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Populismo

Perché Europa e Obama farebbero bene a cercare di capire i vari Putin e Orban anziché trattarli da mostri

Mondiali 2014, Finele: Germany Argentina

L’infornata di sanzioni Ue contro Mosca appena approvata dai governi europei era inevitabile ed è appropriata: a prescindere da ogni altra considerazione di politica e di diplomazia internazionali, chi destabilizza un paese confinante armandone i ribelli con sistemi bellici così sofisticati che costoro non sono capaci di usarli, e finiscono per abbattere un aereo civile uccidendo 300 innocenti, merita una punizione. Non ci sono giustificazioni per fatti del genere, come non ce ne sono quando l’artiglieria israeliana colpisce le scuole dell’Onu dove hanno cercato riparo i civili palestinesi e non ce ne sono quando i razzi palestinesi seminano il terrore nelle cittadine israeliane.

putin-assadTrovo invece patetica la crescente demonizzazione di Vladimir Putin, indicato sempre più come l’uomo da abbattere affinché tutto torni alla normalità, e la cooperazione fra Russia, Usa e Unione Europea in vista del trionfo universale della convivenza pacifica, della liberaldemocrazia e dell’economia di mercato globalizzata ricominci come ai bei tempi della presidenza Eltsin.

Le esperienze del passato sembrano non avere insegnato nulla: l’opinione pubblica occidentale ha creduto che bastasse sbarazzarsi di Saddam Hussein, di Mubarak o di Gheddafi per vedere trionfare la libertà e la democrazia nel mondo arabo, salvo poi scoprire che le cose erano meno semplici di quanto pareva dall’esterno. Il conflitto israelo-palestinese? Una volta fuori gioco Sharon e Arafat, nemici che si reggevano reciprocamente, israeliani e palestinesi più flessibili dei loro due capi avrebbero trovato la quadratura del cerchio. Infatti… Adesso si pensa la stessa cosa di Putin, di Bashar el Assad e persino di Erdogan, capo di governo turco eletto e rieletto ogni volta con maggioranze sempre più ampie.

L’idea che un dittatore o un leader autoritario o semi-autoritario siano espressione di una specifica e irripetibile costellazione storica, sociale, culturale, politica ed economica continua a non sfiorare le menti della maggior parte dei commentatori e della gente comune. Per l’americano e l’europeo medi, intrisi di cultura individualista, il dittatore o l’uomo forte sono espressione di se stessi e di una volontà di potenza individuale, niente di più. Quando il loro modo di fare politica crea dei problemi all’Occidente, la cosa da fare perché spariscano quei problemi è far sparire il disturbatore in persona. Certo, ci sono pur sempre politici e intellettuali di alto profilo – come Henry Kissinger, Mikhail Gorbaciov, Stephen Cohen – che spiegano che in realtà il leader del Cremlino fa quello che qualunque capo di Stato russo avrebbe fatto in circostanze analoghe, perché nessun governante moscovita può permettere che l’Ucraina scivoli nell’area politico-militare della Nato. Ma sono in minoranza e le loro idee non vengono prese in considerazione.

Viktor OrbanQualcosa però si sta muovendo, e merita attenzione e approfondimento, senza giudizi precipitosi: le situazioni si stanno evolvendo sotto i nostri occhi. Ha fatto scalpore un discorso del premier ungherese Viktor Orban (foto a sinistra) pronunciato il 26 luglio scorso. Dopo aver premesso che l’esperienza della crisi finanziaria internazionale dimostra che «gli stati liberaldemocratici non sono in grado di restare competitivi a livello globale», ha affondato un colpo sbalorditivo: «Non credo che la nostra appartenenza all’Unione Europea ci precluda la possibilità di edificare un nuovo stato illiberale, basato sulle nostre fondamenta nazionali», ha detto.

Il progetto avrebbe due motivazioni. Una di tipo identitario: «l’Ungheria non è un’ammucchiata di individui, è una nazione», ha detto il primo ministro. Mentre libertà e democrazia devono continuare a prevalere, l’ottica dei diritti individuali dovrebbe lasciare posto all’etica dei doveri verso il proprio popolo. Poi ci sono motivi economici. La globalizzazione economica e la liberaldemocrazia individualistica sono un binomio che sembra non funzionare: con la relativa eccezione degli Usa, che sono pur sempre la potenza dominante, e della Germania favorita dall’architettura dell’euro, i paesi che sembrano reggersi meglio non appartengono all’Occidente: «Oggi il mondo cerca di capire la natura di sistemi che non sono occidentali, che non sono liberali e fore non sono nemmeno democrazie, ma che hanno successo». I nomi? Orban menziona Singapore, Cina, India, Russia e Turchia. Sono alcuni dei paesi i cui leader sono maggiormente criticati nella stampa europea e statunitense.

A parte la disinvoltura con cui Orban mette insieme sistemi che si possono definire democratici con altri che non lo sono minimamente, è vero che un numero crescente di paesi che non appartengono all’Occidente e che spesso non condividono i suoi valori stanno ottenendo successi politici e/o economici. A volte anche quando l’economia rallenta, il consenso per i governi resta alto. Il tasso di approvazione di Vladimir Putin, il nuovo “uomo nero” dei media occidentali, all’inizio di giugno aveva toccato il massimo storico dell’83 per cento. Anche Erdogan, che nei mesi delle proteste di piazza Taksim era sceso dal 59 del 2013 al 39 per cento, è risalito oltre il 50 per cento ed è il favorito assoluto per le presidenziali del 10 agosto. Nell’aprile scorso Viktor Orban, la bestia nera della Commissione europea e del Parlamento europeo, ha vinto un nuovo mandato da primo ministro col 44,5 per cento dei voti.

