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Berlusconi voleva uscire dall’euro

debt-crisis-italy_2492666bCosì adesso lo sappiamo: Silvio Berlusconi aveva proposto seriamente il ritiro dell’Italia fuori dall’euro a Ottobre/Novembre 2011, precipitandolo nella destituzione immediata dalla sua carica e attirandosi il siluramento da parte dei gendarmi della politica dell’Unione monetaria europea.
L’ex insider della BCE, Lorenzo Bini Smaghi ha tranquillamente infilato alcune bombe nel suo ultimo libro Morire di Austerità, che vale la pensa di essere letto per chi conosce l’italiano.
Bini Smaghi, fino a recentemente uno dei sei membri del Comitato esecutivo della BCE, e per molti anni l’italiano a Francoforte, dichiara che Silvio Berlusconi fu rovesciato dalla carica di primo ministro nel novembre 2011 non appena iniziò a sbattere le inferriate della gabbia dell’Unione economia e monetaria (UEM).
Nello specifico ha discusso (o minacciato?) il ritiro italiano dall’euro in riunioni private con altri governi dell’UEM, presumibilmente con la Cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy, poiché non negozia ai livelli più bassi (“L’ipotesi d’uscita dall’euro era stata ventilata in colloqui privati con i governi degli altri paesi dell’euro“).

Lo avevamo sospettato, adesso è confermato.

Bini Smaghi rivela anche che la Merkel ha continuato a pensare che la Grecia  potesse essere cacciata dall’euro fino all’autunno del 2012 quando lo Pfennig fece trapelare che ciò avrebbe scatenato un inferno con reazioni a catena che avrebbero ingolfato tutto il sistema. Poi la Merkel ha cambiato improvvisamente atteggiamento correndo ad Atene a lodare il neo governo per le sue azioni eroiche. “”Merkel l’ha capito solo nell’Autunno del 2012“.
Conferma che la Germania è sicuramente sul filo del rasoio con €574 biliardi di crediti che la Bundesbank ha nei confronti delle banche centrali di Grecia, Portogallo, Irlanda, Italia, Cipro e Slovenia.
Ci hanno sempre garantito che i crediti cosiddetti di Target2 nel sistema dei pagamenti della BCE fossero un aggiustamento tecnico senza rischi significativi.
Bini Smaghi dichiara che qualsiasi Stato dell’UEM che abbandona l’euro deve affrontare il probabile default sugli obblighi verso l’estero. “La banca centrale nazionale non sarebbe in grado di rimborsare i debiti accumulati nei confronti di altri Stati membri dell’eurosistema, che sono registrati nel sistema dei pagamenti interni dell’Unione (noto come Target2). L’insolvenza provocherebbe perdite sostanziale per le controparti in altri Stati dell’eurozona, ivi comprese le banche centrali e gli Stati.”
Gli elettori tedeschi potrebbero volerlo sapere prima delle elezioni di  domenica della settimana prossima, visto che i loro dirigenti dicono loro cose del tutto diverse. Anche il partito anti euro AfD, classificato in quarta posizione nei sondaggi, a un passo dall’entrare nel Bundestag, potrebbe trovare la cosa degna di interesse.
Che io sappia la Bundesbank (e le banche centrali di Finlandia, Olanda e Lussemburgo) compensano i debiti di Target2 nei confronti del blocco Club Med vendendo titoli a banche registrate in Germania. Lo fa per ragioni di politica monetaria.

EuroCrisisMonitorCiò significa che se l’euro salta, la Bundesbank deve ancora questa moneta alle stesse banche private come la Deutsche Bank ma anche la Nomura, Citigroup o la Barclays. Non è finzione. La Bundesbank non può fare default su questi titoli.
Forse sono un orso senza cervello, ma devo ancora sentire una spiegazione soddisfacente su come si possa congiurare senza dolore tale eventualità, secondo quanto ci spiega una lista di illustri economisti. Non li ho mai sentiti rispondere a questa domanda. Pubblicano lunghi documenti, gettando polvere negli occhi con tecnicismi come sanno fare gli economisti (spesso bleffando) ma senza mai andare al punto.
Il fatto è che Target2 è l’altra faccia della medaglia della fuga dei capitali intra UEM. Gli investitori privati sono usciti dal Club Med, facendo ricadere i loro titoli di credito sui contribuenti tedeschi e gli stati creditori del nord. Puoi mascherarlo come vuoi ma questa è la realtà.
Si, la Bundesbank potrebbe stampare moneta allegramente in questa crisi e dovrebbe farlo per evitare lo shock deflazionistico e su ben più ampia portata di quanto non sia mai stato suggerito nella costruzione dell’UEM. La Germania sicuramente ce la farebbe ma le sue dottrine monetarie ne uscirebbero a pezzi.
La posizione ufficiale della Bundesbank è che la controversia su Target2 è una tempesta in un bicchiere d’acqua. In realtà non ci credono neanche loro. Un banchiere della BC tedesca con funzioni dirigenziali Target2 ha detto in mia presenza che “è la sua preoccupazione di ogni notte”. Il presidente stesso della banca Jens Weidmann ha testimoniato l’anno scorso che gli squilibri sono “un rischio inaccettabile”.
Mi sa che qualcuno stia tentando di menar il cane per l’aia al popolo tedesco, e non Jens Weidmann che parla con splendida schiettezza. Sono in disaccordo con le sue teorie monetarie, ma la sua onestà intellettuale è magnifica.

