Tag: profeta

Convertiti e ignoranti

Questa è la risposta data da una convertita ad alcune domande fatte da una ragazza :

182563_484044878296853_59562560_n
menare le donne si può lo dicono i musulmani stessi

ciao,sono musulmana e se vuoi posso aiutarti io!
allora per prima cosa ti dico di lasciar perdere il sito sufi che ti ha presentato l’ultima risposta…
ora per prima cosa ti dico che la religione islamica è fondata sul Tawhid ovvero la testimonianza che non vi è altra divinità eccetto Dio (Allah=Dio in arabo) a cui appartengono lodi,grazie…
la seconda cosa che bisogna precisare è che il profeta Muhamad (Maometto) per noi musulmani è il sigillo dei profeti, l’ultimo inviato di Dio all’umanita, non si venera Maometto ma anzi si prega Allah affinché gli faccia scendere su di lui pace e benedizioni e anche sulla sua famiglia e i suoi compagni…
ora la società….ti dico bene di riguardarti dalle società arabe a maggioranza islamica perché purtroppo la maggior parte delle persone che ci vivono non seguono un islam corretto, per via di sette che si sono venute a creare o anche per via del volersi integrare per forza in una società che non ci appartiene quale quella cosidetta occidentale. la vera società islamica si basa sulla Legge di Allah ovvero nella Sharia espressa nel Corano (Libro Sacro islamico) e nella Sunna (detti e vita del Profeta Muhamad).
la famiglia è un organo molto importante della società islamica,i figli sono il futuro, la madre educa i figli nel miglior modo possibile (il padre anche lui ma dato che deve andare a lavorare, maggior tempo lo usa la madre),l’esempio viene dato dai genitori e se il genitore non è un bravo musulmano cosa mai potrebbe essere un bambino cresciuto vedendo il padre o la madre che commettono azioni illecite? inoltre la famiglia è assai tutelata dall’islam e inoltre e incoraggiato il matrimonio (a volte anche poligamo) e la procreazione (non si devono usare anticoncezionali salvo rarissimi casi).
la donna islamica…mmm….argomento assai assai difficile,per parlare dell’islam non basterebbe una vita credimi! e per un non musulmano capire la donna nell’islam non è facile ma da musulmana quale sono ti posso dire che la donna islamica è la più tutelata della donne nel mondo, si copre con un velo i capelli(il viso sarebbe meglio) e con un abito lungo il corpo per essere casta,pura,timida….sempre…e per non cadere o far cadere in fitna ovvero tentazione….
ma detto così non si capisce molto…
se hai bisogni di altre spiegazioni fammelo sapere!
buona serata

le sottolineature sono mie e non dovrebbe essere difficile capire perchè. Bella risposta davvero! Perfettamente in linea con l’articolo da me scritto su “Kitman e Taqiyya” e cioè sull’arte della dissimulazione e dell’ipocrisia.
Questa benedetta ragazza avrebbe potuto fare una ricerca migliore perchè su internet ci sono tantissimi siti che mettono a nudo le bugie che quotidianamente sono raccontate dalla/sulla religione di pace amore , fratellanza e tolleranza.
A parte gli articoli scritti da me e che sono i bell’evidenza divisi per argomenti, sulla barra del blog, bastava leggere le altre risposte ed in particolare questa :
http://www.italian.faithfreedom.org/read… , http://www.diavolineri.net/ospitalieri/j…  , http://www.europaoggi.it/content/view/18… (l’autrice  ha l’account sospeso per … non si conosco le motivazioni ma si possono immaginare).

Lascio i commenti e le conclusioni all’intelligenza delle persone che leggeranno questo articolo e questo sito : Il Corano e l’Islam tra fede e fanatismo

Oltre all’ambasciatore, gli islamisti vogliono uccidere la libertà d’espressione

ambasciatore bengasi Chris Stevens
L’ambasciatore americano a Bengasi Chris Stevens berbaramente ucciso daigli islamici

La democrazia l’ha acquisita a caro prezzo. Da Ratisbona alla “fatwa di Saint-Germain-des-Prés”, ora è sotto attacco
Le democrazie sono depositarie di un tesoro fragile e deperibile: la libertà d’espressione. Questa sembra incrinarsi, mentre un altro video dozzinale sull’islam fa il giro del mondo e miete vittime nel corpo diplomatico americano. Ieri su Repubblica Barbara Spinelli invitava a trovare un equilibrio fra libertà e responsabilità. Certamente esiste uno sciatto secolarismo, un gusto militante alla provocazione, che ferisce il sentimento del sacro nella comunità islamica, consegnando la rabbia contro la profanazione alla guida politica dei fondamentalisti. Ma Spinelli non centra il cuore del conflitto fra islamismo e “blasfemia”, come la chiamano i musulmani. E’ piuttosto il tentativo islamista di imporre le regole dei taglia-lingue anche in occidente. Ne è appena stata vittima Richard Millet, editor e autore cacciato da Gallimard per aver espresso idee diverse da quelle del conformismo multiculturale. Non a caso Elisabeth Lévy, direttrice della rivista Causeur, intellettuale non arruolabile nella pattuglia degli “xenofobi”, ieri non usava mezzi termini e parlava della “fatwa di Saint-Germain-des-Prés”.
Il diritto di esprimere la propria opinione, anche in modo traumatizzante, di mettere in discussione i tabù, fossero pure maggioritari, le democrazie occidentali l’hanno pagato caro. L’autocensura preventiva, la ritirata strategica di fronte alla furia islamista, sarebbero una regressione epocale. L’omicida fondamentalista è prima di tutto un assassino ideologico.
Spinelli scrive che “un Voltaire permissivo non è mai esistito (non è sua la frase ‘Disapprovo quel che dite, ma lotterò fino alla morte perché possiate dirlo’)”. A parte il fatto che l’apostolo della libertà di critica pronunciò davvero quella frase. Ma c’è di più. Voltaire, che si evoca a man bassa soltanto quando c’è di mezzo la chiesa cattolica, non rischiò la vita per mano di nemici che potevano scambiarsi informazioni su Internet per pianificarne la decapitazione sugli Champs-Elysées, come è successo a Theo van Gogh e poteva accadere a Robert Redeker, quello di “une fatwa au pays de Voltaire”. Due giorni fa a Bruxelles, di fronte alla classe dirigente europea, Mohammed Morsi, fratello musulmano e presidente egiziano, ha scandito: “Maometto non si tocca”. Parole grandiose, roboanti, una sfida politica e teologica all’Europa postmoderna. E infatti un intellettuale della gauche come Pascal Bruckner ha scritto che “l’islamofobia sta diventando un reato di opinione analogo a quello che si perpetrava un tempo, in Unione sovietica, contro i nemici del popolo”. L’invenzione di questo reato ideologico, che è una cosa ben diversa dall’attacco razzista ai musulmani in quanto persone, svolge molte funzioni: negare, per legittimarla meglio, la realtà di un’offensiva fondamentalista; indurire la mano di chi scrive; costringere gli occidentali alla difensiva; intimidire i “cattivi musulmani” interessati al cambiamento, e come dice Bruckner, “riabilitare l’offesa d’opinione per chiudere la bocca ai contraddittori”. Grazie a quest’offensiva, e al fatto che ormai soltanto qualche mosca bianca si avventura nella difesa della libertà di parola, da noi abbonda la paura.
Quattro anni fa la Tate Gallery di Londra ritirò l’opera “God is great” di John Latham a causa delle minacce. L’opera di Latham mostrava Bibbia, Corano e Talmud tranciati di netto da una lastra di vetro. Il critico d’arte Richard Cork accusò l’establishment britannico di svendere la libertà d’espressione: “Quando si inizia a pensare così, il cielo è il solo limite”. Per questo non è nostro diritto disquisire sulla bellezza dei video che si realizzano di là e di qua dell’oceano, sugli articoli che si scrivono, sulle opere d’arte che si esibiscono, sulle vignette che si disegnano. In occidente abbiamo conquistato a caro prezzo la libertà di farlo. Non spetta agli antichi custodi del fuoco il permesso di concedere il diritto di pensiero o parola. Non sono belle le caricature sul Profeta. Non sono belle le fotografie dell’iraniana Sooreh Hera. Non è bello “Fitna” di Geert Wilders. Ma in gioco non ci sono l’eleganza o il bon ton, ma un’Europa sottomessa al verbo incendiario di chi non tollera dissenso e critica.
Se l’11 settembre 2001 ha rappresentato l’avvio del jihad contro l’occidente, di cui l’attacco in Libia è l’ennesimo capitolo, il 12 settembre 2006 ha costituito il livello più alto di una insidiosa sottomissione degli ideali dell’occidente e di coloro che li proclamano, siano essi giornalisti, scrittori, vignettisti o pontefici. Quel giorno Papa Benedetto XVI tornò in Baviera, la terra dove è nato e ha iniziato a insegnare. All’Università di Ratisbona, Ratzinger tenne una lezione sulle radici della civiltà, citando una frase dell’imperatore di Bisanzio Manuele II Paleologo sull’islam. Il linciaggio a cui fu sottoposto il Papa nella umma e in occidente assunse una dimensione d’assedio sensazionale (sacerdoti furono anche martirizzati). Di quella campagna di criminalizzazione sono sentine anche l’omicidio Van Gogh, l’attacco al giornale Charlie Hebdo, la casa-bunker dei vignettisti danesi e i processi che si celebrano in occidente agli “islamofobi”.
Non possiamo permetterci di fare concessioni a chi vorrebbe scambiare la cittadinanza con il giogo, la common law con la sharia, l’ironia con la paura, il diritto di parola con la fatwa e la rappresentazione con la sottomissione. Equivarrebbe alla fine dell’occidente così come lo abbiamo conosciuto.

