Tag: siberia

La Ue vuole sabotare South Stream

sourth_stream_eng_11

Vox aveva lanciato l’allarme durante i ‘giorni’ della Crimea. L’Unione europea è pronta a fare l’ennesimo danno all’Italia (dopo il bombardamento della Libia con la scusa della primavera araba), alla sua economia e alla sua sicurezza energetica.

La Ue infatti è pronta a congelare i piani per il completamento del gasdotto da 40 miliardi di euro South Stream per ‘punire’ il Cremlino.

I dettagli sono emersi in un briefing trapelato tra il capo della Commissione europea, Jose Manuel Barroso, e politici bulgari, nei quali minacciava il paese di non ostacolare la nuova linea dura dell’UE sul progetto e minare l’unanimita: “Stiamo dicendo alla Bulgaria di stare molto attenta”, la minaccia mafiosa, secondo quanto riportato nella stampa bulgara.

Se sono vere le cose apparse sui media bulgari, si dimostra che il governo italiano non si sta opponendo al blocco del progetto essenziale per l’Italia e la sua economia. Come al solito, e più del solito con Renzi, una politica a novanta gradi.

E con il congelamento, anche dei nostri sedere i prossimi inverni, andrà a farsi benedire la commessa del valore di circa 2 miliardi di euro affidata a Saipem Italia per costruire il tratto off-shore del percorso sotto il Mar Nero dalla Russia alla Bulgaria. La costruzione era prevista per il mese di giugno.

001Secondo i media, Barroso avrebbe detto che ci sono “persone in Bulgaria , che sono agenti della Russia “, un riferimento alle figure del partito socialista al governo , che hanno cercato di concludere un accordo bilaterale con il Cremlino .
Nella Ue invece, gli agenti americani sono a Bruxelles, direttamente a capo della Commissione.

Ufficialmente, Bruxelles è stato evasivo circa il progetto South Stream. La linea ufficiale è che i piani sono ancora vivi , ma i commenti trapelati  confermano che gli agenti americani nella Ue, dei quali Barroso è un esponente di spicco, stanno alacremente lavorando perché sia politicamente ucciso, a favore del progetto antagonista “Nabucco” con al centro la Turchia.

tap_image

Il TAP, gasdotto che metterebbe l’Europa nelle mani turche, disegno geopolitico americano da decenni. Così dipenderemo sempre di più dalle economie islamiche.

Il gruppo tedesco Siemens, come Saipem, ha firmato un contratto con Gazprom la scorsa settimana per la fornitura di sistemi di controllo per South Stream. In questo caso Italia e Germania hanno interessi convergenti da far valere.

Il progetto South Stream – già ben avviato e destinato a produrre gas entro il 2015 –  dalla Siberia al Caucaso e poi verso i Balcani, aggirerebbe completamente l’Ucraina ed il Kosovo, mettendo di fatto le nazioni dell’Europa occidentale al riparo dei ricatti di Kiev e do Boston come invece avvenuto qualche anno fa, e come potrebbe accadere ancora.

Un pò di storia : I Diavoli Neri

I Diavoli Neri fecero parte di una piccola armata che combattè dalla parte degli zaristi per difendere dai bolscevichi la ferrovia Transiberiana, la loro avventura fu esotica e feroce come una saga di Corto Maltese. Tra il 1918 ed il 1920, una guerra civile spietata e sanguinosa lacerava la Russia. Un feroce scontro vedeva contrapposte l’Armata Rossa, sotto il comando di Trotzskij, e l’Armata Bianca controrivoluzionaria.

Entrambe le parti si distinsero per episodi di estrema crudeltà. Si era appena conclusa la Grande Guerra e alcune grandi potenze come l’America, l’Inghilterra, la Francia e il Giappone, per vari motivi strategici pensarono di inviare truppe a sostegno dei combattenti Bianchi. Anche l’Italia non volle tirarsi indietro e nell’estate 1918 il Governo Orlando decise di inviare un corpo di spedizione in Estremo Oriente, valutando che il nostro paese avrebbe ricavato da quella partecipazione un sicuro vantaggio politico.
I soldati che partirono dall’Italia appartenevano ai «battaglioni neri», così chiamati perché portavano le mostrine nere degli Arditi, ma una volta iniziata la missione furono ribattezzati dai loro ufficiali con il nome di battaglia, sicuramente più immaginifico, di «Diavoli Neri».

Gruppo di Diavoli Neri
Gruppo di Diavoli Neri

Le province siberiane dove sarebbero stati destinati erano insanguinate da una spietata guerriglia con bande armate di Bolscevichi che facevano continue operazioni di disturbo contro le retrovie dell’esercito filo zarista.
L’Armata Bianca dell’Ammiraglio Alexandre Kolciak aveva bisogno estremo della Transiberiana che assicurava i rifornimenti necessari per continuare a contrastare il nemico rosso impegnato verso la conquista di Vladivostok. Ai nostri soldati fu affidato il compito di presidiare i tratti di quella ferrovia che erano costantemente sotto attacco. Il corpo di spedizione italiano comandato dal Colonnello Fassini Camossi, prima di arrivare in Siberia fece una prima tappa in Cina, nella Concessione italiana di Tien-Tsin. Mezzo chilometro quadrato con Consolato e caserma, che l’Italia aveva avuto come indennizzo dalla Cina nel 1902 per aver partecipato alla spedizione Internazionale contro i Boxer in rivolta.
A Tien-Tsin il contingente ingrossa le sue file con gli irredenti che avevano appena giurato fedeltà al Re d’Italia. Si trattava soprattutto di trentini e giuliano dalmati ex sudditi dell’Impero Austro-Ungarico. Come nemici della Russia, erano stati chiusi in campi di prigionia e vagamente classificati come «Talianskj», erano stati «liberati» dopo la decisione scelta di diventare italiani veri e propri e di conseguenza anche alleati. La loro liberazione avvenne in più fasi e attraverso una complicata operazione di recupero, partita da Torino nell’estate 1916, condotta dal maggiore piemontese Cosma Manera. Molti di loro, più fortunati, erano riusciti ad essere rimpatriati in vari scaglioni attraverso l’Estremo Oriente, ma quando non ci furono più navi per tornare a casa, quelli che rimasero fuori furono convinti ad arruolarsi nelle speciali formazioni dell’esercito italiano al fianco dei Russi Bianchi.
Diventarono anche loro Diavoli Neri, ma per capire la confusione di quel frangente è comunque bene sapere che un altro battaglione, sempre di Trentini, che evidentemente vedeva di buon occhio la rivoluzione d’ottobre, scese in campo sul fronte opposto a sostegno dell’esercito dei Rossi. Delle storie curiose degli ex prigionieri nella Rivoluzione d’Ottobre ha parlato per primo Mario Rigoni Stern in un pezzo sulla Stampa dell’11 aprile ‘84. Italiani recenti e antichi, tutti sotto le insegne di Diavoli Neri, dalla Cina si imbarcarono quindi alla volta di Vladivostok. Da questa città, saliti sulla Transiberiana, affrontarono un viaggio in treno di ventiquattro giorni a una temperatura tra i trenta e quaranta gradi sotto zero per arrivare finalmente a Krasnojarsk, nel cuore della regione.
In quel posto sperduto iniziò la missione vera e propria fatta di scaramucce e combattimenti nella taiga contro le formazioni dei Bolscevichi. Si trattava di una guerra spietata fatta di massacri sistematici, fucilazioni di massa e violentissime azioni repressive per rappresaglia.
Furono richiamati in patria nell’agosto 1919, si era capito da come stavano andando le cose che la loro missione non aveva più molto senso, infatti sei mesi dopo le truppe di Kolciak furono liquidate, l’Ammiraglio Bianco fu fucilato e il fronte bolscevico si aggiudicò la vittoria finale. L’avventura dei Diavoli Neri non era però finita con l’abbandono della Siberia, prima di essere rimpatriati furono trattenuti nella Concessione Cinese in quarantena per altri sei mesi, in quel periodo la tubercolosi fu letale e molti di loro terminarono il viaggio nel cimitero italiano di Tien-Tsin.
Francesco Saverio Nitti, che subentrò a Orlando dimessosi a metà giugno 1919, fece rientrare in patria i soldati italiani, abbastanza in sordina con tre piroscafi presi in noleggio dai Giapponesi. Le cronache del tempo raccontano che quando i Diavoli Neri se ne andarono da Krasnoiarsk, lasciarono ai siberiani le loro batterie, muli compresi, e in cambio si portarono via come ricordo degli orsi. Forse immaginavano un ritorno in Patria senza risparmio di panoplie e gloriose allegorie. Forse si aspettavano di essere accolti come eroi, con medaglie e fanfara, ma la loro delusione fu atroce, non c’era nessuna autorità ad aspettarli, dovettero scendere dalla nave con la bandiera chiusa nel fodero e con le sole acclamazioni dei marinai giapponesi che li avevano riportati in patria.

