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Kyenge : genitore 1 e 2?

fra“Ma quale genitore 1 e genitore 2!
Non c’è altra definizione: è diabolico. Qualcosa di pervertito. La cancellazione dell’identità di genere nella genitorialità è una follia, ministro Kyenge”.
Così lo psichiatra e psicoterapeuta, criminologo e docente di psichiatria forense Alessandro Meluzzi al quotidiano online IntelligoNews.
“Negando la presenza del maschile e del femminile nel nome di una specie di delirio paranoico mascherato da politicamente corretto, si nega la realtà della realtà. Anche negando Dio, non cambia nulla.
In termini darwiniani: se la natura ha creato la meiosi, cioè la diversità tra maschile e femminile, avrà la sue ragioni.
Questo appiattimento e abbrutimento nel nome dell’uguaglianza ha qualcosa di pervertito che può portare danni irreparabili per la specie umana.

IN FAMIGLIA SECONDO LA DOTTRINA KYENGE:

Genitore n. 1, il Genitore n. 2 ha detto che Fratello n. 1 sta studiando la legge sull’omofobia, perchè quella sul femminicidio la conosce già grazie alla spiegazione di sorella n. 4, che – fidanzata con un operatore ecologico – ha scoperto che anche ai non vedenti piace copulare con generi femminili diversamente bianche.
Inoltre sai che quel rusticamente inclinato del parente n. 1, involontariamente provvisto di tempo libero, ha delle preferenze farmacologiche?
Oltreché diversamente attraente è davvero differentemente intelligente. Povera la parente n. 2, tecnica domestica.

TRADUZIONE:

Mamma, sai che Papà ha detto che Piero sta studiando una legge sui froci, perchè quella sui criminali la conosce già grazie a Tina che  fidanzata con uno spazzino ha scoperto che anche ai ciechi piace scopare le donne di colore. Inoltre, quel buzzurro dello zio, disoccupato, si fa le pere? Oltreché brutto è davvero stupido. Povera zia casalinga.

Se la sinistra continuerà a governare, della cultura Italiana non rimarrà nulla

 

Il massacro e la distruzione di Damour

Bambini critiani massacrati
Bambini critiani massacrati a Damour

Damour era una cittadina accanto all’autostrada Beirut-Sidon, circa 20 kilometri a sud di Beirut, nell’area pedemontana del massiccio libanese. Sull’altro lato dell’autostrada, al di là di una striscia pianeggiante di terra, c’era il mediterraneo. Era una città di 25.000 abitanti con 5 chiese, tre cappelle, sette scuole tra pubbliche e private ed un ospedale, ove, a spese del comune, venivano curati, assieme ai cristiani, anche i mussulmani dei paesini circostanti.

Il 9 di gennaio 1976, tre giorni dopo la Befana, il parroco di Damour, Don Mansour Labaky, stava praticando il rito maronita della benedizione delle case con l’acqua santa. Mentre si trovava di fronte a una casa vicina all’adiacente villaggio mussulmano di Harat Na’ami, una pallottola fischiò accanto al suo orecchio e colpi una casa. Poi udì delle raffiche di mitra. Si rifugiò all’interno della casa e capì che la città era stata presa d’assedio. Poco dopo seppe da chi: le truppe di Sa’iqa (terroristi dell’OLP affiliati alla Siria), 16.000 terroristi tra palestinesi, siriani, unità di Mourabitoun, rafforzati da mercenari provenienti dall’Iran, dall’Afghanistan, dal Pakistan e dalla Libia.
Don Labaky chiamò subito lo sceicco mussulmano del distretto e gli chiese, a mo di collega spirituale, cosa poteva fare per venire in aiuto della popolazione. “Non ci posso fare nulla”, gli fu risposto, “vogliono distruggervi. Sono i palestinesi. Non posso fermarli.”
Mentre le raffiche di mitra e i colpi di mortaio continuarono per tutta la giornata, Don Labaky chiamò una lunga lista di politici sia della destra sia della sinistra, chiedendo aiuto. Tutti risposero, con scuse e rimpianti, che non potevano farci nulla. Poi chiamò Kamal Giumblat, rappresentante parlamentare druso del distretto di Damour. “Padre”, disse Giumblat, “non ci posso fare nulla, perché tutto dipende da Yassir Arafat.” E diede il numero personale del capo dei palestinesi al sacerdote.
Quando Labaky chiamò, gli fu risposto da un aiutante di Arafat e non potendo raggiungere lo stesso Arafat, Labaky gli disse, “i palestinesi stanno sparando colpi di mortaio e raffiche di mitra contro la mia città.
Posso assicurarvi come esponente religioso che non vogliamo la guerra e che non crediamo nella violenza. In oltre aggiunse che “quasi la metà degli abitanti di Damour aveva votato per Kamal Giumblat, un uomo che stava vicino all’OLP.
Freddamente gli fu risposto : “Padre, non si preoccupi. Non vogliamo farvi del male. Se vi stiamo distruggendo, lo facciamo solo per pure ragioni strategiche.”
Don Labaky non pensava che non ci fosse da preoccuparsi, anche se la distruzione era “solo per pure ragioni strategiche” e insistette nel chiedere ad Arafat di richiamare i suoi combattenti. Alla fine, l’aiutante disse che, il quartiere generale dell’OLP, avrebbero detto ai terroristi “di cessare il fuoco”.
Erano già le undici di notte, e il fuoco delle armi non era cessato, quando Don Labaky chiamò di nuovo Kamal Giumblat per dirgli cosa aveva detto l’aiutante d’Arafat.
Il consiglio che Giumblat diede al sacerdote era di continuare a chiamare Arafat e altri amici suoi, “perché”, disse, “non mi fido di lui”.
Mezz’ora più tardi furono tagliate le linee telefoniche, l’acqua e l’elettricità. La prima ondata d’invasione avvenne mezz’ora dopo la mezzanotte, dal lato della città da cui è stato sparato al sacerdote.
Gli uomini di Sa’iqa assalirono le case e massacrarono quella notte una cinquantina di civili. Don Labaky udì le grida e scese nella strada. Donne in camicie da notte stavano correndo verso di lui “strappandosi i capelli e urlando ‘Ci stanno massacrando!’ I sopravissuti, evacuando quella parte della città, si rifugiarono nella chiesa più vicina. All’alba, gli invasori avevano già preso il quartiere. Don Labaky descrisse la scena come segue:

“La mattina riuscii, nonostante i colpi di mortaio, ad arrivare all’unica casa non occupata per recuperare i cadaveri. E mi ricordo qualcosa che ancora mi fa rabbrividire. Un’intera famiglia, i Can’an, quattro bambini tutti morti, e la madre, il padre, e il nonno. La madre stava ancora abbracciando uno dei bambini. Era incinta. Gli occhi dei bambini erano stati cavati e i loro arti amputati. Erano senza gambe e senza braccia. Li abbiamo portati via in un Apecar. E chi m’aiutava a portare via i cadaveri? L’unico sopravissuto, lo zio dei bimbi. Si chiamava Samir Can’an. Egli portava con me i resti del fratello, del padre, della cognata e dei poveri bambini.
Li abbiamo sepolti nel cimitero, sotto i colpi di mortaio dell’OLP. E mentre li seppellivamo, trovammo altri corpi ancora nelle strade.”
La città cominciava a difendersi. Duecentoventicinque giovani, sedicenni, armati di fucili da caccia e senza addestramento militare, resistettero per dodici giorni. La popolazione si nascose nelle cantine con sacchi di sabbia davanti alle porte e alle finestre dei pianterreni.
Don Labaky fece spola tra nascondiglio e nascondiglio per visitare le famiglie e portare loro latte e pane. Spesso incoraggiò i giovani a difendere la città. L’assedio senza sosta causò gravi danni.
Dal 9 di gennaio 1976, i palestinesi avevano tagliato l’acqua e qualsiasi rifornimento di viveri e rifiutavano alla Croce Rossa di evacuare i feriti. Neonati e bambini morirono di disidratazione. Solo tre altri cittadini caddero sotto il fuoco dell’OLP tra il primo e l’ultimo giorno dell’assedio che terminò il 23 gennaio del 1976. Però, quel giorno, quando avvenne il massacro finale, centinaia di cristiani furono ammazzati, come racconta Don Labaky:

“L’attacco cominciò dalle montagne. Era un’apocalisse. Vennero in migliaia, urlando a squarciagola ‘Allahu akbar! Iddio è grande! Attacchiamoli in nome degli arabi, offriamo un olocausto a Maometto’. E massacrarono chiunque li si metteva sul cammino, uomini, donne e bambini”.
“Intere famiglie sono state uccise nelle loro case. Molte donne furono violentate in gruppo, alcune di loro furono lasciate vive. Una donna salvò la sua figlia adolescente dalla violenza sessuale spalmando la sua faccia con dell’indaco per farla apparire ripugnante.
Mentre le atrocità continuavano, gli invasori si scattavano delle foto e le offrirono, più tardi, per soldi ai giornali europei.”
“Alcuni sopravissuti testimoniarono l’accaduto.
Una ragazza sedicenne, Soumaya Ghanimeh, testimoniò la fucilazione del padre e del fratello da parte di due degli invasori, e vide la propria casa, assieme alle case dei vicini, saccheggiata e bruciata.

