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Il trattato di Osimo

confini
confini orientali nei periodi 1866 – 1918 – 1975

L’articolo 5 della Costituzione recita «la Repubblica è una e indivisibile». Allora perché è bastato un passaggio parlamentare ordinario e non speciale per ratificare il distacco della “Zona B” previsto da quel Trattato, avallando di fatto una modifica alla Costituzione stessa? Altro che Osimo in dubbio per la fine dell’ex Jugoslavia, cioè uno dei due soggetti firmatari, come si dibatteva dopo il ’92.

MA andiamo per ordine.

 10 Febbraio 1947: firma, a Parigi, del Trattato di Pace tra l’Italia e le nazioni vincitrici della seconda guerra mondiale. Un atto fortemente contestato, anche da personalità non certo accusabili di filofascismo (per tutte Benedetto Croce), un trattato che viene imposto all’Italia senza alcuna possibilità negoziale (sarà definito, per tale ragione, “Diktat”) e che segna in maniera drammatica le sorti del confine orientale italiano: cessione alla Jugoslavia di Zara, di Fiume e di gran parte dell’Istria, costituzione di uno stato cuscinetto, tra Italia e Jugoslavia, definito T.L.T. – Territorio Libero di Trieste, affidato alla tutela dell’ONU (che dovrà nominarne il Governatore) – e comprendente Trieste, il territorio ad essa immediatamente limitrofo ed una parte dell’Istria, corrispondente a circa un quarto della penisola.
All’epoca, non meno che in tutti i decenni che ne sono seguiti, il Diktat del ’47 è stato ripetutamente bollato per la sua ingiustizia ed iniquità: giudizio di certo sacrosanto se è vero, come è vero, che esso andò a sancire quel drammatico esodo di centinaia di migliaia di Italiani che abbandonarono le proprie terre, le proprie attività, i propri morti, pur di continuare ad essere Italiani; un Trattato che andò a premiare il criminale operato dei comunisti di Tito che, con le foibe, gli eccidi, il terrore di massa, realizzarono la “pulizia etnica” degli Italiani, in qualche modo anticipatrice di quelle “pulizie” che, decenni dopo, segneranno la dissoluzione della Jugoslavia.
Il Trattato di Parigi, però, fu qualcosa di più che un atto di ingiustizia, fu soprattutto un fatto macroscopico di stupidità (e ciò in politica è bene più grave): perché nel ’47 pretese affrontare e risolvere certi problemi, ignorando del tutto che oramai la situazione non era quella del ’45. L’Europa infatti non era più divisa tra paesi fascisti ed antifascisti, bensì tra blocco occidentale e blocco orientale. Fu proprio questa “stupidità” a costituire la causa specifica del fenomeno dell’Esodo. Infatti sia gli Italiani dell’Istria che quelli di Briga e Tenda si videro ceduto ad uno stato straniero e sempre a causa dello stesso Trattato di Parigi: i primi finirono sotto la Jugoslavia comunista, i secondi sotto la Francia democratica ed occidentale. L’esodo, le foibe, gli eccidi riguardarono però solo il confine orientale d’Italia, non certo quello ad occidente. Tutto ciò non era stato peraltro previsto dal Trattato di Pace che, scandalosamente, aveva ignorato che il mondo ormai si divideva tra paesi comunisti e paesi democratici e che, pertanto, ben diversa era la conseguenza di uno spostamento di confini quando realizzato a cavallo della linea divisoria tra i due blocchi.
Un secondo esempio di tale “stupidità”: il meccanismo della nascita dello stato cuscinetto del Territorio Libero di Trieste era ormai tanto fuori dalla realtà da morire prima ancora di nascere e ciò per la banalissima ragione che l’Onu non riuscì mai a mettersi d’accordo neppure sul nome del designando Governatore. Ogni nome proposto dalle nazioni occidentali incappò nel veto di Mosca e viceversa. Sempre perché nel ’47 (e così per lunghi successivi decenni) la situazione politica sarebbe stata ormai totalmente condizionata da una logica (quella dei blocchi) che il trattato di Parigi aveva preteso di totalmente ignorare.

5 ottobre 1954: a Londra, Francia, Inghilterra e Stati Uniti siglano con Italia e Jugoslavia un “Memorandum d’intesa” in forza del quale la parte del costituendo Territorio Libero amministrata dagli Alleati viene restituita all’amministrazione dell’Italia. E l’atto che permetterà, il 26 ottobre dello stesso anno, il ritorno definitivo di Trieste alla madrepatria.
Il Memorandum non ebbe mai la natura di un trattato internazionale, tanto che non venne neppure sottoposto a ratifica del parlamento italiano. Fu semplicemente un accordo di natura pratico-amministrativa che si contava sulla constata impossibilità di dare attuazione a ciò che il Trattato di Parigi aveva previsto e cioè la nascita del nuovo staterello.
Tale constatazione non si tradusse peraltro in quella che doveva essere la logica sua conseguenza e cioè restituire all’Italia tuffo ciò che non era possibile dare ad uno stato mai nato e che mai sarebbe esistito. La restituzione si realizzò solo limitatamente a Trieste, nel mentre la cosiddetta “zona B”, vale a dire la parte dell’Istria del previsto T.L.T., continuò a subire l’amministrazione della Jugoslavia, amministrazione che aveva il suo solo fondamento giuridico nell’occupazione militare del ’45 e che era in pieno contrasto con i confini della Jugoslavia, così come fissati dal Trattato di Parigi.
La conseguenza, umana, di tutto ciò che fu proprio il Memorandum di Londra segnò la spinta finale perché Capodistria, Isola, Pirano, Buie, Umago e Ciffanova vedessero trasformarsi i propri cittadini in Esuli in Italia, così come già era awenuto per i fratelli di Zara, di Fiume, di Pola e del resto dell’Istria.

10 novembre 1975: nella cittadina marchigiana di Osimo il ministro degli Esteri italiano, Mariano Rumor, e quello jugoslavo, Milos Minic, firmano un trattato meritevole di entrare nel Guinness dei primati. Uno dei due contraenti, il governo di Roma, paga una serie di prezzi non da poco: la rinuncia alla sovranità italiana sulla zona B, la concessione di una zona franca italo-jugoslava, a cavallo del confine di Trieste, che apre a Belgrado una porta verso il Mercato Comune, più altri vantaggi materiali. L’altro contraente, la Jugoslavia, non dà contropartite di alcun genere, si limita ad incassare i lauti benefici.
Una sorta di curioso patto leonino, nel quale tutti i vantaggi vanno alla parte più debole, Belgrado, e tutti i danni a quella più forte, Roma. Siamo infatti in un momento nel quale l’Italia ha ormai il rango di quinta o di sesta potenza economica mondiale, nel mentre la Jugoslavia risulta già un paese economicamente allo sbando e segnato politicamente dalla generale previsione che, alla morte dell’ormai anziano dittatore Tito, tutto il suo castello politico sarà destinato alla crisi e forse allo sfascio.
Con il Trattato di Osimo si realizza tra l’altro un fatto politico-costituzionale di rilevanza assoluta: l’Italia accetta, tranquillamente, di sacrificare la sua integrità territoriale, senza che il mondo politico (salvo poche eccezioni) sembri quasi accorgersene. Bossi e le sue pretese di secessione possono ben vantare, in quel Trattato, un valido precedente a cui potersi richiamare nella loro volontà di spezzare il territorio nazionale!

16 gennaio 1992: morto da qualche anno il Maresciallo Tito, crollato il sistema dei regimi comunisti dell’Est, anche la Jugoslavia è giunta al capolinea ed al disfacimento. Al suo posto sono nate nuove realtà statuali. Sotto la pressante spinta di Bonn, due di questi nuovi stati, Slovenia e Croazia, vengono riconosciute dai paesi europei e tra questi anche dall’Italia.
Con questo atto di riconoscimento tutte le precedenti vicende, relative ai confini orientali d’italia (Trattato di Pace, Memorandum di Londra, Trattato di Osimo), risultano dunque superate e ciò proprio dall’accettazione italiana dei nuovi confini sloveni. L’Istria entra così inequivocabilmente ad essere parte o della Slovenia o della Croazia.
I negoziatori italiani pongono almeno due limitazioni, all’atto del riconoscimento: l’impegno di Croazia e Slovenia a garantire la tutela e l’unitarietà della minoranza italiana in Istria e, poi, la questione aperta della restituzione agli Esuli italiani dei beni immobili espropriati dal regime di Tito.
Sarà proprio su questi due temi (minoranza italiana e restituzione delle case) che si incentrerò, negli anni successivi, il contenzioso tra Roma, Lubiana e Zagabria. Contenzioso che con il ministro Martino, del Governo Berlusconi, arriverò a concretizzarsi nel veto italiano, a livello europeo, all’ingresso di Lubiana nell’Unione Europea; veto che verrà mantenuto dal successore di Martino, Susanna Agnelli, ed anzi fatto recepire dagli stessi organismi comunitari. Sarà infatti Bruxelles a ribadire che le porte europee resteranno sbarrate per la Slovenia, se Lubiana non avrò prima risolto il contenzioso con l’Italia.

Maggio 1996: siamo ormai all’ultimo atto. A Roma è stato appena formato il governo Prodi. Sottosegretario agli Esteri figura l’on. Piero Fassino il quale, prima ancora che il Senato abbia votato la fiducia al Governo di cui fa parte, si precipita a Lubiana per incontrare i governanti sloveni (tutti, come lui, ex comunisti doc) per consegnare alla Slovenia il bel pacco dono: la rinuncia italiana ad ogni veto, affinché le porte d’Europa si possano spalancare per Lubiana. Il tutto senza ottenere, e nemmeno chiedere niente di niente in contropartita.
La minoranza italiana e la sua unitarietà restano così in balia dei governanti sloveni; quanto ai beni rapinati agli Esuli il prode Fassino ottiene la vaga promessa che essi quei beni forse potranno ricomprarseli (da coloro che glieli hanno rubati). Promessa che, proveniente da un governo balcanico e di ex comunisti, ha comunque un grado di probabilità di realizzarsi che è molto prossimo allo zero.
Certo è che, trascorso ormai un anno da quel fulmineo viaggio lubianese del nostro sottosegretario, da parte slovena non si è visto passo di alcun genere. I segnali che giungono dalla Slovenia sono anzi decisamente di segno contrario (si parla di inesistenti limiti costituzionali, di ipotesi di referendum e così via), tanto da motivare espliciti interventi di richiamo da parte delle autorità europee (evidentemente poco inclini a prendersi in casa soggetti così poco affidabili). Ben più a ragione il presidente Prodi ed il viceministro Fassino dovrebbero farsi sentire e protestare con gli amici sloveni, ma così non è. Considerano, chiaramente, che con Lubiana, dopo aver ceduto tutto ed anche di più, non esiste ormai questione di sorta. Si limitano quindi ad uno stanco negoziato con la Croazia, nel quale è a tutti più che evidente che non ci potrò essere esito diverso da quello già realizzato con la Slovenia: una bella e solenne rinuncia, da parte italiana, ad ogni richiesta di giustizia per gli Esuli, ad ogni impegno di tutelare per gli italiani rimasti.
Sarà la conclusione coerente di una lunga vicenda di oltre cinquant’anni. Una vicenda nata male, proseguita peggio e conclusa in modo pessimo: con la bancarotta, totale e fraudolenta, della politica estera italiana sul confine orientale :

L’incontro tra Slovenia, Croazia e Italia, finalmente è arrivato a sancire ufficialmente la fine di una situazione di confine ingarbugliata da anni. Bene ha fatto, pertanto, il nostro Presidente Napolitano a presenziare a quell’atto dovuto alla Storia.
Ma a titolo di commento amaro, c’è da sottolineare che l’Italia è sempre quella che, internazionalmente, alla fine di un qualsiasi avvenimento sia guerresco che politico, a posteriori, ci rimette sempre a tavolino.
Dopo la “vittoria rubata” della prima guerra mondiale, questa volta la “pace rubata” parte da Osimo dove, nel ’75, il sottaciuto “Trattato” fu firmato tra Italia e Jugoslavia, caldeggiato dall’allora PCI che costrinse il governo Moro a cedere la zona “B” istriana all’amico Tito, in contropartita di un tacito sostegno allo stesso governo. (e finalmente ottennero quello che volevano fin dal 1945).
Fino a quell’anno, infatti, l’Istria era territorialmente ancora italiana, anche se amministrata in “via temporanea” dalla Jugoslavia. L’Italia si accontentò solo di qualche promessa a favore degli esuli, ma una volta definito l’abbandono (denunciato come un Atto di tradimento contro la Nazione), la Jugoslavia arrivò a vietare “solo” agli italiani di acquistare immobili e terre!

