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Porzus

Articolo giornale con esortazione agli Italiani di unirsi alla Jugoslavia
Articolo giornale con esortazione agli Italiani di unirsi alla Jugoslavia

Lo studio e l’insegnamento della Resistenza hanno celebrato il primato comunista nella costruzione della democrazia italiana. Ciò al prezzo di una deformazione della realtà storica che è diventata «storia ufficiale».
Il nome dei «veri» capi della Resistenza, cioè di Alfredo Pizzoni, presidente del Cln Alta Italia, e del generale Raffaele Cadorna, comandante del Corpo dei Volontari che raggruppava le brigate partigiane, sono sconosciuti agli studenti italiani e quando si celebrano le Fosse Ardeatine si commemora una sorta di «fossa comune» dato che non vi morirono esponenti del Pci e non si ricorda che tra le vittime c’era il capo della Resistenza romana catturato e torturato dai tedeschi, il colonnello Giuseppe Cordero di Montezemolo.
Così come solo negli ultimi anni si sono ricordati i fatti di Porzus del febbraio 1945, dove i comunisti hanno sterminato i partigiani che non volevano essere agli ordini degli jugoslavi e accettare l’occupazione titina dei territori italiani.
La strage di Porzus è stata sepolta e tuttora tenuta ai margini perché non solo contraddice la pretesa di identificare automaticamente antifascismo con libertà e democrazia, ma soprattutto perché segna l’emergere di quella che è stata la «resistenza parallela» del Pci.
Troppo spesso si passano sotto silenzio due «bienni neri» in cui i comunisti – sovietici e italiani – si chiamarono fuori dallo scontro tra fascismo e democrazia: il biennio 1924-26 quando, rompendo con gli altri partiti d’opposizione, parteciparono ai lavori parlamentari con i fascisti; e quello 1939-41, in cui difesero l’alleanza tra Stalin e Hitler.
Nel ’39 Stalin sostenne quella scelta affermando che era in corso uno scontro tra imperialisti ricchi (Francia e Gran Bretagna) e imperialisti poveri (Germania e Italia) e quindi i sovietici preferivano questi ultimi.
Successivamente, dopo l’aggressione hitleriana all’Urss, i comunisti rientrarono nell’alleanza antifascista, ma sempre con una presa di distanza bellicosa rispetto agli altri stati e partiti.

giornale l'ardito del popolo
giornale l’ardito del popolo

«La crisi del capitalismo – dichiara Stalin il 28 gennaio ’45 – si è espressa nella divisione dei capitalisti in due fazioni: una fascista e una democratica. Si è creata un’alleanza tra noi e la corrente democratica dei capitalisti. Noi adesso stiamo con una frazione contro l’altra, ma nel futuro saremo anche contro questa frazione dei capitalisti».
È sulla base di questa strategia che Togliatti e i comandanti comunisti delle brigate partigiane parteciparono alla Resistenza avendo in mente da un lato il primato dell’occupazione jugoslava e dall’altro un futuro di scontro con gli altri partiti del Cln.
È così che animarono una Resistenza parallela, prima attraverso i Gap, le cui principali «imprese» – la bomba di via Rasella e l’assassinio di Giovanni Gentile – non vennero approvate dal Cln, e poi attraverso i «triunvirati insurrezionali» creati dal Pci alla vigilia della Liberazione nelle varie Regioni del Nord dall’Emilia al Piemonte per condurre un’«epurazione» al di fuori del Cln.
Quella che è stata chiamata «doppiezza» del Pci di Togliatti e che diventerà «diversità» con Berlinguer rispecchia l’irriducibile antagonismo dell’«idea comunista» che si autonomina futuro positivo dell’umanità e considera anche gli alleati un freno o un’entità inferiore se non – come avvenne a Porzus – «obbiettivamente» un pericolo da sopprimere.

Foibe : per non dimenticare

Ines Gozzi presunta Ausiliaria Rsi
Ines Gozzi presunta Ausiliaria Rsi

Ne è stato parlato tanto e tanto è stato fatto per far passare sotto silenzio il dramma dei nostri connazionali “epurati per motivi etnici” dai Titini.

Ma gli assassini di Tito avevano dei fiancheggiatori tra gli italiani stessi che hanno partecipato attivamente nei massacri dei loro connazionali giuliano-dalmati.

La nostra sinistra ha sempre evitato di affrontare il discorso ed ogni volta che se ne è presentata l’occasione ha cercato di nascondere, minimizzare, negare.

Ines Gozzi
Ines Gozzi

Queste sono le verità delle quali non vogliono si parli :

Crimini del comunismo italiano

Friuli 1945: partigiani della Osoppo Fucilati da comunisti

Foibe, I protetti del partito comunista

Le vittime italiane dei gulag di Tito

Porzus

Quanto vale la vita di una sola persona?

I fatti li conosciamo. E’ stato scambiato un giornalista per un numero imprecisato di terroristi. La domanda che mi pongo è semplice. Lo scambio è stato vantaggioso e se si, per chi? Faccio alcune valutazioni. Quei terroristi erano stati imprigionati perchè erano degli efferati fanatici assassini. Se è vero che stiamo in Afganistan per aiutare la gente comune, allora perchè si rimettono in circolazione degli assassini che alla prima occasione si vendicheranno proprio su quei civili che dovremmo difendere?

Abbiamo salvato la vita di un uomo, è vero. L’abbiamo salvata perchè consapevoli che certa gente non ha nessuna considerazione della vita. E allora? Salviamo uno per permettere a chi non ha nessun rispetto della vita umana di continuare ad uccidere impunemente? Dovè la coerenza? Dovè la logica, io non capisco. Capisco benissimo che l’ostaggio Italiano è servito a qualche recondito scopo di questo governo. Ma quale?

Dunque, sappiamo tutti che la sinistra vuole ritirare le truppe. Sappiamo anche che appena liberati i terroristi, per riconoscenza è stata assalita un’autocolonna militare italiana. A questo punto mi sorge un dubbio. Non è che tutta questa storia serva da punta dell’Iceberg per poter arrivare all’obiettivo finale del ritiro? Mi spiego. Un’altro bell’attentato come quello di Nassirya o qualcosa del genere, organizzato proprio dai terroristi liberati, darebbe la scusa a questo governo di ritirare i soldati.

Quante vite umane tra italiani ed Afgani saranno distrutte a causa di questo governo di conigli ed all’imperizia di un giornalista di sinistra, guardacaso? Ma quanto vale una vita umana per poterla barattare con quella di tanti? Esistono vite di serie "B" come quelle dei soldati e degli Afgani e quelle di serie "A" dei sinistri?

Proviamo a pensare come ragionano i militari. Uomini come noi mettono a repentaglio la propria vita per salvare quella degli altri. Un sacrificio contro tanti che possono continuare a vivere. Gli appartenenti alle forze dell’ordine ragionano esattamente nello stesso modo. I cittadini che reagiscono alle rapine, inconsapevolmente, ragionano allo stesso modo. Solo i sinistri pensano a se stessi ed ai loro simili. Solo i sinistri che urlano tanto al razzismo possono permettere che per salvare uno dei loro vengano sacrificati tanti. Ma questi tanti sono figli di un Dio minore? Allora i sinistri sono razzisti!

Come, loro così perfetti, così amanti della pace hanno preso un provvedimento che va contro tutte le belle parole che ci hanno fatto sentire fino ad oggi.

Magari sono collusi con i terroristi che poi tanto terroristi non sono perchè sono capi di bande di trafficanti e produttori di droghe. Spacciatori a livello planetario. Non spacciatori qualsiasi ma i padroni dell’80% del traffico d’eroina. I nostri sinistri si vogliono sedere al tavolo della pace con questa gente? Magari con l’occasione concludono anche qualche buon affare con i distributori di morte. Bello scambio tra la vita di un giornalista e quella di migliaia o centinaia di migliaia di vite umane.

Non sono collusi? Vale lo stesso ragionamento. Con chi dialogano di pace? Con chi sgozza ed ammazza senza dare un regolare processo? E tutte le polemiche sulla pena di morte? Qualè il senso della misura dei sinistri? Gira che ti rigira si arriva sempre allo stesso punto. Non valutano le vite degli altri ma cinicamente percorrono la strada del loro obiettivo infischiandosene delle conseguenze. Torno a dire, il povero giornalista, anche se ignaro (ma ne dubito fortemente) è solo una pedina di un gioco più grande nella strategia internazionale della sinistra. Gioco nel quale i nostri sinistri ci stanno con tutti e due i piedi.

Ma se deve essere così, perchè non si ritirano subito i nostri soldati? Perchè spendere quelle vite? Perchè comportarsi come togliatti che sacrificò decine di migliaia di connazionali alla causa del comunismo? Questi sono comunisti e della peggior specie. Sono viscidi, vivono nell’inganno e per l’inganno, sono subdoli. Abbiamo avuto modo di conoscerli, se non mi sbaglio, perchè anche nella politica interna non si comportano tanto diversamente da quella estera.

Ripeto la domanda, quanto vale la vita di un uomo? Perchè i nostri connazionali rapiti in Nigeria non hanno avuto lo stesso trattamento di riguardo del giornalista in Afganistan? Perchè i nostri connazionali in Iraq non hanno avuto lo stesso trattamento premuroso dedicato alle due simone o della sgrena?Vite di sinistra di serie "A" e gli altri di serie "B"?