Il suo racconto :
‘Quando mi stavano portando in strada, tutte le case intorno a me stavano bruciando. Di fronte alle case erano parcheggiati dieci camion nei quali erano stipati i bottini. Mi ricordo quanto ero spaventata dal fuoco. Stavo urlando. E per molti mesi non riuscii a sopportare che qualcuno accendesse un fiammifero accanto a me. Non ne sopportavo il puzzo.’

“Lei e sua madre, Mariam, assieme alla sorella più piccola e al fratellino neonato, vennero risparmiati dall’essere fucilati in casa quando si nascose dietro a un palestinese cercando protezione da un fucile puntato contro di lei.
Urlò: ‘Non permettergli d’ucciderci!’ e l’uomo accettò il ruolo di protettore che la ragazza gli aveva inaspettatamente assegnato. “Se li ammazzi, devi ammazzare anche me, disse al suo commilitone. Così vennero risparmiati, radunati con altri nelle strade e caricati sui camion che li portarono al campo palestinese di Sabra a Beirut, ove vennero imprigionati in una prigione sovraffollata. ‘Dovevamo dormire per terra, e faceva un freddo cane.'”

Quando Don Labaky trovò i corpi carbonizzati del padre e del fratello in casa Ghanimeh non poteva neppure distinguerne il sesso. Nella frenesia di voler, a tutti costi, infliggere il massimo dell’umiliazione alle loro vittime, come se neppure i limiti assoluti della natura umana potevano fermarli, gli invasori devastarono le tombe e sparsero le ossa dei defunti nelle strade. Chi era riuscito a scappare dal primo attacco continuava a scappare con ogni mezzo, con le macchine, con i carri, con le bici e con le moto. Alcuni si rifugiarono sulla spiaggia sperando di poter scappare con le barche a remi. Ma il mare era in tempesta e l’attesa della salvezza era troppo lunga, erano consapevoli dell’eventualità che i loro nemici potevano accanirsi contro di loro a qualunque momento.
Circa cinquecento persone si radunarono nella chiesa di Sant’Elia. Don Labaky arrivò lì alle sei del mattino quando i tumulti dell’attacco l’avevano svegliato. Predicò un sermone sul significato del massacro d’innocenti. E quando non sapeva che consigliare disse: “Se vi dicessi di rifugiarvi sulla spiaggia, so che vi ammazzeranno. Se vi dicessi di rimanere qui, so che vi ammazzeranno”.
Un vecchietto suggerì di esporre una bandiera bianca. “Forse ci risparmieranno se ci arrendiamo.” Don Labaky gli diede il suo benestare e mise una bandiera bianca sulla croce processionale che stava davanti alla chiesa.
Dieci minuti più tardi sentirono bussare alla porta, tre colpi in successione rapida, poi altre tre volte tre colpi in successione rapida. Rimasero impietriti. Don Labaky disse che andava lui a vedere chi ci fosse. Se era il nemico, magari li risparmiavano. ‘Ma, se ci ammazzano, perlomeno moriremo tutti insieme e avremo una bella parrocchia in cielo di 500 persone senza posti di blocco che ci separano”. Risero e il sacerdote aprì la porta.
Non era il nemico, ma due cittadini di Damour che erano riusciti a scappare e che avevano visto la bandiera bianca dalla spiaggia. Erano venuti per metterli in guardia sul fatto che la bandiera bianca non sarebbe stata di nessun aiuto. “Anche noi abbiamo issato una bandiera bianca davanti a Nostra Signora e ci hanno sparato addosso”.
Di nuovo discussero quello che c’era da fare. Labaky disse che una sola cosa sarebbe rimasta a fare, anche se era ‘impossibile’: pregare affinché Iddio perdonasse coloro che stavano per venire a ucciderli. Mentre erano in preghiera, due dei giovanissimi difensori della città che, a loro volta, avevano visto la bandiera bianca entrarono e dissero ‘Correte verso la spiaggia adesso, vi copriremo.’
I due giovani stavano davanti al portale della chiesa e spararono nella direzione dalla quale proveniva il fuoco dei fedayin. Ci vollero dieci minuti finché tutte le persone presenti nella chiesa potessero lasciare la città. Tutti e cinquecento, meno un vecchietto che non poteva camminare e che avrebbe preferito morire davanti alla propria casa. Stranamente fù risparmiato.
Don Labaky lo trovò settimane più tardi in una prigione dell’OLP e sentì quello che è successo dopo la sua fuga.
Un paio di minuti dopo che erano scappati, arrivarono i terroristi dell’OLP e bombardarono la chiesa senza entrarvi. Buttarono giù la porta e gettarono le granate.
Se i cristiani non fosdsero scappati sarebbero stati uccisi tutti.
Don Labaky aveva condotto la sua congregazione lungo la spiaggia di Camille Chamoun. Quando arrivarono lì, videro che era stata già saccheggiata e parzialmente bruciata. Trovarono, comunque, protezione in un palazzo di un mussulmano che “non era d’accordo con i palestinesi”, e successivamente riuscirono a prendere il mare in piccole imbarcazioni, nelle quali salparono verso Jounieh. Una povera donna dovette partorire in una barca nel mare invernale in tempesta.
In tutto, 582 persone morirono nell’assalto a Damour.
Don Labaky tornò con la Croce Rossa per seppellirli. Molti dei cadaveri erano stati smembrati e dovettero contare le teste per stabilire il numero delle vittime.
Tre delle vittime maschili furono trovati con i loro genitali amputati e ficcati a forza nel cavo orale. (pratica mussulmana d’umiliazione postmortem assai nota dalla guerra d’Algeri in poi, NdT).
Ma l’orrore non finì lì, anche il vecchio cimitero cristiano era stato profanato, i sarcofaghi aperti, i morti spogliati dei loro vestiti, le cassette delle elemosina saccheggiate, e le ossa e gli scheletri sparsi sul campo sacro.
Dopo questi fatti, Damour fu trasformata in un baluardo di Al-Fatah e del PFLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina).
Le rovine di Damour furono trasformate in uno dei maggiori centri dell’OLP per la promozione del terrorismo internazionale.
La chiesa di Sant’Elia fù trasformata in un autorimessa atta alla riparazione dei veicoli dell’OLP, così come in un poligono di tiro con i bersagli dipinti sul muro orientale della navata.
Il comandante delle forze terroristiche che si accanirono, il 23 gennaio del 1976 era Zuhayr Muhsin, capo di al-Sa’iqa, diventando noto alla popolazione cristiana libanese come il ‘macellaio di Damour’.
Fu giustiziato il 15 luglio del 1979 a Cannes, nel sud della Francia.

tradotto dall’inglese da Motty Levi

Altre informazioni :

http://vmireinteresnogo.com/article/damour-massacre
http://ilblogdibarbara.ilcannocchiale.it/post/1314288.html

Papà  ci ha lasciati

Il 20 Maggio 2008 mio padre ci ha lasciati.
Vorrei scrivere per sfogarmi ma ancora non ho la mente così lucida per poterlo fare.
Non è mia abitudine abbattermi, sono un combattente ma questa volta non riesco a reagire il dolore è troppo grande. Unica mia consolazione è che lui non ha sofferto.
Lascio qui quello che ha scritto mia sorella riprendendo pensieri e frasi di noi figli e dei nipoti:

Ci hai insegnato i valori pieni e fondamentali della vita: il rispetto per gli altri e il senso del dovere delle responsabilità , l’umiltà  e la dignità , l’onestà  e la lealtà , ma soprattutto l’amore per la famiglia:” La famiglia sopra di tutto!”
Per questo motivo, quei momenti che potevi permetterti di passare con noi, cercavi di recuperare il tempo perduto “assetato” di conoscere i nostri pensieri e la nostra “vita”
Ti sei dedicato con amore e dedizione per il bene di tutti e della “Nazione”, sacrificandoti per darci una vita migliore sia come figli che come cittadini.
Fino alla fine sei stato guida, maestro e padre senza contraddire, anche nei momenti più difficili, i valori che con mamma ci avete insegnato.
Gli uomini sono immortali fintanto che qualcuno li ricorda, papà , zio e nonno, in questi ultimi tempi avevi donato l’immortalità  a tanti dei nostri cari, con i tuoi racconti, facendoci rivivere una parte della nostra storia.
I suoi ricordi sono l’eredità  che ha voluto lasciarci prima del meritato riposo anche nel suo ultimo saluto: “Allora chiudo. Sono veramente stanco: non si può essere sempre giovani!! Siamo veramente una Gran Famiglia. Siate sempre uniti fra di voi e coltivate e ravvivate sempre il Senso di Appartenenza della Famiglia! Mantenente sempre vivo il valore delle Tradizioni e del Ricordo.
Grazie per la vostra pazienza. E Dio vi benedica tutti

Questo era mio padre che a 84 anni ancora lavorava per il bene di tutti noi e della nazione

PACS di paglia

Come sapete , questo blog si occupa abitualmente di argomenti seri e importanti. Per una volta tanto deroghiamo da questa regola e parliamo di una cosa che non ha assolutamente valore e senso, sebbene nel sinistro panorama politico italiano se ne parli molto.

ovvero dei PACS.

E prendo a prestito le parole del caro BERLIC, che si è espresso su questo argomento con il massimo di laicità e di femminismo che abbia mai sentito (anche di logica, ma quello era ovvio.)

Sulla inutilità sociale di leggi pro-"coppie di fatto"

Ah! Niente da fare. Non sono capace di scrivere un articolo così. Quello che scriverei io sarebbe certo impubblicabile. Capite, io ci vado giù pesante. In questi tempi a dire "maschio" e "femmina" uno rischia la galera. E allora facciamo in questa maniera: io lo scrivo e poi qualcuno mi sostituisce tutte le espressioni un po’ forti con quelle politicamente corrette tra parentesi. Facciamo così? Allora, via.
Cosa sono le "Coppie di fatto"? Innanzi tutto non certo una novità.
Quando Gesù va al pozzo e incontra la samaritana, questa di fatto convive con un tizio e Gesù non è che se ne scandalizza ("Di mariti ne hai avuti cinque, e quello che hai ora non è tuo marito…"). S.Agostino, prima di diventare cristiano, ha una allegra relazione e da questa ha un figlio. In tempi più recenti Galileo Galilei, proprio lui, di figlie ne aveva due e non è che a sposarsi abbia pensato…ma a metterle in convento sì.
Uomini e donne fanno i loro  [seguono in maniera libera le rispettive inclinazioni del loro orientamento sessuale]  da che tempo è tempo. Convivono, [compiono attività per la realizzazione del loro piacere sessuale],fanno figli – un tempo si chiamava magari concubinato – senza sposarsi, per un motivo o per l’altro.
Perchè non ci sono soldi. Perchè non c’è lavoro. Perchè sono di classi sociali diverse. Perchè è più comodo [compiere suddette attività sessuali] senza responsabilità che dovere accettare tutti i doveri che dal matrimonio provengono. Eppure, in tutti questi secoli, mai c’è stato un – chiamamolo movimento d’opinione – che mirasse in qualche maniera a codificare questa antichissima consuetudine. Antichissima anche più del matrimonio, perchè ci sono state le coppie di fatto ben prima del matrimonio, se i nostri amici darwinisti hanno ragione. Si stava tra noialtri scimmioni là nella savana e si [soddisfaceva alle nostre voglie primigenie] la prima [partner di diverso orientamento sessuale] che passava. Non è che si pensava a sposarsi, proprio no.
Poi, un pochetto ci siamo evoluti. Diamo merito alle scimmiette su questo. Le [creature primigenie con la responsabilità della crescita della prole] – pardon le donne – si sono rese conto che questa storia del concubinato era una gran fregatura. Perchè noi scimmioni tendevamo a [soddisfare gli appetiti sessuali] e poi cacciarle via in mezzo alla savana, loro e scimmiottini, quando non le reggevamo più. E si è quindi fatto un contratto che avesse come scopo la protezione dei più deboli. Il matrimonio.
Che lo Stato ha preso e fatto proprio. Perchè allo Stato conviene proteggere la famiglia. Chi lavora, chi dà quel segno più sui grafici sono le famiglie solide. Senza una famiglia solida a tirare su dei figli solidi qualche problema c’è. Per esempio, come provano i dati del Bureau of Census americano, il 60% degli stupratori, ed il 72% degli adolescenti omicidi è cresciuto in case senza padre. Su 12 studenti violenti, 11 sono cresciuti senza il padre, contro 1 che ce l’aveva. E quindi, investire in famiglie probabilmente conviene di più che investire in poliziotti e carceri.
Dicevamo, mai c’è stato un movimento di opinione che mirasse ad equiparare il concubinato al matrimonio. Non perchè i nostri antichi fossero [incapaci di ragionamenti di senso compiuto], ma perchè i due si muovono su piani differenti. In uno ci sono doveri (verso i figli, verso il coniuge); nell’altro no.
Perchè diciamolo: perchè due convivono? O lo fanno perchè non hanno le risorse per sposarsi, ed allora farci una regolamentazione sopra è inutile: facciamo piuttosto in modo che si possano sposare. Oppure non hanno nessuna intenzione di farlo. O, ancora, non possono perchè non possono farlo neanche se volessero.
Esaminiamo prima il caso "non vogliono". Non vogliono perchè non vogliono responsabilità? E quindi, lo Stato dovrebbe dare loro quella responsabilità che non vogliono? In tal caso è chiaro che la suddetta coppia di fronte a un tal contratto [declinerebbe la sua sottoscrizione con espressioni tipiche della tradizione popolare italiana]. Oppure dovrebbe dare loro i vantaggi che il matrimonio dà senza chiedere assunzione di responsabilità? Ma in tal caso, non sarebbe un [assumere un atteggiamento di derisione o tentativo di truffare una persona terza, assimilabile gergalmente con l’afferrare parti corporee della persona stessa] chi si sposa a "costo pieno"?
Passiamo al caso "non possono". Perchè non si può? O c’è qualche vincolo – tipo essere già coniugati con qualcun altro, essere più che minorenni, essere fratello e sorella (non sbuffate, non sto parlando di casi irreali…) o si è dello stesso sesso. Ah, ecco qui il casus belli. In fondo, i soli che abbiano qualche motivo di urlare e pretendere sono i conviventi dello stesso sesso.
Forse è inutile far notare che, anche qui, nihil sub sole novi. Ai tempi dei romani gli imperatori stessi, Adriano e Caligola ad esempio, convivevano con leggiadri giovinetti. E nessuno che si sia mai sognato di paragonare questo al matrimonio. Perchè diciamolo, [soddisfare i proprii appetiti sessuali in modo conforme al proprio orientamento] è una cosa e il matrimonio è un altro. Il matrimonio è un promettersi fedeltà e onore tra un uomo e una donna e la disponibilità ad accettare ed educare i figli. Punto. Se le cose stessero diversamente, non si vede perchè non si dovrebbe poter sposare una [oggetto in gomma di lattice gonfiabile simulante una figura femminile]. O il cane fedele. O la vecchia tata che ci vuole tanto bene.
E perchè poi lo Stato dovrebbe ratificare e spendere soldi dietro a unità familiari improduttive, sterili per definizione?
Quando ci ripete con gli amplificatori che di soldi per quelle produttive – le famiglie vere, i figli veri – non ce ne sono?
La mia opinione quindi non è che le coppie di fatto siano inutili socialmente. Quello che penso è che, a prescindere dal motivo per cui si sono formate e dalle persone stesse che le compongono (che possono essere anche in sè meravigliose) le coppie di fatto siano un peso sociale. E che lo Stato dovrebbe fare di tutto per aiutare quelli che vorrebbero smetterne di farne parte per passare a qualcosa di più solido. Dicendo poi agli altri di usare quello che già il diritto mette a disposizione, e cominciare ad essere [seri con la vita].

berlic

Come vedete, è già stato detto tutto. Mi permetto di aggiungere che in alcuni comuni progressisti (o regressi? mah) è già stato instaurato il registro delle coppie di fatto , propedeutico ai pacs, ed in un anno o più di esistenza il numero di iscritti è stato bassissimo. La cosa evidente dal punto di vista dei numeri è che una infima parte delle coppie omosessuali vorrebbe regolarizzare la propria  condizione….