Nel trattato, però, Tito accettò una clausola: l’Istria sarebbe stata indivisibile, pena il decadimento dell’accordo stesso. Certo, il Maresciallo non immaginava una frammentazione federale postuma, ma l’Istria è stata divisa tra Slovenia e Croazia e quindi vi sarebbero state tutte le premesse per sollevare un’’istanza di revisione internazionale. Potrebbe sembrare non attuale, oggi, in tempi d’Europa Unita, riparlare di un vecchio Trattato del ’75, ma sta di fatto che c’’è e proprio noi, italiani, non dobbiamo aver paura di nominarlo, proprio perché siamo noi a volerlo superare, esigendo però, almeno,  rispetto dall’’altra parte e quanto meno non diffidenza o ritorsioni psicologiche… (come per esempio, al rovescio, in Alto Adige). Se poi dicessero, i confinanti, che non riconoscono Osimo, in quanto firmato con  la Jugoslavia, allora non sarebbe valido nessun trattato post-bellico imposto da quei presuntuosi alleati anglofoni e torneremmo alla Serenissima Venezia, dove comandava il commercio…

Porzus

Articolo giornale con esortazione agli Italiani di unirsi alla Jugoslavia
Articolo giornale con esortazione agli Italiani di unirsi alla Jugoslavia

Lo studio e l’insegnamento della Resistenza hanno celebrato il primato comunista nella costruzione della democrazia italiana. Ciò al prezzo di una deformazione della realtà storica che è diventata «storia ufficiale».
Il nome dei «veri» capi della Resistenza, cioè di Alfredo Pizzoni, presidente del Cln Alta Italia, e del generale Raffaele Cadorna, comandante del Corpo dei Volontari che raggruppava le brigate partigiane, sono sconosciuti agli studenti italiani e quando si celebrano le Fosse Ardeatine si commemora una sorta di «fossa comune» dato che non vi morirono esponenti del Pci e non si ricorda che tra le vittime c’era il capo della Resistenza romana catturato e torturato dai tedeschi, il colonnello Giuseppe Cordero di Montezemolo.
Così come solo negli ultimi anni si sono ricordati i fatti di Porzus del febbraio 1945, dove i comunisti hanno sterminato i partigiani che non volevano essere agli ordini degli jugoslavi e accettare l’occupazione titina dei territori italiani.
La strage di Porzus è stata sepolta e tuttora tenuta ai margini perché non solo contraddice la pretesa di identificare automaticamente antifascismo con libertà e democrazia, ma soprattutto perché segna l’emergere di quella che è stata la «resistenza parallela» del Pci.
Troppo spesso si passano sotto silenzio due «bienni neri» in cui i comunisti – sovietici e italiani – si chiamarono fuori dallo scontro tra fascismo e democrazia: il biennio 1924-26 quando, rompendo con gli altri partiti d’opposizione, parteciparono ai lavori parlamentari con i fascisti; e quello 1939-41, in cui difesero l’alleanza tra Stalin e Hitler.
Nel ’39 Stalin sostenne quella scelta affermando che era in corso uno scontro tra imperialisti ricchi (Francia e Gran Bretagna) e imperialisti poveri (Germania e Italia) e quindi i sovietici preferivano questi ultimi.
Successivamente, dopo l’aggressione hitleriana all’Urss, i comunisti rientrarono nell’alleanza antifascista, ma sempre con una presa di distanza bellicosa rispetto agli altri stati e partiti.

giornale l'ardito del popolo
giornale l’ardito del popolo

«La crisi del capitalismo – dichiara Stalin il 28 gennaio ’45 – si è espressa nella divisione dei capitalisti in due fazioni: una fascista e una democratica. Si è creata un’alleanza tra noi e la corrente democratica dei capitalisti. Noi adesso stiamo con una frazione contro l’altra, ma nel futuro saremo anche contro questa frazione dei capitalisti».
È sulla base di questa strategia che Togliatti e i comandanti comunisti delle brigate partigiane parteciparono alla Resistenza avendo in mente da un lato il primato dell’occupazione jugoslava e dall’altro un futuro di scontro con gli altri partiti del Cln.
È così che animarono una Resistenza parallela, prima attraverso i Gap, le cui principali «imprese» – la bomba di via Rasella e l’assassinio di Giovanni Gentile – non vennero approvate dal Cln, e poi attraverso i «triunvirati insurrezionali» creati dal Pci alla vigilia della Liberazione nelle varie Regioni del Nord dall’Emilia al Piemonte per condurre un’«epurazione» al di fuori del Cln.
Quella che è stata chiamata «doppiezza» del Pci di Togliatti e che diventerà «diversità» con Berlinguer rispecchia l’irriducibile antagonismo dell’«idea comunista» che si autonomina futuro positivo dell’umanità e considera anche gli alleati un freno o un’entità inferiore se non – come avvenne a Porzus – «obbiettivamente» un pericolo da sopprimere.

Foibe : per non dimenticare

Ines Gozzi presunta Ausiliaria Rsi
Ines Gozzi presunta Ausiliaria Rsi

Ne è stato parlato tanto e tanto è stato fatto per far passare sotto silenzio il dramma dei nostri connazionali “epurati per motivi etnici” dai Titini.

Ma gli assassini di Tito avevano dei fiancheggiatori tra gli italiani stessi che hanno partecipato attivamente nei massacri dei loro connazionali giuliano-dalmati.

La nostra sinistra ha sempre evitato di affrontare il discorso ed ogni volta che se ne è presentata l’occasione ha cercato di nascondere, minimizzare, negare.

Ines Gozzi
Ines Gozzi

Queste sono le verità delle quali non vogliono si parli :

Crimini del comunismo italiano

Friuli 1945: partigiani della Osoppo Fucilati da comunisti

Foibe, I protetti del partito comunista

Le vittime italiane dei gulag di Tito

Porzus

40 anni di terrorismo

Dopo la conferenza tricontinentale tenutasi all’Avana dal 3 al 15 gennaio del 1966 (fondazione dell’OSPAAAL) , la Connessione cubana al terrorismo, dopo l’intervento di ernesto che guevara, scatenò la guerra contro l’occidente … quando l’invasione dell’Iraq e dell’Afganistan non erano ancora avvenute e non potevano essere prese come scusa.
… After tricontinental conference held in Havana from January 3-15, 1966 (foundation OSPAAAL), the Cuban connection to terrorism, after participation of ernesto che guevara, unleashed the war against the West … When the invasion of Iraq and Afghanistan had not yet occurred and could not be taken as an excuse