Adesso dopo queste grandi dimostrazioni di fermezza e serietà c’è da aspettarsi che un qualsiasi cittadino Italiano diventi il mezzo di ricatto per un’intera nazione. Questi sono i risultati del pacifismo o dell’idiozia? Ne è valsa la pena? In questo caso credo che la cura sia stata peggiore della malattia. Bastava togliere le pastoie ai nostri reparti speciali e si sarebbe arrivati allo stesso risultato ma senza dare segnali di debolezza e con uno sgozzato in meno o forse due perchè dell’interprete ancora non se ne sa nulla. Insomma uno scambio vantaggioso per i sinistri. Uno dei loro con un Afgano onesto che si guadagnava il pane facendo l’autista. Uno dei loro e forse due Afgani che lavoravano onestamente.

Il segnale da dare era che i cittadini Italiani ed i loro alleati sono intoccabili e chi li tocca non può campare tranquillo perchè la punizione prima o poi arriverà. Questa è fermezza. Questa è serietà. Questa è sicurezza. Questo è il modo per impedire che diventi un’abitudine condizionare la politica di una nazione tramite il crimine. So benissimo che il governo precedente ha commesso lo stesso errore ma almeno in un’occasione si è distinto per il coraggio dimostrato e comunque se proprio vogliamo fare una conta, il numero dei sinistri rapiti  e delle vite consumate per la loro libertà è ormai sinonimo di imbecillità.

I motivi riportati mi spingono a suggerire all’opposizione di non votare per il rifinanziamento della missione ISAF, che il governo si sappia sostenere da solo e che paghi per le sue responsabilità.

Friuli 1945: partigiani della Osoppo Fucilati da comunisti

partigiani Del Battaglione Osoppo
partigiani Del Battaglione Osoppo

Friuli 1945: partigiani comunisti fucilano una formazione della Brigata Osoppo, costituita da partigiani cattolici, azionisti e indipendenti. Il motivo? Ancora in discussione.

STRAGE DI PORZUS, UN’OMBRA CUPA SULLA RESISTENZA

7 febbraio 1945, mercoledì, alle 14.30. Nelle malghe di Porzus, due casolari sopra Attimis, in provincia di Udine, ha sede il comando Gruppo brigate est della divisione Osoppo, formata dai cosiddetti “fazzoletti verdi” della Resistenza, partigiani cattolici, azionisti e indipendenti. Giungono in zona cento partigiani comunisti, agli ordini di Mario Toffanin (nome di battaglia Giacca) sotto le false spoglie di sbandati in cerca di rifugio dopo uno scontro con i nazifascisti. In realtà, è una trappola: alla malga vengono uccisi il comandante della Osoppo, Francesco De Gregori (nome di battaglia Bolla), il commissario politico Enea, al secolo Gastone Valente, una giovane donna sospettata di essere una spia, Elda Turchetti e un giovane, Giovanni Comin, che si trovava a Porzus perché aveva chiesto di essere arruolato nella Osoppo. Il capitano Aldo Bricco, che si trovava alle malghe perché doveva sostituire Bolla, riesce a fuggire e salva la vita perché i suoi inseguitori, dopo averlo colpito con alcune raffiche di mitra, lo credono morto.
Altri venti partigiani osovani vengono catturati e condotti prima a Spessa di Cividale e poi nella zona del Bosco Romagno, sopra Ronchi di Spessa, una ventina di chilometri più a valle. Due dei prigionieri si dichiarano disposti a passare tra i garibaldini. Gli altri saranno tutti uccisi e sbrigativamente sotterrati tra il 10 e il 18 febbraio. Della cosa si cercò di non far trapelare nulla. Ancora un mese dopo c’era chi assicurava che i capi Bolla ed Enea erano tenuti prigionieri dai garibaldini o dagli sloveni.

“… La propaganda clericale del tempo descriveva i partigiani comunisti, inquadrati nelle Brigate Garibaldi, come dei Satana spergiuri che volevano consegnare il Friuli alla Jugoslavia. Furono del resto pure inglobati nella Osoppo molti fascisti, come il Reggimento Alpini Tagliamento (formazione della Repubblica di Salò) che operava nella zona con il compito di combattere i “comunisti jugoslavi” e questo avvenne con la mediazione dell’Arcivescovado di Udine (Arcivescovo Nogara). Lo scopo della Osoppo e della Tagliamento infatti coincideva, l’obiettivo comune era quello di criminalizzare i partigiani delle Garibaldi.
In molte zone facevano persino presidi misti, cioè repubblichini e osovani.
Quelli della Osoppo, si appropriavano delle forniture inglesi che spettavano alle Garibaldi, l’accordo con gli inglesi era che il 30% di ogni lancio fatto alla Osoppo doveva essere destinato alle Garibaldi. Quelli della Osoppo non rispettarono mai l’accordo ed i Garibaldini per approvvigionarsi e procurarsi armi dovevano assaltare i presidi tedeschi e fascisti… “
(da un’intervista rilasciata nel 1996 dal comandante partigiano Mario Toffanin, Giacca)
“… La Grande Slovenia, volevano i partigiani comunisti. Noi volevamo solo combattere per la libertà, non per il comunismo, ed eravamo favorevoli a lasciare ad un referendum dopo la liberazione la scelta sui confini… Bolla, il comandante, alzava la bandiera, bandiera italiana, bandiera con lo stemma sabaudo. Io lo mettevo in guardia: attento, gli dicevo, la vedono i comunisti e i partigiani sloveni, quello stemma a loro ricorda il fascismo, toglila. E lui no, cocciuto, perché credeva sopra ogni cosa all’Italia, senza compromessi, senza tante prudenze politiche… Avevamo sempre operato insieme, anche se noi cattolici ci preoccupavamo, oltre che della onestà dei fini, anche della onestà dei mezzi. Ci furono discussioni assai accese con i comandanti comunisti sulla necessità di azioni che comportavano sacrifici di vite umane”.
(da un’intervista rilasciata nel 1997 da Monsignor Aldo Moretti, Lino, Medaglia d’Oro al valor militare, uno dei fondatori della Divisione Osoppo).
Quando nel 1997 il regista Renzo Martinelli doveva girare gli esterni del suo film Porzus, si trovò alle prese con i divieti di diversi sindaci, che non consentirono le riprese sui loro territori. Erano passati più di cinquant’anni, ma di Porzus molti non volevano neppure parlare; non mancò chi chiese di vietare la presentazione del film a Venezia. Cattive coscienze, risentimenti, fanatismo ideologico duro a morire, uniti ad una insopprimibile abitudine a riscrivere la storia con ottica di parte, hanno fatto sì che a tutt’oggi restino dei punti interrogativi su quella cupa vicenda. Non abbiamo la pretesa di poter fornire tutte le risposte; confidiamo solo che una rilettura seria e serena sia possibile, a passioni sopite e senza nessuna preconcetto. E speriamo che cinquantasei anni di distanza siano sufficienti, non foss’altro per rendersi conto che non esiste causa, per nobile che sia, che possa trarre giovamento dalle falsificazioni della realtà.
Molti segreti se li portò nella tomba Mario Toffanin, Giacca. A differenza di altri, Giacca su Porzus aveva parlato molto, dando tante versioni diverse, con una sola costante: “se li avessi di nuovo davanti, li accopperei ancora tutti”. Morì, ottantaseienne, venerdì 22 gennaio 1999, nell’ospedale della cittadina di Sesana, in Slovenia. Era lui il comandante dei reparti che compirono l’eccidio. Il protagonista della vicenda, almeno il più visibile; non necessariamente il più consapevole.
Partigiani contro partigiani, con accuse reciproche, fino al tragico epilogo di sangue. Nella vicenda di Porzus si materializza violentemente quello che fu il problema centrale della Resistenza: la competizione, più che la collaborazione, tra i diversi gruppi ideologici. In più si aggiunsero le rivendicazioni territoriali slovene, che avevano una loro legittimità storica, ma che contribuirono ad arroventare una situazione già calda.
Ma non possiamo leggere queste vicende, accadute in quell’estremo lembo di territorio italiano tra le provincie di Udine e Gorizia, se prima non accenniamo brevemente alla nascita della Resistenza in Italia e ai suoi sviluppi.
Una storiografia oleografica ci ha spesso presentato la Resistenza come un movimento di popolo, una spontanea ribellione di massa contro l’oppressione fascista e nazista. Se vogliamo guardare più realisticamente ai fatti, partiamo da una data fondamentale: 25 luglio 1943. Il Gran Consiglio del Fascismo vota a maggioranza un ordine del giorno presentato da Dino Grandi, che, chiedendo il ripristino dei poteri degli organi costituzionali (Parlamento, Corona), di fatto sfiducia Mussolini, mettendo fine a diciotto anni di una dittatura che, se negli anni precedenti aveva goduto di un grande seguito popolare, aveva poi gettato l’Italia nella tragedia della seconda guerra mondiale. Il Re Vittorio Emanuele III fa arrestare Mussolini e nomina Primo Ministro il Maresciallo Pietro Badoglio. Sul 25 luglio, sulle effettive intenzioni degli uomini che causarono la caduta del Duce, si discute e si discuterà ancora a lungo. Ma resta un dato di fatto: il fascismo fu liquidato dai fascisti e dal Re, né le attività clandestine di gruppi antifascisti ebbero alcun peso sull’estromissione di Mussolini dal potere.
Le ambiguità di Badoglio, l’illusione di poter tenere a bada contemporaneamente gli Alleati e i tedeschi, le incertezze di un Re più preoccupato delle sorti della Corona che di quelle della Patria, si tradussero in un mese e mezzo di politica ambivalente e pasticciona, col solo risultato di consentire ai tedeschi, che avevano ben poca fiducia nella lealtà del nuovo governo italiano, di rinforzare massicciamente la propria presenza militare nella penisola (limitata, al 25 luglio, a quattro divisioni). Quando l’otto settembre di quel tragico 1943 fu reso noto l’armistizio firmato unilateralmente cinque giorni prima dall’Italia con gli Alleati, le truppe tedesche furono pronte a disarmare numerosi reparti dell’esercito italiano e ad arrestare e deportare centinaia di migliaia di militari dell’ex alleato, ora considerato traditore. Lo sbandamento delle forze armate in quei terribili giorni fu quasi totale, anche se non mancarono episodi di resistenza eroica da parte di unità che non accettarono supinamente il disarmo. La nascita di quell’ombra di stato che fu la Repubblica Sociale e la conseguente divisione dell’Italia tra repubblica fascista al Nord, e Regno del Sud (nei territori che via via venivano conquistati dagli Alleati risalendo la penisola), segnarono l’inizio della guerra civile in Italia.
Le prime bande che si costituirono in funzione antitedesca e antifascista erano formate perlopiù da militari che erano riusciti a sottrarsi ai rastrellamenti massicci che le truppe germaniche iniziarono subito dopo l’otto settembre, o che non accettarono di servire nella Repubblica Sociale, considerata, a ragione, poco più che un paravento dei veri padroni, i tedeschi. Si trattava di unità isolate, senza collegamenti tra loro e senza una strategia definita, generalmente guidate da ufficiali che si sentivano comunque vincolati dal giuramento di fedeltà al Re. Ma la Resistenza assunse ben presto caratteristiche marcatamente politiche; l’armistizio preludeva inevitabilmente a uno sganciamento dell’Italia dall’alleanza con la Germania, con le inevitabili ritorsioni che sarebbero venute (come vennero) da quest’ultima. I partiti politici antifascisti, che iniziavano a ricomparire dalla clandestinità al passo dell’avanzata degli Alleati sul territorio italiano, non potevano rischiare un altro “25 luglio”, restando tagliati fuori dal gioco; le sorti della guerra erano segnate, la sconfitta della Germania era considerata inevitabile (anche se nessuno credeva che ci sarebbero voluti ancora quasi due anni di guerra) e si trattava di prepararsi per il futuro assetto che l’Italia avrebbe dovuto assumere al termine del conflitto. Il primo CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) sorse a Roma, già il 9 settembre 43. Lo fondarono Ivanoe Bonomi, indipendente, Alcide De Gasperi (Democrazia Cristiana), Alessandro Casati (partito liberale), Pietro Nenni (partito socialista), Mauro Scoccimarro (partito comunista) e Ugo La Malfa (partito d’azione). Aderì poi al CLN anche Meuccio Ruini, in rappresentanza della democrazia del lavoro. Al CLN Bonomi rivendicò il diritto di essere considerato come “l’unica organizzazione capace di assicurare la vita del paese”. Era un’affermazione perlomeno ottimistica, se non poco realistica, considerando che al momento il CLN rappresentava poco più che sé stesso, in una situazione nazionale di estrema confusione. Ma era stato gettato il seme, e l’incitamento “per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza e per riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni” veniva da un organismo politico e si sarebbe concretizzato nella costituzione di bande partigiane che esplicitamente si richiamavano agli ideali politici dei partiti di riferimento. I partigiani di Italia Libera aderivano al partito d’azione, una formazione d’élite che si sarebbe dissolta molto presto dopo la guerra, ma che raccoglieva uomini di grande valore come Parri, Lussu, Valiani, Garosci. Le Fiamme Verdi erano i partigiani di ispirazione cattolica, forti soprattutto nel Bresciano e nell’Udinese; con loro si unirono anche molti liberali e indipendenti. Le Brigate Garibaldi, braccio armato del partito comunista, furono il primo gruppo partigiano a darsi una struttura organica, istituendo a Milano, all’inizio del novembre 43, un Comando Generale, con Luigi Longo comandante generale e Pietro Secchia commissario politico.
Sarebbe qui interessante anche approfondire le differenze tra Resistenza al Nord e al Sud, ma non vogliamo esulare troppo dal nostro tema. Da quanto finora esposto appare già evidente che il movimento partigiano ebbe, aldilà del denominatore comune della lotta contro fascisti e nazisti, la caratteristica di raccogliere gruppi politici tra loro antitetici, riflettendo quell’innaturale alleanza tra Unione Sovietica e mondo capitalista, resa inevitabile dalla comune lotta contro il nazismo. Tuttavia ci sono alcuni punti che è importante sottolineare, perché ci aiuteranno a capire meglio la genesi di eventi come la strage di Porzus.