Cena di gala per Merkel e Obama al castello di CharlottenburgEffettivamente siamo in presenza di due problemi. Il primo è che il modello politico occidentale, presentato come la sintesi perfetta di prosperità, giustizia sociale, economia di mercato, libertà pubbliche e private, sistema politico democratico non attira più come in passato. Gli europei per primi avvertono i suoi limiti. In un mondo dominato dai movimenti dei grandi capitali e dalla finanziarizzazione dell’economia, dove tutti i paesi sono costretti a praticare le stesse politiche economiche e sociali fin nei dettagli per non veder esplodere il debito sovrano, dove il margine di manovra dei parlamenti nazionali si fa sempre più stretto perché l’80-90 per cento delle norme viene decisa non democraticamente a Bruxelles, dove le sentenze dei tribunali costituzionali, delle Corti europee e delle Corti d’appello stabiliscono quali leggi possono essere approvate dalla volontà popolare e quali no, dove le varie leggi nazionali sulle varie “fobie” riducono costantemente lo spazio della libertà di parola, viene da interrogarsi se quella che vige sia democrazia sostanziale e se le libertà siano formali o reali.

Le leggi e la pressione del conformismo culturale ci obbligano a parlare in un certo modo e ci puniscono con l’emarginazione o con sanzioni penali se deroghiamo, i giudici cassano le leggi che abbiamo approvato votando per un certo partito (per esempio quella sulla fecondazione eterologa; e a Strasburgo stavano per mettere fuorilegge i crocefissi nelle scuole, se non fosse intervenuta la Grand Chambre), i mercati finanziari e i vincoli della moneta unica europea decidono al posto dei governi cosa si può fare e cosa non si può fare. È ancora democrazia questa? È ancora libertà?

Poi c’è l’altra grande questione: l’incapacità di guardare agli altri come altri, di dare un significato all’alterità. Così il russo è solo un euro-asiatico politicamente immaturo, che si è lasciato sedurre e manipolare dal proprio capo supremo. Liberiamo il minorenne russo, incline a credere a tutto ciò che la propaganda di Stato gli propina, dal suo tutore, e Mosca diventerà come Belgrado: una capitale di tradizione slavo-ortodossa desiderosa di omologarsi in tutto e per tutto ai canoni dell’Unione Europea.

milosevicIl paragone fra la Serbia di Milosevic e la Russia di Putin l’ho letto nelle pagine dell’autorevolissimo New York Times: secondo Roger Cohen bisogna trattare Putin come Milosevic, e la Russia farà lo stesso percorso che ha fatto la Serbia. Forse Cohen farebbe bene a ricordarsi come trattammo la Russia al tempo della crisi del Kosovo. A Mosca c’era Eltsin, che pur protestando molto di fatto dette il via libera ai bombardamenti Nato su Belgrado e sulle truppe serbe in Kosovo, perché non minacciò un intervento militare. Quando Belgrado capitolò, Mosca fece da mediatrice fra la Serbia e la Nato per le decisioni relative all’ingresso delle truppe euroatlantiche in Kosovo e chiese di potere avere un ruolo. Venne tenuta fuori come un lebbroso. Eltsin dovette mandare i suoi parà nottetempo all’aeroporto di Pristina, in una specie di blitz insensato – i parà russi erano un’isoletta circondata dai militari degli altri paesi- per dare al mondo l’impressione che la Russia stava sorvegliando le attività della Nato in Kosovo.

Con questi precedenti – oltre alle promesse tradite fatte a suo tempo a Gorbaciov di non accogliere nella Nato i paesi che uscivano dal Patto di Varsavia – non c’è da stupirsi della politica di Putin. L’ex ufficiale del Kgb ha fatto quello che qualunque altro presidente russo avrebbe fatto. Dopo avere rimesso un po’ in piedi la Russia dal punto di vista economico e del funzionamento delle istituzioni (al tempo di Eltsin c’era una bellissima libertà di parola e di stampa, ma più povertà che sotto il comunismo e la paralisi completa dei servizi pubblici) il nuovo leader ha cercato di restaurare la forza della Russia come grande potenza e di bloccare l’espansione della Ue e della Nato in direzione di Mosca.

In Ucraina sta perdendo la partita, come tutti capiscono sin dai giorni dell’occupazione della Crimea. Ma se Putin dovesse uscire di scena perché l’Ucraina scivola definitivamente verso Washington, le probabilità che a ciò corrisponda una democratizzazione e liberalizzazione della vita politica russa sono pari quasi a zero. Ha scritto George Friedman su Stratfor, il principale sito internet americano di geopolitica: «Coloro che pensano che Putin sia allo stesso tempo il più repressivo e il più aggressivo leader russo immaginabile dovrebbero riflettere che le cose non stanno così. Lenin, per esempio, faceva paura. Ma Stalin fu molto peggio. Potrebbe venire un tempo in cui il mondo guarderà a Putin come a un tempo di liberalità. Perché se la lotta di Putin per sopravvivere e dei suoi sfidanti interni per spodestarlo dovesse diventare più intensa, la disponibilità di tutti a diventare più brutali potrebbe ugualmente crescere».

isilLa Russia sta destabilizzando l’Ucraina, su questo non ci piove. Ma anche la Ue e la Nato stanno destabilizzando la Russia, consapevolmente o inconsapevolmente. Non stanno semplicemente osteggiando un leader autoritario: stanno mettendo in pericolo l’esistenza politica e istituzionale della Russia. Gli europei probabilmente sono in buona fede, e credono di poter fare della Russia un’altra Serbia, convertita all’europeismo dopo la caduta di Milosevic; ma gli americani pensano a una Russia serbizzata in un altro senso: un’entità politica smembrata di diritto o di fatto, gestita da oligarchi ai quali sarebbero affidati spazi territoriali specifici, la quale non costituirebbe più una minaccia geopolitica per gli Usa.

