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Afganistan – Colpi di calore

di Gianandrea Gaiani

Le elevate temperature e il solleone sembrano aver favorito la serie di affermazioni a dir poco singolari registrate in agosto sui temi relativi la Difesa e Sicurezza italiana.
I primi segnali li ha dati a fine luglio il generale Fabio Mini, da anni a riposo ma sempre attento e vivace osservatore delle cose militari, che con l’articolo “Debole prova di forza” sull’Espresso è andato a riesumare stantii luoghi comuni sui paracadutisti della Folgore “vulnerabili alla propaganda dell’uso della forza” accusando i generali di “assecondare il rambismo”.
Secondo l’analisi di Mini, più ideologica che tecnica, i parà avrebbero cambiato le linee d’azione, rendendole più aggressive, per compiacere gli USA alterando così gli equilibri sociali dell’Ovest afgano come sarebbe accaduto agli inglesi che a Helmand hanno subito dure perdite nelle ultime settimane mentre nella stessa provincia “migliaia di marines non hanno trovato resistenza”. In realtà, come hanno rilevato gli stessi americani, è la tattica dei talebani che si adegua al nemico. Subito aggressivi contro i pochi soldati britannici sul terreno mentre contro le massicce forze dei marines hanno preferito mischiarsi ai civili per colpire in seguito come ha poi dimostrato l’elevato numero di caduti registrato proprio dagli americani nel sud afgano. In luglio su ben 76 caduti alleati gli italiani hanno perduto un solo soldato, peraltro un geniere intento a ripulire le strade dagli ordigni: un po’ poco per dei “rambo” che secondo Mini “per semplificare considerano tutti gli afgani come talebani e nemici” forse perché “immersi nella retorica delle maniere spicce, dello show di forza fisica e armata”. Stupisce che un ufficiale esperto che ha guidato le truppe Nato in Kosovo liquidi come “rambismo” il coraggio e la professionalità mostrati dai parà sul campo di battaglia e ancor più che non colga gli aspetti strategici e operativi delle offensive alleate in Afghanistan dove l’obiettivo di tutti i contingenti (inclusi persino i tedeschi da sempre refrattari ai compiti combat) è acquisire il controllo più ampio possibile delle aree a forte presenza talebana.

Operazioni non improvvisate dai parà ma pianificate da oltre un anno dal comando di Isaf, quando in Italia il governo in carica era di centro-sinistra. Quello stesso esecutivo Prodi che ha pianificato la rotazione delle brigate in Afghanistan includendovi la Folgore, che punta oggi a completare quanto avviato l’estate scorsa dalla brigata Friuli che insediò combattendo le prime forze italiane a Farah e nel “fortino” di Bala Murghab. Aree che secondo Mini erano tranquille prima che vi entrassero gli italiani e in effetti in questo ha ragione: erano tranquille perché nessuno vi contrastava il dominio talebano così come era tranquilla la Normandia occupata dai nazisti prima del D-Day.

Puntuale ed efficace è stato invece l’intervento del generale Leonardo Tricarico, già numero uno dell’Aeronautica e consigliere militare di tre premier (D’Alema, Amato e Berlusconi) che ha bocciato senza appello la decisione del ministro della Difesa, Ignazio La Russa, di autorizzare i jet Tornado all’uso delle armi limitate però ai soli cannoncini Mauser da 27 millimetri. Secondo Tricarico “colpire un talebano con le armi di bordo di un Tornado è facile come vincere al superenalotto, mentre il rischio di centrare bersagl diversi, civili innocenti, è altissimo. Proprio per questo le armi di bordo dei caccia non sono state mai usate neppure nei 78 giorni di operazioni aeree sui Balcani”. Tricarico, che nel 1999 guidò le operazioni alleate sul Kosovo, propone invece di dotare i velivoli teleguidati Predator di missili Hellfire, già impiegati con successo dagli statunitensi. Ufficialmente l’Aeronautica non intende dotare di armi né i Predator né i più grandi e capaci Reaper ordinati negli USA anche se il periodico americano “Aviation Week” scrive ilo 24 agosto che “Italy has upgraded its Predators so they can launch Hellfire missiles, but political approval for such missions has not been granted“. Notizia interessante e inedita che finora non ci risulta abbia raccolto smentite o conferme. Quanto ai Tornado va ricordato che i nostri sono gli unici jet alleati in Afghanistan non autorizzati a sganciare bombe (esclusi i sei Tornado tedeschi che si limitano a missioni di ricognizione) a guida laser o gps per usare le quali hanno subito costosi ammodernamenti. La Difesa ha risposto al generale Tricarico precisando che “l’impiego dei due cannoncini risulta sicuramente idoneo” e gli equipaggi si addestrano aquesto specifico compito. Risposta che non scioglie le perplessità circa l’impiego di un moderno e costoso bombardiere per mitragliare il nemico a volo radente come un aereo della Seconda guerra mondiale. Stupisce poi che siano i politici invece dei militari a decidere quali armi siano più adatte all’impiego tattico dei velivoli amche se è probabile che il governo intenda procedere per gradi per rendere meno “traumatico” un eventuale futuro via libera all’impiego degli ordigni guidati. Giova poi ricordare che a ridurre i “danni collaterali” hanno provveduto nelle ultime settimane le nuove regole imposte dal comando alleato a tutti i jet che non possono aprire il fuoco in caso di rischi per i civili. Il maggiore Angelo De Angelis, che comanda i Tornado basati a Mazar-i-Sharif, ha precisato che “se ci fosse anche il minimo dubbio gli equipaggi non sparerebbero”. Ma se i Tornado (e da ottobre gli AMX) possono colpire i talebani solo in assenza di rischi per i civili perché non possono utilizzare anche le bombe?
Misteri di una politica italiana sempre più incomprensibile che in agosto ci ha riservato altre sorprese.
La moda di impiegare i militari in ogni attività di pubblica competenza (dallo sgombero neve allo smaltimento rifiuti passando per la protezione civile e la sicurezza sulle strade) non poteva non avere un’appendice estiva con la proposta di schierare pattuglie in mimetica sulle spiagge per fronteggiare i “vuccumprà”. Confortato dai sondaggi che dimostrano quanto la presenza dei soldati contribuisca a dare al cittadino la percezione di una maggiore sicurezza, il governo sembra intenzionato ad allargare ulteriormente l’impiego de militari, anche a sprezzo del ridicolo. Di questo passo, con l’imminente ripresa delle scuole dovremo aspettarci l’invio di plotoni di fanti anche negli asili nido per cambiare i pannolini ai bambini: potrebbero chiamarla “Operazione culetti puliti“.

