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Perché Europa e Obama farebbero bene a cercare di capire i vari Putin e Orban anziché trattarli da mostri

Mondiali 2014, Finele: Germany Argentina

L’infornata di sanzioni Ue contro Mosca appena approvata dai governi europei era inevitabile ed è appropriata: a prescindere da ogni altra considerazione di politica e di diplomazia internazionali, chi destabilizza un paese confinante armandone i ribelli con sistemi bellici così sofisticati che costoro non sono capaci di usarli, e finiscono per abbattere un aereo civile uccidendo 300 innocenti, merita una punizione. Non ci sono giustificazioni per fatti del genere, come non ce ne sono quando l’artiglieria israeliana colpisce le scuole dell’Onu dove hanno cercato riparo i civili palestinesi e non ce ne sono quando i razzi palestinesi seminano il terrore nelle cittadine israeliane.

putin-assadTrovo invece patetica la crescente demonizzazione di Vladimir Putin, indicato sempre più come l’uomo da abbattere affinché tutto torni alla normalità, e la cooperazione fra Russia, Usa e Unione Europea in vista del trionfo universale della convivenza pacifica, della liberaldemocrazia e dell’economia di mercato globalizzata ricominci come ai bei tempi della presidenza Eltsin.

Le esperienze del passato sembrano non avere insegnato nulla: l’opinione pubblica occidentale ha creduto che bastasse sbarazzarsi di Saddam Hussein, di Mubarak o di Gheddafi per vedere trionfare la libertà e la democrazia nel mondo arabo, salvo poi scoprire che le cose erano meno semplici di quanto pareva dall’esterno. Il conflitto israelo-palestinese? Una volta fuori gioco Sharon e Arafat, nemici che si reggevano reciprocamente, israeliani e palestinesi più flessibili dei loro due capi avrebbero trovato la quadratura del cerchio. Infatti… Adesso si pensa la stessa cosa di Putin, di Bashar el Assad e persino di Erdogan, capo di governo turco eletto e rieletto ogni volta con maggioranze sempre più ampie.

L’idea che un dittatore o un leader autoritario o semi-autoritario siano espressione di una specifica e irripetibile costellazione storica, sociale, culturale, politica ed economica continua a non sfiorare le menti della maggior parte dei commentatori e della gente comune. Per l’americano e l’europeo medi, intrisi di cultura individualista, il dittatore o l’uomo forte sono espressione di se stessi e di una volontà di potenza individuale, niente di più. Quando il loro modo di fare politica crea dei problemi all’Occidente, la cosa da fare perché spariscano quei problemi è far sparire il disturbatore in persona. Certo, ci sono pur sempre politici e intellettuali di alto profilo – come Henry Kissinger, Mikhail Gorbaciov, Stephen Cohen – che spiegano che in realtà il leader del Cremlino fa quello che qualunque capo di Stato russo avrebbe fatto in circostanze analoghe, perché nessun governante moscovita può permettere che l’Ucraina scivoli nell’area politico-militare della Nato. Ma sono in minoranza e le loro idee non vengono prese in considerazione.

Viktor OrbanQualcosa però si sta muovendo, e merita attenzione e approfondimento, senza giudizi precipitosi: le situazioni si stanno evolvendo sotto i nostri occhi. Ha fatto scalpore un discorso del premier ungherese Viktor Orban (foto a sinistra) pronunciato il 26 luglio scorso. Dopo aver premesso che l’esperienza della crisi finanziaria internazionale dimostra che «gli stati liberaldemocratici non sono in grado di restare competitivi a livello globale», ha affondato un colpo sbalorditivo: «Non credo che la nostra appartenenza all’Unione Europea ci precluda la possibilità di edificare un nuovo stato illiberale, basato sulle nostre fondamenta nazionali», ha detto.

Il progetto avrebbe due motivazioni. Una di tipo identitario: «l’Ungheria non è un’ammucchiata di individui, è una nazione», ha detto il primo ministro. Mentre libertà e democrazia devono continuare a prevalere, l’ottica dei diritti individuali dovrebbe lasciare posto all’etica dei doveri verso il proprio popolo. Poi ci sono motivi economici. La globalizzazione economica e la liberaldemocrazia individualistica sono un binomio che sembra non funzionare: con la relativa eccezione degli Usa, che sono pur sempre la potenza dominante, e della Germania favorita dall’architettura dell’euro, i paesi che sembrano reggersi meglio non appartengono all’Occidente: «Oggi il mondo cerca di capire la natura di sistemi che non sono occidentali, che non sono liberali e fore non sono nemmeno democrazie, ma che hanno successo». I nomi? Orban menziona Singapore, Cina, India, Russia e Turchia. Sono alcuni dei paesi i cui leader sono maggiormente criticati nella stampa europea e statunitense.

A parte la disinvoltura con cui Orban mette insieme sistemi che si possono definire democratici con altri che non lo sono minimamente, è vero che un numero crescente di paesi che non appartengono all’Occidente e che spesso non condividono i suoi valori stanno ottenendo successi politici e/o economici. A volte anche quando l’economia rallenta, il consenso per i governi resta alto. Il tasso di approvazione di Vladimir Putin, il nuovo “uomo nero” dei media occidentali, all’inizio di giugno aveva toccato il massimo storico dell’83 per cento. Anche Erdogan, che nei mesi delle proteste di piazza Taksim era sceso dal 59 del 2013 al 39 per cento, è risalito oltre il 50 per cento ed è il favorito assoluto per le presidenziali del 10 agosto. Nell’aprile scorso Viktor Orban, la bestia nera della Commissione europea e del Parlamento europeo, ha vinto un nuovo mandato da primo ministro col 44,5 per cento dei voti.

Cena di gala per Merkel e Obama al castello di CharlottenburgEffettivamente siamo in presenza di due problemi. Il primo è che il modello politico occidentale, presentato come la sintesi perfetta di prosperità, giustizia sociale, economia di mercato, libertà pubbliche e private, sistema politico democratico non attira più come in passato. Gli europei per primi avvertono i suoi limiti. In un mondo dominato dai movimenti dei grandi capitali e dalla finanziarizzazione dell’economia, dove tutti i paesi sono costretti a praticare le stesse politiche economiche e sociali fin nei dettagli per non veder esplodere il debito sovrano, dove il margine di manovra dei parlamenti nazionali si fa sempre più stretto perché l’80-90 per cento delle norme viene decisa non democraticamente a Bruxelles, dove le sentenze dei tribunali costituzionali, delle Corti europee e delle Corti d’appello stabiliscono quali leggi possono essere approvate dalla volontà popolare e quali no, dove le varie leggi nazionali sulle varie “fobie” riducono costantemente lo spazio della libertà di parola, viene da interrogarsi se quella che vige sia democrazia sostanziale e se le libertà siano formali o reali.

Le leggi e la pressione del conformismo culturale ci obbligano a parlare in un certo modo e ci puniscono con l’emarginazione o con sanzioni penali se deroghiamo, i giudici cassano le leggi che abbiamo approvato votando per un certo partito (per esempio quella sulla fecondazione eterologa; e a Strasburgo stavano per mettere fuorilegge i crocefissi nelle scuole, se non fosse intervenuta la Grand Chambre), i mercati finanziari e i vincoli della moneta unica europea decidono al posto dei governi cosa si può fare e cosa non si può fare. È ancora democrazia questa? È ancora libertà?

