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Kyenge : genitore 1 e 2?

fra“Ma quale genitore 1 e genitore 2!
Non c’è altra definizione: è diabolico. Qualcosa di pervertito. La cancellazione dell’identità di genere nella genitorialità è una follia, ministro Kyenge”.
Così lo psichiatra e psicoterapeuta, criminologo e docente di psichiatria forense Alessandro Meluzzi al quotidiano online IntelligoNews.
“Negando la presenza del maschile e del femminile nel nome di una specie di delirio paranoico mascherato da politicamente corretto, si nega la realtà della realtà. Anche negando Dio, non cambia nulla.
In termini darwiniani: se la natura ha creato la meiosi, cioè la diversità tra maschile e femminile, avrà la sue ragioni.
Questo appiattimento e abbrutimento nel nome dell’uguaglianza ha qualcosa di pervertito che può portare danni irreparabili per la specie umana.

IN FAMIGLIA SECONDO LA DOTTRINA KYENGE:

Genitore n. 1, il Genitore n. 2 ha detto che Fratello n. 1 sta studiando la legge sull’omofobia, perchè quella sul femminicidio la conosce già grazie alla spiegazione di sorella n. 4, che – fidanzata con un operatore ecologico – ha scoperto che anche ai non vedenti piace copulare con generi femminili diversamente bianche.
Inoltre sai che quel rusticamente inclinato del parente n. 1, involontariamente provvisto di tempo libero, ha delle preferenze farmacologiche?
Oltreché diversamente attraente è davvero differentemente intelligente. Povera la parente n. 2, tecnica domestica.

TRADUZIONE:

Mamma, sai che Papà ha detto che Piero sta studiando una legge sui froci, perchè quella sui criminali la conosce già grazie a Tina che  fidanzata con uno spazzino ha scoperto che anche ai ciechi piace scopare le donne di colore. Inoltre, quel buzzurro dello zio, disoccupato, si fa le pere? Oltreché brutto è davvero stupido. Povera zia casalinga.

Se la sinistra continuerà a governare, della cultura Italiana non rimarrà nulla

 

Inutile dialogare con l’islam

Intervista a Edward Luttwak di Andrea Cuomo

michigan protesters - no democracy we want just islam
michigan protesters – no democracy we want just islam

Professor Edward Luttwak, l’attentato di Bengasi ria­pre il conflitto tra l’islam e gli Stati Uniti?

«Il conflitto non è tra il mondo islamico e gli Stati Uniti, ma tra il mondo islami­co e l’intero mondo non islamico. A Mindanao attaccano i filippini cristiani, il Paki­stan è in conflit­to con l’India, ovunque c’è l’islam in contatto con il non-islam, l’incitamento alla violenza da par­te dei predicatori ha il suo effetto.
Per fortuna in pochi ricorrono al­la violenza, ma tutti gli altri stan­no a guardare, compresi eserciti e forze dell’ordine».

È molto carico l’economista sta­tunitense di origine romena, 69 anni, conosciuto per le sue pub­blicazioni sulla strategia militare e la geopolitica, che segue con grande attenzione le vicende ita­liane e parla benissimo la nostra lingua.
Pessimista e provocatorio lo è sempre stato; che sia contra­rio al buonismo del dialogo con i sordi e alle missioni di pace in genere non è certo una novità.
Eppu­re stavolta c’è qualcosa di più: a migliaia di chilometri di distanza da noi, la sua rabbia serena, se si può dire così, stavolta si percepisce anche attraverso il filo del tele­fono.
Forte e chiara.
Per lui ogni sforzo di venire a patti con l’islami­smo è sciocco e va­no.
E inutilmente cercheremo rag­gi di luce nel cor­so dell’intervista.

Un quadro cupo, il suo…

«Ma non è mica un quadro cu­po, è la realtà».

Dove potrà arrivare la reazio­ne degli Stati Uniti?