Insomma, all’amministrazione Obama non dispiacerebbe se la Russia andasse in pezzi, come ci stanno andando Siria e Iraq. Ai tempi di G.W. Bush la linea ufficiale consisteva nell’esportazione della democrazia, che avrebbe trasformato i nemici in amici. Al tempo di Obama, più realisticamente si mira a disintegrare dall’interno i nemici. Resteranno nemici, ma non nuoceranno più. Nella democrazia come sistema universale prima di tutto sembrano non crederci più gli americani, cioè quelli che l’hanno inventata.

Mosca rinuncia ai blindati “made in Italy“

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Blindato Lince Russo

Grazie ai nostri grandi “tecnici” ed a Monti, mosca rinuncia a ordinare i blindati Centauro e a completare la commessa per i veicoli protetti Iveco Lince.
A indurre il Ministero della Difesa russo a recedere dall’accordo con l’Italia (a pochi mesi dagli scandali che hanno portato a fine novembre scorso al siluramento del ministro Anatolij Serdjukov) oltre alle esigenze di favorire l’industria nazionale, avrebbe contribuito anche il raffreddamento dei rapporti tra Roma e Mosca dopo l’epoca delle cordiali intese tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin.
Come fanno notare fonti vicine agli ambienti diplomatici Mosca ha giudicato la politica estera italiana del governo Monti eccessivamente appiattita sulle posizioni di Washington specie riguardo alle crisi in Iran e Siria ritenute strategicamente più rilevanti dai russi.
Naturalmente dopo aver copiato le soluzioni tecnologiche italiane, il comandante in capo delle forze di terra, generale Vladimir Chirkin, ha annunciato nei giorni scorsi lo stop all’acquisizione dei mezzi italiani esortando l’esercito a “concentrarsi sui produttori nazionali”.
L’industria militare russa aveva mal digerito la decisione di adottare veicoli militari italiani.
I blindati pesanti Centauro sono sottoposti da mesi a test valutativi nella base di Kubinka mentre i Lince sono stati ordinati in due lotti per 1.775 esemplari che erano destinati a salire a 3.000 entro il 2015.
Nei test il Lince si era rivelato superiore al GAZ-330 Tigr ma il ministro della Difesa, Sergey Shoigu, ha ordinato una nuova gara e nuovi test comparativi tra i due veicoli cedendo così alle pressioni di GAZ che ha sviluppato una nuova versione del suo veicolo nota come “Tigr M” che pare abbia adottato molte delle soluzioni tecnologiche già impiegate dal mezzo italiano.

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Il fabbisogno dell’esercito russo per questo tipo di veicoli è di 5 .000 esemplari e GAZ vorrebbe aggiudicarsi la commessa per 3.500 unità anche se disporre di due mezzi diversi non semplificherà la logistica dell’esercito di Mosca.
Mosca ha stanziato 800 milioni di euro per il programma Lince ed il contratto era stato firmato nel dicembre 2011.
I primi 57 veicoli sono stati assemblati l’anno scorso in Russia nello stabilimento Kamaz di Voronezh mentre gli altri verranno assemblati in una nuova fabbrica in Tatarstan con una capacità di 500 veicoli all’anno dove nel 2014 i componenti realizzati in Russia saranno circa la metà del totale.
Il costo medio di un Lince varia dai 300 mila ai 500 mila euro a seconda delle versioni e degli equipaggiamenti imbarcati mentre il Tigr viene definito dalla GAZ “più economico del 70 per cento”.

Russia: la religione a scuola diventa obbligatoria

Cristo in un'icona Ortodossa
Cristo in un'icona Ortodossa

Vietata durante il periodo sovietico, la materia era ritornata nel 2009 in alcune regioni del paese.
Il primo ministro russo Vladimir Putin ha approvato il decreto che sigilla il ritorno dell’insegnamento della religione in tutte le scuole dell’enorme Paese
. Lo riferisce oggi l’agenzia AsiaNews.
Come ricorda il sito del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere), dopo l’esperienza “positiva” di un programma pilota avviato nel 2009 sui banchi delle scuole medie di un gruppo di regioni prescelte, la materia diventerà obbligatoria dal prossimo anno scolastico.
Gli alunni delle scuole elementari e medie dovranno iscriversi a corsi generici sui “fondamenti della cultura religiosa” o “fondamenti di etica pubblica” o, in alternativa, frequentare un corso su una delle quattro religioni ritenute “tradizionali”, cioè il cristianesimo ortodosso, l’islam, l’ebraismo o il buddismo.
Fortemente appoggiata dalla sempre più influente Chiesa ortodossa russa, l’iniziativa ha suscitato anche reazioni negative e critiche. “Penso sia sbagliato dividere i bambini in gruppi secondo la fede religiosa, potrebbe causare molti problemi”, ha detto Ivar Maskurov, un esperto di religioni citato da AsiaNews.
Altre voci critiche hanno fatto notare la mancanza di insegnanti qualificati e di libri di testo adatti, come ha ammesso del resto la responsabile del ministero dell’Istruzione per l’insegnamento della religione, Elena Romanova.
Per ordine del premier, il ministero ha dato nei giorni scorsi il via ai corsi di formazione per gli insegnanti di religione.
I corsi “dovrebbero essere impartiti da persone ben preparate, o da professori di teologia o da sacerdoti”, così ha detto Putin mercoledì scorso durante un incontro con i rappresentanti delle confessioni “tradizionali” della Russia, secondo quanto riferito da RIA Novosti (8 febbraio).