Poi c’è l’altra grande questione: l’incapacità di guardare agli altri come altri, di dare un significato all’alterità. Così il russo è solo un euro-asiatico politicamente immaturo, che si è lasciato sedurre e manipolare dal proprio capo supremo. Liberiamo il minorenne russo, incline a credere a tutto ciò che la propaganda di Stato gli propina, dal suo tutore, e Mosca diventerà come Belgrado: una capitale di tradizione slavo-ortodossa desiderosa di omologarsi in tutto e per tutto ai canoni dell’Unione Europea.

milosevicIl paragone fra la Serbia di Milosevic e la Russia di Putin l’ho letto nelle pagine dell’autorevolissimo New York Times: secondo Roger Cohen bisogna trattare Putin come Milosevic, e la Russia farà lo stesso percorso che ha fatto la Serbia. Forse Cohen farebbe bene a ricordarsi come trattammo la Russia al tempo della crisi del Kosovo. A Mosca c’era Eltsin, che pur protestando molto di fatto dette il via libera ai bombardamenti Nato su Belgrado e sulle truppe serbe in Kosovo, perché non minacciò un intervento militare. Quando Belgrado capitolò, Mosca fece da mediatrice fra la Serbia e la Nato per le decisioni relative all’ingresso delle truppe euroatlantiche in Kosovo e chiese di potere avere un ruolo. Venne tenuta fuori come un lebbroso. Eltsin dovette mandare i suoi parà nottetempo all’aeroporto di Pristina, in una specie di blitz insensato – i parà russi erano un’isoletta circondata dai militari degli altri paesi- per dare al mondo l’impressione che la Russia stava sorvegliando le attività della Nato in Kosovo.

Con questi precedenti – oltre alle promesse tradite fatte a suo tempo a Gorbaciov di non accogliere nella Nato i paesi che uscivano dal Patto di Varsavia – non c’è da stupirsi della politica di Putin. L’ex ufficiale del Kgb ha fatto quello che qualunque altro presidente russo avrebbe fatto. Dopo avere rimesso un po’ in piedi la Russia dal punto di vista economico e del funzionamento delle istituzioni (al tempo di Eltsin c’era una bellissima libertà di parola e di stampa, ma più povertà che sotto il comunismo e la paralisi completa dei servizi pubblici) il nuovo leader ha cercato di restaurare la forza della Russia come grande potenza e di bloccare l’espansione della Ue e della Nato in direzione di Mosca.

In Ucraina sta perdendo la partita, come tutti capiscono sin dai giorni dell’occupazione della Crimea. Ma se Putin dovesse uscire di scena perché l’Ucraina scivola definitivamente verso Washington, le probabilità che a ciò corrisponda una democratizzazione e liberalizzazione della vita politica russa sono pari quasi a zero. Ha scritto George Friedman su Stratfor, il principale sito internet americano di geopolitica: «Coloro che pensano che Putin sia allo stesso tempo il più repressivo e il più aggressivo leader russo immaginabile dovrebbero riflettere che le cose non stanno così. Lenin, per esempio, faceva paura. Ma Stalin fu molto peggio. Potrebbe venire un tempo in cui il mondo guarderà a Putin come a un tempo di liberalità. Perché se la lotta di Putin per sopravvivere e dei suoi sfidanti interni per spodestarlo dovesse diventare più intensa, la disponibilità di tutti a diventare più brutali potrebbe ugualmente crescere».

isilLa Russia sta destabilizzando l’Ucraina, su questo non ci piove. Ma anche la Ue e la Nato stanno destabilizzando la Russia, consapevolmente o inconsapevolmente. Non stanno semplicemente osteggiando un leader autoritario: stanno mettendo in pericolo l’esistenza politica e istituzionale della Russia. Gli europei probabilmente sono in buona fede, e credono di poter fare della Russia un’altra Serbia, convertita all’europeismo dopo la caduta di Milosevic; ma gli americani pensano a una Russia serbizzata in un altro senso: un’entità politica smembrata di diritto o di fatto, gestita da oligarchi ai quali sarebbero affidati spazi territoriali specifici, la quale non costituirebbe più una minaccia geopolitica per gli Usa.

Insomma, all’amministrazione Obama non dispiacerebbe se la Russia andasse in pezzi, come ci stanno andando Siria e Iraq. Ai tempi di G.W. Bush la linea ufficiale consisteva nell’esportazione della democrazia, che avrebbe trasformato i nemici in amici. Al tempo di Obama, più realisticamente si mira a disintegrare dall’interno i nemici. Resteranno nemici, ma non nuoceranno più. Nella democrazia come sistema universale prima di tutto sembrano non crederci più gli americani, cioè quelli che l’hanno inventata.

Italiani all’offensiva in Afghanistan

lince della folgore a balamurghab
lince della folgore a balamurghab

Truppe italiane all’offensiva in tutta la provincia di Farah con l’obiettivo di ripulire le strade dalla minaccia talebana che da quelle parti si manifesta quasi ogni giorno con attentati dinamitardi, imboscate e attacchi con razzi e mortai. Il comando alleato di Herat, il Regonal Command West guidato dal generale Luciano Portolano, l’ha chiamata Operazione Copperhead e ha messo in campo oltre la metà delle quattro task force da combattimento italiane schierate nell’Afghanistan Occidentale. La “battaglia delle strade” viene combattuta ormai da anni dalle truppe alleate e dai reparti afghani con l’obiettivo di rendere sicure le vie di comunicazione che uniscono Bala Buluk a Farah City, quest’ultima a Bakwa e al distretto orientale del Gulistan e il tratto di Ring Road  (l’arteria che attraversa gran parte del Paese) che da Bala Buluk conduce a Delaram e alla confinante  provincia di Helmand. Un triangolo che ha sempre visto intensi scontri tra forze alleate e insorti. Questa volta però le forze messe in campo dagli italiani sono di un’entità senza precedenti: a giudicare dai reparti impegnati almeno un migliaio di militari italiani più altrettanti afghani. Il 152° reggimento “ Sassari” (Task Force South) manovra con un paio di “kandak” (battaglioni afghano) affiancati da consiglieri militari italiani per snidare gli insorti a nord di Farah City rinforzato lungo la Ring Road dai blindati pesanti Freccia dell’82° reggimento fatti affluire da Shindand dove ha sede la Task force Center guidata dai fanti aeromobili del 66°reggimento. Più a est, nel settore più caldo assegnato alle truppe italiane, i fanti di Marina del “San Marco” hanno più difficoltà ad allargare l’area delle operazioni intorno alle  loro basi situate in pieno territorio ostile.

“Attacco all’avamposto Snow”
Si tratta dei distretti di Bakwa e Gulistan, infestati da insorti e milizie narcos che proteggono le vaste coltivazioni di oppio e dove la presenza di truppe e agenti di polizia afghani e poco più che simbolica anche per la difficoltà di rifornire i reparti lungo l’unica strada, la 522, esposta alle imboscate e piena di ordigni improvvisati. Qui gli italiani sono arrivati solo nel settembre 2010 e da allora è in questo settore che il nostro contingente ha registrato le perdite più elevate. Non è un caso che la risposta talebana alla vasta offensiva italiana si sia verificata qui, dove gli insorti sono più forti e mantengono un buon controllo del territorio.  Nel pomeriggio del 2 febbraio hanno attaccato il Combat Out Post “Snow”, l’estremo avamposto italiano situato a Buji presidiato da alcune decine di marines del “San Marco” e già in passato teatro di numerosi attacchi. Un assalto coordinato effettuato con la copertura di mortai al quale i fanti di Marina hanno risposto con armi leggere e con i mortai pesanti da 120 millimetri. Per respingere l’attacco, che non ha provocato feriti tra gli italiani, è stato necessario anche l’intervento aereo di cacciabombardieri alleati che hanno colpito le postazioni talebane. Un compito che da pochi giorni sono autorizzati a svolgere anche i 4 cacciabombardieri italiani AMX  basati a Herat. Non è la prima volta che i talebani lanciano massicci assalti al Cop “Snow” (durante uno dei quali il 31 dicembre 2010 venne ucciso il caporal maggiore degli alpini Matteo Miotto) senza dubbio la postazione italiana più esposta e pericolosa dove la guarnigione viene rifornita con gli elicotteri.