Da stampalibera

Fonte: http://blogs.telegraph.co.uk/finance/ambroseevans-pritchard/100025507/italy-floated-plans-to-leave-euro-in-2011-says-ecb-insider/ 12 Settembre 2013
Di Ambrose Evans-Pritchard – Traduzione a cura di N. Forcheri

Altri riferimenti: 

http://mercatoliberotestimonianze.blogspot.it/2013/08/come-un-paese-della-zona-euro-in.html

Andare per mare

Nave da guerra in aiuto a peschereccio in difficoltà
Nave da guerra in aiuto a peschereccio in difficoltà

Nave militare in aiuto a peschereccio in difficoltà …

… e gli omuncoli in loden stanno seduti sulle loro belle poltrone parlando del nulla mentre due nostri valenti marinai che combattono i pirati e gli elementi della natura languiscono in una galera indiana.

Non a caso

“Good people sleep peaceably in their beds at night only


because rough men stand ready to do violence on


their behalf”

Oceano

A noi piace il mare, lo amiamo. Spendiamo le vacanze al mare, prendiamo il sole … ma c’è chi lavora col mare. E non sempre il mare che conosciamo da vacanzieri è quello che incontrano i marinai :

In navigazione con mare in tempesta
In navigazione con mare in tempesta

 

In navigazione con mare in tempesta 2
In navigazione con mare in tempesta 2

Tempesta nello stretto di Bering :

Tempesta nello stretto di Bering
Tempesta nello stretto di Bering

Bagnetto 😆

Bagnetto
Bagnetto

In linea di fila :

In linea di fila
In linea di fila

 

Se vi sono piaciute ne posto altre :mrgreen:

Il massacro e la distruzione di Damour

Bambini critiani massacrati
Bambini critiani massacrati a Damour

Damour era una cittadina accanto all’autostrada Beirut-Sidon, circa 20 kilometri a sud di Beirut, nell’area pedemontana del massiccio libanese. Sull’altro lato dell’autostrada, al di là di una striscia pianeggiante di terra, c’era il mediterraneo. Era una città di 25.000 abitanti con 5 chiese, tre cappelle, sette scuole tra pubbliche e private ed un ospedale, ove, a spese del comune, venivano curati, assieme ai cristiani, anche i mussulmani dei paesini circostanti.

Il 9 di gennaio 1976, tre giorni dopo la Befana, il parroco di Damour, Don Mansour Labaky, stava praticando il rito maronita della benedizione delle case con l’acqua santa. Mentre si trovava di fronte a una casa vicina all’adiacente villaggio mussulmano di Harat Na’ami, una pallottola fischiò accanto al suo orecchio e colpi una casa. Poi udì delle raffiche di mitra. Si rifugiò all’interno della casa e capì che la città era stata presa d’assedio. Poco dopo seppe da chi: le truppe di Sa’iqa (terroristi dell’OLP affiliati alla Siria), 16.000 terroristi tra palestinesi, siriani, unità di Mourabitoun, rafforzati da mercenari provenienti dall’Iran, dall’Afghanistan, dal Pakistan e dalla Libia.
Don Labaky chiamò subito lo sceicco mussulmano del distretto e gli chiese, a mo di collega spirituale, cosa poteva fare per venire in aiuto della popolazione. “Non ci posso fare nulla”, gli fu risposto, “vogliono distruggervi. Sono i palestinesi. Non posso fermarli.”
Mentre le raffiche di mitra e i colpi di mortaio continuarono per tutta la giornata, Don Labaky chiamò una lunga lista di politici sia della destra sia della sinistra, chiedendo aiuto. Tutti risposero, con scuse e rimpianti, che non potevano farci nulla. Poi chiamò Kamal Giumblat, rappresentante parlamentare druso del distretto di Damour. “Padre”, disse Giumblat, “non ci posso fare nulla, perché tutto dipende da Yassir Arafat.” E diede il numero personale del capo dei palestinesi al sacerdote.
Quando Labaky chiamò, gli fu risposto da un aiutante di Arafat e non potendo raggiungere lo stesso Arafat, Labaky gli disse, “i palestinesi stanno sparando colpi di mortaio e raffiche di mitra contro la mia città.
Posso assicurarvi come esponente religioso che non vogliamo la guerra e che non crediamo nella violenza. In oltre aggiunse che “quasi la metà degli abitanti di Damour aveva votato per Kamal Giumblat, un uomo che stava vicino all’OLP.
Freddamente gli fu risposto : “Padre, non si preoccupi. Non vogliamo farvi del male. Se vi stiamo distruggendo, lo facciamo solo per pure ragioni strategiche.”
Don Labaky non pensava che non ci fosse da preoccuparsi, anche se la distruzione era “solo per pure ragioni strategiche” e insistette nel chiedere ad Arafat di richiamare i suoi combattenti. Alla fine, l’aiutante disse che, il quartiere generale dell’OLP, avrebbero detto ai terroristi “di cessare il fuoco”.
Erano già le undici di notte, e il fuoco delle armi non era cessato, quando Don Labaky chiamò di nuovo Kamal Giumblat per dirgli cosa aveva detto l’aiutante d’Arafat.
Il consiglio che Giumblat diede al sacerdote era di continuare a chiamare Arafat e altri amici suoi, “perché”, disse, “non mi fido di lui”.
Mezz’ora più tardi furono tagliate le linee telefoniche, l’acqua e l’elettricità. La prima ondata d’invasione avvenne mezz’ora dopo la mezzanotte, dal lato della città da cui è stato sparato al sacerdote.
Gli uomini di Sa’iqa assalirono le case e massacrarono quella notte una cinquantina di civili. Don Labaky udì le grida e scese nella strada. Donne in camicie da notte stavano correndo verso di lui “strappandosi i capelli e urlando ‘Ci stanno massacrando!’ I sopravissuti, evacuando quella parte della città, si rifugiarono nella chiesa più vicina. All’alba, gli invasori avevano già preso il quartiere. Don Labaky descrisse la scena come segue:

“La mattina riuscii, nonostante i colpi di mortaio, ad arrivare all’unica casa non occupata per recuperare i cadaveri. E mi ricordo qualcosa che ancora mi fa rabbrividire. Un’intera famiglia, i Can’an, quattro bambini tutti morti, e la madre, il padre, e il nonno. La madre stava ancora abbracciando uno dei bambini. Era incinta. Gli occhi dei bambini erano stati cavati e i loro arti amputati. Erano senza gambe e senza braccia. Li abbiamo portati via in un Apecar. E chi m’aiutava a portare via i cadaveri? L’unico sopravissuto, lo zio dei bimbi. Si chiamava Samir Can’an. Egli portava con me i resti del fratello, del padre, della cognata e dei poveri bambini.
Li abbiamo sepolti nel cimitero, sotto i colpi di mortaio dell’OLP. E mentre li seppellivamo, trovammo altri corpi ancora nelle strade.”
La città cominciava a difendersi. Duecentoventicinque giovani, sedicenni, armati di fucili da caccia e senza addestramento militare, resistettero per dodici giorni. La popolazione si nascose nelle cantine con sacchi di sabbia davanti alle porte e alle finestre dei pianterreni.
Don Labaky fece spola tra nascondiglio e nascondiglio per visitare le famiglie e portare loro latte e pane. Spesso incoraggiò i giovani a difendere la città. L’assedio senza sosta causò gravi danni.
Dal 9 di gennaio 1976, i palestinesi avevano tagliato l’acqua e qualsiasi rifornimento di viveri e rifiutavano alla Croce Rossa di evacuare i feriti. Neonati e bambini morirono di disidratazione. Solo tre altri cittadini caddero sotto il fuoco dell’OLP tra il primo e l’ultimo giorno dell’assedio che terminò il 23 gennaio del 1976. Però, quel giorno, quando avvenne il massacro finale, centinaia di cristiani furono ammazzati, come racconta Don Labaky:

“L’attacco cominciò dalle montagne. Era un’apocalisse. Vennero in migliaia, urlando a squarciagola ‘Allahu akbar! Iddio è grande! Attacchiamoli in nome degli arabi, offriamo un olocausto a Maometto’. E massacrarono chiunque li si metteva sul cammino, uomini, donne e bambini”.
“Intere famiglie sono state uccise nelle loro case. Molte donne furono violentate in gruppo, alcune di loro furono lasciate vive. Una donna salvò la sua figlia adolescente dalla violenza sessuale spalmando la sua faccia con dell’indaco per farla apparire ripugnante.
Mentre le atrocità continuavano, gli invasori si scattavano delle foto e le offrirono, più tardi, per soldi ai giornali europei.”
“Alcuni sopravissuti testimoniarono l’accaduto.
Una ragazza sedicenne, Soumaya Ghanimeh, testimoniò la fucilazione del padre e del fratello da parte di due degli invasori, e vide la propria casa, assieme alle case dei vicini, saccheggiata e bruciata.

Il suo racconto :
‘Quando mi stavano portando in strada, tutte le case intorno a me stavano bruciando. Di fronte alle case erano parcheggiati dieci camion nei quali erano stipati i bottini. Mi ricordo quanto ero spaventata dal fuoco. Stavo urlando. E per molti mesi non riuscii a sopportare che qualcuno accendesse un fiammifero accanto a me. Non ne sopportavo il puzzo.’

“Lei e sua madre, Mariam, assieme alla sorella più piccola e al fratellino neonato, vennero risparmiati dall’essere fucilati in casa quando si nascose dietro a un palestinese cercando protezione da un fucile puntato contro di lei.
Urlò: ‘Non permettergli d’ucciderci!’ e l’uomo accettò il ruolo di protettore che la ragazza gli aveva inaspettatamente assegnato. “Se li ammazzi, devi ammazzare anche me, disse al suo commilitone. Così vennero risparmiati, radunati con altri nelle strade e caricati sui camion che li portarono al campo palestinese di Sabra a Beirut, ove vennero imprigionati in una prigione sovraffollata. ‘Dovevamo dormire per terra, e faceva un freddo cane.'”