«Guardi, c’è un macrotrend evi­dente, che è quello di lasciare gli islamici cuocere nel loro brodo.
Gli Stati Uniti sono riluttanti a in­tervenire in Libia, in Siria, perché è chiara ormai l’inutilità di certe azioni.
Basti pensare all’Irak, al­l’Afghanistan. Grandi spese, nes­sun risultato. Una perdita di soldi e di tempo.
Me lo lasci dire, in alcu­ni casi si tratta di barbari che go­vernano selvaggi.
È tutto inutile.
L’ambasciatore Chris Stevens rappresentava quell’entusiasmo per la questione mediorientale che ora, con la sua uccisione, sarà sempre meno convincente e avrà sempre meno riscontro nella real­tà ».

Questo è il macrotrend, come lo chiama lei. Ma nell’imme­diato qualcosa l’Occidente può fare?

«Certo: possiamo liberarci del linguaggio falsificante.
Ad esem­pio non c’è una nuova democra­zia in Libia, perché se non c’è ri­spetto della persona non può es­serci democrazia.
E non credo che le cose potranno cambiare per un secolo o due.
Per ora islam e democrazia sono due parole in­compatibili ».

Ma ci sono esempi di islam de­mocratico, pensi alla Turchia…

«Certo, ma lì c’è democrazia nella misura in cui ci sono regimi anti-islamici. Ma appena sale al potere un partito islamico, e con Erdogan ci siamo quasi, bye-bye alla democrazia turca».

L’attentato all’ambasciata Usa a Bengasi ha colpito l’Occidente senza varcare i confini li­bici. Possiamo attenderci di es­sere colpiti prossimamente anche all’interno dei nostri confini? Ci potrebbe essere un altro 11 settembre?

«Solo nei limiti delle possibilità degli islamisti, che per fortuna so­lo limitate.
Del resto l’11 settem­bre è stato “fabbricato” in Occidente, basti pensare a Mohammed ’Atta, uno degli attentatori, un ingegnere egiziano che lavora­va in Germania.
Quando invece gli attentati sono progettati in que­sti Paesi non arrivano a questo li­vello di organizzazione.
Gli isla­mici sono incapaci anche nella violenza».

Neanche l’Italia corre rischi a suo giudizio?

«L’Italia e tutta l’Europa non hanno nulla da temere, soprattut­to se agiranno con moderazione ».

Ecco, qual è il ruolo in tutto questo dei Paesi che affaccia­no sul Mediterraneo e in parti­colare dell’Italia?

«Nessun ruolo.
I Paesi del Medi­terraneo hanno solo la sfortuna di essere più vicini geografica­mente all’islam, dovranno turar­si il naso per non sentire la puzza di integralismo, di ideologia, di selvaggeria. Mentre noi negli Stati Uniti abbiamo il lusso di essere lontani da tutto ciò».

Beh, c’è sempre la diploma­zia. Possibile non possa fare nulla?

«Certo, bisogna essere diplo­matici, ma non cretini.
Quando trattiamo con i Paesi islamici è giu­sto essere cauti e moderati.
Ma quando parliamo tra di noi occi­entali è meglio non prenderci in giro, almeno nell’uso delle parole ».

da “Il Giornale” del 14 settembre

Massacri in revisione araba 2

Arafat

Amin al Husseini bei bosnischen SS-Freiwilligen
Amin al Husseini bei bosnischen SS-Freiwilligen – Amin al Husseini passa in rassegna le SS borniache

Arafat ha trascorso la maggior parte della sua giovinezza al Cairo, fatta eccezione per quattro anni (dopo la morte della madre, avvenuta in data imprecisata quando aveva tra cinque e nove anni) quando ha vissuto presso uno zio a Gerusalemme. Mentre studia all’università del Cairo – dove consegue la laurea in ingegneria civile – aderisce alla Fratellanza Mussulmana e all’Unione degli Studenti Palestinesi, della quale diviene presidente dal 1952 al 1956.

Mentre è al Cairo sviluppa una stretta relazione con Haj Al-Husseini, conosciuto come il Mufti di Gerusalemme. Nel 1956 presta servizio nell’esercito egiziano durante la crisi di Suez.

