Tag: vittoria

La Cristianofobia in Occidente: strategie e modalità

Persecuzioni+Anticristiane
Persecuzioni Anticristiane

Il termine cristianofobia ha fatto molta strada. Partito dal niente, sta raggiungendo picchi preoccupanti, anche in Europa. Esso indica l’odio nei confronti del Cristianesimo, che va crescendo in Oriente e in Occidente. Mentre in Oriente la cristianofobia si esprime nel tentativo di soffocare il cristianesimo nel sangue, in Occidente si cerca di estirparne le radici attraverso una persecuzione culturale, psicologica e morale. L’ordine naturale e cristiano è violato dalle leggi e dai costumi e coloro che si levano per difenderlo vengono perseguitati sul piano mediatico e giudiziario, giungendo talvolta all’aggressione fisica. L’autore di questo articolo mostra come vengono preparate campagne di demonizzazione dei cattolici: si prende un crimine odioso, si associa un colpevole al crimine, si estende la colpevolezza del crimine al gruppo, che in questo caso sono i cristiani. È la stessa strategia che fu usata durante le persecuzioni dell’Impero romano e che oggi si rinnova con gli strumenti sofisticati delle nuove tecnologie mediatiche.

La nuova persecuzione descritta da René Guitton e Bat Ye’or
Quando nel 2009 uscì Cristianofobia, tradotto in Italia nel 2010 da Lindau, molti lo intesero come un appello lontano. Troppo lontano. Il libro affrontava in circa 300 pagine la situazione dei cristiani al di fuori dell’Europa, con rapporti dettagliati e spesso drammatici, suddivisi geograficamente. «Anche gli ebrei e i musulmani sono perseguitati», è scritto sin dalle prime pagine «ma il riconoscimento delle loro sofferenze non deve avvenire al prezzo della negazione di quelle dei cristiani». Lo schema è evidente: laddove il cristianesimo non raggiunge la maggioranza della popolazione, ci si trova di fronte a discriminazioni di ogni sorta: nella vita quotidiana, nelle amministrazioni, nel lavoro. In diversi casi il vandalismo e il sacrilegio sono all’ordine del giorno. L’accusa di proselitismo può aprire le porte del carcere. Certo non è così dappertutto, ma a volte è ancora peggio. Attentati terroristici verso chiese cristiane gremite di fedeli, in occasione delle feste liturgiche, sono ormai azioni sistematiche. Stragi di uomini, donne, bambini in preghiera, indifesi, sono sempre più frequenti.

Lo studio di Guitton risulta ancora più allarmante se lo si accosta al libro del 2006 di Bat Ye’or: Eurabia. Come l’Europa è diventata anticristiana, antioccidentale, antiamericana, antisemita, sempre edito da Lindau. Qui viene analizzata la situazione europea, imbarazzata dalla propria cultura biblica, in costante lotta per apparire sempre più laica. Ma del tutto permissiva nei confronti dell’Islam. Strumenti come «l’occultamento del jihad»[1], ad opera di intellettuali, di politici europei, e di rappresentanti religiosi anglicani, venivano presentati per la prima volta al grande pubblico. Modalità di predominio come la dhimma, che permette all’Islam di richiedere ad un popolo suddito un riscatto per «la pace a prezzo della sua umiliazione»[2], sembravano adattarsi perfettamente alla situazione europea. A fronte di una vera e propria persecuzione extra-europea denunciata da Guitton, Bat Ye’or presentava un quadro di sconfortante debolezza ideologica intra-europea. Tanto da indurre ad una riflessione seria sulla cristianofobia europea, e alla formulazione di una domanda. Si tratta di Cristiano-fobia o di Catto-fobia?
La risposta dipende dal contesto. In un territorio dove convivono religioni diverse, allora è possibile trovare una generale Cristiano-fobia. Nei luoghi a maggioranza cristiana, c’è una più precisa Catto-fobia. Da notare anche un altro aspetto: nel primo caso c’è uno scontro diretto (impedimento aggressivo); nel secondo, in Europa, è più evidente una lotta mediatica per far allontanare i cristiani dalla fede (allontanamento ideologico). Si può anche pensare che la prima sia un peggioramento dell’altra, come una fase avanzata dello stesso processo.
In ogni caso, contesti diversi richiedono strumenti diversi. Secondo la grammatica che abbiamo illustrato prima, si gioca inizialmente sulla svalutazione dell’avversario. E il modo migliore, per togliere terreno ai cattolici, in Europa si chiama laicismo. È quella stessa laïcité che Guitton definisce il «principio legislativo che gode di un consenso quasi unanime […] ormai sul punto di diventare quasi un testo sacro, almeno a giudicare dagli strepiti che provengono da certi ambienti dell’integralismo laicista quando si affronta l’argomento». Il laicismo è pronto a mettere in discussione tutto, tranne il proprio approccio laico e «chi commette il sacrilegio di non pensarla come loro è regolarmente denunciato come un novello inquisitore»[3].

