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Tre indizi fanno una prova

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La striscia di sangue lasciata dal corpo di Lee Rigby trascinato in strada dagli assassini al grido di ALLAH U AKBAR

Diceva Agatha Christie che “un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”.

  • Milano : un nero va in giro con un piccone e uccide tre bianchi
  • Stoccolma : un nero armato di machete insegue un bianco per ucciderlo
  • Londra : due neri armati di mannaia vanno in giro per la città e decapitano un bianco

Tre casi isolati? Personalmente non lo credo, credo invece a degli imbecilli che in nome di dio riversano il loro odio sui bianchi che li “albergano” come dice la mia amica Eleonora.
Possiamo credere quello che vogliamo ma non possiamo negare che qualcosa sta succedendo, non sono casi sporadici ma dettati da una strategia.
Dice Silvio che nel caso di Londra potrebbe essere un caso di “false flag” e ne da anche le spiegazioni, nello stesso post di Saura Plesio io avevo già scritto che non credo alle teorie complottiste.
Diciamo che non faccio viaggi nel “come potrebbe essere” ma mi baso su fatti concreti e sulla mia esperienza personale.
Facciamo il punto : due casi su tre sono azioni di musulmani, sul terzo non posso fare affermazioni perchè la stampa si è ben guardata dal dire la religione d’appartenenza dell’assassino. Anzi che hanno fatto vedere che è un nero, altrimenti avrebbero negato anche quello.
Nei tre casi sono coinvolti 4 neri, immigrati, di seconda o terza generazione, cittadini con la nazionalità, tranne nel caso italiano. Sappiamo che esiste una strategia che vorrebbe sostituire l’etnia di una nazione con i musulmani.
Sappiamo che in tutti e tre i casi sia i giornalisti che i politici si sono sperticati in dichiarazioni a favore dell’islam “moderato” … come se esistesse.
Perchè dico che non esiste?
Perchè la violenza è insita nell’insegnamento coranico, inutile negarlo. Basta leggere qua e là e ci si rende conto che il libro gronda odio da tutte le parti. Nessuno si salva, la lista comprende praticamente tutta l’umanità ad eccezione dei musulmani.
Quindi, ricapitoliamo : abbiamo 4 neri che vanno in giro ammazzando i bianchi, di questi 3 sono dichiaratamente musulmani, vogliamo ammettere che c’è un problema di religione o vogliamo ancora nasconderci dietro un dito?
Tutti i neri sono immigrati o clandestini o naturalizzati.
Vogliamo ancora prenderci in giro e credere alla favoletta che gli immigrati sono una risorsa?
Sappiamo che c’è una strategia per sostituire gli autoctoni. Voi direte si ma in inghilterra. Allora significa che non ascoltate o ascoltate male i politici.
Tutti, indistintamente in europa parlano di “meticciato”. Tutti affermano che l’immigrato è una risorsa.
Torno a dire io non sono un “complottista” e non vado cercando trame oscure, mi baso sui fatti che accadono e cerco di seguirne il filo … logico.
Sono più di 40 anni che subiamo il terrorismo islamico ed adesso ci siamo tirati in casa i figli del terrore.
Qualcuno, di sinistra, dirà : “he! ce lo siamo cercato a causa del colonialismo – delle crociate – … – di tutti i mortacci vostri aggiungo io.
Vorrei sapere per quale motivo io debba cospargermi il capo di cenere per quello che hanno fatto gli anglosassoni ed i francesi.
E poi perchè dovremmo pagare, se con i proventi del petrolio gli islamici si sono comprati mezzo mondo? Lo avranno avuto un ritorno dal colonialismo o no?
Se i “bianchi” sozzi, sporchi e cattivi non trovavano prima ed insegnavano poi loro come si estrae il petrolio, oggi ancora vagavano per il deserto come carovanieri. Non dico che debbano essere grati ma cazzo neanche noi (europei) dovremmo sentirci così in colpa.
Loro hanno governi di merda? Scusate ma i loro governi mica li votiamo noi, se li votano da soli. Ed anche quando hanno l’occasione per togliersi di torno i dittatori se ne scelgono altri perfettamente uguali, quindi che capperi c’entriamo noi?
E qui si torna all’inizio del discorso e cioè tutto quello che ho scritto non ha nulla a che fare con i complotti.
Gli islamici sono così perchè sono così, Punto.
Il loro odio nei nostri confronti è naturale, gli viene perfettamente naturale. Perchè? Perchè così sta scritto nel loro libro. E siccome loro al libro ci credono ed hanno molta più fede di noi i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
L’occidente deve smetterla con il suo modo superbo e razzista di giustificare, dall’alto della sua presupponenza, gli atti dei musulmani.
Sarebbe ora che l’occidente si abbassasse e leggesse per benino quel cazzo di libro ed improvvisamente tutti i mea culpa sparirebbero all’istante.
Basta leggere alla voce : ammazzate gli infedeli. Infedeli sono tutti meno i musulmani.
Non è necessario andare oltre.
Che poi ci siano delle forze politiche (leggi sinistra) che sfruttano l’odio nei confronti dei bianchi per i loro scopi è un’altro paio di maniche.
La gente deve capire che i normali cittadini “bianchi e non di sinistra” hanno due avversari : i musulmani che la sinistra fa immigrare a frotte e i sinistri che sfruttano i primi per le loro mire egemoniche.
Capito? Gli immigrati sono sfruttati in primis dai politici di sinistra che li vogliono qui. I “capitalisti” sfruttano solo l’occasione.
Saputo questo è facile decidere chi volere in casa e chi non votare per il resto della vita.