La Resistenza non ebbe in Italia un peso militare determinante, né lo avrebbe potuto avere, perché restò sempre un fenomeno elitario e comunque in buona parte legato, per la sua sopravvivenza, ai rifornimenti di armi, viveri, materiale, che gli Alleati iniziarono ad effettuare alla fine del 1943, dopo un primo incontro avuto in Svizzera da Ferruccio Parri con Allen Dulles, capo dei servizi segreti americani. Gli angloamericani del resto avevano interesse a mantenere il contatto e, per quanto possibile, il controllo sui gruppi partigiani, sia per operazioni di sabotaggio, di appoggio, di informazione, sia perché questi costituivano comunque la longa manus di quei partiti politici che avrebbero determinato la politica italiana del dopoguerra. E l’alleanza tra gruppi che sopra definivamo antitetici fece sì che nel movimento partigiano si trovassero contemporaneamente monarchici e repubblicani, liberali e comunisti, militari gelosi delle propria apoliticità contrapposti a quanti invece consideravano la Resistenza anzitutto un fenomeno politico. Una posizione del tutto peculiare era poi quella del partito comunista, che fu il partito che diede più combattenti di tutti gli altri alle forze partigiane, ma che era guardato con sospetto dai gruppi “alleati” per i suoi mai recisi legami con Mosca, e che a sua volta ricambiava con sospetto gli altri gruppi, ai quali via via attribuiva simpatie monarchiche, badogliane, capitaliste, se non addirittura tout court fasciste.
Se formalmente i gruppi partigiani dipendevano dal CLN e, per l’alta Italia, dal CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, costituito alla fine del 1943), delegato del CLN romano, di fatto la gran miscela di gruppi diversi generò anche due visioni ben diverse dello stesso concetto di lotta partigiana. I gruppi che facevano capo alla democrazia cristiana e che raccoglievano tra loro anche la maggior parte delle prime bande autonome (di origine, come vedevamo, perlopiù militare), nonché liberali e spesso anche azionisti, furono sovente accusati di attendismo dai comunisti quando decidevano di evitare scontri diretti con le truppe tedesche, se la disparità di forze faceva presumere l’inutilità militare dello scontro. Viceversa furono una creatura comunista i GAP (Gruppi di Azione Patriottica), piccoli gruppi di non più di cinque – dieci elementi, che agivano soprattutto nelle città, con azioni veloci contro tedeschi e fascisti. Le azioni dei GAP spesso non avevano alcun peso dal punto di vista militare, ma il loro scopo era dichiaratamente quello di mantenere una tensione contro l’occupante e di mantenere sempre vivo lo spirito di lotta del combattente partigiano, nonché quello, meno dichiarato, di mostrare a nemici e alleati che il partito comunista sapeva colpire con decisione e durezza.
Alle accuse di attendismo spesso veniva controbattuto, accusando i comunisti di inutile spietatezza e cinismo, perché le azioni dei GAP provocavano poi l’inevitabile rappresaglia tedesca. L’attentato di via Rasella, con la conseguente strage alle fosse Ardeatine, resta in questo senso emblematico. Ma, se vogliamo fare un altro esempio, un attentato come quello che costò la vita al filosofo Giovanni Gentile fu un’altra azione decisa autonomamente dal partito comunista ed attuata dai GAP, in un quadro di una lotta sempre più crudele.
Pensiamo di aver delineato abbastanza il quadro di frazionamento e di rivalità intestine che contraddistinse tanti momenti della lotta partigiana; ci scusiamo con gli amici lettori per la non breve digressione, peraltro indispensabile per inquadrare gli avvenimenti che andremo a rileggere.
La Divisione Osoppo era nata nella notte fra il 7 e l’8 marzo ’44, quando si erano incontrati al seminario di Udine don Ascanio De Luca, don Aldo Moretti e il parroco di Attimis, don Zani. In quella riunione era stata battezzata l’organizzazione clandestina con il nome del paese friulano, Osoppo, dove i patrioti risorgimentali combatterono gli austriaci. I partigiani che la componevano erano quasi tutti ex alpini, di tendenze democristiane, azioniste o liberali; i simboli della divisa erano il cappello con la penna d’aquila e il fazzoletto verde, “colore della speranza e delle nostre montagne, che ci distinguerà chiaramente dai fazzoletti rossi”, come disse uno dei fondatori, Don De Luca.
La base per il reclutamento e le prime azioni fu l’eccentrico e disabitato castello Ceconi a Pielungo, nella val d’Arzino. I due capitani Grassi (Verdi) e Cencig (Manlio), e don De Luca (Aurelio) formarono i primi reparti, rifornendosi di armi attraverso i lanci aerei organizzati dalle missioni alleate. Si presentò subito la questione dei rapporti con le formazioni garibaldine. Se comune appariva la guerra all’occupante tedesco, diverse erano le posizioni relative al “dopo” e cioè alla sistemazione dei confini a conflitto concluso. I trattati del 1924 avevano inserito nel territorio italiano ampie regioni miste o a maggioranza slava; correzioni e rettifiche apparivano ovvie; ma le rivendicazioni slovene erano inaccettabili per gli osovani. La comunanza ideologica tra sloveni e garibaldini alimentava il sospetto che questi ultimi volessero realizzare un’annessione “di fatto”. Le formazioni comuniste a loro volta ricambiavano la diffidenza, sospettando gli osovani di atteggiamenti reazionari, accusandoli di avere come primo scopo non la lotta ai nazifascisti, bensì la lotta ai comunisti. In questo clima, i periodici tentativi (ve ne furono una ventina) di creare un comando unificato finirono sempre nel nulla.
In particolare, un comando unificato si sarebbe dovuto costituire dopo un’incursione tedesca nel castello di Pielungo. Nel vecchio maniero gli osovani avevano rinchiuso alcuni militari tedeschi catturati in uno scontro. Reparti tedeschi, con un’improvvisa azione di commando, riuscirono a liberare i loro commilitoni. L’episodio ebbe conseguenze immediate: CLN udinese e regionale veneto (CRV) intervennero destituendo i due principali responsabili dell’Osoppo, Grassi – Verdi e De Luca – Aurelio, accusati di comportamento imprudente, non avendo predisposto sufficienti servizi di guardia, e affidarono al maggiore Manzin-Abba il comando provvisorio. Per i due capi osovani, arresto “sulla parola”, in attesa di decisioni. Cosa per nulla gradita a quelli dell’Osoppo, anzi. Peggio ancora fu quando a metà agosto, in un incontro CLN-garibaldini-osovani a San Francesco, sopra Pielungo, fu stabilito il nuovo organigramma dell’Osoppo. Al comando militare Abba, del Partito d’Azione, suo vice il comunista Bocchi-Ninci, capo delle Garibaldi. Commissario il comunista Lizzero-Andrea, vice-commissario l’azionista Comessatti-Spartaco. In pratica il “comando unificato” era posto in mano ai comunisti e agli azionisti, considerati loro paravento. Le formazioni osovane reagirono con una specie di golpe, al quale CLN e garibaldini dovettero arrendersi. Destituiti gli azionisti Abba e Spartaco, i vecchi comandanti tornarono ai loro posti. Ribaltamento incruento per fortuna, ma che la diceva lunga, se gli uni e gli altri si fronteggiavano mitra in spalla.
D’altra parte difficilmente gli osovani potevano accettare quella che di fatto si sarebbe tradotta in un “inglobamento” nelle formazioni garibaldine, quando le stesse, poche settimane prima, in località Piancicco, avevano sottratto, mitra alla mano, un carico di armi destinate alla Osoppo, paracadutate dagli Alleati.
Pur in questa continua contrapposizione, garibaldini e osovani riescono a combattere insieme quando, il 27 settembre 1944, irrompono da Tarvisio 30.000 uomini tra tedeschi, fascisti e cosacchi, ben decisi ad eliminare due zone libere, comprendenti 55 comuni sulle montagne e territori pedemontani al di qua e al di là del Tagliamento. Quest’oasi di libertà, che durava da poco più di due settimane, viene devastata con artiglieria, carri armati e due treni blindati. In tre giorni di battaglia nel triangolo Tarcento – Bergogna – Cividale i partigiani perdono oltre 400 uomini tra morti e dispersi. Il 2 ottobre i tedeschi attaccano nuovamente su tutto il fronte partigiano, da Meduno a Bordano, lasciando mano libera alle truppe cosacche, che si abbandonano ad ogni tipo di violenza. Le forze partigiane devono ripiegare. Il gruppo Brigate est della Divisione Osoppo si porta nella zona di Attimis, ponendo il proprio comando alle malghe di Porzus. In zona è presente anche la brigata Garibaldi – Natisone, che ha il suo comando nel vicino villaggio di Canebola.
La fratellanza d’armi che ha visto garibaldini e osovani combattere assieme sta nuovamente svanendo, perché altri avvenimenti erano nel frattempo maturati.
