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L’Italia ha eroi di guerra però se ne vergogna

colonnello marco centritto
Colonnello Marco Centritto

Potremmo chiamarli ”eroi ignoti”, o quasi, i militari decorati il 10 maggio a Viterbo in occasione della festa dell’Aviazione dell’Esercito. Di loro ha parlato il sito specializzato Perseo News e i loro nomi sono apparsi sulla Gazzetta Ufficiale insieme ad altri soldati decorati per le operazioni dell’estate 2009 in Afghanistan. In tutto una decina tra paracadutisti e piloti di quegli elicotteri da attacco Mangusta che dal 2007, anno in cui furono schierati a Herat, hanno salvato la vita a centinaia di soldati italiani, alleati e afghani caduti nelle imboscate talebane. I cannoni da 20 millimetri e i missili Tow dei Mangusta hanno ucciso in cinque anni un numero elevato di miliziani che nessuna fonte ufficiale indicherà mai. Indipendente dal colore dei governi di Roma Sulle operazioni belliche, sul numero di nemici uccisi e sugli atti di eroismo dei nostri soldati in Afghanistan la Difesa ha sempre mantenuto un basso profilo. Parlare di battaglie, nemici uccisi ed eroi che fanno strage di talebani manderebbe in soffitta anni di retorica sulle “missioni di pace” che evidenzia le attività umanitarie dei nostri militari e nasconde dietro silenzi ed eufemismi i combattimenti. Come in tutte le guerre, anche in quella afghana non mancano gli atti di valore. Sono decine i militari italiani decorati negli ultimi anni per eroismo in combattimento (anche in Iraq) la gran parte dei quali destinati a restare sconosciuti o quasi all’opinione pubblica. Tra gli ultimi dieci decorati c’è il colonnello Marco Centritto (nella foto), medaglia d’oro al valore dell’Esercito. Nell’estate 2009 guidava a Herat la task Force Fenice che raggruppa gli elicotteri Mangusta da attacco, Chinook cargo e AB 205 multiruolo. Centritto è pilota provetto di tutti questi velivoli e in quell’estate calda, che vide i parà della Folgore guidati dal generale Rosario Castellano all’offensiva in tutto l’Ovest afghano per strappare ai talebani il controllo del territorio, non era difficile vederlo decollare ai comandi di un agile Mangusta e il giorno dopo ritrovarlo alla guida di un pesante birotore Chinook. La motivazione della decorazione, ottenuta per gli atti di valore compiuti tra il 10 e il 14 giugno nei settore di Bala Murghab, parla chiaro. Alla guida dell’aeromobile, benché colpito dal fuoco avversario in più punti del velivolo, con manifesto rischio della propria vita completava le missioni di volo e perseverava nel garantire il prezioso supporto di fuoco. Grazie alla pronta capacità di reazione, all’indomito coraggio e all’efficacia dell’azione, riusciva a neutralizzare la minaccia e a completare con successo le missioni affidategli”. Tradotto dal militarese Centritto e i suoi piloti si distinsero nella battaglia per allargare l’area controllata dagli italiani a Bala Murghab. Scontri durissimi che videro i jihadisti decapitare alcuni soldati afghani catturati e nei quali, solo il 10 giugno, vennero uccisi oltre 90 talebani molti dei quali falciati dalle raffiche dei Mangusta. In quel settore il colonnello Marco Tuzzolino, alla testa del 183° reggimento paracadutisti, ha meritato la medaglia d’argento al valore per aver guidato l’assalto al posto di frontiera con il Turkmenistan di Monchak, occupato dai talebani, “conducendo personalmente un elisbarco ad altissimo rischio”. Il colonnello Andrea Ascani e il maggiore Stefano Salvadori sono stati decorati rispettivamente con la medaglia al valore d’argento e di bronzo per l’intervento effettuato il 28 agosto 2009 a Pusth Rod, 20 chilometri a nord di Farah, dove i talebani attaccarono una stazione di polizia afghana il giorno dopo aver fatto esplodere un ordigno sotto un blindato Lince dei paracadutisti. I Mangusta intervennero in soccorso degli agenti afghani sotto assedio e Ascani “a rischio della propria vita, benché fatto segno a fuoco e con il proprio elicottero colpito, proseguiva nell’azione riuscendo a neutralizzare gli elementi ostili”. Anche l’elicottero di Salvadori venne colpito dal fuoco talebano ma il maggiore “proseguiva con efficacia l’azione di contrasto , fino alla neutralizzazione delle sorgenti di fuoco ostili”. Eroi di guerra, decorati oggi quasi in silenzio per battaglie combattute e vinte tre anni or sono.

