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La scomparsa dei cristiani in Medio Oriente

Pezzo in lingua originale inglese: Disappearing Christians in the Middle East

Il trasferimento dei poteri su Betlemme da Israele all’Autorità palestinese, poco prima del Natale 1995, ispirò una serie di articoli [1] sul calo della presenza cristiana a Betlemme. In questi articoli si rileva che in un luogo in cui non molto tempo fa si registrava la presenza dell’80 per cento di cristiani, oggi solo un terzo degli abitanti è di fede cristiana. Per la prima volta in quasi due millenni, la città che rappresenta la culla del cristianesimo non è più a maggioranza cristiana. E lo stesso dicasi per altre due città come Nazareth e Gerusalemme. A Nazareth, i cristiani sono passati dal 60 per cento del 1946 al 40 per cento nel 1983. Nel 1922, i cristiani di Gerusalemme superavano di poco i musulmani (15.000 contro 13.000); [2] oggi, essi costituiscono meno del 2 per cento dell’intera popolazione urbana.

La situazione non è diversa in altre zone di Israele. Un pezzo riguardante Turan, un villaggio della Galilea, riporta quanto asserito da un commerciante cristiano: “La maggior parte dei cristiani se ne andrà presto da qui, non appena riusciremo a vendere le nostre case e i nostri negozi. Non possiamo più vivere tra questa gente [i musulmani]”.[3] Un giornalista trae le seguenti conclusioni: “La comunità cristiana in Cisgiordania è in via di estinzione”.[4]

Ed anche i territori che rientrano nello Stato di Israele devono fare i conti con questa situazione. I cristiani stanno abbandonando tutto il Medio Oriente. Il processo migratorio ebbe inizio subito dopo la Prima guerra mondiale, per poi subire un incremento lo scorso decennio. Nel 1920, in Turchia, i cristiani erano 2 milioni, oggi se ne contano solo poche migliaia. Il problema è così preoccupante che il Patriarcato ortodosso di Istanbul rischia di sparire per la mancanza di un adeguato numero di candidati. Prima dell’inizio di questo secolo i cristiani costituivano circa un terzo della popolazione siriana; oggi, sono meno del 10 per cento. Nel 1932, essi costituivano il 55 per cento della popolazione libanese; oggi, la loro percentuale è inferiore al 30 per cento. Più della metà dei cristiani ha abbandonato l’Iraq. Dopo la rivoluzione del 1952, i copti presero massicciamente a lasciare l’Egitto.

Sono due le principali cause del declino della popolazione cristiana: l’emigrazione e il calo demografico.

L’Emigrazione rappresenta la fine di un lungo processo di esclusione e persecuzione. In Cisgiordania, il problema risiede in un pressoché costante boicottaggio degli esercizi commerciali gestiti da cristiani da parte dei musulmani. In Egitto, i fondamentalisti musulmani prendono costantemente di mira i cristiani. In sintesi, la guerra civile libanese del 1975-90 fu un tentativo fruttuoso da parte dei musulmani di ridurre il potere esercitato dai cristiani nel paese. Ma la situazione di gran lunga peggiore è quella del Sudan, dove la guerra civile scatenatasi a partire dal 1956 ha portato a delle atrocità di massa.

In tutta la regione si può rilevare un calo demografico. Ad esempio, in Israele il tasso di natalità tra i musulmani si attesta al 37 per mille e tra i cristiani a un mero 22 per mille. [5] Inoltre, un piccolo numero di cristiani arriva a sposare dei musulmani, il che di fatto significa che essi perdono i contatti con la loro comunità.

Andando avanti di questo passo, i 12 milioni di cristiani oggi presenti in Medio Oriente nel 2020 saranno probabilmente scesi a 6 milioni. Col passare del tempo, i cristiani finiranno per sparire dalla regione come forza culturale e politica. Come riportato da un articolo “vivono più palestinesi a Bayt Jala in Cile che nella stessa Bayt Jala [in Cisgiordania]”. [6] Perfino il Principe El-Hassan bin Talal ravvisa tale problema poiché “vi sono oggi più cristiani di Gerusalemme (…) che vivono a Sidney, in Australia, piuttosto che nella stessa Gerusalemme”.

Per parecchi anni, il mondo esterno non ha prestato molta attenzione alla difficile situazione in cui versano i cristiani del Medio Oriente. Coloro che in passato avevano preso a cuore i loro interessi – i governi britannico, francese, russo e greco, come pure il Vaticano – hanno distolto lo sguardo dai problemi attuali.

Di recente, però, delle organizzazioni americane hanno sposato la causa dei cristiani perseguitati nel mondo, in particolar modo nel mondo musulmano e nei paesi comunisti. Ovunque, in America vi sono segnali a riguardo. Il Senato americano conduce udienze su questo argomento [7] e nel 1999 il Dipartimento di Stato ha iniziato a pubblicare studi sulla persecuzione religiosa nel mondo attraverso l’Annual Report on International Religious Freedom. Un politico di spicco ha proposto che la città di New York non acquisti merci dalle grandi imprese che intrattengono rapporti commerciali coi paesi in cui i cristiani sono perseguitati. [8] Una schiera di organizzazioni [9] e di individui [10] si occupano di questo problema.

Ciò è tanto di guadagnato perché portare l’attenzione internazionale e americana verso questa triste situazione potrebbe essere un significativo passo per apportare miglioramenti. Ma nessuno di questi gruppi è esperto di Medio Oriente o islam. Per contribuire a fornire ad essi e ad altri ragguagli in merito, il Middle East Quarterly dedica una particolare attenzione alla questione della scomparsa dei cristiani dal Medio Oriente.