Il 6 settembre le truppe sovietiche, occupata la Romania, si erano congiunte all’armata popolare di Josip Broz (Tito). Con grande delusione degli alleati (che al futuro maresciallo avevano sacrificato il generale Mihailovic, leader della resistenza monarchica) Tito attuò la “svolta stalinista”. La pressione per definire la linea di frontiera lungo il Tagliamento si fece via via più accentuata. Risale al 9 settembre il messaggio di Kardelj, capo delle forze di liberazione slovene e luogotenente di Tito, ai capi comunisti dell’Alta Italia. Kardelj parlava di una “comune presa di potere nella regione Giulia di comunisti italiani e sloveni”. Ad una prima missione segreta, a giugno, del plenipotenziario sloveno prof. Urban (Anton Vratusa) al CLNAI di Milano aveva fatto seguito una seconda trasferta a settembre, con precise richieste sulla delimitazione dei confini. Cadorna, comandante militare del CLNAI si era dichiarato contrario, mentre Longo era favorevole alle richieste slovene. Fu deciso un rinvio a guerra conclusa, ma le aspirazioni slovene e la disponibilità comunista non erano un segreto e il clima di diffidenza e sospetto ai confini orientali non poteva che aumentare. Contribuì poi a gettare benzina sul fuoco la lettera di Palmiro Togliatti, segretario del partito comunista, con la quale si ordinava al comando della brigata Garibaldi – Natisone di porsi alle dipendenze operative del IX Corpus sloveno; la lettera conteneva anche il testo dell’ordine del giorno da approvare: “I partigiani italiani riuniti il 7 novembre in occasione dell’anniversario della Grande Rivoluzione (rivoluzione russa del 1917; n.d.a.) accettano entusiasticamente di dipendere operativamente dal IX Corpus sloveno, consapevoli che ciò potrà rafforzare la lotta contro i nazifascisti, accelerare la liberazione del Paese e instaurare anche in Italia, come già in Jugoslavia, il potere del popolo”.
Parlavamo in precedenza del potere più formale che sostanziale del CLN sulla condotta della guerra partigiana: di fatto un ordine operativo come quello sopra citato avrebbe dovuto pervenire, al più, dal comando del CLNAI. Se è doveroso riconoscere al partito comunista il più alto contributo, in uomini e in sangue, alla lotta di liberazione, è altrettanto doveroso sottolineare come il partito comunista perseguì sempre e comunque la sua propria politica, che si sostanziava nella cooperazione con gli altri partiti democratici (la cosiddetta svolta di Salerno era la rassicurazione che il PCI seguiva una via italiana al socialismo) attuata da Togliatti nel Regno del Sud e contemporaneamente nell’atteggiamento “internazionalista” che significava di fatto l’acquiescenza ai progetti sovietici che, nel caso dei confini orientali italiani, erano ben chiari e facevano conto sul leader jugoslavo Tito, allora considerato un docile stalinista.
In questo clima non c’è da stupirsi che gli osovani respingano la proposta di integrarsi anch’essi nel IX Corpus: la proposta poteva avere un senso dal punto di vista operativo, per porre sotto un unico comando tutte le forze impegnate nella lotta contro fascisti e nazisti. Ma ormai l’ordine normale delle cose era stravolto: gli alleati erano tra loro avversari sempre meno il comune nemico poteva cementare una fiducia che non esisteva più. Il 7 novembre 1944, mentre a Canebola i garibaldini festeggiano l’adesione alle formazioni di Tito, a Porzus il capitano De Gregori (Bolla), che già si trovava a forza ridotta perché molti partigiani erano stati inviati in licenza per la sospensione invernale delle operazioni, convoca i suoi e fa presente la situazione di tensione che si è creata con la Garibaldi – Natisone. “Vogliono farci sloggiare. Chi vuole andarsene è libero di farlo. Io resto”. Restarono alle malghe in una ventina.
Chi volle l’eccidio del 7 febbraio? La risposta a tutt’oggi non è sicura. Di certo c’è l’esistenza di una lettera firmata da Kardelj, indirizzata a Vincenzo Bianchi, nome di battaglia Vittorio, rappresentante del Partito comunista italiano presso il IX Corpus, che era tornato da Mosca insieme con Togliatti, in cui lo si invita a liquidare le formazioni partigiane che, in Friuli, non accettano di porsi agli ordini del IX Corpus. Ed altrettanto certo è che, dopo il rifiuto degli osovani a integrarsi nel comando del IX Corpus sloveno, incominciano a circolare, sempre più insistenti, le voci di tradimento. Queste voci d’altra parte trovavano facile esca in alcuni contatti, peraltro mai negati dai partigiani osovani, sia con la Decima Mas, sia con il federale fascista di Udine, Cabai, che si fa latore di un’ambigua proposta dell’ SS Sturmbannfuhrer (tenente colonnello) Von Hallesleben, comandante della piazza di Pordenone. In entrambi i casi si propone agli osovani di formare un fronte comune contro i comunisti e, nel caso della Decima Mas, contro comunisti e nazisti, in nome della difesa dell’italianità del Friuli. Erano gli ultimi mesi di una guerra le cui sorti erano ormai chiare a tutti e nell’atmosfera un po’ surreale da si salvi chi può le proposte stravaganti non mancavano. Bisogna sottolineare che in entrambi i casi fu la Osoppo ad essere sollecitata alle trattative, che non furono una sua iniziativa; e in entrambi i casi le proposte furono respinte. Ma mentre le proposte tedesche furono dirette ed immediatamente rifiutate con due lettere (28 dicembre 1944 e 10 gennaio 1945) di don Aldo Moretti consegnate all’arcivescovo Nogara, che a sua volta le consegnò al federale Cabai, nelle proposte di Borghese, comandante la Decima Mas, non mancò chi vide lo zampino del maggiore Nicholson, che guidava la missione inglese in zona, e che avrebbe voluto così acuire, in chiave anticomunista, la divisione tra osovani e garibaldini. In questo groviglio ambiguo due cose sono certe: il comando della Osoppo non strinse alcun accordo con fascisti e nazisti, ma il fatto stesso degli avvenuti contatti servì ad alimentare il clima ormai avvelenato tra osovani e garibaldini. Più interessante, dal punto di vista sostanziale, ci sembra la vicenda di Elda Turchetti. Questa ragazza di Pagnacco, paese dove i tedeschi avevano depositi di carburante, viene segnalata da Radio Londra (probabilmente su analoga segnalazione del maggiore Nicholson) come spia al soldo dei nazisti. Spaventata, si rivolge a un amico partigiano garibaldino per protestare la propria innocenza. Questi l’accompagna da Mario Toffanin, Giacca, comandante dei GAP di Udine, che si comporta in modo decisamente strano. Se fosse stato sicuro che la Turchetti era una spia Giacca l’avrebbe senza dubbio uccisa; nel dubbio, l’avrebbe dovuta consegnare al proprio comando per gli accertamenti. Invece Elda Turchetti viene consegnata da Giacca a Tullio Bonitti, capo della polizia interna della Osoppo, che a sua volta conduce la ragazza a Porzus. Perché una sospetta spia veniva consegnata proprio alla formazione più volte accusata di mantenere ambigui rapporti col nemico? Ci fu chi disse che la Turchetti venne consegnata alla Osoppo per fare realmente la spia, per conto di Giacca contro la Osoppo. Difficile sapere la verità, perché la Turchetti fu uccisa a Porzus.
E siamo arrivati a parlare nuovamente di Mario Toffanin, Giacca. Padovano, nato il 9 novembre 1912, a tredici anni era già operaio ai Cantieri San Marco di Trieste. Iscritto dal 1933 al partito comunista clandestino; sei anni dopo, ricercato, riparava a Zagabria. Aderì al movimento partigiano di Tito fin dall’invasione delle forze dell’Asse nell’aprile del 1941. I compagni jugoslavi dovevano avere in lui molta fiducia perché lo inviarono in missione prima alla federazione comunista di Trieste, poi a quella di Udine per “dare la sveglia” ai compagni italiani. Giacca non fu mai un partigiano combattente vero e proprio: trovò la sua collocazione migliore nei GAP. Del resto, era poco propenso alla disciplina di tipo militare, ma in compenso era fedelissimo al partito. E dalla federazione comunista di Udine gli arrivò l’ordine di “liquidare” il problema della presenza osovana a Porzus, con la specifica che si trattava di un ordine del comando supremo. L’ordine è del 28 gennaio 1945. Il tempo di organizzare l’azione, radunando un centinaio di uomini dei GAP a Ronchi di Spessa e il 7 febbraio Giacca sale alle malghe di Porzus, coadiuvato dai suoi luogotenenti Aldo Plaino e Vittorio Iuri. Pare che gran parte degli uomini fossero all’oscuro degli scopi della missione; molti ignoravano anche dove si stesse andando.
Il comandante osovano Bolla non si allarma per le segnalazioni delle sentinelle, che vedono salire alle malghe la lunga fila di uomini: era atteso un battaglione di rinforzo, richiesto al comando divisione Osoppo proprio per l’acuirsi delle tensioni tra garibaldini e osovani. Gli uomini di Giacca ostentano un’aria dimessa, nascondono le armi sotto gli abiti, pochissimi portano il fazzoletto rosso. Spiegano alle sentinelle di essere partigiani sbandati dopo uno scontro con i nazifascisti; ma mentre in due parlamentano con le guardie della Osoppo, il grosso degli uomini inizia ad accerchiare la zona. Poi, è la strage. Il capitano Bricco si salva, come vedevamo in apertura, solo perché viene ritenuto morto. Tra i venti partigiani portati via, si salvano solo Leo Patussi e Gaetano Valente, il cuoco, che, per aver salva la pelle, chiedono di essere accettati tra i garibaldini. Per gli altri non c’è scampo. L’irruzione alle malghe non aveva portato alcuna prova del “tradimento” della Osoppo, salvo la presenza in luogo della Turchetti; ma vedevamo prima che era stato lo stesso Giacca a consegnare la presunta spia agli osovani.