Tutto questo alla faccia delle trame oscure.

Italia nelle fauci di Goldman Sachs

I polli italiani nelle fauci della Goldman
I polli italiani nelle fauci della Goldman

Gli uomini della Goldman Sachs che hanno ricoperto/ricoprono ruoli chiave nell’economia Italiana e le loro promozioni:

Era il 1992, all’improvviso un’intera classe politica dirigente crollava sotto i colpi delle indagini giudiziarie. Da oltre quarant’anni era stata al potere. Gli italiani avevano sospettato a lungo che il sistema politico si basasse sulla corruzione e sul clientelismo. Ma nulla aveva potuto scalfirlo. Né le denunce, né le proteste popolari (talvolta represse nel sangue), né i casi di connivenza con la mafia, che di tanto in tanto salivano alla cronaca. Ma ecco che, improvvisamente, il sistema crollava.
Cos’era successo da fare in modo che gli italiani potessero avere, inaspettatamente, la soddisfazione di constatare che i loro sospetti sulla corruzione del sistema politico erano reali? Mentre l’attenzione degli italiani era puntata sullo scandalo delle tangenti, il governo italiano stava prendendo decisioni importantissime per il futuro del paese.
Con l’uragano di “Tangentopoli” gli italiani credettero che potesse iniziare un periodo migliore per l’Italia. Ma in segreto, il governo stava attuando politiche che avrebbero peggiorato il futuro del paese. Numerose aziende saranno svendute, persino la Banca d’Italia sarà messa in vendita. La svendita venne chiamata “privatizzazione”.

La storia è utile e dalla storia dobbiamo prendere gli spunti per il futuro; quindi analizziamo cosa ci ha detto l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Pare che si sia pentito  della “spintarella” da lui data alla candidatura di Draghi come governatore della Banca D’Italia. Ma perché? E poi,  che cosa è stata la crociera sul Britannia?

Occorre esattamente capire le scelte passate, ed in particolare cosa è davvero successo nel 1992, per provare a capire il nostro presente e costruire il nostro futuro.

Francesco Cossiga, tra le sue tante sparate, ogni tanto ha detto qualcosa di sensato.

E’ il caso di questo pezzo di Unomattina del 24 gennaio 2008, ripreso da “Striscia la Notizia”, in cui Cossiga attacca pesantemente Mario Draghi (allora in lista come possibile Presidente del Consiglio di un possibile governo tecnico pre-elezioni) per la sua appartenenza alla banca d’affari Goldman Sachs, autrice delle svendite del Britannia nel 1992 !

Ecco perché Cossiga è tanto indignato con Draghi! Ecco perché lo chiamano il picconatore! Ecco perché a volte è tacciato come folle! Beh … ben vengano anche i folli purchè provino a mandare dei messaggi sensati !

http://youtu.be/m1s8a4T_xZI http://youtu.be/AShknU_JhOs

Facciamo il punto:

il 2 giugno del 1992 il Governatore della Banca d’Italia partecipa ad un incontro sulla nave inglese Britannia, panfilo di Elisabetta II, in cui vengono illustrati i piani di privatizzazione delle industrie statali italiane ad alcuni dei maggiori personaggi della finanza.
Arrivò di fronte a Civitavecchia con tutti i banchieri della City a bordo (Warburg e Barclay, Coopers Lybrand, Barino, eccetera) a intimare le condizioni della finanza anglo-italiana sullo smantellamento delle partecipazioni statali. Una torta da 100 mila miliardi, come scrisse Massimo Gaggi, giornalista de Il Corriere che era a bordo.

Ci andò anche Mario Draghi, i dirigenti dell’ENI, dell’AGIP, dell’IRI, dell’Ambroveneto, del Creditoop, della Comit, delle Generali e della Società Autostrade. Ed altri personaggi “importanti” tra cui Rainer Masera, Giovanni Barzoli e Beneamino Andreatta. Quest’ultimo, sino a quando un ictus lo ha fermato, dopo quella crociera ha fatto molta strada ed è stato ministro nei governi Amato, Ciampi e Prodi.