[1] Si veda ad esempio: Andrew Aciman, “In the Muslim City of Bethlehem”, The New York Times Magazine, Dec. 24, 1995, e Sue Fishkoff, “A Prayer in Bethlehem”, The Jerusalem Post International Edition, Dec. 30, 1997.
[2] Anglo-American Commettee of Inquiry, A Survey of Palestine (reprinted, Washington: Institute for Palestine Studies, 1991), vol.1, p.148.
[3] The Jerusalem Report, July 10, 1997.
[4] David Rosenberg, “The Christian Exodus”, The Jerusalem Report, Nov. 15, 1990.
[5] The Jerusalem Report, Dec. 26, 1991; cfr. Abraham Ashkenasi, Palestinian Identities and Preferences: Israel’s and Jerusalem’s Arabs (New York: Praeger, 1992), p. 46.
[6] Ha’aretz, Aug. 12, 1994.
[7] Per gli estratti della testimonianza resa da Steven Coffey, cfr. Middle East Quarterly, Sept. 1997, pp. 77-80.
[8] The New York Times, June 15, 1997.
[9] Tra esse spiccano: Christian Solidarity International, la Coalition for the Defence of Human Rights under Islamization, Freedom House, la International Fellowship of Christians and Jews, il Puebla Institute of Freedom House, e il Rutherford Institute.
[10] In particolar modo: Sam Brownback, Michael Horowitz, A. M. Rosenthal, Arlen Specter, Frank Wolf e Bat Ye’or

Aggiornato al 17 dicembre 2006: Secondo un articolo apparso nel Daily Mail di Londra, “O città musulmana di Betlemme…” la città natale di Gesù ha visto sempre più diminuire la proporzione della sua popolazione cristiana passando “dall’85 per cento nel 1948 al 12 per cento dei suoi 60.000 abitanti nel 2006. Ci sono dei rapporti sulle persecuzioni religiose, sotto forma di omicidi, percosse e appropriazioni di terreni”.

Aggiornato al 22 dicembre 2006: In un articolo titolato “Tutti i membri del mio personale sono stati uccisi in chiesa: sono scomparsi”, il Times di Londra pubblica un grafico tratto dal sito web DanielPipes.org:

1472811441-7231-largeIl crollo delle popolazioni cristiane in Medio Oriente: dal sito web DanielPipes.org.

Aggiornato al 31 marzo 2007: La stessa storia in Libano:

In un sondaggio che verrà pubblicato il mese prossimo in esclusiva sul The Sunday Telegraph, quasi la metà della popolazione di tutti i maroniti, la più vasta confessione cristiana nel Paese, afferma di aver preso in considerazione la possibilità di emigrare. Di questi, oltre 100.000 hanno presentato domanda di visto alle ambasciate straniere. Il loro esodo potrebbe avere un effetto devastante sul Paese, privandolo di una minoranza influente che agisce da importante contrappeso alle forze dell’estremismo islamico. Circa 60.000 cristiani hanno già abbandonato il Libano da quando la scorsa estate è scoppiata la guerra tra Israele e Hezbollah.

Aggiornato al 4 dicembre 2007: In un’intervista al Jerusalem Post, Justus Reid Weiner del Jerusalem Center for Public Affairs si dice molto pessimista in merito al futuro dei cristiani che vivono sotto l’Autorità palestinese. Egli prevede che, se non si farà qualcosa rapidamente, nell’arco di 15 anni non ci saranno più comunità cristiane nei territori palestinesi. “I leader cristiani sono costretti ad abbandonare i loro discepoli alle forze dell’Islam radicale”.

 

di Daniel Pipes
Middle East Quarterly
Inverno 2001

Guerra o terrorismo?