Dove invece i militari andrebbero impiegati, l’Italia come sempre tentenna, come nel caso dei marinai del rimorchiatore Buccaneer, tenuti prigionieri tra privazioni e maltrattamenti per 120 giorni da una banda di pirati del Puntland somalo.

Nonostante fosse presente in quelle acque la nave da assalto anfibio San Giorgio con a bordo il meglio delle forze d’assalto della nostra Marina il governo ha preferito trattare, che significa con ogni probabilità pagare il riscatto come hanno fatto molti altri Paesi, ma non francesi e statunitensi che i pirati li hanno presi a fucilate. Riscatto negato dal ministro degli Esteri, Franco Frattini, che ha attribuito il rilascio dei 16 marnai agli aiuti forniti dall’Italia al governo somalo. I pirati, che guardano solo ai soldi che finiscono nelle loro tasche, hanno però festeggiato il pagamento di 4 milioni di dollari, plausibile anche solo per il fatto che finora nessuna nave o marinaio sono tornati in libertà senza il saldo di un riscatto milionario. Naturale che la Farnesina neghi il pagamento di riscatti, come faceva negli anni scorsi quando vennero liberati gli ostaggi italiani in Iraq, anche se il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, non ha escluso che a trattare (e a pagare) abbiano provveduto emissari del governo somalo ovviamente usando soldi italiani.

Resta il fatto che una banda di criminali africani ha potuto farsi beffe dell’Italia per quattro mesi e neppure dopo la liberazione degli ostaggi da Roma è giunto l’ordine di scatenare una rappresaglia militare (peraltro consentita dal diritto internazionale e da una risoluzione dell’ONU) contro la “tortuga” di Lasqorey dalla quale i pirati continuano a organizzare scorribande ai danni dei mercantili, anche italiani.

Sempre in agosto è stata singolare anche la discussione politica scatenatasi intorno all’adozione del codice militare penale di guerra nella missione afgana o la messa a unto di un nuovo codice per le missioni all’estero. Un tema importante che però da molti è stato confuso con le regole d’ingaggio della missione afgana (stabilite in ambito Nato) e con i caveat, limitazioni all’impiego delle forze imposti dai singoli governi. Anche la polemica sul sequestro attuato dalla magistratura dei veicoli Lince danneggiati negli attacchi talebani si è rivelata un buco nell’acqua. Ha avuto ampio spazio sui giornali per una settimana finché non è emerso che i mezzi posti sotto sequestro a Kabul ed Herat sono appena tre ed in condizioni tali da non poter essere certo riparati. Per fortuna il clima rinfresca e l’autunno è alle porte.

Riconciliazione? Chi è che non la vuole?

Corriere della Sera giugno 2005 : Oggi cerimonia per la sepoltura dei resti di 65 repubblichini (e già questo è un disprezzo, perchè non fanti di marina del battaglione Barbarigo?)

Un cimitero per la X Mas – I partigiani: li rispettiamo.
Campo della memoria a Nettuno (Roma). L’Anpi: nessuna polemica

La flottiglia
LA X MAS prende il suo nome dalla ‘Motobarca Armata Svan‘, piccolo motoscafo armato di cannone, 3 mitragliatori e bombe antisommergibile realizzato nella I Guerra Mondiale per superare le difese dei porti austroungarici. D’Annunzio tradurrà la sigla ‘Mas’ in «Memento Audere Semper». Il debutto vero, però, è nella II Guerra, quando nel marzo ’41 la I flottiglia Mas diventa la X flottiglia Mas. Il nome è scelto nel ricordo della Decima Legione di Giulio Cesare. La guida Junio Valerio Borghese.
ANZIO, 1944. Dopo l’armistizio dell’8 settembre’43, Borghese decide che “la Decima continuerà a difendere l’Italia, anche via terra”. Arrivano giovani volontari da tutto il Paese.
Nel ’44 gli alleati sbarcano ad Anzio: ad aspettarli, 1.200 marò del battaglione Barbarigo: ne morirà la metà.

L’iniziativa
nel 1993 fu realizato a Nettuno un «Campo della Memoria», un cimitero militare dedicato ai caduti della Repubblica Sociale Italiana, voluto dai reduci della X Mas.