di Giulio Meotti da “Il Foglio” del 15 settembre 2012

Un altro attacco islamista all’occidente servile

2onsolato_gal_landscape
Consolato

di Daniel Pipes da Liberal del 15 settembre 2012
Articolo in lingua originale inglese: “Another Islamist Assault, Another Western Cringe”

Gli attacchi di martedì 11 settembre contro le missioni americane al Cairo e a Bengasi rientrano in uno schema abituale di intimidazione islamista e di appeasement occidentale che risale all’affare Salman Rushdie del 1989. La risposta indolente dell’amministrazione Obama all’uccisione dei diplomatici americani aumenta le probabilità che episodi del genere possano presto ripetersi. La crisi Rushdie scoppiò improvvisamente quando l’Ayatollah Khomeini emise un editto di morte contro lo scrittore indiano (ma naturalizzato britannico), “colpevole” di avere scritto “Versetti satanici”, un’opera di carattere fantastico ma comunque realista, dichiarando che il libro era «contro l’Islam, il Profeta e il Corano». La sua fatwa fu solo la prima di una lunga serie capace di scatenare l’ira islamista. Ricordiamo, fra le altre, quelle scoppiate in risposta a: un fregio della Corte Suprema Usa nel 1997 (raffigurante Maometto in veste di legislatore che decora la sala, ndt); il leader evangelico americano Jerry Falwell, nel 2002 (che durante la trasmissione 60 minutes definì il Profeta un terrorista, ndr); il settimanale Newsweek nel 2005; le vignette satiriche su Maometto pubblicate dal quotidiano danese Jyllands-Posten nel 2006; Papa Benedetto XVI, sempre nel 2006; il predicatore della Florida Terry Jones, nel 2010 (che bruciò pubblicamente il Corano, ndr) e i soldati americani in Afghanistan, all’inizio del 2012 (sempre per aver bruciato il libro sacro dei musulmani, ndr). In ognuno di questi casi, la percepita offesa all’Islam ha portato ad atti di violenza commessi molte volte contro gli occidentali, e assai più spesso contro gli stessi musulmani.
In effetti, l’episodio di violenza del 2010 in seguito al rogo del Corano da parte di Terry Jones causò circa 19 morti in Afghanistan, spingendo David Goldman, che allora scriveva per la rivista First Things, a osservare che «un pazzo che porta con sé dei fiammiferi e una copia del Corano può recare più danno al mondo musulmano di quanto possa fare un autobus pieno di attentatori suicidi.… Continua su Analisi Difesa

Appropriazione della cultura persiana

Segue da : la fonte e l’origine

libro persiano di ibn khaldun
libro persiano di ibn khaldun

Molti di questi grandi scienziati persiani furono assassinati dopo aver lavorato molti anni per gli occupanti. Altri, come Ibn Sina (Aviccena), sono stati sempre in fuga, hanno trascorso del tempo in prigione o hanno dovuto scrivere le loro opere a rischio della propria vita.
Uomini come Ibn Sina sono stati utilizzati e sfruttati dai turchi e dagli arabi per arricchire l’immagine divina dell’Islam non ostante il disprezzo che l’Islam ortodosso avesse per gli uomini di scienza.
Il teologo Al-Baghdadi Magd Dine scrisse: “Ho visto il Profeta nel mio sogno. Gli ho chiesto: Cosa ne pensi di Ibn Sina? Egli rispose: Questo è un uomo che pretende di raggiungere Dio, e crede di non avere bisogno del mio aiuto. Pertanto, Io, l’ho spazzato via con la mia mano facendolo cadere all’inferno”.
Un altro teologo, Ibn Al-Athir, menziona i nomi dei defunti nel corso dell’anno 1037 e scrive: “Durante il mese, Shaban Abu Ali Ibn Sina il famoso medico e filosofo è morto. Non vi è dubbio che egli fosse un infedele che ha avuto l’ardire di pubblicare le sue opere eretiche contro le leggi divine”.
Il corpus di opere di Avicenna è immenso, oltre 130, purtroppo in gran parte perduto ma quello che rimane è sufficiente per offrire un saggio della sua conoscenza e erudizione che sommato alla constatazione di come egli fosse spesso in fuga e senza i necessari testi di riscontro, lo rende uno dei più grandi pensatori di tutti i tempi.
La più grande opera di Ibn Sina “il Canone della Medicina” è divenuta per i successivi 600 anni un testo di riferimento nelle università europee come Montpellier, Parigi e Jena.
Purtroppo i governanti islamici hanno perseguitato uomini come Ferdowsi, Hafez, Saadi, Khayyam, Ibn Sina, Razi e Biruni che apostrofati  “Mortad” (eretici) hanno avuto la vita resa la più amara possibile se non addirittura impossibile dalla cecità della dottrina islamica.