ARP4334450_MGZOOM E’ inutile che l’Occidente perseveri nel declamare di non avere nemici. Sono altri, ben identificati attori della scena internazionale che hanno eletto l’Occidente a loro nemico. E lo attaccano, mirando a sconfiggerlo e a dominarlo. Ma lo spettro dei benpensanti è vastissimo. Se ne contano le tipologie più varie. Quelli che sono codardi o credono di essere furbi, pensando comunque di cavarsela e di continuare a godersi la propria rendita, tanto altri prima o poi si faranno carico della situazione e la risolveranno. Magari pensano agli Stati Uniti, che hanno abituato male gli Europei, ma Obama esprime ora un’ America ben diversa dal passato.
497050572-001_MGZOOM1Quelli che hanno comunque interesse: mettersi prima o poi d’ accordo con l’Islam rende a chi ha posizioni o soldi da perdere, come alla fine arguisce il decadente protagonista di “Sottomissione”, il romanzo di Houellebecq che di recente ha scalato tutte le classifiche. O come taluni maggiorenti ebrei tragicamente pensarono rispetto ai nazisti, all’inizio dei pogrom. Quelli che fanno un ragionamento politico e si credono astuti, tanto da essere illusoriamente alla ricerca di un quinto stato da gettare in una prossima, improbabile lotta di classe e costruirci sopra una nuova casta di sacerdoti della rivoluzione. Quelli che sono più o meno apertamente conniventi. In particolare l’Europa, il continente più moderno ed avanzato, alimenta ed accarezza da tempo questa categoria di soggetti che si caratterizzano per l’ odio di sé e della società cui appartengono: qualunque estraneo, specie se selvaggio e primitivo, è per essi un mito anche perché non ne vivono la realtà, ma dai loro comodi salotti ne coltivano l’utopia. Non appartengono difatti per lo più ai gruppi meno agiati e fortunati e si collocano nella categoria dei mantenuti, o dai loro privilegi o dalle tasse che pagano le classi produttive.
2015-11-13T224504Z_1910309158_GF20000058453_RTRMADP_3_FRANCE-SHOOTING_MGZOOM1Quelli che sono genuinamente convinti che la civiltà dei diritti imponga la conciliazione ad ogni costo. Si tratta di una grande massa di individui, fortemente condizionata dai padroni dall’ attuale industria politica e culturale, che da un mutamento di rotta delle opinioni pubbliche potrebbe essere spazzata via. Costoro, i padroni, sono purtroppo i più efficaci e, dopo ogni evento terroristico clamoroso, si assumono la regia delle immancabili marce, talune anche sotto forma di adunate oceaniche, imponenti ma sterili; utili solo ad imbrigliare le inevitabili reazioni e le paure collettive, pilotandole verso esiti improduttivi e temporanee assuefazioni, in attesa della tragedia successiva. E’ altresì inutile asserire che l’Islam violento e fondamentalista è una minoranza rispetto all’enorme insieme del mondo musulmano. Già il fatto che siamo di fronte ad una religione composta da un miliardo e mezzo almeno di fedeli è sufficiente affinché anche una ridottissima componente debba essere considerata molto temibile. Vi sarebbe poi da esplorare l’ area grigia dell’ attendismo, che spesso simpatizza ma non rischia: i successi hanno sempre presa e convincono alla scelta. Certamente le imprese terroristiche, ultime quelle di Parigi, hanno un effetto galvanizzante che non deve essere trascurato.
LAPR0137_MGZOOMMa la teoria secondo cui una minoranza non potrebbe mai essere decisiva risiede in un adesione fideistica al metodo democratico, tanto da accettarne le forme anche quando sono esiziali per esso stesso, pur di salvarne la facciata. E’ il frutto di un’ inconsistente dimestichezza con la storia, anche recente. Forse che Lenin, Mussolini ed Hitler furono portati al potere da maggioranze popolari qualificate? Il consenso lo costruirono dopo aver abilmente manovrato le poche ma determinanti risorse di cui all’ inizio seppero disporre. Per avere qualche elemento di riflessione al riguardo basterebbe scorrere il saggio “Tecnica di un colpo di Stato” di Curzio Malaparte. Del resto, pur in un contesto dai tratti assai diversi dal periodo delle dittature, il nostro Presidente del Consiglio ha conquistato senza essere eletto la leadership nazionale, salvo provare a mantenerla attraverso ardite soluzioni di ingegneria elettorale. Hkg10230499_MGZOOMSe poi passiamo a parlare di cosa dobbiamo attenderci dopo gli ultimi fatti di Parigi, è prevedibile che non avverranno cambiamenti significativi. Le classi dirigenti delle nostre parti troveranno sicuramente un Chamberlain qualsiasi che potrà scendere dal’ aereo e dichiarare “Pace, pace, pace”. Rimpiangeremo di non avere politici almeno del calibro di Thatcher, Khol e Reagan. Nei fatti servirebbe un’ azione ben più realistica e risoluta di quella condotta nel recente passato. Si è civettato con le primavere arabe quando era evidente che non ne sarebbe scaturita alcuna estate, ma si andava diritti all’ inverno. In Libia ed in Siria sono stati commessi errori madornali: in quelle aree il caos non è mai preferibile ad un regime stabile, anche se purtroppo dispotico. La Turchia un giorno è nella NATO ed il giorno dopo pensa alla Sharia. Quanto ad Israele la diplomazia dell’Unione europea esiste solo per dichiarare l’embargo sui prodotti dei coloni. Putin è sempre guardato con maggior sospetto: pur di attaccarlo ed escluderlo va bene anche il doping. Perché allora non sciogliere la FIFA dopo i casi di Blatter e Platini, o metter fuori la Germania dai prossimi mondiali di calcio se avesse pagato per avere l’edizione del 2006?
LAPR0157_MGZOOMSul piano delle politiche e delle misure da adottare in ambito europeo, occorrerebbe maggiormente considerare che il terrorismo islamico combatte in primo luogo contro alcuni Stati dell’ area mediorientale e nordafricana. Perché non appoggiare in modo più sistematico queste nazioni, Egitto e Tunisia per primi? Sul piano interno sarebbe opportuno interrogarsi se i principi giustamente garantisti, specie in un contesto di criminalità agreste, possano seguitare a sussistere nella loro pienezza a fronte della minaccia portata da tagliagole o da eroici giustizieri di ragazzi in discoteca. In Italia potremmo arrivare ad avere nostalgia di certi Ministri dell’ Interno di democristiana memoria e di taluni ministri ombra del PCI. Avranno avuto i loro limiti, ma almeno possedevano il senso dello Stato e delle Istituzioni. Gli eventi potrebbero porci di fronte a scenari gravissimi.
1416083745336_wps_65_Jihadi_John_Alan_HenningIl terrore islamista è un fenomeno con caratteristiche belliche, ancorché asimmetriche. E’ molto diverso dalle Brigate rosse, nere ed altre aggregazioni del genere, che tutto sommato furono combattute e vinte con provvedimenti di polizia e con il codice penale. Nel caso dell’ ISIS e di Al Qaeda dovrebbe continuare a soccorrere l’ ombrello dell’ Onu. Ma se il nostro Parlamento fosse posto di fronte alla dichiarazione dello stato di guerra il Premier chiederebbe forse a Verdini di votarlo? E tuttavia l’ Italia, ad eccezione dell’ attentato al consolato nella capitale egiziana, non è stata finora oggetto di azioni terroristiche eclatanti. Anche se in numerosi siti siamo ben individuati come obiettivi specifici e dichiarazioni anche ufficiali delle autorità nazionali confermano la pericolosità e l’ attualità della minaccia. Avendo una certa familiarità in ambito forze di polizia, siamo portati ad ascrivere agli apparati di sicurezza il merito del risultato, conoscendone la professionalità, l’incisività dell’ azione e l’ attitudine all’ impegno costante.
Esecuzione-untitledSi potrebbe anche ritenere che abbiano per ora avuto effetti postivi una linea politica che riesce spesso a farsi percepire come autonoma ed originale, rispetto a quelle di altri paesi dell’ area occidentale, in ambito mediterraneo e mediorientale; ed anche un Vaticano, sebbene nel mirino di taluni proclami presenti nella rete, distante anni luce dal pur recente discorso di Ratisbona. Ad ogni buon conto non è sicuramente il caso che ci ha tenuto al riparo da iniziative efferate. Come pure è necessaria ogni consapevolezza rispetto a potenziali, più nefaste evoluzioni. In sostanza bisogna lavorare a piani di emergenza che consentano di affrontare al meglio ogni possibile situazione. Non sono problemi di protezione civile. Si tratta di ben altro. Auguriamoci che si riesca sempre a prevenire e che nulla accada. “Si vis pacem para bellum”: Vegezio la pensava così nel quarto secolo, ma il concetto è ancora attuale; salvo non si ritenga che di fronte ad un terrorista con la cintura esplosiva si debba chiedere la soluzione al sostituto procuratore di turno.

di Carlo Corbinelli Foto: Getty Images, Stato Islamico

In Germania è scoppiato l’Inferno: Invasione di delinquenza senza freni

“L’Inferno è scoppiato” in Germania, registriamo una invasione di criminalità di massa nelle forme più gravi come i furti, le rapine, gli stupri, la riduzione in schiavitù, l’imposizione della sharia”, questo è stato il drammatico avvertimento che ha fatto il Presidente Federale della polizia tedesca, Rainer Wendt.