Sequestri di armi e droga
Secondo quanto riferito dal Comando di Herat durante l’operazione Copperhead si sono registrati scontri quotidiani con un numero non precisato di insorti rimasto sul terreno mentre altri sono stati catturati. Alcuni sospetti terroristi  sono stati arrestati perché trovati in possesso di diverse tipologie di esplosivo, inclusi 800 chili di nitrato d’ammonio, il fertilizzante utilizzato per produrre bombe artigianali. Gli italiani hanno recuperato diversi  ordigni improvvisati già pronti all’uso e di due auto-bombe, probabilmente da impiegare contro colonne o postazioni militari. L’operazione ha portato inoltre al recupero di ingenti somme di denaro in valuta pakistana, di mezza tonnellata di oppio e 80 chili di eroina e hashish, a conferma dello stretto legame che lega l’attività dei narcos e degli insorti. Sempre nella provincia di Farah una ventina di miliziani ha invece consegnato le armi aderendo al programma governativo di reintegrazione che negli ultimi due mesi ha coinvolto oltre 350 insorti in tutto l’Ovest afghano. L’operazione Copperhead è scattata in concomitanza con il completamento della seconda fase della “transizione” nel settore sotto comando italiano che dal novembre scorso ha visto le forze di sicurezza afghane assumere la responsabilità della sicurezza di due distretti della provincia di Badghis e della quasi totalità di quella di Herat, 13 distretti su 16, ad eccezione di Shindand, Obeh e Chisht-e Sharif che restano sotto il controllo italiano.
Rifacimento della Ring Road a nord
Il comando italiano, ch ha ricevuto il 9 febbraio la visita dell’ammiraglio Jamres Stavridis, Comandante supremo della Nato è impegnato anche nella sicurezza ai lavori di pavimentazione della Lithium Route, importante arteria che collega la provincia di Badghis con il settore Nord del Paese a guida tedesca. Lavori che rappresentano il successo dell’intensa campagna operativa condotta dal 151° Reggimento della brugata Sassari (Task Force North) in stretta collaborazione con le forze speciali americane e di sicurezza afgane nel settore settentrionale dell’area di responsabilità del Rc-West, creando le necessarie condizioni di sicurezza per la realizzazione di importanti progetti di sviluppo nel settore infrastrutturale. In pratica si tratta del rifacimento di un tratto importante della Ring Road, l’arteria più importante dell’intero Afghanistan tra Bala Murghab e il confine con il vicino comando Regione Nord (Regional command North- Rc-North) a guida tedesca. Lavori consentiti da un investimento di 80 milioni di dollari che la Asian Development Bank (Adb) ha aggiunto alla cifra di 340 milioni già stanziati per il progetto.

Gianandrea Gaiani

La guerra di Barack Hussein Obama

carro armato M1A2 Abrams
carro armato M1A2 Abrams

Barack Obama ha deciso di inviare, cosa mai fatta dal suo precedessore, i carri armati M1A2 Abrams in Afganistan.
I mezzi da quasi 70 tonnellate verranno schierati nella provincia di Helmand, ancora la più “calda” del Paese nonostante sei mesi di intense operazioni condotte da 20 mila marines statunitensi e 10 mila soldati britannici.
La notizia, diffusa dal Washington Post citando fonti ufficiali, conferma come il “surge” delle truppe americane in Afghanistan, non sia ancora completato. Finora i carri non erano mai impiegati dagli statunitensi nel conflitto anti-insurrezionale afghano, fatto di piccole battaglie e scaramucce nelle quali sono privilegiati i mezzi ruotati più leggeri.
Con i carri armati il generale David Petraeus punta ad aumentare la potenza di fuoco dei marines. I primi sedici Abrams verranno schierati a Helmand ma altri potrebbero venire schierati a Kandahar dove la Centounesima divisione sta faticosamente ripulendo tre distretti espugnati ai talebani. I carri Abrams giungeranno in Afghanistan imbarcati su grandi velivoli da trasporto e verranno impiegati in appoggio alle unità di fanteria dove potranno far valere la protezione offerta dalla loro corazza, in grado di resistere a tutte le armi talebane e, in teoria, anche ai più potenti ordigni improvvisati. Il cannone da 120 millimetri offre inoltre una potenza di fuoco molto flessibile, utile a colpire il nemico in movimento ma anche a demolire fino a quattro chilometri di distanza edifici, postazioni fisse di mitragliatrici, razzi e mortai evitando di dover esporre i soldati al fuoco diretto delle postazioni nemiche. L’arma più potente impiegata finora a bordo dei veicoli alleati in Afghanistan sono i cannoncini a tiro rapido da 25/30 millimetri adottato dai mezzi corazzati da combattimento (cingolati e ruotati) Bradley e Lav 25 statunitensi, Warrior  e Scimitar britannici, VBC francesi o i Dardo e Lince italiani. La presenza dell’Abrams consentirà di limitare in alcuni casi il ricorso ai cacciabombardieri e agli elicotteri da combattimento ma il suo invio in Afghanistan costituisce il segnale di un inasprimento delle operazioni belliche nelle roccaforti talebane del sud mentre nelle province orientali il terreno montuoso rende più improbabile l’impiego dei carri armati. In servizio dal 1980 con le forze americane, l’Abrams è stato prodotto in oltre 8mila esemplari, ha un equipaggio di quattro militari e può raggiungere i 70 chilometri orari su strada e i 50 fuoristrada. Elevati i costi logistici tenuto conto che per percorrere 100 chilometri “beve” oltre 450 litri di carburante. E’in servizio anche con gli eserciti egiziano, kuwaitiano, saudita, australiano ed è stato recentemente fornito anche al nuovo esercito iracheno. Dei 47 Paesi alleati presenti con contingenti militari in Afghanistan finora solo il Canada e la Danimarca hanno schierato i carri armati (i tedeschi Leopard 2) rivelatisi risolutivi in molte battaglie combattute nelle province di Kandahar e Helmand. Due anni or sono anche il comano britannico chiede si poter disporre di alcuni carri armati Challenger ma il governo negò l’auorizzazione.Negli ultimi tre mesi le operazioni delle forze speciali per uccidere o catturare i talebani si sono triplicate. Nel solo mese di ottobre, nei raid aerei della Nato sono state sganciate circa mille bombe, il numero più alto in un singolo mese dall’inizio della guerra. Nei distretti intorno a Kandahar i fanti aeromobili della 101esima divisione hanno fatto saltare in aria decine di case (con l’approvazione delle autorità locali) perché bonificarle dalle centinaia di mine e trappole esplosive sarebbe stato troppo pericoloso. Il trasferimento in Afghanistan degli Abrams avrà costi logistici rilevanti considerato che i mezzi viaggeranno a bordo dei velivoli cargo e la loro manutenzione sul campo di battaglia sarà onerosa.

Link

http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/11/18/AR2010111806856.html?hpid=topnews

http://video.ilsole24ore.com/SoleOnLine5/Video/Notizie/Asia%20e%20Oceania/2010/carri-M1-Abrams-Afghanistan/carri-M1-Abrams-Afghanistan.php

http://www.fas.org/man/dod-101/sys/land/m1.htm

http://www.army-technology.com/projects/abrams/

Afganistan, stranezze e misteri del rafforzamento italiano

di Gianandrea Gaiani

(NdB, ma perchè i politici non si preoccupano delle strategie lasciando i militari di fare in pace il loro mestiere?)

