causa attraverso attività segrete e di spionaggio. Nel marzo 1920, partecipa al Congresso panarabo di Damasco che proclama l’indipendenza dell’Iraq sotto il re Abdullah e della Siria sotto Feisal, uno dei figli dello sceriffo Hussein della Mecca. Nel successivo mese di aprile, Amin al Husseini aderisce all’organizzazione di una sommossa antiebraica in Palestina (regione posta sotto mandato britannico) e, in seguito alla creazione della Haganah (l’organizzazione armata di autodifesa ebraica), contribuisce a fondare diverse bande terroristiche antibritanniche, incominciando, nel contempo, a pianificare una strategia per “eliminare fisicamente tutti gli elementi sionisti dal territorio mediorientale”.
Nel maggio 1921, Husseini fomenta nuove manifestazioni antisioniste in Palestina e, poco dopo, viene nominato Gran Muftì di Gerusalemme, la più alta carica religiosa dell’islam, acquisendo subito grande prestigio e potere. Nel 1925, favorisce segretamente la nascita dell’Associazione Armata Araba guidata dal fondamentalista siriano Izz al-din Qassam.
Nell’agosto del 1929, Husseini da la sua benedizione ad una delle più violente persecuzioni antiebraiche. Con l’intento di limitare il diritto di preghiera degli israeliti presso il Muro del Pianto di Gerusalemme e le visite alla Tomba dei Patriarchi di Hebron, Husseini sobilla nuovamente la popolazione mussulmana, contribuendo, tra l’altro, alla soppressione della secolare comunità ebraica di Hebron.
Nel 1931, il Gran Muftì sostiene la nascita del Partito Arabo per l’Indipendenza, uno schieramento che reclama a gran voce l’unione politico-religiosa tra Palestina e Siria, regione posta sotto mandato francese.
Nel 1933, dopo la salita al potere di Hitler in Germania, Husseini confida ai suoi discepoli e collaboratori di “intravedere un nuovo, radioso futuro”, e predice “l’avvento di una nuova era di libertà per i mussulmani di tutto il mondo”. Galvanizzato dai risultati delle repressioni antiebraiche messe in atto dai nazisti, il Gran Muftì, che ormai si avvale di un folto seguito di seguaci, scatena nuove rivolte a Jaffa, Haifa e Nablus.
Il 21 Luglio 1934, il Muftì di Gerusalemme compie il passo decisivo. Con lo scopo di stabilire uno stretto rapporto di cooperazione con il nazismo, si reca in visita al nuovo console generale tedesco di Palestina, Dòhle. Nel corso dell’incontro, che verrà definito “molto cordiale e proficuo”, Husseini conferma il suo incondizionato sostegno alla Germania di Hitler, domandando al diplomatico “fino a che punto il Terzo Reich fosse disposto a sostenere il movimento arabo contro gli ebrei”.
Ricevute soltanto vaghe assicurazioni in proposito, nel 1936, Amin al Husseini invia alcuni suoi collaboratori a Berlino per “intraprendere amichevoli contatti con i capi del movimento nazista”. E nel contempo, in Palestina, proclama la lotta armata contro le comunità ebraiche e le forze di occupazione inglesi, affidando il compito di dirigere la rivolta a Fawzi el Kawakij.
Quest’ultimo, nel 1941, sosterrà assieme allo stesso Muftì il fallito colpo di stato anti-inglese del leader nazionalista iracheno Rashid Alì, e, successivamente, nel 1948, guiderà le truppe arabe irregolari contro il neonato stato di Israele. In occasione dei disordini del 1936, Husseini incita i mussulmani fondamentalisti ad attaccare anche le fazioni moderate islamiche, causando (secondo fonti britanniche) non meno di 4.000 morti.
Informati della rivolta dal console tedesco, il ministero degli Esteri e i vertici delle Waffen SS, iniziano a prestare maggiore attenzione all’attività del Muftì e dei suoi seguaci, pur mantenendo nei confronti del mondo islamico un atteggiamento di sostanziale diffidenza. Nel settembre 1937, due giovani ufficiali delle SS, Karl Adolf Eichmann (che diverrà in seguito il coordinatore supremo della “Soluzione Finale”) ed Herbert Hagen, vengono inviati a Gerusalemme per cercare di sondare il livello di affidabilità del Muftì e dei suoi collaboratori e, eventualmente, trovare i presupposti per una più concreta cooperazione politico-militare.