Gli USA prima potenza petrolifera

world-shale-gas-resources
world-shale-gas-resources

Gli Stati Uniti diverranno nei prossimi anni i maggiori produttori mondiali di petrolio e gas, materie prime di cui saranno presto anche esportatori.
La notizia, destinata a modificare radicalmente gli equilibri geopolitici internazionali e probabilmente la percezione stessa dell’America nel mondo, è stata ufficializzata dal recente rapporto World Energy Outlook redatto dall’Agenzia Internazionale dell’Energia. “Il Nord America è in prima linea di una trasformazione radicale della produzione di petrolio e gas che interesserà tutte le regioni del mondo“ ha dichiarato il direttore esecutivo dell’AIE, Maria van der Hoeven.
L’analisi evidenzia il culmine di un mutamento che in vent’anni ha visto Washington passare dal top della classifica mondiale dei consumatori di energia e importatori di petrolio al primo posto tra i produttori, anticamera della piena autosufficienza energetica.
I primi a vedersi sorpassare dagli americani saranno i russi che nel 2015 scenderanno al secondo posto tra i produttori mondiali di gas ma due anni dopo toccherà ai sauditi perdere il primato tra i produttori di greggio.
“Attorno al 2017, gli Stati Uniti diventeranno il principale produttore di petrolio, superando l’Arabia Saudita – ha sottolineato Fatih Birol, economista dell’agenzia.
Le previsioni indicano che nel 2030 gli Stati Uniti produrranno petrolio sufficiente a soddisfare il fabbisogno interno e ne diventeranno esportatori.
A premiare gli sforzi statunitensi sul fronte energetico non contribuiscono solo l’aumento della produzione interna e le tecniche estrattive improntate alla massima efficienza ricavando il metano dalle argille (shale gas) e combinando la perforazione orizzontale con la fratturazione idraulica.
Anche le politiche di contenimento dei consumi e l’adozione di misure concrete per il risparmio energetico e lo sviluppo di biocarburanti per veicoli e aerei contribuiscono a ridurre il fabbisogno e la dipendenza dalle importazioni.
I dati di oggi rivelano la tendenza definita dal rapporto: nei primi nove mesi di quest’anno  gli Stati Uniti hanno estratto circa 6,2 milioni di barili di greggio, 1,2 milioni in più del 2008.
“Nel 2011, per la prima volta dal 1949, gli Stati Uniti sono divenuti esportatori netti di prodotti raffinati, mentre la dipendenza dalle importazioni di petrolio greggio ha conosciuto un’inattesa inversione, scendendo in cinque anni dal 60 al 42 per cento grazie all’aumento della produzione (20 per cento dal 2008) e al declino dei consumi dopo il picco toccato nel 2007 ” ha scritto su “Affari Internazionali”  Alberto Clò, professore ordinario di Economia industriale all’Università di Bologna e Direttore della Rivista Energia.
“L’aumento della produzione di shale gas, salita al 40% della complessiva offerta, ha reso il paese sostanzialmente indipendente, creando oltre un milione di posti di lavoro e generando un surplus d’offerta che ha fatto crollare i prezzi interni del metano a livelli 3-4 volte inferiori a quelli del 2008 e a quelli oggi praticati in Europa” ha aggiunto Clò.”
La produzione americana di greggio è prevista aumentare entro il 2020 da 9,0 sino a quasi 16,0 milioni barili/giorno e quella di gas metano da 575 sino a 709 miliardi metri cubi nel 2030.
Citigroup ne stima il complessivo impatto incrementale sulla ricchezza americana nell’ordine di 2-3 punti percentuali, con un drastico taglio dell’energy bill con l’estero, che conta per oltre la metà delle complessive importazioni; un ulteriore rafforzamento del dollaro; forte crescita dell’industria e dell’occupazione.”
Nello stesso periodo in cui gli Stati Uniti raggiungeranno la piena autosufficienza energetica, l’AIE prevede che l’Asia continui a sostenere la domanda globale di petrolio, destinata a crescere di 7 milioni di barili al giorno entro il 2020 e a raggiungere i 100 milioni di barili al giorno nel 2035 contro  gli 87 milioni di barili del 2011.
I cambiamenti sul mercato dell’oro nero indicati dall’agenzia non riguardano solo gli Stati Uniti. L’Iraq ad esempio è destinato ad aumentare del 45 per cento la sua produzione entro il 2035 superando la Russia per livello di esportazioni.
Difficile valutare l’impatto sui prezzi poiché i fattori che lo determinano possono variare rapidamente e non dipendere solo dal nuovo ruolo degli Stati Uniti,  ma secondo l’AIE il costo del greggio salirà dai 108 dollari al barile di oggi a circa 125 dollari  (in termini di valore costante al netto dell’inflazione, pari a 215 dollari in termini reali) anche se negli ultimi tempi gli sbalzi sono stati vertiginosi: da un dollaro e mezzo al barile del 1970 agli 8 dollari del 1974,  dai 147 dollari del 2008 ai 50 dell’anno successivo.
Le stime sui prezzi dei prossimi 20 anni non tengono conto infatti delle variabili rappresentate da conflitti e tensioni nelle aree di maggior produzione di petrolio e gas che, dal Medio Oriente all’Asia Centrale all’Africa, sono in buona parte ben poco stabili o già destabilizzate.
Sui prezzi dipenderà inoltre il mantenimento di accordi tra i produttori come quelli in vigore oggi nell’ambito dell’Organizzazione dei Paesi produttori di petrolio (OPEC) o quello stipulato tra Stati Uniti e Arabia Saudita per garantire stabilità nelle forniture e nei prezzi ai mercati internazionali.
Il primato statunitense potrebbe cambiare radicalmente gli equilibri del mercato energetico portando i produttori a dirigere i flussi sempre di più verso l’Asia che con i suoi colossi economici e industriali avranno sempre più bisogno di energia.
L’AIE valuta che Cina, India e Medio Oriente assorbiranno oltre il 60 per cento dell’aumento del fabbisogno di energia nei prossimi anni. Un processo del resto previsto da tempo e in parte già in atto mentre il ruolo degli Stati Uniti tra i produttori di gas e petrolio potrebbe rendere più improbabile il distacco delle quotazioni energetiche dal dollaro propugnato oggi da Iran e Cina.
Al di là dell’impatto benefico sull’economia nazionale e sulla bilancia dei pagamenti, l’autonomia energetica potrebbe influire pesantemente sulle priorità strategiche di Washington e sulla percezione e difesa dei suoi interessi nazionali.