2 agosto Il rafforzamento del dispositivo militare italiano schierato in Afghanistan è stato confermato dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa, prima durante la visita a Herat per “verificare sul campo le condizioni effettive di sicurezza e la possibilità di incrementarle” e poi in Parlamento il 28 luglio.Tra le misure annunciate alcune risultano chiare e importanti, altre suscitano perplessità e altre ancora sembrano del tutto fuori luogo. Vediamole una ad una.

A-129 Mangusta
L’invio di una quarta coppia di elicotteri da combattimento (ma La Russa non esclude l’invio di altri A-129 in futuro) consentirà di dare respiro alle 6 macchine schierate a Herat, Farah e Qal-i-Now impiegate senza sosta negli ultimi due mesi per appoggiare l’offensiva su Bala Murghab e respingere gli attacchi talebani a Farah. In due anni di operazioni in Afghanistan i velivoli della Brigata Friuli si sono dimostrati insostituibili nel supporto di fuoco ravvicinato e i due rinforzi aggiungeranno volume di fuoco all’Aviation Battalion, l’unità tattica che l’Aviazione dell’Esercito ha costituito a Herat raggruppando i Mangusta, i 4 CH-47 e i 3 AB-412 appena arrivati, in un’unità operativa indipendente dalla Joint Air Task Force dell’Aeronautica dalla quale dipendono ora solo i 2 Tornado (più 2 in arrivo) , i 2 Predator e i 3 AB 212 di Aeronautica e Marina.

Predator
L’aumento degli UAV da 2 a 3 o 4 è sicuramente utile ad aumentare le capacità di sorveglianza ma non è un vero rinforzo. In realtà già l’anno scorso i Predator erano 3 poi uno è stato ritirato dall’Afghanistan forse per le esigenze interne legate al vertice del G-8 a L’Aquila. L’impiego degli UAV nella lotta agli ordigni improvvisati (IED) richiede anche nuovi software per l’analisi del terreno mentre sarebbero utili anche un po’ di armi imbarcate per poter colpire direttamente le forze nemiche individuate senza dover dirottare sul bersaglio altri velivoli o forze terrestri. Un’esigenza che emergerà ancor più prepotentemente con i nuovi Reaper acquistati dall’Aeronautica, macchine con una grande capacità di carico bellico che americani e britannici impiegano sempre più di frequente in azioni di guerra ma che l’Italia ha acquisito disarmati, privi cioè di bombe e missili.

Lince o Freccia ?
Sulla protezione offerta dai mezzi terrestri il ministro ha fatto bene a precisare in Parlamento che “la sicurezza al cento per cento non può esistere” anche se il dibattito apertosi dopo la morte del caporal maggiore Alessandro Di Lisio sulla bontà del Lince si è subito trasformato in farsa.
Anche l’ultimo attentato ha dimostrato la validità del Lince considerato che i tre militari all’interno del mezzo hanno riportato solo contusioni e lievi ferite, le stesse subite da altri militari italiani colpiti a bordo dei Lince da una ventina di Ied dal 2007 a oggi nei quali una dozzina di Lince hanno subito danni gravi mentre i feriti più seri sono sempre stati i mitraglieri esposti sulla “ralla”, la piattaforma girevole situata sul tetto del mezzo sulla quale è installata una mitragliatrice. L’esposizione del mitragliere, imposta dall’esigenza che ogni veicolo possa combattere, è un problema noto alla Difesa e il 16 giugno il ministro Ignazio La Russa parlò di “migliorare la sicurezza dei militari che stanno fuori dai blindati”. La soluzione è rappresentata dall’adozione di torrette automatizzate “a controllo remoto” equipaggiate con mitragliatrici e visori e manovrate dai militari dall’interno del Lince. I britannici, che a causa degli Ied hanno perduto i tre quarti dei 191 soldati caduti in Afghanistan, stanno acquistando diversi tipi di veicoli protetti inclusi 450 Lince, ribattezzati Panther, dotati di una torretta prodotta da Bae Systems e armata con una mitragliatrice da 12,7 millimetri. Anche i blindati Puma utilizzati dagli alpini nell’area di Kabul presentarono la stessa problematica che causò la morte di quattro soldati, uccisi da due Ied nella Valle del Mushai nel 2006, ma solo alla fine del 2007 vennero dotati di torrette Oto Melara, le Hitrole che in versione più leggera potrebbero esser installate anche sui Lince. Non ha molto senso invece l’annuncio dell’invio del ruotati Freccia definiti più protetti dei Lince. Innanzitutto si tratta di macchine diverse per ingombro e pesi (meno di 7 tonnellate il Lince, ben 27 il Freccia) e poi sono mezzi che hanno compiti diversi. Il Freccia è un veicolo da combattimento trasporto truppe, destinato alle Brigate Medie per portare una squadra di fanti sul campo di battaglia. Derivati dai Centauro hanno lo scafo piatto anche se sono stati dotati di protezioni specifiche contro le IED. Il loro impiego non avrebbe la stessa versatilità del Lince che nella sua categoria non teme rivali quanto a protezione come dimostrano i 2.500 esemplari ordinati da dieci eserciti molti dei quali proprio per impiegarli in Afghanistan. Sulla mulattiera che da Herat conduce a Bala Murghab, nelle montagne della provincia di Badghis, i Lince in alcuni tratti transitano sfiorando su entrambi i lati le pareti di roccia. I Freccia non ci passerebbero. Si è parlato anche dell’invio dei corazzati da combattimento Dardo, più pesanti e protetti dimenticando che 8 Dardo sono già da 2 anni operativi nell’ovest afgano. Si sono distinti in diversi combattimenti ma i Dardo (come i Freccia) non possono essere impiegati ovunque in Afghanistan e soprattutto non possono sostituire i Lince.
E la potenza di fuoco?
Il dibattito si è incentrato sulla necessità di offrire maggiore protezione alle truppe sul terreno mentre poco interesse sembra suscitare la necessità di incrementare la potenza di fuoco, specie a lunga distanza. Finora il supporto di fuoco “pesante” è stato garantito dagli elicotteri Mangusta e dai mortai da 120 millimetri, peraltro giunti in Afghanistan solo nella primavera scorsa. Bocche da fuoco che a Bala Murghab come nella valle del Mushai hanno decimato i talebani con un tiro accurato grazie anche agli acquisitori degli obiettivi del 185° reggimento. Altri contingenti (USA, Canada, Gran Bretagna e Olanda) impiegano da tempo e con successo obici da 155 millimetri con gittate ben superiori ai 13 chilometri dei mortai Thomson–Brandt. Gli olandesi in particolare hanno impiegato nella provincia di Oruzgan i semoventi Pzh-2000 in servizio anche presso l’esercito italiano. Una decina di semoventi di questo tipo, posizionati a coppie nelle basi più esposte soprattutto nelle province di Farah e Herat consentirebbe di tenere sotto tiro quasi tutti i potenziali bersagli garantendo una precisione accurata fino a 40 chilometri e tutta la potenza di un obice di questo calibro.