L’ordine di Hitler è infatti quello di intensificare i rapporti tra nazismo ed islamismo radicale, ma di procedere con assoluta cautela. Pur reputando interessante l’opportunità di agganciare al carro nazista un elemento di prestigio come il Gran Muftì, il Fùhrer – che non nasconde il suo disprezzo non soltanto per gli ebrei, ma anche per tutta la razza semita – non desidera, almeno per il momento, provocare una crisi mediorientale dai risvolti imprevedibili.
Mentre i due agenti tedeschi si apprestato a partire per la Palestina, le autorità militari inglesi, che già da tempo indagano sulle attività sovversive del Gran Muftì, spiccano un mandato di cattura contro Amin al Husseini, costringendo quest’ultimo a darsi alla macchia. Tuttavia, una volta giunti ad Haifa, Eichmann e Hagen riescono egualmente a contattarlo.
I colloqui segreti tra i due agenti e il Gran Muftì si rivelano abbastanza promettenti. Alla fine, Eichmann offre ad Husseini la protezione dei servizi segreti tedeschi e la fornitura di denaro, armi, munizioni ed esplosivi in cambio del suo impegno ad operare a fianco della Germania per debellare il “demone sionista”, ma anche per minare le fondamenta del dominio anglo-francese in Medio Oriente.
Husseini non pone alcuna difficoltà, dichiarandosi “felice di cooperare per il trionfo di una giusta causa”, e promette di fare del suo meglio, coinvolgendo anche i leader delle comunità mussulmane di Siria, Transgiordania, Libano e Iraq.
Nel 1938, secondo il carteggio Wiesenthal, il nome in codice del Gran Muftì risulta già nel libro paga dell’Abwehr II. Verso la fine dello stesso anno l’Abwehr II pianifica un programma per inviare in Palestina, tramite navi battenti bandiera neutrale, alcune forniture di armi e munizioni destinate alle forze di Husseini.
Per motivi di sicurezza, il carico dovrebbe essere sbarcato in un porto dell’Arabia, probabilmente Gedda. All’ultimo momento, però, l’operazione viene sospesa. Hitler, già impegnato in Spagna, con la Legione Kondor, a fianco del generale Francisco Franco, ed in procinto di annettere la Boemia alla Germania, preferisce evitare di inasprire ulteriormente i rapporti con l’Inghilterra, i cui servizi segreti, tra l’altro, sono già al corrente dei legami tra i nazisti e il Gran Muftì.
Nel settembre del 1939, all’indomani dell’invasione tedesca della Polonia, Amin al Husseini dichiara pubblicamente di volere dare il suo esplicito sostegno al “meritevole e coraggioso condottiero Adolf Hitler”, incitando “i mussulmani a prendere le armi a fianco della Germania nazista”. All’inizio del 1941, dai microfoni di un’emittente segreta, il Gran Muftì invoca “il diritto degli arabi a risolvere il problema ebraico con le stesse modalità e gli stessi mezzi adoperati dal Fùhrer”, e lancia un proclama affinchè tutti gli islamici contribuiscano con le armi al successo delle forze dell’Asse.
Tuttavia, non potendo ancora usufruire di una protezione tedesca e temendo di essere arrestato dagli inglesi, verso la fine del 1940, Amin al Husseini decide di fuggire in Iraq e di muoversi per conto proprio, utilizzando il denaro che nel frattempo gli è stato inviato dall’Abwehr. Grazie a queste risorse, egli inizia a sostenere il partito nazionalista iracheno di Rashid Alì (compagine che, tra l’altro, controlla buona parte dell’esercito), fortemente avverso agli inglesi e agli ebrei.
La Mesopotamia diventa così il banco di prova dell’organizzazione messa in piedi dal Muftì con i marchi tedeschi. Rashid Alì, che sta aspettando il momento migliore per scatenare la rivolta anti-inglese, accoglie Husseini come un fratello e lo nasconde in un rifugio segreto, consentendogli di operare indisturbato. Tra la fine del 1940 e l’inizio del 1941, molti funzionari iracheni stabiliscono rapporti di segreta cooperazione con l’ormai fantomatico Muftì che, con molta abilità, continua ad eludere le ricerche della polizia e dell’esercito inglese presenti anche in Iraq.