Draghi successivamente intoccabile e non criticabile governatore di Bankitalia, allora era direttore del Tesoro. E dovette giustificarsene in audizione parlamentare: «dopo aver svolto l’introduzione me ne andai, e la nave partì senza di me…in questo modo evitai ogni possibile sospetto di commistione». In verità Franco Nobili, il precedente capo dell’IRI, aveva dato quest’ultimo incarico alla Merrill Lynch; ma a quel punto Nobili era in prigione in attesa di giudizio per Mani Pulite (solo il tempo necessario: poi sarà prosciolto con formula piena), ed al comando c’era Prodi.

Fu Prodi a dare l’incarico alla Goldman Sachs, «della quale era stato consulente fino a pochi giorni prima».

La Merrill Lynch, nel giorni in cui aveva l’incarico, aveva offerto alla Deutsche Bank il pacchetto di Credito Italiano in proprietà all’IRI per 6 mila lire ad azione.La Goldman Sachs fissò il valore del Credit a 2.075 lire per azione, meno della quotazione in Borsa, che era sulle 2.230 lire. Insomma vendette per 2.700 miliardi qualcosa che ne valeva almeno 8 mila. Persino l’Espresso si chiese: «è dunque un regalo quello che l’IRI sta facendo al mercato? Dal punto di vista patrimoniale è così». Prodi ne ha fatti, di regali.
In quei giorni la Banca d’Italia bruciò, secondo  diverse stime, da 40.000 a 100.000 miliardi di lire, di fatto prosciugando le riserve valutarie della nostra Banca centrale. Per molto meno altri governatori, in altre parti del mondo, sono stati licenziati.

Noi Ciampi, per premio, lo abbiamo mandato prima a Palazzo Chigi, poi al Quirinale.

Come Romano Prodi, un uomo della Goldman&Sachs, al tempo stesso presidente dell’IRI e consulente della multinazionale Unilever, protagonista, all’epoca, della discussa privatizzazione di Cirio, Bertolli e De Rica.

La Goldman&Sachs, appunto la banca daffari che aveva finanziato nel 1993 la campagna elettorale di Prodi con un miliardo di lire versato sul conto corrente della ASE S.r.l. di cui lo stesso Prodi era socio insieme alla moglie.

Una banca strumento della svendita-rapina del patrimonio pubblico italiano.

Disse in quegli anni Reginald Bartholomew (ambasciatore americano a Roma e futuro presidente di Merril Lynch Italia): “Continueremo a sottolineare ai nostri interlocutori italiani la necessità di essere trasparenti nelle privatizzazioni, di proseguire in modo spedito e di rimuovere qualsiasi barriera per gli investimenti esteri”

Capito? Rimuovere ogni barriera per gli investimenti esteri!!! Ed è proprio quello che hanno fatto Prodi, Ciampi, Draghi & C.

Ed hanno talmente lavorato bene, che  Draghi è stato premiato con la direzione della Banca d’Italia. “Una scelta di alto profilo” disse Romano Prodi in merito al nuovo capo di Palazzo Koch!  E certo: il leader della sinistra è stato (e forse lo è ancora) consulente guarda caso proprio della Goldman Sachs (nonchè presidente dell’IRI per ben due volte), e uno dei protagonisti della svendita italiana. In tredici anni decine e decine di grosse aziende nostrane passarono in mani straniere (per esempio Buitoni, Invernizzi, Locatelli, Ferrarelle, e moltissime altre)… Fonti mai del tutto confermate hanno individuato in tal Linda Costamagna una delle finanziatrici della campagna elettorale di Romano Prodi, tale signora è la moglie di Claudio Costamaglia, ai tempi amministratore delegato di Goldman Sachs per l’Europa. Il cerchio si chiude.  Arriviamo ad un altro punto cruciale della politica e dell’essere parte del “sistema Goldman Sachs”. La fedeltà.

Insomma la Goldman Sachs sta facendo all’Italia lo stesso giochino fatto alla grecia avvalendosi dei suoi uomini e dei fiancheggiatori di sinistra e di centro nel nostro parlamento.

Il presidente della repubblica si è affrettato a nominare Monti senatore a vita con un’unico scopo. Farlo diventare presidente del consiglio e finalmente concludere il lavoro iniziato con i predecessori targati Goldman.

 

 

Ginevra e le sue convenzioni

Nei precedenti articoli abbiamo parlato del diritto di navigazione. In questo articolo abbiamo parlato delle convenzioni di Ginevra, così come in Questo ed in questo. Tutto aveva avuto origine da qui.
Naturalmente, scrivere tanto con prove documentate e foto non è servito a nulla perchè il disco rotto della propaganda antioccidentale ma soprattutto antisionista ha continuato a ripetere all’infinito le solite menzogne distorcendo realtà e fatti.
Negli ultimi avvertimenti si è fatto passare dell’illegalità del blocco navale. Si è battuto sul fatto che sia Israele ad effettuare tale blocco … ne più ne meno come il muro che isola la striscia di Gaza.

palestinesi a rafah passano il muro costruito dall'Egitto, dopo averlo fatto saltare con l'esplosivo
palestinesi a rafah passano il muro costruito dall’Egitto, dopo averlo fatto saltare con l’esplosivo

Ovviamente, ci si è dimenticati che anche l’Egitto fa il blocco navale nelle stesse acque e contro Gaza … ed anche il muro

Naturalmente ci si scatena contro Israele. che viola le regole. Allora visto che le regole sono violate si ristabilisce la legalità … benissimo!
I poveri abitanti di Gaza muoino di fame (Roots The Club Restaurant located in Gaza, Palestine Owned by Cactus for Development and Investment ) e quindi bisogna forzare il blocco navale. Ecco che i nostri eroi organizzano una nuova spedizione con l’appoggio della mezzaluna rossa.