Il ministero
nel 2000 il ministero della Difesa ha riconosciuto il «Campo» ammettendolo all’Onore dei Caduti e 7 caduti ignoti del fronte di Nettunia sono stati interrati nel «Campo»

Lapide
Lapide

La Cerimonia
questa mattina i resti di 65 militi della X Mas caduti ad Anzio verranno traslate dal cimitero del Verano al «Campo della Memoria». Sulla grande croce di pietra hanno inciso un celeberrimo e discusso verso di Orazio: «Dulce et decorum est pro patria mori», ‘dolce e bello è morire per la patria’. Intorno prati verdi piccole colonne di marmo e lapidi, una gradinata. È un cimitero di guerra, ma un cimitero un po’ speciale, destinato ad ospitare i resti dei marò del battaglione “Barbarigo“, morti a pochi chilometri da qui combattendo contro gli americani sbarcati ad Anzio il 22 gennaio del 1944.
«Ragazzi» della X Mas … repubblichini, insomma.
Per ora ci sono soltanto sei tombe di soldati senza nome, ritrovati nei dintorni e riconosciuti solo dai brandelli delle divise che indossavano. Li hanno sepolti qui, fra Anzio e Nettuno, a poche centinaia di metri dal grande cimitero degli Alleati. Ma stamattina ne arriveranno altre, di bare: 65 per la precisione, ospitate finora al cimitero monumentale del Verano, a Roma, nella tomba di famiglia di un’ex ausiliaria della Rsi.

«Sono solo delle cassettine, con poche ossa dentro…», dice Ugo Franzolin, 85 anni, uno dei sopravvissuti di quei giorni. «Uno di loro lo avevo conosciuto, aveva solo 16 anni, era il figlio di un famoso costituzionalista che si chiamava Rolandi Ricci». Franzolin era allora corrispondente di guerra : doveva raccontare le gesta dei suoi camerati e spedirle al comando, che poi provvedeva a smistarle ai vari giornali.
Sopravvissuto ad El Alamein, dopo due anni di campagna africana si era arruolato nella ‘Decima Mas’ ed era finito nel ‘Barbarigo’. Da allora ha scritto 8 libri, tutti dedicati agli anni della sua gioventù.
Del cimitero, che gli organizzatori hanno voluto ribattezzare «Campo della Memoria», sa praticamente tutto: «Questo terreno, poco meno di quattromila metri quadrati, prima era una discarica. L’abbiamo comprato tassandoci tutti, noi reduci. A disegnarlo ci ha pensato Alessandro Tognoloni, un architetto che ad Anzio si era conquistato una medaglia d’oro».
Il braccio di ferro fra i sopravvissuti di Salò e il ministero della Difesa è durato vent’anni.
Ci consideravano un po’ dei fuorilegge – ricorda Franzolin – E lo dico con tutta tranquillità. Poi piano piano le cose sono cambiate». E stamattina le 65 piccole bare arriveranno al Campo della Memoria a bordo di 3 camion militari, riceveranno gli onori da un picchetto di soldati e la benedizione di un ordinario militare.
«Sì, pensiamo che ci potrebbero anche essere delle polemiche, ma non abbiamo intendimenti politici» assicura Franzolin. Il Campo non è un partito politico, ma solo un luogo di raccoglimento.
Verranno da tutta Italia, non so quanti. Centinaia di persone, forse addirittura qualche migliaio. Ma vorremmo che stamattina nessuno parlasse.
Antonio Cappellari è il direttore del Campo. «Lo apro ogni sabato e domenica, dalle 9 a mezzogiorno. Non c’è una grossa affluenza, ma qualcuno viene. Persone anziane, soprattutto, che però portano anche dei giovani».

Campo della Memoria a Nettuno
Campo della Memoria a Nettuno

 Massimo Rendina, presidente dell’Anpi di Roma, uno dei padri della televisione italiana, assicura che, se le cose stanno davvero così, i partigiani non hanno nulla da dire: «Nessuna polemica, per carità. In casi come questi si pensa soprattutto al dolore delle madri. Se loro non vogliono farne una questione politica, come assicurano, non c’è nessun problema nemmeno per noi».
Una punta di polemica però Rendina vuole conservarla: «Quello che possiamo dire è che, a differenza dei nostri monumenti sfregiati dagli epigoni del neofascismo, nessuno di noi penserà di profanare un loro cimitero…».
Nessuna polemica sui morti, allora. Ma opposizione netta al progetto di equiparare i combattenti di Salò a quelli che combatterono per la libertà.
«Su questo non possiamo transigere», dice Rendina.

Giuliano Gallo, su “Il Corriere della Sera” di giovedì 16 giugno 2005
Tranfaglia: è giusto avere memoria dei morti
«Anch’io la penso come Massimo Rendina dell’Anpi. Sul piano della memoria e del rispetto dei morti tutto è lecito. Ma…».
“Ma”, professor Tranfaglia?
«Ma se si vuole solo onorare la memoria e non fare politica, bisognerebbe non presentare disegni di legge come il 2.244, quello che vuole equiparare i combattenti della Repubblica Sociale a coloro che li hanno combattuti».
Nicola Tranfaglia, professore di Storia contemporanea, editorialista, membro del comitato scientifico della Fondazione Gramsci, non ha niente da eccepire sul Campo della Memoria che oggi si inaugura a Nettuno.
Ma sembra invece avere molto da dire sul disegno di legge presentato da Alleanza Nazionale, vero professore?
«Contro quel progetto io da solo, via email, ho già raccolto 1.500 firme. Altre 7mila le ha raccolte il consiglio comunale di Firenze, altre 5 o 6mila l’ANPI. Perché il rispetto per i morti va bene, ma dire che la loro causa e quella dei partigiani erano sullo stesso piano, no. Su questo non possiamo essere d’accordo».
Non è questione di perdonare, insomma. Non bastano i 60 anni trascorsi da allora.
«No. Perché, se si guarda alla storia dell’Italia democratica, si deve tener conto che questa democrazia, la prima democrazia che il Paese abbia mai avuto, nasce proprio dagli italiani che si sono ribellati ai nazifascisti, e sono morti per questo».
I reduci di Nettuno giurano però che non vogliono fare politica, ma solo commemorare i loro morti.
«D’accordo. Ma se passa il disegno di legge presentato da An, che ora giace sia alla Camera che al Senato, allora i discorsi diventano diversi: non ci puo’ insomma essere una doppia politica…».
Giuliano Gallo