Gianandrea Gaiani

Soldati italiani circondati da civili

Sconfitta in Afghanistan

Soldati italiani circondati da civili
Soldati italiani circondati da civili

Chi si occupa di conflitti evitando di mettersi le lenti deformanti imposte dalla cultura buonista post sessantottina se n’era già accorto da un pezzo, fin dal conflitto iracheno e forse addirittura da quello somalo dei primi anni ‘90. Ora però a spiegarci i motivi militari ma soprattutto culturali della sconfitta che l’Occidente sta rimediando in Afghanistan è intervenuto autorevolmente il professor Tawfik Hamid, 50 enne ex estremista islamico oggi ascoltato esperto nella lotta al terrorismo che ha insegnato in numerose università statunitensi (UCLA, Stanford, Georgetown, Miami) e docente di Radicalismo islamico al Potomac Institute for Policy Studies. In un ampio articolo pubblicato il 23 aprile sul sito Radicalislam.org  intitolato “I dieci motivi della sconfitta statunitense in Afghanistan” Hamid ricorda le difficoltà degli statunitensi a confrontarsi con la cultura e la società afghana e islamica in una guerra iniziata con l’obiettivo di cacciare al-Qaeda e talebani per portare la democrazia a Kabul e che si avvia a concludersi (con il ritiro della Nato) con il presidente Hamid Karzai che strizza l’occhio agli estremisti islamici e promuove leggi sociali di ispirazione fondamentalista rigidissime per le donne. Un chiaro esempio, secondo Hamid, di come Karzai si prepari a convivere con i Talebani considerati futuri vincitori (o almeno non sconfitti) e abbia già valutato come perdenti statunitensi e alleati che hanno addirittura annunciato con ampio preavviso la data del loro ritiro dall’Afghanistan. Il professor Hamid sottolinea dieci aspetti che hanno portato Washington e i suoi alleati verso la sconfitta o, quanto meno, la mancata vittoria. Li potete leggere tutti nell’articolo linkato ma mi limito a evidenziarne alcuni che mi pare ben rappresentino l’incapacità politica, sociale e culturale dell’Occidente afflitto da relativismo culturale e reso flaccido da decenni di terzomondismo e pacifismo di combattere e vincere conflitti presentando un modello culturale vincente.
Secondo Hamid, nell’intento di sembrare rispettosi della cultura locale gli statunitensi sono apparsi deboli agli occhi delle popolazioni afghane. Pronti a porgere scuse per ogni vittima civile (anche quelle inventate per incassare gli indennizzi pagati dalla Nato) gli alleati sono arrivati a far indossare il velo (hijab) alle soldatesse addette ai rapporti con la popolazione femminile locale. Un’idea assurda, tesa a mostrare sensibilità culturale ma che secondo Hamid ha solo indotto gli afghani a considerarci deboli, portatori di una cultura inferiore e subalterna a quella musulmana. Una considerazione ovvia: invece di portare e imporre la libertà di scelta alle donne afghane le soldatesse occidentali si vestono come loro.

Somalia missione Ibis2 agguato al checkpoint Pasta
Somalia missione Ibis2 agguato al checkpoint Pasta

Le raffinatezze culturali imposte dal politically correct faticano a fare breccia in una società dove gli analfabeti sono il quasi i tre quarti della popolazione.
Per questo gesti che noi consideriamo di rispetto culturale inducono gli afghani a percepirci come deboli aiutando così la propaganda talebana che, per ammissione degli stessi vertici militari di Washington, ha vinto la guerra delle idee e della comunicazione. Come ricorda Hamid “la mentalità tradizionale musulmana tende a rispettare la forza non la debolezza”. Così anche il frequente uso della parola “ritiro” da parte di Obama ha aiutato la percezione della debolezza dell’America poiché “ritiro” è un termine parente stretto di “sconfitta”.
Anche gli inchini eccessivi di Barack Obama davanti al monarca saudita o la difesa operata dalla Casa Bianca del diritto di un gruppo islamico di costruire una moschea nel Ground Zero di New York o la minaccia di punire gli uomini della Cia che avevano torturato i terroristi per ottenere informazioni hanno fatto apparire debole l’America.
C’è del vero in quanto afferma Hamid, basta ricordare che nel 1943-45 noi italiani (e gli altri europei) abbiamo acclamato come “liberatori” gli anglo-americani che hanno ucciso decine di migliaia di civili e distrutto le nostre città con pesanti bombardamenti (quelli si “a tappeto” a differenza dei raids mirati di oggi in Afghanistan) ma che erano portatori disinvolti di un modello culturale vincente ed esportato con una forza che non era solo insita nelle armi.
Nel luglio 1943 nessun soldato statunitense si sarebbe messo la coppola in testa per risultare più accattivante alla popolazione siciliana.
Hamid evidenzia poi che invece di preannunciare ritiri di truppe gli alleati avrebbero dovuto varare una politica di comunicazione tesa a spiegare agli afghani che ogni azione terroristica talebana avrebbe prolungato la loro presenza scoraggiando così il sostengono agli insorti e smentendo la propaganda talebana che ha sempre parlato di insurrezione per costringere gli infedeli ad andarsene. Al tempo stesso si sarebbe potuto influenzare (minacciare) il clero afghano per i sermoni che incitano all’odio e al sostegno ai talebani togliendo così legittimità religiosa agli insorti.
Un’iniziativa però difficile da attuare per chi non vuole rischiare di apparire nemico dell’Islam.
Alle valutazioni di Hamid occorre aggiungere un ulteriore elemento che denota la debolezza dell’Occidente e la sua incapacità di combattere conflitti prolungati: le perdite. In Iraq gli alleati hanno registrato tra il 2003 e il 2011 meno di 5 mila caduti, quasi 4.500 dei quali statunitensi. In Afghanistan a oggi i caduti in 11 anni sono meno di 3 mila, per due terzi americani. Di fatto dall’ottobre 2001 a oggi l’Occidente, cioè la più grande potenza planetaria con circa 4 milioni di militari professionisti in servizio, ha subito perdite pari a meno di 7.800 soldati dei quali solo 1.350 non americani. Un prezzo che nei conflitti dei decenni scorsi sarebbe stato considerato eccezionalmente contenuto (in dieci anni in Vietnam morirono 55mila statunitensi) giudicato invece oggi insostenibile dalla nostra società, su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Afganistan : i danni della guerra politically correct