Quando Don Labaky trovò i corpi carbonizzati del padre e del fratello in casa Ghanimeh non poteva neppure distinguerne il sesso. Nella frenesia di voler, a tutti costi, infliggere il massimo dell’umiliazione alle loro vittime, come se neppure i limiti assoluti della natura umana potevano fermarli, gli invasori devastarono le tombe e sparsero le ossa dei defunti nelle strade. Chi era riuscito a scappare dal primo attacco continuava a scappare con ogni mezzo, con le macchine, con i carri, con le bici e con le moto. Alcuni si rifugiarono sulla spiaggia sperando di poter scappare con le barche a remi. Ma il mare era in tempesta e l’attesa della salvezza era troppo lunga, erano consapevoli dell’eventualità che i loro nemici potevano accanirsi contro di loro a qualunque momento.
Circa cinquecento persone si radunarono nella chiesa di Sant’Elia. Don Labaky arrivò lì alle sei del mattino quando i tumulti dell’attacco l’avevano svegliato. Predicò un sermone sul significato del massacro d’innocenti. E quando non sapeva che consigliare disse: “Se vi dicessi di rifugiarvi sulla spiaggia, so che vi ammazzeranno. Se vi dicessi di rimanere qui, so che vi ammazzeranno”.
Un vecchietto suggerì di esporre una bandiera bianca. “Forse ci risparmieranno se ci arrendiamo.” Don Labaky gli diede il suo benestare e mise una bandiera bianca sulla croce processionale che stava davanti alla chiesa.
Dieci minuti più tardi sentirono bussare alla porta, tre colpi in successione rapida, poi altre tre volte tre colpi in successione rapida. Rimasero impietriti. Don Labaky disse che andava lui a vedere chi ci fosse. Se era il nemico, magari li risparmiavano. ‘Ma, se ci ammazzano, perlomeno moriremo tutti insieme e avremo una bella parrocchia in cielo di 500 persone senza posti di blocco che ci separano”. Risero e il sacerdote aprì la porta.
Non era il nemico, ma due cittadini di Damour che erano riusciti a scappare e che avevano visto la bandiera bianca dalla spiaggia. Erano venuti per metterli in guardia sul fatto che la bandiera bianca non sarebbe stata di nessun aiuto. “Anche noi abbiamo issato una bandiera bianca davanti a Nostra Signora e ci hanno sparato addosso”.
Di nuovo discussero quello che c’era da fare. Labaky disse che una sola cosa sarebbe rimasta a fare, anche se era ‘impossibile’: pregare affinché Iddio perdonasse coloro che stavano per venire a ucciderli. Mentre erano in preghiera, due dei giovanissimi difensori della città che, a loro volta, avevano visto la bandiera bianca entrarono e dissero ‘Correte verso la spiaggia adesso, vi copriremo.’
I due giovani stavano davanti al portale della chiesa e spararono nella direzione dalla quale proveniva il fuoco dei fedayin. Ci vollero dieci minuti finché tutte le persone presenti nella chiesa potessero lasciare la città. Tutti e cinquecento, meno un vecchietto che non poteva camminare e che avrebbe preferito morire davanti alla propria casa. Stranamente fù risparmiato.
Don Labaky lo trovò settimane più tardi in una prigione dell’OLP e sentì quello che è successo dopo la sua fuga.
Un paio di minuti dopo che erano scappati, arrivarono i terroristi dell’OLP e bombardarono la chiesa senza entrarvi. Buttarono giù la porta e gettarono le granate.
Se i cristiani non fosdsero scappati sarebbero stati uccisi tutti.
Don Labaky aveva condotto la sua congregazione lungo la spiaggia di Camille Chamoun. Quando arrivarono lì, videro che era stata già saccheggiata e parzialmente bruciata. Trovarono, comunque, protezione in un palazzo di un mussulmano che “non era d’accordo con i palestinesi”, e successivamente riuscirono a prendere il mare in piccole imbarcazioni, nelle quali salparono verso Jounieh. Una povera donna dovette partorire in una barca nel mare invernale in tempesta.
In tutto, 582 persone morirono nell’assalto a Damour.
Don Labaky tornò con la Croce Rossa per seppellirli. Molti dei cadaveri erano stati smembrati e dovettero contare le teste per stabilire il numero delle vittime.
Tre delle vittime maschili furono trovati con i loro genitali amputati e ficcati a forza nel cavo orale. (pratica mussulmana d’umiliazione postmortem assai nota dalla guerra d’Algeri in poi, NdT).
Ma l’orrore non finì lì, anche il vecchio cimitero cristiano era stato profanato, i sarcofaghi aperti, i morti spogliati dei loro vestiti, le cassette delle elemosina saccheggiate, e le ossa e gli scheletri sparsi sul campo sacro.
Dopo questi fatti, Damour fu trasformata in un baluardo di Al-Fatah e del PFLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina).
Le rovine di Damour furono trasformate in uno dei maggiori centri dell’OLP per la promozione del terrorismo internazionale.
La chiesa di Sant’Elia fù trasformata in un autorimessa atta alla riparazione dei veicoli dell’OLP, così come in un poligono di tiro con i bersagli dipinti sul muro orientale della navata.
Il comandante delle forze terroristiche che si accanirono, il 23 gennaio del 1976 era Zuhayr Muhsin, capo di al-Sa’iqa, diventando noto alla popolazione cristiana libanese come il ‘macellaio di Damour’.
Fu giustiziato il 15 luglio del 1979 a Cannes, nel sud della Francia.

tradotto dall’inglese da Motty Levi

Altre informazioni :

http://vmireinteresnogo.com/article/damour-massacre
http://ilblogdibarbara.ilcannocchiale.it/post/1314288.html

846-dopo-cristo

territorio italiano occupato o devastato dagli arabi
territorio italiano occupato o devastato dagli arabi