Tragitto dei Diavoli Neri
Tragitto dei Diavoli Neri

Il primo aprile del 1920 i Diavoli Neri approdati a Napoli capirono che erano andati fino in Siberia a combattere i «Rossi», ma erano tornati in patria proprio al culmine del cosiddetto «biennio rosso». Due anni di disordini, scioperi e occupazioni di fabbriche. Forse proprio per quel clima il governo Nitti non volle dare nessun rilievo al loro rientro. Ai Diavoli Neri sbarcati a Napoli fu ordinato di stiparsi in un vagone ferroviario di terza classe che li avrebbe portati a Piacenza.
Gli imprevisti arrivarono prima di Livorno. La situazione da quelle parti era incandescente e il passaggio dei Diavoli Neri rischiava di alimentare i disordini che un paio di giorni prima avevano funestato il Bolognese, con sette braccianti morti a Decima di Persiceto. Per questi motivi a Follonica fu sganciato il vagone dei soldati: i ferrovieri non volevano farli proseguire per solidarietà con gli scioperanti.
I Diavoli minacciarono di far saltare la stazione, il tenente Bianchi ordinò di inastare le baionette e riuscì a «convincere» il capostazione, un manovale e due controllori a riagganciare il vagone. Arrivato a Livorno, il treno fu circondato da una folla di dimostranti che pensava che i Diavoli fossero destinati a reprimere le sommosse operaie.
Intervennero i Carabinieri e fu necessario mostrare i fogli matricolari per riprendere il viaggio. Il giorno dopo arrivarono a Piacenza e furono congedati. Come era prevedibile, gran parte dei reduci dalla Siberia corse ad iscriversi ai primi fasci di combattimento. Da diavoli neri a camicie nere per loro il passo fu breve.

(Sull’impresa militare dei Battaglioni Neri si può leggere l’opera ricca di fotografie, cartine e documenti Trentini e Italiani contro l’Armata Rossa del generale Antonio Mautone, editrice Temi, 2003)

I comunisti italiani nei lager russi

comunisti italiani nei gulag
Gulag. Storia e memoria

Non furono certo fortunati i comunisti italiani, tedeschi e d’altre nazionalità  che trovarono rifugio in Russia; molti dopo la scuola di partito obbligatoria dovettero subire i campi di concentramento, quando iniziò una delle grandi purghe staliniane dovuta all’uccisione del governatore Kirov di Leningrado.
Fra i fuoriusciti aleggiava sempre il sospetto reciproco; spesso una frase sbagliata o una confidenza furono utilizzate per accusare la persona di spionaggio o attività  sovversiva.
Su circa seicento emigrati in Unione Sovietica si calcola che almeno un terzo fu arrestato dal NKVD e spedito nei campi in Siberia.
Emblematica è la figura di Palmiro Togliatti, vicecapo del Comitern e nel dopoguerra personalità  di spicco della politica italiana.
Egli lasciò morire i fuoriusciti italiani imprigionati nei campi, come confermerà  più tardi a Davide Lajolo, al contrario di quanto fecero il capo dei comunisti tedeschi ed il capo dei comunisti austriaci che intervenirono presso Stalin e riuscirono a salvare dalla morte diversi dei loro compagni arrestati.
Stesso trattamento ebbero gli sfortunati prigionieri italiani dell’ARMIR, sui quali Togliatti scrisse: “se un buon numero dei prigionieri morirà  in conseguenza delle dure condizioni di fatto non ci trovo assolutamente niente da dire, anzi“.
Le “qualità ” di Togliatti furono poi confermate all’apertura degli archivi della polizia segreta sovietica.
Un dirigente del P.C.I. esule anch’egli a Mosca, Vincenzo Bianco, scrisse all’epoca dei fatti a Togliatti chiedendogli di intercedere presso Stalin in aiuto dei fuoriusciti italiani.
La risposta fu che alcune migliaia di morti non avrebbero di certo danneggiato la causa comune. Negli anni successivi, visti i contenuti della stessa, si cercò in tutti i modi di far credere che fosse un documento falso, ma purtroppo risultò vera e rispondente alle caratteristiche del suo estensore.
Togliatti tornò in Italia nel marzo del 1944 e subito i parenti dei soldati appartenenti all’ARMIR gli chiesero informazioni sui loro cari; la risposta fu che i nostri soldati stavano bene ed erano trattati con riguardo.
Oggi sappiamo che già  nella primavera del 1943, circa l’80% dei prigionieri era morto di stenti e di malattie. Ogni ulteriore considerazione risulta ovviamente superflua.

Quando il P.C.I. ha celebrato il ventennale della morte di Palmiro Togliatti, rivendicandone l’eredità  politica e, aggiungo io, anche quella ideologica e morale, non una parola fu spesa per tutti i morti provocati dal Comunismo, da Stalin e da tutti i suoi seguaci, fra cui il grande statista Togliatti.

Emilio Guarnaschelli era un operaio comunista torinese che aveva accolto con entusiasmo l’ideale rivoluzionario sovietico; riuscì a raggiungere Mosca proprio quando suo fratello Mario e la direzione torinese del P.C.I. entrarono in disaccordo.
I fuoriusciti italiani ne furono in breve informati e Guarnaschelli ne subì le conseguenze. Deluso dalla situazione sovietica e dalle condizioni di vita della popolazione, contattò l’ambasciata italiana per riottenere il passaporto italiano, tentativo già  allora fatto da numerosi fuoriusciti.
Fu subito arrestato dalla Ghepeù e accusato di essere una spia fascista. Il fratello Mario chiese aiuto al compagno Togliatti che ovviamente non lo degnò neanche di una risposta. Solo all’apertura degli archivi segreti del KGB, si scoprirà  che Guarnaschelli era stato fucilato.
Al ritorno dalla lunga prigionia in terra russa, alcuni ufficiali dell’ARMIR (Giorgio Pittaluga, Ugo Graioni, Domenico Dal Toso, Luigi Avalli e Ivo Emett) diffusero un numero unico intitolato “Russia” in cui accusavano esplicitamente alcuni fuoriusciti italiani per il loro comportamento verso i prigionieri.
I comunisti chiamati in causa furono Ruggero Grieco, Paolo Robotti, Luigi Amadesi e Edoardo D’Onofrio, quest’ultimo come tanti altri fu premiato dal P.C.I. per l’ottimo “lavoro” svolto ed eletto senatore.
Il D’Onofrio, offeso dal contenuto del numero unico pubblicato a cura dell’U.N.I.R.R. (Unione Nazionale Italiana Reduci Russia), denunciò gli estensori per diffamazione.
Siamo nel 1948,  l’Unità ovviamente difese a spada tratta il compagno D’Onofrio e la sua positiva attività  d’aiuto ai nostri connazionali. Durante il processo, la difesa del querelante e tutta la stampa di sinistra cercarono in tutti i modi di eludere le responsabilità  del D’Onofrio ed il processo si ritorse contro il povero “innocente”.
Le accuse dei reduci inchiodarono il senatore alle sue responsabilità ; non potendo negare quanto fu dichiarato dai “colpevoli”, cercò di trasformare i fatti, arrivando ad affermare che gli interrogatori ai quali sottoponeva i prigionieri non erano altro che innocenti conversazioni.
Alla fine del processo, arrivò addirittura a prevedere che una sua condanna, avrebbe potuto avere ripercussioni per gli ancora 28 italiani prigionieri in Unione Sovietica; da notare :
a) che la guerra era abbondantemente finita e l’Italia era passata al fianco degli Alleati
b) la minaccia di stampo mafioso.
Ed infatti il D’Onofrio non vinse la causa e i 28 prigionieri furono condannati a 20 anni di lavori forzati con l’accusa di “attività  antisovietica“; riuscirono a rimpatriare solo nei primi mesi del 1954.
In diversi testi di reduci dal Fronte Orientale, si possono trovare precise indicazioni sulle attività  dei fuoriusciti italiani durante la ritirata dell’A.R.M.I.R. e durante la prigionia dei soldati.
Essendo i comunisti italiani, militanti nell’Armata Rossa, s’infiltravano nelle colonne in ritirata con compiti di spionaggio.
Secondo alcuni autori protagonisti dei fatti, diversi fuoriusciti si macchiarono anche d’assassinio, colpendo a morte i feriti rimasti incustoditi; la presenza di diversi soldati inspiegabilmente uccisi con un colpo alla testa rafforza indubbiamente questa ipotesi.
Per dare un’idea della formazione della classe politica comunista di quegli anni (e dei successivi), potremmo utilizzare le parole utilizzate da Togliatti per definire Giovanni Gentile il giorno del suo assassinio: “bandito politico, camorrista e traditore volgarissimo” (parlo usate tutt’oggi per delegittimare gli avversari politici).
Da ricordare che Gentile era un filosofo e non un appartenente alle forze armate della R.S.I.