Il trattato di Osimo

confini
confini orientali nei periodi 1866 – 1918 – 1975

L’articolo 5 della Costituzione recita «la Repubblica è una e indivisibile». Allora perché è bastato un passaggio parlamentare ordinario e non speciale per ratificare il distacco della “Zona B” previsto da quel Trattato, avallando di fatto una modifica alla Costituzione stessa? Altro che Osimo in dubbio per la fine dell’ex Jugoslavia, cioè uno dei due soggetti firmatari, come si dibatteva dopo il ’92.

MA andiamo per ordine.

 10 Febbraio 1947: firma, a Parigi, del Trattato di Pace tra l’Italia e le nazioni vincitrici della seconda guerra mondiale. Un atto fortemente contestato, anche da personalità non certo accusabili di filofascismo (per tutte Benedetto Croce), un trattato che viene imposto all’Italia senza alcuna possibilità negoziale (sarà definito, per tale ragione, “Diktat”) e che segna in maniera drammatica le sorti del confine orientale italiano: cessione alla Jugoslavia di Zara, di Fiume e di gran parte dell’Istria, costituzione di uno stato cuscinetto, tra Italia e Jugoslavia, definito T.L.T. – Territorio Libero di Trieste, affidato alla tutela dell’ONU (che dovrà nominarne il Governatore) – e comprendente Trieste, il territorio ad essa immediatamente limitrofo ed una parte dell’Istria, corrispondente a circa un quarto della penisola.
All’epoca, non meno che in tutti i decenni che ne sono seguiti, il Diktat del ’47 è stato ripetutamente bollato per la sua ingiustizia ed iniquità: giudizio di certo sacrosanto se è vero, come è vero, che esso andò a sancire quel drammatico esodo di centinaia di migliaia di Italiani che abbandonarono le proprie terre, le proprie attività, i propri morti, pur di continuare ad essere Italiani; un Trattato che andò a premiare il criminale operato dei comunisti di Tito che, con le foibe, gli eccidi, il terrore di massa, realizzarono la “pulizia etnica” degli Italiani, in qualche modo anticipatrice di quelle “pulizie” che, decenni dopo, segneranno la dissoluzione della Jugoslavia.
Il Trattato di Parigi, però, fu qualcosa di più che un atto di ingiustizia, fu soprattutto un fatto macroscopico di stupidità (e ciò in politica è bene più grave): perché nel ’47 pretese affrontare e risolvere certi problemi, ignorando del tutto che oramai la situazione non era quella del ’45. L’Europa infatti non era più divisa tra paesi fascisti ed antifascisti, bensì tra blocco occidentale e blocco orientale. Fu proprio questa “stupidità” a costituire la causa specifica del fenomeno dell’Esodo. Infatti sia gli Italiani dell’Istria che quelli di Briga e Tenda si videro ceduto ad uno stato straniero e sempre a causa dello stesso Trattato di Parigi: i primi finirono sotto la Jugoslavia comunista, i secondi sotto la Francia democratica ed occidentale. L’esodo, le foibe, gli eccidi riguardarono però solo il confine orientale d’Italia, non certo quello ad occidente. Tutto ciò non era stato peraltro previsto dal Trattato di Pace che, scandalosamente, aveva ignorato che il mondo ormai si divideva tra paesi comunisti e paesi democratici e che, pertanto, ben diversa era la conseguenza di uno spostamento di confini quando realizzato a cavallo della linea divisoria tra i due blocchi.
Un secondo esempio di tale “stupidità”: il meccanismo della nascita dello stato cuscinetto del Territorio Libero di Trieste era ormai tanto fuori dalla realtà da morire prima ancora di nascere e ciò per la banalissima ragione che l’Onu non riuscì mai a mettersi d’accordo neppure sul nome del designando Governatore. Ogni nome proposto dalle nazioni occidentali incappò nel veto di Mosca e viceversa. Sempre perché nel ’47 (e così per lunghi successivi decenni) la situazione politica sarebbe stata ormai totalmente condizionata da una logica (quella dei blocchi) che il trattato di Parigi aveva preteso di totalmente ignorare.