Nell’aprile 1941, il Movimento rivoluzionario di Husseini si consolida, iniziando, tra l’altro, a ricevere sovvenzioni in denaro anche da dall’Italia, dall’Arabia Saudita e dall’Egitto. Nel suo rifugio segreto sotterraneo (situato, sembra, tra Baghdad e Mosul), protetto dai compiacenti militari iracheni, il Muftì conduce una vita piuttosto agiata.
Egli dispone, infatti, di un attrezzato ufficio dotato di linea telefonica, di una potente stazione radio, di servizi e di un ampio magazzino zeppo di armi, munizioni, viveri e medicinali. Assieme a lui lavorano almeno una dozzina di collaboratori fidati ed altrettante guardie del corpo, quasi tutte provenienti dall’esercito iracheno.
Nella primavera del 1941, Rashid Alì, sostenuto dall’esercito nazionale e dalle cellule di Husseini, da inizio alla sommossa antibritannica. Rashid Alì obbliga il primo ministro iracheno, il filo-inglese Nuri Said Pasha, a dare le dimissioni; dopodichè ordina alle sue truppe di chiudere i rubinetti delle lunghe condotte che collegano i campi petroliferi mesopotamici al porto di Haifa e di circondare le scarsamente presidiate basi dell’aviazione e dell’esercito inglesi.
Contemporaneamente, il Muftì lancia, attraverso un messaggio radio, la jihad (la guerra santa) contro l’Inghilterra. Nonostante il fulmineo avvio del Golden Square o “Blocco d’Oro” (il brillante nome in codice con cui Rashid aveva voluto battezzare la sua insurrezione), la manovra si rivela, però, intempestiva e male architettata. Innanzitutto, perchè sia Rashid Alì che il Muftì non tengono al corrente l’Abwehr circa le loro mosse, e in secondo luogo perchè le forze armate italo-tedesche, impegnate in questo periodo in Grecia contro l’esercito inglese ed ellenico, non sono ancora in grado di intervenire con la dovuta celerità ed incisività in Medio Oriente.
Hitler e Mussolini, infatti, non potranno che inviare agli iracheni ribelli che qualche dozzina di consiglieri, meno di cinquanta aerei da trasporto e da combattimento e – tramite il compiacente governo francese di Vichy – un solo convoglio ferroviario carico di armi e munizioni proveniente dalla Siria. A completare la frittata ci pensa poi il Comando dell’esercito iracheno che, palesando un’evidente inettitudine, non riesce ad eliminare i pochi presidi inglesi che, nell’arco di dieci giorni, vengono soccorsi da un forte corpo di spedizione proveniente dall’Egitto e dall’India.
Consolidata nuovamente la loro presenza sul territorio mesopotamico, gli inglesi schiacciano la rivolta nazionalista irachena e costringono sia Rashid Alì che il Muftì a fuggire. Quest’ultimo, braccato dai britannici, riesce a trasferirsi nel nord del paese da dove – grazie al denaro e alla connivenza di ribelli mussulmani – passa in Iran e successivamente in Turchia.
Giunto ad Istanbul, Amin al Husseini si mette in contatto con alcuni agenti tedeschi che lo aiutano a raggiungere la Germania. Verso la metà del novembre 1941, il Muftì giunge a Berlino, dove viene accolto da Eichmann.
Questi lo introduce nei palazzi della politica, dove viene interrogato da alcuni alti ufficiali delle SS circa il fallimento del Golden Square. Husseini non mostra alcun imbarazzo nell’addossare tutta la colpa del disastro alla “quinta colonna ebraica che opera in Iraq”, aggiungendo che un più concreto e sollecito sostegno da parte delle forze dell’Asse avrebbe probabilmente evitato il grave infortunio.
L’infelice osservazione del Muftì irrita non poco i tedeschi e rischia di compromettere i futuri piani di cooperazione arabo-nazisti. Tuttavia, Eichmann ci mette una pezza e convince il Fùhrer a continuare ad accordare fiducia e sostegno all’alleato. Il 20 Novembre 1941 il ministro del Esteri tedesco, Joachim von Ribbentrop, riceve il Gran Muftì, e dal loro colloquio vengono poste le basi per il successivo incontro con Hitler.