Qualche storia

Ogni emigrato appena arrivato doveva riempire un questionario – l’anetka – specificando le proprie esperienze, idee e frequentazioni politiche; questo veniva poi custodito negli archivi dell’Internazionale, venendo aggiornato regolarmente grazie ai rapporti delle numerose spie, confidenti, ecc.
Agli italiani veniva poi subito chiesto se conoscevano Bordiga, se avessero avuto rapporti con lui, quali, e cosa pensavano del suo allontanamento dalla direzione del Partito. Va ricordato che il 15-02-1926 nell’Esecutivo allargato dell’Internazionale vi fu il celebre scontro tra Bordiga e Stalin e da allora tutti gli italiani furono sospettati di bordighismo.
Al momento dell’interrogatorio, l’imputato si vedeva chieder conto di cose fatte o dette, anche confidenzialmente, persino dieci o quindici anni prima. L’obiettivo era far cedere, capitolare, costringere ad atto di sottomissione verso il Partito, fatto passare come organismo che non poteva sbagliare MAI, e magari indurre a far diventare le stesse persone delle spie, infiltrati o provocatori – ben remunerati peraltro – coinvolgendo altri nei processi (fare i nomi di altri “controrivoluzionari” era una delle cose più apprezzate dagli inquirenti e ciò metteva fine ai tormenti).
KRTD: questo era l’acronimo della dicitura di condanna di buona parte di loro e significava “Controrivoluzionario Trozkista/Bordighista”, il che comportava le pene più severe, i lavori peggiori e minori razioni di cibo (nei gulag i detenuti politici erano sottoposti all’autorità dei criminali comuni, cui le Amministrazioni dei campi delegavano il controllo delle baracche e dello svolgimento della vita del campo).
Come risulta evidente, morirono molti più comunisti nelle carceri staliniane che in quelle fasciste; non foss’altro che per questo solo dato, parlare ancor oggi di Antifascismo, per un rivoluzionario, equivale, quanto meno, a disarmare se stessi oltre alla classe.
Uno dei primi italiani ad incorrere nella giustizia sovietica fu Virgilio Verdaro (1885-1960): confinato per disfattismo nel primo conflitto bellico, fu vicino alle posizioni del Soviet di Bordiga e già dal 1918 diviene coordinatore per la Toscana della Frazione Comunista Astensionista (1920) che in tale regione ebbe anche grazie a lui un seguito non trascurabile.
Così, il 15-01-1921 fu tra i fondatori del PCd’I al teatro San Marco di Livorno divenendo membro del primo Comitato Centrale.
Dal 1924 si trasferisce in Urss su incarico del Partito, soggiornando al famigerato Hotel Lux. Inviso per la sua militanza nella Sinistra e critico verso le scelte del Partito e dell’Internazionale – quello fu il periodo della bolscevizzazione forzata del PCd’I ad opera di Zinoviev, della Conferenza di Como (1924) del Congresso e Lione (1926), del Comitato d’Intesa – dal 1927 viene messo sotto sorveglianza dalla Ghepeù (l’ex Ceka leniniana, ossia la commissione contro il saccheggio ed i controrivoluzionari, poi Nkvd, poi ancora Kgb). Nel 1931, prevenendo un imminente arresto, fugge precipitosamente dall’Urss grazie ad una raccolta di soldi dei compagni italiani. La moglie e compagna Emilia Mariottini, impossibilitata a seguirlo perché incinta, fu licenziata dal lavoro e perse l’alloggio al suo rifiuto di diventare spia della polizia e di ricusare il marito. In seguito a ciò perse il figlio e visse in condizioni di estrema povertà fino al 1945, quando riuscì ad espatriare anch’essa.
Verdaro intanto si era stabilito in Belgio dove si riunì coi compagni della Frazione scrivendo spesso sul suo organo – Prometeo – col soprannome di Gatto Mammone. Da quelle colonne spesso denunciò le politiche staliniane. Con la guerra si trasferì nella nativa Svizzera dove perse i contatti con gli altri compagni, tant’è che si iscrisse al Partito Socialista ticinese. Rientrato in Italia, morì a Firenze senza più riavvicinarsi alle posizioni comuniste rivoluzionarie a riprova, probabilmente, che come si dice “è difficile invecchiare nel marxismo…”
Luigi Calligaris (1894-1937): egli, vicino alla Sinistra apertamente ed orgogliosamente sin dalla sua defenestrazione, era riparato in Urss nel 1933 dopo cinque anni di carcere fascista. Presiedette inizialmente il Circolo degli Emigrati di Mosca, il luogo dove di regola si svolgevano i dibattiti politici all’interno delle comunità di emigrati. Come tali erano attentamente sorvegliati dalla Ghepeù che vi aveva molti spie ed infiltrati.
Rimosso da tale carica, dopo aver in precedenza rinunciato ai corsi dell’Università Leninista, per il suo aperto ed ostinato “bordighismo”, partecipava comunque alle sue riunioni e vi aveva formato un gruppo “di sinistra” insieme ad Alfredo Bonciani, Ezio Biondini, Rodolfo Bernetich, Giovanni Bellusich, Arnaldo Silva, Giuseppe Sensi ed agli anarchici Otello Gaggi e Gino Martelli.
Insieme ai primi quattro, nel dicembre del 1934 fecero giungere una lettera a Prometeo – organo della nostra Frazione – a Bruxelles, con cui erano in contatto nonostante la censura poliziesca, denunciando la situazione interna russa e del partito bolscevico.
Arrestato poco dopo l’uscita dell’articolo su Prometeo grazie al lavoro delle spie presenti a Bruxelles, interrogato, torturato per estorcergli le confessioni volute, fu condannato a tre anni di gulag, poi aumentatigli in itinere. Verosimilmente morirà di stenti nel 1937.
Merini, libero dopo dieci anni di gulag ma distrutto nello spirito ed ancora sorvegliato, chiederà alla delegazione del Pci, allora a Mosca per un Congresso (nella persona di G. Pajetta), di essere rimpatriato; il giorno successivo viene di nuovo arrestato dal Nkvd e condannato ad altri dieci anni di gulag, venendo poi ucciso da un delinquente comune in circostanze mai chiarite.
Probabilmente Bellusich e Bernetich furono fucilati già nel 1937. Gaggi e Martelli (che in Italia erano stati condannati rispettivamente a venti e trent’anni di carcere) perirono nei gulag.
Bonciani fu accoltellato a morte nella camera dove risiedeva da due delinquenti comuni italiani (alloggiati per l’occasione alla Casa del Rivoluzionario – ricovero per vecchi bolscevichi – a spese del PCd’I!!). Arrestati dalla “giustizia” sovietica furono condannati a ben… tre mesi, e non è neppure certo che li scontarono per intero. Anche in questo caso i calunniatori stalinisti sostennero che era stato liquidato in quanto la sua attività di spia era nota già da quando era in Italia.
Silva era conosciuto nell’ambiente italiano perché, in carcere durante il noto processo ai comunisti italiani del 1923, riuscì ad evadere da Regina Coeli facendosi passare per un avvocato in visita ai detenuti e si beffò poi del direttore del carcere con una lettera aperta sulla stampa del Partito. In Urss dal 1923, diverrà poi colonnello dell’Armata Rossa. Sarà fucilato nel 1937 o 1938.
Tale gruppo godeva anche della simpatia e dell’appoggio indiretto di Francesco Misiano, figura allora molto nota in quanto presidente del Soccorso Operaio Internazionale, che morirà di malattia alla metà del 1936 poche settimane prima – sembra ora certo – di essere arrestato dalla Ghepeù, e di Guido Picelli, comandante degli Arditi nella celebre battaglia dell’Oltretorrente parmense, ucciso in una trincea spagnola da un colpo… alla nuca (aveva chiesto, come molti altri, di andare volontario in Spagna per sfuggire al molto probabile arresto in Urss, da cui, non va scordato, era impossibile espatriare. Là aveva preso contatti col Poum).
Dalla primavera del 1935 su Prometeo, a firma di Gatto Mammone, comparvero così una serie di articoli che denunciavano la scomparsa di questi compagni (“Il Caso Calligaris”, “Calligaris dov’è?”, “Noi, Calligaris ed il centrismo”, “Denunciamo la scomparsa del compagno Calligaris”). Fu la prima denuncia dei crimini staliniani nella storia.
I compagni della Frazione decisero poi di scrivere una lettera aperta al CC del Partito Bolscevico; lettera che non ottenne nessuna risposta.
Ancora nei primi mesi del 1938, i nostri compagni d’allora della Frazione pubblicarono su Prometeo una lista di circa venti compagni mancanti all’appello, di cui si denunciava la detenzione o, peggio, la liquidazione fisica.
In tale vicenda si inserisce anche quella del giovane operaio torinese Emilio Guarnaschelli, emigrato in Urss nel 1932; non vi è evidenza di suoi legami con la Sinistra, ma anch’egli fu coinvolto nel processo al “gruppo Calligaris” e fu condannato a tre anni, poi raddoppiati, di Siberia, preferendo questa pena all’espulsione dal paese, bollato come “nemico del popolo sovietico e del socialismo”. Vi troverà la morte.
La sua storia è esemplare perché per decenni lo stalinismo ha sostenuto che fosse una spia al servizio dell’Ambasciata Italiana; documenti recenti mostrano che ciò era pura calunnia (anzi, l’Ambasciata ricevette istruzioni precise, dal Ministero, di smettere di interessarsi presso le autorità sovietiche della sua sorte, come di quella della maggior parte degli internati italiani). Lui, come molti altri, compreso Calligaris, privati del passaporto dalle autorità sovietiche ed abbandonati dal partito italiano, richiedeva alle ambasciate d’Italia nuovi documenti per poter espatriare legalmente – diventando ciò sufficiente per essere considerati delle spie. La sua storia fu conosciuta solo grazie alla sua compagna Nella Masutti – internata lei stessa per un certo periodo – che fece stampare il carteggio del Guarnaschelli, coi suoi familiari e con lei, nel dopoguerra nell’ambito di iniziative del movimento trozkista d’oltralpe. In Italia giunse solo negli anni 1970 circondato dallo scetticismo.
Anche la frase con cui chiude una delle sue ultime lettere citata con gioia maligna da tutti gli anti-comunisti nostrani e che gli valse la calunnia picista (“Compagni ci siamo sbagliati… in Urss non c’è il socialismo”) è quella di un giovane operaio comunista, magari politicamente grezzo, che constata come in Urss non ci sia alcunché di socialismo, che vi si vive peggio che in Italia, non certamente di uno che cessa di credere nella possibilità del socialismo. Da considerare che i suoi familiari inizialmente non credevano a quanto lui scriveva sulla sua vicenda e sulla realtà sovietica, tanto erano influenzati dalla propaganda staliniana.
Dante Corneli (1900-1990): anche su di lui si vuole portare l’attenzione dei compagni, pur non essendo ascrivibile in toto alla Sinistra.
È il militante comunista che ha scontato più anni di tutti, ben ventiquattro tra gulag e confino obbligato, riuscendo a sopravvivere, e che più di tutti si è impegnato per far conoscere la sorte dei suoi compagni. Nel 1919 in occasione dello sciopero nazionale di solidarietà con la Repubblica Ungherese dei Consigli, ospitò e conobbe l’allora esule G. Lucakcs, con cui si incontrerà di nuovo, anni dopo, durante la detenzione in Urss. Fuggito nel 1922 da Tivoli dopo aver ucciso un fascista durante degli scontri armati, ripara in Urss ai primi di novembre dello stesso anno, in tempo per assistere alle celebrazioni del V Anno della Rivoluzione, meravigliandosi non poco del fatto che non esistessero palchi per le autorità e che ogni semplice militante potesse stringere la mano e chiacchierare, come lui fece, con bolscevichi di primo piano come Trotsky e Bucharin (cui rimase molto legato fino alla sua morte). Operaio, membro dell’Opposizione, nel 1927 viene espulso dal Partito bolscevico per rientrarvi due anni dopo con la svolta “a sinistra” di Stalin menzionata all’inizio. Dopo ciò frequentò sempre meno attivamente i Circoli degli Immigrati subdorando l’atmosfera di sospetto e culto dei capi che vi si respirava. Nel 1936 viene arrestato e sconterà in tutto ventiquattro anni tra gulag e confino; la sua è una vicenda giudiziaria kafkiana (per es., la prima condanna scadeva il giorno stesso in cui l’Italia dichiarò guerra all’Urss, cosicché la stessa gli venne procrastinata, senza che venisse stabilito un termine, in quanto, oltre che trozkista, era anche una spia fascista al servizio di Mussolini!). Nel 1970 rientra in Italia grazie all’interessamento dell’amico di gioventù U. Terracini e da allora, per i successivi vent’anni, scriverà molti testi per narrare la storia dei comunisti italiani in Urss, delle sue vittime – di cui fece un elenco alfabetico di circa tremila nomi – e… dei suoi persecutori; nessuno di questi fu mai pubblicato da nessuna casa editrice, neppure nell’ambito della Nuova Sinistra degli anni 1970, tant’è che fu costretto a stamparli a proprie spese. Sembra anche, ma non è certo, che in sua assenza una parte dei manoscritti furono prelevati da casa sua da sconosciuti agenti della…Siae – verosimilmente funzionari del Pci – come raccontato dall’anziana sorella. Fu pubblicato solo nel 1978 e solo da La Pietra – di area Pci – il suo “Diario di un redivivo tiburtino”, seppur amputato in alcune sue parti e con un taglio in linea con le politiche dominanti nel Pci d’allora. Tale testo sarà ristampato solo nel 2000 a cura della Fondazione Liberal, covo di pericolosi rivoluzionari (!) come Romiti, Tronchetti-Provera, Della Valle, Galli della Loggia, Panebianco ed altri simili figuri…
Egli chiese più volte incontri pubblici per denunciare la sua, e non solo, vicenda ottenendo scarsa attenzione; nel 1978 fu ospite del giornalista televisivo Enzo Biagi per un contraddittorio con Roasio e nel 1982 fu intervistato per Repubblica da M. Mafai.
Morirà praticamente isolato ed in grosse difficoltà economiche.
Stessa sorte era toccata vent’anni prima ad un altro suo corregionale, Antonio Scarioli. Rientrato in Italia, a Genzano, in provincia di Roma, alla morte di Stalin dopo molti anni di gulag, “osò” parlare coi “compagni” del Pci cittadino delle sue vicende e questo fu il motivo per cui venne, prima, considerato come pazzo e, successivamente, gli fa perdere il lavoro di bracciante nella cooperativa “rossa” dove lavorava, ed il relativo l’alloggio.
Corneli è importante anche per una testimonianza in prima persona da Vorkuta. Mentre altri detenuti accettavano rasseganti il loro destino cercando di sopravvivere alle meschinità, alle violenze e alle durezze quotidiane che la terribile vita dei campi imponeva, mentre altri ancora pensavano d’esser stati vittime d’un errore continuando ad aver fede cieca nel Partito e nel Piccolo Padre, cui venivano indirizzate giornalmente centinaia di suppliche di revisione dei loro casi, Corneli ha modo di tratteggiare, in modo vivido e ammirato, gli internati che si dichiaravano trozkisti, forti delle loro convinzioni e mai domi – molti di essi erano detenuti già da circa un decennio – e che rappresentavano un mondo a sé. Tramite iniziative di lotta, quali astensioni dal lavoro, scioperi della fame, resistenza passiva, avevano ottenuto dalle Direzioni di molti campi di poter vivere raggruppati nelle stesse baracche, di formare omogenee colonne di lavoro (col che poter essere d’aiuto ad altri compagni cui non riusciva di raggiungere la propria quota individuale di produzione assegnata, indispensabile per ricevere il vitto necessario a sopravvivere nel clima siberiano), di non aver nessuno contatto coi criminali comuni – i veri padroni dei campi. Inoltre, ricorda ancora Corneli, quelle stesse persone…