For whom the bell tolls…

July 23, 1968: An Israeli El Al flight en route from Rome to Tel Aviv, Israel with a crew of ten and thirty-eight passengers, was hijacked by four Popular Front for the Liberation of Palestine Islamic terrorists and forced to land in Algiers, Algeria – an OPEC, Marxist Muslim fiefdom.
August 10, 1968: While it was relatively meaningless by itself, it was part of a bigger campaign. In Turkey today, two firebombs were thrown into the USIS office in Izmir. The anti-American climate in Islamic Turkey would continue to fester and grow.
August 10, 1968: Yasser Arafat’s al-Fatah detonated three grenades in Jerusalem’s Jewish section, injuring eight Israelis and two Americans.
August 19, 1968: Yasser Arafat’s al-Fatahdetonated a bomb near the Parliament building in Jerusalem. No one was hurt.
August 21, 1968: Al Fatah terrorists bombed the U.S. Consulate building in East Jerusalem demonstrating their hatred for Americans.
September 4, 1968: Palestinian Muslims detonated three bombs in the Central Bus Station in Tel Aviv killing one Israeli and wounding 71 more. Attacking soft civilian targets was becoming a hallmark of Fatah terrorists.
September 13, 1968: Syrian al-Sa’iqa terrorists attacked the Israeli police headquarters in Baniyas in the Golan Heights. The facility was destroyed and all five Jews who were inside were killed.
October 26, 1968: In the Federal Republic of Germany, three prominent anti-Communist Croatians were assassinated in a Munich apartment. Throughout much of 1968, Communists in Croatia were attacking targets all across Europe.
October 26, 1968: Armed with a revolver, a member of the Black Panthers, Raymond Johnson hijacked a National Airlines flight to Cuba. The Black Panther was arrested and held by Cuba. No one was injured and there were no prisoner exchanges or ransoms.
October 26, 1968: Two Italians hijacked an Olympic Airways jet from Paris en route to Athens to publicize their opposition to the military junta in Greece. The terrorists brandished a pistol and a grenade. They gave the 130 passengers handbills telling them that they had just been punished for going to Greece. No one was injured and no prisoners were exchanged.
November 22, 1968: Islamic terrorists in Israel used a large bomb to kill 12 Jews and wound 52 more in Jerusalem’s most crowed open-air market.
December 26, 1968: Still basking in their July 23rd success, the Popular Front for the Liberation of Palestine attacked another El Al aircraft in Athens, shooting and killing one passenger. In response, Israel destroyed 14 Lebanese planes in Beirut. The two Palestinian hijackers who perpetrated the attack were freed in September of 1970 as the result of a quad hijacking by the PFLP and subsequent prisoner exchange.
December 29, 1968: Yasser Arafat’s al-Fatah claimed “credit” for shelling the Israeli town of Beisan in northeast Israel.
December 31, 1968: In Israel, al-Fatah Islamic terrorists attacked the Jewish settlement of Kiryat Shmona in the upper Galilee. The rockets they deployed had been fired from Lebanon. It was the beginning of a foreboding trend.
January 2, 1969: A lone Islamic terrorist hijacked an Olympic Airways flight that had departed from Crete en route to Athens. The plane was flown to Cairo, Egypt.
February 3, 1969: Yasser Arafat, in the afterglow of the Time Magazine cover story on his violent and victorious defeat at the village of Al-Karameh, and flush with OPEC funding and jihadist recruits, was appointed Director of the Palestinian Liberation Organization in their meeting in Cairo, Egypt. The ugly face of Islamic terror had a new “Commander-in-Chief of the Palestinian Revolutionary Forces.” The “Chairman of the PLO’s Political Department” was now Yasser Arafat.
February 18, 1969: Palestinian Muslims attacked an Israeli El Al airliner in Zurich, Switzerland as it was preparing to take off en route to Tel Aviv. The cockpit of the airliner was machine-gunned by the four Islamic terrorists who belonged to the Popular Front for the Liberation of Palestine.
The terrorists fired 200 bullets and lobbed incendiary grenades from their car as the plane taxied down the runway.
February 25, 1969: The Popular Front for the Liberation of Palestinian “claimed credit” for detonating a bomb inside the British Consulate in Jerusalem. .
March 1, 1969: In Germany, Islamic terrorists corrupted by the Muslim Brotherhood used a bomb to destroy an Ethiopian Airlines Boeing 707 jet at the Frankfurt Airport. Several cleaning women were injured in the blast.
The Government of Ethiopia blamed the attack on the Syrian-Egyptian Movement for the Liberation of Eritrea. The Islamic Eritrean Liberation Front claimed credit for the bombing.
March 6, 1969: Muslims belonging to the PFLP thought it would be a good idea to detonate a bomb in the Hebrew University cafeteria, so they did, mutilating and burning the bodies of 29 Jewish students.
May 22, 1969: The attempted assassination of the first Israeli Prime Minister, Ben-Gurion, failed but the would-be killers were freed by Denmark.
June 18, 1969: In Pakistan, three armed members of the Islamic Eritrean Liberation Front assaulted an Ethiopian airliner at the Karachi airport. The Boeing 707 was burned in the attack. The terrorists, all of whom were captured, told authorities that they carried out the attack to dramatize their opposition to Ethiopian rule in Eritrea. Since the Islamic Pakistani government was sympathetic to their cause the three men were jailed for less than one year.
July 17, 1969: In India, a bomb was detonated inside of a USIS reading room in the American Consulate in Calcutta, burning one employee.
July 18, 1969: In London, England, Popular Front for the Liberation of Palestine terrorists fire-bombed a department store owned by Jewish citizens of the U.K.. The PFLP claimed responsibility for the bombing and warned that there would be more bomb attacks on Jewish-owned establishments in London and in the United States.
PFLP leader George Habbash said, “We shall expand our operations everywhere, in all parts of the world. The enemy camp includes not only Israel but also the Zionist movement, world imperialism led by the United States.” As a Muslim Marxist, Habbash had to please his Islamic and Communist financiers. Terrorism is, after all, expensive.
July 19, 1969: Islamic jihadists associated with the Sudan government firebombed a United States Information Services library in Khartoum. The fundamentalist Islamic regime in control of the Sudan would soon unleash the most deadly genocide in modern history, killing 2.7 million African Animists and Christians.
July 22, 1969: Muslims in the Philippines threw hand grenades into a USIS library in the American Consulate building in Manila, killing one Filipino. They did this because Muslims are hostile to the truth. Honest, open, and informed discussion is the one thing that is lethal to their religion – and thus to the terror Islam inspires.
August 17, 1969: In London, England, PFLP Islamic terrorists planted several bombs inside the Marks and Spencers Department Store.
August 18, 1969: Six Islamic terrorists hijacked an Egyptian Misrair Anatov-24 flying from Cairo to the tourist destination of Aswan on the Nile River. The plane was forced to land in Jidda, Saudi Arabia.
August 18, 1969: The Israel Touristy Office in Copenhagen, Denmark was bombed by Muslim militants.
August 19, 1969: TWA flight 840 from Rome to Athens was hijacked to Syria, where President Assad was sympathetic to Islamic terrorism. The Palestinian terrorists destroyed the aircraft.
August 29, 1969: In France, a TWA Boeing 707 flight from Paris was hijacked by two Palestinian Front for the Liberation of Palestine terrorists and forced to land in Damascus, Syria. The plane carried a crew of 12 and 101 passengers.
After the hijack the Islamic terrorists announced to the passengers that the PFLP had taken command of the flight, and they ordered the plane flown to Damascus. Immediately upon landing, the passengers managed to jump from the plane before a bomb went off, destroying the aircraft. Four passengers were injured.
The PFLP said the hijacking and destruction of the TWA jet, along with the hijacking of an El Al Israeli Airlines plane to Algeria in July l968, the attacks on El Al planes in Athens in December 1968 and in Zurich in February 1969, were all part of their plan to strike at “imperialist interests within and outside the Arab world.” Acknowledging their Muslim overlords, they also asserted that “the action was in reprisal for American assistance to Israel.”.
September 8, 1969: Arafat’s al-Fatah recruited two teenage boys and motivated the young Muslims to throw hand grenades into the El Al Airlines offices in Brussels, Belgium. Four people were wounded in the blast.
What’s interesting is that while the perpetrators admitted that they had conducted their mission on behalf of Fatah, yet the PFLP claimed credit for the attack.
September 8, 1969: Two Islamic terrorists calling themselves “Palestinians,” bombed the Israeli Embassy in Bonn, Germany. The PFLP claimed credit.
September 8, 1969: In the Hague, Netherlands, Muslim militants threw hand grenades into the Israeli Embassy.
September 9, 1969: In Asmara, Ethiopia, the American Consul General Murray Jackson, was kidnapped along with a British businessman by Muslims corrupted in Cairo. After signing a document stating that he had been instructed in the terrorist’s objectives, and that he had not been mistreated, Mr. Jackson was released.
September 12, 1969: In Jordan, a bomb went off on the porch of the Amman home of the U.S. assistant army attaché.
September 13, 1969: Three armed members of the Islamic Eritrean Liberation Front hijacked an Ethiopian Airlines DC-6 with 66 passengers aboard. The flight, bound for Djibouti from Addis Ababa was forced by the Muslim militants to land at Aden, Southern Yemen. One of the hijackers, Muhammad Sayed, 18, was shot by an Ethiopian secret police official who had been a passenger on the flight.
October 7, 1969: An undisclosed group of Argentinean terrorists bombed a number of American businesses for reasons they never disclosed. Although there were nine attacks, no one was injured.
October 21, 1969: Marxist Muslim Muhammad Siad Barre assumed dictatorial power in a military coup d’etat following the assassination of Somalia’s second President, Abdi Rashid Ali Shermarke. Barre nationalized the economy with the help of Soviet advisers and Cuban troops. His Supreme Ruling Council formulated political and legal institutions based on the Qur’an, Marx, Mao, Lenin, and Mussolini. Siad Barre explained: “The official ideology consists of three elements: my own conception of community, a form of socialism based on Marxist principles, and Islam.”.
December 5, 1969: Four Muslim Militants were caught before they could attack an airliner in London. The subsequent plot on the 17th failed as a result.
December 12, 1969: Islamic terrorists bombed the West Berlin office of Israeli El Al Airlines. No one was injured in the blast.
December 12, 1969: Muslim militants associated with the Islamic Eritrean Liberation Front armed with pistols and explosives were killed by plainclothes security guards as they attempted to hijack an Ethiopian Airlines jet shortly after takeoff from Madrid on a flight to Addis Ababa.
In Damascus, Syria, the Eritrean Liberation Front admitted that the two slain men were members of their organization but claimed that they had not intended to hijack the airliner, merely to hand out leaflets. But on December 10, Spanish police had arrested a third ELF member at the Madrid airport for carrying explosives.
December 20, 1969: In Islamic Turkey, a bomb was detonated outside the United States Information Services building in Ankara.
December 21, 1969: Three Lebanese Muslims were caught as they tried to hijack a TWA plane in Athens. The flight was bound for Rome and then on to New York. The three Muslim militants, who used handguns and explosives, said that they were members of the PFLP, and that they had received orders to divert the airplane to Tunis where they were to evacuate the passengers and blow up the aircraft.
One of the hijackers confessed that he and his colleagues had planned to destroy the plane “to warn the Americans to stop providing air communications with Israel.” The three Islamic terrorists were freed after the hijacking of an Olympic Airways plane to Cairo on July 22, l970.
December 29, 1969: Philippine terrorists attempted to assassinate U.S. Vice President Spiro Agnew by bombing his car. No one claimed credit for the assault but these same tactics were deployed countless times by local Islamic groups such as the Abu Sayyaf, Jemaah Islamiyah, and the Moro Islamic Liberation Front.
January 1, 1970: In Turkey, an explosion occurred at the entrance of the U.S. Consulate in Istanbul. Islamic Turkey was becoming a dangerous place to be an American.
January 9, 1970: In France, a TWA 707 airliner en route from Paris to Rome with just 20 passengers and crew aboard was hijacked to Beirut by a lone French terrorist. He said that he wanted to spite Americans and Israelis for their aggression in the Middle East. Considered a hero by Muslims, when the hijacker was taken into custody in Lebanon he was only sentenced to nine months in jail essentially the time he served awaiting trial. He was promptly released and returned to France, where he was tried for illegal possession of weapons and sentenced to eight months in prison, once again, the length of the trial process.
The Popular Democratic Front for the Liberation of Palestine thought their criminal act was a good thing, so they claimed responsibility for the murder and mutilations. However, since the word has a problem understanding the benefits of being judgmental, and fails to appreciate the concept of responsibility, the murdering Muslim terrorists were set free after the September 6, 1970 hijacking of one Swiss and two U.S. airliners.
January 11, 1970: In Ethiopia, Islamic jihadists shot and killed a U.S. soldier. The Eritrean Islamic Jihad Movement was responsible for the shooting the American.
The Eritrean Islamic Jihad Movement was composed of Islamic terrorists who are financed, trained, and armed by the fundamentalist Islamic government in neighboring Sudan. The terrorist club sought to depose the current secular government in Eritrea and replace it with an Islamic theocracy based upon Sharia Law.
January 21, 1970: In the Philippines, a car bomb exploded behind the Joint U.S. Military Assistance Group headquarters in Manila. Three support staff were injured.
February 10, 1970: In Germany today, three Islamic terrorists killed an Israeli citizen and wounded 11 other Jewish passengers in a grenade attack on a bus at the Munich airport. The militants deployed guns and grenades in their assault on the El Al airport shuttle. The carnage was minimized because the Israeli pilots wrestled the weapons away from the Islamic terrorists.
February 17, 1970: The Germans foiled a PFLP hijacking of an El Al aircraft. However, their temporary success only served to encourage terrorism because the German government foolishly freed the kidnappers two months later.
February 21, 1970: A Swiss Air flight 330 from Zurich bound for Tel Aviv was bombed in mid-air nine minutes after takeoff by the PFLP General Command, a PFLP splinter group. Forty-seven innocent souls lost their lives to Islam, 15 of whom were Israelis. The bomb, placed in the cargo hold, was triggered by a change in atmospheric pressure. While the crew attempted to turn the plane back to the airport, smoke in the cockpit and the loss of electrical power thwarted their efforts,.
February 21, 1970: On the same day that the PFLP-General Command destroyed a Swiss aircraft, killing everyone aboard, the main branch of the Popular Front for the Liberation of Palestine exploded a bomb aboard an Austrian Airlines Caravelle flight from Frankfurt, Germany to Vienna, Austria. Fortunately, the damage was not catastrophic and the plane returned to Frankfurt safely with its 33 passengers.
The bomb was detonated twenty minutes after takeoff by an altimeter reading of fourteen thousand feet.
March 1, 1970: In Italy, a bomb was found in the luggage of an Islamic terrorist aboard an Ethiopian airliner in Rome. The device had been placed by members of the Eritrean Islamic Jihad Movement.
March 4, 1970: Two hours after a violent anti-American demonstration in the Philippines, a bomb rocked the embassy area and damaged a passing tanker truck carrying gasoline.
March 14, 1970: A United Arab Airlines Antonov 24 flight flying from Athens to Cairo via Alexandria was four minutes out of its stopover when a bomb exploded in the landing gear well of the rear of the left engine, causing extensive damage to the undercarriage and injuring two of the ten passengers.
March 20, 1970: In Ethiopia, five members of a National Geographic film crew, including an American producer, were taken hostage by members of the Eritrean Islamic Jihad Movement. They held the five hostages for 17 days.
March 28, 1970: The Popular Front for the Liberation of Palestine (PFLP) fired seven rockets into the U.S. Embassy in Beirut, Lebanon and into the JFK Library, also in Beirut. The PFLP later said that the attack was in retaliation for “plans of the U.S. Embassy in Beirut to foment religious strife and create civil massacres in Lebanon aimed at paralyzing the Palestine resistance movement.”
September 11, 1970: In India, a fifth jetliner, a BOAC VC-10, from Bombay to Beirut carrying 150 passengers, was hijacked by the PFLP sympathizer. The plane was also flown to Zarqa, Jordan. The passengers were held hostage pending the release of Miss Khaled from Briton and six other sub-human species. Once they were freed, the plane was blown up. No Islamic country has ever built an airplane, but their citizens became quite apt at destroying them.
September 16, 1970: In what was justified as retaliation for the plane hijackings the week before, but was actually a response to the three assassination attempts on the Jordanian King Hussein’s life, the Islamic nation’s Army attacked Palestinian communities within the kingdom. Since most Jordanian Arabs (70% of the total population) were related to those who call themselves “Palestinians,” and since the ruling monarchy wasn’t among them, this was a preemptive strike designed to keep the majority population subservient to the Hashemite minority. The armed assault on Palestinian refugee camps and communities would continue through July of 1971.
Late September, 1970: In Jordan, the terrorist organization known as Black_September was formed. An outgrowth of Arafat’s Fatah, the Arab League’s PLO, and Egypt’s Fedayeen, they claimed to be descendants of Hasan’s Hashshashin/Assassins of Persian and Crusade infamy.
February 2, 1971: In India, two armed Kashmiri Muslims hijacked an Indian Airlines plane to Pakistan. They demanded that the Indian government release 36 convicted Islamic terrorists held in Kashmir jails. When the government rejected their demands, they blew up the plane.
February 10, 1971: In Sweden, two Croatian Muslims seized control of the Yugoslav consulate in Gothenburg in an unsuccessful attempt to ransom its occupants in exchange for convicted terrorists held in Yugoslav jails. The Yugoslav government refused to meet their demands, and the terrorists surrendered the next day to the Swedish authorities. They were tried and sentenced to 3 years imprisonment. But on September 16, 1972, they were released and flown to Madrid after three Croatians hijacked a Scandinavian airliner and demanded their freedom, along with the release of five Croatians involved in the assassination of the Yugoslav ambassador on April 7, 1971.
April 8, 1971: In Sweden, Croatian terrorists assassinated the Yugoslav ambassador and wounded two Yugoslav diplomats in Stockholm. These murdering jihadists were released from jail when three Croatians militants hijacked a Scandinavian airliner on September 16, 1972, and demanded their freedom.
May 29, 1971: In their second attack since this timeline began, Basque nationalists attempted to kidnap Henri Wolimer, the French Consul in San Sebastian. He resisted and escaped. There were no injuries in either mission.
June 4, 1971: PFLP terrorists carried out an assault on the Liberian-registered oil tanker Coral Sea. Using a speedboat, the jihadists fired 10 bazooka shells at the tanker, causing some damage but no casualties. The attack occurred in the Strait of Bab el Mandeb at the entrance to the Red Sea. It was intended to deter tankers from using the Israeli port of Eilat.
August 24, 1971: In Madrid, Spain, a bomb placed by Al Fatah’s Black_September Organization exploded in a Boeing 707 owned by the Royal Jordanian Airline. The aircraft was parked at the Barajas Airport.
September 26, 1971: In Yemen, three bombs exploded at a U.S. Consular officer’s home. The bombing was believed to be part of an Islamic terrorist campaign against the government.
December 15, 1971: In London, the Black_September Organization attempted to assassinate Zaid Rifai, the Jordanian Ambassador.
December 16, 1971: Three people were injured by parcel bombs sent by the Black_September Organization to the Jordanian mission to the United Nations in Geneva, Switzerland.
Muslims first genocide in SudanDecember, 1971: The first Islamic war in the Sudan was nearing resolution. However, Arab Muslims trying to Sharia Law in all of the Sudan had already killed 500,000 Africans, 80% of them being unarmed civilians, leaving a million more homeless.
British bungling had set the stage for the slaughter in Sudan. As part of the UK’s strategy in the Middle East, the Arab Muslim north and the African animist and Christian south were merged into a single administrative protectorate. In 1953 Egypt and the UK granted “independence” to the Sudan because it was becoming impossible to control under these circumstances. Muslims don’t share power with anyone. When this happened, the Arab Muslims in the north immediately recanted the agreements they had made with the African south, and began attacking them. A succession of Islamic dominated administrations did nothing to stop the terror. It was only when a fundamentalist Muslim vs. Muslim Marxist rift in the north emerged, that the genocide temporarily lost momentum. In 1971, Joseph Lagu became the first to organize Africans in the south, providing a voice for the oppressed.
May 11, 1972: A series of bombs placed by the Baader-Meinhof Gang exploded at the Fifth U.S. Army Corps headquarters in West Germany, killing Colonel Paul Bloomquist and wounding 13 others.
The Baader-Meinhof Group was a violent communist association that acted in partnership with the PFLP. They emerged from the Federal Republic of Germany in the late 1960s. On April 2, 1968, Andreas Baader, the group’s founder, and his girlfriend Gudrun Ensslin, bombed a Frankfurt department store. The well-known German journalist Ulrike Meinhof, helped Baader flee custody. Following the prison break, Meinhof and Baader enrolled in a terrorist training camp run by the Popular Front for Liberation of Palestine (PFLP) and became infamous.
Returning from the Islamic terrorist training camp, Baader, Meinhof, and Ensslin engaged in a violent spree of bombings, abductions, and firearm attacks. They professed a hazy mix of Marxism, Maoism, and Muslim beliefs as the terrorized West Germany.
May 24, 1972: In Zimbabwe, a South African Airways Boeing 727 flying from Salisbury to Johannesburg with 66 passengers and crew on board was hijacked by two Lebanese Muslim terrorists who threatened to blow up the aircraft.
May 31, 1972: After receiving the $5 million ransom from the German government, the PLO/PFLP/BSO financed and dispatched members of the Japanese Red Army to attack Lod Airport in Tel Aviv. They bombed the terminal and used automatic weapons to gun down and kill 27 people milling in the crowd, wounding 75 to 80 more. Yes, Islam has always found soulmates in Communist, Socialist, and Fascist circles.
June 10, 1972: The West German embassy in Dublin, Ireland was damaged by a bomb that had been placed by supporters of the Baader-Meinhof Gang of Muslim-trained Marxists.
July 18, 1972: An attaché case containing fifteen pounds of explosives was discovered in the USIS Cultural Center in Manila. The device was set to explode at 1 AM Saturday. The guard did not check the case until Monday morning, and the building was spared only because of the failure of the timing device.
July 31, 1972: A group of hijackers, including George Edward Wright, George Brown, Melvin McNair, his wife Jean Allen McNair, and Joyce T. Burgess, who said they were Black Panther Party sympathizers, took over a Delta Air Lines jet over Florida and directed the plane to Algeria after collecting $1 million in ransom.
August 5, 1972: The PFLP/PLO/BSO attacked an oil refinery in Trieste, Italy. The damage they wrought in the ensuing fire in large oil storage tanks was considerable, estimated at over $7 million. The attack was justified because Germany and Austria allegedly supplied oil to Israel.
Attack on the Munich Airport, February 10, 1970: Three terrorists attacked El Al passengers in a bus at the Munich Airport with guns and grenades. One passenger was killed and 11 were injured. All three terrorists were captured by airport police. The Action Organization for the Liberation of Palestine and the Popular Democratic Front for the Liberation of Palestine claimed responsibility for the attack.
settembre nero attacco terroristico di monacoMunich Olympic Massacre, September 5, 1972: Eight Palestinian “Black September” terrorists seized eleven Israeli athletes in the Olympic Village in Munich, West Germany. In a bungled rescue attempt by West German authorities, nine of the hostages and five terrorists were killed.
Ambassador to Sudan Assassinated March 2, 1973: U.S. Ambassador to Sudan Cleo A. Noel and other diplomats were assassinated at the Saudi Arabian Embassy in Khartoum by members of the Black September organization.
Attack and Hijacking at the Rome Airport December 17, 1973: Five terrorists pulled weapons from their luggage in the terminal lounge at the Rome airport, killing two persons. They then attacked a Pan American 707 bound for Beirut and Tehran, destroying it with incendiary grenades and killing 29 persons, including 4 senior Moroccan officials and 14 American employees of ARAMCO. They then herded 5 Italian hostages into a Lufthansa airliner and killed an Italian customs agent as he tried to escape, after which they forced the pilot to fly to Beirut. After Lebanese authorities refused to let the plane land, it landed in Athens, where the terrorists demanded the release of 2 Arab terrorists. In order to make Greek authorities comply with their demands, the terrorists killed a hostage and threw his body onto the tarmac. The plane then flew to Damascus, where it stopped for two hours to obtain fuel and food. It then flew to Kuwait, where the terrorists released their hostages in return for passage to an unknown destination. The Palestine Liberation Organization disavowed the attack, and no group claimed responsibility for it.
Ambassador to Afghanistan Assassinated, February 14, 1979: Four Afghans kidnapped U.S. Ambassador Adolph Dubs in Kabul and demanded the release of various “religious figures.” Dubs was killed, along with four alleged terrorists, when Afghan police stormed the hotel room where he was being held.
ostaggi americani in iranIran Hostage Crisis, November 4, 1979: After President Carter agreed to admit the Shah of Iran into the US, Iranian radicals seized the U.S. Embassy in Tehran and took 66 American diplomats hostage. Thirteen hostages were soon released, but the remaining 53 were held until their release on January 20, 1981.
Grand Mosque Seizure, November 20, 1979: 200 Islamic terrorists seized the Grand Mosque in Mecca, Saudi Arabia, taking hundreds of pilgrims hostage. Saudi and French security forces retook the shrine after an intense battle in which some 250 people were killed and 600 wounded.
Threats from Libya
When intelligence reports surfaced that Libyan leader Muammar el-Qaddafi had plans to assassinate American diplomats in Rome and Paris, President Reagan expelled all Libyan diplomats from the U.S. (May 6, 1981) and closed Libya’s diplomatic mission in Washington, D.C. Three months later, Reagan ordered U.S. Navy jets to shoot down Libyan fighters if they ventured inside what was known as the “line of death.” (This was the line created by Qaddafi to demarcate Libya’s territorial waters, which he said extended more than 100 miles off the country’s shoreline; the U.S. and other maritime nations recognized Libyan territorial waters as extending only 12 miles from shore.) As expected, the Libyan Air Force counter-attacked and Navy jets shot down two SU-22 warplanes about 60 miles off the Libyan coast.