Secondo il premier, il programma pilota ha coinvolto circa mezzo milione di bambini e studenti, 20.000 insegnanti e 30.000 istituti scolastici.
Durante l’incontro, Putin ha toccato anche il tema delle interferenze governative. “Non intendiamo interferire nelle attività delle organizzazioni religiose. Lo Stato non lo farà in nessun caso”, ha assicurato il premier ed ex agente dei servizi segreti sovietici KGB. “Questo vale anche per l’auto-organizzazione all’interno delle nostre comunità religiose”, ha proseguito Putin, candidato alle elezioni presidenziali del 4 marzo prossimo.
Secondo il premier, gli istituti educativi religiosi devono avere gli stessi diritti delle scuole pubbliche, incluso l’accesso a fondi governativi. Questo vale anche per i salari degli insegnanti, ha aggiunto.
Durante l’incontro, l’arcivescovo Hilarion di Volokolamsk, capo del Dipartimento per le relazioni esterne del patriarcato di Mosca, ha parlato a Putin della persecuzione dei cristiani in Paesi come Iraq, Egitto, Pakistan ed India.
L’esponente ortodosso ha chiesto al primo ministro, in caso di vittoria elettorale, di trasformare il tema in una delle priorità del suo mandato.

L’incontro a Teheran tra il venezuelano Chavez e Ahmadinejad

Chavez e Ahmadinejad
Chavez e Ahmadinejad ovvero comunismo a braccetto con l’islam

Il 30 luglio scorso il presidente venezuelano Hugo Chavez si è incontrato a Teheran con il suo omologo iraniano Mahmoud Amadinejad. L’incontro, tappa di un viaggio che ha portato il rappresentante di Caracas in Russia da Vladimir Putin e in Bielorussia da Alexander Lukashennko, ha avuto grande risalto sulla stampa interna ed estera. Molti commentatori hanno sottolineato le parole di amicizia espresse da Chavez nei confronti del leader iraniano e altri hanno dato ampio spazio al paragone fatto dal presidente venezuelano tra gli ebrei, che hanno attaccato il Libano per eliminare le postazioni di lancio dei missili lanciati da Hezbollah verso Israele, e Hitler.

Ad esempio Magdi Allam che in un articolo sul Corriere della Sera di lunedì ha sottolineato questi aspetti, intitolando il suo pezzo “La prima Internazionale dell’odio”.

Al di là  delle dichiarazioni amichevoli di Chavez nei confronti di Amadinejad e delle espressioni minacciose di entrambi contro il nemico comune indicato negli Stati Uniti, con le conseguenti preoccupazioni espresse dalla comunità  internazionale, il significato dell’incontro tra i due presidenti potrebbe essere di diverso contenuto. Risponde a verità  che, sin dal tentato golpe contro il suo governo del 2002 in cui il ruolo di Washington non fu di semplice spettatore, Chavez stia tentando di prendere contatti con molte delle nazioni che non vedono di buon occhio gli Stati Uniti e la loro politica di influenza globale. Tuttavia, tralasciando la sua retorica contro l’impero americano, il presidente venezuelano non può dimenticare che il destino del suo Paese è strettamente collegato a quello di Washington.