Tutti all’Ovest
La notizia più importante circa il rafforzamento del dispositivo italiano riguarda la prossima concentrazione di tutte le forze italiane nell’Ovest. In autunno, quando il 186° reggimento Folgore lascerà la base di Camp Invicta alla periferia di Kabul verrà rimpiazzato da unità alleate (probabilmente francesi o turche). La fine della presenza italiana nel settore di competenza del Regional Command Capital permetterà di dislocare il Battle group italiano nell’area di Shindand, tra Herat e Farah, uno dei punti più caldi dell’ovest all’imbocco della Zerkoh Valley controllata dai talebani.. In questa zona oggi è presente solo un piccolo reparto di forze speciali afgane e americane mentre nella vicina base di Adraskan una cinquantina di carabinieri addestrano i reparti scelti della polizia afgana. I battaglioni di fanteria italiani nell’ovest saliranno così a 3 ai quali si aggiunge il Battle group spagnolo destinato a operare nella provincia di Badghis ma limitato dai rigidi caveat posti dal governo Zapatero e costituito da una compagnia alla quale se ne aggiungeranno altre 2 con l’arrivo dei rinforzi di Madrid. Un anno or sono nell’ovest operava un solo Battle Group italo-spagnolo con 4 compagnie. Un potenziamento necessario dopo che il comandante alleato, generale Stanley McChrystal, ha ammesso che “nell’ovest gli insorti oppongono una resistenza più forte che in altre aree”

Tornado o Typhoon?
Non ci riferiamo all’Eurofighter Typhoon ma al veterano della Seconda guerra mondiale Hawker Typhoon impiegato dalla RAF per colpire bersagli terrestri con i cannoncini da 20 millimetri e 900 chili di razzi e bombe. Il paragone ironico tra questo pezzo da museo e i Tornado IDS della nostra Aeronautica è sorto spontaneo quando il ministro La Russa ha annunciato che i 2 Tornado schierati in Afghanistan potrebbero non occuparsi solo di ricognizione, come hanno fatto finora, ma anche di supporto alle truppe a terra dove “potrebbero intervenire utilizzando i cannoncini che hanno a bordo”. Impiegare i Tornado (recentemente aggiornati allo standard MLU con la spesa di circa 200 milioni di euro) in grado di lanciare ordigni di precisione per mitragliare i talebani con i cannoncini Mauser da 27 millimetri, come un Hawker Typhoon mitragliava le colonne tedesche nella Francia del 1944, ci sembra francamente “una boiata pazzesca”. Non certo la prima nella storia a tratti ridicola delle guerre di pace italiane anche se da questo governo e dalla sua ampia maggioiranza è lecito aspettarsi un maggiore coraggio nelle scelte “belliche”. E’ vero che in condizioni particolari o di emergenza anche i cannoncini possono dire la loro. Come accadde agli Harrier della RAF che nell’estate 2006 colpirono i talebani con i cannoncini dopo aver esaurito le bombe per dare una mano ai difensori dei fortini di Helmand assediati dai jihadisti. Un’eccezione che non cancella l’impiego standard dei jet in Afghanistan per lanciare bombe guidate come gli 8 Tornado della RAF basati a Kandahar o come i Mirage, Rafale ed F-16 degli altri alleati. Un impiego escluso però (per ora) dal ministro La Russa a conferma che il governo vuole evitare l’uso delle bombe per i possibili rischi di provocare danni collaterali, cioè scomode vittime civili che peraltro non è detto vengano evitate con raffiche di Mauser. Motivazioni che non giustificano un impiego dei Tornado improprio e anche pericoloso per il rischio di esporre i jet al fuoco delle armi automatiche dei jihadisti.

Arrivano gli AMX ?
Pare evidente che se spetta al governo decidere l’uso o meno della forza ai militari si dovrebbe poi lasciare la piena autonomia per scegliere munizioni o equipaggiamenti da impiegare nei combattimenti. Il dibattito sull’impiego dei Tornado con i cannoncini suscita ulteriori perplessità dopo che l’Aeronautica ha annunciato l’invio di 10 cacciabombardieri AMX Acol e 34 piloti di Istrana e Amendola alle esercitazione Green Flag e Red Flag presso la base aerea americana di Nellis (Nevada). Il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, generale Daniele Tei, ha precisato che il rischieramento addestrativo avrà una durata complessiva di quattro settimane e che mezzi e uomini che si addestreranno in Nevada potrebbero essere impiegati in Afghanistan a partire dal prossimo ottobre. Dell’arrivo degli AMX però in Parlamento il ministro non ha parlato. Gli AMX rimpiazzeranno probabilmente i 4 Tornado anche per la ricognizione ma potranno sparare anche loro solo con i cannoncini? Sarebbe ridicolo soprattutto se si considera i molti milioni di euro sborsati per ammodernare i velivoli, trasferirli e mantenerli iin Afghanistan. Inoltre alla Green Flag ci si addestra ad attaccare obiettivi al suolo (con le bombe guidate) in supporto alle truppe a terra in uno scenario simil-afgano. Ma allora se gli AMX andranno in ottobre a bombardare i talebani perché oggi va in scena la farsa dei Tornado “in action” solo con i cannoncini?

Afganistan – paracadutisti in azione

Bene, finalmente si fa qualcosa da militari che non lucidare gli ottoni e fare i fattorini per le ONG. Finalmente ai nostri soldati sono state tolte le pastoie e da adesso si combatte veramente.

La differenza? Che senso ha stare in una guerra se non si può fare la guerra? A che serve morire facendo le belle statuine? Tantovale starsene a casa! Questo governo è riuscito dove gli altri hanno fallito miseramente : ridare dignità ai nostri soldati.

Perchè dignità? Perchè è umiliante per un miltare non poter difendere i civili che dovrebbe proteggere. Restare nelle caserme o girovagare in carovana per distribuire cibo non permette di fare quelle operazioni necessarie al contrasto ed al controllo del territorio ma solo a veder morire i civili con la pancia piena.
Aspettare che i “cattivi” vengano da te per farsi ammazzare è un sogno che solo la sinistra può fare. I cattivi vanno cercati, stanati ed annientati!
Serch and destroy, così si chiama.

Tutti gli alleati, tranne alcuni, partecipano ed hanno partecipato attivamente nell’aiutare quelle povere popolazioni cercando di liberarle dai fanatici con la barba e la gonnella.
Ormai è già da tempo che i nostri partecipano attivamente alle operazioni belliche. Finalmente i nostri elicotteristi possono far valere la loro perizia e mettere in mostra la potenza dei mezzi che hanno a disposizione. Ci sono anche due Tornado che partecipano, uffialmente come ricognitori.

E così dopo diversi rastrellamenti ed azioni di contrasto dinamiche, in contemporanea alla grande offensiva che sta avendo luogo in questo momento da parte degli americani, i nostri in scala minore mobilitano 500 Parà (grazie ai rinforzi tanto promessi nel passato)per colpire direttamente al bersaglio grosso i talebani.
Non che io sia felice di questo. Dovremo mettere in conto grossi dispiaceri ma delle due una : o a casa tutti o a fare il lavoro per il quale si è pagati.