Bombing of U.S. Embassy in Beirut, April 18, 1983: Sixty-three people, including the CIA’s Middle East director, were killed and 120 were injured in a 400-pound suicide truck-bomb attack on the U.S. Embassy in Beirut, Lebanon. The Islamic Jihad claimed responsibility.
beirut attentato alla ceserme dei marines
Bombing of Marine Barracks, Beirut, October 23, 1983 : Simultaneous suicide truck-bomb attacks were made on American and French compounds in Beirut, Lebanon. A 12,000-pound bomb destroyed the U.S. compound, killing 242 Americans, while 58 French troops were killed when a 400-pound device destroyed a French base. Islamic Jihad claimed responsibility.
Bombing of the U.S. Embassy in Kuwait, Dec. 12, 1983
The American embassy in Kuwait was bombed in a series of attacks whose targets also included the French embassy, the control tower at the airport, the country’s main oil refinery, and a residential area for employees of the American corporation Raytheon. Six people were killed, including a suicide truck bomber, and more than 80 others were injured. The suspects were thought to be members of Al Dawa, or “The Call,” an Iranian-backed group and one of the principal Shiite groups operating against Saddam Hussein in Iraq.

Kidnapping of Embassy Official, March 16, 1984: The Islamic Jihad kidnapped and later murdered Political Officer William Buckley in Beirut, Lebanon. Other U.S. citizens not connected to the U.S. government were seized over a succeeding two-year period.

TWA Hijacking, June 14, 1985: A Trans-World Airlines flight was hijacked en route to Rome from Athens by two Lebanese Hizballah terrorists and forced to fly to Beirut. The eight crew members and 145 passengers were held for seventeen days, during which one American hostage, a U.S. Navy sailor, was murdered. After being flown twice to Algiers, the aircraft was returned to Beirut after Israel released 435 Lebanese and Palestinian prisoners.
Air India Bombing, June 23, 1985: A bomb destroyed an Air India Boeing 747 over the Atlantic, killing all 329 people aboard. Both Sikh and Kashmiri terrorists were blamed for the attack. Two cargo handlers were
killed at Tokyo airport, Japan, when another Sikh bomb exploded in an Air Canada aircraft en route to India.
Bombing in Copenhagen : July 22, 1985
Two near-simultaneous bombs in Copenhagen, at the Jewish synagogue and at the offices of Northwest Orient, explode, killing one and injuring 32. The bombers are interrupted while placing a third, more powerful, bomb, which they later dispose of in the city’s harbour. The bombs are later linked to Islamic Jihad.

Soviet Diplomats Kidnapped : September 30, 1985: In Beirut, Lebanon, Sunni terrorists kidnapped four Soviet diplomats. One was killed but three were later released.
Achille Lauro Hijacking, October 7, 1985: Four Palestinian Liberation Front terrorists seized the Italian cruise liner in the eastern Mediterranean Sea, taking more than 700 hostages. One U.S. passenger was murdered before the Egyptian government offered the terrorists safe haven in return for the hostages freedom.
Egyptian Airliner Hijacking November 23, 1985: An EgyptAir airplane bound from Athens to Malta and carrying several U.S. citizens was hijacked by the Abu Nidal Group.
Airport Attacks in Rome and Vienna December 27, 1985: Four gunmen belonging to the Abu Nidal Organization attacked the El Al and Trans World Airlines ticket counters at Rome’s Leonardo da Vinci Airport with grenades and automatic rifles. Thirteen persons were killed and 75 were wounded before Italian police and Israeli security guards killed three of the gunmen and captured the fourth. Three more Abu Nidal gunmen attacked the El Al ticket counter at Vienna’s Schwechat Airport, killing three persons and wounding 30. Austrian police killed one of the gunmen and captured the others.
Aircraft Bombing in Greece, March 30, 1986: A Palestinian splinter group detonated a bomb as TWA Flight 840 approached Athens airport, killing four U.S. citizens.
Berlin Discoteque Bombing, April 5, 1986: Two U.S. soldiers were killed and 79 American servicemen were injured in a Libyan bomb attack on a nightclub in West Berlin, West Germany. In retaliation U.S. military jets bombed targets in and around Tripoli and Benghazi.
Kidnapping of William Higgins February 17, 1988: U.S. Marine Corps Lieutenant Colonel W. Higgins was kidnapped and murdered by the Iranian-backed Hizballah group while serving with the United Nations Truce Supervisory Organization (UNTSO) in southern Lebanon.
Naples USO Attack, April 14, 1988: The Organization of Jihad Brigades exploded a car-bomb outside a USO Club in Naples, Italy, killing one U.S. sailor.
Pan Am 103 Bombing, December 21, 1988: Pan American Airlines Flight 103 was blown up over Lockerbie, Scotland, by a bomb believed to have been placed on the aircraft by Libyan terrorists in Frankfurt, West Germany. All 259 people on board were killed.
Bombing of UTA Flight 772, September 19, 1989: A bomb explosion destroyed UTA Flight 772 over the Sahara Desert in southern Niger during a flight from Brazzaville to Paris. All 170 persons aboard were killed. Six Libyans were later found guilty in absentia and sentenced to life imprisonment.
Bombing of the Israeli Embassy in Argentina, March 17, 1992: Hizballah claimed responsibility for a blast that leveled the Israeli Embassy in Buenos Aires, Argentina, causing the deaths of 29 and wounding 242.
Hotel bombing in Somalia Dec. 29, 1992
In the first al-Qaida attack against U.S. forces, operatives bomb a hotel where U.S. troops — on their way to a humanitarian mission in Somalia — had been staying. Two Austrian tourists are killed. Almost simultaneously, another group of al-Qaida operatives are caught at Aden airport, Yemen, as they prepare to launch rockets at U.S. military planes. U.S. troops quickly leave Aden.