Il primo Rinascimento persiano

Gli stati più piccoli dell’impero islamico si resero sempre più indipendenti dai califfi arabi che persero il controllo sulla scienza e sulla filosofia che ripresero a fiorire. Il poeta persiano Ferdowsi compose nell’11° secolo la sua famosa opera Shahnameh, il “Libro dei Re“.
In questo libro il poeta riesuma e resuscita l’originale lingua persiana ben 300 anni dopo la distruzione dell’impero sasanide che torna ad essere la lingua letteraria salvandola dalla sopraffazione dalla lingua dei conquistatori che la stava cancellando del tutto. (tutt’oggi i Persiani si rivolgono agli arabi parlando in farsi e non in arabo).
Mentre la maggior parte dei paesi conquistati da parte dei paesi barbari musulmani hanno perso la loro lingua e cultura per sempre (vedi tutto il nord africa in particolare) il poeta persiano Ferdowsi evitò alla Persia questa tragedia.
Il libro di Ferdowsi è la storia dell’ascesa e la la caduta di una cinquantina di famiglie nobili (dinastie). Inizia con la narrazione dei tempi mitici e termina con la catastrofe nazionale della conquista araba islamica.
Il libro dei re trasmette, usando frasi e rime, i valori persiani, le avventure di Rostam, Sohrab, Siawaschs e altri eroi, di gesta eroiche, le relazioni con le donne iraniane dalla bellezza mozzafiato, sottili come cipressi, radiose come la luna e dalla vita esuberante (come le islamiche – ndB). Descrive la vita di corte piena di musica, danze e vino ma sopratutto del dramma di tante brave persone che hanno sofferto sotto governati irrispettosi della cultura, delle usanze locali e sopratutto crudeli.
Ferdowsi ricorda ai Persiani le radici della loro identità e da allora fino ad oggi il suo grande lavoro e risuonato e risuona nella mente di tanti Persiani.
A volte, la pena per portare avanti il prezioso lavoro degli scienziati iraniani era la prigione, altre l’esilio ma spesso la morte. Di volta in volta le loro opere sono state gettate nel fuoco o nell’acqua e distrutte oppure utilizzate in conformità alla consuetudine islamica per colpire violentemente i loro autori e batterli fino a ferirli gravemente od ad ucciderli.
Tutto questo è durato per tutti i 400 anni di carcere dell’invasione araba ma essi non hanno mai ceduto pur di continuare il prezioso lavoro scientifico.
Sotto la bandiera dell’Islam, i filosofi, gli scienziati, gli artisti, gli scrittori, semplicemente non avevano altra scelta per mostrare i loro talenti e le loro capacità intellettuali. Il libro del Dr. Zabihollah SAFAS, “Târixe Adabiyyâte Iran” descrive la vita e la tragica fine di una cinquantina di scienziati e pensatori persiani. L’ostilità islamica contro i filosofi in generale e dei filosofi iraniani, in particolare, si protasse fino al 1218, anno dell’invasione mongola.
Molto prima dell’invasione mongola gli scienziati persiani avevano già codificato il diritto islamico e la grammatica della lingua araba (gente neanche sapeva cosa fossero, entrambe).
Essi avevano già iniziato la traduzione in arabo della nuova libreria della biblioteca di Baghdad. Nel corso dei successivi tre secoli, essi, tradussero i testi di Aristotele, Platone, Galeno e altri pensatori dell’antichità. Tutti libri tradotti dalle lingue originali in arabo.
Il risultato fu un canonico della conoscenza in filosofia, matematica, medicina, storia e letteratura che divulgandosi attraverso la Spagna, la Sicilia e quindi l’Europa, facilitò la rinascita delle scienze del continente occidentale creando i presupposti del Rinascimento.
Come premio del lavoro di tanti Persiani il risultato è che oggi i 400 anni di brutale occupazione dell’Iran sotto i sanguinari Omayiden e abbasidi, sono definiti come “l’età dell’oro dell’Islam”.
Età dell’oro dell’Islam che oggigiorno è presa come riferimento da molte fonti scritte da islamisti o simpatizzanti o emeriti ignoranti (in malafede) che descrivono i grandi scienziati persiani Ibn Sina, Omar Khayyam, Ferdowsi, Biruni, Razi e molti altri come arabi o turchi.

Tradotto ed adattato dall’originale in tedesco di Tangsir 2569

Nota :
Al gruppo semitico appartengono i Babilonesi, gli Assiri, gli Ebrei, i Fenici. (gli arabi sono di discendenza semitica)
Il gruppo camitico comprendeva le tribu’ egizie.
Il gruppo giapetico, detto oggi piu’ comunemente indoeuropeo, perche’ dalle originarie pianure dell’Asia Centrale si diffuse e stanzio’ in India ed in Europa, si distingueva in vari popoli, come gli Ittiti, i Medi, i Persiani, gli Elleni (o Greci), gli Italici. Agli Indoeuropei fu dato anche il nome di Arii o Ariani, nome che essi assunsero in India e che vuol dire “nobile”.

La fonte e l’origine

(segue da : L’età d’oro dell’Islam)

Molti studiosi occidentali e orientali accettano la tesi che con l’avvento dell’Islam gli analfabeti della penisola arabica divennero improvvisamente scienziati e fanatici della cultura. Essi credono che con la religione islamica gli arabi diffusero il loro illuminante sapere per la gioia dei molti popoli determinando così una cosiddetta “età dell’oro dell’Islam”.
Niente di più falso.
La tesi muore sapendo che tutto è avvenuto come risultato di uno sviluppo armonioso e continuo dell’antica cultura e scienza persiana. Solo un elemento discordante interrompe questa catena di sviluppo: agli scienziati persiani fu ordinato dai conquistatori arabi di pubblicare i loro lavori solo in lingua araba. Così è stato per molti secoli. Quando questi libri scientifici arrivarono in Europa, gli occidentali presunsero e credettero che le opere erano state scritte da arabi musulmani. Ora, tutti gli scienziati autori dei libri, sono chiaramente identificabili come persiani come Ibn Sina (Avicenna), Zakaria Rasi (Rhases), Fakhr Razi, Biruni, Khayyam e molti altri.

Zakariya_al-Razi.jpg
Zakariya_al-Razi.jpg

Rhases è stato un chimico e medico che andò oltre i confini della farmacologia basata sulle piante e introdusse per la prima volta al mondo sostanze di sintesi e quindi produsse prodotti farmaceutici importati.
Egli fu il primo farmacista a produrre alcool puro. Un altro scienziato persiano, Biruni, sviluppò un metodo per determinare il peso specifico di una sostanza inorganica, già nel 11° secolo. L’elenco degli scienziati persiani che hanno arricchito la chimica clinica, la farmacologia e la terapia medica e quindi la medicina, la matematica, la filosofia e l’architettura è quasi infinita. Purtroppo questo approfondimento va oltre la portata di questo articolo, basta solo sapere che si può scrivere una enciclopedia solo per gli scienziati persiani.
Facendo un’indagine approfondita delle più antiche letterature persiana e greca mettendo a confronto le metodologie della terapia medica e farmacologica dei due Paesi si dimostra che la medicina persiana era più sviluppata e progredita di quella greca già prima di Ippocrate. Gli scienziati odierni hanno concluso che i Greci, probabilmente, aggiunsero al loro patrimonio la scienza farmacologica persiana beneficiandone significativamente.

La situazione della scienza persiana durante l’occupazione araba

E’ sbagliato collegare i risultati scientifici dell’era persiana alla religione islamica. Non c’è nulla che possa giustificare un ‘”periodo d’oro dell’Islam”. In che modo l’Islam fu o è stato responsabile della fioritura della cultura e della scienza? Seguendo la logica degli inventori del cosiddetto “periodo d’oro dell’Islam”  la religione politeista greca dovrebbe essere eletta come la religione più elevata in occidente dato che le opere greche più sorprendenti in filosofia e architettura sono state scritte sotto il dominio di Zeus.
A nessuno passa per la mente di associare il pensiero e le realizzazioni dei filosofi greci, come Socrate e Aristotele, a degli dèi come Zeus e Afrodite.
Perché l’Islam dovrebbe essere il responsabile dei risultati scientifici nei territori islamici? Come mai improvvisamente, ad un certo punto storico, l’islam ha perso la sua capacità di definire la ricerca e non ha più prodotto pubblicazioni sui paradigmi scientifici?
La risposta è semplice semplice: l’inizio del “periodo d’oro dell’Islam” cade esattamente nel periodo che per 400 anni pongono la persia sotto la crudele occupazione araba dei califfati degli Omayyadi e Abbasidi. Quello che alcuni definiscono come “oro” non è altro che il furto di ciò Persiani hanno eseguito e realizzato in millenni di storia e cultura.
In quel periodo gli arabi non sapeva nulla di arte, ne di architettura e tanto meno di matematica, astronomia e cronologia. I conquistatori arabi restarono addirittura sorpresi quando rubarono le loro prime monete, non sapevano a cosa servissero. Così, dopo quattro secoli di islamizzazione la luce della scienza e della conoscenza persiana si è affievolita e lentamente è svanita.