Iddio, che accendi ogni fiamma e fermi ogni cuore
rinnova ogni giorno la passione mia per l’Italia.
Rendimi sempre più degno dei nostri morti, affinchè
loro stessi i più forti rispondano ai vivi: “Presente”!
Nutrisci il mio spirito della tua saggezza
e il mio moschetto della tua volontà.
Fa più aguzzo il mio sguardo e più sicuro il mio piede
sui valichi sacri della Patria:
Sulle strade, sulle coste, nelle foreste
e sulla quarta sponda, che già fu di Roma.
Quando il futuro soldato mi marcia accanto nei ranghi,
ch’io senta battere il suo cuore fedele.
Quando passano i gagliardetti e le bandiere,
tutti quanti si riconoscano in quella della Patria,
La patria che faremo più grande
portando ognuno la sua pietra al cantiere.
Oh Signore! Fa della tua Croce l’insegna che precede
il labaro della mia legione.
Così sia.


Insomma, alla luce di quello che è successo in tutti questi anni, alla luce dei commenti dei sinistri sui blog di destra, alla luce di quello che hanno fatto a Milano, chi è che non vuole la pace sociale? Fatti, non chiacchiere, i morti vogliono i fatti

 

In Ricordo di uomini fedeli al patrio suolo

Un uomo d'onore arruolatosi nella Decima per difendere la Patria
Un uomo d’onore arruolatosi nella Decima per difendere la Patria

Alle ore 19.42 del giorno 8 settembre 1943 un breve messaggio diffuso via radio precipitò l’Italia e le sue forze armate, già provate da oltre tre anni di guerra, nella più grave crisi della loro storia. Il maresciallo e capo del governo Badoglio annunciò alla nazione:

Il Governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al gen. Eisenhower, comandante in capo delle Forze alleate angloamericane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto d’ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse, però, reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza“.

In altri termini, era avvenuto all’insaputa di tutti un salto di barricata. L’Italia, anziché porre semplicemente termine alle ostilità per la grave situazione interna, continuava a combattere accodandosi a quello che era lo schieramento più forte. Poco dopo la famiglia reale, e le massime gerarchie abbandonavano Roma, e cercavano rifugio al sud. Le forze armate italiane schierate in tutta l’Europa ed affiancate a quelle tedesche non avevano alcuna disposizione preventiva, e neppure sarebbe loro giunto alcun ordine. Iniziò così un processo di disfacimento che portò in poche ore al quasi totale sbandamento dell’Esercito, e che divise Marina ed Aeronautica.La flotta navale, in ossequio alle norme armistiziali, per la massima parte si consegnò senza combattere a Malta, dove fu disarmata. I superstiti reparti aerei si divisero tra il nord ed il sud, mentre l’esercito si sbandò. Nello stesso tempo a sud forze alleate sbarcarono nella zona di Salerno, ed a nord l’esercito tedesco si precipitò ad occupare il resto della penisola.A La Spezia, alla caserma del Muggiano, aveva sede il comando della Decima Flottiglia MAS; era questo il nome di copertura dei reparti navali subacquei e di superficie che nel corso del conflitto, pur essendo composti da poche centinaia d’uomini, avevano affondato con armi del tutto innovative per l’epoca 72.190 tonnellate di naviglio da guerra e 130.572 tonnellate di naviglio mercantile, ossia nove unità da combattimento e ventidue altre navi. Il suo comandante era la Medaglia d’Oro al Valore Militare C.F. Junio Valerio Borghese.
Questi apprese casualmente dalla radio dell’armistizio. Cercò invano d’avere ordini dai superiori, ed infine dovette arrendersi ad una realtà durissima.

Io, l’8 settembre, al comunicato Badoglio, piansi. Piansi e poi non ho più pianto… Perché quello che c’era da soffrire, lo soffrii allora. Quel giorno io vidi il dramma che si andava ad aprire per questa disgraziata Nazione che non aveva più amici, che non aveva più alleati, non aveva più nessuno, non aveva più l’Onore, era additata al disprezzo di tutto il mondo per essere incapace di battersi anche nella situazione avversa: non ci si batte solo quando tutto va bene.

Nella notte fra l’otto ed il nove settembre la flotta salpò da La Spezia credendo d’andare in battaglia, ed essendo destinata invece a perdere l’ammiraglia per poi consegnarsi intatta agli inglesi. La Decima s’asserragliò in buon ordine e con perfetta disciplina nella sua caserma, sempre con la bandiera italiana a riva, mentre davanti passavano le colonne germaniche. Ogni tentativo tedesco d’impadronirsi della caserma fu respinto con fermezza, ma senza ricorrere alla violenza. Alla fine, rimase un gruppo di volontari che, sentendosi sciolti dal giuramento per l’ignominioso atto dell’armistizio, intendevano continuare la lotta da italiani ed a fianco del vecchio alleato. Dopo una breve trattativa il 13 settembre 1943 un ufficiale della marina germanica sottoscrisse con Borghese un vero trattato d’alleanza, in cui alla Decima erano riconosciute tutte le prerogative di sovranità e d’autonomia.
La caserma cominciò quindi ad essere un punto di riferimento a cui si rivolgevano sia sbandati in cerca di protezione, che volontari decisi a riprendere le armi.
Tra essi v’erano nomi di rilievo, come le medaglie d’oro Mario Arillo e Luigi Ferraro, il comandante del reparto d’incursori della Regia Marina Nino Buttazzoni con grossa parte dei suoi uomini, numerosi piloti ed assaltatori della vecchia Decima. In un breve intervallo, poterono essere rimesse in piedi tutte le scuole delle specialità navali; crescendo il numero dei volontari, fu deciso di inquadrarli in reparti di fanteria di marina.