I comunisti italiani nei lager russi

comunisti italiani nei gulag
Gulag. Storia e memoria

Non furono certo fortunati i comunisti italiani, tedeschi e d’altre nazionalità  che trovarono rifugio in Russia; molti dopo la scuola di partito obbligatoria dovettero subire i campi di concentramento, quando iniziò una delle grandi purghe staliniane dovuta all’uccisione del governatore Kirov di Leningrado.
Fra i fuoriusciti aleggiava sempre il sospetto reciproco; spesso una frase sbagliata o una confidenza furono utilizzate per accusare la persona di spionaggio o attività  sovversiva.
Su circa seicento emigrati in Unione Sovietica si calcola che almeno un terzo fu arrestato dal NKVD e spedito nei campi in Siberia.
Emblematica è la figura di Palmiro Togliatti, vicecapo del Comitern e nel dopoguerra personalità  di spicco della politica italiana.
Egli lasciò morire i fuoriusciti italiani imprigionati nei campi, come confermerà  più tardi a Davide Lajolo, al contrario di quanto fecero il capo dei comunisti tedeschi ed il capo dei comunisti austriaci che intervenirono presso Stalin e riuscirono a salvare dalla morte diversi dei loro compagni arrestati.
Stesso trattamento ebbero gli sfortunati prigionieri italiani dell’ARMIR, sui quali Togliatti scrisse: “se un buon numero dei prigionieri morirà  in conseguenza delle dure condizioni di fatto non ci trovo assolutamente niente da dire, anzi“.
Le “qualità ” di Togliatti furono poi confermate all’apertura degli archivi della polizia segreta sovietica.
Un dirigente del P.C.I. esule anch’egli a Mosca, Vincenzo Bianco, scrisse all’epoca dei fatti a Togliatti chiedendogli di intercedere presso Stalin in aiuto dei fuoriusciti italiani.
La risposta fu che alcune migliaia di morti non avrebbero di certo danneggiato la causa comune. Negli anni successivi, visti i contenuti della stessa, si cercò in tutti i modi di far credere che fosse un documento falso, ma purtroppo risultò vera e rispondente alle caratteristiche del suo estensore.
Togliatti tornò in Italia nel marzo del 1944 e subito i parenti dei soldati appartenenti all’ARMIR gli chiesero informazioni sui loro cari; la risposta fu che i nostri soldati stavano bene ed erano trattati con riguardo.
Oggi sappiamo che già  nella primavera del 1943, circa l’80% dei prigionieri era morto di stenti e di malattie. Ogni ulteriore considerazione risulta ovviamente superflua.

Quando il P.C.I. ha celebrato il ventennale della morte di Palmiro Togliatti, rivendicandone l’eredità  politica e, aggiungo io, anche quella ideologica e morale, non una parola fu spesa per tutti i morti provocati dal Comunismo, da Stalin e da tutti i suoi seguaci, fra cui il grande statista Togliatti.

Emilio Guarnaschelli era un operaio comunista torinese che aveva accolto con entusiasmo l’ideale rivoluzionario sovietico; riuscì a raggiungere Mosca proprio quando suo fratello Mario e la direzione torinese del P.C.I. entrarono in disaccordo.
I fuoriusciti italiani ne furono in breve informati e Guarnaschelli ne subì le conseguenze. Deluso dalla situazione sovietica e dalle condizioni di vita della popolazione, contattò l’ambasciata italiana per riottenere il passaporto italiano, tentativo già  allora fatto da numerosi fuoriusciti.
Fu subito arrestato dalla Ghepeù e accusato di essere una spia fascista. Il fratello Mario chiese aiuto al compagno Togliatti che ovviamente non lo degnò neanche di una risposta. Solo all’apertura degli archivi segreti del KGB, si scoprirà  che Guarnaschelli era stato fucilato.
Al ritorno dalla lunga prigionia in terra russa, alcuni ufficiali dell’ARMIR (Giorgio Pittaluga, Ugo Graioni, Domenico Dal Toso, Luigi Avalli e Ivo Emett) diffusero un numero unico intitolato “Russia” in cui accusavano esplicitamente alcuni fuoriusciti italiani per il loro comportamento verso i prigionieri.
I comunisti chiamati in causa furono Ruggero Grieco, Paolo Robotti, Luigi Amadesi e Edoardo D’Onofrio, quest’ultimo come tanti altri fu premiato dal P.C.I. per l’ottimo “lavoro” svolto ed eletto senatore.
Il D’Onofrio, offeso dal contenuto del numero unico pubblicato a cura dell’U.N.I.R.R. (Unione Nazionale Italiana Reduci Russia), denunciò gli estensori per diffamazione.
Siamo nel 1948,  l’Unità ovviamente difese a spada tratta il compagno D’Onofrio e la sua positiva attività  d’aiuto ai nostri connazionali. Durante il processo, la difesa del querelante e tutta la stampa di sinistra cercarono in tutti i modi di eludere le responsabilità  del D’Onofrio ed il processo si ritorse contro il povero “innocente”.
Le accuse dei reduci inchiodarono il senatore alle sue responsabilità ; non potendo negare quanto fu dichiarato dai “colpevoli”, cercò di trasformare i fatti, arrivando ad affermare che gli interrogatori ai quali sottoponeva i prigionieri non erano altro che innocenti conversazioni.
Alla fine del processo, arrivò addirittura a prevedere che una sua condanna, avrebbe potuto avere ripercussioni per gli ancora 28 italiani prigionieri in Unione Sovietica; da notare :
a) che la guerra era abbondantemente finita e l’Italia era passata al fianco degli Alleati
b) la minaccia di stampo mafioso.
Ed infatti il D’Onofrio non vinse la causa e i 28 prigionieri furono condannati a 20 anni di lavori forzati con l’accusa di “attività  antisovietica“; riuscirono a rimpatriare solo nei primi mesi del 1954.
In diversi testi di reduci dal Fronte Orientale, si possono trovare precise indicazioni sulle attività  dei fuoriusciti italiani durante la ritirata dell’A.R.M.I.R. e durante la prigionia dei soldati.
Essendo i comunisti italiani, militanti nell’Armata Rossa, s’infiltravano nelle colonne in ritirata con compiti di spionaggio.
Secondo alcuni autori protagonisti dei fatti, diversi fuoriusciti si macchiarono anche d’assassinio, colpendo a morte i feriti rimasti incustoditi; la presenza di diversi soldati inspiegabilmente uccisi con un colpo alla testa rafforza indubbiamente questa ipotesi.
Per dare un’idea della formazione della classe politica comunista di quegli anni (e dei successivi), potremmo utilizzare le parole utilizzate da Togliatti per definire Giovanni Gentile il giorno del suo assassinio: “bandito politico, camorrista e traditore volgarissimo” (parlo usate tutt’oggi per delegittimare gli avversari politici).
Da ricordare che Gentile era un filosofo e non un appartenente alle forze armate della R.S.I.