Influenza araba sulla nascita dell’Islam

Gli storici del mondo islamico hanno a lungo dibattuto sulla questione se le loro conquiste furono basate su motivi religiosi o dalla necessità di espansione economica. Oggi, eventi famosi e innegabili degli arabi e del loro impero islamico possono essere capiti dagli scritti del famoso storico arabo Ibn Khaldun. Il più importante storico del 20° secolo, Arnold J. Toynbee, ritiene Ibn Khaldun come il vero fondatore della filosofia della storia araba. lo Scienziato Dr. Shojaedin Shafa cita Ibn Khaldun e il suo libro Al Moqaddama:
“Il talento naturale degli arabi è il saccheggio e lo sfruttamento degli altri. I Beni degli altri sono ispirazione di furto e rapina. Si alimentano attraverso le loro lance e le spade, rubano e saccheggiano, sul loro cammino, senza limiti morali. Essi, durante le loro conquiste, occupano un Paese senza prestare attenzione al patrimonio culturale di quel popolo, pertanto le proprietà degli occupati sono tutte violate e derubate. Questo processo riduce  la prosperità di un popolo e la civiltà si estingue. Essi sono il motivo per cui viene danneggiata la prosperità di una società, perché ignorano gli artisti, gli artigiani e li disprezzano […] la ricchezza di una società sparisce con la distruzione di queste professioni. Gli arabi non si sono mai preoccupati di applicare le leggi o le norme contro il furto o l’aggressione nei confronti dei cittadini. L’unica cosa di cui si sono curati è stato quello di ottenere la proprietà di altre persone attraverso l’estorsione e il ricatto. Non c’è mai stata l’intenzione di migliorare una comunità, ma di trovare nuovi modi per soddisfare la propria avidità e aumentare la propria ricchezza. In definitiva, una nazione controllata dagli arabi vive nel caos e nell’anarchia, come se non esistesse nessun potere legale. Caos e distruzione sono le cause della corruzione e dell’estinzione della salute cittadina, della ricchezza e della civiltà. La nazione occupata è naturalmente da saccheggiare e distruggere, tutto quello che trovano lo prendono come bottino […] A causa della loro natura è difficile per gli arabi accettare l’autorità poiché, in base delle loro caratteristiche, la legge e le regole dovrebbero avere la loro stessa brutalità, l’avidità e la rivalità che essi impongono agli altri. Accade raramente che essi siano d’accordo su qualcosa. Gli arabi si uniscono e lavorano insieme solo per questioni religiose, conquiste o per la vittoria. E così, questi arabi, che sono fieri di mangiare scorpioni e zecche, si sono riuniti sotto la bandiera del Profeta e si sono impegnati in conquiste in direzione dell’impero persiano e quello Bizantino. Dopo aver distrutto quegli imperi, gli arabi hanno raccolto enormi ricchezze. Ogni conquista araba ha automaticamente comportato la distruzione della sfortunata civiltà che li ha incontrati e così molte città sono state abbandonate dai loro abitanti. Campi coltivati si trasformarono in un deserto. Lo Yemen, un paese con una storia che risale ad almeno 3000 anni fa è stato ridotto in rovina dopo la conquista islamica. La civiltà persiana in Iraq è stata completamente distrutta. Lo stesso scenario si è svolto in Siria. Le tribù dell’Arabia del sud, la Banu Hilal e la Banu Sulaym, che penetrarono in Marocco e Tunisia combatterono tra di loro per più di 350 anni per ottenere l’egemonia locale. Essi distrussero completamente la vita agricola di quei luoghi riducendoli in deserto. Le aree tra il Mediterraneo e il Sudan, che erano state precedentemente costruite ed abitate, sono ormai solo un deserto dove restano solo rovine, terreni piatti e qualche villaggio a ricordarci che una volta l’ esisteva una civiltà.” (Al-Moqaddama di Ibn Khaldun, capitoli 27, 28 e 21).

Questi passi tratti dal “Al-Moqaddama” sono alcune delle critiche di Ibn Khaldun agli arabi. Nel Corano, in cui è riportata la parola del Profeta, è scritto, sulla natura degli arabi: “Quando vedono un commercio o un divertimento, si precipitano e ti lasciano ritto. Di’: “Quel che è presso Allah, è migliore del divertimento e del commercio e Allah è il Migliore dei sostentatori”. [Il versetto si riferisce ad un episodio avvenuto nel corso di una preghiera congregazionale. Mentre l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) stava ancora predicando, i musulmani furono distratti da uno strepito proveniente dall’esterno (un matrimonio secondo alcuni, l’arrivo di una carovana secondo altri). Spinti dalla curiosità corsero quasi tutti fuori dalla moschea per vedere cosa stava accadendo; solo dodici credenti rimasero ad ascoltare l’Inviato di Allah.]”

Gli arabi hanno imposto la loro ideologia di guerra, stupri, deportazioni, riduzione in schiavitù e omicidio sugli altri ed erano così arretrati, ignoranti e pieni di odio contro i Persiani civilizzati che non sapendo cosa fare con gli antichi tesori persiani, distrussero tutto. Il famoso tappeto Baharstan sarebbe oggi una delle meraviglie del mondo antico se non fosse stato fatto a pezzi e diviso come bottino di guerra.
Quei barbari non avevano né la capacità né la cultura né altro per motivare la nascita di una cosiddetta “età dell’oro”.
Gli arabi perseguitarono gli scienziati e gli studiosi persiani e li costrinsero a tradurre i loro libri in arabo. Ma obbligarono i persiani a tradurre i loro libri perchè riconobbero il valore dei testi scientifici solo dopo più di 100 anni di occupazione e distruzione. Leggere quei testi, nativi in persiano e tradotti in arabo ha prodotto la credenza che essi facessero parte del patrimonio islamico e arabo.

… continua su : Appropriazione della cultura persiana

Ebraismo e Cristianesimo : violenti come l'islam?

“C’è molta più violenza nella Bibbia che nel Corano; l’idea che l’islàm si sia imposto con la spada è una fantasia Occidentale, inventata al tempo delle Crociate, quando, in realtà, furono i Cristiani dell’Occidente a scatenare una brutale “guerra santa” contro l’islàm”. Così dichiara la ex suora che si definisce “monoteista indipendente”, Karen Armstrong. Questa citazione riassume il principale e più autorevole argomento usato per rintuzzare le accuse che l’islàm è intrinsecamente violento e intollerante. Tutte le religioni monoteiste, e non solamente l’islàm – sostengono i propugnatori di questa tesi – hanno la loro quota di scritture violente e intolleranti, e condividono storie cruente. Così, ogni qual volta le sacre scritture dell’islàm – in primo luogo il Corano, seguito dai racconti delle parole e delle azioni di Maometto (gli ahadith) – vengono utilizzate come dimostrazione della innata aggressività di questa religione, scatta l’immediata risposta che anche altre sacre scritture, specialmente quelle Giudeo-Cristiane, sono infarcite di episodi violenti.