5 ottobre 1954: a Londra, Francia, Inghilterra e Stati Uniti siglano con Italia e Jugoslavia un “Memorandum d’intesa” in forza del quale la parte del costituendo Territorio Libero amministrata dagli Alleati viene restituita all’amministrazione dell’Italia. E l’atto che permetterà, il 26 ottobre dello stesso anno, il ritorno definitivo di Trieste alla madrepatria.
Il Memorandum non ebbe mai la natura di un trattato internazionale, tanto che non venne neppure sottoposto a ratifica del parlamento italiano. Fu semplicemente un accordo di natura pratico-amministrativa che si contava sulla constata impossibilità di dare attuazione a ciò che il Trattato di Parigi aveva previsto e cioè la nascita del nuovo staterello.
Tale constatazione non si tradusse peraltro in quella che doveva essere la logica sua conseguenza e cioè restituire all’Italia tuffo ciò che non era possibile dare ad uno stato mai nato e che mai sarebbe esistito. La restituzione si realizzò solo limitatamente a Trieste, nel mentre la cosiddetta “zona B”, vale a dire la parte dell’Istria del previsto T.L.T., continuò a subire l’amministrazione della Jugoslavia, amministrazione che aveva il suo solo fondamento giuridico nell’occupazione militare del ’45 e che era in pieno contrasto con i confini della Jugoslavia, così come fissati dal Trattato di Parigi.
La conseguenza, umana, di tutto ciò che fu proprio il Memorandum di Londra segnò la spinta finale perché Capodistria, Isola, Pirano, Buie, Umago e Ciffanova vedessero trasformarsi i propri cittadini in Esuli in Italia, così come già era awenuto per i fratelli di Zara, di Fiume, di Pola e del resto dell’Istria.

10 novembre 1975: nella cittadina marchigiana di Osimo il ministro degli Esteri italiano, Mariano Rumor, e quello jugoslavo, Milos Minic, firmano un trattato meritevole di entrare nel Guinness dei primati. Uno dei due contraenti, il governo di Roma, paga una serie di prezzi non da poco: la rinuncia alla sovranità italiana sulla zona B, la concessione di una zona franca italo-jugoslava, a cavallo del confine di Trieste, che apre a Belgrado una porta verso il Mercato Comune, più altri vantaggi materiali. L’altro contraente, la Jugoslavia, non dà contropartite di alcun genere, si limita ad incassare i lauti benefici.
Una sorta di curioso patto leonino, nel quale tutti i vantaggi vanno alla parte più debole, Belgrado, e tutti i danni a quella più forte, Roma. Siamo infatti in un momento nel quale l’Italia ha ormai il rango di quinta o di sesta potenza economica mondiale, nel mentre la Jugoslavia risulta già un paese economicamente allo sbando e segnato politicamente dalla generale previsione che, alla morte dell’ormai anziano dittatore Tito, tutto il suo castello politico sarà destinato alla crisi e forse allo sfascio.
Con il Trattato di Osimo si realizza tra l’altro un fatto politico-costituzionale di rilevanza assoluta: l’Italia accetta, tranquillamente, di sacrificare la sua integrità territoriale, senza che il mondo politico (salvo poche eccezioni) sembri quasi accorgersene. Bossi e le sue pretese di secessione possono ben vantare, in quel Trattato, un valido precedente a cui potersi richiamare nella loro volontà di spezzare il territorio nazionale!