 

In una significativa intervista fatta la canale N24 del servizio della Televisione tedesca, Wendt ha inoltre avvertito che le attività delittuose non sono state il risultato di invasori di colore stretti in luoghi angusti, ma piuttosto opera di fanatici religiosi e di lotte di alcuni gruppi per ottenere il sopravvento sugli altri.

“Le situazioni devono sempre arrivare ad incendiarsi prima che i politici reagiscano”.

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© AFP 2015/ ATTILA KISBENEDEK Germania, migranti: errore politico senza precedenti

“Nei nostri accampamenti per dare asilo ai rifugiati è scoppiata tutta una situazione infernale, nella frontiera con il sud della Germania e nello Stato federale della Baviera in particolare. E’ un girone infernale ed i nostri colleghi da quelle parti devono lavorare interrottamente senza neanche potersi più togliere gli stivali”, ha detto riferedosi al lavoro costante e senza interruzioni che deve svolgere la polizia tedesca per cercare di fare fronte alle altre invasioni di masse di rifugiati.

“Da mesi le forze di polizia sono state sopraffatte da questa invasione ed adesso i politici stanno mostrandosi come se ne fossero totalmente sorpresi, questo però non può essere”.

“Abbiamo dovuto constatare le risse fra immigrati nei campi di accoglienza, abbiamo dovuto verificare una quantità di furti nelle tende di generi alimentari. C’è una forte criminalità tra i rifugiati, il che significa che avvengono stupri di donne e bambini, uso massiccio di violenza, attività delittive come sfruttamento e schiavitù, vediamo che tutto questo avviene in quei posti. Non si tratta certo di piccoli alterchi fra persone che stanno vivendo in uno spazio ridotto, questi sono piuttosto conflitti territoriali, lotte per il dominio. Ci sono fanatici e gruppi religiosi che non si possono facilmente separare. Il nostro personale di sicurezza è del tutto sovrastato da queste situazioni”.

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© REUTERS/ Soe Zeya Tun Attenzione agli immigrati che vogliono adottare la shariah in Italia e nell’intera Europa

Rispetto all’enorme numero di invasori, migranti e profughi che si sono sparsi in Germania, dopo che la cancelliera Angela Merkel li ha invitati a venire, Wendt ha detto che quelli che sono arrivati hanno portato con loro la “sharia” (legge islamica).

“Loro non ripettano le nostre leggi. Per istinto sanno che le nostre leggi sono deboli sanno che non importa come si comportano male, perchè questo non apporta nessuna conseguenza sul loro status di diritto di asilo. Possono fare più o meno quello che gli piace e lo stato appena reagisce”.

Il potere giudiziale e la parte politica dello Stato dovrebbero rendere molto chiaro a questa gente, fin dal principio, che in questo paese, la sharia come legge non si applica, o qualsiasi altra norma religiosa, ma qui si deve applicare l’obbligo delle leggi tedesche e che noi siamo pronti per far rispettare questo principio”.

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© AFP 2015/ JEAN-CHRISTOPHE MAGNENET In Repubblica Ceca tendenze fasciste a seguito dell’emergenza profughi in Europa

“Queste non sono dispute familiari; stiamo parlando di crimini gravi, delitti penali di estrema gravità, dobbiamo dimostrare che coloro che commettono tali azioni cambiano il loro status da rifugiati in persecutori ed il nostro stato di diritto deve reagire. Queste persone devono essere mandate fuori immediatamente e per questo dobbiamo riaprire un’altra volta le astrutture di deportazione. Queste persone devono essere rinviate da dove sono venute e non devono avere il diritto di attendere l’esito della procedura di asilo in libertà”.

E’ stato inoltre chiesto a Wendt se può essere una buona idea separare (in base al gruppo religioso/etnico) gli invasori, profughi e richiedenti asilo per cercare di ridurre la violenza: Wendt ha risposto che il ragionamento che sottintende a questa proposta è, secondo lui, un segno di impotenza della società. Sarebbe appena possibile praticare una separazione anche se per motivi religiosi.
“Chi vorreste separare? I sunniti separati dagli sciiti, i salafiti moderati dai salafiti radicali? Quando alla fine sono tutti seguaci delle credenze mussulmane, questo non risulta possibile”, ha dichiarato Wendt.

Nota: Questa intervista non è stata divulgata dalla maggior parte dei media intenti a dare una versione “buonista” e caritatevole dell’arrivo delle masse di profughi in Europa dei quali, una buona parte si professano siriani, anche se è noto che i documenti siriani si acquistano sul mercato nero ad un prezzo fra i 500 ed i 1500 dollari (secondo il tipo di documento) e questo permette a molti pakistani, Afghani e di altre etnie, di farsi passare per siriani.

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Flusso di migranti gestito dagli USA? In Europa alcuni ne sono convinti

Quello che dice fuori dai denti il responsabile della Polizia Federale tedesca è molto indicativo ed attesta quello che si sapeva: l’invasione non è casuale ma è pianificata, con la complicità della Turchia e di varie organizzazioni ONG che finanziano ed incentivano i viaggi, vi sono prove documentate di questo ed hanno indagato su tale aspetto anche i servizi di intelligence dell’Austria che hanno documentato queste complicità. L’invasione non è pacifica ma finalizzata a prendere piede per un futuro di dominio di masse islamiche wahabite e salafite, radicalizzate su parti del territorio dei paesi europei, come già si riscontra in vari paesi del Nord Europa dove, in alcune zone, è vigente la saharia come norma applicata di fatto fra gli immigrati. Vedi: InfoDirekt, Vienna: gli Usa finanziano il traffico di migranti

Dietro questa invasione ci sono i finanziamenti dell’Arabia Saudita, paese da sempre ispiratore e istigatore del radicalismo islamico di impronta wahabita, intollerante e assolutista, portatore di violenza e sopraffazione verso le altre confessioni. L’Arabia Saudita si è già offerta di finanziare la realizzazione di altre 200 moschee in Germania. L’Arabia S. è un paese alleato di ferro con gli Stati Uniti e con Israele ed al centro di tutte le trame (incluso il finanziamento dei gruppi terroristi) nel Medio Oriente per rovesciare i regimi laici, nazionalisti o di fede sciita ed alawita (vedi Libia, Iraq, Siria). “I paesi occidentali si sono inchinati al potere ed al denaro della dinastia dei Saud (detto dal patriarca cattolico siriano,Ignatius Joseph III Younan).

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Shengen addio, welcome migranti!