reclute della marina RSI
reclute della marina RSI

Il battaglione “Barbarigo”, inizialmente denominato “Maestrale”, fu il primo reparto di Fanteria di Marina della “Decima” ad essere costituito. Nacque a La Spezia, nella caserma di San Bartolomeo, nel novembre del 1943. Ne assunse il comando il capitano di corvetta Umberto Bardelli. Nel gennaio ‘44, nel ricordo del sommergibile del comandante Enzo Grossi, gli fu attribuito il nome di “Barbarigo”. Delle quattro compagnie su cui era ordinato, la 2° e la 4° erano state addestrate a San Bartolomeo, mentre la e la 3° erano state trasferite per l’addestramento a Cuneo, alla caserma San Dalmazzo. Alla metà di febbraio il battaglione si riunì nuovamente a La Spezia. Il 19 ricevette dal comandante Borghese la bandiera di combattimento e il giorno 20 partì per il fronte di Anzio-Nettuno, dove gli angloamericani avevano creato una testa di ponte dopo lo sbarco avvenuto il 22 gennaio. A bordo di torpedoni, seguendo l’itinerario: La Spezia-Firenze-Arezzo-Orvieto-Viterbo-Roma, i marò raggiunsero la capitale dopo aver superato le previste difficoltà dei bombardamenti aerei e dei mitragliamenti a bassa quota degli Spitfire. A Roma sosta di alcuni giomi presso la caserma “Graziosi Lane”. Un capitano dei granatieri, Alberto Marchesi, diede modo al comandante Bardelli di completare l’equipaggiamento e l’armamento del battaglione attingendo ai magazzini della caserma “Ferdinando di Savoia’.

LO SBARCO DI ANZIO

postazione di Breda 37 del Barbarigo a Nettuno
postazione di Breda 37 del Barbarigo a Nettuno

L’operazione “Singole” (nome in codice dello sbarco ad Anzio e a Nettuno) avvenne il 22 gennaio 1944. A mezzanotte, dopo ventidue ore di attività, unità della Marina americana e della “Rayon Navy” (contrammiraglio Frana I. Locri e Tomai H. Troubridge) avevano fatto sbarcare 36.034 uomini, 3.069 automezzi e quasi tutti i mezzi d’assalto del 6° Corpo d’Armata statunitense, comprendente la divisione britannica (gen. W. Penny), un reggimento e un battaglione paracadutisti, tre battaglioni di “Ranger” e una brigata di “Commandos”. Scarsa l’opposizione tedesca e modeste le perdite subite: 13 morti, 44 dispersi e 87 feriti. La flotta di protezione era costituita da quattro incrociatori leggeri e 24 cacciatorpediniere. Le perdite tedesche erano state più rilevanti: due batterie costiere distrutte e due battaglioni decimati.

Ma gli angloamericani badarono solo a consolidare la testa di ponte e a far sbarcare le altre divisioni del Corpo d’Armata, cioè la 45° di fanteria (gen. W. Eagles) e la divisione corazzata (gen. EN Armoni), in tutto 34.000 uomini e 15.000 automezzi. I temporeggiamenti e l’eccessiva prudenza del generale Lucca (comandante del Corpo d’Armata angloamericano), diedero il tempo al Feldmaresciallo Kesselring (comandante del Gruppo d’armare “C”) di eseguire i piani predisposti in caso di sbarco a Ravenna, ad Anzio, Civitavecchia, Livorno o Viareggio.

Le divisioni tedesche si misero in moto per convergere sulla testa di ponte di Anzio. La divisione corazzata “Hermann Goering” lasciò la zona di Frosinone: la 4° divisione paracadutisti quella di Terni; dal fronte del Garigliano la 29° divisione granatieri motocorazzata. Dall’Italia settentrionale, lo Stato Maggiore della 14’ Armata e la 65° e 362° divisione di fanteria. Fu perfino disposto, da parte dell’O.K.W. (il Comando generale della Whermacht), l’invio ad Anzio della 715° divisione di fanteria dislocata nella regione di Marsiglia e della 114° divisione cacciatori di stanza nei Balcani. Una conversione di truppe così decentrate non poteva avvenire in un giorno, sicché il 23 gennaio, tra Roma ed Anzio, vi era soltanto un distaccamento della divisione corazzata “Hermann Goering”, con un assortito campionario di pezzi d’artiglieria (qualche pezzo anticarro da 88 mm, cannoni da campagna italiani, francesi e jugoslavi). Passarono sette giorni prima che la 14° Armata tedesca potesse assumere una consistente sistemazione offensiva.