Naturalmente Israele dovrà aprire il passaggio sulla fiducia, visto che il blocco è stato fatto, anche dall’Egitto, per impedire il rifornimento di armi ai terroristi di Hamas.

Certo immensa fiducia dato che la mezzaluna rossa ed anche l’ONU mettono a disposizione di quei terroristi le loro ambulanze :

terrorista armato che si nasconde in un'ambulanza della mezzaluna rossa
terrorista armato che si nasconde in un’ambulanza della mezzaluna rossa

Godetevi questo filmato dove si vedono benissimo armati che ingaggiano un combattimento e poi si nascondono nelle ambulanze dell’ONU

Naturalmente se Israele dovesse fermare le navi o addirittura sparargli contro tutti starnazzeranno contro la violazione delle convenzioni di Ginevra. Attenzione però, si dimenticheranno di dirvi che in base a quelle convenzioni se un’ambulanza, un luogo di culto, una scuola, etc, sono usati per portare attacchi o usati come magazzini di armi perdono il loro statuto di luoghi protetti.

Naturalmente Israele dovrebbe farsi distruggere da questi qui :

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hezbollah hamas nazi salute

Il massacro e la distruzione di Damour

Bambini critiani massacrati
Bambini critiani massacrati a Damour

Damour era una cittadina accanto all’autostrada Beirut-Sidon, circa 20 kilometri a sud di Beirut, nell’area pedemontana del massiccio libanese. Sull’altro lato dell’autostrada, al di là di una striscia pianeggiante di terra, c’era il mediterraneo. Era una città di 25.000 abitanti con 5 chiese, tre cappelle, sette scuole tra pubbliche e private ed un ospedale, ove, a spese del comune, venivano curati, assieme ai cristiani, anche i mussulmani dei paesini circostanti.

Il 9 di gennaio 1976, tre giorni dopo la Befana, il parroco di Damour, Don Mansour Labaky, stava praticando il rito maronita della benedizione delle case con l’acqua santa. Mentre si trovava di fronte a una casa vicina all’adiacente villaggio mussulmano di Harat Na’ami, una pallottola fischiò accanto al suo orecchio e colpi una casa. Poi udì delle raffiche di mitra. Si rifugiò all’interno della casa e capì che la città era stata presa d’assedio. Poco dopo seppe da chi: le truppe di Sa’iqa (terroristi dell’OLP affiliati alla Siria), 16.000 terroristi tra palestinesi, siriani, unità di Mourabitoun, rafforzati da mercenari provenienti dall’Iran, dall’Afghanistan, dal Pakistan e dalla Libia.
Don Labaky chiamò subito lo sceicco mussulmano del distretto e gli chiese, a mo di collega spirituale, cosa poteva fare per venire in aiuto della popolazione. “Non ci posso fare nulla”, gli fu risposto, “vogliono distruggervi. Sono i palestinesi. Non posso fermarli.”
Mentre le raffiche di mitra e i colpi di mortaio continuarono per tutta la giornata, Don Labaky chiamò una lunga lista di politici sia della destra sia della sinistra, chiedendo aiuto. Tutti risposero, con scuse e rimpianti, che non potevano farci nulla. Poi chiamò Kamal Giumblat, rappresentante parlamentare druso del distretto di Damour. “Padre”, disse Giumblat, “non ci posso fare nulla, perché tutto dipende da Yassir Arafat.” E diede il numero personale del capo dei palestinesi al sacerdote.
Quando Labaky chiamò, gli fu risposto da un aiutante di Arafat e non potendo raggiungere lo stesso Arafat, Labaky gli disse, “i palestinesi stanno sparando colpi di mortaio e raffiche di mitra contro la mia città.
Posso assicurarvi come esponente religioso che non vogliamo la guerra e che non crediamo nella violenza. In oltre aggiunse che “quasi la metà degli abitanti di Damour aveva votato per Kamal Giumblat, un uomo che stava vicino all’OLP.
Freddamente gli fu risposto : “Padre, non si preoccupi. Non vogliamo farvi del male. Se vi stiamo distruggendo, lo facciamo solo per pure ragioni strategiche.”
Don Labaky non pensava che non ci fosse da preoccuparsi, anche se la distruzione era “solo per pure ragioni strategiche” e insistette nel chiedere ad Arafat di richiamare i suoi combattenti. Alla fine, l’aiutante disse che, il quartiere generale dell’OLP, avrebbero detto ai terroristi “di cessare il fuoco”.
Erano già le undici di notte, e il fuoco delle armi non era cessato, quando Don Labaky chiamò di nuovo Kamal Giumblat per dirgli cosa aveva detto l’aiutante d’Arafat.
Il consiglio che Giumblat diede al sacerdote era di continuare a chiamare Arafat e altri amici suoi, “perché”, disse, “non mi fido di lui”.
Mezz’ora più tardi furono tagliate le linee telefoniche, l’acqua e l’elettricità. La prima ondata d’invasione avvenne mezz’ora dopo la mezzanotte, dal lato della città da cui è stato sparato al sacerdote.
Gli uomini di Sa’iqa assalirono le case e massacrarono quella notte una cinquantina di civili. Don Labaky udì le grida e scese nella strada. Donne in camicie da notte stavano correndo verso di lui “strappandosi i capelli e urlando ‘Ci stanno massacrando!’ I sopravissuti, evacuando quella parte della città, si rifugiarono nella chiesa più vicina. All’alba, gli invasori avevano già preso il quartiere. Don Labaky descrisse la scena come segue:

“La mattina riuscii, nonostante i colpi di mortaio, ad arrivare all’unica casa non occupata per recuperare i cadaveri. E mi ricordo qualcosa che ancora mi fa rabbrividire. Un’intera famiglia, i Can’an, quattro bambini tutti morti, e la madre, il padre, e il nonno. La madre stava ancora abbracciando uno dei bambini. Era incinta. Gli occhi dei bambini erano stati cavati e i loro arti amputati. Erano senza gambe e senza braccia. Li abbiamo portati via in un Apecar. E chi m’aiutava a portare via i cadaveri? L’unico sopravissuto, lo zio dei bimbi. Si chiamava Samir Can’an. Egli portava con me i resti del fratello, del padre, della cognata e dei poveri bambini.
Li abbiamo sepolti nel cimitero, sotto i colpi di mortaio dell’OLP. E mentre li seppellivamo, trovammo altri corpi ancora nelle strade.”
La città cominciava a difendersi. Duecentoventicinque giovani, sedicenni, armati di fucili da caccia e senza addestramento militare, resistettero per dodici giorni. La popolazione si nascose nelle cantine con sacchi di sabbia davanti alle porte e alle finestre dei pianterreni.
Don Labaky fece spola tra nascondiglio e nascondiglio per visitare le famiglie e portare loro latte e pane. Spesso incoraggiò i giovani a difendere la città. L’assedio senza sosta causò gravi danni.
Dal 9 di gennaio 1976, i palestinesi avevano tagliato l’acqua e qualsiasi rifornimento di viveri e rifiutavano alla Croce Rossa di evacuare i feriti. Neonati e bambini morirono di disidratazione. Solo tre altri cittadini caddero sotto il fuoco dell’OLP tra il primo e l’ultimo giorno dell’assedio che terminò il 23 gennaio del 1976. Però, quel giorno, quando avvenne il massacro finale, centinaia di cristiani furono ammazzati, come racconta Don Labaky:

“L’attacco cominciò dalle montagne. Era un’apocalisse. Vennero in migliaia, urlando a squarciagola ‘Allahu akbar! Iddio è grande! Attacchiamoli in nome degli arabi, offriamo un olocausto a Maometto’. E massacrarono chiunque li si metteva sul cammino, uomini, donne e bambini”.
“Intere famiglie sono state uccise nelle loro case. Molte donne furono violentate in gruppo, alcune di loro furono lasciate vive. Una donna salvò la sua figlia adolescente dalla violenza sessuale spalmando la sua faccia con dell’indaco per farla apparire ripugnante.
Mentre le atrocità continuavano, gli invasori si scattavano delle foto e le offrirono, più tardi, per soldi ai giornali europei.”
“Alcuni sopravissuti testimoniarono l’accaduto.
Una ragazza sedicenne, Soumaya Ghanimeh, testimoniò la fucilazione del padre e del fratello da parte di due degli invasori, e vide la propria casa, assieme alle case dei vicini, saccheggiata e bruciata.

Il suo racconto :
‘Quando mi stavano portando in strada, tutte le case intorno a me stavano bruciando. Di fronte alle case erano parcheggiati dieci camion nei quali erano stipati i bottini. Mi ricordo quanto ero spaventata dal fuoco. Stavo urlando. E per molti mesi non riuscii a sopportare che qualcuno accendesse un fiammifero accanto a me. Non ne sopportavo il puzzo.’