dopo 10, 12 od anche 14 ore di lavoro nel gelo siberiano a meno 30 sotto zero trovavano ancora la voglia ed il tempo per interminabili discussioni notturne sul Capitalismo, il Partito, la Classe, la Collettivizzazione, l’Accumulazione Primaria, il Nazifascismo, la Democrazia ecc.

Taluni di loro, quasi sempre bolscevichi della prima ora, avevano anche copie “segretissime” dei libri messi all’indice da Stalin di cui spiegavano il contenuto ai compagni più giovani. Inoltre, avevano sviluppato una fitta rete di corrispondenze coi detenuti degli altri campi attraverso i sistemi più ingegnosi; famosi erano i “giornali volanti”, consistenti in singoli articoli redatti collettivamente che i compagni prossimi al trasferimento da un campo all’altro trasportavano (occultandoli addirittura nelle asole dei bottoni o dentro i pesanti berretti di pelliccia) per sviluppare il dibattito sui temi più sentiti. Quando questo sistema fu scoperto dalle autorità, gli stessi incominciarono ad imparare a memoria ciò che dovevano poi riferire ai compagni nei gulag di destinazione…
Col 1937 però tutto questo cessò; la vita nei lager peggiorò sensibilmente per tutti e – ricorda Corneli – nella sola Vorkuta le esecuzioni notturne dei trotzkisti andarono avanti per molte notti consecutive. I sopravvissuti persero tali “benefici” e furono dispersi nell’immenso universo concentrazionario.
Vincenzo Baccalà: ex segretario della federazione romana del PCd’I, arrestato e fucilato nel 1937, è noto tramite le memorie della moglie e compagna Pia Piccioni, il cui “Compagno silenzio – una vedova nei gulag di Stalin”, fu una delle primissime pubblicazioni apparse nel dopoguerra ed a cui su Battaglia Comunista venne data voce. Per inciso la sua testimonianza ci dà conferma della validità della posizioni della Sinistra anche subito dopo l’omicidio Matteotti; egli, trovandosi allora in carcere a Roma, fu inaspettatamente liberato e il direttore del penitenziario gli chiese pensieroso “Che farete ora?”.
Mentre la direzione centrista del PCd’I impantanava il partito nella tattica suicida e disarmante dell’Antifascismo parlamentare e nella lesa democrazia, la Sinistra riteneva si potesse e dovesse portare la questione sul piano di classe facendo appello al proletariato per arginare in quel modo la violenza fascista, essendo quella ritenuta l’ultima occasione ancora possibile. La tattica adottata era quella dei cosiddetti “comizi volanti”, ossia dei comizi tenuti improvvisamente davanti alle fabbriche all’uscita dei lavoratori od in zone popolari per saggiare la disponibilità alla lotta degli stessi. Ebbene, i riscontri, per quanto parziali, erano positivi e confortanti, c’era voglia di reagire tra i lavoratori, e si poteva e doveva chiamare il proletariato alla lotta.
Non essendo avvenuto nulla di tutto ciò, mancando direttive precise per i militanti e per tutto il proletariato e parallelamente riorganizzandosi e rigalvanizzandosi l’apparato statale, l’occasione sfumò e – come ci ricorda Vincenzo Baccalà – egli fu tranquillamente ri-arrestato pochi giorni dopo a casa propria dalle guardie regie per terminare di scontare la propria condanna al termine della quale partì per l’Urss.
Edmondo Peluso (1882-1942): definito dalle stesse fonti borghesi il John Reed od il Che Guevara del PCd’I. Cittadino del mondo, come si autodefiniva, essendo nato a Napoli ed avendo frequentato le elementari in Spagna, le medie superiori in America e l’università in Germania e Svizzera. Giornalista, manovale, fuochista, e mille altri mestieri svolse dal Sudamerica fin nelle Filippine ed in Giappone.
Amico dello scrittore socialista Jack London e di De Leon (leader del Partito Socialista Americano), frequentò Klara Zetkin, Rosa Luxemburg, K. Liebknecht, Radek ed anche Laura Marx e Paul Lafargue a Parigi.
Presente a Zimmerwald nel 1915, su posizioni centriste come tutto il partito socialista italiano, conobbe Lenin e la delegazione bolscevica. L’anno dopo, a Kienthal, ruppe con la disciplina di partito astenendosi dal votare la risoluzione centrista uscita da quel Congresso, in quanto più convinto dalle tesi della sinistra (bolscevichi e gruppo di Brema ed Amburgo) rammaricandosi in seguito di avervi aderito pienamente solo dopo l’Ottobre.
Nel 1918-19 partecipa ai moti spartachisti di Berlino, è, nel 1920, membro della Frazione Astensionista e della delegazione italiana al 4o Congresso dell’Internazionale, nel 1922. Collaborò alla redazione di molti opuscoli dell’Internazionale per esplicita volontà di Lenin, che sin dall’anno prima lo aveva definito:

una delle penne più brillanti del partito italiano che può e deve scrivere tre o quattro volte di più di ora in tutte le lingue che conosce.