Arabi a Roma

Molti di noi sarebbero sorpresi nell’apprendere che nel 9° secolo DC una flotta araba con sede in Sicilia risalì il Tevere con lo scopo di occupare e saccheggiare Roma e il Vaticano. Raggiunsero l’obiettivo e per giorni e giorni uccisero e devastarono tutto quello che incontravano finché non furono sconfitti e cacciati dalle milizie pontificie affiancate da quelle del Sacro Romano Impero e da contingenti Franchi.
Per la precisione l’attacco arabo ebbe luogo il 28 agosto 846 DC ben prima del 1096 DC anno della Prima crociata!
Gli arabi non riuscirono a entrare nella città fortificata di Roma che fu difesa dai Romani ma le chiese di San Pietro e San Paolo che erano all’esterno delle mura furono violate.
Il Papa Leone IV chiese aiuto ai regni vicini e in risposta un esercito longobardo discese verso Roma, da Civitavecchia, mentre un secondo si mise in marcia da Portus (odierna Fiumicino) e Ostia.I tentativi dei Sassoni, Longobardi, Frisoni e Franchi di difendere San Pietro fino all’ultimo uomo si rivelò vana.
Gli arabi uccisero tutti i difensori e saccheggiarono tutti i tesori di San Pietro strappando l’argento delle porte, le lamine d’oro del pavimento del confessionale, devastarono la cripta bronzea dell’Apostolo, rubarono la croce d’oro che si trovava sulla tomba di Pietro. Poi devastarono tutte le chiese del quartiere Borgo.
Il marchese Guido di Spoleto, giunto in aiuto con un piccolo gruppo di impavidi, riuscì a sconfiggere gli arabi che si ritirarono in parte verso Civitavecchia e in parte verso Fondi, seguendo la Via Appia.
Durante la loro ritirata, gli arabi ‘in fuga, inflissero rovina e devastazione in tutta la campagna romana.
A Gaeta, l’esercito longobardo di Giudo di Spoleto si scontrò nuovamente con gli arabi e trovandosi in gravi difficoltà fu aiutato dalle truppe bizantine di Cesario, figlio di Sergio, magister militum di Napoli.
Gli arabi fuggirono oltremare ma una tempesta fece naufragare gran parte delle loro navi. Approfittando di questo ritiro, Papa Leone IV avviò la costruzione della Civitas Leonina per proteggere la collina del Vaticano. Le mura furono completate il 27 nel mese di giugno 852 DC. Il sacco di San Pietro fu solo la conseguenza di tantissime incursioni che iniziarono già dal 813 DC terrorizzando la popolazione italica e devastando il territorio riducendolo molte zone in lande desolate (cosa che nessuna popolazione barbara aveva fatto prima di allora).

Gli arabi all’assalto delle coste e delle isole italiane (813)

L’attacco arabo all’Italia continentale ebbe inizio nel 813 quando Centumcellae (Civitavecchia) fu attaccata di sorpresa. Contemporaneamente anche Ischia e Lampedusa furono devastate ed occupate. Nello stesso anno gli arabi attaccarono anche la Sardegna e la Corsica.

Gli arabi a Centumcellae (829)

Nel 829 gli arabi distrussero Centumcellae (Civitavecchia).

Gli arabi a Napoli (836)

Nell’836 i Longobardi del ducato di Benevento posero l’assedio a Napoli, una città bizantina. I napoletani chiesero aiuto a Ziyadat Allah I, emiro aghlabide di Tunisia. Approfittando di questa guerra tra cristiani, Ziyadat inviò una flotta che costrinse i Longobardi ad interrompere l’assedio.

Gli arabi a Subiaco (840)

Nel 840 gli arabi devastarono il monastero di Subiaco.

Gli arabi conquistano Bari (840-871)

Nel 840 il longobardo Radelchi, duca di Benevento era impegnato nella lotta contro il rivale Siconolfo. Gli arabi approfittarono della situazione per conquistare Bari. Ma nel 871 l’imperatore carolingio Ludovico II riuscì a liberare la città.

Gli arabi a Ponza e Capo Miseno (845)

Nel 845 gli arabi presero possesso di Capo Miseno, nel golfo di Napoli e di Ponza.

Gli arabi a Brindisi e Taranto (846-880)

Nel 846 gli arabi saccheggiarono Brindisi e conquistarono Taranto. Ma nel 880 l’imperatore bizantino Basilio I il Macedone riuscì a liberare Taranto.

Attacco arabo ad Ancona (848)

Nel 848 gli arabi saccheggiarono Ancona.

Gli arabi sconfitti nella battaglia navale di Ostia (849)

Nel 849 si vociferava l’organizzazione di una grande flotta araba che avrebbe attaccato Roma dalla Sardegna di conseguenza fu costituita una lega tra le città marittime del Sud: Amalfi, Gaeta e Napoli raccolsero le loro flotte alla foce del Tevere nei pressi di Ostia.
Quando le navi arabe apparvero all’orizzonte la flotta italiana, guidata da Cesario, attaccò. Gli arabi furono sconfitti ed i superstiti furono fatti prigionieri e ridotti in schiavitù. Questi schiavi arabi furono utilizzati per contribuire con il loro lavoro alla ricostruzione di ciò che avevano distrutto tre anni prima. Purtroppo in conseguenza delle continue scorrerie arabe, la popolazione cristiana abbandonò Ostia e si ritirò a Portus dove crearono alcune fortificazioni per difendersi meglio da ulteriori attacchi arabi.

Gli arabi attaccano Canosa (856)

Nel 856 gli arabi attaccarono e distrussero la cattedrale di Canosa in Puglia.

L’assalto degli arabi contro Ascoli (861)

Nel 861 gli arabi occuparono Ascoli nelle Marche distruggendo tutte le Chiese. Essi uccisero tutti bambini mentre portavano via i maschi adulti come schiavi e le donne come schiave del sesso.

Gli arabi assediano Salerno (872)

Nel 872 l’imperatore Ludovico II liberò Salerno dagli arabi che vi si erano insediati per sei mesi.

Gli arabi attaccano Roma, il Lazio e l’Umbria (876)

Nonostante le sconfitte per mano dei Franchi e degli italiani, gli arabi si riunirono nuovamente per attaccare Roma nel 876.
Prima di raggiungere la città saccheggiarono i villaggi circostanti massacrando i contadini e distruggendo tutte le chiese. Dopo questa scorreria la campagna romana fu trasformata in un deserto senza vita.
In risposta a questa carneficina, Giovanni VIII allestì una flotta e portò il suo esercito alla vittoria contro gli arabi, al Circeo. Furono catturate 18 navi e 600 schiavi cristiani furono liberati dalla prigionia.
Gli Arabi, grazie alla capacità di mettere in campo innumerevoli uomini, non ostante le continue sconfitte negli scontri tra eserciti, si raggrupparono nuovamente continuando a devastare il Lazio sia lungo la costa che nell’entroterra. In una di queste scorrerie invasero e distrussero per la seconda volta la città di Subiaco. Lungo il loro cammino devastatore arrivarono a Tivoli che si difese resistendo all’assalto.
Un cronista, Benedetto di Sant’Andrea del Soratte scrisse: “regnaverunt Agareni a Romano Regno”. ” “Narni, Nepi, Orte, i paesi del Tiburtino, la valle del Sacco, le terre della Tuscia, il monte Argentario caddero nelle mani degli infedeli”.