“Lei e sua madre, Mariam, assieme alla sorella più piccola e al fratellino neonato, vennero risparmiati dall’essere fucilati in casa quando si nascose dietro a un palestinese cercando protezione da un fucile puntato contro di lei.
Urlò: ‘Non permettergli d’ucciderci!’ e l’uomo accettò il ruolo di protettore che la ragazza gli aveva inaspettatamente assegnato. “Se li ammazzi, devi ammazzare anche me, disse al suo commilitone. Così vennero risparmiati, radunati con altri nelle strade e caricati sui camion che li portarono al campo palestinese di Sabra a Beirut, ove vennero imprigionati in una prigione sovraffollata. ‘Dovevamo dormire per terra, e faceva un freddo cane.'”

Quando Don Labaky trovò i corpi carbonizzati del padre e del fratello in casa Ghanimeh non poteva neppure distinguerne il sesso. Nella frenesia di voler, a tutti costi, infliggere il massimo dell’umiliazione alle loro vittime, come se neppure i limiti assoluti della natura umana potevano fermarli, gli invasori devastarono le tombe e sparsero le ossa dei defunti nelle strade. Chi era riuscito a scappare dal primo attacco continuava a scappare con ogni mezzo, con le macchine, con i carri, con le bici e con le moto. Alcuni si rifugiarono sulla spiaggia sperando di poter scappare con le barche a remi. Ma il mare era in tempesta e l’attesa della salvezza era troppo lunga, erano consapevoli dell’eventualità che i loro nemici potevano accanirsi contro di loro a qualunque momento.
Circa cinquecento persone si radunarono nella chiesa di Sant’Elia. Don Labaky arrivò lì alle sei del mattino quando i tumulti dell’attacco l’avevano svegliato. Predicò un sermone sul significato del massacro d’innocenti. E quando non sapeva che consigliare disse: “Se vi dicessi di rifugiarvi sulla spiaggia, so che vi ammazzeranno. Se vi dicessi di rimanere qui, so che vi ammazzeranno”.
Un vecchietto suggerì di esporre una bandiera bianca. “Forse ci risparmieranno se ci arrendiamo.” Don Labaky gli diede il suo benestare e mise una bandiera bianca sulla croce processionale che stava davanti alla chiesa.
Dieci minuti più tardi sentirono bussare alla porta, tre colpi in successione rapida, poi altre tre volte tre colpi in successione rapida. Rimasero impietriti. Don Labaky disse che andava lui a vedere chi ci fosse. Se era il nemico, magari li risparmiavano. ‘Ma, se ci ammazzano, perlomeno moriremo tutti insieme e avremo una bella parrocchia in cielo di 500 persone senza posti di blocco che ci separano”. Risero e il sacerdote aprì la porta.
Non era il nemico, ma due cittadini di Damour che erano riusciti a scappare e che avevano visto la bandiera bianca dalla spiaggia. Erano venuti per metterli in guardia sul fatto che la bandiera bianca non sarebbe stata di nessun aiuto. “Anche noi abbiamo issato una bandiera bianca davanti a Nostra Signora e ci hanno sparato addosso”.
Di nuovo discussero quello che c’era da fare. Labaky disse che una sola cosa sarebbe rimasta a fare, anche se era ‘impossibile’: pregare affinché Iddio perdonasse coloro che stavano per venire a ucciderli. Mentre erano in preghiera, due dei giovanissimi difensori della città che, a loro volta, avevano visto la bandiera bianca entrarono e dissero ‘Correte verso la spiaggia adesso, vi copriremo.’
I due giovani stavano davanti al portale della chiesa e spararono nella direzione dalla quale proveniva il fuoco dei fedayin. Ci vollero dieci minuti finché tutte le persone presenti nella chiesa potessero lasciare la città. Tutti e cinquecento, meno un vecchietto che non poteva camminare e che avrebbe preferito morire davanti alla propria casa. Stranamente fù risparmiato.
Don Labaky lo trovò settimane più tardi in una prigione dell’OLP e sentì quello che è successo dopo la sua fuga.
Un paio di minuti dopo che erano scappati, arrivarono i terroristi dell’OLP e bombardarono la chiesa senza entrarvi. Buttarono giù la porta e gettarono le granate.
Se i cristiani non fosdsero scappati sarebbero stati uccisi tutti.
Don Labaky aveva condotto la sua congregazione lungo la spiaggia di Camille Chamoun. Quando arrivarono lì, videro che era stata già saccheggiata e parzialmente bruciata. Trovarono, comunque, protezione in un palazzo di un mussulmano che “non era d’accordo con i palestinesi”, e successivamente riuscirono a prendere il mare in piccole imbarcazioni, nelle quali salparono verso Jounieh. Una povera donna dovette partorire in una barca nel mare invernale in tempesta.
In tutto, 582 persone morirono nell’assalto a Damour.
Don Labaky tornò con la Croce Rossa per seppellirli. Molti dei cadaveri erano stati smembrati e dovettero contare le teste per stabilire il numero delle vittime.
Tre delle vittime maschili furono trovati con i loro genitali amputati e ficcati a forza nel cavo orale. (pratica mussulmana d’umiliazione postmortem assai nota dalla guerra d’Algeri in poi, NdT).
Ma l’orrore non finì lì, anche il vecchio cimitero cristiano era stato profanato, i sarcofaghi aperti, i morti spogliati dei loro vestiti, le cassette delle elemosina saccheggiate, e le ossa e gli scheletri sparsi sul campo sacro.
Dopo questi fatti, Damour fu trasformata in un baluardo di Al-Fatah e del PFLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina).
Le rovine di Damour furono trasformate in uno dei maggiori centri dell’OLP per la promozione del terrorismo internazionale.
La chiesa di Sant’Elia fù trasformata in un autorimessa atta alla riparazione dei veicoli dell’OLP, così come in un poligono di tiro con i bersagli dipinti sul muro orientale della navata.
Il comandante delle forze terroristiche che si accanirono, il 23 gennaio del 1976 era Zuhayr Muhsin, capo di al-Sa’iqa, diventando noto alla popolazione cristiana libanese come il ‘macellaio di Damour’.
Fu giustiziato il 15 luglio del 1979 a Cannes, nel sud della Francia.