Assiste persino all’insurrezione di Canton, in Cina, nel 1927 poi repressa nel sangue e da cui si salverà fortunosamente.
Arrestato dalle guardie regie per renitenza alla leva e disfattismo (non aveva fatto il soldato in Italia) e bastonato dai fascisti più volte sin dal 1921 emigra definitivamente in Urss nel 1926.
Da allora restò abbastanza defilato, iscrivendosi comunque al Partito Bolscevico al quale non sembra però aver mosso critiche tali da destare sospetti o delazioni. Pare anche frequentasse poco i Circoli degli Emigrati.
Arrestato nel 1938, venne interrogato, torturato per ottenere la confessione che non diede mai: ecco perché venne fucilato soltanto quattro anni dopo (in genere le condanne a morte erano eseguite dopo poche settimane dalla sentenza). E si consideri che tutti, da Bucharin a Zinoviev, avevano confessato di tutto.
Dal Gulag non si evadeva per il semplice motivo che non c’era nessun posto dove andare. Il solo gulag di Karaganda, in Asia centrale, ad esempio, era esteso quanto gli odierni Paesi Bassi.
La spopolata Repubblica dei Komi, in Siberia, un unico immenso gulag, sconosciuta ai più oggi come allora, è il 30% più estesa dell’Italia.
Gulag come Karaganda o Vorkuta pare abbiano ospitato fino a trecentomila internati ciascuno. Col sistema concentrazionario sovietico si ritiene abbiano avuto a che fare non meno di venti milioni di persone. Se non è certo costume marxista prendere per oro colato tutto ciò che viene sostenuto dagli storiografi, appartiene però interamente al marxismo il metodo di considerare le aberrazioni descritte senza ricorrere alle categorie idealistiche della malvagità umana, della follia ecc. ecc. In termini di classe si è trattato di un gigantesco processo di accumulazione originaria del Capitale in un paese immenso (si pensi ai “I fattori di razza, religione, geografia ecc.”) che doveva, sotto il peso della concorrenza straniera, della crisi del 1929, dei preparativi per la guerra, accelerare in pochi anni i processi che altri paesi avevano svolto in decenni o addirittura secoli. Una gigantesca estorsione di plusvalore assoluto. Il sistema concentrazionario si basava sull’estrazione di metalli per l’industria pesante, il disboscamento e la bonifica degli immensi territori disabitati, la creazione di infrastrutture viarie – ancor oggi centrale in Siberia è la cosiddetta “Strada delle Ossa”, ossia i 2000 km di strada che attraversano tutta la regione, sotto cui giacciono le ossa di centinaia di migliaia di morti. Ad esempio, quando servivano tecnici per aprire una nuova miniera od un pozzo petrolifero si escogitava sempre un qualche “complotto” di trotzko-fascisti e sabotatori vari i cui “colpevoli” erano proprio le figure professionali di cui si abbisognava e che, a tale scopo, venivano inviate là a lavorare gratis. Gli stessi internati notavano che il lavoro di una settimana di cento persone poteva essere svolto in un giorno o due da un trattore. Un ex-deportato italiano, stalinista fino al midollo, osservava:

Mi spiace solo di essere andato a lavorare nelle miniere della Kolyma scortato dalla polizia in manette e come nemico del popolo – se me lo avessero chiesto, appellandosi al mio spirito internazionalista, ci sarei andato volontario di sicuro.
    Anonimo, dal testo “Italiani nei Lager di Stalin”

Infine, due parole sui persecutori affinché le nuove generazioni li possano e vogliano gettare definitivamente, come meritano, nella pattumiera della storia. Oltre al noto Ercoli/Togliatti, vi fu tutto un strato di dirigenti, i vari Dozza, Grieco, Berti, Germanetto, Pastore e dei fedeli esecutori quali Robotti, Vidali, Barontini e Roasio, (quest’ultimo inizialmente vicino alla Sinistra e perciò in seguito tanto più zelante nella sua persecuzione), attivi finanche in Spagna, dove compirono la loro sporca bisogna, assassinando gli oppositori di sinistra e contribuendo a soffocare le più genuine istanze del proletariato spagnolo.

Il deportato nel lagher sovietico

Gulag
Il solo gulag di Karaganda, in Asia centrale era esteso quanto gli odierni Paesi Bassi. Gulag come Karaganda o Vorkuta pare abbiano ospitato fino a trecentomila internati ciascuno.

Gulag

Complessi carcerari dai quali NESSUNO è riuscito ad uscirne vivo, neanche dopo aver scontato la pena.”La rasatura delle teste degli uomini conferisce loro l’uniformità  nell’aspetto esteriore: li rende austeri ed impersonali. Ma anche un osservatore superficiale è colpito dalla espressione delle facce, comune a tutti :sempre all’erta, prive di affabilità , senza alcuna benevolenza, facilmente aggressive e perfino crudeli. L’espressione dei loro visi fa pensare che siano stati fusi in un materiale aspro, quasi non di carne, ma di bronzo scuro per poter camminare continuamente controvento, quasi aspettando ad ogni passo di essere colpiti ora da sinistra ora da destra… Se sarà  costretto a guardarvi, vi colpirà  il suo sguardo ottuso e inebetito.
Notiamo che parlando di questo popolo non riusciamo quasi a raffigurarci degli individui o dei nomi singoli. Non è un vizio del nostro metodo; rispecchia il modo di vivere da mandria cui è dedito lo strano popolo… Condizione essenziale di successo nella lotta per la vita è la circospezione. Il loro carattere, le loro intenzioni sono tenuti nascosti; devono nascondere le loro azioni ai datori di lavoro, ai sorveglianti, ai delatori… Devono celare i progetti, i calcoli, le speranze… aprirsi significa sempre perdersi.Con gli anni lo zek si abitua a tal punto a nascondere tutto che non gli costa più nessun sforzo; gli si atrofizza il normale desiderio umano di far parte a qualcuno di ciò che sente. Esiste infine una legge che le riassume tutte: Non credere, non temere, non chiedere! Diventato indifferente verso il proprio dolore e anche verso i castighi che gli impongono i tutori della tribù, addirittura quasi indifferente verso tutta la sua vita, lo zek non prova compassione neppure per il dolore altrui. La visione del mondo più diffusa tra di loro è il fatalismo: è inutile cercare di ottenere qualcosa con troppa insistenza o rifiutarne un’altra; ad esempio il trasferimento in un’altra baracca, in un’altra brigata, in un altro lager. Potrebbe essere per il meglio come potrebbe esser per il peggio.

Gli zek amano in generale l’umorismo… è il loro costante alleato senza il quale, forse, la vita nell’Arcipelago sarebbe del tutto intollerabile. Se domandi a uno zek da quanto tempo è nell’Arcipelago, non risponderà ma. “E’ dura?” domandi. Quello facendo lo spiritoso, risponde :”Sono duri soltanto i primi dieci anni”. Parlando di qualcuno che è partito dall’Arcipelago, risponderà  :”Gli avevano dato tre anni, ne ha scontati cinque, ha avuto la scarcerazione anticipata”

LA CONDIZIONE DEL DEPORTATO NEL GULAG

Prigionieri dei gulag morti per sfinimento
Prigionieri dei gulag morti per sfinimento

“Meditate se anche questo… è un uomo?”

Viene spontaneo parafrasare la nota frase all’inizio del libro di Primo Levi, leggendo la condizione dei deportati nei gulag della Siberia o del Circolo Polare.
Crediamo però che non sia appropriato scomodare Primo Levi perchè per quanto Gulag e Lager nazisti siano accomunati dallo stesso delirio di onnipotenza cioè voler creare l’Uomo Nuovo pur tuttavia una differenza c’era: il comunismo voleva instaurare la Giustizia sulla Terra mentre i nazisti la Loro, quella della razza padrona.
Pertanto ci viene in mente un pensiero di Karl Popper che è davvero indicativo:
<<Tra tutte le idee politiche, il desiderio di rendere gli uomini perfetti e felici è forse la più pericolosa. Il tentativo di realizzare il paradiso sulla terra ha sempre prodotto l’inferno>>

Proponiamo qui una sintesi, necessariamente parziale e schematica della vita nel gulag preceduta da un’analisi del vol. II di “Arcipelago Gulag”.

CHI CI “FINIVA”?

– ci poteva “finire” chiunque; all’inizio vi andavano i “cinquantotto” cioè quelli condannati in base all’art. 58 (“attività  contro lo Stato”);poi anche i CR cioè i controrivoluzionari, quindi i Kulaki
– si poteva essere arrestati per nulla! ciò era strategico all’obbiettivo di creare il terrore.
– ospiti del gulag furono scienziati ed artisti.

VITA

Persone condannate ai lavori forzati nei Gulag per reati di OPINIONE o per aver rubato per FAME. Nessuno di loro ne uscirà vivo.
Persone condannate ai lavori forzati nei Gulag per reati di OPINIONE o per aver rubato per FAME. Nessuno di loro ne uscirà vivo.