World Trade Center Bombing, February 26, 1993: The World Trade Center in New York City was badly damaged when a car bomb planted by Islamic terrorists exploded in an underground garage. The bomb left 6 people dead and 1,000 injured. The men carrying out the attack were followers of Umar Abd al-Rahman, an Egyptian cleric who preached in the New York City area.
Attempted Assassination of President Bush by Iraqi Agent. April 14, 1993: The Iraqi intelligence service attempted to assassinate former U.S. President George Bush during a visit to Kuwait. In retaliation, the U.S. launched a cruise missile attack 2 months later on the Iraqi capital Baghdad.
Kashmiri Hostage-taking, July 4, 1995: In India six foreigners, including two U.S. citizens, were taken hostage by Al-Faran, a Kashmiri separatist group. One non-U.S. hostage was later found beheaded.
Jerusalem Bus Attack August 21, 1995: HAMAS claimed responsibility for the detonation of a bomb that killed 6 and injured over 100 persons, including several U.S. citizens.
Saudi Military Installation Attack November 13, 1995: The Islamic Movement of Change planted a bomb in a Riyadh military compound that killed one U.S. citizen, several foreign national employees of the U.S. government, and over 40 others.
Egyptian Embassy Attack November 19, 1995: A suicide bomber drove a vehicle into the Egyptian Embassy compound in Islamabad, Pakistan, killing at least 16 and injuring 60 persons. Three militant Islamic groups claimed responsibility.
HAMAS Bus Attack February 26, 1996: In Jerusalem, a suicide bomber blew up a bus, killing 26 persons, including three U.S. citizens, and injuring some 80 persons, including three other US citizens.
Dizengoff Center Bombing March 4, 1996: HAMAS and the Palestine Islamic Jihad (PIJ) both claimed responsibility for a bombing outside of Tel Aviv’s largest shopping mall that killed 20 persons and injured 75 others, including 2 U.S. citizens.
West Bank Attack May 13, 1996: Arab gunmen opened fire on a bus and a group of Yeshiva students near the Bet El settlement, killing a dual U.S./Israeli citizen and wounding three Israelis. No one claimed responsibility for the attack, but HAMAS was suspected.
Empire State Building Sniper Attack February 23, 1997: A Palestinian gunman opened fire on tourists at an observation deck atop the Empire State Building in New York City, killing a Danish national and wounding visitors from the United States, Argentina, Switzerland, and France before turning the gun on himself. A handwritten note carried by the gunman claimed this was a punishment attack against the “enemies of Palestine.”
Israeli Shopping Mall Bombing September 4, 1997: Three suicide bombers of HAMAS detonated bombs in the Ben Yehuda shopping mall in Jerusalem, killing eight persons, including the bombers, and wounding nearly 200 others. A dual U.S./Israeli citizen was among the dead, and 7 U.S. citizens were wounded.
Murder of U.S. Businessmen in Pakistan November 12, 1997: Two unidentified gunmen shot to death four U.S. auditors from Union Texas Petroleum Corporation and their Pakistani driver after they drove away from the Sheraton Hotel in Karachi. The Islami Inqilabi Council, or Islamic Revolutionary Council, claimed responsibility in a call to the U.S. Consulate in Karachi. In a letter to Pakistani newspapers, the Aimal Khufia Action Committee also claimed responsibility.
Tourist Killings in Egypt November 17, 1997: Al-Gama’at al-Islamiyya (IG) gunmen shot and killed 58 tourists and four Egyptians and wounded 26 others at the Hatshepsut Temple in the Valley of the Kings near Luxor. Thirty-four Swiss, eight Japanese, five Germans, four Britons, one French, one Colombian, a dual Bulgarian/British citizen, and four unidentified persons were among the dead. Twelve Swiss, two Japanese, two Germans, one French, and nine Egyptians were among the wounded.
Attack on U.S.S. Cole, October 12, 2000: In Aden, Yemen, a small dingy carrying explosives rammed the destroyer U.S.S. Cole, killing 17 sailors and injuring 39 others. Supporters of Usama Bin Laden were suspected.
Bus Stop Bombing, April 22, 2001: A member of HAMAS detonated a bomb he was carrying near a bus stop in Kfar Siva, Israel, killing one person and injuring 60.
Philippines Hostage Incident, May 27, 2001: Muslim Abu Sayyaf guerrillas seized 13 tourists and 3 staff members at a resort on Palawan Island and took their captives to Basilan Island. The captives included three U.S. citizens: Guellermo Sobero and missionaries Martin and Gracia Burnham. Philippine troops fought a series of battles with the guerrillas between June 1 and June 3 during which 9 hostages escaped and two were found dead. The guerrillas took additional hostages when they seized the hospital in the town of Lamitan. On June 12, Abu Sayyaf spokesman Abu Sabaya claimed that Sobero had been killed and beheaded; his body was found in October. The Burnhams remained in captivity until June 2002.
Tel-Aviv Nightclub Bombing, June 1, 2001: HAMAS claimed responsibility for the suicide bombing of a popular Israeli nightclub that caused over 140 casualties.
HAMAS Restaurant Bombing, August 9, 2001: A HAMAS-planted bomb detonated in a Jerusalem pizza restaurant, killing 15 people and wounding more than 90. The Israeli response included occupation of Orient House, the Palestine Liberation Organization’s political headquarters in East Jerusalem.
Suicide Bombing in Israel, September 9, 2001: The first suicide bombing carried out by an Israeli Arab killed 3 persons in Nahariya. HAMAS claimed responsibility.
Death of “the Lion of the Panjshir”, September 9, 2001: Two suicide bombers fatally wounded Ahmed Shah Massoud, a leader of Afghanistan’s Northern Alliance, which had opposed both the Soviet occupation and the post-Soviet Taliban government. The bombers posed as journalists and were apparently linked to al-Qaida. The Northern Alliance did not confirm Massoud’s death until September 15.
Terrorist Attacks on U.S. Homeland, September 11, 2001: Two hijacked airliners crashed into the twin towers of the World Trade Center. Soon thereafter, the Pentagon was struck by a third hijacked plane. A fourth hijacked plane, suspected to be bound for a high-profile target in Washington, crashed into a field in southern Pennsylvania. The attacks killed 3,025 U.S. citizens and other nationals. President Bush and Cabinet officials indicated that Usama Bin Laden was the prime suspect and that they considered the United States in a state of war with international terrorism. In the aftermath of the attacks, the United States formed the Global Coalition Against Terrorism.

… and we know terrorism has not stopped…. it continues and we must be vigilant. We must not forget. We must not put our heads in the sand. We must demand that our elected officials stop playing politics. This isn’t a game. The common thread in all the attacks is that there is a deep seeded hatred for us.

According to them, we must submit or die. That is their goal- it is just that simple… What is our goal? I hope it is live free or die… All preceding information is an incomplete sampling of terrorist activity pulled directly from:
U.S. Department of State – Significant Terrorist Incidents, 1961-2003: A Brief Chronology

Additional sources:
Terrorism Awareness Project : What everybody needs to know about Jihad
Terrorism Awareness Project : The Islamic Mein Kampf
Prophet of Doom
Religion of Peace
Steve Spak

Palestine Facts
Wikipedia

** please note: many of the “old” organizations have morphed or simply changed their name. FBI’s Most Wanted Terrorists!

Terrorist logos
List of Current Terrorist Organizations
islamic Terrorism goal
By Cathy

OBSESSION

Friuli 1945: partigiani della Osoppo Fucilati da comunisti

partigiani Del Battaglione Osoppo
partigiani Del Battaglione Osoppo

Friuli 1945: partigiani comunisti fucilano una formazione della Brigata Osoppo, costituita da partigiani cattolici, azionisti e indipendenti. Il motivo? Ancora in discussione.

STRAGE DI PORZUS, UN’OMBRA CUPA SULLA RESISTENZA

7 febbraio 1945, mercoledì, alle 14.30. Nelle malghe di Porzus, due casolari sopra Attimis, in provincia di Udine, ha sede il comando Gruppo brigate est della divisione Osoppo, formata dai cosiddetti “fazzoletti verdi” della Resistenza, partigiani cattolici, azionisti e indipendenti. Giungono in zona cento partigiani comunisti, agli ordini di Mario Toffanin (nome di battaglia Giacca) sotto le false spoglie di sbandati in cerca di rifugio dopo uno scontro con i nazifascisti. In realtà, è una trappola: alla malga vengono uccisi il comandante della Osoppo, Francesco De Gregori (nome di battaglia Bolla), il commissario politico Enea, al secolo Gastone Valente, una giovane donna sospettata di essere una spia, Elda Turchetti e un giovane, Giovanni Comin, che si trovava a Porzus perché aveva chiesto di essere arruolato nella Osoppo. Il capitano Aldo Bricco, che si trovava alle malghe perché doveva sostituire Bolla, riesce a fuggire e salva la vita perché i suoi inseguitori, dopo averlo colpito con alcune raffiche di mitra, lo credono morto.
Altri venti partigiani osovani vengono catturati e condotti prima a Spessa di Cividale e poi nella zona del Bosco Romagno, sopra Ronchi di Spessa, una ventina di chilometri più a valle. Due dei prigionieri si dichiarano disposti a passare tra i garibaldini. Gli altri saranno tutti uccisi e sbrigativamente sotterrati tra il 10 e il 18 febbraio. Della cosa si cercò di non far trapelare nulla. Ancora un mese dopo c’era chi assicurava che i capi Bolla ed Enea erano tenuti prigionieri dai garibaldini o dagli sloveni.