tradotto dall’inglese da Motty Levi

Altre informazioni :

http://vmireinteresnogo.com/article/damour-massacre
http://ilblogdibarbara.ilcannocchiale.it/post/1314288.html

Vivere al confine di Gaza

Camera dei Deputati

On. le Alessandro Pagano

“Gli Approfondimenti”

VIVERE “AL CONFINE” DI GAZA

LA MIA CRONACA DI 3 GIORNI VISSUTI LA’ DOVE L’OCCIDENTE RISCHIA DI PERDERE LA LIBERTA’

Sono stato in Israele per 3 giorni, al confine con la Striscia di Gaza, in missione come osservatore per conto del PDL e assieme ad uno stimato collega del PD, l’On. Gianni Vernetti.

Vi voglio raccontare le mie impressioni, le mie emozioni e il mio stato d’animo per farvi capire che cosa si prova a visitare i luoghi dove in questo momento gli occhi del mondo sono puntati.

La guerra, come sapete, per il momento è finita. Israele unilateralmente ha offerto la tregua e si  è ritirata dai territori palestinesi dopo aver inferto una dura lezione militare ad Hamas. Una lezione che i terroristi ricorderanno a lungo, anche se difficilmente cambieranno il loro atteggiamento tant’è che, appena è iniziata la tregua, hanno gambizzato, cavato gli occhi, torturato e ucciso molti palestinesi moderati perchè colpevoli di ricercare la pace con Israele.

Ma torniamo alla cronaca. Arriviamo martedì 20 gennaio ad Ashkelon, nel sud d’Israele e in albergo ci danno le istruzioni nel caso di attacco missilistico: ” i rifugi sono nei piani 1, 4, 5 e 6 ma anche le scale, dicono le note, sono ben protette. Se invece si è fuori bisogna distendersi per terra con le mani a protezione della testa “. Come inizio non c’è male!

Anche la visita della casa municipale di Ashkelon ricalca le prime impressioni. La stanza del Sindaco e del suo staff  è in un sotterraneo disadorno in cemento armato. D’altronde in quale altro modo si potrebbe gestire un comune di 120.000 abitanti quando negli ultimi anni sono piovuti migliaia di missili in tutta l’area? Per tutti voi che leggete, sappiate che ogni volta che da Gaza viene lanciato un razzo, una sirena avverte la popolazione israeliana e da quel momento i civili hanno solo 30” (avete letto bene, 30 secondi) per rifugiarsi nei sotterranei.

I bambini ormai non vanno a scuola con regolarità da anni. Cinque scuole sono state colpite e se le vittime sono state appena una decina è solo perchè i sistemi di sicurezza e protezione sono eccezionali, ma i danni economici e psicologici sono incalcolabili.

Quasi nessuno però emigrato, perchè ciò significherebbe darla vinta ai terroristi. Questa è gente con gli attributi, ma il prezzo pagato è stato altissimo. A Sderot (3 km da Gaza city) su 6500 abitanti, quasi 5000 sono stati in cura dagli psicologi.

E chi si sorprende di questa notizia, provi ad immaginare sulla propria pelle cosa significhi passare anni e anni con le sirene che suonano, e migliaia di Qassam che ti scoppiano a due passi da te distruggendo case e affetti. Eppure quanto amore ho colto nel popolo Israeliano!  Per strada la gente ti sorride, non ha perso l’ottimismo, ne la speranza per un futuro migliore.

Nella ridente città di Beer-Sheva ho visitato l’ospedale Soroka, uno fra i più belli ed efficienti che abbia mai visto in vita mia; ho visto centinaia di arabi (palestinesi e beduini) utilizzare la struttura con una naturalezza sorprendente. La professionalità  e l’amore che medici e  infermieri israeliani davano loro è da esempio per tanti nostri operatori sanitari che invece la parola Amore l’hanno cancellata dal loro vocabolario. Nessun sentimento diverso dalla solidarietà più autentica e generosa ho visto in loro.