– si nascondono i morti sotto i pancacci per avere la loro razione;

– all’eremo del Golgota su richiesta dei moribondi il medico somministra stricnina agli inguaribili;

– i creduloni aspettavano la fine della pena di tre anni, i previdenti capivano che non avrebbero riavuto la libertà  né fra tre né fra ventitrè anni!

– ai teppisti ed ai ladri furono assegnati tutti i posti di comando… si permetteva loro di derubare, picchiare e perfino sgozzare i deportati;

– in estate si lavorava 14 ore al giorno, non si lavorava soltanto a partire da 55° sottozero!

– lo scorbuto mieteva tante vittime da essere una forma di sterminio!

– per approfondire, soprattutto la differenza tra servi della gleba sotto lo Zar e deportati sotto i Soviet.

EPISODI

– alla fine della giornata lavorativa sul cantiere rimangono dei cadaveri. La neve ricopre le loro facce. Qualcuno si è rannicchiato sotto una carriola capovolta; ha nascosto le mani in tasca ed è morto così. Là  sono congelati in due, appoggiati uno alla schiena dell’altro.
– nel lager Mariinskij non si aveva tempo di uccidere i pidocchi… esplose il tifo e in poco tempo 15 mila morti furono buttati in una fossa, rattrappiti, nudi dopo aver tagliato per economia anche le mutande.
– le note fucilazioni di Garanin…
– episodi di fame…
– nel dicembre 1928 in Karelia i detenuti furono lasciati per punizione a pernottare nella foresta e 150 uomini morirono congelati.

PUNIZIONI

Queste persone, fra le quali c'è anche un BAMBINO, non stanno riposando o prendendo il sole: queste persone sono morte per FAME nei Gulag dell' "eden comunista" dell'ex Unione Sovietica.
Queste persone, fra le quali c’è anche un BAMBINO, non stanno riposando o prendendo il sole: queste persone sono morte per FAME nei Gulag dell’ “eden comunista” dell’ex Unione Sovietica.

– Alle isole Solovki, il lager sorge sul Monte Sekira, ricavato da un ex-monastero. Nella Cattedrale a due piani sono stati sistemati le celle. I detenuti sono trattati così: da un muro all’altro sono infisse delle pertiche dello spessore di un braccio e si ordina ai detenuti di starvi seduti tutto il giorno!
Le pertiche sono ad un altezza tale che i piedi non toccano per terra. Non è facile mantenere l’equilibrio, da mattina a sera il detenuto si sforza di non cadere.
Se cade i secondini arrivano di corsa e lo percuotono.

– Sempre al Monte Sekira una lunga scala di 365 ripidi scalini unisce la Cattedrale, in cima al monte, al lago. Fu fatta dai monaci. Portano le persone sulla scala, le legano per il lungo ad una trave per dargli maggior peso e lo spingono giù: non c’è un pianerottolo e i gradini sono così ripidi che la trave non rallenta mai!

– SIZO era l’isolatore di punizione, un edificio al freddo, umido, buio, senza cibo, senza vetri: la “sbobba” veniva data al 3°, al 6° e al 9° giorno della reclusione; bisogni corporali in cella.
per finire al SIZO era sufficiente:

1) non aver salutato a modo;
2) non essersi coricato o alzato per tempo;
3) essere passato per il vialetto sbagliato;
4 )non essere vestito come si doveva;
5 )fumare in luoghi proibiti;
6) avere oggetti superflui in baracca.

ALIMENTAZIONE GIORNALIERA

– 350 gr. di pane appiccicoso come l’argilla;
– sbobba liquida con qualche lisca di pesce.

BOIA CRIMINALI

Una delle oltre 100.000 FOSSE COMUNI utilizzate dai sovietici per cercare di nascondere l'enorme quantitativo di cadaveri il risultato della politica di Stalin.
Una delle oltre 100.000 FOSSE COMUNI utilizzate dai sovietici per cercare di nascondere l’enorme quantitativo di cadaveri il risultato della politica di Stalin.

A parte Stalin e Beria, capo della polizia e suo lacchè si distinsero:
a) N. Aronovic FRENKEL
b) Mamulov
c) Garanin
d) Ermolov
e) Tatiana MERKULOVA, “la donna – belva”
f)Gromov

h) Kirilko, il boia delle isole Solovki, di lui era nota la minaccia e la messa in pratica: Vi farò succhiare il moccio dei cadaveri.

Della repressione comunista e delle vittime dei gulag nell’ex Unione Sovietica:
– 80.000 fucilati senza essere stati sottoposti a giudizio e massacro di centinaia di migliaia di contadini e operai insorti tra il 1918 e il 1922;
– 5.000.000 di morti a causa della carestia indotta alla popolazione rurale agli inizi degli anni ’20;
– deportazione ed eliminazione dei Cosacchi del Don;
– assassinio programmato di 10.000.000 di persone nei gulag fra il 1918 e il 1930;
– eliminazione di quasi 1.000.000 di persone durante la “Grande Purga” del 1937-1938;
– deportazione ed eliminazione di di 2.000.000 di kulak o presunti tali nel 1930-1932;
– sterminio programmato di 6.000.000 di ukraini nel 1933 per carestia indotta e non soccorsa;
– deportazione e sterminio dei tedeschi del Volga nel 1941;
– deportazione e sterminio dei tatari della Crimea nel 1943;
– deportazione e sterminio dei ceceni nel 1944;

Di tutto questo orrore non si sapeva nulla o si sapeva assai poco; le notizie arrivavano all’occidente e all’Italia distorte, spesso falsate a causa di oscuri personaggi che appoggiavano la politica di Stalin. L’assoluta chiusura degli archivi nei paesi comunisti, il totale controllo della stampa, dei mass-media e di tutte le vie di comunicazione con l’estero, la propaganda sui presunti “successi” del regime stalinista, tutto questo blocco dell’informazione mirava in primo luogo a impedire che si facesse chiarezza sulla repressione operata sistematicamente in Unione Sovietica.

Sistema dei Gulag e distribuzione sul territori dell’ex URSS

complesso carcerario sovietico

 

sistema gulag

brano tratto da “Arcipelago Gulag” vol.II di A. Solzenicyn

La facciata buona del comunismo

Morti di malattia e sfinimento
Deportati dal comunismo morti per fame e sfinimento

I seguaci di questa filosofia della morte hanno con le loro menzogne adulterato completamente la realtà. A sentire loro, il ‘900 è stato il secolo delle dittature “cattive”. Scagliandosi contro il nazismo ed il fascismo, sono riusciti a passare per buoni. Non è così, il comunismo non è buono, non lo è mai stato e mai lo sarà. Delle tre dittature del ‘900, forse, quella più umana (se così si può dire) è stata quella fascista. Lo sterminio di compatrioti o di dissidenti che è stato perpetrato dal comunismo prima e dal nazismo poi non ha conosciuto la stessa ferocia e determinazione nel fascismo. Le nostre generazioni, cresciute nella menzogna comunista, non sono capaci di fare distinzioni sulla qualità e sulla quantità della ferocia della peggior dittatura-filosofia di vita che sia esistita sulla faccia della terra. E’ pazzesco come la pianificazione dell’eliminazione di tutti i dissenzienti non abbia creato nelle coscienze umane lo stesso sdegno ed orrore che hanno provocato quelle naziste. Si parla sempre dei 6 milioni di ebrei sterminati dal nazismo e mai se non sporadicamente e sottovoce dei 100 milioni di morti fatti dal comunismo su tutto il pianeta e non confinati in una sola nazione.

E’ aberrante come i giovani d’oggi vogliano sottolineare ad ogni 2 x 3 di essere antifascisti e non sottolineano con la stessa veemenza il loro ripudio del comunismo. I paesi dell’ex unione sovietica hanno messo al bando il comunismo, la comunità europea ha fatto altrettanto, solo nel nostro paese è possibile avere 4 partiti comunisti. La falce ed il martello sono stati messi al bando, così come i simboli fascisti, solo in Italia si continuano a vedere ed in più sono simboli di partiti di governo. Tutto questo lo si deve all’avvelenamento che la gente ha subito dalla menzogna comunista, dal distrarre l’attenzione su di se e rivolgerlo sul fascismo. Il creare come bersaglio un’idea, un movimento morto più di 60 anni fa. Il fascismo non esiste più ma i comunisti ne mantengono viva la memoria per tenere le masse intimorite, impaurite da un qualcosa che non tornerà mai più. Loro hanno bisogno di un avversario, senza di quello mostrerebbero la pochezza della loro ideologia, si verrebbe a conoscere il fallimento di infiniti esperimenti dal sociale al politico che hanno avuto in tutti i luoghi dove hanno avuto la possibilità di governare.