La cancelliera Angela Merkel, la stessa che pochi mesi prima aveva negato (durante una diretta TV) ad una profuga palestinese radicata in Germania, la possibilità di rimanere, provocando il pianto della ragazzina, ha deciso improvvisamente di aprire le porte all’invasione dichiarando che la Germania avrebbe accolto tutti i siriani, scatenando una invasione di massa che ha messo in crisi paesi come la Serbia, l’Ungheria, la Croazia e la Slovenia. Un comportamento apparentemente strano ma che trova la sua spiegazione in un preciso ordine o direttiva a cui la Merkel ha voluto obbedire ed adeguarsi.
Possiamo indovinare da quale centrale sia arrivata tale direttiva. Niente avviene per caso.

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AFP 2015/ LEHTIKUVA/Panu Pohjola Intesa tra UE e Turchia per limitare l’afflusso di migranti

La stessa cancelliera Merkel si è recata, la scorsa settimana, ad Ankara dal presidente turco Erdogan (il nuovo “sultano”) per trattare con lui di detenere il flusso dei migranti in cambio di concessioni, aiuti finanziari ed il possibile ingresso della Turchia nella UE.
Naturalmente tratta la questione lei per conto di tutti i “sudditi” europei che non hanno voce in capitolo. Anche di queste eventuali decisioni se ne vedranno presto gli esiti negli stessi paesi europei.

Originariamente pubblicato sul sito Controinformazione.info

Nessuno lo dice ma in Iraq e Siria è guerra di religione


img-_innerArt-_taglia22Che fare in Iraq e Siria? Che l’Occidente non abbia una strategia per affrontare il rapido precipitare della guerra irachena e di quella siriana, ormai unificate, è un fatto reso ancor più evidente dalle timide e incerte iniziative di europei e statunitensi. Abbiamo rimosso la guerra dal nostro linguaggio e anche se disponiamo paradossalmente della più sofisticata tecnologia bellica mai posseduta dall’umanità siamo del tutto incapaci sul piano politico e sociale di impiegarla per vincere i conflitti. Questo Occidente non è più neppure in grado di chiamare le guerre col loro nome. In Iraq e in Siria è in atto un conflitto tra sunniti e sciti che vede lo Stato Islamico (IS) controllare territori abitati dalla popolazione sunnita combattere contro eserciti e milizie scite di  Baghdad e Damasco. Al fianco dell’IS vi sono Paesi  e ambienti finanziari e politici di Paesi sunniti quali la Turchia e le monarchie del Golfo. Con le forze regolari siriane e irachene sono saldamente schierati l’Iran e il movimento scita libanese Hezbollah .

Perché allora non definire il conflitto in atto una guerra di religione?

61561Image11Siamo forse così schiacciati dal peso delle parole e delle convenzioni ipocrite che ci siamo autoimposti negli ultimi 40 anni nel nome della correttezza politica da non riuscire a pronunciarle per paura di dover affrontare la realtà? Dopo 13 anni abbiamo già rimosso tutte le lezioni apprese dall’11 settembre 2001 per paura di dover accettare le conseguenze di una guerra che è inevitabilmente, come lo sono state molte delle più grandi e lunghe guerre dell’umanità, uno scontro di civiltà.

Inutile fingere di meravigliarsi. La guerra di religione, lo scontro tra sunniti e sciti, era un obiettivo dichiarato di Osama bin Laden e di Musayb al-Zarqawi, leader di al-Qaeda in Mesopotamia, organizzazione jihadista che ha poi originato l’ISIS e oggi lo Stato Islamico. Anche l’eliminazione fisica delle minoranze come cristiani e yazidi rientra da sempre nei programmi pubblicamente annunciati dai jihadisti e del resto le violenze contro i cristiani in Iraq (e in tutto il mondo sunnita) e il loro esodo da Mosul non sono certo cominciati il mese scorso.

2014-08-17-Situation-Report-HIGH-012Così come non sono certo iniziate con l’uccisione di James Foley le barbare esecuzioni di ostaggi occidentali da parte di militanti islamici. Ne abbiamo visti tanti di video del genere negli anni scorsi ma li abbiamo rimossi imponendoci di credere che fossero la risposta “all’imperialismo di George Bush” invece che una dimostrazione di odio, un atto di guerra nei confronti nostri e della nostra civiltà. Che l’Islam sia un problema per il mondo intero è sotto gli occhi di tutti, soprattutto perché se gli estremisti si fanno notare molto bene, i cosiddetti “moderati” sembrano avere  voce flebile. Eppure, come ha evidenziato Massimo Introvigne  sulla Nuova Bussola Quotidiana,  l’Occidente  è pieno di studiosi dell’Islam pronti a sostenere interpretazioni buoniste e introspettive della parola “jihad”.

L’Europa finge di accorgersi solo oggi che ci sono islamici che sterminano cristiani per non dover fare i conti con la sua coscienza e con il dovere di armarli o difenderli con le sue potenti, deboli armi: potenzialmente devastanti e tecnologicamente avanzate ma inutili perché non abbiamo il coraggio di impiegarle né soprattutto ideali per i quali riteniamo necessario combattere.

Abbiamo perso a tal punto ogni senso d’appartenenza nazionale e culturale da non trovare un solo motivo, valore o interesse  per cui valga la pena fare una guerra? Se è così l’IS ha già vinto perché i suoi miliziani (che sono sempre di più anche in Europa) sono pronti a uccidere e morire per la loro causa.  Sarebbe sufficiente leggere, sempre sulla NBQ,  l’analisi di Luigi Santambrogio sui jihadisti in Europa per comprendere che dobbiamo svegliarci e anche in fretta.

ISISmappa1Come ha sottolineato sabato Edward Luttwak in un’intervista a Il Giornale, l’opinione pubblica in Italia e in Europa si è mobilitata per i civili palestinesi di Gaza ma non si è contata neppure una manifestazione per i cristiani iracheni. Merito certo di decenni di cultura terzomondista e di relativismo culturale ma anche un sintomo evidente di come le leadership e i popoli occidentali non abbiano neppure la percezione di quali siano gli interessi strategici da difendere.

