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Settantatre’ risoluzioni dell’Onu di condanna a Israele

E’ il titolo di un’articolo che va per la maggiore su internet. Addirittura è distribuito come documento comprovante la criminale politica dello stato d’Israele che non rispetta le risoluzioni dell’ONU.

Ma questo articolo dice il vero? Le sue affermazioni e riferimenti sono obiettive o faziose?

Come manipolare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu :

Si immagini di assistere a una partita a scacchi e di cercare di capire le mosse dei pezzi neri senza poter vedere i pezzi bianchi. O di assistere alla differita di una partita di calcio dalla quale siano stati tagliati i fischi dell’arbitro verso una squadra per dare l’impressione che il gioco dell’altra sia inutilmente aggressivo e scorretto. Questa piu’ o meno e’ l’operazione che hanno fatto gli autori (anonimi) di un documento che ultimamente va per la maggiore su internet.

Titolo: “Settantatre’ risoluzioni dell’Onu di condanna a Israele”. Sottotitolo (insinuante): “Nessun ispettore, nessuna guerra per farle rispettare”. Segue un nudo elenco di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che “esprimono condanna all’operato di Israele”, citate per numero e data e accompagnate da brevi “estratti che ne illustrano il contenuto”. Insomma: un documento che parla da se’, che non ha bisogno di commenti tanto e’ evidente il torto di Israele.

E invece di commenti ha bisogno eccome. Per questo ci sentiamo costretti a tornare, con maggiore dettaglio, su un tema gia’ affrontato su queste pagine (Vedi NES ott. 2002: Il falso parallelo).

Innanzitutto le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza non sono tutte uguali. Vi sono quelle approvate sulla base del Capitolo 6 della Carta delle Nazioni Unite e quelle sulla base del Capitolo 7.

Il Capitolo 6 si intitola “Composizione pacifica dei conflitti” e afferma (art. 33) che “le parti in causa in un conflitto […] dovranno innanzitutto cercare una soluzione […] con mezzi pacifici”. Quando il Consiglio vota sulla base del Capitolo 6 e’ come se dicesse agli Stati in guerra fra loro: “Dovete negoziare per comporre il conflitto e dovete farlo sulla base delle linee che vi indico”. Il Capitolo 7, invece, si intitola “Azioni in caso di minacce alla pace, violazioni della pace e atti di aggressione”. Gli articoli di questo Capitolo conferiscono al Consiglio la responsabilita’ di individuare le minacce alla pace mondiale e gli danno facolta’ di varare risoluzioni con valore esecutivo e vincolante, autorizzando la comunita’ internazionale a ricorrere a varie forme di coercizione per ottenere la loro applicazione, dalle sanzioni fino all’uso della forza militare. Quando il Consiglio vota sulla base del Capitolo 7 e’ come se dicesse a uno Stato: “Il tuo comportamento mette in pericolo la pace del mondo: o ti adegui a quanto di dico di fare o interveniamo con la forza”.

Ora, come ricordava qualche mese fa anche l’Economist (10.10.02), “nessuna delle risoluzioni a proposito del conflitto arabo-israeliano e’ stata emanata ai sensi del Capitolo 7. Imponendo sanzioni anche militari contro l’Iraq, ma non contro Israele, l’Onu non fa che rispettare le sue stesse regole interne”. E aggiungeva: “Che le risoluzioni ai sensi del Capitolo 7 siano diverse, e che nessuna di esse sia stata approvata contro Israele, e’ un fatto riconosciuto dagli stessi diplomatici palestinesi”, che infatti se ne lamentano. Quella irresponsabile minaccia nel titolo del documento (”nessuna guerra per farle rispettare”) puo’ essere stata scritta solo da una persona molto ignorante o in mala fede.

Vale la pena sottolineare che la distinzione fra Capitolo 6 e Capitolo 7 non e’ puramente formale. Essa riflette due situazioni politiche completamente diverse. In un caso, infatti, il Consiglio di Sicurezza individua nel regime iracheno e nei suoi comportamenti una minaccia alla stabilia’à e alla pace regionale e mondiale. Pertanto il Consiglio esige da quel regime comportamenti diversi, pena il ricorso alla forza. Nell’altro caso, invece, il Consiglio di Sicurezza deve promuovere la composizione di un conflitto arabo-israeliano pluri-decennale che vede coinvolte piu’ parti, ognuna con le proprie responsabilita’. Ma gli autori del documento vogliono che le responsabilita’ siano solo di Israele e dunque riportano, di molte risoluzione, solo la parte che si rivolge a Israele, convenientemente scordando l’altra parte, quella che si rivolge agli arabi. Appunto, come una partita truccata.

Cosi’ ad esempio, e’ vero – come dice il documento – che le risoluzioni 1402 e 1403 (2002) chiedevano “alle truppe israeliane di ritirarsi dalle citta’ palestinesi”. Ma chiedevano anche e contemporaneamente “l’immediata cessazione di tutti gli atti di violenza, compresi tutti gli atti di terrore, provocazione, istigazione”. In sostanza il Consiglio di Sicurezza ribadiva che solo un cessate il fuoco “significativo” (meaningful, nel testo originale), cioe’ non a parole, unito a un ritiro israeliano dalle ultime posizioni rioccupate, avrebbe permesso la ripresa del negoziato di pace. Tacendo mezza risoluzione, gli autori del documento fanno dire al Consiglio che Israele doveva ritirarsi senza se e senza ma, mentre i palestinesi potevano continuare con spari e attentati. Giudichi il lettore se e’ la stessa cosa.

Allo stesso modo, e’ vero – come dice il documento – che la risoluzione 1435 (2002) chiedeva a Israele “la fine immediatamente delle misure prese a Ramallah e dintorni” e “il rapido ritiro delle forze di occupazione israeliane dalle citta’ palestinesi”. Ma e’ vero anche che essa ribadiva “la richiesta di una completa cessazione di tutti gli atti di violenza, terrorismo, provocazione istigazione”, e faceva “appello all’Autorita’ Palestinese affinche’ adempia al suo esplicito impegno di garantire che i responsabili di atti terroristici vengano da essa assicurati alla giustizia”. Ma di nuovo, questa parte della risoluzione e’ scomparsa.

Il piu’ delle volte il Consiglio di Sicurezza, quando chiama in causa Israele, formula anche contemporaneamente precise richieste alle controparti arabe, e cio’ per la ovvia considerazione che la pace in Medio Oriente non puo’ essere fatta da una parte soltanto. Ma questo e’ appunto cio’ che gli autori del documento non vogliono capire (o farci capire).

Non basta. Gli autori non omettono solo pezzi di risoluzione. Omettono anche intere risoluzioni. Ad esempio, per restare nel 2002, non viene citata la 1397. Come mai? Forse perche’ esprimeva “grave preoccupazione […] per i recenti attentati”, chiedeva “l’immediata cessazione di tutti gli atti di violenza, terrorismo, provocazione, istigazione” ed esortava “le parti israeliana e palestinese e i loro dirigenti a cooperare nella realizzazione del piano Tenet e del Rapporto Mitchell, allo scopo di riavviare i negoziati per una composizione politica”: tutte cose che la parte palestinese, non quella israeliana, si e’ rifiutata di fare.

Vistosa, poi, l’assenza di una delle piu’ importanti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza di tutta la storia del conflitto: la 242 del 1967. Di nuovo, come mai? Forse perche’ chiedeva (agli arabi, ovviamente) la “fine di ogni stato di belligeranza” e il “riconoscimento del diritto [di Israele] di vivere in pace entro confini sicuri e riconosciuti, libero da minacce o atti di forza”?

Della 425 (1978) si dice che “ingiungeva a Israele di ritirare le sue forze dal Libano”. Ma non si ricorda che chiedeva anche il ripristino della pace al confine israelo-libanese e un “rigoroso rispetto della integrita’ territoriale, sovranita’ e indipendenza politica del Libano”, tutte cose che truppe siriane, milizie palestinesi, agenti iraniani e terroristi Hezbollah non si sognano minimamente di fare. Ne’ viene riportata la Dichiarazione del 18 giugno 2000 con cui il Consiglio di Sicurezza certificava che “Israele ha ritirato le sue forze dal Libano in conformita’ con la risoluzione 425″.