La trascrizione della lunga conversazione tra il Muftì e Hitler venne messa a disposizione di Husseini nel maggio 1945, in una villa nei pressi della capitale tedesca, e trasmessa all’archivio dei servizi segreti statunitensi e successivamente a quello delle Nazioni Unite, dove rimase ben custodita e, curiosamente, mai pubblicizzata.
Intervistato sull’argomento dal quotidiano Hadashot, lo storico e orientalista israeliano Zvi Alpeleg ha affermato che l’esistenza di questo documento (venuto alla luce pochi anni fa, grazie alle ricerche degli uomini di Wiesenthal) era nota da tempo. Tanto che, nel gennaio 1946, in seguito ad una fuga di notizie, il quotidiano americano New York Times pubblicò un articolo sulla vicenda, il cui contenuto venne smentito da alcuni governi arabi, come la Siria e l’Iraq.
Guarda caso, proprio nel periodo in cui, sempre da fonte stampa statunitense, il mondo venne a sapere che il governo di Damasco e del Cairo, con la complicità dell’Unione Sovietica, avevano dato rifugio ad alcuni “consiglieri” provenienti dalle file delle SS e della Gestapo.
A titolo di cronaca, è ormai provato che negli anni Cinquanta, l’Unione Sovietica abbia “fornito” allo Stato maggiore dell’esercito del dittatore egiziano Nasser un’altra “partita” di “consiglieri” nazisti (tra cui diversi fisici e chimici esperti in missilistica e in armi chimiche e batteriologiche) per mettere a punto armi balistiche dotate di testate atomiche, a gas o a virus, da utilizzare contro Israele.
Ancora nel 1966, questa volta secondo fonti francesi e israeliane, l’ormai anziano Amin al Husseini si sarebbe adoperato per introdurre segretamente in Libano e in Iraq altri “tecnici” ex-nazisti da lui conosciuti durante il suo lungo soggiorno in Germania.


Amin Al Husseini meets Heinrich Himmler, Head of Nazi SS.
Amin Al Husseini meets Heinrich Himmler, Head of Nazi SS

Ma torniamo al colloquio del 22 novembre 1941 tra il Gran Muftì e Adolf Hitler.
Nel corso dell’incontro, durato circa un’ora e mezza, il Gran Muftì dichiarò che “gli arabi dovevano essere considerati amici naturali della Germania” e che “egli era pronto ad adoperarsi per convincere tutti i mussulmani presenti in Africa Settentrionale, nell’Europa occupata e in Russia” ad arruolarsi in una speciale Legione Araba (la Freies Arabien) al servizio della comune causa antisionista e antioccidentale.
“In questa gigantesca lotta, gli Arabi si batteranno anche per scacciare gli anglo-francesi dal Medio Oriente e per creare i presupposti di un grande Stato Arabo Unito, comprendente la Palestina, la Siria, il Libano, la Transgiordania e l’Iraq”.
Dal canto suo, il Fùhrer (che, in seguito allo smacco subito da Rashid Alì, non si fidava più delle capacità organizzative e militari dei capi arabi) assicurò che “la Germania, pur essendo decisa a richiedere alle nazioni sue alleate (Italia, Romania, Ungheria, Bulgaria, Croazia, Slovacchia e Finlandia, ndr) di contribuire fattivamente alla risoluzione del problema ebraico”, non riteneva ancora opportuno “dirigere un simile appello ai popoli mediorientali e a quello iraniano, troppo strettamente controllati dalle forze inglesi e sovietiche”.
Pur amareggiato dalle dichiarazioni del Fùhrer, Amin al Husseini tentò, nei mesi successivi, di persuadere sia Hitler che Mussolini a sottoscrivere un documento ufficiale con il quale “la Germania e l’Italia si sarebbero impegnate in tempi brevi ad intervenire militarmente in Medio Oriente per aiutare i mussulmani a scacciare gli inglesi”. Dichiarazione, questa, che i due dittatori non sottoscrissero poichè, al momento, risultava tecnicamente inattuabile.