Qualche storia

Ogni emigrato appena arrivato doveva riempire un questionario – l’anetka – specificando le proprie esperienze, idee e frequentazioni politiche; questo veniva poi custodito negli archivi dell’Internazionale, venendo aggiornato regolarmente grazie ai rapporti delle numerose spie, confidenti, ecc.
Agli italiani veniva poi subito chiesto se conoscevano Bordiga, se avessero avuto rapporti con lui, quali, e cosa pensavano del suo allontanamento dalla direzione del Partito. Va ricordato che il 15-02-1926 nell’Esecutivo allargato dell’Internazionale vi fu il celebre scontro tra Bordiga e Stalin e da allora tutti gli italiani furono sospettati di bordighismo.
Al momento dell’interrogatorio, l’imputato si vedeva chieder conto di cose fatte o dette, anche confidenzialmente, persino dieci o quindici anni prima. L’obiettivo era far cedere, capitolare, costringere ad atto di sottomissione verso il Partito, fatto passare come organismo che non poteva sbagliare MAI, e magari indurre a far diventare le stesse persone delle spie, infiltrati o provocatori – ben remunerati peraltro – coinvolgendo altri nei processi (fare i nomi di altri “controrivoluzionari” era una delle cose più apprezzate dagli inquirenti e ciò metteva fine ai tormenti).
KRTD: questo era l’acronimo della dicitura di condanna di buona parte di loro e significava “Controrivoluzionario Trozkista/Bordighista”, il che comportava le pene più severe, i lavori peggiori e minori razioni di cibo (nei gulag i detenuti politici erano sottoposti all’autorità dei criminali comuni, cui le Amministrazioni dei campi delegavano il controllo delle baracche e dello svolgimento della vita del campo).
Come risulta evidente, morirono molti più comunisti nelle carceri staliniane che in quelle fasciste; non foss’altro che per questo solo dato, parlare ancor oggi di Antifascismo, per un rivoluzionario, equivale, quanto meno, a disarmare se stessi oltre alla classe.
Uno dei primi italiani ad incorrere nella giustizia sovietica fu Virgilio Verdaro (1885-1960): confinato per disfattismo nel primo conflitto bellico, fu vicino alle posizioni del Soviet di Bordiga e già dal 1918 diviene coordinatore per la Toscana della Frazione Comunista Astensionista (1920) che in tale regione ebbe anche grazie a lui un seguito non trascurabile.
Così, il 15-01-1921 fu tra i fondatori del PCd’I al teatro San Marco di Livorno divenendo membro del primo Comitato Centrale.
Dal 1924 si trasferisce in Urss su incarico del Partito, soggiornando al famigerato Hotel Lux. Inviso per la sua militanza nella Sinistra e critico verso le scelte del Partito e dell’Internazionale – quello fu il periodo della bolscevizzazione forzata del PCd’I ad opera di Zinoviev, della Conferenza di Como (1924) del Congresso e Lione (1926), del Comitato d’Intesa – dal 1927 viene messo sotto sorveglianza dalla Ghepeù (l’ex Ceka leniniana, ossia la commissione contro il saccheggio ed i controrivoluzionari, poi Nkvd, poi ancora Kgb). Nel 1931, prevenendo un imminente arresto, fugge precipitosamente dall’Urss grazie ad una raccolta di soldi dei compagni italiani. La moglie e compagna Emilia Mariottini, impossibilitata a seguirlo perché incinta, fu licenziata dal lavoro e perse l’alloggio al suo rifiuto di diventare spia della polizia e di ricusare il marito. In seguito a ciò perse il figlio e visse in condizioni di estrema povertà fino al 1945, quando riuscì ad espatriare anch’essa.
Verdaro intanto si era stabilito in Belgio dove si riunì coi compagni della Frazione scrivendo spesso sul suo organo – Prometeo – col soprannome di Gatto Mammone. Da quelle colonne spesso denunciò le politiche staliniane. Con la guerra si trasferì nella nativa Svizzera dove perse i contatti con gli altri compagni, tant’è che si iscrisse al Partito Socialista ticinese. Rientrato in Italia, morì a Firenze senza più riavvicinarsi alle posizioni comuniste rivoluzionarie a riprova, probabilmente, che come si dice “è difficile invecchiare nel marxismo…”
Luigi Calligaris (1894-1937): egli, vicino alla Sinistra apertamente ed orgogliosamente sin dalla sua defenestrazione, era riparato in Urss nel 1933 dopo cinque anni di carcere fascista. Presiedette inizialmente il Circolo degli Emigrati di Mosca, il luogo dove di regola si svolgevano i dibattiti politici all’interno delle comunità di emigrati. Come tali erano attentamente sorvegliati dalla Ghepeù che vi aveva molti spie ed infiltrati.
Rimosso da tale carica, dopo aver in precedenza rinunciato ai corsi dell’Università Leninista, per il suo aperto ed ostinato “bordighismo”, partecipava comunque alle sue riunioni e vi aveva formato un gruppo “di sinistra” insieme ad Alfredo Bonciani, Ezio Biondini, Rodolfo Bernetich, Giovanni Bellusich, Arnaldo Silva, Giuseppe Sensi ed agli anarchici Otello Gaggi e Gino Martelli.
Insieme ai primi quattro, nel dicembre del 1934 fecero giungere una lettera a Prometeo – organo della nostra Frazione – a Bruxelles, con cui erano in contatto nonostante la censura poliziesca, denunciando la situazione interna russa e del partito bolscevico.
Arrestato poco dopo l’uscita dell’articolo su Prometeo grazie al lavoro delle spie presenti a Bruxelles, interrogato, torturato per estorcergli le confessioni volute, fu condannato a tre anni di gulag, poi aumentatigli in itinere. Verosimilmente morirà di stenti nel 1937.
Merini, libero dopo dieci anni di gulag ma distrutto nello spirito ed ancora sorvegliato, chiederà alla delegazione del Pci, allora a Mosca per un Congresso (nella persona di G. Pajetta), di essere rimpatriato; il giorno successivo viene di nuovo arrestato dal Nkvd e condannato ad altri dieci anni di gulag, venendo poi ucciso da un delinquente comune in circostanze mai chiarite.
Probabilmente Bellusich e Bernetich furono fucilati già nel 1937. Gaggi e Martelli (che in Italia erano stati condannati rispettivamente a venti e trent’anni di carcere) perirono nei gulag.
Bonciani fu accoltellato a morte nella camera dove risiedeva da due delinquenti comuni italiani (alloggiati per l’occasione alla Casa del Rivoluzionario – ricovero per vecchi bolscevichi – a spese del PCd’I!!). Arrestati dalla “giustizia” sovietica furono condannati a ben… tre mesi, e non è neppure certo che li scontarono per intero. Anche in questo caso i calunniatori stalinisti sostennero che era stato liquidato in quanto la sua attività di spia era nota già da quando era in Italia.
Silva era conosciuto nell’ambiente italiano perché, in carcere durante il noto processo ai comunisti italiani del 1923, riuscì ad evadere da Regina Coeli facendosi passare per un avvocato in visita ai detenuti e si beffò poi del direttore del carcere con una lettera aperta sulla stampa del Partito. In Urss dal 1923, diverrà poi colonnello dell’Armata Rossa. Sarà fucilato nel 1937 o 1938.
Tale gruppo godeva anche della simpatia e dell’appoggio indiretto di Francesco Misiano, figura allora molto nota in quanto presidente del Soccorso Operaio Internazionale, che morirà di malattia alla metà del 1936 poche settimane prima – sembra ora certo – di essere arrestato dalla Ghepeù, e di Guido Picelli, comandante degli Arditi nella celebre battaglia dell’Oltretorrente parmense, ucciso in una trincea spagnola da un colpo… alla nuca (aveva chiesto, come molti altri, di andare volontario in Spagna per sfuggire al molto probabile arresto in Urss, da cui, non va scordato, era impossibile espatriare. Là aveva preso contatti col Poum).