Ancora piu’ curioso il fatto che l’elenco delle risoluzioni viene fatto iniziare con la n. 93 del 18 maggio 1951. Eppure il conflitto arabo-israeliano scoppia almeno tre anni e mezzo prima, con il rifiuto arabo della risoluzione di spartizione 181 dell’Assemblea Generale dell’Onu (29.11.47) e l’attacco degli eserciti arabi a Israele. Prima della 93 (1951) a noi risultano non meno di 21 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, tra cui quelle – ufficialmente respinte dai governi arabi – che chiedevano il cessate il fuoco e il rispetto della 181.

Non manca, invece, la risoluzione 487 del 19 giugno 1981: quella che condannava “con forza” la distruzione del reattore nucleare iracheno di Osirak da parte dell’aviazione israeliana. Una risoluzione che, riletta oggi, basta da sola a screditare l’Onu agli occhi degli israeliani e di chiunque abbia a cuore la pace e la stabilita’ internazionali.

Resta da fare un’ultima considerazione, di carattere storico-politico. Tutti sanno che i paesi arabi, ripetutamente sconfitti in campo aperto, hanno fatto costantemente ricorso al terrorismo (dai feddayin degli anni ‘50 fino agli Hezbollah degli anni ‘80 e ‘90) per esercitare una continua pressione militare ai confini e all’interno dello Stato di Israele. L’hanno fatto organizzando, finanziando, addestrando, capeggiando varie formazioni “guerrigliere” palestinesi, nella consapevolezza che l’Onu avrebbe dovuto per forza condannare le “violazioni” delle linee d’armistizio fatte da uno Stato (Israele), ma non avrebbe mai potuto condannare allo stesso modo le “violazioni” (infiltrazioni, attentati, stragi di civili) fatte da formazioni irregolari (i terroristi) che provocavano la reazione d’Israele. Un trucco palese, persino dichiarato, che non inganna piu’ nessuno. Salvo i “volonterosi” autori del documento e i loro sfortunati lettori.

Israele.net

Afganistan, stranezze e misteri del rafforzamento italiano

di Gianandrea Gaiani

(NdB, ma perchè i politici non si preoccupano delle strategie lasciando i militari di fare in pace il loro mestiere?)

2 agosto Il rafforzamento del dispositivo militare italiano schierato in Afghanistan è stato confermato dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa, prima durante la visita a Herat per “verificare sul campo le condizioni effettive di sicurezza e la possibilità di incrementarle” e poi in Parlamento il 28 luglio.Tra le misure annunciate alcune risultano chiare e importanti, altre suscitano perplessità e altre ancora sembrano del tutto fuori luogo. Vediamole una ad una.

A-129 Mangusta
L’invio di una quarta coppia di elicotteri da combattimento (ma La Russa non esclude l’invio di altri A-129 in futuro) consentirà di dare respiro alle 6 macchine schierate a Herat, Farah e Qal-i-Now impiegate senza sosta negli ultimi due mesi per appoggiare l’offensiva su Bala Murghab e respingere gli attacchi talebani a Farah. In due anni di operazioni in Afghanistan i velivoli della Brigata Friuli si sono dimostrati insostituibili nel supporto di fuoco ravvicinato e i due rinforzi aggiungeranno volume di fuoco all’Aviation Battalion, l’unità tattica che l’Aviazione dell’Esercito ha costituito a Herat raggruppando i Mangusta, i 4 CH-47 e i 3 AB-412 appena arrivati, in un’unità operativa indipendente dalla Joint Air Task Force dell’Aeronautica dalla quale dipendono ora solo i 2 Tornado (più 2 in arrivo) , i 2 Predator e i 3 AB 212 di Aeronautica e Marina.

Predator
L’aumento degli UAV da 2 a 3 o 4 è sicuramente utile ad aumentare le capacità di sorveglianza ma non è un vero rinforzo. In realtà già l’anno scorso i Predator erano 3 poi uno è stato ritirato dall’Afghanistan forse per le esigenze interne legate al vertice del G-8 a L’Aquila. L’impiego degli UAV nella lotta agli ordigni improvvisati (IED) richiede anche nuovi software per l’analisi del terreno mentre sarebbero utili anche un po’ di armi imbarcate per poter colpire direttamente le forze nemiche individuate senza dover dirottare sul bersaglio altri velivoli o forze terrestri. Un’esigenza che emergerà ancor più prepotentemente con i nuovi Reaper acquistati dall’Aeronautica, macchine con una grande capacità di carico bellico che americani e britannici impiegano sempre più di frequente in azioni di guerra ma che l’Italia ha acquisito disarmati, privi cioè di bombe e missili.

Lince o Freccia ?
Sulla protezione offerta dai mezzi terrestri il ministro ha fatto bene a precisare in Parlamento che “la sicurezza al cento per cento non può esistere” anche se il dibattito apertosi dopo la morte del caporal maggiore Alessandro Di Lisio sulla bontà del Lince si è subito trasformato in farsa.
Anche l’ultimo attentato ha dimostrato la validità del Lince considerato che i tre militari all’interno del mezzo hanno riportato solo contusioni e lievi ferite, le stesse subite da altri militari italiani colpiti a bordo dei Lince da una ventina di Ied dal 2007 a oggi nei quali una dozzina di Lince hanno subito danni gravi mentre i feriti più seri sono sempre stati i mitraglieri esposti sulla “ralla”, la piattaforma girevole situata sul tetto del mezzo sulla quale è installata una mitragliatrice. L’esposizione del mitragliere, imposta dall’esigenza che ogni veicolo possa combattere, è un problema noto alla Difesa e il 16 giugno il ministro Ignazio La Russa parlò di “migliorare la sicurezza dei militari che stanno fuori dai blindati”. La soluzione è rappresentata dall’adozione di torrette automatizzate “a controllo remoto” equipaggiate con mitragliatrici e visori e manovrate dai militari dall’interno del Lince. I britannici, che a causa degli Ied hanno perduto i tre quarti dei 191 soldati caduti in Afghanistan, stanno acquistando diversi tipi di veicoli protetti inclusi 450 Lince, ribattezzati Panther, dotati di una torretta prodotta da Bae Systems e armata con una mitragliatrice da 12,7 millimetri. Anche i blindati Puma utilizzati dagli alpini nell’area di Kabul presentarono la stessa problematica che causò la morte di quattro soldati, uccisi da due Ied nella Valle del Mushai nel 2006, ma solo alla fine del 2007 vennero dotati di torrette Oto Melara, le Hitrole che in versione più leggera potrebbero esser installate anche sui Lince. Non ha molto senso invece l’annuncio dell’invio del ruotati Freccia definiti più protetti dei Lince. Innanzitutto si tratta di macchine diverse per ingombro e pesi (meno di 7 tonnellate il Lince, ben 27 il Freccia) e poi sono mezzi che hanno compiti diversi. Il Freccia è un veicolo da combattimento trasporto truppe, destinato alle Brigate Medie per portare una squadra di fanti sul campo di battaglia. Derivati dai Centauro hanno lo scafo piatto anche se sono stati dotati di protezioni specifiche contro le IED. Il loro impiego non avrebbe la stessa versatilità del Lince che nella sua categoria non teme rivali quanto a protezione come dimostrano i 2.500 esemplari ordinati da dieci eserciti molti dei quali proprio per impiegarli in Afghanistan. Sulla mulattiera che da Herat conduce a Bala Murghab, nelle montagne della provincia di Badghis, i Lince in alcuni tratti transitano sfiorando su entrambi i lati le pareti di roccia. I Freccia non ci passerebbero. Si è parlato anche dell’invio dei corazzati da combattimento Dardo, più pesanti e protetti dimenticando che 8 Dardo sono già da 2 anni operativi nell’ovest afgano. Si sono distinti in diversi combattimenti ma i Dardo (come i Freccia) non possono essere impiegati ovunque in Afghanistan e soprattutto non possono sostituire i Lince.
E la potenza di fuoco?
Il dibattito si è incentrato sulla necessità di offrire maggiore protezione alle truppe sul terreno mentre poco interesse sembra suscitare la necessità di incrementare la potenza di fuoco, specie a lunga distanza. Finora il supporto di fuoco “pesante” è stato garantito dagli elicotteri Mangusta e dai mortai da 120 millimetri, peraltro giunti in Afghanistan solo nella primavera scorsa. Bocche da fuoco che a Bala Murghab come nella valle del Mushai hanno decimato i talebani con un tiro accurato grazie anche agli acquisitori degli obiettivi del 185° reggimento. Altri contingenti (USA, Canada, Gran Bretagna e Olanda) impiegano da tempo e con successo obici da 155 millimetri con gittate ben superiori ai 13 chilometri dei mortai Thomson–Brandt. Gli olandesi in particolare hanno impiegato nella provincia di Oruzgan i semoventi Pzh-2000 in servizio anche presso l’esercito italiano. Una decina di semoventi di questo tipo, posizionati a coppie nelle basi più esposte soprattutto nelle province di Farah e Herat consentirebbe di tenere sotto tiro quasi tutti i potenziali bersagli garantendo una precisione accurata fino a 40 chilometri e tutta la potenza di un obice di questo calibro.