di Gianandrea Gaiani

18 luglio La recrudescenza delle azioni talebane ma anche le ambigue decisioni anglo-americane sono all’origine delle forti perdite tra le truppe alleate in Afghanistan, ormai vicine ai 200 caduti  quest’anno, poco più della metà americani.  I britannici, che da gennaio lamentano 48 morti (15 solo in luglio) pagano le difficoltà di operare a Helmand, la provincia più calda dell’Afghanistan, ma anche la carenza di truppe, elicotteri e mezzi protetti contro gli ordigni improvvisati (Ied) il cui impiego è più che raddoppiato in un anno: ne sono esplosi 736 in giugno contro i 308 dello stesso mese del 2008. Pur con quasi 9.000 soldati in Afghanistan, le forze di Sua Maestà sono insufficienti a presidiare una provincia grande quanto l’Irlanda ma priva di strade. Il premier Gordon Brown ha però dichiarato che i 30 elicotteri inviati in Afghanistan sono sufficienti (l’Italia ne schiera 13 per un contingente pari a un terzo di quello di Londra e schierato in un’area decisamente più tranquilla), peccato lo abbia detto lo stesso giorno che il generale Richard Dannat, capo di stato maggiore del British Army, abbia dovuto sorvolare la provincia di Helmand su un Black Hawk statunitense perché non c’erano elicotteri inglesi disponibili. I tagli alla Difesa del governo laburista hanno limitato gli elicotteri assegnati alle truppe e ritardato l’ingresso in servizio dei nuovi blindati protetti contro gli Ied. Ragioni di bilancio hanno inoltre indotto Brown a limitare a 800 i rinforzi inviati temporaneamente in vista del voto di agosto mentre Dannat  ne chiedeva 2.000 da dislocare stabilmente a Helmand. Nonostante l’arrivo dei rinforzi anche gli americani stanno combattendo con truppe limitate a causa delle decisioni della Casa Bianca. Pressato dagli ambienti pacifisti che “gufano” ricordando l’inutile aumento di truppe in Vietnam negli anni ’60, Obama ha limitato a 17.000 le forze da combattimento supplementari inviate in Afghanistan. I generali Banz Craddock e David McKiernan, a capo della NATO e delle forze alleate a Kabul, che avevano sostenuto più volte la necessità di almeno 30.000 soldati USA in più sono stati rimossi da Obama e sostituiti con ufficiali più allineati al nuovo corso. Con una decisione molto “politically correct” l’attuale comandante in Afghanistan, generale Stanley McChrystal, ha infatti bandito i bombardamenti aerei in caso di rischi per i civili, cioè quasi sempre considerato che i talebani si fanno scudo della popolazione. “Il successo si misura non dal numero di talebani che uccidiamo ma dal numero di civili che proteggiamo” ha dichiarato McChrystal anche se è evidente che finché ci saranno talebani non vi sarà sicurezza. Pur tra errori e dolorose perdite civili (peraltro limitate rispetto ai conflitti del passato) i raids aerei hanno finora garantito la salvezza a molte pattuglie alleate cadute nelle imboscate talebane. In vista delle elezioni afgane gli USA vogliono ridurre l’impatto del conflitto sui civili ma rinunciare ai jet favorisce le incursioni talebane e al calo dei raids aerei corrisponde un aumento dei caduti sul terreno. Dettagli per gli adepti della religione “politically correct” imposta dall’Era Obama che si occupano invece di cose ben più serie, come togliere ai militari il vizio del fumo. Al Pentagono hanno infatti deciso che il vero nemico non sono più al-Qaeda o i talebani (come ai tempi di quel reazionario di Bush) oggi il vero nemico dei soldati americani è il fumo! Per questo presto i militari non troveranno più nelle loro basi sigarette e sigari; una risposta all’aumento di consumo di tabacco presso i militari che raggiunge il 32 per cento tra  militari con picchi del 37 per cento in Us Army e Marines contro il 20 per cento dei civili i quali probabilmente non dovendo combattere in Iraq o Afghanistan in turni di un anno intero si stressano di meno.

Napalm – Fosforo

Aggiornamento all’articolo “Falluja e le armi di distruzione di massa”. Attenzione il post è lungo ma vale la pena di leggerlo tutto, vi farete un’idea di come è nato lo scoop di RAINWES

Vorrei ricordare per chi ancora non lo avesse capito che cosa è il napalm :

Il Napalm è un derivato dell’acido naftenico o naftoico e dall’acido palmitico (si trova nelle noci di cocco).

E’ prodotto dalla saponificazione tramite alluminio dei due acidi, precipitano saponi di alluminio che vengono usati per preparare un gel altamente infiammabile.