Dalla primavera del 1935 su Prometeo, a firma di Gatto Mammone, comparvero così una serie di articoli che denunciavano la scomparsa di questi compagni (“Il Caso Calligaris”, “Calligaris dov’è?”, “Noi, Calligaris ed il centrismo”, “Denunciamo la scomparsa del compagno Calligaris”). Fu la prima denuncia dei crimini staliniani nella storia.
I compagni della Frazione decisero poi di scrivere una lettera aperta al CC del Partito Bolscevico; lettera che non ottenne nessuna risposta.
Ancora nei primi mesi del 1938, i nostri compagni d’allora della Frazione pubblicarono su Prometeo una lista di circa venti compagni mancanti all’appello, di cui si denunciava la detenzione o, peggio, la liquidazione fisica.
In tale vicenda si inserisce anche quella del giovane operaio torinese Emilio Guarnaschelli, emigrato in Urss nel 1932; non vi è evidenza di suoi legami con la Sinistra, ma anch’egli fu coinvolto nel processo al “gruppo Calligaris” e fu condannato a tre anni, poi raddoppiati, di Siberia, preferendo questa pena all’espulsione dal paese, bollato come “nemico del popolo sovietico e del socialismo”. Vi troverà la morte.
La sua storia è esemplare perché per decenni lo stalinismo ha sostenuto che fosse una spia al servizio dell’Ambasciata Italiana; documenti recenti mostrano che ciò era pura calunnia (anzi, l’Ambasciata ricevette istruzioni precise, dal Ministero, di smettere di interessarsi presso le autorità sovietiche della sua sorte, come di quella della maggior parte degli internati italiani). Lui, come molti altri, compreso Calligaris, privati del passaporto dalle autorità sovietiche ed abbandonati dal partito italiano, richiedeva alle ambasciate d’Italia nuovi documenti per poter espatriare legalmente – diventando ciò sufficiente per essere considerati delle spie. La sua storia fu conosciuta solo grazie alla sua compagna Nella Masutti – internata lei stessa per un certo periodo – che fece stampare il carteggio del Guarnaschelli, coi suoi familiari e con lei, nel dopoguerra nell’ambito di iniziative del movimento trozkista d’oltralpe. In Italia giunse solo negli anni 1970 circondato dallo scetticismo.
Anche la frase con cui chiude una delle sue ultime lettere citata con gioia maligna da tutti gli anti-comunisti nostrani e che gli valse la calunnia picista (“Compagni ci siamo sbagliati… in Urss non c’è il socialismo”) è quella di un giovane operaio comunista, magari politicamente grezzo, che constata come in Urss non ci sia alcunché di socialismo, che vi si vive peggio che in Italia, non certamente di uno che cessa di credere nella possibilità del socialismo. Da considerare che i suoi familiari inizialmente non credevano a quanto lui scriveva sulla sua vicenda e sulla realtà sovietica, tanto erano influenzati dalla propaganda staliniana.
Dante Corneli (1900-1990): anche su di lui si vuole portare l’attenzione dei compagni, pur non essendo ascrivibile in toto alla Sinistra.
È il militante comunista che ha scontato più anni di tutti, ben ventiquattro tra gulag e confino obbligato, riuscendo a sopravvivere, e che più di tutti si è impegnato per far conoscere la sorte dei suoi compagni. Nel 1919 in occasione dello sciopero nazionale di solidarietà con la Repubblica Ungherese dei Consigli, ospitò e conobbe l’allora esule G. Lucakcs, con cui si incontrerà di nuovo, anni dopo, durante la detenzione in Urss. Fuggito nel 1922 da Tivoli dopo aver ucciso un fascista durante degli scontri armati, ripara in Urss ai primi di novembre dello stesso anno, in tempo per assistere alle celebrazioni del V Anno della Rivoluzione, meravigliandosi non poco del fatto che non esistessero palchi per le autorità e che ogni semplice militante potesse stringere la mano e chiacchierare, come lui fece, con bolscevichi di primo piano come Trotsky e Bucharin (cui rimase molto legato fino alla sua morte). Operaio, membro dell’Opposizione, nel 1927 viene espulso dal Partito bolscevico per rientrarvi due anni dopo con la svolta “a sinistra” di Stalin menzionata all’inizio. Dopo ciò frequentò sempre meno attivamente i Circoli degli Immigrati subdorando l’atmosfera di sospetto e culto dei capi che vi si respirava. Nel 1936 viene arrestato e sconterà in tutto ventiquattro anni tra gulag e confino; la sua è una vicenda giudiziaria kafkiana (per es., la prima condanna scadeva il giorno stesso in cui l’Italia dichiarò guerra all’Urss, cosicché la stessa gli venne procrastinata, senza che venisse stabilito un termine, in quanto, oltre che trozkista, era anche una spia fascista al servizio di Mussolini!). Nel 1970 rientra in Italia grazie all’interessamento dell’amico di gioventù U. Terracini e da allora, per i successivi vent’anni, scriverà molti testi per narrare la storia dei comunisti italiani in Urss, delle sue vittime – di cui fece un elenco alfabetico di circa tremila nomi – e… dei suoi persecutori; nessuno di questi fu mai pubblicato da nessuna casa editrice, neppure nell’ambito della Nuova Sinistra degli anni 1970, tant’è che fu costretto a stamparli a proprie spese. Sembra anche, ma non è certo, che in sua assenza una parte dei manoscritti furono prelevati da casa sua da sconosciuti agenti della…Siae – verosimilmente funzionari del Pci – come raccontato dall’anziana sorella. Fu pubblicato solo nel 1978 e solo da La Pietra – di area Pci – il suo “Diario di un redivivo tiburtino”, seppur amputato in alcune sue parti e con un taglio in linea con le politiche dominanti nel Pci d’allora. Tale testo sarà ristampato solo nel 2000 a cura della Fondazione Liberal, covo di pericolosi rivoluzionari (!) come Romiti, Tronchetti-Provera, Della Valle, Galli della Loggia, Panebianco ed altri simili figuri…
Egli chiese più volte incontri pubblici per denunciare la sua, e non solo, vicenda ottenendo scarsa attenzione; nel 1978 fu ospite del giornalista televisivo Enzo Biagi per un contraddittorio con Roasio e nel 1982 fu intervistato per Repubblica da M. Mafai.
Morirà praticamente isolato ed in grosse difficoltà economiche.
Stessa sorte era toccata vent’anni prima ad un altro suo corregionale, Antonio Scarioli. Rientrato in Italia, a Genzano, in provincia di Roma, alla morte di Stalin dopo molti anni di gulag, “osò” parlare coi “compagni” del Pci cittadino delle sue vicende e questo fu il motivo per cui venne, prima, considerato come pazzo e, successivamente, gli fa perdere il lavoro di bracciante nella cooperativa “rossa” dove lavorava, ed il relativo l’alloggio.
Corneli è importante anche per una testimonianza in prima persona da Vorkuta. Mentre altri detenuti accettavano rasseganti il loro destino cercando di sopravvivere alle meschinità, alle violenze e alle durezze quotidiane che la terribile vita dei campi imponeva, mentre altri ancora pensavano d’esser stati vittime d’un errore continuando ad aver fede cieca nel Partito e nel Piccolo Padre, cui venivano indirizzate giornalmente centinaia di suppliche di revisione dei loro casi, Corneli ha modo di tratteggiare, in modo vivido e ammirato, gli internati che si dichiaravano trozkisti, forti delle loro convinzioni e mai domi – molti di essi erano detenuti già da circa un decennio – e che rappresentavano un mondo a sé. Tramite iniziative di lotta, quali astensioni dal lavoro, scioperi della fame, resistenza passiva, avevano ottenuto dalle Direzioni di molti campi di poter vivere raggruppati nelle stesse baracche, di formare omogenee colonne di lavoro (col che poter essere d’aiuto ad altri compagni cui non riusciva di raggiungere la propria quota individuale di produzione assegnata, indispensabile per ricevere il vitto necessario a sopravvivere nel clima siberiano), di non aver nessuno contatto coi criminali comuni – i veri padroni dei campi. Inoltre, ricorda ancora Corneli, quelle stesse persone…