Tutti all’Ovest
La notizia più importante circa il rafforzamento del dispositivo italiano riguarda la prossima concentrazione di tutte le forze italiane nell’Ovest. In autunno, quando il 186° reggimento Folgore lascerà la base di Camp Invicta alla periferia di Kabul verrà rimpiazzato da unità alleate (probabilmente francesi o turche). La fine della presenza italiana nel settore di competenza del Regional Command Capital permetterà di dislocare il Battle group italiano nell’area di Shindand, tra Herat e Farah, uno dei punti più caldi dell’ovest all’imbocco della Zerkoh Valley controllata dai talebani.. In questa zona oggi è presente solo un piccolo reparto di forze speciali afgane e americane mentre nella vicina base di Adraskan una cinquantina di carabinieri addestrano i reparti scelti della polizia afgana. I battaglioni di fanteria italiani nell’ovest saliranno così a 3 ai quali si aggiunge il Battle group spagnolo destinato a operare nella provincia di Badghis ma limitato dai rigidi caveat posti dal governo Zapatero e costituito da una compagnia alla quale se ne aggiungeranno altre 2 con l’arrivo dei rinforzi di Madrid. Un anno or sono nell’ovest operava un solo Battle Group italo-spagnolo con 4 compagnie. Un potenziamento necessario dopo che il comandante alleato, generale Stanley McChrystal, ha ammesso che “nell’ovest gli insorti oppongono una resistenza più forte che in altre aree”

Tornado o Typhoon?
Non ci riferiamo all’Eurofighter Typhoon ma al veterano della Seconda guerra mondiale Hawker Typhoon impiegato dalla RAF per colpire bersagli terrestri con i cannoncini da 20 millimetri e 900 chili di razzi e bombe. Il paragone ironico tra questo pezzo da museo e i Tornado IDS della nostra Aeronautica è sorto spontaneo quando il ministro La Russa ha annunciato che i 2 Tornado schierati in Afghanistan potrebbero non occuparsi solo di ricognizione, come hanno fatto finora, ma anche di supporto alle truppe a terra dove “potrebbero intervenire utilizzando i cannoncini che hanno a bordo”. Impiegare i Tornado (recentemente aggiornati allo standard MLU con la spesa di circa 200 milioni di euro) in grado di lanciare ordigni di precisione per mitragliare i talebani con i cannoncini Mauser da 27 millimetri, come un Hawker Typhoon mitragliava le colonne tedesche nella Francia del 1944, ci sembra francamente “una boiata pazzesca”. Non certo la prima nella storia a tratti ridicola delle guerre di pace italiane anche se da questo governo e dalla sua ampia maggioiranza è lecito aspettarsi un maggiore coraggio nelle scelte “belliche”. E’ vero che in condizioni particolari o di emergenza anche i cannoncini possono dire la loro. Come accadde agli Harrier della RAF che nell’estate 2006 colpirono i talebani con i cannoncini dopo aver esaurito le bombe per dare una mano ai difensori dei fortini di Helmand assediati dai jihadisti. Un’eccezione che non cancella l’impiego standard dei jet in Afghanistan per lanciare bombe guidate come gli 8 Tornado della RAF basati a Kandahar o come i Mirage, Rafale ed F-16 degli altri alleati. Un impiego escluso però (per ora) dal ministro La Russa a conferma che il governo vuole evitare l’uso delle bombe per i possibili rischi di provocare danni collaterali, cioè scomode vittime civili che peraltro non è detto vengano evitate con raffiche di Mauser. Motivazioni che non giustificano un impiego dei Tornado improprio e anche pericoloso per il rischio di esporre i jet al fuoco delle armi automatiche dei jihadisti.

Arrivano gli AMX ?
Pare evidente che se spetta al governo decidere l’uso o meno della forza ai militari si dovrebbe poi lasciare la piena autonomia per scegliere munizioni o equipaggiamenti da impiegare nei combattimenti. Il dibattito sull’impiego dei Tornado con i cannoncini suscita ulteriori perplessità dopo che l’Aeronautica ha annunciato l’invio di 10 cacciabombardieri AMX Acol e 34 piloti di Istrana e Amendola alle esercitazione Green Flag e Red Flag presso la base aerea americana di Nellis (Nevada). Il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, generale Daniele Tei, ha precisato che il rischieramento addestrativo avrà una durata complessiva di quattro settimane e che mezzi e uomini che si addestreranno in Nevada potrebbero essere impiegati in Afghanistan a partire dal prossimo ottobre. Dell’arrivo degli AMX però in Parlamento il ministro non ha parlato. Gli AMX rimpiazzeranno probabilmente i 4 Tornado anche per la ricognizione ma potranno sparare anche loro solo con i cannoncini? Sarebbe ridicolo soprattutto se si considera i molti milioni di euro sborsati per ammodernare i velivoli, trasferirli e mantenerli iin Afghanistan. Inoltre alla Green Flag ci si addestra ad attaccare obiettivi al suolo (con le bombe guidate) in supporto alle truppe a terra in uno scenario simil-afgano. Ma allora se gli AMX andranno in ottobre a bombardare i talebani perché oggi va in scena la farsa dei Tornado “in action” solo con i cannoncini?

Napalm – Fosforo

Aggiornamento all’articolo “Falluja e le armi di distruzione di massa”. Attenzione il post è lungo ma vale la pena di leggerlo tutto, vi farete un’idea di come è nato lo scoop di RAINWES

Vorrei ricordare per chi ancora non lo avesse capito che cosa è il napalm :

Il Napalm è un derivato dell’acido naftenico o naftoico e dall’acido palmitico (si trova nelle noci di cocco).

E’ prodotto dalla saponificazione tramite alluminio dei due acidi, precipitano saponi di alluminio che vengono usati per preparare un gel altamente infiammabile.

E’ usato per costruire bombe, mine e combustibile per i lanciafiamme.
La preparazione risale al secondo conflitto mondiale precisamente nel 1942. Il nome Napalm deriva proprio da NAftenico e PALMitico che sono i maggiori costituenti.
Maggiori informazioni possono essere trovate consultando:”Encyclopedia of Chemical Tecnology” (Interscience – New York 1964) p. 888

Quindi quando mangiate il cocco e bevete dalla lattina di alluminio state facendo il di Napalm!

Per chi ancora non avesse capito : questo è quello che resta di Dresda dopo il bombardamento con il napalm, subito nella II guerra mondiale, non mi sembra che si possa paragonare a falluja.

Dresda dopo il bombardamento con il napalm
Dresda dopo il bombardamento con il napalm

 

Queste sono esplosioni del Napalm

Esplosione di una bomba al napalm
Esplosione di una bomba al napalm

 

Bombardamento con Napalm
Bombardamento con Napalm

 

Altro bombardamento al napalm in vietnam
Altro bombardamento al napalm in vietnam

 

bombardamento con napalm
bombardamento con napalm

 

Lanciatore napalm
Lanciatore napalm

 

effetti del napalm sul corpo umano
effetti del napalm sul corpo umano

Credete che se a Falluja fosse stato usato il napalm sarebbe passato inosservato? Il napalm è un liquido ed è appiccicoso, il fosforo è un metallo ed farinoso, una polverina.

Il Napalm lascia tracce di idrocarburi (riconoscibile dal tipico odore), il fosforo è inodore ( l’odore che si sente deriva dal supporto sul quale è stato depositato) e lascia depositi di fosforina che è fluorescente (avete presenti i braccialetti e le collanine che i vù gumbrà vi voglio rifilare?).

E questo è il Fosforo…bella differenza vero?

Truppe al riparo dalla cortina fumogena alimentata col fosforo
Truppe al riparo dalla cortina fumogena alimentata col fosforo

 

Soldato segnala la sua posizione con fumogeno al fosforo
Soldato segnala la sua posizione con fumogeno al fosforo

 

fosforo bianco cortina fumogena
fosforo bianco cortina fumogena

 

fosforo bianco segnalazione posizione
fosforo bianco segnalazione posizione

 

fosforo bianco lancio con artiglieria
fosforo bianco lancio con artiglieria

 

fosforo bianco lancio notturno
fosforo bianco lancio notturno

Amministrazione obama, ci sono o ci fanno?