Al Congresso Nazionale Palestinese tenutosi al Cairo il 3 febbraio 1969, diviene leader dell’ OLP Organizzazione per la  Liberazione della  Palestina) che opera dal territorio Giordano.

In realtà, l’impegno politico di Arafat ha radici più antiche e risalgono a quando, spostatosi in Kuwait per lavorare come ingegnere, collabora a fondare Al Fatah, organizzazione che ha come obiettivo la creazione di uno stato palestinese indipendente.

Nel 1963 Al Fatah (operante dal territorio Giordano), appoggiata dalla Siria, programma la sua prima azione militare, il sabotaggio di un impianto idrico israeliano. L’azione avviene nel dicembre del 1964 ma si rivela un fallimento. Comunque, dopo la Guerra dei sei giorni, nel 1967, quando Israele sposta la sua attenzione dagli stati arabi alle varie organizzazioni palestinesi, una di queste è – appunto – Al Fatah.

Tensioni in Giordania

arafat-Castro-felices
arafat-Castro-felici

Nello stesso periodo le tensioni tra il governo di Giordania ed i palestinesi seguaci di Arafat (perché si tratta di Palestinesi contro Palestinesi) iniziano ad aumentare. Elementi della resistenza palestinese in armi (i cosiddetti fedayn o feddayn) creano uno “stato nello stato” all’interno della Giordania (controllando anche numerose zone strategiche tra cui la raffineria di Az Zarq) finendo per costituire un pericolo per la sovranità dello stato hashemita.

Lo scontro diventa aperto nel giugno del 1970, a seguito di un tentato golpe nei confronti del Governo Giordano.

Torniamo indietro un attimo.

A seguito dello shock dovuto alla schiacciante vittoria israeliana nella guerra dei sei giorni, diversi gruppi arabi erano alla ricerca di modi per “ripristinare l’onore” o portare avanti la propria causa. I palestinesi costituivano la maggioranza della popolazione giordana ed erano appoggiati da molti regimi arabi, soprattutto dal presidente egiziano Nasser. Israele venne colpita ripetutamente da incursioni attraverso il confine compiute dai guerriglieri fedayn.

Nel 1968, In risposta ad una serie di attacchi partiti dal territorio giordano, le forze di difesa israeliane Karameh il 21 marzo 1968. Si diceva che il villaggio fosse la “capitale” della guerriglia. Gli israeliani, che puntavano nel loro assalto a distruggere Fatah, non ebbero successo e si ritirarono rapidamente. Arafat fece in modo di lasciare Karameh di notte, dopo essere stato informato dell’imminente attacco. Nella battaglia circa 300 combattenti dell’OLP vennero catturati e 150 uccisi dalle forze israeliane prima del pomeriggio. L’arrivo in forze delle truppe giordane rovesciò l’esito della battaglia e permise di infliggere gravi perdite agli israeliani. Vennero stimati 28 soldati israeliani uccisi e 80 feriti, oltre alla perdita di quattro carri armati. Anche se l’esercito giordano si era fatto carico dei combattimenti, l’incidente fu un colpo di pubbliche relazioni per l’OLP e per Arafat in particolare. La battaglia di Karameh fece lievitare il morale dei palestinesi e diede all’OLP un immediato prestigio all’interno della comunità araba. entrarono nel villaggio di

Yasser Arafat rivendicò lo scontro come una vittoria (in arabo, “karameh” significa “onore”) e divenne ben presto un eroe nazionale che aveva avuto il coraggio di affrontare Israele. Masse di giovani arabi entrarono nelle fila del suo gruppo, Fatah. Sotto pressione, Ahmad Shukeiri lasciò la guida dell’OLP e nel luglio 1968, Fatah si unì a questa e ne prese il controllo.