Di seguito troverete gli articoli di persone molto più brave di me nell’illustrare la situazione e qui la mappa della zona delle operazioni:

di Gianandrea Gaiani
Non ci saranno ulteriori rinforzi italiani in Afghanistan se non quelli già previsti ai quali potrebbero aggiungersi un altro centinaio di carabinieri, ma il nostro contingente combatterà i talebani senza limitazioni. La visita di Berlusconi a Washington aveva scatenato indiscrezioni giornalistiche circa la disponibilità di Roma a inviare in Afghanistan altri 400 militari con aerei ed elicotteri ma di fatto si trattava delle forze già messe a disposizione nel marzo scorso per aumentare il dispositivo di sicurezza durante le elezioni afgane e destinate ad arrivare a Herat in luglio. Il ministro della Difesa, Ignazio la Russa, ha dichiarato in un’informativa alla Camera che i 400 militari di rinforzo non sono ancora partiti ma resteranno in Afghanistan “a seconda che ci sia o meno il ballottaggio, fino a settembre o a ottobre”. Si tratta di due compagnie di paracadutisti e del personale tecnico che si occuperà dei 3 elicotteri AB-412 che costituiranno la “task force Grifon” schierata nella base di Farah e dei 2 aerei cargo C-27J o C-130J che verranno basati a Herat dove giungeranno presto i due bombardieri Tornado oggi dislocati a Mazar-i-Sharif più gli altri due, ancora in Italia, che completeranno il reparto di bombardieri impiegato al momento solo per missioni di ricognizione e intelligence. L’unico incremento possibile rispetto a quanto previsto potrebbe riguardare la componente dei carabinieri destinata ad addestrare le unità antisommossa e antiguerriglia della polizia afgana, una cinquantina dei quali sono già operativi nella base di Adrashkan, a sud di Herat.. “E’previsto un incremento fino a 200 unità del numero di carabinieri con funzioni di addestratori” ha sottolineato La Russa che ha annunciato anche lo studio di contromisure per offrire maggiore protezione ai mitraglieri dei veicoli Lince, militari già in più occasioni rimasti feriti in battaglia perchè costretti a combattere allo scoperto. Una soluzione già adottata da altri mezzi più grandi prevede l’installazione di una torretta dotata di mitragliatrice comandata dall’interno del mezzo protetto. La reale novità che sembra emergere dal vertice tra Berlusconi e Obama potrebbe riguardare invece i “caveat”, cioè le limitazioni poste all’impiego delle truppe italiane, già in parte rimosse nei mesi scorsi salvo quella che impediva agli italiani di condurre azioni offensive e soprattutto di andare a cercare i talebani per eliminarli, le cosiddette operazioni “cerca e distruggi”. La Russa, in visita ieri al contingente italiano in Kosovo, ha annunciato che “i caveat che la Nato chiede di ridurre in Afghanistan non sono riferiti a noi italiani, che di fatto non ne abbiamo più. Abbiamo invece un remark, una nota, che ci consente di essere informati con sei ore di anticipo e di dare il nostro assenso, ove venisse richiesto, all’uso delle nostre forze fuori dalla zona Ovest, cosa già avvenuta ma in pochissime occasioni”. Semmai, ha aggiunto il ministro “è la zona Ovest ad avere bisogno di maggiori apporti, visto l’aumentata pericolosità e l’incremento degli scontri nell’area. Per questo abbiamo già dispiegato al massimo la potenzialità del nostro contingente”. Come hanno confermato anche le offensive dei giorni scorsi scatenate dai paracadutisti nel settore di Bala Murghab il contingente italiano sembra assumere l’iniziativa militare come mai aveva fatto prima d’ora, combattendo “senza se e senza ma”.

di G. Gaiani
Era dai tempi di El Alamein che i paracadutisti della Folgore non combattevano così intensamente. Fortunatamente, il bilancio di oltre un mese di guerra nell’Afghanistan occidentale finora registra solo una decina di feriti mentre tra dati ufficiali, indiscrezioni e stime sembra che alle forze italiane nell’ovest sia da attribuire l’eliminazione di oltre 250 talebani solo dall’inizio di giugno. Gli ultimi scontri si sono verificati l’11 giugno a Bala Buluk, uno dei distretti più caldi della provincia di Farah, a due passi da Helmand. Una colonna composta da truppe afgane appoggiate dai parà del 187° reggimento e da alcuni mezzi corazzati Dardo del 1° reggimento bersaglieri è stata attaccata al termine di un’operazione di rastrellamento. L’agguato è avvenuto sulla strada 517, una pista sterrata che unisce Farah City a Bala Buluk sulla quale i talebani effettuano regolarmente imboscate e attentati con ordigni improvvisati. Nel violento scontro a fuoco tre paracadutisti sono rimasti feriti mentre elevate sarebbero le perdite subite dai talebani: la colonna si è sganciata evacuando i feriti nell’ospedale militare americano di Farah ma il fuoco dei cingolati Dardo, armati di potenti cannoni a tiro rapido da 25 millimetri, ha avuto un effetto devastante sulle postazioni dei miliziani prese sul fianco dalla manovra dei mezzi. L’area di Farah è interessata da oltre un mese da un’escalation delle operazioni alleate tese a eliminare le forze talebane e i miliziani di al-Qaeda che dalla vicina provincia di Helmand si sono trasferiti soprattutto nei distretti di Delaram, Gulistan e Bakwa. In quest’area, ceduta il mese scorso dal comando  italiano del settore Ovest al controllo delle forze statunitensi, è stato istituito un “box” nel quale operano i marines che con aerei ed elicotteri stanno bersagliando le postazioni talebane. I “box” costituiscono di fatto delle aree chiuse, una sorta di riserva di caccia degli americani che vi applicano le regole d’ingaggio “search and destroy” tipiche dell’operazione Enduring Freedom., dalle quali solitamente le forze Nato si tengono lontane anche per evitare i rischi del “blue on blue”, il fuoco amico. Gli italiani, che a Farah City hanno schierato una parte della Task Force 45 di forze speciali, un paio di elicotteri da attacco Mangusta e il Battle Group South del colonnello Gabriele Toscani De Col con oltre 400 paracadutisti del 187° reggimento, controllano il territorio a ovest del “box” facendo perno sulla base avanzata “Tobruk” di Bala Buluk. La pressione dei marines, che a Farah hanno schierato quasi 2.000 soldati della Expeditionary Brigade, costringe i talebani a cercare scampo lungo la Ring Road e la strada 517 presidiate dalle truppe italiane e dai reparti del 207° corpo dell’esercito afgano.
Diverso, ma non meno cruento, lo scenario della battaglia in corso da settimane nella provincia di Badghis, a nord di Herat, dove i paracadutisti del 183° reggimento Nembo combattono quotidianamente al fianco delle truppe afgane e americane nell’area di Bala Murghab, ultima sacca di resistenza talebana nell’area montuosa lungo il confine con il Turkmenistan. Qui sono gli italiani ad aver assunto l’iniziativa affiancando e guidando in azione il 1° e il 10° battaglione di fanteria afgano; reparti addestrati dai consiglieri militari italiani che per la prima volta sono stati impegnati in operazioni ad ampio respiro. Gli afgani hanno dimostrato buone capacità di comando e controllo, coordinando sul terreno l’azione congiunta dei reparti a terra, il fuoco dell’artiglieria e il supporto degli aerei alleati de degli elicotteri Mangusta, quattro dei quali sono stati rischierati da Herat nella vicina base spagnola di Qal-i-now per fornire appoggio alle operazioni. Dopo aver subito attacchi alla base di Bala Murghab e imboscate alle pattuglie in perlustrazione, i paracadutisti del colonnello Marco Tuzzolino hanno condotto le prime vere operazioni offensive italiane dall’inizio della missione in Afghanistan strappando metro per metro il territorio ai talebani. Nella battaglia combattuta il 9 giugno per oltre cinque ore e definita dal comando Nato di Kabul “una vittoria decisiva per le forze afgane e alleate”, i parà hanno snidato il nemico con manovre accerchianti supportate da mortai, lanciarazzi ed elicotteri Mangusta senza subire perdite (solo 5 feriti lievi tra le truppe governative) ma uccidendo circa 90 miliziani inclusi due comandanti. Due dei quattro Mangusta hanno incassato alcuni colpi di armi automatiche senza subire danni. Da tempo i talebani cercano di elaborare tattiche idonee a contrastare i velivoli alleati. Nei mesi scorsi sono stati intercettati convogli che trasportavano parti di missili contraerei spalleggiabili SA-18 provenienti dall’Iran e a Hellmand i britannici hanno distrutto alcune mitragliere contraeree a quattro canne da 14,5 millimetri. Nel settore italiano i talebani hanno impiegato tiratori scelti che da postazioni elevate sopra il campo di battaglia cercano di colpire i due uomini d’equipaggio dei Mangusta, protetti dalla vetratura anti-proiettile dell’abitacolo.