16 gennaio 1992: morto da qualche anno il Maresciallo Tito, crollato il sistema dei regimi comunisti dell’Est, anche la Jugoslavia è giunta al capolinea ed al disfacimento. Al suo posto sono nate nuove realtà statuali. Sotto la pressante spinta di Bonn, due di questi nuovi stati, Slovenia e Croazia, vengono riconosciute dai paesi europei e tra questi anche dall’Italia.
Con questo atto di riconoscimento tutte le precedenti vicende, relative ai confini orientali d’italia (Trattato di Pace, Memorandum di Londra, Trattato di Osimo), risultano dunque superate e ciò proprio dall’accettazione italiana dei nuovi confini sloveni. L’Istria entra così inequivocabilmente ad essere parte o della Slovenia o della Croazia.
I negoziatori italiani pongono almeno due limitazioni, all’atto del riconoscimento: l’impegno di Croazia e Slovenia a garantire la tutela e l’unitarietà della minoranza italiana in Istria e, poi, la questione aperta della restituzione agli Esuli italiani dei beni immobili espropriati dal regime di Tito.
Sarà proprio su questi due temi (minoranza italiana e restituzione delle case) che si incentrerò, negli anni successivi, il contenzioso tra Roma, Lubiana e Zagabria. Contenzioso che con il ministro Martino, del Governo Berlusconi, arriverò a concretizzarsi nel veto italiano, a livello europeo, all’ingresso di Lubiana nell’Unione Europea; veto che verrà mantenuto dal successore di Martino, Susanna Agnelli, ed anzi fatto recepire dagli stessi organismi comunitari. Sarà infatti Bruxelles a ribadire che le porte europee resteranno sbarrate per la Slovenia, se Lubiana non avrò prima risolto il contenzioso con l’Italia.

Maggio 1996: siamo ormai all’ultimo atto. A Roma è stato appena formato il governo Prodi. Sottosegretario agli Esteri figura l’on. Piero Fassino il quale, prima ancora che il Senato abbia votato la fiducia al Governo di cui fa parte, si precipita a Lubiana per incontrare i governanti sloveni (tutti, come lui, ex comunisti doc) per consegnare alla Slovenia il bel pacco dono: la rinuncia italiana ad ogni veto, affinché le porte d’Europa si possano spalancare per Lubiana. Il tutto senza ottenere, e nemmeno chiedere niente di niente in contropartita.
La minoranza italiana e la sua unitarietà restano così in balia dei governanti sloveni; quanto ai beni rapinati agli Esuli il prode Fassino ottiene la vaga promessa che essi quei beni forse potranno ricomprarseli (da coloro che glieli hanno rubati). Promessa che, proveniente da un governo balcanico e di ex comunisti, ha comunque un grado di probabilità di realizzarsi che è molto prossimo allo zero.
Certo è che, trascorso ormai un anno da quel fulmineo viaggio lubianese del nostro sottosegretario, da parte slovena non si è visto passo di alcun genere. I segnali che giungono dalla Slovenia sono anzi decisamente di segno contrario (si parla di inesistenti limiti costituzionali, di ipotesi di referendum e così via), tanto da motivare espliciti interventi di richiamo da parte delle autorità europee (evidentemente poco inclini a prendersi in casa soggetti così poco affidabili). Ben più a ragione il presidente Prodi ed il viceministro Fassino dovrebbero farsi sentire e protestare con gli amici sloveni, ma così non è. Considerano, chiaramente, che con Lubiana, dopo aver ceduto tutto ed anche di più, non esiste ormai questione di sorta. Si limitano quindi ad uno stanco negoziato con la Croazia, nel quale è a tutti più che evidente che non ci potrò essere esito diverso da quello già realizzato con la Slovenia: una bella e solenne rinuncia, da parte italiana, ad ogni richiesta di giustizia per gli Esuli, ad ogni impegno di tutelare per gli italiani rimasti.
Sarà la conclusione coerente di una lunga vicenda di oltre cinquant’anni. Una vicenda nata male, proseguita peggio e conclusa in modo pessimo: con la bancarotta, totale e fraudolenta, della politica estera italiana sul confine orientale :

L’incontro tra Slovenia, Croazia e Italia, finalmente è arrivato a sancire ufficialmente la fine di una situazione di confine ingarbugliata da anni. Bene ha fatto, pertanto, il nostro Presidente Napolitano a presenziare a quell’atto dovuto alla Storia.
Ma a titolo di commento amaro, c’è da sottolineare che l’Italia è sempre quella che, internazionalmente, alla fine di un qualsiasi avvenimento sia guerresco che politico, a posteriori, ci rimette sempre a tavolino.
Dopo la “vittoria rubata” della prima guerra mondiale, questa volta la “pace rubata” parte da Osimo dove, nel ’75, il sottaciuto “Trattato” fu firmato tra Italia e Jugoslavia, caldeggiato dall’allora PCI che costrinse il governo Moro a cedere la zona “B” istriana all’amico Tito, in contropartita di un tacito sostegno allo stesso governo. (e finalmente ottennero quello che volevano fin dal 1945).
Fino a quell’anno, infatti, l’Istria era territorialmente ancora italiana, anche se amministrata in “via temporanea” dalla Jugoslavia. L’Italia si accontentò solo di qualche promessa a favore degli esuli, ma una volta definito l’abbandono (denunciato come un Atto di tradimento contro la Nazione), la Jugoslavia arrivò a vietare “solo” agli italiani di acquistare immobili e terre!