E’ usato per costruire bombe, mine e combustibile per i lanciafiamme.
La preparazione risale al secondo conflitto mondiale precisamente nel 1942. Il nome Napalm deriva proprio da NAftenico e PALMitico che sono i maggiori costituenti.
Maggiori informazioni possono essere trovate consultando:”Encyclopedia of Chemical Tecnology” (Interscience – New York 1964) p. 888

Quindi quando mangiate il cocco e bevete dalla lattina di alluminio state facendo il di Napalm!

Per chi ancora non avesse capito : questo è quello che resta di Dresda dopo il bombardamento con il napalm, subito nella II guerra mondiale, non mi sembra che si possa paragonare a falluja.

Dresda dopo il bombardamento con il napalm
Dresda dopo il bombardamento con il napalm

 

Queste sono esplosioni del Napalm

Esplosione di una bomba al napalm
Esplosione di una bomba al napalm

 

Bombardamento con Napalm
Bombardamento con Napalm

 

Altro bombardamento al napalm in vietnam
Altro bombardamento al napalm in vietnam

 

bombardamento con napalm
bombardamento con napalm

 

Lanciatore napalm
Lanciatore napalm

 

effetti del napalm sul corpo umano
effetti del napalm sul corpo umano

Credete che se a Falluja fosse stato usato il napalm sarebbe passato inosservato? Il napalm è un liquido ed è appiccicoso, il fosforo è un metallo ed farinoso, una polverina.

Il Napalm lascia tracce di idrocarburi (riconoscibile dal tipico odore), il fosforo è inodore ( l’odore che si sente deriva dal supporto sul quale è stato depositato) e lascia depositi di fosforina che è fluorescente (avete presenti i braccialetti e le collanine che i vù gumbrà vi voglio rifilare?).

E questo è il Fosforo…bella differenza vero?

Truppe al riparo dalla cortina fumogena alimentata col fosforo
Truppe al riparo dalla cortina fumogena alimentata col fosforo

 

Soldato segnala la sua posizione con fumogeno al fosforo
Soldato segnala la sua posizione con fumogeno al fosforo

 

fosforo bianco cortina fumogena
fosforo bianco cortina fumogena

 

fosforo bianco segnalazione posizione
fosforo bianco segnalazione posizione

 

fosforo bianco lancio con artiglieria
fosforo bianco lancio con artiglieria

 

fosforo bianco lancio notturno
fosforo bianco lancio notturno

L'articolo 11 della Costituzione è un falso problema

La nostra costituzione è composta da 139 articoli (è annoverata tra le cosiddette costituzioni lunghe), ma quello più famoso è indubbiamente l’undicesimo. Questo è composto da un unico comma che testualmente recita: "L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo".

Perché questo articolo è così famoso? Si potrebbe pensare che esso debba la sua fama alla delicatezza del tema trattato, ma ciò non sarebbe sufficiente a spiegare la sua continua invocazione da parte di quasi tutte le forze politiche. Per capirlo bisogna approfondire alcune peculiarità della dialettica politica italiana. A tal fine vale la pena citare di seguito alcuni esempi esplicativi di un certo comportamento tipico degli uomini politici italiani.

Nel 1993 l’Italia si trovava nel pieno della bufera di tangentopoli. Per evidenti motivi politico-giudiziari, i partiti che avevano governato l’Italia negli ultimi 50 anni erano comunque condannati alla sconfitta, ma potevano evitare di estinguersi definitivamente dalla scena politica (illudendosi, quindi, di poter in futuro riconquistare i consensi perduti) solo allontanando il più possibile la data delle elezioni. Teoricamente, essendo iniziata la legislatura l’anno precedente e godendo essi della maggioranza in Parlamento, potevano sperare di ‘tirare avanti’ fino al 1997.

Tuttavia il presidente Scalfaro affermò chiaramente che il ritorno alle urne vi sarebbe stato l’anno successivo. Così facendo, il presidente esercitava il suo legittimo potere di scioglimento, dando un’interpretazione letterale dall’articolo 88 della nostra Costituzione, che assegna al capo dello Stato tale facoltà senza porre alcun vincolo, se non quello di consultarsi con i presidenti delle Camere (in maniera non vincolante). Tale decisione non era frutto di una sua idea politica, poiché, come recita il primo comma dell’articolo 87, il presidente "…rappresenta l’unità nazionale…" e quindi non può dare un indirizzo politico.

Dietro tale decisione c’era lo stato di perenne mobilitazione da parte degli italiani contro una determinata classe politica, nonché l’oggettiva necessità di rinnovare la stessa, cosa chiesta a gran voce anche da corpose fasce dell’opposizione. Tuttavia ciò non toglie che, se è vero che tale decisione fu presa con il pieno consenso popolare, è altrettanto vero che essa fu adottata contro la volontà della maggioranza parlamentare. Quest’ultima, per la verità, non fece molta resistenza una volta riscontrata la ferma volontà del presidente nel procedere anzitempo allo scioglimento, né avrebbe potuto poiché, approfittando di una delle periodiche crisi politiche che caratterizzavano quel periodo, il presidente Scalfaro aveva imposto un governo tecnico. Argomentò la sua decisione asserendo che, poiché un referendum tenutosi quell’anno aveva cambiato la legge elettorale, il parlamento era delegittimato, e si “doveva" tornare alle urne.