Certo gli Stati Uniti possono avere molti vantaggi a “giocare sporco” anche in questa crisi per favorire il caos nelle aree energetiche nel momento in cui si avviano diventare il più grande esportatore di gas e petrolio. Ma noi europei di quel gas e petrolio in Medio Oriente e Nord Africa abbiamo e avremo bisogno: non possiamo permetterci di non avere una strategia, di non combattere o di non scegliere da che parte stare.

isis-640Eppure proprio questo stiamo facendo, favorendo l’affermazione dei jihadisti dalla Libia all’Iraq, come se la questione non ci riguardasse. Per questo oggi non armiamo i cristiani iracheni e aiutiamo i curdi così blandamente da risultare ininfluenti, con l’ossessione di non irritare Baghdad e Ankara che temono un Kurdistan indipendente. Al tempo stesso esitiamo a mobilitarci contro l’IS per non irritare le monarchie sunnite del Golfo che hanno investito centinaia di miliardi di dollari in Europa e oggi influenzano in modo sempre più imbarazzante la nostra politica estera.

Fingiamo così di non sapere che la Turchia, nostro alleato nella NATO, è anche il Paese che ha ospitato e fornito aiuti alle milizie jihadiste dell’attuale Stato Islamico per sostenerle nella guerra contro il regime siriano. Cosa che abbiamo fatto anche noi europei insieme agli americani ponendoci in antagonismo alla Russia, unico grande Paese rimasto a difendere la cristianità e i valori occidentali contro l’islamismo.

ISISS1_673769S11Meno di un anno or sono Washington e alcuni alleati europei erano pronti a bombardare Damasco per abbattere Bashar Assad come avevano abbattuto Muammar Gheddafi spianando la strada ai jihadisti. Oggi in Libia qaedisti e Fratelli Musulmani stanno vincendo grazie anche al disinteresse dell’Europa e dell’Italia mentre  in Siria rifiutiamo di riconoscere i nostri errori ma saremo costretti ad aiutare Assad a combattere l’IS. Non perché il regime siriano sia composto da cherubini ma semplicemente perché è nei nostri interessi farlo e perché in Medio Oriente e Africa ci conviene fare i conti con regimi laici, anche se non del tutto simili alla democrazia svizzera, piuttosto che con Emirati e Califfati che decapitano e torturano gli infedeli.

images5Nella storia il pragmatismo ha sempre indotto gli Stati a modificare alleanze e schieramenti, sport in cui l’Italia è stata “maestra” nei due conflitti mondiali fino al tradimento del Trattato di amicizia con Gheddafi nel 2011. Basti ricordare che la Seconda guerra mondiale iniziò nel 1939 con i sovietici che si spartivano la Polonia con gli alleati tedeschi e termino con l’Armata Rossa che occupava Berlino. Allora però c’erano statisti a guidare le nazioni non gli improvvisati di esile spessore che guidano oggi le cancellerie europee.

Il realismo militare impone di valutare che solo i curdi e le truppe siriane sono in grado di fermare lo Stato Islamico.

L’esercito iracheno è allo sbando, non regge il campo di battaglia mentre nessun Paese occidentale sembra intenzionato a mandare i suoi soldati a combattere i jihadisti. Come hanno sottolineato esponenti militari a Londra e Washington la guerra non si vince se non si combattono le forze di Abu Bakr al-Baghdadi anche in Siria.

“L’IS deve essere sconfitto in Iraq e in Siria prima che si espanda in tutta la regione”, ha detto Lord Dannatt ex capo di stato maggiore dell’esercito britannico. Infatti la gran parte dei mezzi pesanti catturati dai jihadisti falle truppe irachene sono stati portati nelle basi in Siria strappate all’esercito di Assad, al riparo dai cacciabombardieri americani. In questi giorni jet americani, iracheni e siriani hanno bombardato le milizie dell’IS ma lo hanno fatto in ordine sparso, senza coordinamento e in settori diversi esercitando così una pressione limitata sui jihadisti. Abu Bakr al-Baghdadi ringrazia.

di Gianandrea Gaiani 28 agosto 2014, da La Nuova Bussola Quotidiana

Populismo

Perché Europa e Obama farebbero bene a cercare di capire i vari Putin e Orban anziché trattarli da mostri

Mondiali 2014, Finele: Germany Argentina

L’infornata di sanzioni Ue contro Mosca appena approvata dai governi europei era inevitabile ed è appropriata: a prescindere da ogni altra considerazione di politica e di diplomazia internazionali, chi destabilizza un paese confinante armandone i ribelli con sistemi bellici così sofisticati che costoro non sono capaci di usarli, e finiscono per abbattere un aereo civile uccidendo 300 innocenti, merita una punizione. Non ci sono giustificazioni per fatti del genere, come non ce ne sono quando l’artiglieria israeliana colpisce le scuole dell’Onu dove hanno cercato riparo i civili palestinesi e non ce ne sono quando i razzi palestinesi seminano il terrore nelle cittadine israeliane.

putin-assadTrovo invece patetica la crescente demonizzazione di Vladimir Putin, indicato sempre più come l’uomo da abbattere affinché tutto torni alla normalità, e la cooperazione fra Russia, Usa e Unione Europea in vista del trionfo universale della convivenza pacifica, della liberaldemocrazia e dell’economia di mercato globalizzata ricominci come ai bei tempi della presidenza Eltsin.

Le esperienze del passato sembrano non avere insegnato nulla: l’opinione pubblica occidentale ha creduto che bastasse sbarazzarsi di Saddam Hussein, di Mubarak o di Gheddafi per vedere trionfare la libertà e la democrazia nel mondo arabo, salvo poi scoprire che le cose erano meno semplici di quanto pareva dall’esterno. Il conflitto israelo-palestinese? Una volta fuori gioco Sharon e Arafat, nemici che si reggevano reciprocamente, israeliani e palestinesi più flessibili dei loro due capi avrebbero trovato la quadratura del cerchio. Infatti… Adesso si pensa la stessa cosa di Putin, di Bashar el Assad e persino di Erdogan, capo di governo turco eletto e rieletto ogni volta con maggioranze sempre più ampie.