Ma, secondo voi, quelli dell´amministrazione Obama ci sono o ci fanno? Dilettanti allo sbaraglio, voglio dire, soavi ingenui che hanno una vaghissima idea di come funziona il mondo, oppure fantocci pronti ad arrendersi di fronte a qualunque minaccia… Ci sono o ci fanno? Faccio qualche esempio.
Oggi sui giornali leggiamo che la signora Clinton, segretario di Stato nonché esempio preclaro della versione femminile dell’American Dream (la carriera a qualunque condizione), ha detto che intende combattere la pirateria in Somalia (che fra l´altro è certamente legata al terrorismo islamico) in questa concretissima maniera: “Washington valuterà anche come fare per congelare i beni dei pirati, e far sì che “gli stati si assumano la responsabilità di perseguire e incarcerare i pirati catturati” (La Repubblica). Capite, se voi vi presentate in banca, e dite “sono un pirata somalo” allora il povero bancario vi deve rispondere “mi dispiace, devo congelarle i soldi, venga di là che li mettiamo in frigo”. Se però voi siate un pirata vero e vi tenete i soldi sotto il materasso in quel paese non fornitissimo di banche che è la Somalia, o usate dei prestanome, o li girate a qualche alleato iraniano o sudanese, non possono farvi niente, neanche metterli vicino a un cubetto di ghiaccio. Che paura, eh? Intanto il governo più potente del mondo e padrone della marina di gran lunga più grande “invita gli stati” a mettere in carcere e processare i pirati: “Mi raccomando, non metteteli agli arresti domiciliari!” Quanto a noi, ci penseremo se accogliere il nostro invito o no. Ma si rende conto Clinton di cos´è la Somalia?
E la Corea? Quando i capi della più allucinante dittatura del mondo (nonché fornitrice atomica del terrorismo iraniano e siriano) hanno deciso di sperimentare un missile intercontinentale mandandolo sopra il Giappone, dopo molti sforzi l´America e il Giappone hanno ottenuto una blanda condanna dal consiglio di sicurezza dell´Onu. Per reazione, i nordcoreani hanno buttato fuori ieri gli ispettori dell´Agenzia atomica e annunciato la costruzione di nuovi reattori e la ripresa della fabbricazione del combustibile per le bombe atomiche. Come ha reagito l´America? In maniera molto, molto British e assolutamente piena di understatement: «Una decisione non necessaria», ha commentato il segretario di Stato americano, Hillary Clinton. «Speriamo che ci sia l’opportunità di discutere di tutto questo non solo con i nostri alleati, ma anche con i nordcoreani». (Il Corriere) Capite, spera di “avere l´opportunità” di parlarci… Magari si mandano un messaggio su Facebook… o un piccione viaggiatore.
Il peggio però non è lì; è sull´Iran. La buona Hilary per esempio, non è proprio sicura di cosa stiano facendo nei laboratori atomici persiani: “We don’t know what to believe about the Iranian program. We’ve heard many different assessments and claims over a number of years,” Non è la sola nel governo di Obama a non sapere cosa credere. Anche il segretario alla Difesa Gates ha sentito tante voci su questo bizzarro argomento e qualche giorno fa ha onestamente dichiarato la stessa ignoranza. Ma se non hanno idea loro dei programmi atomici iraniani, chi cavolo dovrebbe saperlo? Il sindaco di Udine? Se fossi un americano, mi preoccuperei non solo dell´ignoranza, ma anche della serenità con cui viene accolta: non sappiamo chi vincerà il campionato di Formula 1, ignoriamo il tempo previsto il mese prossimo su Rimini, non abbiamo idea di cosa combinino gli ayatollah: non si può proprio sapere tutto, no? In cambio Gates si è detto sicuro ieri, che un bombardamento israeliano “avrebbe pessimi effetti” perché “unirebbe tutto il popolo iraniano” (ma attualmente è diviso?) “contro i suoi aggressori”. Eh già, sarebbe un vero peccato. E´ per questo che l´amministrazione americana “intende impegnare l´Iran in trattative senza precondizioni di sorta” nemmeno sulla scadenza del negoziato, come ha dichiarato il portavoce della Clinton, Robert Wood, altrimenti “It could be seen as implying that Washington isn’t serious about engagement, but only using it as a bargaining tactic, […].
At worst, it could be interpreted as succumbing to Israeli demands that it only engage within a strict timeframe, regardless of US assessments that it has more time to try diplomacy than Jerusalem believes.” (Jerusalem Post) In sostanza, non bisogna fare fretta alla diplomazia iraniana, che mena per il naso tutto il mondo da quattro o cinque anni, se no gli iraniani potrebbero pensare che gli americani sono troppo alleati di Israele… La cosa importante è che loro non si agitino e non trovino antipatico il bel presidente Obama: don´t worry, be happy! Anche qui: ci fanno o ci sono? Il commento migliore l´ha fatto il capo dell´Agenzia Atomica, Muhammad El Baradei, che nonostante gli schiaffoni in faccia dall´Iran continua a essere un fautore della linea morbida, per solidarietà islamica o altrettanto islamica antipatia per Israele: E´ bene, ha detto, che dopo la “ridicola” linea aggressiva “alla Darth Veder” dell´amministrazione Bush, Obama “design an approach that is sensitive to Iran’s pride.” Capite, il presidente americano deve progettare un approccio più sensibile all´orgoglio iraniano. Diciamo, se non proprio leccare i piedi agli Ayatollah, almeno genuflettersi deve. Come ha già fatto del resto col re dell´Arabia Saudita…
O vantando nel discorso al parlamento turco “il grande contributo islamico alla costruzione degli Stati Uniti”… già, l´11 settembre. Ci sono o ci fanno?

Ammazziamoli tutti in nome del popolo italiano

Art. 2.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà  politica, economica e sociale.

Art. 3.

Tutti i cittadini hanno pari dignità  sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà  e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 32.

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Bella la nostra costituzione peccato che vale solo pochi e non per i 3500 disgraziati che attualmente si trovano in stato vegetativo senza cure, senza nulla!
3500 è una conta stimata sulle degenze ospedaliere ma la maggior parte è abbandonata a se stessa e curata in famiglia nelle case private. Una marea di persone senza voce che non ha il tempo di scendere in piazza per urlare perchè si deve prendere cura dei loro cari, perchè deve guadagnare per sopravvivere… Ma queste persone possono essere curate!

Di seguito alcune testimonianze prese da qui : http://www.salvatorecrisafulli.it/index.htm (sicuramente ci sarà qualche ignobile che leggendo la provenienza troverà il modo per imbrattare il blog con insulti)

Allora si può capire la disperazione della famiglia di Englaro. Come al solito, lo Stato, invece di impegnarsi per trovare una soluzione e fornire quei servizi che sono dovuti ai cittadini, sanciti dalla costituzione, ha preferito rimuovere il soggetto : in questo caso, Eluana.

Dove stanno i sinistri urlatori della solidarietà? Dove stanno i radicali che rivendicano la libertà individuale e la dignità dell’individuo? Dov’è la coerenza, l’onesta intellettuale? Dove sono i diritti costituzionali?

Dov’è, sopratutto, il rispetto di una costituzione che viene tirata come la pelle dello scroto solo per i propri interessi politici? Non dovrebbe essere il cittadino al di sopra di tutto? Non dovrebbe essere il cittadino al centro dell’interesse della politica?

Adesso, voi che avete urlato e che è stato soddisfatto il vostro diritto alla “morte” date spazio e voce a chi vuole il diritto alla “vita” se ne avete il coraggio e dimostrate che avete rispetto anche per i diritti altrui e non solo per i vostri.

Cristina Magrini

Cristina Magrini 42 anni, in Stato Vegetativo Permanente da 27 anni vittima di uno spaventoso incidente stradale vive a Sarzana (SP) solamente con il padre Romano di 75 anni, la madre morì 16 anni fà. La sua poca famiglia ne a viste di tutti i colori in questi lunghissimi 27 anni. Dicevamo è assistita dal padre -in questi anni abbiamo avuto massima solidarietà dalle persone comuni, al tutt’oggi non usufruisce della legge 162. La Asl gli passa un fisioterapista 2 ore al giorno Lu – Ve, non esiste l’infermiere. il Comune di Sarzana per 6 giorni la settimana gli a concesso per 3 ore al giorno (la mattina) una Assistente per pulirla. Invece la Cassa di Risparmio di La Spezia le concede una badante per 4 ore il pomeriggio per nutrirla. – Mesi addietro provai a portare mia figlia in un centro RSA rimase 20 giorni, ma poi fui costretto a riportarla via, perchè le case di riposo in generale prendono pazienti che portano la Peg, pertanto essendo che mia figlia si nutre per bocca non era un centro idoneo- “in linea di massima sono contrario all’eutanasia” – ma…. prima che mia figlia rimanga sola, quando io non ci sarò più, e se le cose rimarranno così (si riferisce alle leggi) sono favorevole al testamento biologico per farla morire.