IL “BARBARIGO” AL FRONTE

Stiscia Barbarigo - da petto o basco
Stiscia Barbarigo – da petto o basco

Il 28 gennaio la divisione britannica conquistò Aprilia, 17 Km. a nord di Anzio, ma, alla sua sinistra, la 3° divisione di fanteria americana fu respinta davanti a Cisterna. La 14° armata tedesca aveva concentrato le divisioni a semicerchio intorno alla testa di ponte, dal Fosso della Moletta fino al ramo occidentale del Canale Mussolini. Le due controffensive tedesche, quella da Aprilia (16-20 febbraio) e l’altra da Cisterna (28 febbraio – 1 marzo), non erano riuscite a sfondare le linee degli alleati. Il “Barbarigo” arrivò al fronte mentre era in corso la seconda controffensiva, e sostò per breve tempo a Sermoneta: dalla collina si vedevano le linee nemiche, pioveva, e il tempo rimase perturbato fino alla fine di marzo. Il terreno, piatto e paludoso, era percorso da un groviglio di canali, fossi di bonifica e di irrigazione. Il battaglione venne destinato al settore sud, tenuto dalla 715° divisione tedesca di fanteria, che aveva partecipato alle due controffensive di Aprilia e di Cisterna subendo ingenti perdite. Il Comando della divisione credette di poter impiegare i marò come complementi da aggregare alle compagnie. Bardelli ottenne invece, dopo una lunga discussione con i tedeschi, che il battaglione avesse il suo tratto di fronte. La compagnia fu schierata sul tratto alto del Canale Mussolini, la 3° tra il fosso del Gorgolicino e la Strada Lunga, la 4° di qui fino al margine delle paludi: la 2° fu rimandata a Sezze per un corso di addestramento all’uso del panzerfaust e della mitragliatrice MG 42. Il reparto nemico del settore assegnato al “Barbarigo” era il l° Distaccamento della Special Service Force, composto per due terzi da americani e per un terzo da canadesi, con un addestramento equivalente a quello dei “Rangers”. La prima ad essere attaccata fu la 3° compagnia. Gli americani impegnarono i marò con un attacco frontale, seguiti dai più aggressivi canadesi. La 2° compagnia diede il cambio alla 3°. Alla fine di marzo, il battaglione SS italiane “Degli Oddi” rilevò lungo il Canale Mussolini la 1° compagnia, spostata a Terracina per addestramento e sorveglianza costiera. La 3° compagnia tornò in linea davanti al Cerreto Alto, tra la strada Nascosa e la litoranea. Nel frattempo il “Barbarigo” provvedeva a dotarsi di una sua artiglieria, formando la 5° compagnia Cannoni, armata con pezzi da accompagnamento 65/17, prelevati dal Museo dei Granatieri. A La Spezia si stava costituendo il Gruppo Artiglieria “San Giorgio” dotato di pezzi someggiati da 75/13. Il comando della Decima inviò al fronte di Nettuno il tenente di vascello Carnevali, comandante del Gruppo “San Giorgio”, per organizzare un gruppo di artiglieria da campagna. Formarono il gruppo una batteria da 105/28, una da 105/32 e una da 75/27. Il 15 aprile ci fu un attacco di mezzi corazzati canadesi nel settore del fronte tenuto dalla 2° compagnia che perse i capisaldi “Erna” e “Dora”. Lo stesso giorno, al comando del tenente Giulio Cencetti, i marò riconquistarono i capisaldi persi nel precedente attacco. Il 19 aprile ci fu un altro attacco sul fronte della 2° compagnia. Ai primi di maggio nuovi cambi in linea: la 4° compagnia sostituiva la 2°, la 1° dava il cambio alla 3° che si trasferiva a Terracina per sorvegliare la costa. Il 26 aprile il comandante Bardelli venne richiamato a La Spezia per assumere un incarico superiore. Il tenente di vascello Vallauri sostituì Bardelli al comando del battaglione. Ancora un attacco americano al fosso del Gorgolicino, tenuto dalla 4° compagnia. I marò resistettero agli assalti e contrattaccarono il nemico. All’alba del 23 maggio gli angloamericani attaccarono dalla testa di ponte di Anzio in direzione di Cisterna, impiegando tre divisioni per tagliare la strada statale Casilina, principale via di ritirata della 10° Armata tedesca. Il 24 maggio il battaglione “Barbarigo” e il Gruppo d’artiglieria “San Giorgio” ricevettero l’ordine di ritirarsi. Le tre compagnie in linea si sganciarono in direzione di Sermoneta e Bassiano. La 2° fu attaccata da mezzi corazzati nei pressi di Cisterna, la 4° resistette agli attacchi nemici nell’abitato di Norma. Gli artiglieri del “San Giorgio”, dopo aver esaurito tutte le munizioni a loro disposizione, fecero saltare le bocche da fuoco. La 3° compagnia ripiegava da Terracina ricongiungendosi al resto del battaglione. La postazione del plotone comandato dal guardiamarina Alessandro Tognoloni (251 compagnia) venne accerchiata da carri Sherman americani. Al grido di “Decima! Barbarigo”, i marò andarono all’assalto dei carri. Tognoloni lanciò una bomba a mano e cadde colpito squarciato nel torace. Prima di perdere i sensi scaricò i colpi della sua pistola e, vuoto il caricatore, la lanciò contro il carro avanzante. Per gli atti di valore compiuti sul fronte di Nettuno gli fu concessa la Medaglia d’Oro. Il 31 maggio il “Barbarigo” giunse a Roma e si radunò nella caserma di Maridist, in Piazza Randaccio. La sera del 4 giugno le avanguardie della 5° Armata americana entrarono in città, primo fra tutti il l° Distaccamento della Special Service Force a cui il “Barbarigo” si era opposto strenuamente per tre mesi. La mattina del 5 giugno i resti del “Barbarigo” si inquadrarono e, divisi in piccoli gruppi, marciarono in direzione di La Spezia.