Le uccisioni durano fino al 18 febbraio nel Bosco Romagno, dove poi verranno ritrovati i corpi, mal sotterrati.
Dopo l’azione a Porzus, Toffanin, Plaino e Iuri, i triumviri che avevano guidato i battaglioni di GAP, fecero una relazione scritta, indirizzata alla Federazione comunista di Udine e al Comando del IX Corpus Sloveno, nella quale si sottolineava che l’azione era stata effettuata “col pieno consenso della Federazione del partito”. La relazione (che, come si nota, non era indirizzata ad alcun organo della Resistenza) cercava di giustificare le uccisioni con affermazioni fantasiose (i comandanti Bolla ed Enea che al momento della fucilazione non trovano di meglio che gridare “viva il fascismo internazionale”, i partigiani osovani “figli di papà” che “giacevano in comodi sacchi a pelo ed erano provvisti di tutti i conforti”), ma non allegava alcuna prova concreta.
Quanto è accaduto alle malghe inizia a delinearsi. Quando Mario Lizzero, commissario politico delle brigate Garibaldi in Friuli viene a sapere dell’accaduto va su tutte le furie e chiede che Giacca e i suoi luogotenenti siano fucilati. Non riesce ad ottenerlo, riuscirà solo a farli destituire dalle loro cariche di comando nei GAP. Ostelio Modesti e Alfio Tambosso, segretario e vice segretario della federazione del PCI di Udine, forse iniziano a rendersi conto che è stata una grave imprudenza affidare la missione a Mario Toffanin, ottimo elemento per le azioni spicce e violente dei GAP, ma rozzo e violento e con un certificato penale già ben nutrito di reati, furto, rapina, omicidio, sequestro di persona, che nulla avevano a che vedere con azioni militari o politiche. Ma adesso è troppo tardi per i ripensamenti e viene scelta la linea di condotta peggiore, quella di gettare tutta la croce addosso a Giacca, (che avrebbe mal inteso gli ordini) favorendone peraltro l’espatrio in Jugoslavia, insieme ad altri implicati nella strage.
Dopo che un’inchiesta del Comando Regionale Veneto non è approdata a nulla, il CLN di Udine decide la costituzione di una commissione d’inchiesta, formata da un rappresentante della Osoppo, uno della Garibaldi e presieduta da un membro del CNL stesso. Ostelio Modesti, il segretario del PCI di Udine, ha continuato la sua politica dello struzzo, opponendo inerzia al Comando Regionale che gli chiedeva di incontrare i responsabili della spedizione alle malghe. Ora la commissione del CLN dovrebbe chiarire le cose, ma si fa ancora tutto il possibile per ritardare, finché si arriva al 25 aprile, all’ordine di insurrezione generale, che fa passare ovviamente in secondo piano qualsiasi altra questione.
Sarà la magistratura ordinaria ad occuparsi della strage di Porzus, in seguito alla denuncia presentata il 23 giugno 1945 al Procuratore del Re di Udine dal Comando Divisioni Osoppo. Il processo ebbe inizio solo sei anni dopo, nell’ottobre 1951, davanti alla Corte d’Assise di Lucca, dove era stato trasferito per “legittimo sospetto” e motivi di ordine pubblico e dopo un palleggiamento tra magistratura ordinaria e militare. Il dibattimento d’appello si svolse a Firenze tra l’1 marzo e il 30 aprile 1954. Dopo quasi un decennio dalla strage di Porzus veniva resa definitiva la sentenza che condannava Giacca e i suoi due luogotenenti all’ergastolo. Tutti e tre erano riparati da anni in Jugoslavia. Chi pagò un conto probabilmente non suo fu Ostelio Modesti, condannato a trent’anni, di cui nove scontati effettivamente. Parimenti conobbero il carcere altri imputati minori, che nessuno si era preoccupato di far espatriare, mentre per effetto di successive amnistie e indulti le condanne all’ergastolo vennero definitivamente cancellate il 15 maggio 1973. A questo punto Mario Toffanin avrebbe potuto tranquillamente tornare in patria; ma i suoi conti con la giustizia non si limitavano a reati politici o comunque connessi ad eventi della guerra partigiana. L’ex gappista, stabilì la Procura della Repubblica di Trieste, doveva scontare trent’anni per effetto di cumulo di pene definitive, irrogate per una serie impressionante di reati, dal sequestro di persona, alla rapina aggravata, all’estorsione, al concorso in omicidio aggravato e continuato. E Toffanin restò in Jugoslavia, rilasciando spesso interviste in cui rivendicava la legittimità della sua azione a Porzus, volta all’eliminazione di “spie e traditori”.
Le inchieste e l’interminabile processo avevano comunque lasciato irrisolto il problema centrale: chi aveva dato l’ordine dell’azione a Porzus? E l’ordine era di uccidere, o la parola liquidare andava diversamente intesa? Come dicevamo sopra, l’atteggiamento del PCI di Udine, nella persona del segretario Modesti, fu il peggiore, perché volle difendere a tutti i costi una causa persa, probabilmente temendo più gravi ripercussioni per tutto l’apparato di partito e per la stessa operatività delle brigate Garibaldi, che peraltro nulla autorizza a dire che fossero implicate coi loro comandanti nella strage. Modesti sbagliò con le sue mille reticenze, ma ebbe la dignità di farsi in silenzio anche il carcere, forse non meritato, ma subìto in nome di una disciplina di partito che si può disapprovare, ma che, laddove viene pagata di persona, è degna di rispetto.
Francamente ci appare incredibile pensare come mandanti della strage di Porzus lo stesso PCI o il comando della Garibaldi – Natisone; se esponevamo ampiamente tutti i contrasti profondi che dividevano garibaldini e osovani, non per questo crediamo che questi contrasti potessero sfociare in atti di selvaggia crudeltà, eseguiti a freddo e senza altra motivazione che l’odio ideologico. Piuttosto ci pare credibile l’opinione espressa da Alberto Buvoli, direttore dell’Istituto Friulano per la Storia del movimento di Liberazione, che in un’intervista del 30 luglio 1997 al Corriere della Sera diceva: “L’ordine di intervenire a Porzus venne dagli Sloveni. La responsabilità della federazione comunista di Udine è semmai di aver affidato il compito a Giacca, noto squilibrato, con una fedina penale già sporca. Quando Lizzero, commissario politico delle Brigate Garibaldi venne a sapere della strage, chiese che Giacca e i suoi venissero fucilati… ma Giacca era protetto dagli sloveni”. Ci permettiamo di aggiungere una notazione a quanto dichiarato da Buvoli: con ogni probabilità il comando del IX Corpus diede l’ordine dell’azione, imponendo anche che fosse compiuta dal Toffanin, che era comunque un loro uomo, da loro proveniva e da loro, non a caso, tornò. Giacca era il più qualificato per eseguire un ordine nello stile di chi, non scordiamolo, inventò le foibe come strumento di dialettica politica con gli oppositori. A poco vale obiettare che l’irrilevante numero di osovani non avrebbe potuto costituire alcun ostacolo all’eventuale dilagare fino al Tagliamento del IX Corpus. Se il pericolo non esisteva sotto il profilo militare, era comunque da eliminare una sacca di dissidenza, altrettanto pericolosa in un’ottica di cieco fanatismo politico. A questo punto la funzione del PCI di Udine sarebbe stata solo e unicamente quella di “passacarte”, perché neanche la scelta di Toffanin come esecutore era loro. Purtroppo, come dicevamo, una disciplina di partito rigida e assoluta impedì di fare piena luce. Ma riteniamo che la nostra ipotesi non sia del tutto priva di fondamento.
E qui potremmo chiudere questa breve rilettura di una delle pagine più tristi della nostra storia nazionale. Ma c’è un ultimo mistero, questo destinato a restare irrisolto. Cosa spinse Sandro Pertini nel luglio del 78, appena eletto Presidente della Repubblica, a concedere la grazia a Giacca? L’ex gappista, lo ricordavamo prima, aveva un pesante debito con la giustizia per reati ordinari, essendo estinte le pene per i fatti di Porzus da provvedimenti di successivi indulti e amnistie. Il settimanale L’Espresso pubblicò, il 25 settembre 1997, un’inchiesta al proposito, ma si scontrò con una diffusa epidemia di amnesia, malattia che aveva colpito il consigliere giuridico di Pertini, il segretario generale del Quirinale, perfino il funzionario della presidenza che si occupava all’epoca proprio delle pratiche di grazia. Quanto al guardasigilli dell’epoca, il professor Bonifacio, era già morto da diversi anni. Mistero. Tuttavia Mario Toffanin, comandante Giacca, nonostante la grazia restò in Slovenia. Forse perché la sentiva come la sua patria, forse perché temeva di fare qualche spiacevole incontro rientrando in Italia.