Nel trattato, però, Tito accettò una clausola: l’Istria sarebbe stata indivisibile, pena il decadimento dell’accordo stesso. Certo, il Maresciallo non immaginava una frammentazione federale postuma, ma l’Istria è stata divisa tra Slovenia e Croazia e quindi vi sarebbero state tutte le premesse per sollevare un’’istanza di revisione internazionale. Potrebbe sembrare non attuale, oggi, in tempi d’Europa Unita, riparlare di un vecchio Trattato del ’75, ma sta di fatto che c’’è e proprio noi, italiani, non dobbiamo aver paura di nominarlo, proprio perché siamo noi a volerlo superare, esigendo però, almeno,  rispetto dall’’altra parte e quanto meno non diffidenza o ritorsioni psicologiche… (come per esempio, al rovescio, in Alto Adige). Se poi dicessero, i confinanti, che non riconoscono Osimo, in quanto firmato con  la Jugoslavia, allora non sarebbe valido nessun trattato post-bellico imposto da quei presuntuosi alleati anglofoni e torneremmo alla Serenissima Venezia, dove comandava il commercio…

Per il trionfo dell’islamismo nessuno ha fatto di più di Barack Hussein Obama

Obama_Islam_161
Obama islam

Il capo di al-Qaeda Ayman al Zawahiri e i suoi colonnelli in Malì, Somalia, Pakistan e Afghanistan e Libia, i leader dei Fratelli Musulmani e dei movimenti salafiti in Nord Africa e Medio Oriente si sono impegnati con dedizione nel diffondere e nell’imporre l’islamismo con sfumature più o meno estremiste. Per farlo hanno ricevuto armi e denaro, alcuni ufficialmente altri clandestinamente, dai Paesi del Golfo Persico. Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, tutti in prima linea per sostenere la primavera araba contro i vecchi regimi laici non certo per portarvi la democrazia ma bensì per imporre sharia e governo islamico. Non a caso, una sorte ben diversa ha avuto la primavera araba del Bahrein dove la rivolta della maggioranza scita è stata soffocata nel sangue dall’esercito saudita senza che nessuno a Washington, Londra, Parigi e Roma gridasse al genocidio, chiedesse una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu o l’imposizione di una no-fly-zone. Per il Bahrein e le monarchie feudali del Golfo nessuna primavera all’orizzonte. Ma il vero campione dell’islamismo, l’uomo che più di ogni altro ha aiutato al-Qaeda, talebani, salafiti, fratelli e cugini musulmani a imporsi o a far sentire il peso della loro influenza in molti Paesi è senza dubbio Barack Hussein Obama. Da quando è entrato alla Casa Bianca il presidente Barack Hussein Obama non ha infatti sbagliato un solo colpo per favorire l’ascesa dell’islamismo. Nel 2010, dopo aver tergiversato tre mesi di fronte alle richieste di rinforzi formulate dai comandanti militari in Afghanistan, ha infine deciso di inviare 33 mila soldati annunciando però che li avrebbe ritirati dopo un anno e che nel 2014 tutti i militari alleati avrebbero lasciato il Paese. Un annuncio che sancito la sconfitta in Afghanistan, l’inutile sacrificio di oltre 3 mila caduti alleati e assicurato la vittoria (o ma non-sconfitta) ai talebani che da allora hanno adottato la tattica più idonea: sottrarsi per quanto possibile agli scontri durante le offensive del 2010 a Helmand e Kandahar per poi lanciarsi al contrattacco dopo l’avvio del ritiro degli alleati in attesa di marciare nuovamente su Kabul. Per comprendere la portata della dichiarazione di Obama provate a immaginare cosa sarebbe accaduto se nella Conferenza di Teheran del 1943 Roosevelt, Churchill e Stalin avessero annunciato che avrebbero combattuto tedeschi e giapponesi solo per un altro anno, poi avrebbero ritirato le truppe da tutti i fronti. Talebani e al-Qaeda ora sono più forti e non hanno motivo di negoziare con Kabul, anche il Pakistan non ha nessun interesse a cooperare con Washington sapendo che gli americani se ne andranno dall’Afghanistan. Ingenuità? Pressapochismo? Dilettantesco approccio ai problemi strategici? A meno di due mesi dalle elezioni presidenziali i repubblicani accusano Barack Hussein Obama di incompetenza per una politica estera dagli esiti disastrosi. Basti pensare che l’11 settembre, poche ore prima che i miliziani attaccassero il consolato a Bengasi, Barack Hussein Obama commemorò l’11/9 affermando che l’America oggi “è più forte, più sicura più rispettata”. E’ vero che con Barack Hussein Obama alla Casa Bianca … continua su Analisi Difesa