Facciamo ora un salto al 1998. La legislatura era iniziata nel 1996, e dopo due anni il governo Prodi cadeva per la defezione della sinistra radicale. Affinché la maggioranza uscita vittoriosa dalle precedenti elezioni rimanesse al potere, era necessario che parlamentari eletti con l’opposizione cambiassero schieramento. Poiché le elezioni si erano tenute con il sistema maggioritario, tale ‘tradimento’ appariva particolarmente odioso all’italiano medio, indipendentemente dalla sua fede politica. L’opinione pubblica, insomma, avrebbe gradito un ritorno alle urne, e già si vociferava la nascita di un governo tecnico guidato da Ciampi, che avrebbe portato a elezioni anticipate nel 1999 o nel 2000. Alla fine, però, Scalfaro diede via libera al D’Alema, che ottenne la fiducia grazie al voto determinante di alcuni deputati eletti nelle fila dell’opposizione. Scalfaro argomentò tale decisione affermando che, essendosi formata una determinata maggioranza in parlamento, il presidente era obbligato a dare via libera al governo da questa espresso. Egli asserì, infatti, che in una repubblica parlamentare il presidente “non può andare contro la maggioranza parlamentare”.

Questi episodi hanno molte analogie, ma differiscono per l’esito finale. In entrambi casi la correttezza politica, nonché l’opinione pubblica, suggerivano un ritorno anzitempo alle urne, e in entrambi i casi esisteva una maggioranza parlamentare orientata a portare a termine la legislatura. Al di là delle motivazioni ufficiali, il presidente in carica nel primo caso ha proceduto allo scioglimento anticipato delle camere, nel secondo si adoperò per scongiurarle. Quale banale insegnamento si può trarre? Che il politico italiano segue sempre la strada che gli sembra più opportuna, ma spesso non rivendica la scelta fatta come frutto di una propria ben precisa volontà (criticabile o meno, ma pur sempre legittima), ma come strada obbligata imposta da vincoli esterni. Possiamo criticare o meno tale prassi, ma questa è la realtà della politica italiana.

Ecco spiegato il segreto del tanto successo dell’articolo 11: la sua grande versatilità. Si presta con eccezionale elasticità a dare supporto alle idee politiche più diverse. Se una forza politica è contraria a un determinato intervento militare particolarmente critico o fortemente contestato, può invocare le prime parole del suddetto articolo, cioè quelle che testualmente affermano: "L’Italia ripudia la guerra…". Queste, isolate dal resto della frase (notoriamente l’italiano medio non conosce la Costituzione), danno una risposta rigidamente negativa all’ipotesi di inviare truppe all’estero. Se, invece, una forza politica è favorevole alla missione in questione, può invocare le ultime parole del medesimo articolo, cioè quelle relative alle limitazioni di sovranità in favore delle istituzioni internazionali che favoriscano la pace (quale istituzione internazionale non dichiara di favorirla?).

Come per dire: siamo moralmente obbligati a intervenire perché vi è una esplicita richiesta dell’Onu. E se in una missione militare la copertura politica dell’Onu tardasse ad arrivare, si potrebbe sempre ricordare che il ripudio della guerra è tale solo se questa è intesa "…come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…". Che l’Italia voglia portare offesa a qualche altro popolo non ci crede nessuno e l’accenno alle “controversie internazionali” è da intendersi nel contesto storico nel quale fu scritta la Costituzione, quando si utilizzava tale espressione per indicare le classiche contese territoriali (Danzica, Trieste, ecc…), oggi completamente estranee alla nostra realtà politica.

Questa grande versatilità, d’altra parte, era voluta dal costituente, poiché l’articolo 11 è un articolo programmatico. Esso, insomma, vuole tradursi in una forte e calda raccomandazione dalla quale, però, se è lecito poter trarre alcune conseguenze giuridico-politiche, non può in alcun modo scaturire un vero e proprio vincolo all’azione politica del Parlamento.

Bisogna prendere atto, quindi, che ogni decisione presa in ambito militare è figlia esclusivamente di una ben determinata volontà politica, e non già eredità di uno scomodo articolo della Costituzione. E’ opportuno, quindi, investigare sul perché di tale volontà politica, alzando il comodo velo dell’articolo 11 e guardando oltre.

In alcuni casi è fin troppo evidente che determinate decisioni in materia di politica estera sono frutto non di una attenta riflessione volta a individuare come meglio perseguire l’interesse nazionale, ma bensì da una analoga attenta riflessione volta, però, a individuare come meglio raggiungere l’interesse di partito se non addirittura di un singolo.

Il classico esempio di ciò lo fornisce la sinistra radicale che, accettando nei governi di coalizione in cui essa è presente una determinata linea politica in materia di missioni militari all’estero, dimostra di essere formata da politici che, al di là delle apparenze, sono lontani dalle posizioni massimaliste tipiche dei passati periodi storici. Ma ciò nonostante non esitano a mettere mille paletti all’azione militare, paletti che poco hanno a che fare con la strategia politico-militare che il nostro Paese di volta in volta intende perseguire, ma che bensì sono volti esclusivamente a curare gli ‘istinti politici’ della propria base elettorale.