Il Fùhrer preferì rinviare qualsiasi eventuale azione nella regione ad una data successiva alla conquista del Caucaso e della valle del Nilo da parte delle forze dell’Asse. Amin al Husseini dovette quindi accontentarsi. “In attesa dello sfondamento italo-tedesco dei fronti egiziano e caucasico – annotò sul suo diario – ai mussulmani non rimane che mettersi a disposizione della Germania, partecipando alla distruzione dei sionisti in Europa”.
Per cercare di andare incontro ad Husseini, nel 1942 i tedeschi lo posero alla direzione “dell’Ufficio Arabo”: un ente controllato dalle SS al quale sarebbe spettato il compito di fare propaganda antisemita e di favorire l’arruolamento dei mussulmani nella Legione Araba di cui si è detto, ma anche nei reparti delle SS appositamente costituiti da Himmler per inquadrare elementi bosniaci e albanesi.
Questi ultimi andarono, infatti, a formare la 13ma Divisione da montagna SS Handschar e la 21ma Divisione da montagna Skanderbeg, indossando una divisa da combattimento abbastanza simile a quella in uso nelle sezioni analoghe tedesche.
Sul capo essi portavano il fez rosso con appuntato il teschio, mentre al posto delle consuete scritte runiche del colletto comparvero curiosi gagliardetti con una scimitarra islamica.
Va notato infine che, nonostante il suo personale disprezzo nei confronti di tutte le religioni, Himmler concesse ai volontari mussulmani delle due divisioni di praticare una dieta particolare vincolata ai precetti mussulmani, di pregare pubblicamente secondo la ritualità, e di festeggiare e osservare le feste e i digiuni imposti dal Corano.
Situato non lontano da Berlino, il quartiere generale del Muftì controllava una fitta rete di collaboratori, sia i Europa che nel resto del mondo. Esso, infatti, estendeva la sua autorità a tutto il Medio Oriente, e al Nord Africa, ma anche sulle più lontane regioni asiatiche abitate da minoranze islamiche. Tra il 1942 e il 1944, il Gran Muftì lavorò intensamente, consentendo l’arruolamento nella Legione Araba e nelle Divisioni Waffen SS di molti uomini. Grazie alla sua martellante propaganda, attuata tramite potenti stazioni radio messe a disposizione dai tedeschi, e mediante frequenti viaggi, decine di migliaia di mussulmani balcanici andarono a formare le nuove divisioni di Himmler.
Queste unità, divenute ben presto note per la loro ferocia, vennero spesso impiegate nei Balcani in azioni antipartigiane e nei rastrellamenti di ebrei e zingari.
Nel 1943, non meno di 50.000 mussulmani di varia provenienza risultavano presenti nelle divisioni SS o nei reparti speciali tedeschi 1&#8659. Anche se la Legione Araba (l’unità sulla quale il Muftì contava molto in quanto egli la considerava l’elemento costituente del suo futuro esercito) non arrivò mai a superare gli effettivi di qualche battaglione. L’unità, contrariamente alle aspettative dei tedeschi, fornì inoltre risultati piuttosto deludenti sia sotto il profilo disciplinare che operativo e bellico 2&#8659. Nel corso del conflitto, molto intensa risultò anche l’azione diplomatica svolta dal Gran Muftì. Tra il 1942 e il 1944, egli effettuò diversi viaggi per l’Europa, recandosi nelle regioni abitate da nuclei mussulmani (Bosnia, Kosovo, Albania) per constatarne la fedeltà al Reich, e stringendo rapporti di amicizia e cooperazione anche con i capi di movimenti parafascisti croati e serbo-cetnici che avevano in comune un profondo odio nei confronti degli ebrei e delle democrazie occidentali.
Non solo. Sembra che nel 1942, tramite l’ambasciata giapponese di Berlino, il Muftì abbia avviato contatti perfino con il governo di Tokyo, il cui ministero della Guerra era intenzionato a servirsi di lui e dei suoi seguaci per fare insorgere contro gli eserciti di Ciang Kai Shek e di Mao Tse Tung le comunità mussulmane della Cina centro-occidentale (regioni del Tarim e del Tsinghai) e per tenere buone quelle, assai più numerose, dell’Indonesia e delle isole meridionali delle Filippine.