Ma come è potuto succedere che popolazioni intere abbiano abbracciato il comunismo per poi lasciarsi massacrare? Non è difficile capirlo, il comunismo mostra la sua faccia buona ed ecco che “libera” gli omosessuali per poi rinchiuderli in manicomio una volta al potere. Parla al cuore dei meno fortunati, a quelli che la sorte ha dato un fisico imperfetto, ai diseredati per poi eliminarli perché non c’è spazio perché non “produttivi”. Ecco, che le promesse di “felicità” (gratis) fanno presa sulla gente che acclama, vuole il comunismo e non si accorge che dietro la caramella, la faccina sorridente c’è un cobra che aspetta solo di azzannarti. Mi domando come è possibile che dopo quello che si è saputo dell’ex URSS, della Cina, di Cuba, della Corea, di tutti gli sventurati paesi che hanno conosciuto il comunismo ci sia ancora qualcuno che additi al fascismo come il “male” quando il comunismo è ancora tra di noi. Mi rivolgo a tutti i giovani che sono “caduti nella tela del ragno”, svegliatevi che continuando così, prima o poi toccherà anche a voi …

Il comunismo italiano

MACICCHINI EVA
Milano 17 gennaio 1947 il corpo di Eva Maciacchini uccisa dalla volante rossa, rinvenuto in un prato presso lambrate

Fu costituito a Livorno, il 21 gennaio 1921 col nome di Partito Comunista d’Italia, mutato poi in quello di Partito Comunista Italiano nel corso della II guerra mondiale . La fondazione del P.C.I. fu opera di gruppi dell’estrema sinistra del Partito Socialista. Il P.C.I., guidato nei primi anni da Bordiga e Gramsci, perseguì come compito immediato quello di crearsi un’organizzazione fortemente centralizzata e rigida per guidare il proletariato all’attacco di uno Stato borghese sommamente indebolito dal conflitto mondiale, respingendo qualsiasi collusione col Partito Socialista che aveva fallito la prova rivoluzionaria . La nuova linea di fronte unico venne portata avanti dal gruppo gramsciano, che tra il 1923 e il 1925 capovolse i rapporti di forza all’interno del partito ed emarginò gli uomini della precedente maggioranza. L’alleanza con le forze socialiste, diventata indispensabile di fronte alla reazione del fascismo (passato alla fine del 1926 al regime totalitario), costringeva intanto il P.C.I., incarcerato Antonio Gramsci, ad agire nella clandestinità. Palmiro Togliatti, dall’estero, assunse assunse la guida del partito (1927) sotto la tutela moscovita. Il partito fu così partecipe, al vertice, degli scontri di frazione nel P.C.U.S. che videro vincitore Stalin e che non mancarono di avere profonda eco tra i comunisti italiani. Le divergenze sulla strategia unitaria e i comportamenti specifici del partito in Italia portarono a lacerazioni ed espulsioni. Ciò non impedì a Togliattidi spingere il partito a moltiplicare i suoi collegamenti di massa durante il periodo della grande crisi economica (1929-34) e successivamente a sviluppare l’azione unitaria. Sono di questo periodo l’organizzazione di scioperi in alcune fabbriche e nelle campagne, la stipulazione dei patti di unità col Partito Socialista, i collegamenti col movimento di “Giustizia e Libertà”, la partecipazione alla guerra di Spagna nelle Brigate internazionali. L’opposizione al fascismo, sempre più incisiva, portò alla preparazione degli scioperi del 1943 e alla lotta partigiana. Togliatti, tornato in Italia nella primavera del 1944, preferì alla via rivoluzionaria l’alleanza con gli altri movimenti di massa per creare insieme uno Stato democratico e progressista ad ampia base popolare. Partecipe della coalizione di governo fino al maggio 1947, il P.C.I. fu costretto all’opposizione dalla spaccatura del mondo in due blocchi ideologici e dalla rottura dell’alleanza politica antifascista espressa dai C.L.N. Ciò non impedì al P.C.I. di riproporre il suo programma per assumere responsabilità dirette nella gestione della cosa pubblica, anche in presenza di gravi tensioni interne di crisi serie nel movimento comunista internazionale.

Comunismo

dislocazione dei campi di lavoro cubani
dislocazione dei campi di lavoro cubani

Mai nessuna epoca e civiltà aveva teorizzato e messo in opera un progetto tanto globale ed ordinato di “rieducazione” dell’uomo o di “eliminazione” di ogni dissenso come il Novecento! Il termine “campo di concentramento” è d’invenzione sovietica: fu usato per la prima volta in una circolare del 4 giugno 1918 dopo la rivoluzione d’Ottobre in Russia, con Lenin. Il lager sovietico è conosciuto come gulag, termine che significa “amministrazione generale dei campi di lavoro correzionale”; si deve alla monumentale opera di denuncia svolta da Aleksandr Solzenicyn l’aver fatto conoscere al mondo il lager comunista. Là finirono la loro esistenza zaristi, cosacchi e dissidenti della prima ora come gli insorti di Kronstadt.

Con la caduta dell’URSS si sono aperti gli archivi politici dell’impero sovietico e ora si cominciano a pubblicare nel mondo i segreti su Lenin, il fondatore dell’unione sovietica. Una commissione parlamentare russa presieduta dallo storico Dimitri Volkogonov composta di una ventina tra storici e deputati, in due anni ha lavorato togliendo il segreto a circa 78 milioni di dossier.

Fosse comuni nei gulag
Fosse comuni nei gulag

Interessantissimo il fascicolo riguardante Lenin, un complesso di 3.724 documenti tra lettere, appunti e direttive “tutti autografi”. I documenti “sono terribili. Portano le prove che la storiografia ufficiale non era che una trama di menzogne. Vladimir Il’ic Lenin, il semi-dio che la gente ha venerato per 70 anni non era la guida magnanime ma un tiranno cinico, pronto a tutto pur “di prendere e conservare il potere”. Ad esprimersi in questi termini è lo stesso Volkogonov. Ma continua lo storico: “Un documento che ho letto decine e decine di volte per convincermi che a scriverlo era stato proprio quel Lenin che avevo tanto ammirato e rispettato, è una direttiva indirizzata ai bolscevichi affinché reprimano – nell’estate 1918- una rivolta di Kulaki (i contadini russi) contro le confische. Scrive Lenin: “Impiccare – e dico impiccare in modo che la gente lo veda – non meno di cento kulaki, ricconi, sanguisughe riconosciute(…) Fatelo in modo che la gente tremi a centinaia di chilometri da lì e dica : -Questi fanno sul serio…”

Perciò fu Lenin – e non già Stalin – il vero padre del Terrore rosso e dello stesso gulag. Nel suo libro, pubblicato in Francia dal titolo Il vero Lenin Volkogonov dimostra- documenti alla mano – che il primo campo di concentramento venne aperto a soli otto mesi dalla rivoluzione ,nel luglio del 1918.Era a Sviajsk, nella regione di Kazan.

Dislocazione dei campi "gulag" sul territorio dell'URSS
Dislocazione dei campi “gulag” sul territorio dell’URSS

Poi ne comparvero a centinaia come i funghi dopo la pioggia. Così il 20 aprile 1920,il Politburo presieduto da Lenin approvò la costruzione di un campo destinato a dieci – ventimila prigionieri a Ukta nel grande Nord. Ma la Sezione punitiva del Commissariato del popolo su una duplice direttiva di Lenin aveva emanato già il 23.7.1918,ad appena nove mesi dalla Rivoluzione d’ottobre, le “Istruzioni provvisorie sulla privazione della libertà” con la quale noi oggi datiamo l’inizio ufficiale dei gulag. Lenin giustificava le sue direttive sulla base di due considerazioni:

a) “Salvaguardare la Rivoluzione Sovietica dai nemici di classe isolando questi in campi di concentramento”(viene in mente Robespierre che per salvare la Rivoluzione Francese instaura il Terrore…e decreta lo sterminio della Vandea!) ;

b) “Rinchiudere i sospetti (non i colpevoli ma i sospetti! Anche qui viene in mente che la Convenzione aveva votato una legge dei sospetti) in un campo di concentramento fuori della città”. [Cfr.Lenin,Opere complete,ed. russa e Raccolta di leggi, 1918,n.65 pag.710]

Nel complesso si calcola che sotto Lenin siano morti nei gulag o giustiziati per antisovietismo un milione di persone. Il calcolo è approssimativo. Non bisogna però scordare che la guerra civile orchestrata da Lenin uccise tredici milioni di persone fra il 1918 e il 1921. Tredici milioni in soli tre anni (Corriere del 7.6.1995)

Kurganov,professore di statistica emigrato negli USA ha calcolato che la repressione interna sia costata dall’inizio della Rivoluzione d’Ottobre del ’17al 1959 circa 66 milioni di persone! [cfr.vol.II di “Arcipelago Gulag”,ed.Mondadori]

Le testimonianze dai lager sovietici richiederebbero una scelta e una indagine ben più ampie della presente, sia in considerazione del fatto che il comunismo ha funestato la storia per un arco di tempo decisamente più lungo rispetto al nazismo,(dal 1917 al 1990) sia perché i lager sovietici presentavano una variegata molteplicità di forme repressive : carcere a regime duro, trattamento psichiatrico…
Le testimonianze che seguono esprimono il “positivo” e le “energie” insospettate di cui l’uomo è capace…anche nel gulag ! Fin dal suo primo sorgere, il lager sovietico ha avuto come scopo quello di piegare l’ insopprimibile anelito alla libertà che alberga il cuore umano fondato su realtà più forti dell’istinto di conservazione come la coscienza o la fede. E’ una scelta che l’uomo sente di dover fare : “servire” la menzogna o “essere” un “uomo”, consci che finendo nel gulag, il rischio di perdere vita, salute, carriera e affetti è assicurato! Il fenomeno stesso del dissenso è irriducibile ad una semplice opposizione di tipo politico: esso rimane nella storia a testimonianza di un quid che nell’uomo non si può comprimere in un’idea né in un desiderio di “pace” senza verità (pax sovietica)