Questi vincoli costringono i nostri militari ad acrobazie linguistiche e talvolta tecniche e generano una sfiducia negli ambienti politico-militari internazionali, che vanifica in parte i grandi risultati che i nostri uomini ottengono praticamente in ogni missione. Sarebbe certo demagogia ignorare le esigenze elettorali dei politici. Questi, infatti, derivano il loro potere dal consenso elettorale e quindi è ovvio che si debbano prendere cura del loro elettorato. Tuttavia, per un politico deve essere un imperativo categorico il principio secondo il quale l’interesse nazionale debba prevalere sempre sull’interesse di una parte o di un singolo e, se nell’applicazione di tale principio è ammessa un po’ di comprensione, nei periodi pre-elettorali, nessuna attenuante può esservi in altri momenti, specialmente ad inizio legislatura, quando cioè il ritorno alle urne è particolarmente distante.

Tali comportamenti, però, non sono di esclusivo appannaggio della sinistra radicale, ma sono tenuti, sia pure più sporadicamente, anche da politici di altri orientamenti. In tal caso la causa scatenante non è la cura del proprio elettorato, bensì la volontà di colpire un avversario politico. E su questa eventualità non è necessario dilungarsi oltre per esprimere la più spezzante condanna.

Tuttavia, sarebbe assolutamente miope considerare i vincoli che il potere politico sovente pone alle autorità militari sempre come espressione di esigenze politiche interne. Non possiamo escludere che questi siano sottili strumenti di politica estera, che si inseriscono nel complesso gioco diplomatico internazionale, né che essi siano da considerare dei veri atti politici di dissenso nei confronti della strategia adottata in una determinata missione militare. E qui la discussione si fa più interessante.

Di due cose possiamo essere certi. La prima è che in alcune missioni militari internazionali, quali per esempio quella in Iraq e quella in Afghanistan, tutte le decisioni importanti sono prese dagli Usa, che si sentono liberi di accogliere o di ignorare (come spesso avviene) i suggerimenti provenienti dagli altri contingenti. Detto in maniera tanto più rozza quanto più efficace, in dette missioni, in virtù della loro sovrastante presenza militare, sono gli Usa che comandano. La seconda è che gli americani, come hanno abbondantemente dimostrato in Vietnam, Somalia, ecc…, adottano spesso una strategia sbagliata e controproducente.

Premesso che la vita umana è sacra, se il sacrificio di un soldato per una giusta causa è comunemente e dolorosamente accettato, il sacrificio per una causa sbagliata è assolutamente inaccettabile. Solitamente quando un governo si rende conto che la strategia percorsa è sbagliata cerca di promuovere una revisione della stessa, ma se questa non è accettata si pone davanti a un bivio: o abbandonare la missione o sopportare perdite umane che non porteranno ad alcun risultato.

Un governo responsabile dovrebbe senza indugio optare per la prima ipotesi, ma nel contesto internazionale odierno ciò non è accettabile. Difatti, se la strategia americana è sbagliata, è altrettanto vero che il fine principale che si pongono gli Usa in linea generale è doverosamente da condividere: la lotta al terrorismo. I terroristi, invece, se adottano una strategia tristemente vincente, si pongono come scopo delle loro azioni un fine assolutamente inaccettabile: la conquista del potere con la violenza e la successiva proliferazione del terrorismo in altre parti del mondo.

Questi fattori portano un governo responsabile ad avere le mani legate: da un lato la impossibilità di abbandonare le missioni condotte con strategie ritenute sbagliate e controproducenti; dall’altro la impossibilità di impegnarsi a fondo in tali missioni onde evitare inutili perdite umane.

A questo punto nasce l’esigenza di essere coerenti con il fine strategico che si pone la missione, ma contemporaneamente di distinguersi dagli alleati. Forse sarà perché l’Italia è il paese di Machiavelli, ma è indubbio che in tale arte vi riesce meglio delle altre nazioni. Forse talvolta dovrebbero essere inquadrati in questo contesto i paletti che vincolano l’azione dei nostri militari. Sarebbe sicuramente piacevole pensare che talvolta le limitazioni che sminuiscono l’aspetto prettamente militare del nostro Paese agli occhi dei nostri alleati altro non sono che sottili mosse di una astuta strategia.

Ma è veramente così? Considerando che i comuni mortali non sono a conoscenza neanche della decima parte di ciò che avviene dietro le quinte, per noi è assai difficile riuscire a capire quali sono i veri propositi che si celano dietro determinate decisioni politico-militari. D’altra parte, una determinata azione, se resa nota o solo anche facile da interpretare, di colpo rimbalzerebbe sui mass-media e assumerebbe un significato diverso da quello desiderato. Per intenderci, molte cose non sono note al grande pubblico e devono continuare a non essere tali perché il loro scopo è di perseguire obiettivi che sono raggiungibili solo con la discrezione e l’assenza di clamore (vedi le operazioni di intelligence).
L’unica cosa costruttiva che possiamo fare è riflettere insieme sui diversi episodi e avanzare delle ipotesi. E questo sarebbe già tanto, perché ci permetterebbe di uscire dalla classica e sterile contrapposizione che immancabilmente si verifica in Italia quando si esprimono giudizi inerenti la politica estera.

Non sfugge a nessuno che a livello dell’uomo della strada la dicotomia tra chi in generale è favorevole a una missione militare e chi ne è contrario si risolve in una polemica infruttuosa e semplicistica. Chi è contrario invoca strumentalmente un buonismo che mal si coniuga con le sofferenze della popolazione che si intende soccorrere, che manifestamente traggono giovamento dalla maggiore sicurezza pubblica garantita dai nostri soldati, nonché dagli aiuti internazionali che immancabilmente accompagnano ogni missione. Chi è favorevole invoca, invece, il medesimo buonismo, che però, sottolineando l’aiuto e la protezione offerto alla popolazione locale, comporta conclusioni diametralmente opposte.