Niente olimpiadi per il Darfur

di Giulio Meotti
da Il FOGLIO dell’8 agosto 2008

Il villaggio di Mazkhabad era immerso nella quiete. Halima Bashir vede avvicinarsi un nugolo di uomini a cavallo, trascinavano delle bambine. “Erano le bambine della scuola”. Halima si trovava in quel villaggio da due mesi come medico. I Janjaweed avevano fucili, coltelli e frustini per cavalli. “Ci gridavano contro. ‘Siamo venuti ad uccidervi’, ‘Vi finiremo tutti’, ‘Schiavi neri’, ‘Siete peggio dei cani’, ‘Non ci saranno più schiavi neri qui’.
Abusarono delle ragazze davanti a tutti, costringendoli a guardare. Ci urinarono addosso. E poi dissero: ‘Vi lasciamo vive per dire ai vostri padri e fratelli che la prossima volta non ci sarà  pietà . Lasciate questa terra. Il Sudan è degli arabi. Non per i cani neri. Anche Halima fu violentata. I miliziani arabi gridavano: “Uccidete le scimmie nere, uccidete i cani neri, uccideteli tutti”. Il suo racconto, che un giorno troverà  posto accanto alla migliore memorialistica sui khmer rossi, si intitola “Le lacrime del deserto”, e ne ha parlato il Sunday Times.
Halima è una delle possibili testimoni se un giorno il Tribunale penale internazionale dell’Aia riuscirà a processare il presidente sudanese Omar al Bashir, ricercato per genocidio e crimini di guerra.
Se il leader serbo- bosniaco Radovan Karadzic è già entrato nella galleria degli orrori del Novecento, per il Darfur non si è avuta la stessa partecipazione di piazza, emotiva, intellettuale, militare e politica. E’ una gigantesca Srebrenica dimenticata.

L’anomalia è presto spiegata: il teatro della tragedia non è l’Iraq occupato dagli angloamericani, non è l’Afghanistan, non è la piccola cittadina bosniaca lacerata dai serbi cristiani.
E’ il Darfur musulmano su cui non si è alzata alcuna voce scandalizzata su al Jazeera o su al Arabiya, nessuna denuncia da parte di leader musulmani nelle sedi internazionali.
Il Darfur è  jihad più export cinese. La Cina alimenta il conflitto garantendo forniture di armi e addestrando i piloti dei cacciabombardieri usati negli attacchi. Un’inchiesta della Bbc ha individuato autocarri carichi di armi nella regione occidentale del Sudan e si parla da mesi di piloti addestrati da Pechino per guidare i caccia cinesi Fantan A5. La Bbc ha accertato l’utilizzo di cacciabombardieri cinesi negli attacchi aerei che di solito precedono l’assalto dei Janjaweed ai villaggi del Darfur. Gli aerei cinesi precedono la pulizia etnica. Due fotografie satellitari mostrano caccia cinesi Fantan presenti all’aeroporto di Nyala, capitale del Darfur del sud, il 18 giugno scorso.

Una madre di sette figli, Kaltam Abakar Mohammed, ha visto tre dei suoi bambini fatti a pezzo dopo un attacco lanciato da questo genere di velivolo. La scoperta di importanti giacimenti petroliferi ha trasformato la repressione di Khartoum in uno sterminio “protetto” dalla connivenza cinese e liberal occidentale. Un rapporto dell’Unione africana, organizzazione famosa per evitare posizioni che possano essere sgradite a questo o a quel governo, denuncia che la tecnica preferita dai janjaweed prevede di incatenare e bruciare vivi gli abitanti di sperduti villaggi.

L’affarismo cinese si innesta su un atavico razzismo a sfondo religioso. Dal 1983, il governo islamista di Bashir ha dichiarato una guerra santa contro gli africani del sud, i Dinka, i Nuba e Neur. Oltre due milioni le vittime decimate.

Nabil Kasseem, amica e collaboratrice del dissidente iracheno Kanan Makiya, ha girato un documentario sul “jihad a cavallo” in Darfur. Vi riporta scene di inaudita violenza e brutalità, testimonianze dirette di rifugiati e di donne stuprate davanti ai propri figli, immagini di interi villaggi distrutti dai janjaweed, il segmento audio di un dialogo tra alcuni piloti delle forze aeree dal quale si evince una strategia di coordinamento degli attachi ai villaggi. Il racconto di Halima fa il paio con quello di Dily, l’arabo sudanese che ha combattuto la guerra al grido di “uccidi gli schiavi, uccidi gli schiavi”.
La sua storia, raccontata alla Bbc, è il primo comprovato resoconto delle stragi pagate, ordinate, commissionate dal governo sudanese ai janjaweed, i predoni arabi terrore del Darfur, e spesso sostenute da Pechino. Il primo e unico racconto autentico sui “demoni a cavallo” che, in tre anni, hanno massacrato decine di migliaia di loro simili in nome di una pulizia etnica imbevuta di guerra agli apostati fomentata dagli imam di Khartoum.
“Avrò attaccato trenta villaggi, arrivavamo a cavallo o con i cammelli, ammazzavamo donne, uomini, bambini, bruciavamo le capanne, se alla fine qualcuno non era ancora morto, lo lasciavamo agonizzare, se non lo finivano le ferite ci pensavano fame e sete… Se sopravviveva il suo racconto diffondeva ancor più paura”.
I soldati di Khartoum ci hanno messo una ventina di giorni per spiegargli come si spara con un kalashnikov, come si bruciano villaggi e vite umane. “Distruggiamo, sterminiamo, in poche ore ce ne andiamo… Se ci sono uomini armati dobbiamo fare più attenzione, studiare l’assalto, nel caso chiedere l’appoggio di Khartoum”.
Succede spesso, è fra le prove a carico di Bashir. “Noi così facciamo, entriamo in groppa ai cammelli spariamo su chiunque si muova, gridiamo ‘morte agli schiavi, morte agli schiavi’, svuotiamo i caricatori nelle schiene, le maciulliamo sotto gli zoccoli dei cammelli… Sono quasi sempre donne, quasi sempre bambini, tutti civili”.

Non tutti muoiono subito.

“Le ragazze le portano dietro le tende, le violentano una a una, se si rifiutano le uccidono subito, altrimenti dopo”. Recentemente nuove prove degli attacchi sono emerse in 500 disegni fatti dai bambini rifugiati nel Ciad. Sono in mano alla Corte penale internazionale dell’Aia, chiamata a giudicare i responsabili dei crimini di guerra e contro l’umanità compiuti durante gli oltre quattro anni di conflitto nella regione occidentale del Sudan.

I disegni mostrano case date alle fiamme in villaggi distrutti, decapitazioni, corpi senza vita in pozze di sangue, donne incatenate tra loro per essere trascinate via e decine di fosse comuni. Si vedono elicotteri, carri armati con la bandiera sudanese, militari in divisa affiancati dai janjaweed a bordo di veicoli con le mitragliatrici.

Gli aggressori hanno la pelle chiara, sono arabi, le vittime hanno la pelle scura, sono africani.