Campo di lavoro in Siberia
Campo di lavoro in Siberia

Nello sviluppo dei gulag si possono osservare tre fasi: la prima, dal 1920 al 1929. E’ il periodo più “facile”: nei campi si mangia poco ma non si muore di fame, c’è qualche spazio di libertà, il lavoro è di 8 ore. La seconda fase, dal 1929 al 1940. Il regime individua nei detenuti un’enorme riserva di forza lavoro gratuita che deve essere usata per lanciare i “grandi cantieri dell’edificazione socialista”. L’industrializzazione forzata del paese e la collettivizzazione delle campagne viene perseguita oltre che col terrore sfruttando il lavoro dei prigionieri. Il detenuto da questo momento è sfruttato al massimo. All’orario di lavoro si sostituisce la <> una quantità assegnata di lavoro quotidiano che deve essere portata a termine ad ogni costo. Ad esempio, fra il 1930 e il 1933 viene scavato dai detenuti il canale Mar Baltico – Mar Bianco: 227 km in due anni e mezzo( mentre per Suez, 160 km ci avevano messo 10 anni) ma il costo è di 250 mila vittime! Allo stesso modo vennero costruiti parte della Transiberiana, le due centrali idroelettriche maggiori del paese, la metropolitana e l’università di Mosca. Terza fase, 1941/1953 è il periodo più duro. A causa della guerra i viveri scarseggiano, lo sfruttamento è estremo! Oltre il Circolo Polare Artico vengono aperti molti campi per sfruttare le miniere d’oro e di diamanti. Questi campi vengono chiamati il “crematorio bianco” dove lo sterminio avviene senza il bisogno delle camere a gas e dei forni crematori.(Questi ultimi dati si trovano nella rivista La nuova Europa a cura di Dall’Asta)

Comunismo : Le vittime Italiane

Nella lunga serie di capitoli che scandiscono la storia criminale del totalitarismo comunista quello sulle vittime italiane dello stalinismo è ancora in gran parte da scrivere, nè si può dire se sarà  mai possibile tracciarne un quadro compiuto rinvenendo nei labirinti degli archivi segreti i segni di tante esistenze risucchiate nel nulla.
Lo dimostra anche l’agghiacciante notizia trasmessa alle agenzie occidentali dall’associazione “Memorial” di Mosca – un gruppo di ex dissidenti e di storici che da tempo sta cercando di sottrarre all’oblio il destino tragico di tante vittime che lastricarono la costruzione del comunismo in Unione Sovietica – e compiutamente ripresa da noi soltanto da “la Repubblica” e da pochi altri giornali, e in Tv solo dal Tg4.
In una dacia a pochi chilometri da Mosca si è rinvenuto uno dei cimiteri in cui finirono i resti di coloro che la polizia politica arrestava all’alba – “l’ora del lattaio…”, come ebbe a dire Josip Mandel’stam – dopo che qualcuno, il più delle volte per salvare se stesso assicurandosi qualche gallone al merito, li aveva accusati di deviazioni dalla linea rivoluzionaria o di tradimento della lotta di classe. Un immenso ossario di circa 6.500 persone, finite in genere con un colpo alla nuca dopo un processo farsa se sopravvissute alle torture che venivano loro inflitte per fargli confessare inesistenti trame controrivoluzionarie, o per dimostrare il loro reale dissenso rispetto alla condotta che Stalin e i suoi accoliti avevano impresso al partito.
Il capo dei torturatori divenne un nome celebre negli annali nel comunismo sovietico: era Genrikh Iagoda l’antico compagno di Lenin, rivoluzionario della prima ora e già  capo della Ceka, poi dirigente dell’Nkvd, e come tale installatosi con i suoi macellai nella bella villa alle porte della capitale, immersa in un grande bosco, tanto grande da poter ospitare, una dopo l’altra, le salme delle migliaia di disgraziati che vi affluirono nella seconda metà  degli anni ’30. Pare fossero tutti esponenti a vari livelli del partito comunista sovietico e dei partiti occidentali: di certo vi lasciò la vita “il nemico numero uno della rivoluzione”, come ebbe a definirlo Stalin, ossia il deviazionista “di destra” Nicolaj Bukharin che aveva osato sfidare “il piccolo padre”.
I documenti rinvenuti da “Memorial” ci dicono che fra i tanti cadaveri si trovano anche i resti di alcuni italiani assassinati nel 1938: un ingegnere, un musicista, un cineasta, un regista, un operaio torinese. In realtà  si trattava di attivisti politici comunisti che si erano da tempo rifugiati in Urss per sfuggire alle condanne inflitte loro dal regime fascista o per salvarsi dagli squadristi: nomi certo non sconosciuti come quello del marchigiano Renato Cerquetti o di Lino Manservigi, l’operaio Lancia già  dirigente della giovent๠socialista torinese, fra i protagonisti dell’occupazione delle fabbriche del ’20, poi passato con il Pcd’I nel ’21 e che aveva scelto volontariamente di vivere in quella che credeva la patria del socialismo.
Dall’Italia partirono almeno duecento quadri comunisti per non fare più ritorno. Un vecchio calcolo fatto da Guelfo Zaccaria certamente per difetto: Dante Corneli, “il redivivo tiburtino”, colui che inopinatamente ricomparve a Tivoli suo paese natio dopo 50 anni in Unione Sovietica, di cui 24 trascorsi ai lavori forzati nell’inferno polare delle miniere di Vorkuta, e che dedicò quelli che gli rimasero da vivere a rintracciare prove e protagonisti di una storia cui nessuno voleva credere, ha elencato nomi e cognomi di qualcosa come 500 vittime italiane dello stalinismo, ma altre fonti parlano di 600.
Dovrebbe far riflettere che i libri che Corneli dette alle stampe fra la fine degli anni 70 e gli 80 furono ben una ventina: una serie di libretti e opuscoli in modesta brossura bianca che lo sventurato operaio pagò a proprie spese, così come condusse con sue risorse, aiutato da pochi, le pazienti ricerche per ritrovare famiglie e conoscenti. Una produzione che circolò in Italia alla stregua di samizdat semiclandestini: se li scambiavano sommessamente alcuni studiosi, circolavano fra i vecchi militanti, ma l’autocensura comunista era tale che nessuno osava parlarne apertamente. Neanche l’autobiografia che la casa editrice La Pietra pubblicò nel 1977 smosse veramente qualcosa. Così come non riuscì a scalfire gran che il volume di memorie della più nota dirigente comunista torinese Felicita Ferrero che, nel suo “Un nocciolo di verità ” del 1978, aveva ben descritto il meccanismo psicologico del terrore, raccontando come sul finire degli anni 30 negli uffici di Radio Mosca, il suo osservatorio privilegiato, le scrivanie si spopolassero ogni mattina di più senza che nessuno osasse chiedere perchè… Più scalpore fece la pubblicazione delle lettere del giovane operaio torinese Emilio Guarnaschelli arrivato a Mosca pieno di illusioni nel 1933 e morto di stenti in Siberia nel 1939 (Garzanti, 1982).
Ma sostanzialmente nella sinistra comunista non si innescò mai un serio dibattito storico che avrebbe significato rimettere in discussione non solo l’operato di Togliatti, che dai vertici del Comintern e delle organizzazioni comuniste internazionali non potè non sapere del massacro degli italiani e nulla fece per impedirlo, ma anche la storia del partito, delle sue connivenze e delle sue complicità , e soprattutto la natura totalitaria del comunismo. Fu questo il limite invalicabile del dibattito quando venne meno la consegna del silenzio: salvare l’ideologia comunista ammettendo le sue degenerazioni. Lo stalinismo si riduceva ad una deviazione dai giusti principi e aveva quindi portato a conseguenze così tragiche.
Anche in casa socialista mancarono coraggio e iniziative politiche: dopo la svolta del ’56 che mise fine al filosovietismo in cui il Psi, unico fra i partiti socialisti occidentali era andato a cacciarsi, bisognò aspettare la felice stagione di “Mondoperaio” sotto la direzione di Federico Coen per prendere di petto il problema e affrontarne le radici teoriche; ma soltanto nel 1988 il partito si decise a promuovere un grande convegno politico-culturale su “Lo stalinismo nella sinistra italiana” che, certo, fece discutere, ma oramai eravamo alla vigilia della caduta del Muro.
Che l’argomento non sia stato digerito neppure adesso dai nostrani postcomunisti lo dimostra la recente intervista a “La Stampa” dell’on.le Violante che continua a parlare di degenerazioni staliniane rispetto ai nobili principi dell’ideologia comunista, come se il leninismo non fosse stato anch’esso implacabilmente feroce e come se quella ideologia – l’egualitarismo fra gli uomini per mezzo dell’eliminazione delle classi sociali – non avesse provocato in tutti i paesi in cui si tentò di attuarla cumuli di cadaveri e disgrazie quali l’umanità  nella sua sofferta storia non aveva mai visto.
Brucia il parallelismo noltiano fra totalitarismo nazista e comunista: certo sono fenomeni complessi con motivazioni, sviluppi e strutture organizzative assai diversi e solo arbitrariamente paragonabili. Ma forse che i metodi di Iagoda non sono sinistramente simili a quelli di tutte le dittature militari e non di questo mondo? L’Urss fu qualcosa di più insidioso di una dittatura: fu uno stato ideologico totalitario di massa, ove il controllo dei singoli era implacabile, imprevedibile e strumentale rispetto alla lotta di potere e, data l’arretratezza economica del paese, anche rispetto alle sue esigenze di sviluppo; si ricordino ad esempio i lavori forzati per costruire le grandi vie di comunicazione con le massicciate della Transiberiana e i grandi canali in cui si cementificavano anche i cadaveri dei poveretti che vi morivano lavorando.
Eppure, il ghigno ripugnante di Pinochet dietro cui si celano 3.500 vittime cilene, per cui giustamente lo perseguono i tribunali internazionali, non è molto diverso da quello degli aguzzini della Ghepè e dei loro mandanti politici e i loro sistemi di inquisizione e di eliminazione presentano troppe macabre somiglianze per non autorizzare certi parallelismi.