“… La propaganda clericale del tempo descriveva i partigiani comunisti, inquadrati nelle Brigate Garibaldi, come dei Satana spergiuri che volevano consegnare il Friuli alla Jugoslavia. Furono del resto pure inglobati nella Osoppo molti fascisti, come il Reggimento Alpini Tagliamento (formazione della Repubblica di Salò) che operava nella zona con il compito di combattere i “comunisti jugoslavi” e questo avvenne con la mediazione dell’Arcivescovado di Udine (Arcivescovo Nogara). Lo scopo della Osoppo e della Tagliamento infatti coincideva, l’obiettivo comune era quello di criminalizzare i partigiani delle Garibaldi.
In molte zone facevano persino presidi misti, cioè repubblichini e osovani.
Quelli della Osoppo, si appropriavano delle forniture inglesi che spettavano alle Garibaldi, l’accordo con gli inglesi era che il 30% di ogni lancio fatto alla Osoppo doveva essere destinato alle Garibaldi. Quelli della Osoppo non rispettarono mai l’accordo ed i Garibaldini per approvvigionarsi e procurarsi armi dovevano assaltare i presidi tedeschi e fascisti… “
(da un’intervista rilasciata nel 1996 dal comandante partigiano Mario Toffanin, Giacca)
“… La Grande Slovenia, volevano i partigiani comunisti. Noi volevamo solo combattere per la libertà, non per il comunismo, ed eravamo favorevoli a lasciare ad un referendum dopo la liberazione la scelta sui confini… Bolla, il comandante, alzava la bandiera, bandiera italiana, bandiera con lo stemma sabaudo. Io lo mettevo in guardia: attento, gli dicevo, la vedono i comunisti e i partigiani sloveni, quello stemma a loro ricorda il fascismo, toglila. E lui no, cocciuto, perché credeva sopra ogni cosa all’Italia, senza compromessi, senza tante prudenze politiche… Avevamo sempre operato insieme, anche se noi cattolici ci preoccupavamo, oltre che della onestà dei fini, anche della onestà dei mezzi. Ci furono discussioni assai accese con i comandanti comunisti sulla necessità di azioni che comportavano sacrifici di vite umane”.
(da un’intervista rilasciata nel 1997 da Monsignor Aldo Moretti, Lino, Medaglia d’Oro al valor militare, uno dei fondatori della Divisione Osoppo).
Quando nel 1997 il regista Renzo Martinelli doveva girare gli esterni del suo film Porzus, si trovò alle prese con i divieti di diversi sindaci, che non consentirono le riprese sui loro territori. Erano passati più di cinquant’anni, ma di Porzus molti non volevano neppure parlare; non mancò chi chiese di vietare la presentazione del film a Venezia. Cattive coscienze, risentimenti, fanatismo ideologico duro a morire, uniti ad una insopprimibile abitudine a riscrivere la storia con ottica di parte, hanno fatto sì che a tutt’oggi restino dei punti interrogativi su quella cupa vicenda. Non abbiamo la pretesa di poter fornire tutte le risposte; confidiamo solo che una rilettura seria e serena sia possibile, a passioni sopite e senza nessuna preconcetto. E speriamo che cinquantasei anni di distanza siano sufficienti, non foss’altro per rendersi conto che non esiste causa, per nobile che sia, che possa trarre giovamento dalle falsificazioni della realtà.
Molti segreti se li portò nella tomba Mario Toffanin, Giacca. A differenza di altri, Giacca su Porzus aveva parlato molto, dando tante versioni diverse, con una sola costante: “se li avessi di nuovo davanti, li accopperei ancora tutti”. Morì, ottantaseienne, venerdì 22 gennaio 1999, nell’ospedale della cittadina di Sesana, in Slovenia. Era lui il comandante dei reparti che compirono l’eccidio. Il protagonista della vicenda, almeno il più visibile; non necessariamente il più consapevole.
Partigiani contro partigiani, con accuse reciproche, fino al tragico epilogo di sangue. Nella vicenda di Porzus si materializza violentemente quello che fu il problema centrale della Resistenza: la competizione, più che la collaborazione, tra i diversi gruppi ideologici. In più si aggiunsero le rivendicazioni territoriali slovene, che avevano una loro legittimità storica, ma che contribuirono ad arroventare una situazione già calda.
Ma non possiamo leggere queste vicende, accadute in quell’estremo lembo di territorio italiano tra le provincie di Udine e Gorizia, se prima non accenniamo brevemente alla nascita della Resistenza in Italia e ai suoi sviluppi.
Una storiografia oleografica ci ha spesso presentato la Resistenza come un movimento di popolo, una spontanea ribellione di massa contro l’oppressione fascista e nazista. Se vogliamo guardare più realisticamente ai fatti, partiamo da una data fondamentale: 25 luglio 1943. Il Gran Consiglio del Fascismo vota a maggioranza un ordine del giorno presentato da Dino Grandi, che, chiedendo il ripristino dei poteri degli organi costituzionali (Parlamento, Corona), di fatto sfiducia Mussolini, mettendo fine a diciotto anni di una dittatura che, se negli anni precedenti aveva goduto di un grande seguito popolare, aveva poi gettato l’Italia nella tragedia della seconda guerra mondiale. Il Re Vittorio Emanuele III fa arrestare Mussolini e nomina Primo Ministro il Maresciallo Pietro Badoglio. Sul 25 luglio, sulle effettive intenzioni degli uomini che causarono la caduta del Duce, si discute e si discuterà ancora a lungo. Ma resta un dato di fatto: il fascismo fu liquidato dai fascisti e dal Re, né le attività clandestine di gruppi antifascisti ebbero alcun peso sull’estromissione di Mussolini dal potere.
Le ambiguità di Badoglio, l’illusione di poter tenere a bada contemporaneamente gli Alleati e i tedeschi, le incertezze di un Re più preoccupato delle sorti della Corona che di quelle della Patria, si tradussero in un mese e mezzo di politica ambivalente e pasticciona, col solo risultato di consentire ai tedeschi, che avevano ben poca fiducia nella lealtà del nuovo governo italiano, di rinforzare massicciamente la propria presenza militare nella penisola (limitata, al 25 luglio, a quattro divisioni). Quando l’otto settembre di quel tragico 1943 fu reso noto l’armistizio firmato unilateralmente cinque giorni prima dall’Italia con gli Alleati, le truppe tedesche furono pronte a disarmare numerosi reparti dell’esercito italiano e ad arrestare e deportare centinaia di migliaia di militari dell’ex alleato, ora considerato traditore. Lo sbandamento delle forze armate in quei terribili giorni fu quasi totale, anche se non mancarono episodi di resistenza eroica da parte di unità che non accettarono supinamente il disarmo. La nascita di quell’ombra di stato che fu la Repubblica Sociale e la conseguente divisione dell’Italia tra repubblica fascista al Nord, e Regno del Sud (nei territori che via via venivano conquistati dagli Alleati risalendo la penisola), segnarono l’inizio della guerra civile in Italia.
Le prime bande che si costituirono in funzione antitedesca e antifascista erano formate perlopiù da militari che erano riusciti a sottrarsi ai rastrellamenti massicci che le truppe germaniche iniziarono subito dopo l’otto settembre, o che non accettarono di servire nella Repubblica Sociale, considerata, a ragione, poco più che un paravento dei veri padroni, i tedeschi. Si trattava di unità isolate, senza collegamenti tra loro e senza una strategia definita, generalmente guidate da ufficiali che si sentivano comunque vincolati dal giuramento di fedeltà al Re. Ma la Resistenza assunse ben presto caratteristiche marcatamente politiche; l’armistizio preludeva inevitabilmente a uno sganciamento dell’Italia dall’alleanza con la Germania, con le inevitabili ritorsioni che sarebbero venute (come vennero) da quest’ultima. I partiti politici antifascisti, che iniziavano a ricomparire dalla clandestinità al passo dell’avanzata degli Alleati sul territorio italiano, non potevano rischiare un altro “25 luglio”, restando tagliati fuori dal gioco; le sorti della guerra erano segnate, la sconfitta della Germania era considerata inevitabile (anche se nessuno credeva che ci sarebbero voluti ancora quasi due anni di guerra) e si trattava di prepararsi per il futuro assetto che l’Italia avrebbe dovuto assumere al termine del conflitto. Il primo CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) sorse a Roma, già il 9 settembre 43. Lo fondarono Ivanoe Bonomi, indipendente, Alcide De Gasperi (Democrazia Cristiana), Alessandro Casati (partito liberale), Pietro Nenni (partito socialista), Mauro Scoccimarro (partito comunista) e Ugo La Malfa (partito d’azione). Aderì poi al CLN anche Meuccio Ruini, in rappresentanza della democrazia del lavoro. Al CLN Bonomi rivendicò il diritto di essere considerato come “l’unica organizzazione capace di assicurare la vita del paese”. Era un’affermazione perlomeno ottimistica, se non poco realistica, considerando che al momento il CLN rappresentava poco più che sé stesso, in una situazione nazionale di estrema confusione. Ma era stato gettato il seme, e l’incitamento “per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza e per riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni” veniva da un organismo politico e si sarebbe concretizzato nella costituzione di bande partigiane che esplicitamente si richiamavano agli ideali politici dei partiti di riferimento. I partigiani di Italia Libera aderivano al partito d’azione, una formazione d’élite che si sarebbe dissolta molto presto dopo la guerra, ma che raccoglieva uomini di grande valore come Parri, Lussu, Valiani, Garosci. Le Fiamme Verdi erano i partigiani di ispirazione cattolica, forti soprattutto nel Bresciano e nell’Udinese; con loro si unirono anche molti liberali e indipendenti. Le Brigate Garibaldi, braccio armato del partito comunista, furono il primo gruppo partigiano a darsi una struttura organica, istituendo a Milano, all’inizio del novembre 43, un Comando Generale, con Luigi Longo comandante generale e Pietro Secchia commissario politico.
Sarebbe qui interessante anche approfondire le differenze tra Resistenza al Nord e al Sud, ma non vogliamo esulare troppo dal nostro tema. Da quanto finora esposto appare già evidente che il movimento partigiano ebbe, aldilà del denominatore comune della lotta contro fascisti e nazisti, la caratteristica di raccogliere gruppi politici tra loro antitetici, riflettendo quell’innaturale alleanza tra Unione Sovietica e mondo capitalista, resa inevitabile dalla comune lotta contro il nazismo. Tuttavia ci sono alcuni punti che è importante sottolineare, perché ci aiuteranno a capire meglio la genesi di eventi come la strage di Porzus.