“Giacca” all’epoca della Resistenza di PAOLO DEOTTO

Bibliografia

Porzus, due volti della Resistenza, di Marco Cesselli – Ed. La Pietra, Milano 1975

Porzus, dialoghi sopra un processo da rifare, di Alexandra Kersevan – Ed. Kappa Vu, Udine 1997

L’Italia della guerra civile, di Indro Montanelli e Mario Cervi – Ed. Rizzoli, Milano 1983

L’esercito di Salò, di Giampaolo Pansa – Ed. Mondadori, Milano 1970

Fosse anche la mia vita purche’ l’Italia viva

scudetto della decima mas
scudetto della decima mas

… All’alba del 26 marzo 1941, avemmo una batosta, quando il porto di Suda fu attaccato da sei veloci barchini esplosivi. L’incrociatore York fu danneggiato gravemente…
Anche la nave cisterna Pericles (8324 tonn.) fu colpita… Il nostro unico incrociatore con cannoni da 203 era così; eliminato.
Mi ha sempre colpito quanto gli italiani erano bravi in questo tipo di attacchi.
Avevano certo uomini capaci delle più valorose imprese…
Prima che la guerra finisse, dovevamo subire ulteriori perdite di questo genere per la coraggiosa iniziativa dei marinai italiani.
Chi parla è un cronista d’eccezione, nientemeno che l’ammiraglio inglese Cunningham, comandante in capo della Flotta del Mediterraneo nell’ultimo conflitto mondiale. Nel suo libro di memorie, A sailor’s odyssey (pubblicato nel 1951) l’alto ufficiale inglese riconosceva, da vero gentleman, le non comuni doti dei suoi agguerritissimi e singolari avversari: i marinai italiani della DECINA FLOTTIGLIA MAS.
Frank Goldsworthy, ufficiale del servizio segreto navale inglese, ebbe a dire (intervista del 25 dicembre 1949 al Sunday Express), parlando degli attacchi italiani a Gibilterra, condotti sempre dagli incursori della Decima, che ognuna (delle incursioni) richiese da parte degli attaccanti tanta audacia e resistenza fisica da suscitare il rispetto di qualsiasi marina del mondo.
Lo stesso Churchill affermerà : “L’ Inghilterra ha perso, con la perdita delle navi affondate, la supremazia della flotta in Mediterraneo; prepariamoci a subirne le conseguenze”.
In tutto il 1942 si susseguono diverse missioni con ottimi risultati, molte con il coinvolgimento degli uomini “Gamma”.
Il 1° maggio 1943 Junio Valerio Borghese assume il comando dell’intera Xª Flottiglia MAS. Poi arriva il tragico 8 settembre 1943.

“In ogni guerra, la questione di fondo non e’ tanto di vincere o di perdere, di vivere o di morire, ma di come si vince, di come si perde, di come si vive, di come si muore. Una guerra si puo’ perdere, ma con dignita’ e lealta’. La resa e il tradimento bollano per sempre un popolo davanti al mondo“.

Questa era la “Decima MAS” e questi i suoi uomini

Nel titolo leggete il credo della “X flottiglia MAS”, unica formazione italiana che continuò a combattere per l’Italia e non per un partito politico o un particolare governo.
La Decima era così determinata che anche i tedeschi dovettero piegarsi al loro volere.
Immediatamente dopo l’8 settembre, a Livorno, nel confronto armato tra i marinai italiani e le truppe tedesche non fu sparato un colpo. Chissà,  se si fossero combattuti magari la storia avesse preso una piega diversa.
La “X” come dicevo è stato l’unico reparto che ha combattuto, sola contro tutti, per difendere il territorio italiano.
Ad essa si aggiunsero anche altri reparti, bersaglieri, paracadutisti, granatieri di Sardegna, immigrati, antifascisti, tutti con un’unico obiettivo : mantenere integro il territorio nazionale.
Un’altra peculiarità della Decima Flottiglia M.A.S. è l’apoliticità. L’iscrizione a qualsiasi partito era vietata per i marò, dato che si combatte per il proprio paese e non per un leader politico, un’ideologia od un partito. Valerio Borghese, il comandante, espulse e mandò nelle Brigate Nere un veterano di Nettuno, Rinaldo Dal Fabbro, solo perché si fregiava del distintivo di squadrista.
Dal Fabbro capirà, ed andrà a morire al fronte col battaglione d’assalto Forlì.
In questo reparto si uniscono volontari appartenenti alle fedi politiche più disparate, compresi quelli nati in famiglie di storico orientamento socialista. Un esempio per tutti: la terza compagnia Volontari di Francia aggregata al Battaglione Fulmine. La formano figli di emigrati, rientrati in patria per difendere l’onore del paese dei propri padri.

Ed in molti casi erano dei fuoriusciti politici, ribelli al regime fascista.

In questa incredibile frammentazione di reparti, che Borghese cercava di tenere uniti viaggiando di continuo in automobile da una sede all’altra, facendo di fatto più l’ispettore che il comandante, poteva esserci di tutto. Ci furono figuri che seminarono terrore nel Canavese, ma ci furono anche gli uomini del battaglione N.P. (nuotatori paracadutisti) che desideravano combattere al fronte e si rifiutarono di partecipare ad operazioni antipartigiane: l’episodio accadde nella caserma di Valdobbiadene alla fine del dicembre 44, con un ammutinamento in piena regola.
Si potrebbe andare avanti citando altre diecine di esempi. Nella Decima c’era tutto e il contrario di tutto. Nel frattempo nella Repubblica Sociale non mancava chi, preoccupato dell’autonomia del principe Borghese, temeva che questi meditasse un colpo di stato: dal 13 al 24 gennaio del 44 il comandante, insieme ai capitani Ricci e Paladino, viene rinchiuso nel carcere di Brescia.
La liberazione avvenne su precisa disposizione tedesca, e servì per far capire a Mussolini che la Decima non si poteva toccare. Con profonda coerenza, l’uomo arrestato per sospetto di cospirazione, pochi mesi dopo venne nominato sottocapo di Stato Maggiore della Marina. In questa occasione Borghese rifiutò la promozione ad ammiraglio offertagli da Mussolini.

Perchè?

Perchè il regolamento della Decima prevedeva infatti il congelamento di tutte le promozioni, tranne quelle ottenute per merito di guerra sul campo. Comunque il duce non perse la sua sfiducia e ordinò due inchieste su Borghese. La prima, affidata alla Banda Koch, escluse che il principe romano abbia mai avuto mire golpiste; la seconda, effettuata dall’ufficio investigativo della Guardia Nazionale Repubblicana, si soffermò, in mancanza di meglio, su pettegolezzi da portineria, raggiungendo vertici di ridicolo laddove si affermò che Borghese era ormai incapace di esercitare un comando perché debilitato dai suoi eccessi sessuali ( dall’archivio segreto di Mussolini).
Nel gennaio del 45, quando ormai tutto sta andando allo sfascio, la pubblicazione della rivista della Decima, L’Orizzonte, contenente articoli decisamente anticonformisti, provoca le ire del Ministro della Cultura Popolare, Mezzasoma, che cerca di far sequestrare le copie in tipografia, e la reazione di Borghese, che ne dispone il ritiro dalla tipografia manu militari e la vendita per Milano con strilloni improvvisati, protetti dai mitra degli uomini della Decima.