Italo Triestino

italo Triestino, 41 anni, in Stato Vegetativo Permanente da 19 anni, vive a Fiesco (CR) con i genitori 71 e 66 anni. Si nutre dalla bocca, no tracheotomia, Tutti i familiari avendo appreso l’iniziativa dello sciopero della fame e la protesta in generale si associano -abbiamo avuto scarsissima assistenza, abbiamo rincorso tutti per ottenere le attrezzature necessarie, le assistenti sociali in cui abbiamo più volte avuto modo di parlare riferiscono che non esistono leggi e nessun sostegno lamentando spesso il reddito del nucleo (pensioni e reddito familiare complessivo). Non esiste nessun servizio da parte del Comune. Ci sentiamo abbandonati da tutto lo Stato Italiano, abbiamo avuta tanta solidarietà solo nelle persone civili. Per tre volte la settimana viene un fisioterapista per 20 minuti. Vogliamo rispetto e dignità sulla vita umana.

Lioce Vita Antonio

Lioce Vita Antonio 53 anni, vive a Ginosa (TA), da Ottobre del 2005 in Stato Vegetativo (post Anossico) portatore di Peg Tracheotomia e pompa Baclofen accudito solo dalla sua famiglia. La famiglia sentito l’appello avanzato da Salvatore Crisafulli ed altri familiari si associa a questa protesta. La ASL gli passa solamente un fisioterapista 1 volta al giorno, il Comune gli concede un ODA 1 ora al giorno per pulire la casa tutto qui. Questo è l’aiuto che ci passa lo Stato italiano, poi parlano di dignità alla vita ecc. ecc. Vi supplico aiutateci…….

Carmelo Spataro

Carmelo Spataro ha 70 anni, che vive in stato vegetativo prolungato da 15 anni a causa di un incidente sul lavoro. Vive a Castelfiorentino (FI). Mai avuta assistenza, ed ha pagato addirittura le visite specialistiche assistito dalla moglie con un figlio totalmente disabile perchè cieco vivendo tutti in una sola camera. All’appello lanciato da Crisafulli ha risposto subito, accettando anche lui di partecipare allo “sciopero della fame”, rischiando oggettivamente di morire da un giorno all’altro, visto che attualmente si trova in condizioni di salute molto delicate.

Emanuela Lia

Emanuela Lia, 36 anni, vive in stato vegetativo da 15 anni in seguito ad un violentissimo incidente stradale. Vive a Tricase (LE) assistita dai suoi familiari che si sono completamente dedicati a lei. La famiglia non si sente garantita dallo Stato ed è abbandonata a se stessa; addirittura si devono pagare per intero alcuni farmaci salvavita per Emanuela. Per quanto riguarda la fisioterapia (che in questo caso è vitale) ci mandano un fisioterapista due volte la settimana per 20 minuti. Non abbiamo, inoltre, nessun sostegno psicologico per affrontare questa lunga strada in salita, che alla lunga, logora i nervi. Non per la fatica che comporta, ma per l’ansia e la disperazione di sapere che la ragazza può anche -per un qualsiasi motivo- non arrivare a domani.

Carmela Galeota

Carmela Galeota 41 anni, vive in stato vegetativo dal 1993, a causa di un gravissimo incidente stradale. Vive a Ginosa (TA) solamente con la madre di 62 anni, senza assistenza senza le necessarie attrezzature “assistenza? chi la conosce? Dice la mamma- viene un fisioterapista una sola volta e per 20 minuti. Vorrei scappare via dall’Italia ma dove vado?”

Marcello Crisafulli

Marcello Crisafulli 20 anni figlio di Pietro (fratello di Salvatore), nato con asfissia neonatale, con esiti di grave ritardo mentale neuromotorio e psicomotorio, con difficoltà persistenti alla deambulazione e alla comunicazione, riconosciuto inabile totale al 100% e in possesso della legge 104 comma 3 (situazione di gravità). Mai dalla sua nascita avuto sostegno, ancora più grave nonostante il Tribunale dei Minori di Firenze abbia imposto alla Regione Toscana alle Asl ai servizi sociali di intervenire con tutti i supporti possibili. Ancor più pesante nonostante nello stesso nucleo esiste un altro figlio di 8 anni (disabile lieve), affetto dalla nascita da una malattia rara la Fenilchetonuria (PKU), una malattia che potrebbe essere anche fatale. Questa la storia personale-familiare di Pietro, che mai aveva esposto non avendo la forza di reagire non conoscendo che esistessero le leggi che mai vengono applicate. Ma che comunque è assolutamente ancor più grave quando negli anni 2004 / 2005 Salvatore viveva in Toscana durante la lunga lotta, nonostante tutte le gravi condizioni dei familiari i servizi sociali competenti, si! intervennero ma con un “buono alimentare” al mese per tre mesi da 100 euro, da spendere in un supermercato affiliato al Comune. Un angoscia tremenda nonostante esistessero tutte le esigenze primarie ed assolute per intervenire tempestivamente.

ASSOCIAZIONE UNITI PER I RISVEGLI DI BARI

L’associazione uniti per i risvegli di Bari, si è unita con noi scrivendo queste parole nel sito http://blog.libero.it/ComaPuglia da oggi parte lo sciopero della fame dei malati post coma e loro parenti. Uniti a tutti coloro che fanno parte dell’associazione, diciamo basta al silenzio ipocrita che vede malati gravissimi abbandonati senza assistenza e cure adeguate nelle famiglie, siamo costretti a vite d’inferno, soli con poco a disposizione, ci dobbiamo trasformare in esperti e sperare i nostri figli sopravvivano. Ora iniziamo lo sciopero della fame, ma se non verremmo ascoltati, e in Italia siamo tantissimi, procederemo con lo sciopero del voto! Siamo cittadini come gli altri, ma mentre voi vivete, noi preghiamo per sopravvivere. Dopo la rianimazione non c’è niente, solo i ricchi possono curarsi. Aiutateci e sosteneteci! Siamo disperati.

ND.

(Privacy) ND, una bambina di appena 9 anni, da 4 in gravi condizioni di salute, portatrice di Peg, e di cannula tracheale, (i genitori sono insegnanti) Soli contro uno stato fantasma per aiutare i gravi disabili.

Leonardo Colella

Leonardo Colella 30 anni da 9 in Stato Vegetativo vittima di un grave incidente stradale. Vive a Bari, con scarsissima assistenza sanitaria assistita costantemente dalla sua famiglia. Ne abbiamo viste di cotte e di crude siamo stanchissimi

ND.

(Privacy) ND, una ragazzina di 14 anni, da 13 in SVP vittima della deglutazione di una castagna andata di traverso, poco assistita la famiglia si sente stremata e soffocata. Vive a Bari

Angela Giovannelli

Angela Giovannelli 42 anni da 7 anni in Stato Vegetativo, vittima di un Aurisma (rottura di una vena), viene assistita solo dai familiari. Angela era un insegnante di sostegno per i disabili. Da svariati anni nessun sostegno psicologico sanitario e riabilitativo- La ASL le concede solo il fisioterapista per 45 minuti. Vive a Valenzano

Angelo Cervo

Angelo Cervo 43 anni da 8 in SVP è stato assistito solo dalla sua famiglia, vive a Erchie

Antonio Petrosino

Antonio Petrosino, 40 anni di Bari, da due anni in Stato Vegetativo, vittima di un incidente stradale in giugno 2006. Attualmente ricoverato in un centro di riabilitazione a Rimini. Fra qualche giorno sarà dimesso come già avvenuto negli altri centri, perchè c’è un limite massimo di ricovero!! Siamo all’ennesima ricerca di una struttura che possa ospitare un paziente in tali condizioni nella nostra regione (priva di centri di risveglio) e vista la situazione famigliare non idonea (mamma disabile). Da quel giorno tutta la nostra vita (Genitori, fratelli fidanzata) è cambiata senza ricevere aiuto e sostegno da parte di nessuno nonostante le varie richieste; continuiamo a rincorrere qualcuno che ci aiuti in un ricovero decente e non in case di riposo!! CERCHIAMO AIUTO PER SOSTENERE QUESTA GRANDE SOFFERENZA “DIAMO IL VERO VALORE ALLA VITA!” “Aiutatemi a trovare i mezzi per continuare a lottare per questo grande amore Concy”.