Nelle enclave e nei campi profughi palestinesi in Giordania, la polizia e l’esercito stavano perdendo la loro autorità. Militanti dell’OLP in uniforme giravano liberamente armati, organizzavano posti di blocco e tentavano di raccogliere quelle che definivano “tasse“. Durane i negoziati del novembre 1968, un accordo in sette punti venne raggiunto tra Re Hussein e le organizzazioni palestinesi:

  • Ai membri di queste organizzazioni era vietato circolare armati e in uniforme;
  • Gli era vietato fermare veicoli civili per eseguire perquisizioni;
  • Gli era vietato competere con l’esercito giordano nel reclutamento;
  • Era richiesto di portare con se documenti di identità giordani;
  • I loro veicoli dovevano avere targhe giordane;
  • I crimini commessi da membri delle organizzazioni palestinesi dovevano essere investigati dalle autorità giordane;
  • Le dispute tra organizzazioni palestinesi e governo sarebbero state risolte da un consiglio congiunto di rappresentanti del re e dell’OLP.

Nel 1969 Arafat diviene, quindi, portavoce dell’OLP rimpiazzando Ahmed Shukairy, che era stato proposto dalla lega araba. Arafat diviene due anni dopo comandante in capo delle Forze rivoluzionarie palestinesi e due anni dopo ancora responsabile del Dipartimento politico dell’OLP

L’OLP, ignorando questi accordi, agì in Giordania come uno stato nello stato. Tra la metà del 1968 e la fine del 1969, si ebbero non meno di cinquecento scontri violenti tra la guerriglia palestinese e le forze di sicurezza giordane. Rapimenti e atti di violenza contro i civili si svolsero di frequente. Il capo della Corte Reale giordana (e in seguito primo ministro) Zaid al-Rifai dichiarò che “i fedayn uccisero un soldato, lo decapitarono, e giocarono a pallone con la sua testa nella zona dove viveva.” (Fonte: Arafat’s War di Efraim Karsh, p. 28)

Molti elementi dell’OLP estorcevano a mano armata soldi ai commercianti, con la pretesa che si trattasse di donazioni alla causa palestinese. Le forze di sicurezza giordane tipicamente li arrestavano e li mandavano al fronte, dove potevano essere più utili alla causa palestinese. Le esplosioni di violenza erano comunque in continua crescita. Finché entrambe le parti rispettarono la condizione per cui non sarebbero entrati o rimasti nella capitale, venne evitato uno scontro su vasta scala.

L’OLP continuò anche ad attaccare Israele, partendo dal territorio giordano e senza riguardo per l’autorità giordana, provocando dure rappresaglie israeliane che provocarono gravi perdite tra i militari e i civili. I soldati giordani che si trovavano in licenza nel fine settimana venivano continuamente attaccati dai palestinesi. Molti vennero uccisi ritualisticamente, infilando chiodi da carpentiere nelle loro teste. Dopo questi fatti ai soldati giordani venne impedito di lasciare i loro campi durante la licenza.

Re Hussein fece visita al presidente statunitense Richard Nixon, e al presidente egiziano Nasser nel febbraio 1970. Al suo ritorno il re pubblicò un editto in dieci punti, limitando le attività delle organizzazioni palestinesi. L’11 febbraio per le strade di Amman scoppiarono dei combattimenti tra le forze di sicurezza giordane e i gruppi palestinesi, che provocarono circa 300 morti. Cercando di impedire che la violenza andasse fuori controllo, Re Hussein annunciò “Siamo tutti fedayn” e licenziò il ministro degli interni che era ostile nei confronti dei palestinesi.

Palestinesi armati misero in piedi un sistema parallelo di controllo dei visti, controlli doganali e posti di blocco nelle città della Giordania e aumentarono la tensione in un esercito ed una società giordana già polarizzati.

In luglio, Egitto e Giordania accettarono il “Piano Rogers” appoggiato dagli USA, che chiedeva un cessate il fuoco nella Guerra di Attrito tra Egitto e Israele e il ritiro negoziato di Israele dai territori occupati nel 1967, secondo quanto stabilito dalla Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Le organizzazioni più radicali dell’OLP: il fronte Popolare di Liberazione della Palestina di George Habash, il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina di Naif Hawatmeh e il Comando generale del FPLP di Ahmed Jibril, decisero di minare il regime filo-occidentale di Hussein. Arafat non fece nulla per fermare i radicali.