…Disseminati in tutta l’Italia del Centro-Nord, la Decima costituisce servizi, comandi tappa, ospedali, collegamenti, servizio informazioni. E ancora a Trieste, Pola, Fiume, Cherso, Lussino basi e reparti di fanteria di Marina.
Disseminata in Francia, Germania, sul Mare del Nord basi di sottomarini.
Persino a Tien-Tsin, in Cina, la base della Marina Italiana chiede di far parte della Decima MAS.
Le vicende belliche impediscono che tutti i reparti possano schierarsi sul fronte Sud, e cosi’ gran parte della Decima viene schierata sul confine italo-jugoslavo nel tentativo di opporsi alla invasione delle forze di Tito. La Decima MAS sublima cosi’ la sua vera natura di Unita’ combattente per la difesa del suolo italiano. Unita’ intere della Decima si sacrificano con la quasi totalita’ dei loro Maro’, come il Btg. Fulmine a Tarnova, per la salvezza di Gorizia. Cosi’ pure i Btg. N.P., Sagittario, Barbarigo e tanti altri reparti ed uomini per difendere sino all’estremo sacrificio i confini orientali della Patria dall’invasore comunista perdendo l’80% degli effettivi. Insomma questo sparuto esercito impedì il dilagare, nel territori Italiano, delle orde titine e sovietiche che già avevano occupato Vienna.

Il capo del PCI, Palmiro Togliatti diramava il celebre, spregevole invito a mezzo stampa “lavoratori triestini! Il vostro dovere è accogliere le truppe di tito come liberatrici e di collaborare con esse nel modo più stretto“.

Non ostante l’appoggio dei traditori della formazione partigiana “Garibaldi” l’avanzata dell’armata rossa fu bloccata ed a causa di questo, la “X” si è meritata l’odio di tutti i comunisti italiani. Odio che condivide con la brigata partigiana, monarchica, “Osoppo“.
In ricordo di quella disperata difesa, proprio oggi i reduci della “X” si sono radunati a Gorizia, l’ultima linea del fronte prima della smobilitazione.
Il 25 aprile del ’45 tutti gli uomini e mezzi della Decima sono ancora in armi sui fronti di combattimento…Ma sono finiti i tempi del “vincere e vinceremo”, questo lo sanno tutti, ma i volontari vedono nella Decima il mezzo per riscattare il proprio paese dalla vergogna, andando al fronte a combattere contro quelli che per 3 anni sono stati i nemici, e lo devono rimanere, pur nella consapevolezza che la vittoria è oramai un lontano miraggio. Lo stesso Eisenhower darà ragione a questi uomini scrivendo, dopo la fine del conflitto : “La resa dell’Italia fu uno sporco affare.


Milano, ore 17 del 26 aprile 1945, era una giornata grigia e piovosa. eravamo schierati attendendo il discorso del comandante.

DECIMA MARINAI!, gridò lui.

DECIMA COMANDANTE!, rispondemmo.

( un partigiano : “Il grido possente di quegli uomini e di quei ragazzi ci arrivò come uno schiaffo, sul volto, e percosse anche le finestre e i balconi vuoti delle case circostanti. Quel grido era sfida, coraggio, disprezzo, rabbia, abnegazione. Era un grido esaltante di guerra e di morte!” )

Borghese dice che la guerra è persa, ma restano i principi, la difesa dell’onore fino all’ultimo, l’impegno a rispondere a qualsiasi richiamo della nazione. Dice che le armi saranno consegnate a lui perché la “Decima” non si arrende ma smobilita: e idealmente la “Decima” è tutta qui ( 700 uomini di circa 20.000).
Poi fa l’appello dei marinai morti…
Gli uomini si riscossero dal silenzio.

Trieste, comandante!“.

Il grido restò nella piazza, tutt’intorno chiusa dai reticolati. Tre squilli di tromba e la bandiera di combattimento fu ammainata…
Gli ufficiali partigiani e la loro scorta erano sull’attenti. Eravamo tutti soldati, tutti italiani.

Quando pareva vinta Roma antica
sorse l’invitta Xª Legione;
vinse sul campo il barbaro nemico
Roma riebbe pace con onore.
Quando l’ignobil otto di settembre
abbandonò la Patria il traditore
sorse dal mar la Xª Flottiglia
e prese l’armi al grido “per l’onore”.

  Decima Flottiglia nostra
che beffasti l’Inghilterra,
vittoriosa ad Alessandria,
Malta, Suda e Gibilterra.
Vittoriosa già sul mare
ora pure sulla terra
Vincerai!

Navi d’Italia che ci foste tolte
non in battaglia ma col tradimento
nostri fratelli prigionieri o morti
noi vi facciamo questo giuramento.
Noi vi giuriamo che ritorneremo
là dove Dio volle il tricolore;
noi vi giuriamo che combatteremo
fin quando avremo pace con onore.

  Decima Flottiglia nostra
che beffasti l’Inghilterra,
vittoriosa ad Alessandria,
Malta, Suda e Gibilterra.
Vittoriosa già sul mare
ora pure sulla terra
Vincerai!

Potete leggervi la storia della “X” facendo una semplice ricerca su Google oppure acquistate il libro “Decima marinai” – “Decima comandante” oppure “Duri a Morire” di Marino Perissinotto

Corsi e ricorsi storici : Russia 1918 – Italia 2006

russiaw
Finanziatori della rivoluzione bolscevica

Antefatto

[…] E’ forse possibile parlare di guerra civile a proposito dei primi scontri avvenuti tra l’inverno 1917 e la primavera del 1918, nella Russia mediorientale fra qualche migliaio di uomini dell’esercito dei volontari e le truppe bolsceviche del generale Sivers costituite a stento da 6000 uomini?
A prima vista colpisce il contrasto fra il piccolo numero degli effettivi coinvolti negli scontri e l’inaudita violenza della repressione esercitata dai bolscevichi non solo contro i militari presi prigionieri ma anche contro i civili. (La Terruer Russie, 1918-1924).
A Tarong, reparti dell’esercito di Sivers avevano gettato in un’altoforno, con mani e piedi legati, cinquanta fra “Junker” ed ufficiali bianchi.
A Evpaturija varie centinaia di ufficiali e di “borghesi” furono incatenati e gettati in mare, dopo essere stati torturati.
Identiche violenze ebbero luogo nella maggior parte delle città della Crimea occupate dai bolscevichi : Sebastopoli, Jalta, Alusta, Simferopol. Analoghe atrocità si verificarono nelle insurrezioni dei maggiori insediamenti cosacchi : le meticolose descrizioni parlano di mani mozzate, ossa fratturate, teste mozzate, mandibole fracassate, amputazione degli organi genitali.
Il generale Mel’gunov, autore del libro citato aggiunge : – difficile distinguere un simile massacro tra una sistematica applicazione del terrore e quelli che sembrano “eccessi” sfuggiti al controllo -.
Però non si può a fare meno di notare che i massacri, diretti scientemente, non sono solo contro i combattenti della parte avversa ma anche contro “i nemici del popolo“, i civili. A Jalta vennero uccisi oltre agli ufficiali prigionieri anche 80 persone tra : uomini politici, avvocati, giornalisti, professori.
Ricordiamo cosa scriveva un giovane capitano, all’alba della rivoluzione bolscevica, a proposito del proprio reggimento. – tra noi ed i soldati c’è un abisso invalicabile. Per loro noi siamo e resteremo dei “Barin“, dei signori. Per loro, quel che è accaduto non è una rivoluzione politica ma una rivoluzione sociale in cui essi sono vincitori e noi i vinti. Ci dicono : “prima i Barin eravate voi, adesso tocca a noi esserlo!”-.

Perchè quest’odio nei confronti delle classi sociali ed anche tra di esse? [I dirigenti bolscevichi incoraggiavano tutto ciò che poteva corroborare nelle masse popolari l’aspirazione ad una “rivalsa sociale” che implicava la legittimazione morale della delazione, del terrore, di una guerra civile “giusta”, secondo le parole usate dallo stesso Lenin.
Il 15 dicembre 1917 Dzerzinskji, capo della Ceka ( torneremo sul personaggio) pubblicò sull’ “Isvestjia” un appello per invitare tutti i sovietici ad organizzare delle “ceka” (organizzazioni di polizia del popolo) La prima azione della Ceka

La prima azione della Ceka fu di stroncare lo sciopero dei funzionari pietrogradesi, con metodo spiccio – “arresto dei “caporioni” – e una giustificazione semplice “chi non vuole lavorare per il popolo non ha posto al suo fianco“.
Questa fu la dichiarazione di Dzerzinskji che fece arrestare un certo numero di deputati socialisti rivoluzionari e menscevichi eletti nell’Assemblea costituente.
L’atto arbitrario fu condannato dal commissario del popolo per la Giustizia, Stejnberg, un socialista rivoluzionario da poco entrato a far parte del governo.
Questo incidente fra la Ceka ed il commissariato per la giustizia poneva la questione capitale dello statuto extralegale della polizia politica.
A che serve un commissariato del popolo per la giustizia?” chiese il deputato a Lenin, “tanto vale chiamarlo commissariato per lo sterminio sociale e tutto sarebbe risolto!
Eccellente idearispose Lenin, “Eccellente…, è esattamente così che io vedo la questione. Purtroppo non si può dargli questo nome“.