L’idea che un dittatore o un leader autoritario o semi-autoritario siano espressione di una specifica e irripetibile costellazione storica, sociale, culturale, politica ed economica continua a non sfiorare le menti della maggior parte dei commentatori e della gente comune. Per l’americano e l’europeo medi, intrisi di cultura individualista, il dittatore o l’uomo forte sono espressione di se stessi e di una volontà di potenza individuale, niente di più. Quando il loro modo di fare politica crea dei problemi all’Occidente, la cosa da fare perché spariscano quei problemi è far sparire il disturbatore in persona. Certo, ci sono pur sempre politici e intellettuali di alto profilo – come Henry Kissinger, Mikhail Gorbaciov, Stephen Cohen – che spiegano che in realtà il leader del Cremlino fa quello che qualunque capo di Stato russo avrebbe fatto in circostanze analoghe, perché nessun governante moscovita può permettere che l’Ucraina scivoli nell’area politico-militare della Nato. Ma sono in minoranza e le loro idee non vengono prese in considerazione.

Viktor OrbanQualcosa però si sta muovendo, e merita attenzione e approfondimento, senza giudizi precipitosi: le situazioni si stanno evolvendo sotto i nostri occhi. Ha fatto scalpore un discorso del premier ungherese Viktor Orban (foto a sinistra) pronunciato il 26 luglio scorso. Dopo aver premesso che l’esperienza della crisi finanziaria internazionale dimostra che «gli stati liberaldemocratici non sono in grado di restare competitivi a livello globale», ha affondato un colpo sbalorditivo: «Non credo che la nostra appartenenza all’Unione Europea ci precluda la possibilità di edificare un nuovo stato illiberale, basato sulle nostre fondamenta nazionali», ha detto.

Il progetto avrebbe due motivazioni. Una di tipo identitario: «l’Ungheria non è un’ammucchiata di individui, è una nazione», ha detto il primo ministro. Mentre libertà e democrazia devono continuare a prevalere, l’ottica dei diritti individuali dovrebbe lasciare posto all’etica dei doveri verso il proprio popolo. Poi ci sono motivi economici. La globalizzazione economica e la liberaldemocrazia individualistica sono un binomio che sembra non funzionare: con la relativa eccezione degli Usa, che sono pur sempre la potenza dominante, e della Germania favorita dall’architettura dell’euro, i paesi che sembrano reggersi meglio non appartengono all’Occidente: «Oggi il mondo cerca di capire la natura di sistemi che non sono occidentali, che non sono liberali e fore non sono nemmeno democrazie, ma che hanno successo». I nomi? Orban menziona Singapore, Cina, India, Russia e Turchia. Sono alcuni dei paesi i cui leader sono maggiormente criticati nella stampa europea e statunitense.

A parte la disinvoltura con cui Orban mette insieme sistemi che si possono definire democratici con altri che non lo sono minimamente, è vero che un numero crescente di paesi che non appartengono all’Occidente e che spesso non condividono i suoi valori stanno ottenendo successi politici e/o economici. A volte anche quando l’economia rallenta, il consenso per i governi resta alto. Il tasso di approvazione di Vladimir Putin, il nuovo “uomo nero” dei media occidentali, all’inizio di giugno aveva toccato il massimo storico dell’83 per cento. Anche Erdogan, che nei mesi delle proteste di piazza Taksim era sceso dal 59 del 2013 al 39 per cento, è risalito oltre il 50 per cento ed è il favorito assoluto per le presidenziali del 10 agosto. Nell’aprile scorso Viktor Orban, la bestia nera della Commissione europea e del Parlamento europeo, ha vinto un nuovo mandato da primo ministro col 44,5 per cento dei voti.

Cena di gala per Merkel e Obama al castello di CharlottenburgEffettivamente siamo in presenza di due problemi. Il primo è che il modello politico occidentale, presentato come la sintesi perfetta di prosperità, giustizia sociale, economia di mercato, libertà pubbliche e private, sistema politico democratico non attira più come in passato. Gli europei per primi avvertono i suoi limiti. In un mondo dominato dai movimenti dei grandi capitali e dalla finanziarizzazione dell’economia, dove tutti i paesi sono costretti a praticare le stesse politiche economiche e sociali fin nei dettagli per non veder esplodere il debito sovrano, dove il margine di manovra dei parlamenti nazionali si fa sempre più stretto perché l’80-90 per cento delle norme viene decisa non democraticamente a Bruxelles, dove le sentenze dei tribunali costituzionali, delle Corti europee e delle Corti d’appello stabiliscono quali leggi possono essere approvate dalla volontà popolare e quali no, dove le varie leggi nazionali sulle varie “fobie” riducono costantemente lo spazio della libertà di parola, viene da interrogarsi se quella che vige sia democrazia sostanziale e se le libertà siano formali o reali.

Le leggi e la pressione del conformismo culturale ci obbligano a parlare in un certo modo e ci puniscono con l’emarginazione o con sanzioni penali se deroghiamo, i giudici cassano le leggi che abbiamo approvato votando per un certo partito (per esempio quella sulla fecondazione eterologa; e a Strasburgo stavano per mettere fuorilegge i crocefissi nelle scuole, se non fosse intervenuta la Grand Chambre), i mercati finanziari e i vincoli della moneta unica europea decidono al posto dei governi cosa si può fare e cosa non si può fare. È ancora democrazia questa? È ancora libertà?

Poi c’è l’altra grande questione: l’incapacità di guardare agli altri come altri, di dare un significato all’alterità. Così il russo è solo un euro-asiatico politicamente immaturo, che si è lasciato sedurre e manipolare dal proprio capo supremo. Liberiamo il minorenne russo, incline a credere a tutto ciò che la propaganda di Stato gli propina, dal suo tutore, e Mosca diventerà come Belgrado: una capitale di tradizione slavo-ortodossa desiderosa di omologarsi in tutto e per tutto ai canoni dell’Unione Europea.

milosevicIl paragone fra la Serbia di Milosevic e la Russia di Putin l’ho letto nelle pagine dell’autorevolissimo New York Times: secondo Roger Cohen bisogna trattare Putin come Milosevic, e la Russia farà lo stesso percorso che ha fatto la Serbia. Forse Cohen farebbe bene a ricordarsi come trattammo la Russia al tempo della crisi del Kosovo. A Mosca c’era Eltsin, che pur protestando molto di fatto dette il via libera ai bombardamenti Nato su Belgrado e sulle truppe serbe in Kosovo, perché non minacciò un intervento militare. Quando Belgrado capitolò, Mosca fece da mediatrice fra la Serbia e la Nato per le decisioni relative all’ingresso delle truppe euroatlantiche in Kosovo e chiese di potere avere un ruolo. Venne tenuta fuori come un lebbroso. Eltsin dovette mandare i suoi parà nottetempo all’aeroporto di Pristina, in una specie di blitz insensato – i parà russi erano un’isoletta circondata dai militari degli altri paesi- per dare al mondo l’impressione che la Russia stava sorvegliando le attività della Nato in Kosovo.