La Resistenza non ebbe in Italia un peso militare determinante, né lo avrebbe potuto avere, perché restò sempre un fenomeno elitario e comunque in buona parte legato, per la sua sopravvivenza, ai rifornimenti di armi, viveri, materiale, che gli Alleati iniziarono ad effettuare alla fine del 1943, dopo un primo incontro avuto in Svizzera da Ferruccio Parri con Allen Dulles, capo dei servizi segreti americani. Gli angloamericani del resto avevano interesse a mantenere il contatto e, per quanto possibile, il controllo sui gruppi partigiani, sia per operazioni di sabotaggio, di appoggio, di informazione, sia perché questi costituivano comunque la longa manus di quei partiti politici che avrebbero determinato la politica italiana del dopoguerra. E l’alleanza tra gruppi che sopra definivamo antitetici fece sì che nel movimento partigiano si trovassero contemporaneamente monarchici e repubblicani, liberali e comunisti, militari gelosi delle propria apoliticità contrapposti a quanti invece consideravano la Resistenza anzitutto un fenomeno politico. Una posizione del tutto peculiare era poi quella del partito comunista, che fu il partito che diede più combattenti di tutti gli altri alle forze partigiane, ma che era guardato con sospetto dai gruppi “alleati” per i suoi mai recisi legami con Mosca, e che a sua volta ricambiava con sospetto gli altri gruppi, ai quali via via attribuiva simpatie monarchiche, badogliane, capitaliste, se non addirittura tout court fasciste.
Se formalmente i gruppi partigiani dipendevano dal CLN e, per l’alta Italia, dal CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, costituito alla fine del 1943), delegato del CLN romano, di fatto la gran miscela di gruppi diversi generò anche due visioni ben diverse dello stesso concetto di lotta partigiana. I gruppi che facevano capo alla democrazia cristiana e che raccoglievano tra loro anche la maggior parte delle prime bande autonome (di origine, come vedevamo, perlopiù militare), nonché liberali e spesso anche azionisti, furono sovente accusati di attendismo dai comunisti quando decidevano di evitare scontri diretti con le truppe tedesche, se la disparità di forze faceva presumere l’inutilità militare dello scontro. Viceversa furono una creatura comunista i GAP (Gruppi di Azione Patriottica), piccoli gruppi di non più di cinque – dieci elementi, che agivano soprattutto nelle città, con azioni veloci contro tedeschi e fascisti. Le azioni dei GAP spesso non avevano alcun peso dal punto di vista militare, ma il loro scopo era dichiaratamente quello di mantenere una tensione contro l’occupante e di mantenere sempre vivo lo spirito di lotta del combattente partigiano, nonché quello, meno dichiarato, di mostrare a nemici e alleati che il partito comunista sapeva colpire con decisione e durezza.
Alle accuse di attendismo spesso veniva controbattuto, accusando i comunisti di inutile spietatezza e cinismo, perché le azioni dei GAP provocavano poi l’inevitabile rappresaglia tedesca. L’attentato di via Rasella, con la conseguente strage alle fosse Ardeatine, resta in questo senso emblematico. Ma, se vogliamo fare un altro esempio, un attentato come quello che costò la vita al filosofo Giovanni Gentile fu un’altra azione decisa autonomamente dal partito comunista ed attuata dai GAP, in un quadro di una lotta sempre più crudele.
Pensiamo di aver delineato abbastanza il quadro di frazionamento e di rivalità intestine che contraddistinse tanti momenti della lotta partigiana; ci scusiamo con gli amici lettori per la non breve digressione, peraltro indispensabile per inquadrare gli avvenimenti che andremo a rileggere.
La Divisione Osoppo era nata nella notte fra il 7 e l’8 marzo ’44, quando si erano incontrati al seminario di Udine don Ascanio De Luca, don Aldo Moretti e il parroco di Attimis, don Zani. In quella riunione era stata battezzata l’organizzazione clandestina con il nome del paese friulano, Osoppo, dove i patrioti risorgimentali combatterono gli austriaci. I partigiani che la componevano erano quasi tutti ex alpini, di tendenze democristiane, azioniste o liberali; i simboli della divisa erano il cappello con la penna d’aquila e il fazzoletto verde, “colore della speranza e delle nostre montagne, che ci distinguerà chiaramente dai fazzoletti rossi”, come disse uno dei fondatori, Don De Luca.
La base per il reclutamento e le prime azioni fu l’eccentrico e disabitato castello Ceconi a Pielungo, nella val d’Arzino. I due capitani Grassi (Verdi) e Cencig (Manlio), e don De Luca (Aurelio) formarono i primi reparti, rifornendosi di armi attraverso i lanci aerei organizzati dalle missioni alleate. Si presentò subito la questione dei rapporti con le formazioni garibaldine. Se comune appariva la guerra all’occupante tedesco, diverse erano le posizioni relative al “dopo” e cioè alla sistemazione dei confini a conflitto concluso. I trattati del 1924 avevano inserito nel territorio italiano ampie regioni miste o a maggioranza slava; correzioni e rettifiche apparivano ovvie; ma le rivendicazioni slovene erano inaccettabili per gli osovani. La comunanza ideologica tra sloveni e garibaldini alimentava il sospetto che questi ultimi volessero realizzare un’annessione “di fatto”. Le formazioni comuniste a loro volta ricambiavano la diffidenza, sospettando gli osovani di atteggiamenti reazionari, accusandoli di avere come primo scopo non la lotta ai nazifascisti, bensì la lotta ai comunisti. In questo clima, i periodici tentativi (ve ne furono una ventina) di creare un comando unificato finirono sempre nel nulla.
In particolare, un comando unificato si sarebbe dovuto costituire dopo un’incursione tedesca nel castello di Pielungo. Nel vecchio maniero gli osovani avevano rinchiuso alcuni militari tedeschi catturati in uno scontro. Reparti tedeschi, con un’improvvisa azione di commando, riuscirono a liberare i loro commilitoni. L’episodio ebbe conseguenze immediate: CLN udinese e regionale veneto (CRV) intervennero destituendo i due principali responsabili dell’Osoppo, Grassi – Verdi e De Luca – Aurelio, accusati di comportamento imprudente, non avendo predisposto sufficienti servizi di guardia, e affidarono al maggiore Manzin-Abba il comando provvisorio. Per i due capi osovani, arresto “sulla parola”, in attesa di decisioni. Cosa per nulla gradita a quelli dell’Osoppo, anzi. Peggio ancora fu quando a metà agosto, in un incontro CLN-garibaldini-osovani a San Francesco, sopra Pielungo, fu stabilito il nuovo organigramma dell’Osoppo. Al comando militare Abba, del Partito d’Azione, suo vice il comunista Bocchi-Ninci, capo delle Garibaldi. Commissario il comunista Lizzero-Andrea, vice-commissario l’azionista Comessatti-Spartaco. In pratica il “comando unificato” era posto in mano ai comunisti e agli azionisti, considerati loro paravento. Le formazioni osovane reagirono con una specie di golpe, al quale CLN e garibaldini dovettero arrendersi. Destituiti gli azionisti Abba e Spartaco, i vecchi comandanti tornarono ai loro posti. Ribaltamento incruento per fortuna, ma che la diceva lunga, se gli uni e gli altri si fronteggiavano mitra in spalla.
D’altra parte difficilmente gli osovani potevano accettare quella che di fatto si sarebbe tradotta in un “inglobamento” nelle formazioni garibaldine, quando le stesse, poche settimane prima, in località Piancicco, avevano sottratto, mitra alla mano, un carico di armi destinate alla Osoppo, paracadutate dagli Alleati.
Pur in questa continua contrapposizione, garibaldini e osovani riescono a combattere insieme quando, il 27 settembre 1944, irrompono da Tarvisio 30.000 uomini tra tedeschi, fascisti e cosacchi, ben decisi ad eliminare due zone libere, comprendenti 55 comuni sulle montagne e territori pedemontani al di qua e al di là del Tagliamento. Quest’oasi di libertà, che durava da poco più di due settimane, viene devastata con artiglieria, carri armati e due treni blindati. In tre giorni di battaglia nel triangolo Tarcento – Bergogna – Cividale i partigiani perdono oltre 400 uomini tra morti e dispersi. Il 2 ottobre i tedeschi attaccano nuovamente su tutto il fronte partigiano, da Meduno a Bordano, lasciando mano libera alle truppe cosacche, che si abbandonano ad ogni tipo di violenza. Le forze partigiane devono ripiegare. Il gruppo Brigate est della Divisione Osoppo si porta nella zona di Attimis, ponendo il proprio comando alle malghe di Porzus. In zona è presente anche la brigata Garibaldi – Natisone, che ha il suo comando nel vicino villaggio di Canebola.
La fratellanza d’armi che ha visto garibaldini e osovani combattere assieme sta nuovamente svanendo, perché altri avvenimenti erano nel frattempo maturati.
Il 6 settembre le truppe sovietiche, occupata la Romania, si erano congiunte all’armata popolare di Josip Broz (Tito). Con grande delusione degli alleati (che al futuro maresciallo avevano sacrificato il generale Mihailovic, leader della resistenza monarchica) Tito attuò la “svolta stalinista”. La pressione per definire la linea di frontiera lungo il Tagliamento si fece via via più accentuata. Risale al 9 settembre il messaggio di Kardelj, capo delle forze di liberazione slovene e luogotenente di Tito, ai capi comunisti dell’Alta Italia. Kardelj parlava di una “comune presa di potere nella regione Giulia di comunisti italiani e sloveni”. Ad una prima missione segreta, a giugno, del plenipotenziario sloveno prof. Urban (Anton Vratusa) al CLNAI di Milano aveva fatto seguito una seconda trasferta a settembre, con precise richieste sulla delimitazione dei confini. Cadorna, comandante militare del CLNAI si era dichiarato contrario, mentre Longo era favorevole alle richieste slovene. Fu deciso un rinvio a guerra conclusa, ma le aspirazioni slovene e la disponibilità comunista non erano un segreto e il clima di diffidenza e sospetto ai confini orientali non poteva che aumentare. Contribuì poi a gettare benzina sul fuoco la lettera di Palmiro Togliatti, segretario del partito comunista, con la quale si ordinava al comando della brigata Garibaldi – Natisone di porsi alle dipendenze operative del IX Corpus sloveno; la lettera conteneva anche il testo dell’ordine del giorno da approvare: “I partigiani italiani riuniti il 7 novembre in occasione dell’anniversario della Grande Rivoluzione (rivoluzione russa del 1917; n.d.a.) accettano entusiasticamente di dipendere operativamente dal IX Corpus sloveno, consapevoli che ciò potrà rafforzare la lotta contro i nazifascisti, accelerare la liberazione del Paese e instaurare anche in Italia, come già in Jugoslavia, il potere del popolo”.
Parlavamo in precedenza del potere più formale che sostanziale del CLN sulla condotta della guerra partigiana: di fatto un ordine operativo come quello sopra citato avrebbe dovuto pervenire, al più, dal comando del CLNAI. Se è doveroso riconoscere al partito comunista il più alto contributo, in uomini e in sangue, alla lotta di liberazione, è altrettanto doveroso sottolineare come il partito comunista perseguì sempre e comunque la sua propria politica, che si sostanziava nella cooperazione con gli altri partiti democratici (la cosiddetta svolta di Salerno era la rassicurazione che il PCI seguiva una via italiana al socialismo) attuata da Togliatti nel Regno del Sud e contemporaneamente nell’atteggiamento “internazionalista” che significava di fatto l’acquiescenza ai progetti sovietici che, nel caso dei confini orientali italiani, erano ben chiari e facevano conto sul leader jugoslavo Tito, allora considerato un docile stalinista.
In questo clima non c’è da stupirsi che gli osovani respingano la proposta di integrarsi anch’essi nel IX Corpus: la proposta poteva avere un senso dal punto di vista operativo, per porre sotto un unico comando tutte le forze impegnate nella lotta contro fascisti e nazisti. Ma ormai l’ordine normale delle cose era stravolto: gli alleati erano tra loro avversari sempre meno il comune nemico poteva cementare una fiducia che non esisteva più. Il 7 novembre 1944, mentre a Canebola i garibaldini festeggiano l’adesione alle formazioni di Tito, a Porzus il capitano De Gregori (Bolla), che già si trovava a forza ridotta perché molti partigiani erano stati inviati in licenza per la sospensione invernale delle operazioni, convoca i suoi e fa presente la situazione di tensione che si è creata con la Garibaldi – Natisone. “Vogliono farci sloggiare. Chi vuole andarsene è libero di farlo. Io resto”. Restarono alle malghe in una ventina.
Chi volle l’eccidio del 7 febbraio? La risposta a tutt’oggi non è sicura. Di certo c’è l’esistenza di una lettera firmata da Kardelj, indirizzata a Vincenzo Bianchi, nome di battaglia Vittorio, rappresentante del Partito comunista italiano presso il IX Corpus, che era tornato da Mosca insieme con Togliatti, in cui lo si invita a liquidare le formazioni partigiane che, in Friuli, non accettano di porsi agli ordini del IX Corpus. Ed altrettanto certo è che, dopo il rifiuto degli osovani a integrarsi nel comando del IX Corpus sloveno, incominciano a circolare, sempre più insistenti, le voci di tradimento. Queste voci d’altra parte trovavano facile esca in alcuni contatti, peraltro mai negati dai partigiani osovani, sia con la Decima Mas, sia con il federale fascista di Udine, Cabai, che si fa latore di un’ambigua proposta dell’ SS Sturmbannfuhrer (tenente colonnello) Von Hallesleben, comandante della piazza di Pordenone. In entrambi i casi si propone agli osovani di formare un fronte comune contro i comunisti e, nel caso della Decima Mas, contro comunisti e nazisti, in nome della difesa dell’italianità del Friuli. Erano gli ultimi mesi di una guerra le cui sorti erano ormai chiare a tutti e nell’atmosfera un po’ surreale da si salvi chi può le proposte stravaganti non mancavano. Bisogna sottolineare che in entrambi i casi fu la Osoppo ad essere sollecitata alle trattative, che non furono una sua iniziativa; e in entrambi i casi le proposte furono respinte. Ma mentre le proposte tedesche furono dirette ed immediatamente rifiutate con due lettere (28 dicembre 1944 e 10 gennaio 1945) di don Aldo Moretti consegnate all’arcivescovo Nogara, che a sua volta le consegnò al federale Cabai, nelle proposte di Borghese, comandante la Decima Mas, non mancò chi vide lo zampino del maggiore Nicholson, che guidava la missione inglese in zona, e che avrebbe voluto così acuire, in chiave anticomunista, la divisione tra osovani e garibaldini. In questo groviglio ambiguo due cose sono certe: il comando della Osoppo non strinse alcun accordo con fascisti e nazisti, ma il fatto stesso degli avvenuti contatti servì ad alimentare il clima ormai avvelenato tra osovani e garibaldini. Più interessante, dal punto di vista sostanziale, ci sembra la vicenda di Elda Turchetti. Questa ragazza di Pagnacco, paese dove i tedeschi avevano depositi di carburante, viene segnalata da Radio Londra (probabilmente su analoga segnalazione del maggiore Nicholson) come spia al soldo dei nazisti. Spaventata, si rivolge a un amico partigiano garibaldino per protestare la propria innocenza. Questi l’accompagna da Mario Toffanin, Giacca, comandante dei GAP di Udine, che si comporta in modo decisamente strano. Se fosse stato sicuro che la Turchetti era una spia Giacca l’avrebbe senza dubbio uccisa; nel dubbio, l’avrebbe dovuta consegnare al proprio comando per gli accertamenti. Invece Elda Turchetti viene consegnata da Giacca a Tullio Bonitti, capo della polizia interna della Osoppo, che a sua volta conduce la ragazza a Porzus. Perché una sospetta spia veniva consegnata proprio alla formazione più volte accusata di mantenere ambigui rapporti col nemico? Ci fu chi disse che la Turchetti venne consegnata alla Osoppo per fare realmente la spia, per conto di Giacca contro la Osoppo. Difficile sapere la verità, perché la Turchetti fu uccisa a Porzus.
E siamo arrivati a parlare nuovamente di Mario Toffanin, Giacca. Padovano, nato il 9 novembre 1912, a tredici anni era già operaio ai Cantieri San Marco di Trieste. Iscritto dal 1933 al partito comunista clandestino; sei anni dopo, ricercato, riparava a Zagabria. Aderì al movimento partigiano di Tito fin dall’invasione delle forze dell’Asse nell’aprile del 1941. I compagni jugoslavi dovevano avere in lui molta fiducia perché lo inviarono in missione prima alla federazione comunista di Trieste, poi a quella di Udine per “dare la sveglia” ai compagni italiani. Giacca non fu mai un partigiano combattente vero e proprio: trovò la sua collocazione migliore nei GAP. Del resto, era poco propenso alla disciplina di tipo militare, ma in compenso era fedelissimo al partito. E dalla federazione comunista di Udine gli arrivò l’ordine di “liquidare” il problema della presenza osovana a Porzus, con la specifica che si trattava di un ordine del comando supremo. L’ordine è del 28 gennaio 1945. Il tempo di organizzare l’azione, radunando un centinaio di uomini dei GAP a Ronchi di Spessa e il 7 febbraio Giacca sale alle malghe di Porzus, coadiuvato dai suoi luogotenenti Aldo Plaino e Vittorio Iuri. Pare che gran parte degli uomini fossero all’oscuro degli scopi della missione; molti ignoravano anche dove si stesse andando.
Il comandante osovano Bolla non si allarma per le segnalazioni delle sentinelle, che vedono salire alle malghe la lunga fila di uomini: era atteso un battaglione di rinforzo, richiesto al comando divisione Osoppo proprio per l’acuirsi delle tensioni tra garibaldini e osovani. Gli uomini di Giacca ostentano un’aria dimessa, nascondono le armi sotto gli abiti, pochissimi portano il fazzoletto rosso. Spiegano alle sentinelle di essere partigiani sbandati dopo uno scontro con i nazifascisti; ma mentre in due parlamentano con le guardie della Osoppo, il grosso degli uomini inizia ad accerchiare la zona. Poi, è la strage. Il capitano Bricco si salva, come vedevamo in apertura, solo perché viene ritenuto morto. Tra i venti partigiani portati via, si salvano solo Leo Patussi e Gaetano Valente, il cuoco, che, per aver salva la pelle, chiedono di essere accettati tra i garibaldini. Per gli altri non c’è scampo. L’irruzione alle malghe non aveva portato alcuna prova del “tradimento” della Osoppo, salvo la presenza in luogo della Turchetti; ma vedevamo prima che era stato lo stesso Giacca a consegnare la presunta spia agli osovani.
Le uccisioni durano fino al 18 febbraio nel Bosco Romagno, dove poi verranno ritrovati i corpi, mal sotterrati.
Dopo l’azione a Porzus, Toffanin, Plaino e Iuri, i triumviri che avevano guidato i battaglioni di GAP, fecero una relazione scritta, indirizzata alla Federazione comunista di Udine e al Comando del IX Corpus Sloveno, nella quale si sottolineava che l’azione era stata effettuata “col pieno consenso della Federazione del partito”. La relazione (che, come si nota, non era indirizzata ad alcun organo della Resistenza) cercava di giustificare le uccisioni con affermazioni fantasiose (i comandanti Bolla ed Enea che al momento della fucilazione non trovano di meglio che gridare “viva il fascismo internazionale”, i partigiani osovani “figli di papà” che “giacevano in comodi sacchi a pelo ed erano provvisti di tutti i conforti”), ma non allegava alcuna prova concreta.
Quanto è accaduto alle malghe inizia a delinearsi. Quando Mario Lizzero, commissario politico delle brigate Garibaldi in Friuli viene a sapere dell’accaduto va su tutte le furie e chiede che Giacca e i suoi luogotenenti siano fucilati. Non riesce ad ottenerlo, riuscirà solo a farli destituire dalle loro cariche di comando nei GAP. Ostelio Modesti e Alfio Tambosso, segretario e vice segretario della federazione del PCI di Udine, forse iniziano a rendersi conto che è stata una grave imprudenza affidare la missione a Mario Toffanin, ottimo elemento per le azioni spicce e violente dei GAP, ma rozzo e violento e con un certificato penale già ben nutrito di reati, furto, rapina, omicidio, sequestro di persona, che nulla avevano a che vedere con azioni militari o politiche. Ma adesso è troppo tardi per i ripensamenti e viene scelta la linea di condotta peggiore, quella di gettare tutta la croce addosso a Giacca, (che avrebbe mal inteso gli ordini) favorendone peraltro l’espatrio in Jugoslavia, insieme ad altri implicati nella strage.
Dopo che un’inchiesta del Comando Regionale Veneto non è approdata a nulla, il CLN di Udine decide la costituzione di una commissione d’inchiesta, formata da un rappresentante della Osoppo, uno della Garibaldi e presieduta da un membro del CNL stesso. Ostelio Modesti, il segretario del PCI di Udine, ha continuato la sua politica dello struzzo, opponendo inerzia al Comando Regionale che gli chiedeva di incontrare i responsabili della spedizione alle malghe. Ora la commissione del CLN dovrebbe chiarire le cose, ma si fa ancora tutto il possibile per ritardare, finché si arriva al 25 aprile, all’ordine di insurrezione generale, che fa passare ovviamente in secondo piano qualsiasi altra questione.
Sarà la magistratura ordinaria ad occuparsi della strage di Porzus, in seguito alla denuncia presentata il 23 giugno 1945 al Procuratore del Re di Udine dal Comando Divisioni Osoppo. Il processo ebbe inizio solo sei anni dopo, nell’ottobre 1951, davanti alla Corte d’Assise di Lucca, dove era stato trasferito per “legittimo sospetto” e motivi di ordine pubblico e dopo un palleggiamento tra magistratura ordinaria e militare. Il dibattimento d’appello si svolse a Firenze tra l’1 marzo e il 30 aprile 1954. Dopo quasi un decennio dalla strage di Porzus veniva resa definitiva la sentenza che condannava Giacca e i suoi due luogotenenti all’ergastolo. Tutti e tre erano riparati da anni in Jugoslavia. Chi pagò un conto probabilmente non suo fu Ostelio Modesti, condannato a trent’anni, di cui nove scontati effettivamente. Parimenti conobbero il carcere altri imputati minori, che nessuno si era preoccupato di far espatriare, mentre per effetto di successive amnistie e indulti le condanne all’ergastolo vennero definitivamente cancellate il 15 maggio 1973. A questo punto Mario Toffanin avrebbe potuto tranquillamente tornare in patria; ma i suoi conti con la giustizia non si limitavano a reati politici o comunque connessi ad eventi della guerra partigiana. L’ex gappista, stabilì la Procura della Repubblica di Trieste, doveva scontare trent’anni per effetto di cumulo di pene definitive, irrogate per una serie impressionante di reati, dal sequestro di persona, alla rapina aggravata, all’estorsione, al concorso in omicidio aggravato e continuato. E Toffanin restò in Jugoslavia, rilasciando spesso interviste in cui rivendicava la legittimità della sua azione a Porzus, volta all’eliminazione di “spie e traditori”.
Le inchieste e l’interminabile processo avevano comunque lasciato irrisolto il problema centrale: chi aveva dato l’ordine dell’azione a Porzus? E l’ordine era di uccidere, o la parola liquidare andava diversamente intesa? Come dicevamo sopra, l’atteggiamento del PCI di Udine, nella persona del segretario Modesti, fu il peggiore, perché volle difendere a tutti i costi una causa persa, probabilmente temendo più gravi ripercussioni per tutto l’apparato di partito e per la stessa operatività delle brigate Garibaldi, che peraltro nulla autorizza a dire che fossero implicate coi loro comandanti nella strage. Modesti sbagliò con le sue mille reticenze, ma ebbe la dignità di farsi in silenzio anche il carcere, forse non meritato, ma subìto in nome di una disciplina di partito che si può disapprovare, ma che, laddove viene pagata di persona, è degna di rispetto.
Francamente ci appare incredibile pensare come mandanti della strage di Porzus lo stesso PCI o il comando della Garibaldi – Natisone; se esponevamo ampiamente tutti i contrasti profondi che dividevano garibaldini e osovani, non per questo crediamo che questi contrasti potessero sfociare in atti di selvaggia crudeltà, eseguiti a freddo e senza altra motivazione che l’odio ideologico. Piuttosto ci pare credibile l’opinione espressa da Alberto Buvoli, direttore dell’Istituto Friulano per la Storia del movimento di Liberazione, che in un’intervista del 30 luglio 1997 al Corriere della Sera diceva: “L’ordine di intervenire a Porzus venne dagli Sloveni. La responsabilità della federazione comunista di Udine è semmai di aver affidato il compito a Giacca, noto squilibrato, con una fedina penale già sporca. Quando Lizzero, commissario politico delle Brigate Garibaldi venne a sapere della strage, chiese che Giacca e i suoi venissero fucilati… ma Giacca era protetto dagli sloveni”. Ci permettiamo di aggiungere una notazione a quanto dichiarato da Buvoli: con ogni probabilità il comando del IX Corpus diede l’ordine dell’azione, imponendo anche che fosse compiuta dal Toffanin, che era comunque un loro uomo, da loro proveniva e da loro, non a caso, tornò. Giacca era il più qualificato per eseguire un ordine nello stile di chi, non scordiamolo, inventò le foibe come strumento di dialettica politica con gli oppositori. A poco vale obiettare che l’irrilevante numero di osovani non avrebbe potuto costituire alcun ostacolo all’eventuale dilagare fino al Tagliamento del IX Corpus. Se il pericolo non esisteva sotto il profilo militare, era comunque da eliminare una sacca di dissidenza, altrettanto pericolosa in un’ottica di cieco fanatismo politico. A questo punto la funzione del PCI di Udine sarebbe stata solo e unicamente quella di “passacarte”, perché neanche la scelta di Toffanin come esecutore era loro. Purtroppo, come dicevamo, una disciplina di partito rigida e assoluta impedì di fare piena luce. Ma riteniamo che la nostra ipotesi non sia del tutto priva di fondamento.
E qui potremmo chiudere questa breve rilettura di una delle pagine più tristi della nostra storia nazionale. Ma c’è un ultimo mistero, questo destinato a restare irrisolto. Cosa spinse Sandro Pertini nel luglio del 78, appena eletto Presidente della Repubblica, a concedere la grazia a Giacca? L’ex gappista, lo ricordavamo prima, aveva un pesante debito con la giustizia per reati ordinari, essendo estinte le pene per i fatti di Porzus da provvedimenti di successivi indulti e amnistie. Il settimanale L’Espresso pubblicò, il 25 settembre 1997, un’inchiesta al proposito, ma si scontrò con una diffusa epidemia di amnesia, malattia che aveva colpito il consigliere giuridico di Pertini, il segretario generale del Quirinale, perfino il funzionario della presidenza che si occupava all’epoca proprio delle pratiche di grazia. Quanto al guardasigilli dell’epoca, il professor Bonifacio, era già morto da diversi anni. Mistero. Tuttavia Mario Toffanin, comandante Giacca, nonostante la grazia restò in Slovenia. Forse perché la sentiva come la sua patria, forse perché temeva di fare qualche spiacevole incontro rientrando in Italia.