Nella sua veste di responsabile della supervisione della propaganda radio dell’Asse diretta verso i popoli mussulmani, il Muftì utilizzò spesso le numerose ed efficienti emittenti radio tedesche, potendo contare, nel 1942, su almeno sei stazioni. Ma Husseini amava molto parlare anche davanti alle grandi folle. Nel giugno del 1943, a Berlino, in occasione di un’importante adunata nazista, il Muftì lanciò strali contro la Dichiarazione Balfour, prendendosela, tanto per cambiare, con la “cospirazione anglo-sassone, massonico-ebraica”.
Rivolto agli alti gradi delle SS presenti, disse: “Il trattato di Versailles non fu soltanto un disastro per voi tedeschi, ma lo fu anche per il popolo arabo. In ogni caso, oggi sappiamo come rimettere le cose al loro giusto posto e, soprattutto, oggi siamo tecnicamente in grado di eliminare dalla faccia della terra tutti gli israeliti”.
Tra il 1941 e il 1943, il Muftì e i servizi segreti tedeschi inviarono in Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Palestina, Siria e Trasgiordania un gran numero di opuscoli e di altro materiale propagandistico antinglese e soprattutto antisionista. Anche quando le armate del Reich dovettero abbandonare le steppe russe e l’Africa settentrionale, arretrando sempre più verso i confini tedeschi, Husseini continuò a lottare, lanciando messaggi alle popolazioni mediorientali, africane e addirittura alle minoranze arabe residenti in Asia e negli Stati Uniti, spronandole a combattere contro il demonio sionista e plutocratico.
Il 1° Marzo 1944, nel corso dell’ennesima trasmissione radiofonica, il Muftì ebbe modo di ribadire il suo immutato odio nei confronti degli israeliti: “Arabi! Alzatevi come un solo uomo e combattete per i vostri sacrosanti diritti. Uccidete gli ebrei dovunque li troviate. Ammazzate, e farete cosa gradita da Allah”.
Ma intanto la guerra stava volgendo al termine e le armate di Hitler ripiegavano su tutti i fronti sotto la pressione delle forze anglo-americane e sovietiche. Catturato nel tardo aprile del 1945 in un piccolo paese della Germania occidentale dalle truppe statunitensi, Al Husseini venne tradotto in un carcere francese da dove, nel 1946, riuscì però ad evadere, rifugiandosi prima al Cairo e poi a Beirut, in Libano. In questa città egli dedicherà il resto della sua esistenza ad elaborare piani e strategie finalizzati alla distruzione della razza ebraica e dello stato di Israele, dando, con immutata perseveranza e rabbia, il suo sostegno materiale morale a tutti i nemici del sionismo.
Venerato ma ormai messo da parte dai più giovani e rampanti leader del terrorismo islamico, l’ex Gran Muftì di Gerusalemme Amin al Husseini morirà nella capitale libanese il 4 luglio 1974.

Articolo di Alberto Rosselli

BIBLIOGRAFIA: Eric Lefevre, Brandeburg Division commandos of the Reich, Histoire & Collections, Parigi, 2000. Hans von Steffens, Salaam (Geheimkommando zum Nil, 1942), K. Vowinckel Verlag, 1960. James Lucas, Kommando (German Special Forces of World War Two), Arms and Armour Press, 1985. Stefano Fabei, La politica maghrebina del Terzo Reich, Quaderni del Veltro, Parma. James Lucas, L’ultimo anno dell’esercito tedesco maggio 1944 – maggio 1945, Hobby & Work Italiana Editrice, Milano, 1998

Foto e documenti


nota 1. Nel corso della campagna di Russia, i tedeschi ebbero modo di arruolare nelle file del loro esercito un elevato numero di volontari mussulmani, inquadrandoli in appositi reparti. Nella fattispecie vennero formati non meno di 10 battaglioni a cavallo calmucchi; il raggruppamento battaglioni turchi Haroun el Rashid; nove battaglioni tartari; quattro/sei battaglioni caucasici (formati da georgiani e azerbaigiani e dell?Abhkazia); una brigata di fanteria cosacca; due grosse divisioni di cavalleria cosacca del Kuban e del Terek e parecchie compagnie formate da elementi provenienti da Kazakistan, Turkmenistan, Usbekistan, Tagikistan e Kirghisistan. L?adesione spontanea di queste minoranze alla causa nazista derivava in gran parte dalla dura, e spesso spietata, politica di segregazione etnico-religiosa attuata nel corso degli anni Trenta dal regime di Stalin.