Vari governi arabi tentano di mediare una soluzione pacifica ma a settembre, le ripetute operazioni dei fedayn, tra cui il dirottamento e la distruzione di tre aerei di linea, fanno propendere il governo giordano per una azione di forza mirante a riprendere il controllo del territorio. Il 16 settembre, Re Hussein di Giordania ELP (Esercito per la Liberazione della Palestina), forza armata regolare dell’OLP. dichiara la legge marziale e lo stesso giorno Arafat diviene comandante supremo dell’

Nella guerra civile che ne segue L’OLP ha il supporto della Siria che invia in territorio giordano una forza di circa 200 carri armati. Gli scontri avvengono principalmente tra forze giordane ed ELP sebbene gli USA dislochino la sesta flotta nel mediterraneo dell’est e Israele metta a disposizione della Giordania alcuni reparti militari.

Eventi del settembre 1970

arafat bacia affettuosamente il collo di khomeini
arafat bacia affettuosamente il collo di khomeini

Il settembre del 1970 è noto nella storia araba come Settembre nero e viene talvolta indicato come l'”epoca degli eventi spiacevoli”. Fu un mese in cui il Re hasemita Hussein di Giordania si mosse per reprimere un tentativo delle organizzazioni palestinesi di rovesciare la sua monarchia. L’attacco provocò pesanti perdite tra i civili palestinesi. Il conflitto armato durò fino al luglio del 1971.

Il 1 settembre 1970, fallirono diversi tentativi di uccidere il re. Il 6 settembre, nella serie di dirottamenti di Dawson’s Field, tre aerei vennero dirottati dal FPLP: uno volo Swissair e un volo TWA da Zarqa e un volo BOAC dal Cairo, il 9 settembre toccò ad un aereo della British Airways da Amman. I passeggeri vennero tenuti in ostaggio. Il FPLP annunciò che i dirottamenti erano progettati “per impartire una lezione agli americani, a causa del loro duraturo appoggio a Israele”. Dopo che tutti gli ostaggi vennero rilasciati, gli aerei vennero fatti esplodere per dimostrazione, davanti alle telecamere. Confrontandosi direttamente con il re e provocandone l’ira, i ribelli dichiararono la zona di Irbid una “regione liberata”.

Il 16 settembre, Re Hussein dichiarò la legge marziale. Il giorno successivo i carri armati giordani (della 60a brigata corazzata) attaccarono i quartier generali delle organizzazioni palestinesi ad Amman; l’esercito attaccò anche i campi di Irbid, Salt, Sweileh e Zarqa, senza fare distinzioni tra civili e guerriglieri. Quindi, il capo della missione di addestramento pakistana in Giordania, Brigadiere Muhammad Zia-ul-Haq (in seguito presidente del Pakistan), prese il comando della 2a divisione.

Le truppe corazzate erano inefficenti nelle strette vie cittadine e quindi l’esercito giordano rastrellò casa per casa i combattenti palestinesi, finendo immerso in pesanti scontri urbani con gli inesperti e indisciplinati combattenti palestinesi.

Il 18 settembre la Siria, attraverso l’Esercito di Liberazione della Palestina (il cui quartier generale era situato a Damasco ed era molto vicino al regime siriano), cercò di intervenire in favore della guerriglia palestinese. L’ELP come dimensioni era equivalente a una divisione, e venne fronteggiato dalla 40a brigata corazzata dell’esercito giordano.

Alla luce degli eventi recenti, il re giordano chiese l’aiuto statunitense per prevenire l’attacco appoggiato dai siriani, che poteva in ultima analisi risultare in una vittoria dei palestinesi e nella fine del suo governo filo-occidentale. Allo scopo di proteggere il suo vitale alleato arabo, il governo statunitense chiese l’aiuto israeliano. L’Aeronautica Militare israeliana eseguì dei voli a bassa quota sui carri armati dell’ELP in segno di avvertimento. Presto l’ELP iniziò a ritirarsi. Israele era intervenuta con successo in un conflitto interno arabo in rappresentanza degli USA, tramite la sola minaccia della violenza.