Purtroppo, troppo spesso questa affermazione interrompe ogni ulteriore discussione sul problema se violenza e intolleranza siano connaturate all’islàm. E quindi, la risposta normale diventa che non è l’islàm ad essere violento per se, ma sono piuttosto le rimostranze e la frustrazione dei musulmani – sempre aggravate da fattori economici, politici e sociali – a scatenare la violenza. La perfetta aderenza di questa opinione con la gnoseologia laica e “materialista” dell’Occidente, la rende immune da ogni critica.

Pertanto, prima di condannare il Corano e le parole e le azione storiche del profeta dell’islàm, Maometto, come istigatori di violenza e intolleranza, si dovrebbe consigliare agli Ebrei di considerare le atrocità storiche commesse dai loro antenati Israeliti, così come sono state registrate dalle loro stesse scritture; bisognerebbe poi raccomandare ai Cristiani di considerare i cicli di brutali violenze compiute dai loro antenati nel nome della loro fede sia contro non Cristiani che contro Cristiani. In altre parole bisogna ricordare ad Ebrei e Cristiani che chi abita case di vetro deve evitare di scagliare pietre.

Ma questa è proprio la verità? L’analogia con le altre scritture è proprio legittima? E’ possibile confrontare la violenza degli Ebrei dell’antichità e la violenza dei Cristiani nel Medio Evo con la persistenza della violenza musulmana nell’era moderna?

La violenza nella storia di Ebrei e Cristiani

In accordo con la Armstrong, un gran numero di eminenti scrittori, storici, e teologi hanno sostenuto questa tesi “relativista”. Per esempio, John Esposito, direttore del Centro del Principe Alwaleed bin Talal per la Comprensione Cristiano-islamica, all’Università di Georgetown, si domanda:

“Ma come mai continuiamo a porci la stessa domanda [a proposito della violenza nell’islàm] e invece non ce la facciamo a proposito di Ebraismo e Cristianesimo? Sia Ebrei che Cristiani hanno compiuto atti di violenza. Tutti noi possediamo un lato trascendente, ma anche un lato oscuro … Pure noi abbiamo la nostra teologia dell’odio. Sia nel Cristianesimo che nell’Ebraismo tradizionale, tendiamo ad essere intolleranti; aderiamo ad una teologia esclusiva: noi contro loro”.

Il Professore di scienze umane dell’Università Statale della Pennsylvania, Philip Jenkins, in un articolo, “Dark Passages (Brani oscuri)”, spiega più a fondo questa tesi. E tenta di dimostrare che la Bibbia è più violenta del Corano:

In tema di istigazione alla violenza e ai massacri, ogni semplicistica pretesa di superiorità della Bibbia nei confronti del Corano sarebbe totalmente sbagliata. Infatti, la Bibbia trabocca di “testi di terrore” per usare la frase coniata dalla teologa Americana Phyllis Trible. La Bibbia contiene molti più versetti che apprezzano o spingono al massacro di quanti non ne contenga il Corano, e la violenza biblica è spesso molto più estrema e caratterizzata da una ferocia molto più indiscriminata … Se i testi fondamentali caratterizzano tutta la religione, allora Ebraismo e Cristianesimo meritano la condanna massima come religioni di efferatezza.

Molti episodi della Bibbia, come pure della storia Giudeo-Cristiana illustrano la tesi di Jenkins, ma due in particolare – uno probabilmente rappresentativo dell’Ebraismo, l’altro del Cristianesimo – sono quasi sempre ricordati e quindi meritano un esame più attento.

La conquista militare della terra di Canaan da parte degli Ebrei, circa nell’anno 1200 AC è spesso definita come “genocidio” ed è diventata emblematica della violenza e della intolleranza della Bibbia. Dio disse a Mosè:

Ma delle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri; ma li voterai allo sterminio: cioè gli Hittiti, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Evei e i Gebusei, come il Signore tuo Dio ti ha comandato di fare, perché essi non v’insegnino a commettere tutti gli abomini che fanno per i loro dèi e voi non pecchiate contro il Signore vostro Dio.

Così Giosuè [il successore di Mosè] conquistò tutto il paese: le montagne, il Negheb, il bassopiano, le pendici e tutti i loro re. Non lasciò alcun superstite e votò allo sterminio ogni essere che respira, come aveva comandato il Signore, Dio di Israele.

Per quanto riguarda il Cristianesimo, poiché è impossibile trovare nel Nuovo Testamento versetti che incitano alla violenza, quelli che sostengono la tesi che il Cristianesimo è violento come l’islàm devono ricorrere ad eventi storici come le Crociate scatenate dai Cristiani Europei tra l’undicesimo e il tredicesimo secolo. In effetti le Crociate furono violente e provocarono in nome della croce e della Cristianità delle atrocità, secondo il moderno metro di valutazione. Dopo aver sfondato le mura di Gerusalemme, nel 1099, per esempio, si racconta che i Crociati massacrarono quasi tutti gli abitanti della Città Santa. Secondo la cronaca medioevale, Gesta Danorum, “il massacro fu così grande che i nostri uomini camminavano nel sangue fino alle caviglie”.

Alla luce di quanto sopra, come Armstrong, Esposito, Jenkins e altri sostengono, perché Ebrei e Cristiani indicano il Corano come prova della violenza dell’islàm mentre ignorano le loro stesse scritture e la loro stessa storia?

Bibbia contro Corano

La risposta si trova nel fatto che queste osservazioni confondono storia e teologia mescolando le azioni temporali degli uomini con ciò che si ritengono essere le parole immutabili di Dio. L’errore fondamentale è che la storia Giudeo-Cristiana – che è violenta – è stata confusa con la teologia islamica – che ordina la violenza. Ovviamente, tutte le tre grandi religioni monoteiste hanno avuto la loro parte di violenza e intolleranza verso “l’altro”. Ma la questione fondamentale è se questa violenza fu imposta da Dio o se uomini bellicosi vollero che fosse così.

La violenza del Vecchio Testamento è un caso veramente interessante. Dio ordinò in modo chiarissimo agli Ebrei di sterminare i Canaanei e i popoli vicini. Questa violenza pertanto, volenti o nolenti, fu espressione della volontà di Dio. Comunque, tutta la violenza storica commessa dagli Ebrei e registrata nell’Antico Testamento è soltanto questo – storia. E’ successo; Dio lo ordinò. Ma riguardò tempi e luoghi specifici e fu diretta contro popoli ben precisi. Mai questo tipo di violenza fu regolamentata o codificata all’interno della legge giudaica. In breve, i racconti biblici di episodi violenti sono descrittivi, non prescrittivi.

Questo è l’aspetto in cui la violenza islamica è unica. Benché simile alla violenza dell’Antico Testamento – ordinata da Dio e manifestatasi nella storia – alcuni aspetti della violenza e della intolleranza islamiche sono stati regolamentati nella legge islamica e si applicano in ogni tempo. Pertanto, mentre la violenza incontrata nel Corano ha un contesto storico, il suo significato ultimo è teologico. Consideriamo i seguenti versetti Coranici, noti come i “versetti della spada”:

Quando poi siano trascorsi i mesi sacri, uccidete questi associatori ovunque li incontriate, catturateli, assediateli e tendete loro agguati. Se poi si pentono, eseguono l’orazione e pagano la decima, lasciateli andare per la loro strada.

Combattete coloro che non credono in Allah e nell’Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano umiliati.