Soldati italiani circondati da civili

Sconfitta in Afghanistan

Soldati italiani circondati da civili
Soldati italiani circondati da civili

Chi si occupa di conflitti evitando di mettersi le lenti deformanti imposte dalla cultura buonista post sessantottina se n’era già accorto da un pezzo, fin dal conflitto iracheno e forse addirittura da quello somalo dei primi anni ‘90. Ora però a spiegarci i motivi militari ma soprattutto culturali della sconfitta che l’Occidente sta rimediando in Afghanistan è intervenuto autorevolmente il professor Tawfik Hamid, 50 enne ex estremista islamico oggi ascoltato esperto nella lotta al terrorismo che ha insegnato in numerose università statunitensi (UCLA, Stanford, Georgetown, Miami) e docente di Radicalismo islamico al Potomac Institute for Policy Studies. In un ampio articolo pubblicato il 23 aprile sul sito Radicalislam.org  intitolato “I dieci motivi della sconfitta statunitense in Afghanistan” Hamid ricorda le difficoltà degli statunitensi a confrontarsi con la cultura e la società afghana e islamica in una guerra iniziata con l’obiettivo di cacciare al-Qaeda e talebani per portare la democrazia a Kabul e che si avvia a concludersi (con il ritiro della Nato) con il presidente Hamid Karzai che strizza l’occhio agli estremisti islamici e promuove leggi sociali di ispirazione fondamentalista rigidissime per le donne. Un chiaro esempio, secondo Hamid, di come Karzai si prepari a convivere con i Talebani considerati futuri vincitori (o almeno non sconfitti) e abbia già valutato come perdenti statunitensi e alleati che hanno addirittura annunciato con ampio preavviso la data del loro ritiro dall’Afghanistan. Il professor Hamid sottolinea dieci aspetti che hanno portato Washington e i suoi alleati verso la sconfitta o, quanto meno, la mancata vittoria. Li potete leggere tutti nell’articolo linkato ma mi limito a evidenziarne alcuni che mi pare ben rappresentino l’incapacità politica, sociale e culturale dell’Occidente afflitto da relativismo culturale e reso flaccido da decenni di terzomondismo e pacifismo di combattere e vincere conflitti presentando un modello culturale vincente.
Secondo Hamid, nell’intento di sembrare rispettosi della cultura locale gli statunitensi sono apparsi deboli agli occhi delle popolazioni afghane. Pronti a porgere scuse per ogni vittima civile (anche quelle inventate per incassare gli indennizzi pagati dalla Nato) gli alleati sono arrivati a far indossare il velo (hijab) alle soldatesse addette ai rapporti con la popolazione femminile locale. Un’idea assurda, tesa a mostrare sensibilità culturale ma che secondo Hamid ha solo indotto gli afghani a considerarci deboli, portatori di una cultura inferiore e subalterna a quella musulmana. Una considerazione ovvia: invece di portare e imporre la libertà di scelta alle donne afghane le soldatesse occidentali si vestono come loro.

Somalia missione Ibis2 agguato al checkpoint Pasta
Somalia missione Ibis2 agguato al checkpoint Pasta

Le raffinatezze culturali imposte dal politically correct faticano a fare breccia in una società dove gli analfabeti sono il quasi i tre quarti della popolazione.
Per questo gesti che noi consideriamo di rispetto culturale inducono gli afghani a percepirci come deboli aiutando così la propaganda talebana che, per ammissione degli stessi vertici militari di Washington, ha vinto la guerra delle idee e della comunicazione. Come ricorda Hamid “la mentalità tradizionale musulmana tende a rispettare la forza non la debolezza”. Così anche il frequente uso della parola “ritiro” da parte di Obama ha aiutato la percezione della debolezza dell’America poiché “ritiro” è un termine parente stretto di “sconfitta”.
Anche gli inchini eccessivi di Barack Obama davanti al monarca saudita o la difesa operata dalla Casa Bianca del diritto di un gruppo islamico di costruire una moschea nel Ground Zero di New York o la minaccia di punire gli uomini della Cia che avevano torturato i terroristi per ottenere informazioni hanno fatto apparire debole l’America.
C’è del vero in quanto afferma Hamid, basta ricordare che nel 1943-45 noi italiani (e gli altri europei) abbiamo acclamato come “liberatori” gli anglo-americani che hanno ucciso decine di migliaia di civili e distrutto le nostre città con pesanti bombardamenti (quelli si “a tappeto” a differenza dei raids mirati di oggi in Afghanistan) ma che erano portatori disinvolti di un modello culturale vincente ed esportato con una forza che non era solo insita nelle armi.
Nel luglio 1943 nessun soldato statunitense si sarebbe messo la coppola in testa per risultare più accattivante alla popolazione siciliana.
Hamid evidenzia poi che invece di preannunciare ritiri di truppe gli alleati avrebbero dovuto varare una politica di comunicazione tesa a spiegare agli afghani che ogni azione terroristica talebana avrebbe prolungato la loro presenza scoraggiando così il sostengono agli insorti e smentendo la propaganda talebana che ha sempre parlato di insurrezione per costringere gli infedeli ad andarsene. Al tempo stesso si sarebbe potuto influenzare (minacciare) il clero afghano per i sermoni che incitano all’odio e al sostegno ai talebani togliendo così legittimità religiosa agli insorti.
Un’iniziativa però difficile da attuare per chi non vuole rischiare di apparire nemico dell’Islam.
Alle valutazioni di Hamid occorre aggiungere un ulteriore elemento che denota la debolezza dell’Occidente e la sua incapacità di combattere conflitti prolungati: le perdite. In Iraq gli alleati hanno registrato tra il 2003 e il 2011 meno di 5 mila caduti, quasi 4.500 dei quali statunitensi. In Afghanistan a oggi i caduti in 11 anni sono meno di 3 mila, per due terzi americani. Di fatto dall’ottobre 2001 a oggi l’Occidente, cioè la più grande potenza planetaria con circa 4 milioni di militari professionisti in servizio, ha subito perdite pari a meno di 7.800 soldati dei quali solo 1.350 non americani. Un prezzo che nei conflitti dei decenni scorsi sarebbe stato considerato eccezionalmente contenuto (in dieci anni in Vietnam morirono 55mila statunitensi) giudicato invece oggi insostenibile dalla nostra società, su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Russia: la religione a scuola diventa obbligatoria