Il 24 settembre l’esercito giordano riesce a prevalere e l’ELP è costretto a chiedere una serie di cessate il fuoco. Durante le azioni militari l’esercito giordano attacca anche i campi profughi dove i civili palestinesi si sono rifugiati dopo la Guerra dei sei giorni: le vittime sono migliaia. Questo massacro viene ricordato dai palestinesi come “il settembre nero”.

Nel frattempo, sia Hussein che Arafat parteciparono all’incontro dei capi delle nazioni arabe al Cairo, e il 27 settembre Hussein firmò un accordo che trattava come uguali entrambe le parti e riconosceva alle organizzazioni palestinesi il diritto di operare in Giordania. Il giorno seguente il presidente egiziano Nasser morì per un improvviso attacco di cuore.

Le stime sul numero di persone rimaste uccise nei dieci giorni del Settembre nero variano da tremila a più di cinquemila, anche se non si conoscono i numeri esatti. I giornalisti occidentali erano concentrati all’Hotel Intercontinental, lontani dall’azione. Dal Cairo la Voce degli Arabi, giornale controllato dal governo di Nasser, riportò accuse di genocidio.

In seguito alla sconfitta, l’OLP si sposta dalla Giordania al Libano. Grazie alla debolezza del governo centrale libanese, l’OLP poté operare in uno stato virtualmente indipendente (chiamato infatti da Israele Terra di Fatah). L’OLP inizia ad usare il territorio libanese per lanciare attacchi di artiglieria contro Israele e come base per le infiltrazioni di guerriglieri. A queste azioni corrispondono attacchi di ritorsione israeliani in Libano.

Dopo settembre 1970

Berlinguer accoglie con affetto Arafat
Berlinguer accoglie con affetto Arafat

 

La situazione in Siria divenne instabile e poco dopo Hafez al-Assad prese il potere con un colpo di stato.

Il 31 ottobre Arafat, la cui posizione si era indebolita, dovette firmare un altro accordo (simile a quello del novembre 1968) che restituiva il controllo della Giordania al re, e che richiedeva lo smatellamento delle basi di militanti palestinesi e il divieto per i loro membri di portare armi senza autorizzazione. Ad un successivo incontro del Consiglio Nazionale Palestinese, sia il FPLP che il FDLP si rifiutarono di accettare questo accordo e invece accettarono la proposta secondo cui la Giordania sarebbe diventata parte dello Stato Palestinese che avrebbe preso il posto di Giordania e Israele.

Le violazioni continuarono e il 9 novembre il primo ministro giordano Wasfi al-Tal firmò un ordine di confisca delle armi detenute illegalmente. Per il gennaio 1971, l’esercito rafforzò il suo controllo delle città. Un altro accordo riguardante la consegna delle armi venne firmato e infranto. Dopo la scoperta di un deposito illegale di armi a Irbid, in primavera, l’esercito impose il coprifuoco e iniziò ad arrestare i ribelli. Il 5 giugno, diverse importanti organizzazioni palestinesi, tra cui Fatah, di Arafat, invitarono da Radio Baghdad a rovesciare Re Hussein, che era considerato come una “autorità fantoccio separatista”.

L’esercito riprese il controllo sulle ultime roccaforti dell’OLP, le città montane di Jerash e Ajloun. Mentre Re Hussein dichiarava la “clama assoluta” nel regno, i membri di Fatah annunciarono di preferire la morte alla resa.

Conseguenze

Il numero di vittime di quella che somigliò molto ad una guerra civile viene stimato in decine di migliaia, ed entrambe le parti vennero coinvolte nell’uccisione volontaria di civili. Si trattò di un punto di svolta per l’identità della Giordania, e il regno di impegnò in un programma di “giodanizzazione” della società.

I militanti palestinesi vennero scacciati in Libano come risultato degli Accordi del Cairo (Si veda Guerra civile libanese, anche questa causata dai palestinesi di Arafat).