Come nell’Antico Testamento i versetti in cui Dio ordina agli Ebrei di attaccare e trucidare i loro nemici, anche i versetti della spada hanno un contesto storico. All’inizio Dio emanò questi comandamenti dopo che i musulmani sotto la guida di Maometto erano diventati abbastanza forti da invadere i loro vicini Cristiani o pagani. Ma, a differenza dei versetti bellicosi e degli episodi di guerra dell’Antico Testamento, i versetti della spada divennero il fondamento delle successive relazioni sia con “la gente del Libro” (cioè Ebrei e Cristiani) sia con gli “idolatri” (cioè Indù, Buddisti, animisti eccetera) e, in effetti, innescarono le conquiste islamiche che cambiarono per sempre l’aspetto del mondo. Per esempio, in base a Corano 9:5, la legge islamica impone che gli idolatri e i politeisti debbano convertirsi all’islàm o essere uccisi e allo stesso modo, Corano 9:29 è la sorgente primaria delle ben note pratiche di discriminazione contro i Cristiani e gli Ebrei sconfitti che vivevano sotto la dominazione islamica.

In effetti, in base ai versetti della spada e a ad innumerevoli altri versetti coranici e tradizioni orali attribuite a Maometto, i più istruiti funzionari dell’islàm, sceicchi, mufti e imam, lungo tutta la sua storia, raggiunsero il “consenso” – obbligatorio per tutta la comunità musulmana – che l’islàm deve essere in guerra perpetua con il mondo dei non-musulmani fino a quando questi ultimi non si sottomettano all’islàm. Infatti, è comunemente sostenuto dai sapienti musulmani che, poiché i versetti della spada sono tra gli ultimi ad essere stati rivelati sull’argomento dei rapporti tra musulmani e non-musulmani, essi, da soli, abbiano “abrogato” circa 200 altri versetti coranici precedenti e più tolleranti, tipo “non c’è costrizione nella religione”. il famoso saggio musulmano, Ibn Khaldun (1332-1406) ammirato in Occidente per le sue opinioni, rifiuta l’idea che la jihad sia una guerra difensiva.

Nella comunità musulmana, la guerra santa [jihad] è un obbligo religioso, a causa della universalità della missione musulmana e l’obbligo di convertire tutti all’islàm sia mediante la convinzione che con la forza … Gli altri gruppi religiosi non avevano una missione universale, quindi per loro la “guerra santa” non era un dovere religioso, tranne che a scopo difensivo … A loro si richiede solamente di istituire la loro religione in seno alla loro gente. Ecco perché gli Israeliti, dopo Mosè e Giosuè non si occuparono dell’autorità regia [cioè, di un Califfato]. La loro unica preoccupazione era di istituire la loro religione [non di diffonderla alle nazioni] … Ma nell’islàm c’è l’obbligo di acquisire la sovranità sulle altre nazioni.

Gli studiosi moderni più autorevoli concordano. La voce sulla “jihad” dell’Enciclopedia dell’islàm di Emile Tyan afferma che “la diffusione dell’islàm con le armi è in imperativo religioso imposto ai musulmani in generale … la jihad deve continuamente essere perseguita fino a quando tutto il mondo sia sotto la sovranità dell’islàm … l’islàm deve essere completamente realizzato prima che la dottrina della jihad [guerra per diffondere l’islàm] possa essere eliminata”. Il giurista Iraqeno, Majid Khadduri (1909-2007), dopo aver definito la jihad come “guerra”, scrive che “la jihad … è considerata da tutti i giuristi, praticamente senza eccezioni, come un obbligo collettivo di tutta la comunità musulmana”. E, ovviamente, i manuali legali scritti in Arabo, sono ancora più espliciti.

Il linguaggio del Corano

Quando i versetti violenti del Corano vengono confrontati con i loro corrispettivi dell’Antico Testamento, si caratterizzano in particolare per un linguaggio che trascende spazio e tempo, incitando i credenti ad attaccare e uccidere i non credenti oggi come ieri. Dio ordinò agli Ebrei di uccidere gli Ittiti, gli Amoriti, i Canaanei, i Periziti, gli Iviti e i Gebusei – tutti popoli ben definiti, inseriti in un tempo e uno spazio ben preciso. Mai Dio diede agli Israeliti, e per estensione ai loro discendenti Ebrei, un comando “incondizionato” di combattere e uccidere i gentili. D’altra parte, benché i primi nemici dell’islàm, come nell’Ebraismo, fossero storici (cioè Bizantini Cristiani e Persiani Zoroastriani), raramente il Corano li indica con i loro nomi reali. Invece, si ordinò (e si ordina) ai musulmani di combattere la gente del Libro – “finché non versino umilmente il tributo, e siano umiliati” e di “uccidere gli idolatri ovunque li troviate”.

Le due congiunzioni Arabe “finché” (hatta) e “ovunque” (haythu) dimostrano la natura ubiquitaria e perpetua di questi comandamenti. C’è ancora “gente del Libro” che deve essere “completamente umiliata” (specialmente in America, in Europa e in Israele) e “idolatri” da essere trucidati “ovunque” uno guarda (specialmente in Asia e nell’Africa sub-Sahariana). In realtà, la caratteristica principale di quasi tutti i versetti violenti delle scritture islamiche è la loro natura illimitata e generica: “Combatteteli (i non musulmani) finchè non ci sia più persecuzione e la religione sia solo di Allah”. Inoltre, in una ben nota tradizione, presente nelle collezioni di ahadith, Maometto proclama:

Mi è stato ordinato di muovere guerra contro l’umanità finché non testimonino che non c’è altro dio se non Allah e che Maometto è il Messaggero di Allah; finchè non eseguano la prostrazione e non paghino l’elemosina [cioè, finché non si convertano all’islàm]. Se lo faranno, il loro sangue e le loro proprietà saranno protette.

Questo aspetto linguistico è di importanza cruciale per comprendere l’esegesi scritturale che riguarda la violenza. E ancora, è importante ripetere che né le scritture Ebraiche né quelle Cristiane – l’Antico e il Nuovo Testamento, rispettivamente – utilizzano questi comandamenti perpetui e illimitati. Ciò nonostante, Jenkins lamenta che:

I comandamenti di uccidere, di realizzare la pulizia etnica, di istituzionalizzare la segregazione, di odiare e di temere le altre razze e le altre religioni … tutto questo è nella Bibbia e capita con molto maggiore frequenza che nel Corano. Ad ogni livello possiamo discutere su cosa significhino i brani in questione e certamente se debbano avere qualche rilevanza per le età future. Ma rimane il fatto che le parole sono lì, e la loro inclusione nella scrittura significa che esse sono, letteralmente, canonizzate, non meno che nelle scritture musulmane.

Ci si può domandare cosa intenda Jenkins con il termine “canonizzato”. Se “canonizzato” significa che questi versetti devono essere considerati parte del canone della scrittura Giudeo-Cristiana, è assolutamente corretto; invece, se con “canonizzato” intende, o cerca di implicare che questi versetti sono stati applicati nella Weltanschauung (visione del mondo) Giudeo-Cristiana, allora è assolutamente in errore.

Inoltre, non bisogna basarsi esclusivamente su argomenti di pura esegesi o solo filologici: sia la storia che gli eventi attuali smentiscono il relativismo di Jenkins. Mentre il Cristianesimo del primo secolo si diffuse col sangue dei martiri, l’islàm del primo secolo si diffuse mediante la conquista violenta e i massacri. In effetti, dal primo istante fino ad oggi – ovunque ha potuto – l’islàm si è diffuso con la violenza, come è confermato dal fatto che la maggioranza di quello che oggi è noto come il mondo islamico, o dar al-islàm, fu conquistato dalla spada dell’islàm. Questo è un fatto storico, confermato dai più prestigiosi storici islamici. Anche la penisola Arabica, la “casa” dell’islàm, fu sottomessa con grandi lotte e massacri, come dimostrato dalle guerre della Ridda che scoppiarono subito dopo la morte di Maometto, quando decine di migliaia di Arabi furono passati a fil di spada dal primo Califfo, Abu Bakr, per aver abbandonato l’islàm.