Cristo in un'icona Ortodossa
Cristo in un'icona Ortodossa

Vietata durante il periodo sovietico, la materia era ritornata nel 2009 in alcune regioni del paese.
Il primo ministro russo Vladimir Putin ha approvato il decreto che sigilla il ritorno dell’insegnamento della religione in tutte le scuole dell’enorme Paese
. Lo riferisce oggi l’agenzia AsiaNews.
Come ricorda il sito del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere), dopo l’esperienza “positiva” di un programma pilota avviato nel 2009 sui banchi delle scuole medie di un gruppo di regioni prescelte, la materia diventerà obbligatoria dal prossimo anno scolastico.
Gli alunni delle scuole elementari e medie dovranno iscriversi a corsi generici sui “fondamenti della cultura religiosa” o “fondamenti di etica pubblica” o, in alternativa, frequentare un corso su una delle quattro religioni ritenute “tradizionali”, cioè il cristianesimo ortodosso, l’islam, l’ebraismo o il buddismo.
Fortemente appoggiata dalla sempre più influente Chiesa ortodossa russa, l’iniziativa ha suscitato anche reazioni negative e critiche. “Penso sia sbagliato dividere i bambini in gruppi secondo la fede religiosa, potrebbe causare molti problemi”, ha detto Ivar Maskurov, un esperto di religioni citato da AsiaNews.
Altre voci critiche hanno fatto notare la mancanza di insegnanti qualificati e di libri di testo adatti, come ha ammesso del resto la responsabile del ministero dell’Istruzione per l’insegnamento della religione, Elena Romanova.
Per ordine del premier, il ministero ha dato nei giorni scorsi il via ai corsi di formazione per gli insegnanti di religione.
I corsi “dovrebbero essere impartiti da persone ben preparate, o da professori di teologia o da sacerdoti”, così ha detto Putin mercoledì scorso durante un incontro con i rappresentanti delle confessioni “tradizionali” della Russia, secondo quanto riferito da RIA Novosti (8 febbraio).

Secondo il premier, il programma pilota ha coinvolto circa mezzo milione di bambini e studenti, 20.000 insegnanti e 30.000 istituti scolastici.
Durante l’incontro, Putin ha toccato anche il tema delle interferenze governative. “Non intendiamo interferire nelle attività delle organizzazioni religiose. Lo Stato non lo farà in nessun caso”, ha assicurato il premier ed ex agente dei servizi segreti sovietici KGB. “Questo vale anche per l’auto-organizzazione all’interno delle nostre comunità religiose”, ha proseguito Putin, candidato alle elezioni presidenziali del 4 marzo prossimo.
Secondo il premier, gli istituti educativi religiosi devono avere gli stessi diritti delle scuole pubbliche, incluso l’accesso a fondi governativi. Questo vale anche per i salari degli insegnanti, ha aggiunto.
Durante l’incontro, l’arcivescovo Hilarion di Volokolamsk, capo del Dipartimento per le relazioni esterne del patriarcato di Mosca, ha parlato a Putin della persecuzione dei cristiani in Paesi come Iraq, Egitto, Pakistan ed India.
L’esponente ortodosso ha chiesto al primo ministro, in caso di vittoria elettorale, di trasformare il tema in una delle priorità del suo mandato.