Il Venezuela rappresenta il quarto maggiore fornitore di petrolio degli Stati Uniti: ogni giorno 1,5 milioni di barili vengono estratti dal suolo del Paese caraibico e vengono inviati verso gli Usa. Di conseguenza Chavez non può permettersi di mettere in pericolo in modo definitivo le relazioni bilaterali con il vicino del nord: vi sarebbero troppe conseguenze negative per l’economia del suo Paese. D’altra parte, tenuto conto della continua tensione nei rapporti tra i due Paesi, Chavez ha avviato da tempo una strategia fondata sulla diversificazione del proprio export petrolifero, in modo da ridurre la dipendenza venezuelana dal mercato statunitense. Ad esempio: gli accordi con la Cina. Ma tale corso d’azione richiede tempo perchè se ne possano sentire gli effetti. A conferma della mancata volontà  di Chavez di non voler aggravare ancora le tensioni con Washington, malgrado i toni bellicosi, va ricordato che l’itinerario iniziale del suo viaggio avrebbe dovuto toccare anche la Corea del Nord di Kim Jong Il, ma tale tappa è stata cancellata dopo i recenti test missilistici di Pyongyang. D’altra parte lo stesso Chavez ha affermato che, con il viaggio per incontrare il suo omologo, era ormai la quinta volta che si recava in Iran e visto che Amadinejad è stato eletto nella scorsa estate, le precedenti volte il venezuelano non ha incontrato lui, ma altri esponenti iraniani che, pur se non ben accetti da Washington, mai avevano raggiunto il livello di contrasto e polemica anti-statunitense adoperato dall’attuale dirigente iraniano. In realtà , i presidenti dei due Paesi si sono incontrati, non tanto per costruire un tassello di una “internazionale dell’odio” contro gli Stati Uniti e gli ebrei – come sostiene Allam – ma per motivi più tipicamente economici. In particolare Chavez ha voluto fare del viaggio in Persia, una tappa della sua ricerca di partner in grado di fornirgli sufficiente sostegno per realizzare i propri obiettivi energetici in Sudamerica. I due Stati sono entrambi membri fondatori dell’Opec e lo scorso anno il loro interscambio commerciale e finanziario ha superato i 790 milioni di euro ed è loro intenzione accrescerlo ancora. Entrambi i leader hanno puntualizzato più volte la complementarietà  dei loro Paesi sia in termini finanziari sia tecnologici. Ad esempio, l’Iran non possiede, malgrado la ricchezza di idrocarburi, tecnologie adatte a massimizzare le rendite in questo settore, soprattutto per ciò che riguarda le attività  di raffinazione del prodotto grezzo, mentre il Venezuela potrebbe essere in grado di fornirle. E’ noto che il Paese mediorientale è costretto a importare benzina proprio in quanto deficitario di tali tecniche. Su 70 milioni di litri di carburante bruciati ogni giorno, 30 devono essere importati. La collaborazione petrolifera tra i due Paesi ha iniziato a svilupparsi anche riguardo lo sfruttamento delle enormi risorse di greggio ancora in gran parte inutilizzate della zona dell’Orinoco in Venezuela. Sin dallo scorso anno la Pdvsa (società  petrolifera di Stato del Paese caraibico) ha costituito joint venture con le omologhe iraniane per l’estrazione del greggio presente in quella regione. Nell’incontro di Teheran sono stati conclusi accordi riguardo questo aspetto. L’ampia liquidità  iraniana potrebbe essere molto utile anche per il finanziamento del progetto del grandioso gasdotto con cui Chavez vorrebbe fornire gas naturale a Brasile, Argentina e Uruguay. Nelle intenzioni del leader venezuelano, il “gasdotto del sur” dovrebbe essere uno strumento per garantire l’integrazione energetica dell’America Latina, primo passo per ulteriori progressi nel campo della unificazione dell’intero continente sudamericano. Tuttavia l’opera, lunga quasi ottomila chilometri, richiede grandi quantità  di denaro per essere costruita e l’Iran potrebbe essere un partner adeguato in questo settore. Lo stesso Chavez, al termine dell’incontro con Amadinejad, ha sottolineato l’importanza del ruolo dell’Iran nella realizzazione del gasdotto. Le stesse considerazioni potrebbero essere fatte riguardo l’uso della tecnologia nucleare a scopi civili. Alla fine dello scorso anno, Chavez sostenne che il suo Paese, in vista di un futuro possibile esaurimento delle scorte di idrocarburi, avrebbe voluto sviluppare l’uso dell’energia nucleare per finalità  civili e non militari. L’Iran è riuscito a completare il procedimento di arricchimento dell’uranio, primo passo verso lo sfruttamento a fini energetici dell’atomo, mentre il Paese latino-americano dispone solo di elevate quantità  di uranio che potrebbero però essere utilizzate da entrambi i Paesi per le loro necessità  nucleari.

Pier Francesco Galgani, 5 agosto 2006.

Compagno romano prodoff

Prodi ha sempre avuto rapporti sia con l’Unione Sovietica sia con la Russia di oggi. Con cui si è schierato, più volte, quando era presidente Ue. Uno dei primissimi a chiamarlo è stato Vladimir Putin: «Congratulazioni, professor Prodi: svilupperemo le già ottime relazioni fra Italia e Federazione Russa, così come lei e io abbiamo già fatto con quelle fra Unione Europea e Russia».
Sconcerto: ma come? Putin non era l’amico fraterno di Silvio Berlusconi, quello che andava da lui in vacanza in Sardegna?
La cosa non deve sorprendere. Berlusconi è amico di Putin, è vero, così come lo è di George W. Bush, e infatti il trionfo internazionale del leader italiano è consistito nell’avere mantenuto a un livello di eccellenza proprio le due relazioni più importanti: quella con il presidente americano e quella con il presidente della Federazione Russa. Due successi fondati sul rapporto umano, tanto che la Casa Bianca si è servita spesso di Palazzo Chigi per trattare con il Cremlino e viceversa, dal momento che la guerra fredda continua in modo discreto, essendo la Russia l’unico stato al mondo che mantiene reti di agenti illegali in Europa e negli Stati Uniti. Prodi invece ha sempre avuto rapporti organici piuttosto che personali sia con la vecchia Unione Sovietica che con l’attuale Russia e lo scorso 3 aprile di questo oscuro amore si è sentita l’eco al Parlamento europeo dove il deputato inglese Gerard Batten dell’Uk Independence party ha proposto un’inchiesta parlamentare sui rapporti fra Prodi e i servizi russi sulla base di varie testimonianze, fra cui quella dell’ex tenente colonnello del Kgb, poi Fsb, Alexander Litvinenko, il quale ha raccontato di essersi sentito dire dal generale Trofimov, suo vicedirettore (poi assassinato con la moglie), che rifugiarsi in Italia era pericoloso perché «là ci sono molti agenti dell’ex Kgb fra gli uomini politici e lo stesso Prodi è uno dei nostri». Esagerazioni di spie fuggiasche? Può darsi, ma anche restando ai fatti noti la storia di Prodi appare fortemente legata a quella russa. Considerato dai sovietici negli anni Settanta, secondo quanto riferito da Oleg Gordiewski, un intellettuale di sinistra non comunista meritevole di attenzione, Prodi non ha poi mai voluto spiegare l’oscura vicenda della falsa seduta spiritica in cui fu fatto emergere il nome di via Gradoli mentre era in corso il rapimento Moro, strettamente monitorato dai servizi di Mosca. Più tardi, nell’agosto 1991, Prodi espresse in un’intervista al Corriere della sera uno sconcertante sostegno nei confronti dei golpisti che volevano rovesciare Mikhail Gorbaciov e ripristinare il regime, mentre la società Nomisma da lui fondata aveva una fiorente succursale a Mosca per preparare i quadri sovietici in joint-venture con l’istituto Plehanov, sezione economica del Kgb. Ma il meglio delle sue inclinazioni filorusse Prodi lo ha dato come presidente della Commissione europea. Nel 1999 si schierò apertamente con la Russia contro la Polonia che guidava il cosiddetto gruppo Visegrad insieme con cechi, slovacchi, ungheresi, ucraini e bielorussi. Poi insisté pesantemente affinché Estonia, Lituania e Lettonia, le repubbliche invase da Stalin quando era alleato di Adolf Hitler, accettassero come seconda lingua ufficiale il russo, cioè quella degli odiati occupanti. Quindi Prodi operò con la massima energia affinché Putin fosse accolto alla pari nel club politico europeo e nel prestigioso forum di Davos. Due anni dopo Prodi si schierava di nuovo con la Russia contro la Polonia perché Varsavia aveva stretto forti e sgraditi legami con gli Stati Uniti dove aveva anche acquistato aerei da caccia F-16. Nel 2003, al summit di Washington fra Unione Europea e Stati Uniti, Prodi disse: «Vogliamo aiutare la Russia a integrarsi completamene nella nostra comunità. Vogliamo favorire tutte le forme di cooperazione non soltanto in economia, ecologia ed energia, ma anche in difesa, sicurezza e per la tutela dei diritti democratici». E quindi lanciò il suo slogan più famoso: «Russia ed Europa sono inseparabili come caviale e vodka». Si capisce quindi che la questione se Romano Prodi abbia o non abbia avuto una specialissima e non del tutto nota relazione con l’Unione Sovietica degli anni più bui e poi con la Russia putiniana non è campata per aria, ma semmai sembra l’interfaccia del forte antiamericanismo di quest’uomo, sul quale Washington finge di glissare.
Ma Prodi ricorda con rabbia, me lo confidò personalmente, quando all’aeroporto di New York gli agenti della sicurezza americani gli fecero togliere le scarpe per passarle al metal detector incuranti del fatto che fossero le scarpe del presidente europeo.