L’organizzazione terroristica Settembre Nero venne fondata da alcuni membri di Fatah. Il 28 novembre 1971, al Cairo, quattro suoi membri assassinarono Wasfi al-Tal.

Nel settembre 1972 il gruppo “Settembre Nero” (che si ritiene, peraltro senza alcuna prova certa, aver avuto la copertura di Al Fatah) rapisce ed uccide undici atleti israeliani durante i  Giochi Olimpici di Monaco di Baviera. La condanna internazionale per l’attacco porta Arafat a dissociarsi pubblicamente da tali atti.

Due anni dopo, nel 1974, Arafat ordina all’OLP di sospendere qualsiasi azione militare al di fuori di Israele, della West Bank (la riva ovest del  Giordano, o Cisgiordania) e della striscia di Gaza. Nello stesso anno il leader palestinese diviene il primo rappresentante di un’organizzazione non governativa a parlare ad una sessione generale delle Nazioni Unite.

i due amiconi, arafat e castro
i due amiconi, arafat e castro

Intanto continuavano a ripetersi, da alcune parti, le accuse verso Arafat di una dissociazione solo di facciata dal terrorismo. Sta di fatto che il movimento  Al Fatah continuò a lanciare attacchi contro obiettivi israeliani. Gli anni Settanta furono caratterizzati in Medio Oriente dalla comparsa di numerosi gruppi palestinesi estremisti pronti a compiere attacchi sia in Israele che altrove. Israele dichiarò che dietro tutti questi gruppi vi era Arafat il quale però smentì sempre tali ipotesi.

Sta di fatto che nel 1974 i capi di stato arabi riconoscono l’OLP come unico rappresentante legittimo di tutti i palestinesi. Due anni dopo la stessa OLP viene ammessa come membro a pieno titolo nella Lega Araba.