nota 2. Già a partire dal luglio del 1941, la Germania aveva intrapreso l’addestramento di speciali unità formate da elementi arabi mediorientali e nordafricani. Poco dopo la fallita rivolta antinglese di Rashid Alì, il Comando dell’Esercito tedesco diede incarico al generale Hellmuth Felmy di provvedere all’addestramento di un primo nucleo di combattenti mussulmani. Felmy cercò di inquadrare alcune centinaia di uomini, costituendo l’845° Battaglione Arabo-Tedesco. I problemi che Felmy dovette affrontare furono però molti e diversi. A parte l’assoluta impreparazione militare evidenziata da quel primo nucleo di volontari assai poco portati alla disciplina, il generale notò ben presto che all’interno della truppa sussistevano anche diverse fazioni ideologiche. Una parte degli uomini dell’845° simpatizzavano, infatti, con il partito guidato dal nazionalista siriano Fauzi Kaikyi, un’altra si dichiarava seguace del partito nazionalista iracheno dell’ex-primo ministro Rashid Alì, mentre una terza si dichiarava fedele al Gran Muftì di Gerusalemme. Nell’estate del 1941, il battaglione venne trasferito in Grecia, a Sounio, una località situata nell’estremo lembo meridionale dell’Attica, dove avrebbe iniziato il suo ciclo di addestramento. I tedeschi scelsero questa località sia per motivi climatici che strategici, in quanto essi pensavano di utilizzare l’unità araba in Africa Settentrionale o in Medio Oriente (specificatamente in Palestina, Transgiordania, Siria e Iraq). Durante prima la fase di addestramento, gli istruttori tedeschi (ufficiali che, prima della guerra, avevano soggiornato a lungo nei paesi arabi o che durante il Primo Conflitto mondiale avevano prestato servizio in Medio Oriente nelle file dell’Asienkorps tedesco del generale Erich von Falkenhein) impartirono alle reclute lezioni di tedesco, insegnando poi ad esse l’uso di svariate armi ed esplosivi. I risultati ottenuti furono però piuttosto scarsi, in quanto i volontari mussulmani, molto preparati e determinati sotto il profilo ideologico e politico, si rivelarono in realtà piuttosto pigri, indisciplinati, disordinati e scarsamente portati al combattimento moderno. Il 24 luglio 1941, intanto, a Potsdam, una seconda Unità di Addestramento, la Sonderverband 288, riuscì a mettere insieme un altro gruppo di volontari mussulmani fedeli al Muftì, inquadrandoli in uno speciale battaglione da impiegare nella guerra nel deserto. Terminato il ciclo di addestramento, l’unità, che in realtà non contava neanche 150 uomini, venne inviata a Bengasi, entrando a fare parte dei reparti mobili dell’Afrika Korps del generale Erwin Rommel. In Libia, il battaglione assunse anche la pomposa denominazione di Panzergrenadier Regiment “Afrika”. Il 26 gennaio 1942, il capitano Schober assunse il comando del raggruppamento arabo che ricevette anche nuove uniformi colore sabbia. Sulla manica della giubba spiccava per la prima volta uno stemma di tessuto che riportava una bandiera rosso, verde, bianca, nera, con impressa la scritta “Libera Arabia”, sia in arabo che in tedesco. Nell’aprile del 1942, il battaglione contava 133 effettivi. Non si hanno notizie circa l”impiego operativo di questa unità che venne affiancata da una compagnia tedesca e da una compagnia formata da ex-legionari francesi fedeli al governo di Vichy. Ciò che si sa è che 30 elementi considerati i meglio preparati entrarono in seguito a fare parte di una speciale compagnia guastatori dell’esercito tedesco, addestrata per compiere incursioni in Ciad e in Egitto, all’interno delle linee inglesi. Il 4 agosto 1942, grazie anche all’opera propagandistica del Gran Muftì, il Comando Supremo tedesco formò un terzo battaglione arabo, la cosiddetta Sonder Verbande 287. L’unità, che venne addestrata nel campo di Doberitz, era formata da circa 200/300 uomini e raggruppava diversi elementi tratti dall’845° Battaglione. In occasione della grande offensiva d’estate scatenata