Pino Fraccalvieri

Pino Fraccalvieri per conto della moglie, Giulia 47 anni da 5 anni e 9 mesi in Stato Vegetativo per un emorragia Cerebrale. Mia moglie Giulia insieme a me, fa parte della schiera di “INVISIBILI”, ribadiamo la nostra completa disponibilità, per quanto riguarda la protesta che avete intrapreso, anche attraverso la nostra associazione “NovaVita” chi meglio di me non capisce i disagi? e l’abbandono che viviamo ogni giorno!!

Giovanni Martinello

Mio nipote Claudio 42 anni in SVP dal 12 Aprile del 2006, colpito da un emorragia cerebrale, e poichè stiamo vivendo una situazione simile, in cui non vediamo alcuna via di uscita, Claudio figlio unico i genitori non sanno più a che santo rivolgersi, Non sappiamo come comportarci con l’ammalato perchè nessuno ci da consigli. Vi prego cortesemente di aiutarci per darci delle possibilità di aiutare questo grave disabile.

Antonio Daloiso

Maurizio 28 anni, vittima di un incidente si trova in Coma Vegetativo da un anno, anche noi stiamo vivendo una situazione simile alla vostra mio cugino Maurizio. “La vita è bella” e deve essere vissuta al massimo.. ma dobbiamo essere aiutati sia per la ricerca delle strutture ed anche sostenere le famiglie che vivono questo dramma.

Vincenzo Marziano

Mio padre Vincenzo 62 anni, vittima di un grave incidente stradale dal Maggio 2007, l’impatto gli ha cagionato una emorragia all’addome e vari traumi nella testa e fratture sparse, son passati 11 mesi e si trova in Stato Vegetativo, soffro e mi sento impazzire, come del resto soffre tutta la mia famiglia. Adesso la cosa più preoccupante per noi è che tra poco terminerà il periodo di riabilitazione coperto dal SSN. Nessun altro centro lo vuole, ma credo che ormai tutti noi sappiamo la tristezza che dobbiamo sopportare. Sto contattando tutti i centri di riabilitazione neuromotoria d’italia, ma la risposta è sempre la stessa: non abbiamo i posti e che papà deve stare in casa. La nostra casa non è adatta ad una situazione del genere è troppo piccola, e credo di non aggiungere altro perche mi rendo conto che viviamo in un paese senza diritti. Un uomo come mio padre che per un intera vita ha lavorato onestamente e pagato tutte le stramaledette tasse che questo paese impone, alla fine della sua vita, quando le sue condizioni di salute sono disperate, non gli spetta nemmeno un posto letto in un centro di riabilitazione, eppure non chiediamo soldi, non chiediamo vacanze, non l’impossibile, solo un misero posto che garantisca a mio padre almeno la dignità fino a che il signore deciderà per lui.

Alfredo Ferrante

Alfredo Ferrante 57 anni, dal 04 /01 /2007 è in Stato Vegetativo, sono uno dei tanti disperati che hanno un proprio famigliare in Coma Vegetativo, la mia è una storia come tante altre fatta di speranze e di illusioni. Il mio adorato fratello era stato colpito da ictus emorragico all’ encefalo sinistro di vaste proporzioni ricoverato presso l’ ospedale CTO di Roma. Era un giorno come tanti altri, niente faceva presupporre che la mia vita precipitasse in un baratro senza fine. ho girato mezza Italia, conoscendo tanto dolore e poche risposte dai cosiddetti centri di riabilitazione che si fanno tanta pubblicità su internet, risvegli miracolosi con tecniche (fatte in casa ) solo per attirare pazienti nei loro centri, per avere più accrediti da parte di questa Sanità malata e corrotta. Nessun centro è autosufficiente non parlo di diagnostiche all’avanguardia comè la risonanza magnetica funzionale ma di macchinari ormai superati come la TAC o esami come l’elettromiografia o potenziali evocali. Esiste all’interno di essi solo un dott con anni di esperienza gli altri sono giovani neolaureati alle prime esperienze che non avendo superato concorsi pubblici vengono a bivaccare dal privato e messi a contatto con pazienti che per la loro difficile patologia avrebbero bisogno di dottori con tanta esperienza, con tanto amore e dedizione per il proprio lavoro, “AMORE E DEDIZIONE” queste sono le parole magiche che dovrebbero essere impresse nei loro cuori per dare la massima assistenza a coloro che loro definiscono bambole. Sono belle le parole che ha pronunciato il PAPA, ma io non voglio belle parole voglio i fatti perchè la chiesa non si fa carico a proprie spese di aprire centri di risveglio, se pensiamo che a Roma (città dalle mille chiese) ne esiste solo uno con sei posti letto Noi vogliamo stare vicino ai nostri cari gestendo noi la loro vita, ma dateci i mezzi e le strutture per farlo. In questo paese dove si creano commissioni per ogni stupidaggine, fatene una seria che faccia il giro di questi centri di psudo riabilitazione, o se preferite di lunga degenza e forse capirete di ciò che sto parlando. Sono pochi e molti di essi se ne fregano dei nostri cari abbandonandoli al proprio destino, anzi levando a loro anche la dignità, lasciandoli tra le feci e il vomito. In questo mio lungo calvario che dura da 14 mesi, sento il bisogno di ringraziare un grande uomo che nei momenti difficili mi è stato sempre vicino Pietro Crisafulli, e una grande donna signora VILLA Presidentessa dell’associazione Arco 92.

Fargnoli Ginevra

Fargnoli Ginevrra, 35 anni vive in provincia di Caserta. Mia moglie è in Stato vegetativo Persistente da ormai sei anni. Infatti il 25 gennaio 2002, nel corso di un travaglio da parto – presso il nosocomio di Cassino (FR) Gemma DE BOSISIS – per cause attualmente al vaglio della magistratura – penale e civile – ha avuto un arresto cardio respiratorio rimanendo per un lunghissimo periodo senza rianimazione (circa venti minuti). Dopo cinque giorni di agonia ho deciso, contro il parere dei medici, di trasportarla a Roma presso il Policlinico Gemelli, dove è stata operata d’urgenza per scongiurare la morte, con un intervento di cranotomia frontale decompressivo. Successivamente, dopo circa un mese, è stata ricoverata presso la Clinica di Hoczirl – Austria, dal Prof. SALTUARI. Nella struttura austriaca c’è stato un lieve miglioramento, le condizioni generali si sono stabilizzate, è stata chiusa la tracheteomia. Ciò ha consentito il trasporto a casa, dove è attualmente degente. L’assistenza sanitaria è pressocchè inesistente, Ginevra usufruisce di tre ore giornaliere di fisioterapia e logopedia, non vi sono infermieri che vengono a domicilio ne medici che la visitano. Tutto grave sulle spalle mie e dei miei familiari, sono allo stremo delle forze, psichiche e finanziarie. L’assistenza domiciliare è di due ore settimanali (sic) attualmente Ginevra soffre di una insufficienza respiratoria e di una forte tetraplegia. Vorrei ricoverarla presso un istituto specializzato, al fine di verificare meglio le condizioni generali di salute. mi associo a questa vostra angosciosa protesta. Sono anche alla ricerca di mezzi necessari per poter trovare un valido medico che possa farci ritornare il sorriso a tutti noi. F.to Angelo

Santoro Pasquale

Santoro Pasquale, 28 anni vive a Carovigno (BR) in Stato Vegetativo da 5 anni per un arresto cardio circolatorio, Vive con i genitori ed i fratelli totale 6 persone, con un reddito di 1300 Euro complessive (pensione e lavoro), è stato assistito in questi lunghi anni solo ed esclusivamente dalla famiglia. La famiglia si associa a questa protesta. L’assistenza Sanitaria è del solo fisioterapista per 45 minuti. Siamo stanchissimi stremati lasciati nella nostra disperazione e solitudine.

Maria Sapienza

Maria Sapienza 51 anni, da 5 anni in Stato Vegetativo, dopo un incidente stradale in cui persero la vita il marito ed il figlio di 19 anni. Oggi accudita in casa dalla sola mamma di quasi 80 anni.