IL “BARBARIGO” IN PIEMONTE

elmetto del barbarigo
elmetto del barbarigo

Nel giugno 1944 la “Decima” concentrò i suoi battaglioni nell’alto Piemonte. Il “Barbarigo” fu il primo reparto a giungere nella regione, si sistemò nella zona del lago di Viverone e successivamente fu trasferito a Pont Canavese. Nel pomeriggio dell’8 luglio, a Ozegna, una frazione a sud di Courgné (Torino), giunse nella piazza del paese un reparto motorizzato della Decima Mas, al comando del capitano di corvetta Umberto Bardelli. Si trattava di una quarantina di marò del battaglione “Barbarigo” reduci dal fronte di Nettuno. Nel paese operava una banda partigiana comandata da Piero Urati detto “Piero Piero”. Bardelli aveva saputo che i partigiani erano disposti a uno scambio di prigionieri e per questo motivo si era recato a Ozegna per iniziare le trattative. Gli uomini del “Barbarigo” scesero dagli automezzi e attesero l’arrivo dei partigiani. Bardelli, per dimostrare il carattere pacifico della sua missione, ordinò ai suoi uomini di estrarre i caricatori dai mitra; anch’egli si tolse la pistola dalla fondina e la gettò a terra. Il comandante Bardelli e i suoi ufficiali cominciarono a discutere con i rappresentanti della banda partigiana giunti nella piazza. L’atmosfera era apparentemente distesa e nulla lasciava presagire quanto sarebbe avvenuto nel volgere di qualche minuto. Il dialogo si svolse con toni pacati da entrambe le parti. Mentre i capi partigiani trattavano con gli ufficiali della “Decima”, circa duecento uomini della formazione di “Piero Piero” circondavano la piazza appostandosi nelle strade adiacenti. Quando la manovra di accerchiamento fu conclusa, i capi partigiani con un pretesto chiesero di allontanarsi dalla piazza con l’impegno di ritornare con i prigionieri fascisti da loro detenuti. Da parte sua, il comandante Bardelli promise sul suo onore di liberare, non appena rientrato a Ivrea, un uguale numero di partigiani. Dopo pochi minuti, mentre Bardelli e i suoi uomini attendevano il ritorno dei partigiani, nella piazza si abbatte sugli ignari marò una tempesta di fuoco. Nonostante un tentativo di resistenza organizzato da Bardelli, i partigiani ebbero il sopravvento sugli uomini della “Decima”. Il comandante Bardelli fu uno dei primi a cadere fulminato. L’imboscata tesa dai partigiani costò ai marò altri nove morti e numerosi feriti. Alla salma di Bardelli i partigiani strapparono due denti d’oro e gli altri marò uccisi vennero rinvenuti lordati di letame. Nei primi giorni dell’ottobre 1944, il “Barbarigo” mosse all’attacco dei partigiani attestati nella zona di Rimordono (Torino). I marò sbaragliarono le formazioni avversarie, costringendo le bande a riparare in territorio francese.

IL BARBARIGO SUL FRONTE ORIENTALE

Reparto NP
Reparto NP (nuotatori paracadutisti) Jesolo

Il 25 ottobre il battaglione lasciò Ponte Canavese per il fronte orientale. Il 29 giunse a Vittorio Veneto. Nella zona, la gravissima, situazione determinata dalla pressione esercitata contro la frontiera italiana e sulla città di Gorizia dai partigiani sloveni del “IX Corpus” appoggiati da bande comuniste italiane, richiese l’intervento del “Barbarigo”, affiancato dalla 2° e 3° compagnia del battaglione “Valanga”. I partigiani slavi erano penetrati sino nei boschi del Consiglio; i reparti della “Decima” rastrellarono la zona, infliggendo ingenti perdite alle bande di Tito. Alla fine di dicembre il “Barbarigo”, con altri reparti della divisione “Decima” fu inviato sul fronte dell’Isonzo per fronteggiare il “IX Corpus” che minacciava la città di Gorizia. Per contrastare le bande tutine, il comando operativo della “Decima” mise a punto con il comando dell’Adriatische-Kustenland il piano Adele Aktion (operazione aquila). Il “Barbarigo” fu il primo reparto ad essere impiegato contro gli slavi, risalì la Biasima occupando l’abitato malgrado la strenua resistenza opposta dai partigiani. Poi occupò Cal di Canale, Localizza e Chiappavano. Ai primi di febbraio ‘45 la divisione “Decima” lasciò Gorizia, ma il battaglione “Barbarigo” restò ancora qualche settimana nella zona a difesa dei confini orientali della Repubblica e sui monti San Marco e Spino respinse gli attacchi dei partigiani sloveni. Con un contrattacco, che impegnò tutte le compagnie del battaglione, ancora una volta i marò sconfissero il nemico.

IL BARBARIGO SUL FRONTE SUD

Il Barbarigo al fronte
Il Barbarigo al fronte

A metà marzo giunse al battaglione l’ordine di trasferimento sul fronte sud. Il reparto partì da Vittorio Veneto il giorno 20 diretto a Rovigo. Il giorno 26 passò da Ferrara, Argenta e Imola. Il giorno successivo entrò in linea alle dipendenze del comando “I° Gruppo di combattimento Decima”, comprendente oltre al “Barbarigo” il battaglione “Lupo”, il battaglione NP (Nuotatori Paracadutisti), il battaglione “Freccia” (Genio e Trasmissioni) e il Gruppo d’artiglieria “Colmino”. Nella zona di Imola, dal 28 marzo al 4 aprile, il battaglione fu impegnato in un’intensa attività di pattuglia catturando numerosi prigionieri, appartenenti al gruppo “Friuli” dell’esercito regio. Il 20 aprile, per l’arretramento del fronte, il battaglione iniziò il ripiegamento verso nord attraversando il fiume Po in località Oro. A Santa Maria Fornace, i marò sostennero un violento scontro con reparti della brigata “Cremona” del regio esercito del sud (in uniforme britannica). Il 27 aprile il “Barbarigo” toccò Pozzonovo giungendo in serata a Conselve. Il giorno dopo il reparto proseguì verso Albignàsego in direzione di Padova, affrontando presso il ponte del Bassanello una postazione partigiana che fu sgominata dai marò della 2° compagnia.