Di Paolo Guzzanti, da Panorama.

Aggiornamento da Eleonora trovate le iniziative della comunità europea, contro prodoff per i suoi trascorsi di spia del KGB

Orgoglioso di essere Italiano, orgoglioso di questo Presidente del consiglio.

Signor Presidente, Signor Vice Presidente alla Camera dei rappresentanti, Signori membri del Congresso, è per me uno straordinario onore essere stato invitato a pronunciare questo discorso nel luogo che è uno dei massimi templi della democrazia. Parlo in rappresentanza ed a nome di un Paese che nei confronti degli Stati Uniti d’America ha un’amicizia profonda, che agli Stati Uniti si sente legato da vincoli plurisecolari.Una parte importante dei cittadini americani ha origini italiane. Per loro l’America è stata una terra di opportunità che li ha accolti generosamente ed essi hanno contribuito con il loro ingegno e con il loro lavoro a rendere grande l’America. E sono orgoglioso di vedere quanti cittadini di origine italiana sono oggi membri del Parlamento della più grande democrazia del mondo.Per la generazione di italiani alla quale appartengo gli Stati Uniti rappresentano il faro della libertà e del progresso civile ed economico.


Sarò sempre grato agli Stati Uniti per aver salvato il mio Paese dal fascismo e dal nazismo a costo del sacrificio di tante giovani vite americane. Sarò sempre grato agli Stati Uniti perchè nei lunghi decenni della guerra fredda hanno difeso l’Europa dalla minaccia dell’Unione Sovietica. Impegnando ingenti quantità di uomini e di mezzi finanziari in questa battaglia vittoriosa contro il comunismo gli Stati Uniti permisero a noi europei di destinare risorse preziose alla ripresa e allo sviluppo della nostra economia.
Sarò sempre grato agli Stati Uniti per aver aiutato il mio Paese a vincere la povertà ed a conseguire crescita e prosperità dopo la Seconda Guerra Mondiale grazie alla generosità del Piano Marshall.
Ed oggi sono ancora grato agli Stati Uniti che continuano a pagare un alto prezzo in termini di vite umane nella lotta contro il terrorismo, per la sicurezza comune e per la difesa dei diritti umani in tutto il mondo. Quando guardo la vostra bandiera, non mi stancherò mai di ripeterlo, non vedo soltanto la bandiera di una grande democrazia e di un grande Paese, ma vedo soprattutto un simbolo, un messaggio universale di democrazia e libertà.
Signor Presidente, questi sentimenti hanno ispirato tutta la mia attività politica e l’azione dei governi che ho avuto l’onore di guidare.
Gli Stati Uniti hanno sempre potuto contare su un alleato solido e leale, pronto ad assumersi la responsabilità di essere al vostro fianco per la difesa della libertà. Lo abbiamo dimostrato dovunque l’impegno concreto dell’Italia sia stato necessario. Ne siamo profondamente orgogliosi. Sono 40.000 i militari italiani destinati esclusivamente alle missioni di pace. In Afghanistan abbiamo ora il comando della missione ISAF della Nato. In Iraq siamo impegnati in compiti di pacificazione e di costruzione della democrazia. Nei Balcani abbiamo assunto il comando delle missioni in Kossovo e in Bosnia Erzegovina. E siamo anche in Medio Oriente, in Sudan ed in altre parti del mondo, là dove si sono aperte delle ferite che occorre sanare.
Signor Presidente, prima degli atroci attentati dell’11 settembre i Paesi occidentali vivevano nella certezza della propria sicurezza. Vivevano nella certezza che nulla, dopo il crollo del Muro di Berlino, avrebbe potuto interferire con la loro vita civile e democratica. Nel 2001, appena insediato il mio secondo governo, mi trovai a presiedere il vertice G8 di Genova. Terminati i lavori previsti dall’agenda del Vertice, la cena conclusiva divenne una cena tra amici. Io mi tirai un po’ indietro dal tavolo quasi come un osservatore esterno, per godermi il dialogo cordiale che si svolgeva tra i leader dei più grandi Paesi industrializzati del mondo. Il Presidente Bush conversava amabilmente con il Premier giapponese Junichiro Koizumi. Pearl Harbour e Hiroshima erano definitivamente lontani. Il Primo Ministro Blair scherzava con il Cancelliere Schroeder. E poi ancora il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin si intratteneva amichevolmente con il Presidente Bush. La tragedia della seconda guerra mondiale e la guerra fredda, durata così tanti anni, erano lontane e dimenticate. Io provai, dentro di me, una grande felicità. Pensai che il mondo era davvero cambiato e come era diverso e in pace il mondo che consegnavamo ai nostri figli. Per loro si era aperta una nuova epoca di pace duratura.