In un altro incontro facciamo visita ad un Moshav (fattoria autogestita, ndr) nella regione del Negev, in pieno deserto e a pochissimi chilometri da Gaza. Vi operano 50 volontari, tutti sotto i 25 anni, che lavorano ad un progetto denominato Ayalim e da loro stessi concepito. Il progetto, mira a popolare il deserto trasformandolo in terre fertili e città ricche. Contemporaneamente gli stessi giovani, che sono le classi dirigenti future, si stanno forgiando, non solo studiando ma anche coltivando in loro stessi un alto senso di responsabilità. Pensateci un attimo! Esattamente il modello pedagogico opposto a quello italiano, che invece da anni ha smesso di investire sulle aree deboli del nostro Paese e che sta allevando una generazione futura che qualcuno ha già definito di bamboccioni

Chiudiamo giovedì incontrando il Presidente della Repubblica Israeliana Shimon Peres, alla presenza dell’ambasciatore italiano in Israele Luigi Mattiolo, dell’ex ambasciatore israeliano in Italia, il mitico Avi Pazner e dei rappresentanti della comunità ebraica italiana. Ho l’onore e il privilegio di parlare in nome e per conto del gruppo PDL della Camera. Nel mio breve discorso ricordo che nessuno può rinunciare alla difesa degli inermi, men che meno le Pubbliche Autorità che della protezione dei propri popoli e dei deboli trovano la loro ragion d’essere, ciò anche se questo può, con dolore, costare l’uso delle armi. La legittima difesa, fondata sulla verità e sulla giustizia infatti, è un diritto inviolabile e inalienabile. Concludo il mio discorso ringraziando il Presidente per quanto sta facendo Israele per la libertà del mondo; senza di loro oggi il terrorismo internazionale avrebbe invaso l’Occidente.

Il Presidente Shimon Perez ci risponde con un discorso tanto intenso quanto commovente: “Molti, nel mondo, non capiscono le ragioni di Israele, ma Israele non capisce perchè questi molti non comprendano. Cosa vuole Hamas? Cosa propone?  Quindicimila coloni israeliani – spiega,- si ritirarono unilateralmente dalla Striscia di Gaza nel 2005. Lasciarono Gaza per decisione di Israele. Furono investiti miliardi dalla comunità internazionale. La Striscia era libera, così come i suoi valichi. Io stesso ho pensato che fosse una cosa giusta. E cosa e’ successo dopo? E’ stato costruito un sistema sotterraneo dove far passare le armi. Hamas e’ giunta a lanciare missili contro di noi.” Il Presidente ha continuato ricordando la presenza nefasta dell’Iran, che vuole controllare il Medio Oriente per mezzo delle sue succursali terroristiche “Hamas ed Hezbollah. Sul conflitto ha sottolineato poi le modalità usate: gli avvisi dell’esercito israeliano ai civili mediante telefonate e biglietti. Le precauzioni per evitare quante più vittime possibili tra i civili. Il tutto esattamente al contrario di Hamas che invece i bambini e le donne li ha usati come scudi umani.  “Abbiamo atteso -ha aggiunto Peres – ben otto anni prima di reagire “. E ha concluso il suo discorso ricordando la posizione dei Paesi arabi moderati, come l’Egitto, che ha condannato Hamas riconoscendo le sacrosante ragioni di Israele.

Delle sue parole capisco la grandezza di questo popolo e la sua capacità di resistere alle difficoltà, anche le più inaudite.

Sulla strada del ritorno penso a tutto quello che ho visto e capisco che l’Occidente non deve cedere, che deve continuare a difendere le proprie radici, la propria storia, la propria identità e la propria libertà . Penso che anche se in Italia le difficoltà  che stiamo vivendo sono notevoli, Israele ci sta insegnando, giorno dopo giorno, che tutto si può superare se i grandi ideali sono la ragione della propria vita, sia essa individuale, sia essa come popolo.

…..E alla fine penso che i miracoli di cambiare le cose si possono realizzare. Mi aiuta in questo mio pensiero, Ben Gurion che fu il Padre fondatore dello Stato di Israele: “Un popolo che non crede nei miracoli, non è un popolo realistico! ”

Alessandro Pagano

Sderot

Immagina, tutti i giorni così.
Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno

effetti di un missile kassam lanciato dalla striscia di gaza
effetti di un missile kassam lanciato dalla striscia di gaza

 

large Damaged House Dec30 08
large Damaged House Dec30 08

 

large Damaged House Dec30 08
large Damaged House Dec30 08

 

large Damaged House Dec30 08
large Damaged House Dec30 08

 
Quassam
Non è un petardo come i sinistri italiani e mondiali voglio far credere ai gonzi ma è un vero missile con la sua carica distruttiva

 

 
E poi questi i vigliacchi si fanno passare per vittime …
questo non è palliwood …!