Fonte Wikipedia

Il terrorismo musulmano inizia con l'invasione in Iraq? 2

Il Bangladesh nella morsa del fondamentalismo islamico Asia Meridionale/Generale Inviato da Paolo Tosatti lunedì, 09 gennaio 2006 17:36 Da più di quattro mesi il Bangladesh è teatro di una feroce e violenta guerriglia, fatta di bombe e attentati, di paura e tensione. E mentre prosperano i gruppi fondamentalisti e l’estremismo, pesanti accuse vengono mosse al Governo per le deboli reazioni nei confronti di quello che appare sempre più chiaramente come un tentativo di islamizzazione forzata della regione. Gli attentati degli ultimi mesi Gli attentati dinamitardi che in agosto avevano causato 2 morti e 140 feriti hanno rappresentato solo la prima mossa dell’offensiva portata avanti in questo periodo dalle formazioni musulmane estremiste, il cui obiettivo dichiarato è quello di dar vita a una repubblica islamica in cui possa trovare integrale applicazione la Sharia, la legge fondamentale dell’Islam. Le minacce pervenute nel mese di ottobre alle istituzioni e alle forze dell’ordine – firmate spesso dal Jamaat-ul-Mujahideen, uno dei gruppi militanti più attivi e pericolosi della zona (lo stesso che aveva siglato i volantini ritrovati sui luoghi delle esplosioni di agosto, in cui si inneggiava appunto all’applicazione integrale della legge coranica) – non sono rimaste solo lettera morta. Secondo il sito AsiaNews, due persone sono morte e altre 15 sono rimaste ferite il 3 ottobre, quando un gruppo di terroristi ha lanciato alcune bombe contro alcuni edifici della corte di giustizia in tre diversi distretti non lontani dalla capitale Dacca. Sul luogo della deflagrazione è stato ritrovato un documento che incitava i fedeli musulmani ad abbracciare la causa della jihad, e invitava funzionari governativi, polizia, giudici e Ong ad applicare la legge islamica. Sempre AsiaNews riferisce di due attentati avvenuti tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre nella cittadina di Gazipur. Il primo è costato la vita a 7 persone, mentre il secondo ha causato un morto e 29 feriti; anche in questo caso addosso a uno dei sospetti attentatori, Abdur Razzak, di 25 anni, ferito e arrestato dalle forze dell’ordine, sono stati trovati volantini del Jamaat-ul-Mujahideen. L’8 dicembre due bombe sono esplose a distanza di poche minuti nel distretto di Netrokana, 360 chilometri a nord di Dacca, causando 7 morti e 45 feriti. Secondo quanto riferito dal sito Swuissinfo, in un’operazione di ricerca di potenziali attentatori la polizia avrebbe arrestato 30 persone e sequestrato materiale esplosivo; la la maggior parte delle persone fermate sarebbero risultati attivisti della Jamaat-ul-Mujahideen. Le proteste contro il Governo Il Bangladesh è la terza nazione musulmana per popolazione al mondo, dopo Indonesia e Pakistan. Dei suoi 142 milioni d’abitanti, oltre l’80 per cento è di religione musulmana. All’interno del Paese va dilatandosi sempre più rapidamente una frattura esistente da tempo: quella tra la popolazione musulmana moderata e i gruppi integralisti della jihad islamica. Ne offrono chiara testimonianza le numerose manifestazioni organizzate in questi mesi dalle forze di opposizione e dal corpo elettorale per protestare contro il Governo in carica, accusato di offrire terreno fertile ai terroristi e di non essere in grado di guidare il Paese verso uno sviluppo democratico. “Il Governo ha provato la sua incapacità a guidare il Paese” ha detto l’ex premier Sheikh Hasina, secondo fonti AsiaNews, nel suo intervento durante la manifestazione che il 22 novembre ha visto scendere in piazza una folla di 100mila persone. Oggi Hasina è a capo di uno schieramento di 14 partiti che si oppone al Governo, di cui fanno parte alcuni dei maggiori partiti del Bangladesh, come la Awami League (AL), il Jatiya Samajtantrik Dal (JSD) e la National Awami League (NAP). Il blocco ha presentato un programma articolato in 23 punti per risollevare il Paese, i cui punti fondamentali sono la lotta alla corruzione, la separazione tra potere giudiziario e potere esecutivo, la maggiore indipendenza dei media statali, la riforma della previdenza sociale e l’avvio di indagini concrete sugli attentati che insanguinano lo Stato. “Non abbiamo sicurezza nella vita pubblica, il sistema giudiziario è marcio, l’economia a terra e l’alleanza al potere sponsorizza criminali e militanti islamici usando il Rab (corpo speciale della polizia) per perseguire l’opposizione” ha aggiunto Hasina. “Quali misure ha preso il governo dopo le bombe esplose nel Paese ad agosto? Cosa ha fatto contro l’uccisione di giudici da parte dei militanti? Il tuo tempo è scaduto” ha concluso l’ex premier rivolgendosi al primo ministro attuale, Khaleda Zia. Dal canto suo il Governo si è limitato in questi mesi a respingere le accuse avanzate, sottolineando per bocca di numerose cariche istituzionali come l’immagine di un Bangladesh sempre più serrato nella morsa del fondamentalismo islamico non corrisponda alla reale situazione sociale e politica del Paese, quanto piuttosto ad un preciso disegno dell’opposizione per screditarlo a livello nazionale. “Il terrorismo delle bombe fa parte di una cospirazione contro il Paese per fermare il suo sviluppo e privarlo di amicizie” avrebbe dichiarato Khaleda Zia all’inizio di dicembre, sempre secondo AsiaNews. Lo stesso atteggiamento era stato assunto dal Governo il 21 novembre, durante la presentazione a Londra di un rapporto sull’estremismo religioso in Bangladesh elaborato dalla Conferenza europea per i diritti umani. In quell’occasione diversi rappresentanti delle minoranze religiose e etniche nel Paese hanno fornito esempi delle persecuzioni subite, invocando un intervento deciso del Governo di Dacca, che aveva risposto negando con decisione le critiche e accusando gli organizzatori della conferenza di voler screditare il Paese. Paolo Tosatti (Ultimo aggiornamento martedì, 10 gennaio 2006 01:20 )