La medesima sterile polemica si sviluppa, sia pure in ambito ristretto, tra gli appassionati del settore allorché i mass-media mettano in risalto i vincoli che il nostro vertice politico pone ai comandi militari. Vi è chi ripete che l’articolo 11 ci vieta di fare la guerra e che quindi si ha l’obbligo di imporre determinati paletti ai nostri reparti operativi e chi si lamenta del fatto che i militari italiani abbiano le mani troppo legate e per questo talvolta rimediano magre figure con i loro colleghi stranieri.

Ma mai nessuno che approfondisca seriamente il discorso e che quantomeno si sforzi di guardare oltre le apparenze. Ovviamente certe sottili considerazioni non possono nascere dall’uomo comune, ma solo da coloro che a vario titolo frequentano ambienti o siti militari (e quindi siano degli ‘appassionati del settore’). E questi, nelle loro varie discussioni, hanno l’obbligo morale di andare oltre le apparenze, nella speranza di poter coinvolgere un domani anche l’uomo comune in dibattiti di maggiore spessore sull’argomento.

Matteo Rossi

I Navy Seals da Marcinko alla guerra al terrorismo

Le recenti guerre in Afganistan e Irak ripropongono, all’interno delle forze armate, il dibattito mai sopito sul ruolo dei reparti speciali. Si tratta in realtà  di una tematica in discussione da molti decenni, che assume spesso caratteri politico-ideologici se non addirittura un clima di reciproco sospetto tra istituzioni e apparato militare.

I fatti dell’11 settembre e la guerra al terrorismo hanno accresciuto le aspettative e la fiducia dell’opinione pubblica nei confronti di queste unità  militari il cui modo di operare si adatta perfettamente alla nuova minaccia. La struttura dipendente dallo Special Operation Command statunitense (USSOCOM) è diventata la punta di lancia dell’offensiva americana contro gli stati canaglia e le organizzazioni del terrore. Con una forza totale di circa 47.000 elementi, il comando dispone di un reparto speciale tra i più famosi e ammirati del mondo: i Navy Seals.

I Seals sono gli eredi delle unità  UDT (Underwater Demolition Teams), squadre di sommozzatori-demolitori impiegati dalla Navy a partire dalla seconda guerra mondiale per esplorare i fondali in prossimità  delle spiagge e rimuovere con l’esplosivo gli ostacoli antisbarco collocati dal nemico. All’inizio degli anni ’60 apparve chiaro per Washington la necessità  di contrastare i vari movimenti guerriglieri in Asia e Sud America, approntando delle forze per operazioni non convenzionali in grado di assistere, nel ruolo di consiglieri, vari governi alleati.

L’amministrazione Kennedy autorizzò un ampliamento nelle responsabilità  operative degli UDT che permise alla Navy di costituire un comando operazioni speciali analogo a quello dell’esercito. Sotto la spinta di ufficiali carismatici come Roy Boehm, il nuovo reparto prese il nome di Seal (Sea-Air-Land) che riassume la versatilità  degli incursori, in grado di assolvere compiti nello spettro tridimensionale dello scenario. In quei primi anni vennero gettate le basi della dottrina operativa e soprattutto aggiornato il corso di addestramento per forgiare i nuovi operatori: il BUD/S (Basic Undewater Demolition Seals). Della durata di circa 24 settimane, il BUD/S è certamente un processo di selezione e addestramento tra i più duri al mondo, in cui la forza fisica e attitudine al lavoro di squadra sono elementi essenziali per essere accettati nel gruppo.

Le doti dei nuovi incursori vennero testate durante la guerra del Vietnam, dove poche centinaia di Seals del Team 1 e 2, con l’appoggio degli Special Boat Squadroons, vennero impiegate con grande successo in una serie di compiti e missioni che decretarono la validità  della loro organizzazione. Da segnalare le operazioni nel delta del Mekong e il ruolo nel controverso programma Phoenix concepito dalla CIA per decapitare la struttura politica dei Vietcong.

L’eco delle loro imprese giunse fino agli alti comandi e consentì a diversi ufficiali pluridecorati dell’unità  di ricoprire in seguito importanti incarichi nella struttura del Pentagono. In particolare, si distinse per audacia ed efficienza un giovane tenente il cui nome sarebbe diventato leggendario tra la comunità  delle Special Forces: Richard Marcinko. Fautore del motto “facciamolo prima che ce lo dicano”, Marcinko assunse presto incarichi di comando, grazie all’enorme esperienza accumulata sul campo e al carisma della sua personalità , esaltata dall’imponente aspetto fisico.

Dopo il Vietnam, negli anni ’70 una nuova minaccia richiamò l’attenzione dell’establishment americano: il terrorismo mediorientale. Benchà© la struttura delle special forces fosse stata ridimensionata dalle perdite e dai tagli al bilancio, il Pentagono decise di costituire due piccole unità  segrete antiterrorismo: la Delta Force dell’esercito e il Seal Team Six della marina. Quest’ultima formazione venne fondata dallo stesso Marcinko che selezionò personalmente poche decine di esperti incursori che vennero sottoposti a un durissimo addestramento per sviluppare tecniche non ortodosse.