Gli arabi in Campania (881)

Nel 881 il vescovo di Napoli Atanasio, strinse un’alleanza con gli arabi contro Roma e contro Bisanzio. Come contropartita di questo secondo tradimento dei napoletani, gli arabi beneficiarono di basi militari ai piedi del Vesuvio e ad Agropoli, presso Paestum.
Un altro traditore, Docibile, duca di Gaeta e nemico del Papa, concesse agli arabi il diritto di stabilirsi vicino a Itri, poi sulla riva destra del Garigliano vicino a Minturno dove i musulmani costruirono un castello da cui condussero ripetute incursioni sulla campagna circostante attaccando i monasteri di Montecassino e di San Vincenzo spogliandoli di tutto ed incendiandoli.

Gli arabi a Farfa (890)

Nel 890 le truppe arabe assediarono l’Abbazia di Farfa, in Sabina. L’abate Pietro resistette per sei mesi poi a causa della mancanza di viveri per la popolazione, fu costretto ad arrendersi. Gli arabi, mancando agli accordi della resa, massacrarono tutti gli abitanti e Farfa ormai spopolata, divenne una base araba in Sabina.

Gli arabi sconfitti ed espulsi dal Lazio e da Garigliano (916)

Fortunatamente, nel 10 ° secolo si ricostituì il Regno d’Italia. Nel dicembre del 915 DC, Berengario venne incoronato dal papa Giovanni X, re d’Italia. Nell’ Aprile del 916 la lotta contro gli arabi acquistò un nuovo impulso e nello stesso anno Berengario ordina alle truppe toscane del marchese Adalbertus ed a quelle umbre del marchese Alberico di Spoleto di muovere in difesa del territorio.
Contemporaneamente, l’imperatore bizantino Costantino inviò la propria flotta agli ordini dello stratega Picingli Nicolaus. Si unirono all’alleanza anche Landolfo, principe di Capua e Benevento, Gaimar principe di Salerno e i duchi di Gaeta e di Napoli.
Papa Giovanni X si mise personalmente alla testa delle truppe di terra. I longobardi di Rieti, guidati da Agiprandus, avanzarono in Sabina liberandola. Le truppe di Sutri e Nepi sconfissero gli arabi nei pressi di Baccano sulla via Cassia.
Papa Giovanni X riportò un’altra vittoria tra Tivoli e Vicovaro e  gli arabi furono costretti a ritirasi presso la loro fortezza di Garigliano.
Nel giugno del 916 DC fu lanciata un’altra campagna militare contro gli arabi che per tre mesi, chiusi nella fortezza, resistettero in attesa di rinforzi dalla Sicilia. Gli Italiani intercettarono le truppe di rinforzo e le sconfissero occupando poi la fortezza assediata. Gli arabi in fuga ha cercarono scampo sulle montagne ma furono scovati e sconfitti nuovamente dalle truppe italiane liberando una volta per tutte il territorio.
Purtroppo la Sicilia era ancora prigioniera degli infedeli.
L’attacco e l’occupazione della Sicilia è uno dei capitoli meno conosciuti e dolorosi della storia italiana.

Bibliografia

Gli Arabi e l’Islam di Arborio Mella FA

Storia della Sicilia antica di MI Finley

Storia di Roma nel Medioevo bt Gatto L.

Storia della Sicilia medievale e moderna di Mack Smith D.

Storia dell’Impero Bizantino di Ostrogorsky G.

4° giorno di navigazione

Non siamo riusciti a sbarcare Livia e la bambina, non abbiamo potuto perchè le condizioni climatiche sono peggiorate e sarebbe stato pericoloso trasbordarle. Abbiamo navigato a zigzag cercando d’intercettare il cargo prima che uscisse dalle acque internazionali o dal quadrante nel quale operiamo.

La natura si è scatenata in tutta la sua potenza, il mare è blu-nero e si può distinguere dal cielo perchè ogni tanto i lampi illuminano l’orizzonte. Piove orizzontale, con un vento che spira a raffiche improvvise e di intensità incredibile, mitragliandoci la faccia. La massa nera che ci circonda è agitata come poche volte ho potuto vedere e ci scuote in tutte le direzioni.

Gli uomini terminano il turno di guardia completamente zuppi ed appena smontano corrono ad asciugarsi in sala macchine. I miei ragazzi fanno i doppi turni : guardia e nursey per Beatrice che stando al chiuso per tutto questo tempo ha iniziato ad innervosirsi. Livia passa il suo tempo tra la bimba ed il sonno ristoratore. I nostri incontri sono limitati al sincronismo del suo sonno con i miei turni di guardia ma nonostante la frequentazione saltuaria abbiamo acquisito un’ottima intesa e passiamo tutto il tempo disponibile a chiacchierare fitto fitto come due comari. Per il resto mi annoio, la vita monotona e ripetitiva mi uccide e non vedo l’ora di arrivare in porto e ricominciare la vita spericolata di sempre. Potrebbe anche non succedere perchè il comandante ha chiesto l’aggregazione della squadra per le operazioni di controllo dei mercantili sospetti.
Servire con il Sig. Stefanini non mi dispiacerebbe ma io amo gli ampi spazi e non so quanto reggerò su questa bagnarola. Già mi sono stancato di seguire l’ufficiale di macchina nelle sue operazioni giornaliere, ormai conosco tutto di questa unità e la mia curiosità è stata esaudita fin nei minimi particolari.
E’ora del cambio turno e mi vesto per salire in plancia. Infilo gli stivali, chiudo i pantaloni impermeabili sovrapponendo le strisce di velcro e li lego sotto la suola, vesto il giacchetto di montone rovesciato, quindi il pipistrello ed il berretto di lana.