Con questi precedenti – oltre alle promesse tradite fatte a suo tempo a Gorbaciov di non accogliere nella Nato i paesi che uscivano dal Patto di Varsavia – non c’è da stupirsi della politica di Putin. L’ex ufficiale del Kgb ha fatto quello che qualunque altro presidente russo avrebbe fatto. Dopo avere rimesso un po’ in piedi la Russia dal punto di vista economico e del funzionamento delle istituzioni (al tempo di Eltsin c’era una bellissima libertà di parola e di stampa, ma più povertà che sotto il comunismo e la paralisi completa dei servizi pubblici) il nuovo leader ha cercato di restaurare la forza della Russia come grande potenza e di bloccare l’espansione della Ue e della Nato in direzione di Mosca.

In Ucraina sta perdendo la partita, come tutti capiscono sin dai giorni dell’occupazione della Crimea. Ma se Putin dovesse uscire di scena perché l’Ucraina scivola definitivamente verso Washington, le probabilità che a ciò corrisponda una democratizzazione e liberalizzazione della vita politica russa sono pari quasi a zero. Ha scritto George Friedman su Stratfor, il principale sito internet americano di geopolitica: «Coloro che pensano che Putin sia allo stesso tempo il più repressivo e il più aggressivo leader russo immaginabile dovrebbero riflettere che le cose non stanno così. Lenin, per esempio, faceva paura. Ma Stalin fu molto peggio. Potrebbe venire un tempo in cui il mondo guarderà a Putin come a un tempo di liberalità. Perché se la lotta di Putin per sopravvivere e dei suoi sfidanti interni per spodestarlo dovesse diventare più intensa, la disponibilità di tutti a diventare più brutali potrebbe ugualmente crescere».

isilLa Russia sta destabilizzando l’Ucraina, su questo non ci piove. Ma anche la Ue e la Nato stanno destabilizzando la Russia, consapevolmente o inconsapevolmente. Non stanno semplicemente osteggiando un leader autoritario: stanno mettendo in pericolo l’esistenza politica e istituzionale della Russia. Gli europei probabilmente sono in buona fede, e credono di poter fare della Russia un’altra Serbia, convertita all’europeismo dopo la caduta di Milosevic; ma gli americani pensano a una Russia serbizzata in un altro senso: un’entità politica smembrata di diritto o di fatto, gestita da oligarchi ai quali sarebbero affidati spazi territoriali specifici, la quale non costituirebbe più una minaccia geopolitica per gli Usa.

Insomma, all’amministrazione Obama non dispiacerebbe se la Russia andasse in pezzi, come ci stanno andando Siria e Iraq. Ai tempi di G.W. Bush la linea ufficiale consisteva nell’esportazione della democrazia, che avrebbe trasformato i nemici in amici. Al tempo di Obama, più realisticamente si mira a disintegrare dall’interno i nemici. Resteranno nemici, ma non nuoceranno più. Nella democrazia come sistema universale prima di tutto sembrano non crederci più gli americani, cioè quelli che l’hanno inventata.

La Ue vuole sabotare South Stream

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Vox aveva lanciato l’allarme durante i ‘giorni’ della Crimea. L’Unione europea è pronta a fare l’ennesimo danno all’Italia (dopo il bombardamento della Libia con la scusa della primavera araba), alla sua economia e alla sua sicurezza energetica.

La Ue infatti è pronta a congelare i piani per il completamento del gasdotto da 40 miliardi di euro South Stream per ‘punire’ il Cremlino.

I dettagli sono emersi in un briefing trapelato tra il capo della Commissione europea, Jose Manuel Barroso, e politici bulgari, nei quali minacciava il paese di non ostacolare la nuova linea dura dell’UE sul progetto e minare l’unanimita: “Stiamo dicendo alla Bulgaria di stare molto attenta”, la minaccia mafiosa, secondo quanto riportato nella stampa bulgara.

Se sono vere le cose apparse sui media bulgari, si dimostra che il governo italiano non si sta opponendo al blocco del progetto essenziale per l’Italia e la sua economia. Come al solito, e più del solito con Renzi, una politica a novanta gradi.

E con il congelamento, anche dei nostri sedere i prossimi inverni, andrà a farsi benedire la commessa del valore di circa 2 miliardi di euro affidata a Saipem Italia per costruire il tratto off-shore del percorso sotto il Mar Nero dalla Russia alla Bulgaria. La costruzione era prevista per il mese di giugno.

001Secondo i media, Barroso avrebbe detto che ci sono “persone in Bulgaria , che sono agenti della Russia “, un riferimento alle figure del partito socialista al governo , che hanno cercato di concludere un accordo bilaterale con il Cremlino .
Nella Ue invece, gli agenti americani sono a Bruxelles, direttamente a capo della Commissione.

Ufficialmente, Bruxelles è stato evasivo circa il progetto South Stream. La linea ufficiale è che i piani sono ancora vivi , ma i commenti trapelati  confermano che gli agenti americani nella Ue, dei quali Barroso è un esponente di spicco, stanno alacremente lavorando perché sia politicamente ucciso, a favore del progetto antagonista “Nabucco” con al centro la Turchia.

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Il TAP, gasdotto che metterebbe l’Europa nelle mani turche, disegno geopolitico americano da decenni. Così dipenderemo sempre di più dalle economie islamiche.

Il gruppo tedesco Siemens, come Saipem, ha firmato un contratto con Gazprom la scorsa settimana per la fornitura di sistemi di controllo per South Stream. In questo caso Italia e Germania hanno interessi convergenti da far valere.

Il progetto South Stream – già ben avviato e destinato a produrre gas entro il 2015 –  dalla Siberia al Caucaso e poi verso i Balcani, aggirerebbe completamente l’Ucraina ed il Kosovo, mettendo di fatto le nazioni dell’Europa occidentale al riparo dei ricatti di Kiev e do Boston come invece avvenuto qualche anno fa, e come potrebbe accadere ancora.