Sebastiani Alessio

Sebastiani Alessio, 39 anni vive a Roma in Stato Vegetativo da 3 anni, vittima di un gravissimo incidente sul lavoro, vive con i soli genitori che si sono completamente dedicati a lui. Abbiamo fatto di tutto per trovare una soluzione ideale per mio figlio, abbiamo trovato tantissime porte chiuse, siamo disperati, siamo soli, non abbiamo la forza di continuare, adesso ci associamo a voi con la vostra protesta sperando che almeno possa terminare questo lunghissimo incubo, siamo stanchi.

Maria Calabrese

Maria Calabrese 31 anni da 6 anni per colpa di un incidente stradale si ritrova in Stato Vegetativo Persistente avvenuto a Napoli nel Gennaio del 2002. Viene assistita a casa dalla madre e dal fratello. La Asl ci concede un terapista 3 volte la settimana, lei si ritrova con peg e tracheotomia, no respiratore. Ci uniamo a questa vostra protesta, chiedendo allo stato italiano veramente di aiutarci, viviamo una vita che non e vita, spero ci ascoltate.

Toscano Alberto

Toscano Alberto di anni 49 vive a Reggio Calabria da 9 anni in SVP, lo stesso fù vittima di un incidente stradale avvenuto all’estero. Potrete ben capire il calvario che abbiamo dovuto subire sia dagli ospedali che per riportarlo in Italia. Siamo soli ed abbandonati, nessun tipo di sostegno avuto. Noi lo curiamo, noi lo assistiamo, noi gli diamo tutto l’amore possibile, anche noi siamo stremati dalla stanchezza che prima o poi crollerà.

Lazzari Pietro

vi scrivo per associarmi a questa dura protesta, mi chiamo Anna 51 anni sono la mamma di Pietro Lazzari di 25 anni, mio figlio viene curato solo da noi, abbiamo un assistenza a dir poco inesistente, Pietro da 4 anni si trova in Coma Vegetativo portatore di Peg, quando gli parlo lui piange tanto credo che lui mi capisce, sono sempre alla ricerca di un posto dove ricoverarlo in italia ti mettono in lista ti fanno riempire fogli a volontà, svariate telefonate inutili siamo stremati.

Niente olimpiadi per il Darfur

di Giulio Meotti
da Il FOGLIO dell’8 agosto 2008

Il villaggio di Mazkhabad era immerso nella quiete. Halima Bashir vede avvicinarsi un nugolo di uomini a cavallo, trascinavano delle bambine. “Erano le bambine della scuola”. Halima si trovava in quel villaggio da due mesi come medico. I Janjaweed avevano fucili, coltelli e frustini per cavalli. “Ci gridavano contro. ‘Siamo venuti ad uccidervi’, ‘Vi finiremo tutti’, ‘Schiavi neri’, ‘Siete peggio dei cani’, ‘Non ci saranno più schiavi neri qui’.
Abusarono delle ragazze davanti a tutti, costringendoli a guardare. Ci urinarono addosso. E poi dissero: ‘Vi lasciamo vive per dire ai vostri padri e fratelli che la prossima volta non ci sarà  pietà . Lasciate questa terra. Il Sudan è degli arabi. Non per i cani neri. Anche Halima fu violentata. I miliziani arabi gridavano: “Uccidete le scimmie nere, uccidete i cani neri, uccideteli tutti”. Il suo racconto, che un giorno troverà  posto accanto alla migliore memorialistica sui khmer rossi, si intitola “Le lacrime del deserto”, e ne ha parlato il Sunday Times.
Halima è una delle possibili testimoni se un giorno il Tribunale penale internazionale dell’Aia riuscirà a processare il presidente sudanese Omar al Bashir, ricercato per genocidio e crimini di guerra.
Se il leader serbo- bosniaco Radovan Karadzic è già entrato nella galleria degli orrori del Novecento, per il Darfur non si è avuta la stessa partecipazione di piazza, emotiva, intellettuale, militare e politica. E’ una gigantesca Srebrenica dimenticata.

L’anomalia è presto spiegata: il teatro della tragedia non è l’Iraq occupato dagli angloamericani, non è l’Afghanistan, non è la piccola cittadina bosniaca lacerata dai serbi cristiani.
E’ il Darfur musulmano su cui non si è alzata alcuna voce scandalizzata su al Jazeera o su al Arabiya, nessuna denuncia da parte di leader musulmani nelle sedi internazionali.
Il Darfur è  jihad più export cinese. La Cina alimenta il conflitto garantendo forniture di armi e addestrando i piloti dei cacciabombardieri usati negli attacchi. Un’inchiesta della Bbc ha individuato autocarri carichi di armi nella regione occidentale del Sudan e si parla da mesi di piloti addestrati da Pechino per guidare i caccia cinesi Fantan A5. La Bbc ha accertato l’utilizzo di cacciabombardieri cinesi negli attacchi aerei che di solito precedono l’assalto dei Janjaweed ai villaggi del Darfur. Gli aerei cinesi precedono la pulizia etnica. Due fotografie satellitari mostrano caccia cinesi Fantan presenti all’aeroporto di Nyala, capitale del Darfur del sud, il 18 giugno scorso.

Una madre di sette figli, Kaltam Abakar Mohammed, ha visto tre dei suoi bambini fatti a pezzo dopo un attacco lanciato da questo genere di velivolo. La scoperta di importanti giacimenti petroliferi ha trasformato la repressione di Khartoum in uno sterminio “protetto” dalla connivenza cinese e liberal occidentale. Un rapporto dell’Unione africana, organizzazione famosa per evitare posizioni che possano essere sgradite a questo o a quel governo, denuncia che la tecnica preferita dai janjaweed prevede di incatenare e bruciare vivi gli abitanti di sperduti villaggi.

L’affarismo cinese si innesta su un atavico razzismo a sfondo religioso. Dal 1983, il governo islamista di Bashir ha dichiarato una guerra santa contro gli africani del sud, i Dinka, i Nuba e Neur. Oltre due milioni le vittime decimate.

Nabil Kasseem, amica e collaboratrice del dissidente iracheno Kanan Makiya, ha girato un documentario sul “jihad a cavallo” in Darfur. Vi riporta scene di inaudita violenza e brutalità, testimonianze dirette di rifugiati e di donne stuprate davanti ai propri figli, immagini di interi villaggi distrutti dai janjaweed, il segmento audio di un dialogo tra alcuni piloti delle forze aeree dal quale si evince una strategia di coordinamento degli attachi ai villaggi. Il racconto di Halima fa il paio con quello di Dily, l’arabo sudanese che ha combattuto la guerra al grido di “uccidi gli schiavi, uccidi gli schiavi”.
La sua storia, raccontata alla Bbc, è il primo comprovato resoconto delle stragi pagate, ordinate, commissionate dal governo sudanese ai janjaweed, i predoni arabi terrore del Darfur, e spesso sostenute da Pechino. Il primo e unico racconto autentico sui “demoni a cavallo” che, in tre anni, hanno massacrato decine di migliaia di loro simili in nome di una pulizia etnica imbevuta di guerra agli apostati fomentata dagli imam di Khartoum.
“Avrò attaccato trenta villaggi, arrivavamo a cavallo o con i cammelli, ammazzavamo donne, uomini, bambini, bruciavamo le capanne, se alla fine qualcuno non era ancora morto, lo lasciavamo agonizzare, se non lo finivano le ferite ci pensavano fame e sete… Se sopravviveva il suo racconto diffondeva ancor più paura”.
I soldati di Khartoum ci hanno messo una ventina di giorni per spiegargli come si spara con un kalashnikov, come si bruciano villaggi e vite umane. “Distruggiamo, sterminiamo, in poche ore ce ne andiamo… Se ci sono uomini armati dobbiamo fare più attenzione, studiare l’assalto, nel caso chiedere l’appoggio di Khartoum”.
Succede spesso, è fra le prove a carico di Bashir. “Noi così facciamo, entriamo in groppa ai cammelli spariamo su chiunque si muova, gridiamo ‘morte agli schiavi, morte agli schiavi’, svuotiamo i caricatori nelle schiene, le maciulliamo sotto gli zoccoli dei cammelli… Sono quasi sempre donne, quasi sempre bambini, tutti civili”.

Non tutti muoiono subito.

“Le ragazze le portano dietro le tende, le violentano una a una, se si rifiutano le uccidono subito, altrimenti dopo”. Recentemente nuove prove degli attacchi sono emerse in 500 disegni fatti dai bambini rifugiati nel Ciad. Sono in mano alla Corte penale internazionale dell’Aia, chiamata a giudicare i responsabili dei crimini di guerra e contro l’umanità compiuti durante gli oltre quattro anni di conflitto nella regione occidentale del Sudan.