Sono almeno 400mila i morti e oltre 2,5 milioni di profughi e sfollati. Orde di arabi del nord e del centro del paese hanno operato razzie, distrutto villaggi, pozzi, piantagioni, allevamenti e ucciso famiglie, dilaniando vecchi, stuprando donne, abusando di bambini e bambine per poi rivenderli come schiavi nei mercati del Sudan e del medio oriente. Le prove del genocidio continuano ad affiorare. Annientamento totale della popolazione in nome di un suprematismo arabo islamista. Lo chiamano “disastro umanitario” per non voler nominare le cose.
Guerra fra musulmani, razzismo arabista contro i neri. Le testimonianze raccolte da gente fuggita all’eccidio parlano di villaggi messi a ferro e fuoco e di ragazzi uccisi per difendere le mandrie. La gente si difende a mani nude o con vecchi fucili; i Janjaweed hanno mezzi sofisticati: kalashnikov, telefoni satellitari, divise, automobili, spesso fornite da Pechino.
Ma il loro modo di uccidere è tipico di tutte le barbarie: donne dai seni recisi, vecchi con la testa fracassata, bambini sbattuti contro i muri. E centinaia di donne violate, deflorate con lunghi coltelli e marchiate a fuoco sulle mani. Il 27 febbraio 2004 a Tawila, in un solo giorno, i Janjaweed hanno ucciso 67 persone; 41 ragazze, assieme alle loro maestre sono state stuprate, alcune fino a quattordici volte, di fronte ai propri parenti.
I Janjaweed attaccano le piccole carovane di profughi, li derubano di animali, coperte, cibo, decretano la loro morte per fame o per sete; avvelenano i pozzi e bombardano i rigagnoli d’acqua perchè la sete uccida uomini e bestie.
Si aggiunge l’islamizzazione forzata del paese, retto dalla sharia, che fustiga i cristiani che bevono vino, anche quello per la messa, arresta sacerdoti, perseguita vescovi, distrugge le chiese.
Ovunque le donne recano sul corpo sfregi da machete. Human Rights Watch fornisce tre capi d’accusa contro Bashir: fucilazioni di massa da parte dell’esercito e della milizia; attacchi coordinati dove i governativi e i miliziani hanno un ruolo eguale; attacchi in cui le forze governative sono di supporto.
Il 30 agosto 2003 i Janjaweed attaccano Mororo. “Dobbiamo spazzar via questa gente” dicono i comandanti. Iniziano le fucilazioni, come a Srebrenica. Il 9 ottobre del 2003 i villaggi dell’area di Murnei sono scenario della fucilazione di 82 persone. A Urm lanciano razzi su una moschea sufi mentre era in corso un funerale. 42 vittime. Inseguirono l’imam, Yahya Warshal, e lo uccisero sotto gli occhi del figlio. Prima di abbandonare il villaggio, i miliziani presero tutte le copie del Corano e le gettarono nel fuoco.
Nessuna piazza araba si è mobilitata per il jihad nel Darfur. Human Rights Watch documenta 62 attacchi alle moschee nella sola zona di Dar Masalit. In Darfur, regione orientale del Sudan grande quasi come la Francia e abitata da sette milioni di persone, gli autori degli eccidi sono musulmani come le vittime, ma soprattutto sono arabi per lingua e cultura. Sono musulmani i fur, gli zaghawa e i massaleit che formano la spina dorsale dell’Esercito di liberazione del Sudan e del Movimento per la giustizia e l’uguaglianza, i due gruppi armati che hanno iniziato la ribellione con assalti alle installazioni militari nel febbraio 2003, come sono musulmani quasi tutti i soldati delle forze governative e i janjaweed.
Dagli anni ’80 è in corso una rivolta contro l’arabizzazione. I vincitori sono le tribù arabe, i perdenti sono gli zurga, i “neri” africani. Anche le tribù arabe spesso sono formate da neri, ma a differenza delle altre parlano l’arabo come lingua madre.
Le vittime sono quasi sempre musulmani pietisti, non fondamentalisti, la loro fede è devota, indomita, tollerante, contaminata da animismo. Sono carne da macello. Assassini e vittime in Darfur pregano tutti rivolta alla Mecca.
Bashir appena eletto cacciò i giudici non musulmani e applicò la sharia in molte parti del paese.
Ha definito “jihad” la campagna contro il Darfur. Mahgoud Hussein, portavoce dei ribelli del Sudan Liberation Movement, ha detto che uno dei loro obiettivi è la separazione di stato e moschea. “Sono musulmano anch’io, ma vogliamo che la religione sia un fatto privato e che ciascuno abbia la libertà di praticarla”.
Gli ha risposto Abdul Zuma del governo di Khartoum. “La sharia si applica anche al Darfur”.
All’Aia per la prima volta c’è la possibilità di giudicare la fitna, la guerra civile, interna al mondo islamico. Perchè il Darfur viene dopo l’Algeria e prima dell’Iraq. E’ un litmus test
.
I nomi dei villaggi demoliti sono spilli doloranti. Kondoli, 44 morti; Nouri, 136 morti; Kenyu, 57 morti; Tunfuka, 26 morti; Millebeeda, 59 morti. A Mukjar, definito il “Ground Zero del Darfur”, sono state scoperte dozzine di fosse comuni. Ovunque le moschee sono state distrutte. Il jihad di Khartoum ha cercato di spazzar via il culto sufi della setta Tijaniya. Queste confraternite sufi accarezzano la santità del Profeta senza velleità teocratiche e non a caso costituiscono, oggi più che mai, la bestemmia del panarabismo armato.
Sufi è una parola che rinvia alla lana (sa»f) indossata dai viandanti lungo la strada che conduce alla purezza dello spirito (safà¢). E’ un islam scienza del divino coltivata nell’involucro terrestre, perchè nella legge religiosa individua una “scorza” (al qishr) che protegge l’essenziale, il “nocciolo” (al lubb) rappresentato dal cammino interiore verso il trono di Allah. Un antidoto alle seduzioni totalitarie del monoteismo. Gli imam di Khartoum la chiamano “apostasia”.
Nel 1992 sei imam pro governativi emisero una fatwa che bollava come “infedeli” i sufi e gli animisti. “L’islam ha garantito di uccidere entrambi”. Con la stessa accusa, apostasia, fu messo a morte il riformatore islamico Muhammad Taha, nemico di Bashir e del suo ideologo Hassan al Turabi. Taha auspicava il ritorno al messaggio profetico originale dell’islam, fondò il movimento dei Fratelli repubblicani in opposizione ai fondamentalisti Fratelli musulmani che hanno ispirato le bande janjaweed. Taha è l’anti Qutb, padre fondatore del moderno jihadismo. Taha fu giustiziato per aver protestato contro l’imposizione della sharia da parte del presidente Jafar al Nimeiri.
Il suo libro più importante, “Il secondo messaggio dell’islam”, uscì nel 1967 con la dedica “all’umanità”. Taha vi afferma la visione dei “primi musulmani” che proposero “un islam devoto, caritatevole e coesistente con gli altri”. Durante gli anni roventi dell’islamismo, Taha formulò un messaggio coraggioso e di quietas. Si è anche scritto che se fosse prevalsa la sua visione teologica e non quella di Qutb, non ci sarebbe stato l’11 settembre. Di certo, non avremmo avuto il genocidio in Darfur.

Quando la botola si aprì sotto i piedi di Taha, la folla gridò “Allahu Akbar! Islam huwa al hall”, Allah è grande e l’islam è la soluzione.

I suoi libri furono bruciati in piazza. Come le copie del Corano in Darfur. Aveva osato dire che la sharia è un’”alterazione del vero islam”, la sua uccisione innescò quel gorgo di violenza di cui sono espressione i janjaweed. La verità di questa Srebrenica dimenticata, insieme a tutte le sue fosse comuni, è tutta da scoprire. Bisognerebbe cominciare dagli scritti e dalla vicenda di Mohammed Taha. Il Gandhi dell’islam. Lì forse c’è la chiave per capire.