E invece pochi mesi dopo accadde l’impensabile.

L’11 settembre ha segnato l’inizio di una guerra completamente diversa rispetto a quelle che hanno insanguinato l’umanità nei secoli passati. Non un conflitto tra Stati, non uno scontro di civiltà, poiché non si tratta di un attacco dell’Islam all’Occidente. L’Islam moderato alleato delle democrazie occidentali è anch’esso nel mirino dei terroristi. Si tratta di un attacco da parte del fondamentalismo radicale che usa il terrorismo contro l’avanzare della democrazia nel mondo e contro il dialogo tra le civiltà. Le democrazie occidentali si trovano di fronte all’attacco di organizzazioni fanatiche che colpiscono persone inermi e minacciano i valori fondamentali su cui si fonda la nostra civiltà. I governi democratici devono adempiere ad un compito enorme: difendere la sicurezza dei loro cittadini e garantire la loro “libertà dalla paura”.

Questa è la nuova frontiera della libertà.

Signor Presidente, io sono profondamente convinto che per difendere questa frontiera oltre al generoso impegno del vostro grande Paese, sia necessaria una grande alleanza di tutte le democrazie. Io credo che solo unendo gli sforzi delle democrazie di tutti i continenti riusciremo a liberare il mondo dal pericolo del terrorismo internazionale e dalla paura dell’aggressione da parte delle forze del male. La battaglia per la libertà dalla paura non è una battaglia a vantaggio soltanto dei cittadini dei Paesi che già vivono nella democrazia. E’ soprattutto una battaglia a vantaggio di quanti oggi vivono sotto regimi autoritari e illiberali. La storia ha dimostrato che l’aspirazione alla democrazia è universale e che libertà e democrazia sono positivamente contagiose. Quando i popoli sono esposti al vento della democrazia essi inevitabilmente rivendicano i propri diritti di libertà nei confronti dei loro governanti. Voi lo sapete bene perché il vostro Paese è il principale promotore di questo vento di libertà.

Ma c’è un altro motivo non meno importante per cui si impone una strategia comune da parte di tutte le democrazie.

Le previsioni delle Nazioni Unite ci dicono che nei prossimi 25 anni avremo un ulteriore aumento della popolazione di 2 miliardi di persone, ma saranno 2 miliardi di persone che in massima parte nasceranno e si troveranno a vivere in Paesi che oggi sono esclusi dal benessere. Da una parte ci saranno quindi 6 miliardi di esseri umani che vivranno in condizioni di povertà e dall’altra parte meno di 2 miliardi di uomini che vivranno nel benessere. Si svilupperà inevitabilmente una fortissima pressione migratoria. Per evitare che questo avvenga e ancor di più, che la fame e la disperazione possano generare odio ed essere strumentalizzate dal fondamentalismo non c’è altra soluzione che quella di far uscire questi Paesi dalla miseria e avviarli verso il benessere. E’ un nostro dovere morale ma è anche un nostro interesse vitale. Questo sarà possibile soltanto diffondendo e facendo crescere la democrazia. Tutti i nostri sforzi devono quindi essere indirizzati a far crescere in questi Paesi istituzioni che garantiscano il buon governo, lo Stato di diritto, il rispetto dei diritti umani e un’economia di libero mercato. Solo con la democrazia infatti si può avere la libertà. E solo la libertà garantisce che gli individui possano sviluppare i propri talenti, possano mettere a frutto le loro energie, possano realizzarsi e conquistare il benessere.

Non c’è quindi davanti a noi nessun’altra strada possibile se non quella di impegnarci tutti insieme, per diffondere la democrazia nel mondo.

Il governo da me guidato ha sempre operato con tenacia per una grande alleanza di tutte le democrazie. Ed è per questo che ho sostenuto con convinzione l’iniziativa del Presidente Bush di istituire un Fondo per la democrazia in seno alle Nazioni Unite. Per queste ragioni, lo ripeto, sono convinto che lo sforzo che ci attende da qui in avanti è quello di promuovere in tutti i Paesi la cultura dei diritti dell’uomo e delle sue libertà fondamentali.