dopo 10, 12 od anche 14 ore di lavoro nel gelo siberiano a meno 30 sotto zero trovavano ancora la voglia ed il tempo per interminabili discussioni notturne sul Capitalismo, il Partito, la Classe, la Collettivizzazione, l’Accumulazione Primaria, il Nazifascismo, la Democrazia ecc.

Taluni di loro, quasi sempre bolscevichi della prima ora, avevano anche copie “segretissime” dei libri messi all’indice da Stalin di cui spiegavano il contenuto ai compagni più giovani. Inoltre, avevano sviluppato una fitta rete di corrispondenze coi detenuti degli altri campi attraverso i sistemi più ingegnosi; famosi erano i “giornali volanti”, consistenti in singoli articoli redatti collettivamente che i compagni prossimi al trasferimento da un campo all’altro trasportavano (occultandoli addirittura nelle asole dei bottoni o dentro i pesanti berretti di pelliccia) per sviluppare il dibattito sui temi più sentiti. Quando questo sistema fu scoperto dalle autorità, gli stessi incominciarono ad imparare a memoria ciò che dovevano poi riferire ai compagni nei gulag di destinazione…
Col 1937 però tutto questo cessò; la vita nei lager peggiorò sensibilmente per tutti e – ricorda Corneli – nella sola Vorkuta le esecuzioni notturne dei trotzkisti andarono avanti per molte notti consecutive. I sopravvissuti persero tali “benefici” e furono dispersi nell’immenso universo concentrazionario.
Vincenzo Baccalà: ex segretario della federazione romana del PCd’I, arrestato e fucilato nel 1937, è noto tramite le memorie della moglie e compagna Pia Piccioni, il cui “Compagno silenzio – una vedova nei gulag di Stalin”, fu una delle primissime pubblicazioni apparse nel dopoguerra ed a cui su Battaglia Comunista venne data voce. Per inciso la sua testimonianza ci dà conferma della validità della posizioni della Sinistra anche subito dopo l’omicidio Matteotti; egli, trovandosi allora in carcere a Roma, fu inaspettatamente liberato e il direttore del penitenziario gli chiese pensieroso “Che farete ora?”.
Mentre la direzione centrista del PCd’I impantanava il partito nella tattica suicida e disarmante dell’Antifascismo parlamentare e nella lesa democrazia, la Sinistra riteneva si potesse e dovesse portare la questione sul piano di classe facendo appello al proletariato per arginare in quel modo la violenza fascista, essendo quella ritenuta l’ultima occasione ancora possibile. La tattica adottata era quella dei cosiddetti “comizi volanti”, ossia dei comizi tenuti improvvisamente davanti alle fabbriche all’uscita dei lavoratori od in zone popolari per saggiare la disponibilità alla lotta degli stessi. Ebbene, i riscontri, per quanto parziali, erano positivi e confortanti, c’era voglia di reagire tra i lavoratori, e si poteva e doveva chiamare il proletariato alla lotta.
Non essendo avvenuto nulla di tutto ciò, mancando direttive precise per i militanti e per tutto il proletariato e parallelamente riorganizzandosi e rigalvanizzandosi l’apparato statale, l’occasione sfumò e – come ci ricorda Vincenzo Baccalà – egli fu tranquillamente ri-arrestato pochi giorni dopo a casa propria dalle guardie regie per terminare di scontare la propria condanna al termine della quale partì per l’Urss.
Edmondo Peluso (1882-1942): definito dalle stesse fonti borghesi il John Reed od il Che Guevara del PCd’I. Cittadino del mondo, come si autodefiniva, essendo nato a Napoli ed avendo frequentato le elementari in Spagna, le medie superiori in America e l’università in Germania e Svizzera. Giornalista, manovale, fuochista, e mille altri mestieri svolse dal Sudamerica fin nelle Filippine ed in Giappone.
Amico dello scrittore socialista Jack London e di De Leon (leader del Partito Socialista Americano), frequentò Klara Zetkin, Rosa Luxemburg, K. Liebknecht, Radek ed anche Laura Marx e Paul Lafargue a Parigi.
Presente a Zimmerwald nel 1915, su posizioni centriste come tutto il partito socialista italiano, conobbe Lenin e la delegazione bolscevica. L’anno dopo, a Kienthal, ruppe con la disciplina di partito astenendosi dal votare la risoluzione centrista uscita da quel Congresso, in quanto più convinto dalle tesi della sinistra (bolscevichi e gruppo di Brema ed Amburgo) rammaricandosi in seguito di avervi aderito pienamente solo dopo l’Ottobre.
Nel 1918-19 partecipa ai moti spartachisti di Berlino, è, nel 1920, membro della Frazione Astensionista e della delegazione italiana al 4o Congresso dell’Internazionale, nel 1922. Collaborò alla redazione di molti opuscoli dell’Internazionale per esplicita volontà di Lenin, che sin dall’anno prima lo aveva definito:

una delle penne più brillanti del partito italiano che può e deve scrivere tre o quattro volte di più di ora in tutte le lingue che conosce.

Assiste persino all’insurrezione di Canton, in Cina, nel 1927 poi repressa nel sangue e da cui si salverà fortunosamente.
Arrestato dalle guardie regie per renitenza alla leva e disfattismo (non aveva fatto il soldato in Italia) e bastonato dai fascisti più volte sin dal 1921 emigra definitivamente in Urss nel 1926.
Da allora restò abbastanza defilato, iscrivendosi comunque al Partito Bolscevico al quale non sembra però aver mosso critiche tali da destare sospetti o delazioni. Pare anche frequentasse poco i Circoli degli Emigrati.
Arrestato nel 1938, venne interrogato, torturato per ottenere la confessione che non diede mai: ecco perché venne fucilato soltanto quattro anni dopo (in genere le condanne a morte erano eseguite dopo poche settimane dalla sentenza). E si consideri che tutti, da Bucharin a Zinoviev, avevano confessato di tutto.
Dal Gulag non si evadeva per il semplice motivo che non c’era nessun posto dove andare. Il solo gulag di Karaganda, in Asia centrale, ad esempio, era esteso quanto gli odierni Paesi Bassi.
La spopolata Repubblica dei Komi, in Siberia, un unico immenso gulag, sconosciuta ai più oggi come allora, è il 30% più estesa dell’Italia.
Gulag come Karaganda o Vorkuta pare abbiano ospitato fino a trecentomila internati ciascuno. Col sistema concentrazionario sovietico si ritiene abbiano avuto a che fare non meno di venti milioni di persone. Se non è certo costume marxista prendere per oro colato tutto ciò che viene sostenuto dagli storiografi, appartiene però interamente al marxismo il metodo di considerare le aberrazioni descritte senza ricorrere alle categorie idealistiche della malvagità umana, della follia ecc. ecc. In termini di classe si è trattato di un gigantesco processo di accumulazione originaria del Capitale in un paese immenso (si pensi ai “I fattori di razza, religione, geografia ecc.”) che doveva, sotto il peso della concorrenza straniera, della crisi del 1929, dei preparativi per la guerra, accelerare in pochi anni i processi che altri paesi avevano svolto in decenni o addirittura secoli. Una gigantesca estorsione di plusvalore assoluto. Il sistema concentrazionario si basava sull’estrazione di metalli per l’industria pesante, il disboscamento e la bonifica degli immensi territori disabitati, la creazione di infrastrutture viarie – ancor oggi centrale in Siberia è la cosiddetta “Strada delle Ossa”, ossia i 2000 km di strada che attraversano tutta la regione, sotto cui giacciono le ossa di centinaia di migliaia di morti. Ad esempio, quando servivano tecnici per aprire una nuova miniera od un pozzo petrolifero si escogitava sempre un qualche “complotto” di trotzko-fascisti e sabotatori vari i cui “colpevoli” erano proprio le figure professionali di cui si abbisognava e che, a tale scopo, venivano inviate là a lavorare gratis. Gli stessi internati notavano che il lavoro di una settimana di cento persone poteva essere svolto in un giorno o due da un trattore. Un ex-deportato italiano, stalinista fino al midollo, osservava:

Mi spiace solo di essere andato a lavorare nelle miniere della Kolyma scortato dalla polizia in manette e come nemico del popolo – se me lo avessero chiesto, appellandosi al mio spirito internazionalista, ci sarei andato volontario di sicuro.
    Anonimo, dal testo “Italiani nei Lager di Stalin”

Infine, due parole sui persecutori affinché le nuove generazioni li possano e vogliano gettare definitivamente, come meritano, nella pattumiera della storia. Oltre al noto Ercoli/Togliatti, vi fu tutto un strato di dirigenti, i vari Dozza, Grieco, Berti, Germanetto, Pastore e dei fedeli esecutori quali Robotti, Vidali, Barontini e Roasio, (quest’ultimo inizialmente vicino alla Sinistra e perciò in seguito tanto più zelante nella sua persecuzione), attivi finanche in Spagna, dove compirono la loro sporca bisogna, assassinando gli oppositori di sinistra e contribuendo a soffocare le più genuine istanze del proletariato spagnolo.