L’ONORE DELLE ARMI AL “BARBARIGO”

ritaglio di giornale con nota per il Barbarigo
ritaglio di giornale con nota dell’onore delle armi al Barbarigo

Nella notte del 29 aprile il “Barbarigo” si schierò per ascoltare le parole del comandante del “I° Gruppo di combattimento Decima”, capitano di corvetta Di Giacomo, e di un ufficiale di una brigata corazzata neozelandese che fece ascoltare il messaggio del Maresciallo Rodolfo Grazianti, registrato per invitare a deporre le armi, evitando ulteriori spargimenti di sangue. Gli uomini del “Barbarigo”, dopo una notte praticamente insonne, inquadrati dai loro ufficiali, la mattina seguente entrarono a Padova armati, passando fra i reparti di carristi inglesi e neozelandesi che resero loro l’onore delle armi.

Il 30 aprile il battaglione si concentrò nella caserma “Pra della Valle” e venne considerato disciolto.

I marò furono avviati al 209 PO Cap di Fragola presso Napoli, dove rimasero circa un mese; da qui il 5 giugno furono trasferiti a Taranto e imbarcati sulla Duchessa of Richmond diretta in Algeria, destinazione il 211 PO Cap di Cap Matifou ad una trentina di chilometri da Algeri, in prigionia.

 

ONORE AL BARBARIGO

Stemma del Barbarigo
Stemma del Barbarigo

Pochi tornarono in patria e quei pochi vissero il loro giorni nell’oblio e nella persecuzione perché rei di aver difeso il patrio suolo dai comunisti.

Luigi Duran De La Penne

Luigi Duran De La Penne
Luigi Duran De La Penne

Nacque a Genova l’11 febbraio 1914. Dopo aver conseguito il diploma di Capitano Marittimo presso l’Istituto Nautico San Giorgio di Genova, nell’ottobre 1934 frequentò, presso l’Accademia Navale di Livorno, il Corso Ufficiali di complemento, al termine del quale, nel grado di Guardiamarina, imbarcò sul cacciatorpediniere Fulmine.

Nel 1935 passò ad operare nell’ambito della 6a Squadriglia MAS di La Spezia e, trattenuto in servizio per esigenze eccezionali, connesse al conflitto italo-etiopico, nel 1938 conseguì la promozione a Sottotenente di Vascello.

Nel secondo conflitto mondiale partecipò a numerose missioni con i MAS nel Mediterraneo e nell’ottobre 1940 conseguì la promozione a Tenente di Vascello. Passato ad operare con il Gruppo mezzi d’assalto, partecipò alla missione di Gibilterra (30 ottobre 1940) e all’impresa di forzamento della base inglese di Alessandria – Capogruppo dei “maiali” 221, 222 e 223 condotti rispettivamente dallo stesso Luigi Durand de la Penne, da Vincenzo Martellotta, e Antonio Marceglia, coadiuvati dai capi palombari Emilio Bianchi e Mario Marino e dal sottocapo Spartaco Schergat – che portò, all’alba del 9 dicembre 1941 all’affondamento delle navi da battaglia inglesi Valiant e Queen Elizabeth, della petroliera Sagona e al danneggiamento del cacciatorpediniere Jervis.

De la Penne, dopo aver superato con notevoli difficoltà le ostruzioni del porto, da solo collocò la carica esplosiva sotto le torri di prora della Valiant e, risalito in superficie, venne scoperto e fatto prigioniero. Portato a bordo con il 2° capo Emilio Bianchi, secondo operatore del suo mezzo, fu rinchiuso in un locale adiacente al deposito munizioni e vi fu tenuto anche dopo che ebbe informato il comandante dell’unità inglese, Capitano di Vascello Morgan, dell’imminenza dello scoppio della carica, al fine di far porre in salvo l’equipaggio.

Uscito indenne dall’esplosione che affondò la nave, tradotto prigioniero in Gran Bretagna, nel febbraio 1944 rimpatriò a partecipò alla guerra di liberazione nel Gruppo Mezzi d’Assalto.Tutti gli operatori vennero poi decorati di Medaglia d’Oro al Valore Militare e promossi per merito di guerra. La consegna della decorazione a Luigi Durand de la Penne avvenne a Taranto nel marzo 1945 e fu l’occasione di uno storico episodio: fu infatti lo stesso comandante della Valiant nel 1941, Capitano di Vascello Sir Charles Morgan, divenuto ammiraglio, che decorò Luigi Durand de la Penne, su invito del luogotenente del Regno Umberto di Savoia che presiedeva la cerimonia.

Promosso Capitano di Corvetta in data 31 dicembre 1941, Capitano di Fregata nel 1950 e Capitano di Vascello a scelta eccezionale nel 1954, nell’ottobre 1956 fu Addetto Navale in Brasile quindi, per mandato politico a seguito della sua elezione a Deputato al Parlamento (2a, 3a , 4a, 5a e 6a legislatura), fu collocato in aspettativa ed iscritto nel Ruolo d’Onore, dove raggiunse il grado di Ammiraglio di Squadra.

L’Ammiraglio di Squadra (R.O.) Luigi Durand de la Penne morì a Genova il 17 gennaio 1992.

Altre decorazioni e riconoscimenti per merito di guerra:

•          Medaglia d’Argento al Valore Militare sul Campo (Gibilterra, 1940);

•          Trasferimento in s.p.e. nel grado di Tenente di Vascello (1941);

•          Promozione al grado di Capitano di Corvetta (1941).