Proprio l’approccio innovativo e fuori delle regole, con cui il pluridecorato capitano dirigeva il nuovo Team, cominciarono a suscitare fastidio e invidia fra i vertici della Navy. Ciò nonostante, la nuova unità  si costruì una reputazione di efficienza riconosciuta a livello mondiale, anche grazie alle competenze acquisite dai suoi operatori, non limitate alle classiche proficiency degli incursori ma mirate a sviluppare un raggio d’azione molto vasto con criteri di autosufficienza.

Del resto lo stesso Marcinko, sempre alla testa dei suoi uomini, incoraggiò gli alti comandi affinchè il reparto venisse impiegato in operazioni clandestine sfruttandone la professionalità  che, grazie ai continui addestramenti (si apprendevano anche tecniche per scassinare le casseforti), modellarono un genere di combattente a metà  strada tra Rambo e James Bond.

Benchà© l’ostilità  attorno al suo operato crescesse, dopo qualche anno lo stesso Marcinko costituì un reparto ancora più segreto formato da una dozzina di specialisti: Red Cell. Con l’incarico di testare la sicurezza delle basi militari in tutto il mondo, Red Cell si rese protagonista di clamorose azioni di intrusioni e sabotaggi nelle principali installazioni della Navy (tra l’altro anche Sigonella venne “visitata”) dimostrandone l’assoluta vulnerabilità . Negativi rapporti vennero compilati sui vari comandati responsabili della sicurezza delle basi e questo allarmò non poco alcuni ammiragli che decisero di ostacolare in tutti i modi la carriera dello spregiudicato Seal.

Dopo la drastica riorganizzazione avvenuta nel Pentagono agli inizi degli anni ’80, a causa di una serie di comportamenti troppo disinvolti, Marcinko venne incriminato e arrestato dopo una rocambolesca caccia all’uomo che coinvolse alcune agenzie governative e suscitò scalpore negli ambienti militari. Con l’accusa di svariati reati federali (in gran parte inventati dai burocrati del Dipartimento della Difesa) terminava la carriera di un combattente eccezionale, il cui soprannome Rouge Warrior (il guerriero selvaggio) ne riassume il carattere. A titolo di cronaca, si può apprezzare lo spessore di questa leggenda della guerra non convenzionale in una serie di libri del genere tecnothriller da lui scritti e nei quali narra con grande efficacia, mescolando fiction e fatti realmente accaduti, storie ispirate al suo passato di combattente.

A seguito di questi avvenimenti, il reparto Red Cell venne sciolto e il Team Six ricondotto verso un assetto più convenzionale, ampliando però, sotto l’amministrazione Reagan, il numero degli operatori Seal, che quindi superarono il migliaio di unità . Gli sconvolgimenti strategici seguiti negli anni ’90 modificarono gli orientamenti della marina che con la nuova dottrina nota come “From the Sea” accentuò l’importanza delle operazioni in prossimità  della costa. I nuovi scenari imposero ai Seals quindi un’attenzione assai maggiore per la dimensione terrestre impiegando le unità  navali come basi avanzate. A tale scopo si svilupparono fra l’altro i pattugliatori costieri della classe Cyclone, lunghi 52 metri e proficuamente impegnati nel Golfo Persico, la vedetta veloce MK V Pegasus, con velocità  superiore a 45 nodi, e soprattutto il nuovo mezzo subacqueo ASDS, una sorta di minisommergibile in grado di accogliere una dozzina di incursori e in grado di essere trasportato da vari mezzi navali e aerei.

I recenti progressi tecnologici e l’evoluzione della dottrina statunitense verso la Net-war hanno riacceso negli alti comandi il dibattito sul ruolo dei reparti speciali e i limiti delle loro funzioni. Le diatribe fra il segretario alla difesa Rumsfeld e la vecchia guardia del Pentagono sono del resto sin troppo note e più che a un dibattito interno fanno pensare a una guerra per il potere, non limitata solo a queste tematiche. In realtà  gli addetti ai lavori sanno che per loro natura le Special Forces hanno a disposizione un numero limitato di uomini e non possono sostituire in toto le unità  convenzionali.

Del resto, malgrado l’elevata flessibilità  nella recente guerra in Irak, l’apporto dei corazzati e dell’artiglieria si è rivelata fondamentale per aggirare le difese non convenzionali dei miliziani pro-Saddam, confermando che le soluzioni miracolistiche non sono praticabili nel settore della difesa. La necessità  di interventi selettivi e graduali fa del Comando Operazioni Speciali uno strumento molto importante dell’arsenale statunitense che dovrà  tenere conto della sempre più diffusa tecnologia aerospaziale con la quale potenze rivali potranno in futuro prevedere e controllare i movimenti delle forze USA.

In questa ottica il ruolo dei Navy Seals assume un rilievo considerevole per la possibilità  di impiegare mezzi subacquei, che sono di fatto occulti, per intervenire rapidamente in ogni parte del mondo, costituendo un importante fattore di congiunzione con le forze aeronavali. L’esperienza di questi specialisti e la dotazione tecnologica dei loro equipaggiamenti ne fanno uno strumento duttile per compiere missioni preventive ma allo stesso tempo segrete che ben si conciliano con l’attuale momento storico.