Togliti il velo

dr.ssa Elham Manea (yemenita)
dr.ssa Elham Manea (yemenita)

Questo è un invito rivolto a te, sorella musulmana, un invito a toglierti il velo. E’ un invito sincero. Non è un atto di cattiveria. E’ un invito puro. Non cerca di profanare una parte di te. Così come non vuole spronarti alla perversione. Anzi ti invita ad adoperare la tua mente, a utilizzarla, da sola. Tu e la tua mente, bastate da sole. Senza dovere cercare nei libri e nella storia. Senza dovere esplorare nei quaderni le opinioni dei commentatori. Per questo te lo chiedo, senza paura. Ti chiedo di accogliere con benevolenza e ponderare le mie parole senza dubitare del mio intento. Dopotutto tu sei libera. Libera di decidere. Libera di scegliere il tuo destino. Di fare quel che vuoi. Sei padrona di te stessa. Solo tu. Solo tu ti puoi proteggere. Nessun altro. Puoi indossare il velo oppure toglierlo. Rispetterò qualsiasi tua decisione. Alla fine la decisione deve essere la tua. Lascia quindi che ti illustri il motivo del mio invito. Ho detto in un precedente scritto che l’uso del velo è iniziato di fatto nel mondo islamico con la rivoluzione islamica in Iran, che ha reso obbligatorio il velo per le donne dopo che i religiosi erano riusciti a convincere il ceto medio e le fazioni di sinistra a spargere il proprio sangue per cacciare lo scià  Muhammad Reza Pahlevi. Siccome questa rivoluzione ha rappresentato la prima vera rivolta nella regione è diventata per molti un esempio da imitare, così come l’abbigliamento delle donne iraniane (naturalmente, i mezzi di comunicazione hanno taciuto tutte le manifestazioni femminili contro l’imposizione del velo, ma questa è un’altra storia). A questo si aggiunge un altro fatto, ovvero il boom petrolifero cui ha assistito il Regno saudita in seguito al quale alcune persone facoltose hanno iniziato a investire il proprio denaro per pubblicare la cultura della propaganda islamica wahhabita, e per avviare una enorme macchina mediatica che afferma da mattina a sera che il velo è obbligatorio. Queste tradizioni della propaganda islamica si sono unite al pensiero dei Fratelli musulmani e delle fazioni politiche arabe e islamiche a loro ispirate, per diffondere nella società  un pensiero nuovo, un pensiero strano, che ha cambiato molti comportamenti e modi di pensare. Quindi l’ambito in cui è nata la questione del velo è politico. Due nazioni, in cui il regime politico governa in nome della religione, attraverso la quale cercano di diffondere il loro modello e al tempo stesso affermare la legittimità  del loro potere. Entrambe impongono alle donne il velo, affermando che si tratta di un simbolo religioso, a prescindere dalla loro volontà . A prescindere dalla volontà  delle donne! Il pensiero dei Fratelli musulmani mira unicamente a raggiungere il potere politico. Tuttavia, poichà© usano la religione per giustificare il loro fine, devono anche fornirci un modello “comportamentale islamico” e l'”abbigliamento” risulta esserne una parte centrale. Quindi, torno a ripetere la questione del velo è del tutto politica. Politica e basta. Ma la sua giustificazione, la convinzione da parte della donna che sia un obbligo, ha assunto tre aspetti: i primi due umani, il terzo religioso. -La prima giustificazione si basa sul fatto che la donna, indossando il velo, copre la sua femminilità  e protegge quindi l’uomo dalla trasgressione. -La seconda vuole che comportandosi così la donna contribuisca a fondare una società  virtuosa. -La terza sostiene che di fatto sia nella sua essenza un dovere religioso. -La prima giustificazione presuppone che l’uomo arabo sia un animale voluttuoso che non riesce a dominare i propri istinti, poichà© il sesso domina la sua mente per cui è inaffidabile e la donna deve quindi coprire le parti del suo corpo che possono sedurlo per proteggerlo dal diavolo che ha dentro di sé. Questa premessa è dannosa e ingiusta nei confronti dell’uomo arabo, che conosciamo come fratello, padre e marito, che conosciamo come essere umano. Perchè è capace di trattare la donna come un essere umano, e non come un mero oggetto di piacere. Perchè è in grado di dominare i propri istinti, nonostante li abbia e ne sia consapevole, così come fa la donna. Perchè io come donna quando ho a che fare con lui parto dal presupposto che è un essere umano. Un essere umano che mi rispetta. Allo stesso modo, la prima giustificazione rappresenta la donna niente meno che come un oggetto sessuale, l’organo genitale, non come un essere umano, non come una persona nella sua interezza, o un essere razionale, ma come un oggetto che risveglia gli istinti, con la voce, con i capelli, con il corpo, tutto in lei provoca e sconvolge l’uomo. Dimenticando che la donna può benissimo farsi rispettare dall’uomo e da chi la circonda con il suo comportamento, con il suo modo di rapportarsi agli altri, non coprendosi il capo, indossando un mantello o una tunica. Con il comportamento. Con il modo di rapportarsi agli altri. Facendosi rispettare. -La seconda giustificazione si fonda sulla premessa che esista una connessione tra l’indossare il velo e l’istituzione di una società  virtuosa. In base a questa logica la società  virtuosa è quella in cui non esistono rapporti sentimentali tra le persone al di fuori del matrimonio. Tuttavia questa giustificazione è come minimo errata. Poichà© le società  in cui il velo è obbligatorio e in cui si ha la segregazione dei sessi non sono certo quelle in cui i rapporti sessuali al di fuori del matrimonio sono inferiori. Anzi è vero il contrario. La segregazione forzata ha portato alla diffusione dei rapporti omosessuali, così come è dimostrato da studi e rapporti pubblicati che il velo non ha evitato che alcune ragazze nel mondo arabo e islamico avessero relazioni amorose al di fuori del matrimonio. Dopodichà©, come è d’uso, sono ricorse alla chirurgia per la ricostruzione dell’imene. -La terza giustificazione si fonda sulla premessa che la religione ha una posizione precisa sulla questione del velo, mentre di fatto ci sono testi religiosi diversi tra loro a riguardo, da sempre. E tu donna puoi leggere questi brani da sola, non hai bisogno di un intermediario. Noterai che non solo esistono numerosi testi, ma che questi hanno anche diverse interpretazioni. Tuttavia abbiamo deciso di limitarci e interpretarli in base a idee che risalgono al Medio Evo. Se vuoi la verità , la terza giustificazione che dice a te e a me che la religione impone alla donna il velo è la più debole delle tre, perchè abbiamo sentito questo discorso solo verso la fine degli anni Settanta, e l’abbiamo visto applicare solo dopo che l’interpretazione ortodossa dell’islam ha iniziato a dominare il mondo arabo e musulmano. Questa è la logica sulla quale si fonda il mio invito. Ti supplico di prendere in considerazione le mie parole, la mia richiesta. Non ti chiedo di smettere di pregare. Non ti chiedo di smettere di digiunare. Non ti chiedo di smettere di credere in Dio. Ti chiedo di togliere il velo. I tuoi capelli sono come i miei. Non sono un simbolo sessuale di cui vergognarsi. Il tuo corpo è come il mio. Non è un oggetto di brame sessuali. Il tuo corpo è come il mio. Va rispettato e lodato. Sei come me. Una persona completa. Dotata di capelli e corpo. Sei come me, sei in grado di essere “virtuosa” nei modi e nel comportamento, senza un velo che ti copra. E’ il mio comportamento che mi definisce, non un pezzo di stoffa. Sii come vuoi essere. Rispetterò la tua decisione. Ma alla fine devi essere te stessa. Una donna. Non un oggetto sessuale. Ikhla’i al-hijab! dal sito Middle Est Trasparent

dr.ssa Elham Manea (yemenita) Inviato da Souad Sbai http://www.acmid-donna.it/menu.html