Sono sotto la scaletta e mentre mi infilo i guanti urlo verso l’alto :
"Un uomo in plancia?"
"Venga tenente!"
Chi mi risponde è il sottufficiale di rotta, oggi il turno lo condivido con lui. Mi arrampico sulla scaletta ed arrivo sulla sommità giusto in tempo per beccarmi un’ondona che per poco non mi sbatte contro la murata. Mentre mi aggrappo alla battagliola con una mano e con l’altra cerco di agganciare la fune di ritegno, urlo "Cazzo, neanche il tempo di arrivare, che razza d’accoglienza!"
A sua volta il sottufficiale urla :
"Si tenga forte Signore, stasera si balla per davvero!"
Riesco a mettere il naso al di sopra del bordo della murata e vedo il mare in tempesta. Non è la prima volta che mi capita ma una cosa è osservarlo stando belli alti su una nave, un’altra cosa è vederlo così da vicino, praticamente siamo con il naso appiccicato alla superficie. Mugghia e ruggisce, va ovunque e viene da tutti i lati. Ci sferza in un turbinio di schizzi, ci passa sopra, ci colpisce con tonnellate d’acqua nel tentativo di strapparci dal guscio nel quale stiamo. E’ emozionante, eccitante direi … adrenalitico. E’ una lotta continua, non ti puoi rilassare e quando precipitiamo giù dall’onda, ifilando la la prua in acqua come se dovessimo immergerci mi viene da urlare : "UUUUUUUUUWWWWUUUUUUUOOOOOOOHHHHHHH!" Siamo su un gigantesco ottovolante, tremo dall’eccitazione, la natura ci sfida ed io non sono il tipo da tirarsi indietro, vediamo chi vince!.
Passa il tempo, ho le mani congelate e sono scosso da tremori di freddo. Batto i denti talmente forte che non riesco a tenere fermo il binocolo sugli occhi. Mentre sto tirando su con il naso una voce femminile ben conosciuta, dal basso urla :
"Posso salire?"
Con il sottufficiale ci guardiamo un attimo e poi faccio :
"No! E’ pericoloso! Qui fuori c’è l’inferno!"
E la vocina da sotto :
"A me piace l’inferno e poi … è pericoloso solo per me?"
"Livia, non fare la bambina, lo so che sei coraggiosa ma il rischio è che il mare possa portarti via"
"Io so nuotare!"
"Ma guarda che sei testarda un bel pò, se solo ti facessi un graffio il comandante ci spellerà vivi e qui è facile fracassarsi le ossa"
"Mi sono stufata di respirare aria riciclata … salgo lo stesso permesso o no, che il comandante vada il diavolo!"
Altra occhiata col sottufficiale che sghigazza sotto i baffetti.
Rassegnato, mentre mi stendo sul boccaporto le intimo :
"FERMATI! FERMA! Ok, fermati … ASPETTA che ti prendo … ASPETTAAAAA, ti dico io quando salire … aspetta … Adesso svelta, adesso che scendiamo dall’onda … SVELTA!"

Infilo il braccio destro nel boccaporto e la prendo per il colletto come fosse un collare. La tiro su fino a che esce con la testa e mi metto sulle ginocchia.
"HEEEE, ma che maniere! Si tratta così una signora?"
"Livia, guarda che stiamo su un vascello da guerra e non in crociera. Hai indossato la fune di sicurezza?"
Intanto che parlo le passo velocemente le mani attorno la vita cercando la sagola che serve per assicurarsi quando il mare è in tempesta e trovo il grosso moschettone penzoloni sui glutei.
"Tenente, ma come è audace!"
"Livia smetti di giocare, qui ci si rimette la pelle"
"Ma come siamo seri!"
"Ok, vieni che ti lego, mettiti qui tra me e Ruggieri, resta attaccata al bordo e quando arriva l’onda seguila con le gambe, come andassi a cavallo, non restare rigida che ti sbalza fuori e sopratutto quando urliamo – ONDA! – abbassati sotto il bordo e schiacciati contro la parete, mi hai capito? Devi cavalcare questo puledro imbizzarrito, chiaro?"
La asssicuro al passante di sicurezza, lei si aggrappa alla battagliola ed in silenzio osserva il mare che continua a spazzare il ponte con violenza.
E’ giunta l’ora del cambio e Ruggieri appena sente il familiare urlo dal basso, saluta e sparisce in un attimo. Al suo posto monta Santamaria che saluta, inforca il binocolo e si mette a scrutare il mare.
Il tempo passa …
"Tenente guardi,  … a ore 22!"