I disegni mostrano case date alle fiamme in villaggi distrutti, decapitazioni, corpi senza vita in pozze di sangue, donne incatenate tra loro per essere trascinate via e decine di fosse comuni. Si vedono elicotteri, carri armati con la bandiera sudanese, militari in divisa affiancati dai janjaweed a bordo di veicoli con le mitragliatrici.

Gli aggressori hanno la pelle chiara, sono arabi, le vittime hanno la pelle scura, sono africani.

Sono almeno 400mila i morti e oltre 2,5 milioni di profughi e sfollati. Orde di arabi del nord e del centro del paese hanno operato razzie, distrutto villaggi, pozzi, piantagioni, allevamenti e ucciso famiglie, dilaniando vecchi, stuprando donne, abusando di bambini e bambine per poi rivenderli come schiavi nei mercati del Sudan e del medio oriente. Le prove del genocidio continuano ad affiorare. Annientamento totale della popolazione in nome di un suprematismo arabo islamista. Lo chiamano “disastro umanitario” per non voler nominare le cose.
Guerra fra musulmani, razzismo arabista contro i neri. Le testimonianze raccolte da gente fuggita all’eccidio parlano di villaggi messi a ferro e fuoco e di ragazzi uccisi per difendere le mandrie. La gente si difende a mani nude o con vecchi fucili; i Janjaweed hanno mezzi sofisticati: kalashnikov, telefoni satellitari, divise, automobili, spesso fornite da Pechino.
Ma il loro modo di uccidere è tipico di tutte le barbarie: donne dai seni recisi, vecchi con la testa fracassata, bambini sbattuti contro i muri. E centinaia di donne violate, deflorate con lunghi coltelli e marchiate a fuoco sulle mani. Il 27 febbraio 2004 a Tawila, in un solo giorno, i Janjaweed hanno ucciso 67 persone; 41 ragazze, assieme alle loro maestre sono state stuprate, alcune fino a quattordici volte, di fronte ai propri parenti.
I Janjaweed attaccano le piccole carovane di profughi, li derubano di animali, coperte, cibo, decretano la loro morte per fame o per sete; avvelenano i pozzi e bombardano i rigagnoli d’acqua perchè la sete uccida uomini e bestie.
Si aggiunge l’islamizzazione forzata del paese, retto dalla sharia, che fustiga i cristiani che bevono vino, anche quello per la messa, arresta sacerdoti, perseguita vescovi, distrugge le chiese.
Ovunque le donne recano sul corpo sfregi da machete. Human Rights Watch fornisce tre capi d’accusa contro Bashir: fucilazioni di massa da parte dell’esercito e della milizia; attacchi coordinati dove i governativi e i miliziani hanno un ruolo eguale; attacchi in cui le forze governative sono di supporto.
Il 30 agosto 2003 i Janjaweed attaccano Mororo. “Dobbiamo spazzar via questa gente” dicono i comandanti. Iniziano le fucilazioni, come a Srebrenica. Il 9 ottobre del 2003 i villaggi dell’area di Murnei sono scenario della fucilazione di 82 persone. A Urm lanciano razzi su una moschea sufi mentre era in corso un funerale. 42 vittime. Inseguirono l’imam, Yahya Warshal, e lo uccisero sotto gli occhi del figlio. Prima di abbandonare il villaggio, i miliziani presero tutte le copie del Corano e le gettarono nel fuoco.
Nessuna piazza araba si è mobilitata per il jihad nel Darfur. Human Rights Watch documenta 62 attacchi alle moschee nella sola zona di Dar Masalit. In Darfur, regione orientale del Sudan grande quasi come la Francia e abitata da sette milioni di persone, gli autori degli eccidi sono musulmani come le vittime, ma soprattutto sono arabi per lingua e cultura. Sono musulmani i fur, gli zaghawa e i massaleit che formano la spina dorsale dell’Esercito di liberazione del Sudan e del Movimento per la giustizia e l’uguaglianza, i due gruppi armati che hanno iniziato la ribellione con assalti alle installazioni militari nel febbraio 2003, come sono musulmani quasi tutti i soldati delle forze governative e i janjaweed.
Dagli anni ’80 è in corso una rivolta contro l’arabizzazione. I vincitori sono le tribù arabe, i perdenti sono gli zurga, i “neri” africani. Anche le tribù arabe spesso sono formate da neri, ma a differenza delle altre parlano l’arabo come lingua madre.
Le vittime sono quasi sempre musulmani pietisti, non fondamentalisti, la loro fede è devota, indomita, tollerante, contaminata da animismo. Sono carne da macello. Assassini e vittime in Darfur pregano tutti rivolta alla Mecca.
Bashir appena eletto cacciò i giudici non musulmani e applicò la sharia in molte parti del paese.
Ha definito “jihad” la campagna contro il Darfur. Mahgoud Hussein, portavoce dei ribelli del Sudan Liberation Movement, ha detto che uno dei loro obiettivi è la separazione di stato e moschea. “Sono musulmano anch’io, ma vogliamo che la religione sia un fatto privato e che ciascuno abbia la libertà di praticarla”.
Gli ha risposto Abdul Zuma del governo di Khartoum. “La sharia si applica anche al Darfur”.
All’Aia per la prima volta c’è la possibilità di giudicare la fitna, la guerra civile, interna al mondo islamico. Perchè il Darfur viene dopo l’Algeria e prima dell’Iraq. E’ un litmus test
.
I nomi dei villaggi demoliti sono spilli doloranti. Kondoli, 44 morti; Nouri, 136 morti; Kenyu, 57 morti; Tunfuka, 26 morti; Millebeeda, 59 morti. A Mukjar, definito il “Ground Zero del Darfur”, sono state scoperte dozzine di fosse comuni. Ovunque le moschee sono state distrutte. Il jihad di Khartoum ha cercato di spazzar via il culto sufi della setta Tijaniya. Queste confraternite sufi accarezzano la santità del Profeta senza velleità teocratiche e non a caso costituiscono, oggi più che mai, la bestemmia del panarabismo armato.
Sufi è una parola che rinvia alla lana (sa»f) indossata dai viandanti lungo la strada che conduce alla purezza dello spirito (safà¢). E’ un islam scienza del divino coltivata nell’involucro terrestre, perchè nella legge religiosa individua una “scorza” (al qishr) che protegge l’essenziale, il “nocciolo” (al lubb) rappresentato dal cammino interiore verso il trono di Allah. Un antidoto alle seduzioni totalitarie del monoteismo. Gli imam di Khartoum la chiamano “apostasia”.
Nel 1992 sei imam pro governativi emisero una fatwa che bollava come “infedeli” i sufi e gli animisti. “L’islam ha garantito di uccidere entrambi”. Con la stessa accusa, apostasia, fu messo a morte il riformatore islamico Muhammad Taha, nemico di Bashir e del suo ideologo Hassan al Turabi. Taha auspicava il ritorno al messaggio profetico originale dell’islam, fondò il movimento dei Fratelli repubblicani in opposizione ai fondamentalisti Fratelli musulmani che hanno ispirato le bande janjaweed. Taha è l’anti Qutb, padre fondatore del moderno jihadismo. Taha fu giustiziato per aver protestato contro l’imposizione della sharia da parte del presidente Jafar al Nimeiri.
Il suo libro più importante, “Il secondo messaggio dell’islam”, uscì nel 1967 con la dedica “all’umanità”. Taha vi afferma la visione dei “primi musulmani” che proposero “un islam devoto, caritatevole e coesistente con gli altri”. Durante gli anni roventi dell’islamismo, Taha formulò un messaggio coraggioso e di quietas. Si è anche scritto che se fosse prevalsa la sua visione teologica e non quella di Qutb, non ci sarebbe stato l’11 settembre. Di certo, non avremmo avuto il genocidio in Darfur.

Quando la botola si aprì sotto i piedi di Taha, la folla gridò “Allahu Akbar! Islam huwa al hall”, Allah è grande e l’islam è la soluzione.

I suoi libri furono bruciati in piazza. Come le copie del Corano in Darfur. Aveva osato dire che la sharia è un’”alterazione del vero islam”, la sua uccisione innescò quel gorgo di violenza di cui sono espressione i janjaweed. La verità di questa Srebrenica dimenticata, insieme a tutte le sue fosse comuni, è tutta da scoprire. Bisognerebbe cominciare dagli scritti e dalla vicenda di Mohammed Taha. Il Gandhi dell’islam. Lì forse c’è la chiave per capire.