Il ruolo di Maometto

Inoltre, in merito alla attuale diffusa idea che cerca di giustificare la violenza islamica – che questa è solo il prodotto della frustrazione dei musulmani di fronte a una oppressione politica od economica – ci si dovrebbe porre questo interrogativo: che dire allora dell’oppressione di oggi nel mondo, di Cristiani ed Ebrei, per non menzionare Indù e Buddisti? Dov’è la loro violenza ammantata di religione? Questa è la verità: anche se il mondo islamico fa la parte del leone nei titoli più drammatici – di violenza, terrorismo, attacchi suicidi e decapitazioni – è inoppugnabile che non è certo l’unica regione al mondo a soffrire per ingiustizie sia interne che esterne.

Per esempio, benché quasi tutta l’Africa sub-Sahariana sia intrisa di corruzione, oppressione e povertà, quando si considera la violenza, al terrorismo e all’assoluto caos, la Somalia – che appunto è l’unico stato sub-Sahariano ad essere completamente musulmano – guida il branco. Inoltre, i maggiori responsabili della violenza Somala e della imposizione delle misure legali più draconiane e intolleranti – i membri del gruppo jihadista al-Shabab (i giovani) – spiegano e giustificano le loro azioni mediante uno schema islamista.

Anche in Sudan, è attualmente in corso un genocidio jihadista contro il popolo Cristiano e politeista, condotto dal governo islamista di Khartum, che ha provocato quasi un milione di morti tra “infedeli” e “apostati”. Che l’Organizzazione della Conferenza Islamica sia corsa in difesa del Presidente Sudanese Hassan Ahmad al-Bashir, che è incriminato dalla Corte Criminale Internazionale, è una ulteriore prova dell’approvazione della comunità islamica della violenza contro sia i non musulmani che contro chi non considera i musulmani abbastanza bene.

Pure i paesi dell’America Latina e i paesi Asiatici non musulmani hanno la loro quota di regimi autoritari ed oppressivi, di povertà e di tutto il resto, come i paesi musulmani. Eppure, diversamente dai quasi quotidiani titoli che provengono dal mondo islamico, non ci sono notizie di fedeli Cristiani, Buddisti o Indù che lanciano veicoli carichi di esplosivo contro edifici di regimi oppressivi (come il regime Cubano o quello Comunista Cinese), sventolando, allo stesso tempo, le loro scritture e urlando: “Gesù (o Budda, o Visnu) è grande!”. Perché?

C’è un ultimo aspetto che viene spesso trascurato – sia per ignoranza o per malafede – da chi insiste che la violenza e l’intolleranza sono equivalenti tra tutte le religioni. Oltre le parole divine del Corano, il modo di comportarsi di Maometto – la sua “sunna” o “esempio” – è una importante sorgente di legislazione nell’islàm. I musulmani sono invitati ad emulare Maometto in ogni circostanza della vita: “Avete un eccellente esempio nel Messaggero di Allah”. E il tipo di condotta di Maometto verso i non musulmani è molto esplicito.

Per esempio, polemizzando sarcasticamente contro il concetto di islàm moderato, il terrorista Osama Bin Laden, che, secondo un sondaggio di al-Jazira, gode dell’appoggio di metà del mondo islamico, così descrive la “sunna” del Profeta:

La “moderazione” fu dimostrata dal nostro Profeta che non rimase mai più di tre mesi a Medina senza razziare o inviare scorrerie nelle terre degli infedeli, per abbattere le loro fortezze, saccheggiare i loro beni, spegnere le loro vite e rapire le loro donne.

Infatti, sia secondo il Corano che secondo la “sunna” di Maometto, razziare e saccheggiare gli infedeli, fare schiavi i loro figli e usare le loro donne come concubine, ha un fondamento ineccepibile. E il concetto di “sunna” – che è quella da cui oltre un miliardo di musulmani, i “sunniti”, hanno ricevuto il loro nome – afferma senza ombra di dubbio che tutto ciò che fu fatto o fu approvato da Maometto, l’esempio più perfetto per l’umanità, è accettabile per i musulmani di oggi così come per quelli di ieri. Questo ovviamente, non significa che la totalità dei musulmani viva soltanto per saccheggiare e stuprare.

Però significa che persone naturalmente inclini a queste attività, e che per caso sono anche musulmane, possono giustificare le loro azioni – e le giustificano – riferendosi alla “sunna del profeta” – il modo con cui al-Qaeda, ad esempio, ha giustificato il suo attacco dell’11 Settembre, in cui furono uccisi degli innocenti, incluse donne e bambini: Maometto autorizzò i suoi seguaci ad usare le catapulte durante l’assedio della città di Ta’if nel 630 DC – gli abitanti della città avevano rifiutato di sottomettersi – benché sapesse molto bene che donne e bambini erano rifugiati in città. Inoltre, quando gli fu chiesto se era consentito lanciare attacchi notturni o incendiare le fortificazioni degli infedeli se donne e bambini erano con loro, e il Profeta rispose: “Essi [le donne e i bambini] sono dei loro [degli infedeli]”.

Il comportamento di Ebrei e Cristiani

Benché osservante scrupoloso della legge e forse iper-legalista, l’Ebraismo non ha un equivalente come la “sunna”; le parole e le azioni dei patriarchi, pur descritte nell’Antico Testamento, non giunsero mai a prescrivere la legge Giudaica. Né le “pietose bugie” di Abramo, né la perfidia di Giacobbe, né l’estrema irascibilità di Mosè, né la relazione adulterina di Davide o le scappatelle di Salomone furono alla base dell’istruzione di Ebrei o Cristiani. Furono interpretate come azioni storiche, compiute da uomini fallibili che, più spesso che no, erano puniti da Dio per il loro comportamento molto meno che esemplare.

Per quanto riguarda il Cristianesimo, gran parte della legge dell’Antico Testamento venne abrogata, o compiuta – a seconda dei punti di vista – da Gesù. “Occhio per occhi” lasciò il posto a “porgi l’altra guancia”. Amare dio e il prossimo con tutto il cuore divenne la legge suprema. Inoltre, la “sunna” di Gesù – “Cosa avrebbe fatto Gesù? – è caratterizzata da docilità e altruismo. Il Nuovo Testamento non contiene alcuna esortazione alla violenza.

Eppure, c’è ancora chi pretende di dipingere Gesù come un personaggio con un atteggiamento militante simile a quello di Maometto, citando il versetto in cui il primo – che “parlò alle folle in parabole e non parlò se non in parabole” – disse: “Non sono venuto a portare la pace, ma una spada”. Ma in base al contesto di questa affermazione è evidente che Gesù non stava ordinando la violenza contro i non Cristiani, ma piuttosto predicendo che ci sarebbero stati conflitti tra i Cristiani e il loro ambiente – una profezia fin troppo vera, dato che i primi Cristiani, invece di brandire la spada, perirono docilmente come martiri, a causa della spada, così come spesso stanno ancora facendo nel mondo musulmano.

Altri si appigliano alla violenza profetizzata nel Libro dell’Apocalisse, ancora, dimenticandosi di osservare che tutto il racconto è descrittivo – per non aggiungere che è chiaramente simbolico – e quindi difficilmente “prescrittivo” per i Cristiani. Ad ogni modo, come si può ragionevolmente paragonare questa manciata di versetti del Nuovo Testamento che metaforicamente menzionano la parola “spada” con le centinaia di prescrizioni Coraniche e dichiarazioni di Maometto che chiaramente comandano ai musulmani di usare una spada vera e propria contro i non musulmani?