Ruoto il busto alla mia sinistra e portando il binocolo agli occhi guardo nella direzione indicata. Tra un piovasco e l’altro, mentre siamo sulla cresta di un’onda noto  un pennone o perlomeno quello che sembra un pennone. Pochi centimetri di un qualcosa messo in verticale in mezzo al mare e che sparisce appena scendiamo dall’onda per riapparire appena risaliamo.
Urlo : "Sarà il mercantile che il comandante sta inseguendo? La rotta è compatibile, giusto?"
A sua volta Santamaria urla : "Credo di si, Signore, la rotta dovrebbe corrispondere : 30° est … 30.000 metri circa"
"Ok, avverta di sotto"
Intanto, Livia ha seguito tutto il discorso. Mettendosi in punta dei piedi ed allungando il collo mi strilla nell’orecchio sinistro, a raffica :
"Cosa avete visto? Come avete fatto? Io non vedo nulla. Come fate a sapere che è una nave?"
"Livia è difficile da spiegare, esperienza, abitudine, addestramento"
"Mi fai vedere?"
"Ok, vieni qui"
Con un gran sorriso si infila tra me e la murata passando sotto il braccio sinistro.
Per tenere il binocolo deve staccare le mani dalla battagliola ed allora per bloccarla e controllarla meglio, con il corpo la schiaccio contro la parete.
"Ecco, guarda"
Ed intanto le giro testa e binocolo nella direzione giusta. "Guarda verso l’orizzonte"
"Orizzonte? E’ tutto uguale, io non vedo nulla!"
Le parlo tenendo la guancia appoggiata all’ orecchio :
"Livia, laggiù dove il mare sfuma sul nero … c’è una riga dritta …  orizzontale … lo vedi tra i lampi … loro fanno su e giù come facciamo noi, devi avere un pò di pazienza, aspettare che siamo entrambi in alto e che un lampo illumini il cielo"
Mentre dico queste parole un muro d’acqua si alza proprio davanti a noi.
Santamaria urla – ONDA! –
Chino la testa in avanti a proteggere gli occhi, il naso e la bocca, non posso chinare il busto perchè Livia è tra le mie braccia. Le urlo : "reggito più forte che puoi"
L’onda precipita Mugghiando e spumeggiando. Si avventa su di noi e Blamh! Siamo sott’acqua, investiti in pieno da un turbine che ci passa sopra. Stringo allo spasimo, con entrambe le mani, la battagliola e contemporaneamente cerco di schiacciare ancora di più la donna. Colpito in pieno petto e con il risucchio che mi sta portando via le gambe perdo il contatto dal corpo che tenevo schiacciato contro la murata. Con il mento cerco la sua testa per verificarne la presenza.
… Passata …, è passata lasciando dietro di se mille mulinelli ed il mare completamente spianato, piatto e liscio come l’olio.

Riprendo fiato a bocca aperta e soffio via l’acqua dal naso. Guardo con ansia sotto di me, tra le mie braccia, perchè non sento più Livia. Incredibile! Lei è lì ma non contro la parete. Non riesco a capire come sia potuto succedere o abbia fatto. E’ girata verso di me, ficcata sotto il pipistrello. Mi stringe in vita aggrappata alla cinta dei pantaloni e tiene il viso schiacciato contro il mio petto. Si è fatta piccola piccola.
"Stai bene?"
"Si! … Accidenti che botta, ho dato una stretta! Veniva dritta contro di noi"
Mi viene da ridere.
"Hai parlato con il naso, soffia via l’acqua!"
Non mi rendo conto di cosa sto facendo mi viene naturale, le carezzo i capelli e la stringo al petto premendola sulla nuca … è un attimo, il mondo esterno sparisce, gli elementi non esistono più, sono felicissimo di quel contatto e sono diventato di roccia.
"Heeeiiii, Tenente ma come è vigoroso, lei!"
"Oddio, Livia perdonami ma io sono un uomo e tu una donna … e mi piaci … perdonami non volevo mancarti di rispetto"
"Lo so che sono una donna carina … dai, non mi manchi di rispetto, anzi sono onorata … ma è tutto qui quello che hai da farmi sentire?"
Passano una ventina di secondi di silenzio durante i quali cerco di capire se il tono era sarcastico o interrogativo, quando con un gran sospiro fa :
"Senti, Tenente, visto che non ti decidi a parlare te lo dico io. Tanto tu non me lo dirai mai anche se provi gli stessi sentimenti che provo io, hai troppo rispetto."
Tira su col naso e prosegue :
"Ho perso la testa, Tenente, ho provato a scacciare questa cosa ma non c’è stato nulla da fare. Sono terribilmente attratta da te e adesso non mi importa di morire affogata basta che avvenga mentre sono tra le tue braccia … Ho bisogno di starti appiccicata come l’edera alla quercia mi capisci?"
Sono basito, immaginavo che fossimo ottimi amici ma non fino a questo punto. La guardo costernato, imbarazzato, non avevo pensato ad un’eventualità del genere o forse si ma l’avevo scacciata dai pensieri.
Un’altra onda ci investe con tutta la sua forza. Riemergiamo abbracciati e mentre sto per aprire bocca, da sotto il nuovo turno urla "cambio in plancia!".
"Non guardarmi così, sono stupita anch’io della mia audacia ed un pò mi vergogno"
Tira di nuovo su col naso e continua :
"Sono certa che non incontrerò mai più una persona speciale e d’animo nobile come te e non voglio perdere l’occasione perchè presto mi porteranno via e forse non ci rivedremo mai più".
Mentre parla le svincolo il moschettone e tenendola per la cinta di canapa la guido sul boccaporto. Siamo di sotto, in camera di manovra. O mamma! La luce illumina un pulcino bagnato fradicio. Ha i capelli appiccicati al viso e le labbra viola ma è radiosa. E’ lì con le mani giunte in grembo che mi guarda in attesa di una risposta. Le dico :
"Corri a cambiarti, ci vediamo in sala macchine per scaldarci e chiarire questa situazione"
Con un lampo negli occhi risponde :
"Si … mio Signore!"