dall’esercito tedesco sul fronte del Caucaso, il Gran Muftì insistette presso il Comando tedesco affinchè almeno un reparto arabo venisse impiegato in quella regione, abitata in buona parte da popolazioni di religione mussulmana. E lo stesso Hitler, che in realtà non aveva mai nutrito eccessiva fiducia nelle capacità militari degli arabi, ritenne opportuno dare il suo benestare. E fu così che il 21 agosto, il Gruppo Speciale F (alias Sonder Verbande 287) venne trasferito da Doberitz a Stalino (Ucraina), entrando a fare parte della 1a Armata Panzer alla quale sarebbe spettato l’arduo compito di raggiungere e conquistare i grandi campi petroliferi di Grozny e di Baku e di proseguire poi in direzione della Persia e della Siria. Verso la metà di settembre, il Battaglione Arabo, adeguatamente addestrato, armato e rinforzato da elementi tedeschi, venne trasferito nella zona d’operazioni compresa tra il fiume Kuma e il canale del Manich, andando ad integrarsi con i reparti tedeschi appartenenti alla 16ma Divisione di Fanteria Motorizzata che controllava Elista e gli estremi capisaldi orientali situati nella Steppa dei Calmucchi. Secondo le direttive del Comando supremo, il battaglione arabo venne poi spostato un pò più a sud, nella Steppa del Nogay, per andare a presidiare i nodi di Acikulak e Urozajne. Giunto in questa regione il reparto arabo venne integrato con diversi elementi locali di religione mussulmana, e venne attrezzato per andare ad operare all’interno della catena del Caucaso, assieme alle truppe da montagna della 1a Armata tedesca che, nel frattempo, avevano ricevuto l’ordine di conquistare tutti gli alti passi montani e di penetrare in Abhkazia e in Georgia. Obiettivo che tuttavia rimase sulla carta in quanto, a metà di ottobre del 1942, i russi scatenarono una poderosa controffensiva, costringendo l’intero Gruppo A dell’Armata Tedesca a ritirarsi, e con essa anche il reparto arabo. In seguito al ripiegamento, il battaglione venne sciolto e parte dei suoi componenti optarono per andare a lavorare nel servizio segreto tedesco. I rimanenti soldati vennero inquadrati in un piccolo distaccamento acquartierato in Germania. Dopo lo sbarco anglo-americano in Nord Africa dell’8 novembre 1942, il Gran Muftì chiese al Comando germanico di impiegare in Tunisia alcuni plotoni tratti dai tre battaglioni arabi. Nel dicembre dello stesso anno, un centinaio di volontari arabi, agli ordini di ufficiali tedeschi, venne inviato a Palermo per poi essere trasferito, nel gennaio del 1943, a Tunisi. Giunto in Africa, il raggruppamento ricevette una nuova denominazione: “Kommando Deutsch-Arabischer Truppen” (Commando Truppe arabo-tedesche). Al reparto vennero affidati compiti di sorveglianza della costa tra Capo Bon e la città di Susa e di reclutamento di volontari tunisini. Nell’aprile del ’43, in concomitanza con le ultime operazioni della campagna, gli arabi vennero dotati di armamento più moderno e pesante per contrastare le avanzanti forze anglo-americane. E tra la fine di aprile e i primi di maggio, il gruppo venne inserito nella Divisione Corazzata “Goering”, partecipando ad alcuni aspri combattimenti. Il 10 maggio, infine, gli ultimi combattenti battaglione arabo verranno catturati dagli americani e trasferiti negli Stati Uniti, nel campo di Opaluka (Alabama), dove rimarranno, in compagnia di altri 1.800 arabi filo-tedeschi, fino al 10 aprile 1946. I modesti risultati ottenuti dall’impiego militare di volontari arabi, sconsigliò i tedeschi dal formare ulteriori, analoghi reparti, anche se, nel corso della seconda metà del 1943, un centinaio di arabi vennero ancora arruolati dal 1° Reggimento Paracadutisti tedesco e dallo speciale Gruppo Commando del tenente colonnello Otto Skorzeny. Con l’approssimarsi della fine della guerra, il Gran Muftì dovette rinunciare al sogno di costituire un vero Esercito Arabo in divisa tedesca e a limitare la sua azione alla pura propaganda.