Imperterrito, Jenkins lamenta il fatto che nel Nuovo Testamento, gli Ebrei “progettano di lapidare Gesù, complottano per ucciderlo, a sua volta Gesù li chiama bugiardi e figli del Demonio”. Rimane però da stabilire se essere chiamati “figli del Demonio” è più offensivo che essere definiti discendenti di scimmie e porci – l’appellativo Coranico degli Ebrei. A parte gli insulti, tuttavia, ciò che qui importa è che, mentre il Nuovo Testamento non ordina ai Cristiani di trattare gli Ebrei come “figli del Demonio”, invece, in base al Corano, in particolare 9:29, la legge islamica obbliga i musulmani a sottomettere gli Ebrei, anzi, tutti i non musulmani.

Questo significa forse che chi si professa Cristiano non può essere antisemita? Ovviamente no! Ma significa che i Cristiani antisemiti vivono un ossimoro – per il semplice fatto che sia letteralmente che teologicamente, il Cristianesimo non insegna assolutamente odio e astio, bensì pone l’accento su amore e perdono. Il punto qui non è se i Cristiani seguono o no questi precetti; proprio come non è il punto se i musulmani osservano o no l’obbligo della jihad. L’unica domanda pertinente è: cosa richiedono le religioni?

John Esposito ha ragione quando asserisce che “Ebrei e Cristiani furono coinvolti in atti di violenza”. Invece sbaglia quando aggiunge: “Noi [Cristiani] abbiamo la nostra teologia dell’odio”. Nulla nel Nuovo Testamento insegna l’odio – e certamente niente lontanamente paragonabile ai comandi Coranici tipo: “Noi [musulmani] ci dissociamo da voi [non musulmani] e tra noi e voi è sorta inimicizia e odio eterni finché voi non crederete in Dio soltanto”.

Rivalutare le Crociate

Ed è da qui che si può comprendere meglio la storia delle Crociate – eventi che sono stati completamente stravolti da numerosi e influenti apologeti dell’islàm. Karen Armstrong, per esempio, si è praticamente costruita una carriera rappresentando le Crociate in un modo completamente sbagliato, scrivendo, per esempio che “l’idea che l’islàm si sia imposto con la spada è una fantasia Occidentale, inventata durante il tempo delle Crociate quando, in realtà, furono i Cristiani dell’Occidente a muovere una brutale guerra santa contro l’islàm”. Che una ex monaca condanni rabbiosamente le Crociate, rispetto a quanto fatto dall’islàm, rende la sua critica ancora più vendibile. Affermazioni come le sue, ovviamente, ignorano il fatto che dall’inizio dell’islàm, più di 400 anni prima delle Crociate, i Cristiani si erano accorti che l’islàm si diffondeva con la spada. Infatti, autorevoli storici musulmani che scrissero secoli prima delle Crociate, come Ahmad Ibn Yahya al-Baladhuri (m. 892) e Muhammad Ibn Jarir at-Tabari (838-923), dimostrano chiaramente che l’islàm si diffuse mediante la spada.

La realtà è questa: le Crociate furono un contrattacco contro l’islàm – non un attacco senza provocazione come sostengono la Armstrong ed altri storici revisionisti. L’eminente storico Bernard Lewis lo espone molto bene:

Anche la Crociata Cristiana, spesso paragonata alla jihad islamica, fu una tardiva e limitata risposta alla jihad e, in parte, anche una sua imitazione. Ma, a differenza della jihad, riguardò principalmente la difesa o la riconquista di territori Cristiani minacciati o perduti. Fu, con alcune eccezioni, limitata alle guerre vittoriose per la riconquista dell’Europa Sud-Occidentale e alle guerre perdute per liberare la Terra Santa e per fermare l’avanzata Ottomana nei Balcani. La jihad islamica, per contro, fu interpretata come illimitata e fu percepita come un obbligo religioso che sarebbe continuato finché tutto il mondo non si fosse convertito all’islàm o si fosse sottomesso al suo dominio … Lo scopo della jihad è di imporre la legge islamica a tutto il mondo.

Inoltre, le invasioni dei musulmani e le atrocità contro i Cristiani erano aumentate nei decenni precedenti la proclamazione della Crociata nel 1096. Il Califfo Fatimide Abu ‘Ali Mansur Tariqu’l-Hakim (r. 996-1021) profanò e distrusse un gran numero di importanti Chiese – come la Chiesa di San Marco in Egitto e la Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme – ed emanò contro Cristiani ed Ebrei decreti ancora più oppressivi di quelli già in uso. Poi, nel 1071, i Turchi Selgiuchidi sbaragliarono i Bizantini nella cruciale battaglia di Manzicerta e, per questo, conquistarono la maggior parte dell’Anatolia Bizantina, facendo presagire l’eventualità della finale cattura di Costantinopoli, secoli dopo.

Fu per reagire a questa situazione che il Papa Urbano II (r. 1088-1099) indisse la Crociata:

Dai confini di Gerusalemme e dalla città di Costantinopoli è giunta un’orribile notizia che ci è stata ripetutamente riferita, cioè che una razza del regno dei Persiani [cioè, i Turchi musulmani] … ha invaso le terre di quei Cristiani e le ha spopolate con la spada, il saccheggio e il fuoco; ha portato una parte dei prigionieri nel proprio paese e ha eliminato l’altra parte con crudeli torture; ha distrutto completamente le Chiese di Dio o se ne è appropriata per i riti della loro religione.

Anche se la descrizione di Urbano II è storicamente accurata, il fatto rimane: in qualsiasi modo si interpretino queste guerre – offensive o difensive, giuste o ingiuste – è evidente che non furono basate sull’esempio di Gesù, che così esortò i suoi seguaci “Amate i vostri nemici, benedite chi vi maledice, fate il bene a chi vi odia e pregate per chi vi insulta e vi perseguita”. E infatti, furono necessari secoli di dibattiti teologici, da Agostino all’Aquinate, per giustificare la guerra difensiva – definita come “guerra giusta”. Così sembrerebbe che se qualcuno non è stato completamente fedele alle sue scritture, questi sono stati i Crociati – e non i jihadisti musulmani (dal punto di vista letterale). In altri termini, sono stati i jihadisti musulmani – e non i Crociati – che hanno fedelmente eseguito le indicazioni delle loro scritture (almeno dal punto di vista letterale). Inoltre, come i racconti violenti dell’Antico Testamento, anche le Crociate hanno una mera natura storica e non sono manifestazioni di più profonde verità scritturali.

Infatti, ben lontane dal suggerire alcunché di intrinseco al Cristianesimo, le Crociate, ironicamente, ci aiutano a capire meglio l’islàm. Perché le Crociate dimostrano, una volta per tutte, che, non ostante gli insegnamenti religiosi – e infatti, nel caso delle così dette Crociate Cristiane, a dispetto di questi insegnamenti – l’uomo è spesso predisposto alla violenza. Ma questo impone una domanda: se questo è il comportamento dei Cristiani – a cui è stato imposto di amare, benedire e beneficare i loro nemici che li odiano, li maledicono e li perseguitano – quanto di più dobbiamo aspettarci dai musulmani che, condividendo la stessa tendenza alla violenza, sono spinti da Dio ad attaccare, uccidere e depredare i non credenti?

Di Raymond Ibrahim
Middle East Quarterly (Estate 2009 vol.16 num.3, p. 3-12)

Traduzione di Paolo Mantellini (qui, dove trovate anche le note)

Raymond Ibrahim è Direttore Associato del Forum del Medio Oriente e autore di “The Al Qaeda Reader” (New York: Doubleday, 2007)