Signor Presidente, per condurre vittoriosamente questa missione è necessario innanzitutto che i legami tra Unione Europea e Stati Uniti, tra le due sponde dell’Atlantico, si mantengano forti e solidi. Proprio perché persuaso di questa esigenza mi sono impegnato in una decisa e continua azione diplomatica e politica nei confronti dei miei colleghi europei affinchè, in occasione della vicenda irachena, l’Unione Europea non indebolisse i suoi legami con gli Stati Uniti d’America. Per lo stesso motivo non possiamo ignorare il pericolo che l’identità dell’Europa unita si definisca in contrapposizione all’America. La necessaria integrazione politica ed istituzionale dell’Europa non deve significare una “Fortezza Europa”, chiusa al mondo nell’illusione di conservare così il proprio benessere e la propria libertà.

Una concezione dell’unità europea improntata ad una velleitaria autosufficienza sarebbe moralmente sospetta e politicamente pericolosa.

Una divaricazione o peggio una contrapposizione tra gli Stati Uniti e l’Europa non avrebbe alcuna giustificazione e comprometterebbe la sicurezza e la prosperità del mondo intero. L’Occidente è e deve restare uno solo: non ci possono essere due Occidenti. L’Europa ha bisogno dell’America e l’America ha bisogno dell’Europa. Questo è vero sul piano politico, sul piano economico e sul piano militare. E’ quindi assolutamente necessario, anzi è fondamentale sostenere e rinvigorire l’Alleanza Atlantica, l’alleanza che per più di mezzo secolo ci ha garantito la pace nella libertà. Da “alleanza di difesa” la Nato sta progressivamente diventando un’organizzazione di sicurezza. Mentre le alleanze difensive sono esclusive, cioè create per proteggersi dalle minacce di altri blocchi, le organizzazioni che proteggono la sicurezza devono essere inclusive, perchè sono tanto più efficaci quanto maggiore è il numero dei Paesi che ad esse aderiscono. E’ proprio per queste ragioni che mi sono battuto affinchè si desse vita al Consiglio NATO-Russia coinvolgendo la Federazione Russa nell’architettura di sicurezza del mondo libero. Sono orgoglioso di aver lavorato insieme al Presidente Bush e al Presidente Putin affinché questo avvenisse e affinché questa storica decisione che confermò definitivamente l’adesione della Federazione Russa all’Occidente ed ai suoi valori trovasse poi consacrazione proprio in Italia, allo storico Vertice di Pratica di Mare. Quel giorno del 2002 ha segnato la fine dell’incubo dell’annientamento reciproco di due blocchi armati e contrapposti, un incubo durato più di mezzo secolo.

La NATO deve quindi restare lo strumento fondamentale per garantire la nostra sicurezza. Per questo le nuove capacità di Difesa Europea devono essere complementari a quelle della NATO. Insieme, NATO ed Unione Europea devono essere gli strumenti della democrazia per garantire la sicurezza nel mondo ormai globalizzato. Mi sono sempre adoperato per conseguire questo obiettivo che considero strategico e continuerò a farlo. In tale quadro le Nazioni Unite dovranno recuperare un ruolo centrale grazie ad un processo di riforme che le rendano più efficienti per rispondere alle nuove sfide del millennio.

Signor Presidente, i nostri valori di democrazia e di libertà hanno condotto l’Occidente ad assicurare ai nostri popoli una prosperità che non ha eguali nella storia dell’umanità. La storia ha dimostrato che soltanto la democrazia consente una solida economia di mercato perché libertà politica e libertà economica sono due facce della stessa medaglia. Siamo tuttavia consapevoli che vi sono Paesi del mondo che si stanno aprendo all’economia di mercato, ma nei quali non vi è ancora né autentica democrazia, né un sufficiente rispetto dei diritti dell’uomo. Questo impone ai Paesi più sviluppati e democratici di operare con determinazione affinché ovunque l’apertura al libero mercato si accompagni alla crescita delle istituzioni democratiche e al rispetto dei diritti dell’uomo.

L’economia di mercato è sempre un motore formidabile per favorire la trasformazione dei Paesi con regimi autocratici od autoritari in vere e proprie democrazie. L’azione per l’espansione dell’economia di mercato nel mondo è quindi una parte essenziale dell’azione per l’affermazione dei nostri valori, per l’affermazione della libertà, per un mondo più sicuro, più solidale e più prospero.

Signor Presidente, Signor Vice Presidente, Signori membri del Congresso, i legami tra il popolo americano ed il popolo italiano hanno radici lontane e profonde. Sono sicuro che continueranno a rafforzarsi, e che gli Stati Uniti troveranno sempre nell’Italia una nazione con la quale condividere la medesima visione del mondo.

Vorrei concludere ricordando una breve storia.

La storia di un ragazzo che alla fine dei suoi studi liceali fu portato dal padre a visitare il cimitero in cui riposano molti giovani valorosi soldati, giovani che avevano attraversato l’Oceano per ridare dignità e libertà ad un popolo oppresso. Nel mostrargli quelle croci, quel padre fece giurare a quel ragazzo che non avrebbe mai dimenticato il supremo sacrificio con cui quei soldati americani avevano difeso la sua libertà. Gli fece giurare che avrebbe serbato per il loro Paese eterna gratitudine.

Quel padre era mio padre, quel ragazzo ero io.

Quel sacrificio e quel giuramento non li ho mai dimenticati e non li dimenticherò mai.

Vi ringrazio.

Intanto in Italia i soliti sinistri esclamavano : E’ uno schifo, è raccapricciante. Sono andati a stringersi mani grondanti di sangue“.

Questo è il senso di democrazia di una sinistra che nei suoi rapporti internazionali può contare sull’ottima confidenza ed alleanza con i terroristi e uomini di Hamas.