Questo avrebbe dovuto aprire gli occhi ai menschevichi ed ai socialisti rivoluzionari che all’epoca erano in maggioranza, al parlamento. Ed invece…

Naturalmente Lenin risolse il contrasto tra il vecchio giurista ed il macellaio Dzerzinskji a favore del secondo : la Ceka avrebbe risposto dei suoi atti unicamente al capo del governo. (ndr. qualche analogia con l’attualità?). Armistizio con i governi centrali

A causa dell’armistizio fu smobilitata l’industria di guerra. Centinaia di migliaia di lavoratori furono licenziati. La situazione era drammatica anche a causa della paura di un’insurrezione operaia perchè le persone da due mesi non ricevevano lo stipendio ed in più le difficoltà di approvvigionamento avevano ridotto drammaticamente le derrate alimentari.
Lenin, i bolscevichi, incapaci di arginare le difficoltà stigmatizzavano gli “accaparratori” e gli “speculatori“, destinati al ruolo del capo espiatorio.
Nel 1918 egli scriveva : “ogni fabbrica, ogni azienda deve organizzare delle squadre di requisizione. Occorre mobilitare per la ricerca di vettovaglie non solo i lavoratori ma tutti, pena l’immediata confisca della tessera annonaria“.
Ovviamente questo atteggiamento implicava un’ulteriore spinta all’odio di classe, questa volta tra operai e contadini.
Secondo un testo preparato da Lenin stesso, tutti i contadini sarebbero stati obbligati a consegnare le eccedenze in cambio di una ricevuta, coloro che entro una certa data non avessero soddisfatto l’obbligo sarebbero stati immediatamente fucilati.
Scrive Cjuruppa (deputato socialista rivoluzionario) : – quando leggemmo la bozza restammo sbalorditi. Applicare il decreto avrebbe significato esecuzioni di massa -.
Alla fine il progetto di Lenin venne “accantonato” ( accantonato, non abbandonato, in seguito vedremo perchè. Ma dovremo arrivare alla collettivizzazione).

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componenti comitato centrale rivoluzionario morti brutalmente o in circostanze misteriose

 

Analisi

La rivoluzione bolscevica è “illuminante” da tanti punti di vista. Il primo è che in tutte le nazioni cadute sotto la dittatura bolscevica la storia si è svolta pressoché nello stesso modo.

* Istigazione all’odio di classe
* moti “popolari” violenti
* costituzione di tribunali del popolo asserviti alla polizia politica alle dirette dipendenze del capo del governo
* schedatura della popolazione
* annientamento degli avversari politici
* annientamento degli alleati
* presa del potere definitivo
* nazionalizzazione di tutte le industrie
* collettivizzazione.

Ora, voglio focalizzare l’attenzione sui primi 4 punti che non necessariamente si svolgono temporalmente nello stesso ordine.
Predicare l’odio di classe è il metodo per distruggere il tessuto sociale, spezzettarne la compattezza per dare, una volta ad una una volta all’altra classe prescelta, dei privilegi tesi ad aumentare l’odio ed il rancore tra cittadini.
Questa strategia ottiene come risultato la possibilità di controllare meglio la popolazione che in pratica svolge, con la delazione, il lavoro che dovrebbe fare “un governo organizzato” (cioè se è vero che ci sono dei disfattisti, vanno scovati. Altrimenti bisogna prendere provvedimenti economici per dare fine alla congiuntura. Sondate i vostri conoscenti di sinistra e chiedete se sarebbero disposti a denunciare dei sospetti “evasori”).
Contemporaneamente alcuni “disturbatori” alzano la tensione sociale, “Genova”, “Milano” etc, c’è la messa in libertà di delinquenti, l’immigrazione selvaggia, la lotta alla religione collante della società.

Squadre addestrate all’uopo e pagate con i soldi dei contribuenti provocano scontri, picchiano le persone, sfasciano tutto quello che possono per creare più danno possibile, tutto questo con il beneplacito del governo e della magistratura che li premiano per il lavoro svolto. I fatti li conosciamo bene…finte condanne, terroristi al governo, sale del parlamento intitolate a delinquenti. ( Dzerzinskji era un delinquente e la prima Ceka era composta dalla peggiore feccia della società). Privilegi ai non autoctoni, apertura dei penitenziari ed altre iniziative servono ad alzare ulteriormente gli attriti sociali.
Una volta che la società è impaurita, disorientata, triturata in tante piccole parti, si passa alla fase successiva.
Continuando a fare leva sull’odio di classe e dandosi una parvenza di legalità, si istituisce una milizia civile che dovrebbe aumentare il controllo sulle “ingiustizie sociali” ma che nella realtà è una vera e propria polizia segreta, usata per eliminare gli avversari politici e gli strati sociali “nemici“.

Quindi se gli strati bassi della società odiano la media borghesia questa è la prima ad essere annientata. Ma successivamente, livellando verso il basso se ne creerà un’altra composta da impiegati, maestri, professori che sarà annientata anche essa e così andando avanti, sempre verso il basso fino a che la società esausta, acclama un nuovo ordine e si lascia fagocitare dal regime.
E’ il modo con cui vengono usati i cittadini e le circostanze che determinano poi nella realtà lo svolgimento dei fatti ma il risultato è uno solo : la perdita dell’indipendenza.

Il continuo rimarcare che nella nostra nazione le cose vanno male perchè c’è chi evade le tasse, che gli evasori sono tutti in una certa classe sociale “borghese” o “medio borghese” , che gli avversari politici sono “delinquenti“, “corrotti“, “mafiosi” è il modo per instillare l’odio ed insinuare nella mente delle persone verità di una realtà artata a dovere, spostando il vero problema.
Come abbiamo già visto nel racconto, degli insuccessi dovuti alla propria incapacità, i bolscevichi non si assumono mai responsabilità proprie ma trovano sempre un capro espiatorio, una scusa, un modo per deviare le accuse ai fallimenti economici, organizzativi, politici.
Il presidente del consiglio a Bologna si è immediatamente dato una giustificazione perchè “LUI“, non sbaglia, non può sbagliare e chi lo contesta è sicuramente “sul libro paga dell’opposione, un sobillatore“.
Altro fatto da non sottovalutare.
L’uso continuo della magistratura che all’inizio è il vero braccio armato del partito (grazie a Togliatti). I magistrati si danno alacremente da fare, coadiuvati dai giornali, nel distruggere gli avversari politici, nel fare da amplificatori alle iniziative del governo, nell’agire li dove il governo non può arrivare quasi a confermare l’avvio di un Partito delle Procure, come anche esponenti della sinistra ebbero a dire.
Un governo bolscevico ha necessità di una polizia segreta ed anche la possibilità di controllarla, usarla secondo le convenienze. Ecco che la magistratura gli offre la possibilità del raggiungimento dello scopo distruggendo, i Servizi di sicurezza interni, legittimi e quindi dando la possibilità di una riforma, di un riassetto ma non solo : inquisendo gli avversari politici, i loro familiari, gli amici, i collaboratori, cercando di fare terra bruciata intorno a loro.
In questa fase l’aiuto della stampa è fondamentale, è essa a creare il caso, è essa a condannare in via definitiva gli imputati ed è sempre essa che rende ammissibile alla popolazione il cambio dell’organizzazione dei servizi di sicurezza mettendo in evidenza quanto sia indispensabile farlo per la “difesa della democrazia“.
Se non ricordate male, in seguito al caso del terrorista islamico i nostri Servizi segreti sono entrati nell’occhio del ciclone e decapitati.
Immediatamente è iniziata la fase di ricostruzione, con l’appoggio della stampa e guarda caso con una proposta di legge, i servizi di sicurezza dovrebbero essere riformati (come se negli ultimi anni le riforme non fossero bastate. Ricordate l’aggiunta di “democratici”, in perfetto stile sovietico, ai nomi?) ed andare alle dirette dipendenze del capo del governo (film già visto qualche righa più su).
La schedatura della popolazione, con l’esclusione dei ruoli “protetti”, si può fare in tanti modi. Questo governo, seguendo i principi precedentemente enunciati, si appresta a farlo con la scusa dell’evasione fiscale. Obbligare i cittadini a pagare con la carta di credito, il bancomat o gli assegni è un modo per controllarli. La schedatura elettronica, fatta dalle banche, viste anche le predenti leggi fatte ad hoc sempre da un governo di sinistra, permette di entrare nella sfera privata dei cittadini conoscendone sia la disponibilità economica sia le preferenze personali, i contatti con altre persone e perfino tutti i movimenti sul territorio.
Pensate bene all’uso che si può fare di un’anagrafe dettagliata come quella delle spese. La prima cosa che mi viene in mente è la separazione tra “borghesi“, “medio borghesi” e gli “altri”, dove tra gli altri non sono compresi i “ricchi” ( quelli veri, quelli protetti) perchè funzionali al mantenimento della nazione (vedi tutte le privatizzazioni e conoscerai i nomi, ricorrenti, degli amici del governo)

Mi rivolgo a tutti coloro che ancora hanno un po’ di materia grigia funzionante. Studiate velocemente i fatti che vi ho segnalato e vedete se riuscite a trovare analogie tra il passato ed il presente. Fatelo velocemente e diffondete quello che scoprirete perchè di tempo, per salvare la democrazia, (nel vero senso della parola) ne è rimasto poco.
Da noi non ci sarà una rivoluzione nel sangue ma un passaggio morbido del quale nessuno si accorgerà ma quando si riapriranno gli occhi e ci si renderà conto del cambiamento sarà ormai troppo tardi.
Fate tesoro delle impressionanti menzogne che sono state raccontate da questo governo e dai partiti che li appoggiano e se volete continuare a vivere da persone libere agite velocemente.

Ed ora preparatevi a leggere nei commenti che sono “pazzo”, “allucinato”, “carico d’odio”, che “racconto bugie”, “minimizzazioni del problema”. Di tutto pur di deleggittimarmi agli occhi di chi legge.

Buona vita in libertà