“Giacca” all’epoca della Resistenza di PAOLO DEOTTO

Bibliografia

Porzus, due volti della Resistenza, di Marco Cesselli – Ed. La Pietra, Milano 1975

Porzus, dialoghi sopra un processo da rifare, di Alexandra Kersevan – Ed. Kappa Vu, Udine 1997

L’Italia della guerra civile, di Indro Montanelli e Mario Cervi – Ed. Rizzoli, Milano 1983

L’esercito di Salò, di Giampaolo Pansa – Ed. Mondadori, Milano 1970

Partigiani

Francesco Saverio Nitti
Francesco Saverio Nitti

Ecco le parole di Francesco Saverio Nitti nel 1945, al suo rientro in Italia dopo l’esilio per la sua opposizione al Fascismo: “Gli italiani sono stati ubriacati con le menzogne per centocinquant’anni. […]
Anche il movimento partigiano, che agiva in nome della liberazione, era fondato su una menzogna. I partigiani italiani vorrebbero farci credere che la loro fu una lunga, nobile lotta contro i mali del Fascismo, dell’occupazione e della repressione durante la tremenda campagna invernale del 1944-45 […]
Alcuni gruppi della resistenza agirono con coraggio, e molti dei loro componenti pagarono a caro prezzo, ma la stragrande maggioranza dei partigiani, circa duecentomila elementi, entrò nei ranghi solo dopo il termine delle ostilità .

Ci è stato fatto credere per anni che il processo di opposizione al Fascismo fu continuo e presente anche durante il Ventennio, pronto per esplodere prima il 25 luglio 1943 e ancor più violento l’8 settembre 1943.
La contrapposizione tra la minoranza fascista e la maggioranza antifascista porterà  così alla lunga lotta armata di questi ultimi che si batteranno per la democrazia e per la libertà . In realtà , a parte pochissimi autentici e coerenti antifascisti nelle carceri o all’esilio, la maggioranza degli italiani fu con il Fascismo, fino a quando capì che era più conveniente cambiare posizione.

Non esistono dei dati precisi sul numero dei partigiani, ma secondo alcune stime nel dicembre 1944 il loro numero era attorno alle 100.000 unità ; di questi solo 10.000 operavano come veri guerriglieri, gli altri erano solo profughi o uomini rifugiatisi in montagna per sfuggire ai rastrellamenti tedeschi. La maggior parte dei partigiani entrò a far parte del movimento solo alla fine delle ostilità , quando ormai la conclusione era scontata. Alcune fonti affermano addirittura che, dopo la fine del conflitto, in Italia furono distribuiti circa settecentomila certificati di militanza partigiana contro il pagamento di una modesta somma.

Inoltre bisogna considerare che il numero di partigiani aumentò ogni qualvolta veniva emesso un bando di chiamata alle armi dal governo della RSI. I giovani, per sottrarsi agli obblighi di leva, preferirono fuggire in montagna, ove furono poi assorbiti dai partigiani presenti. Non fu la loro una scelta di campo, ma una conseguenza derivante dalla situazione bellica.

Quale fu il contributo allo sforzo bellico di questi partigiani? Anche secondo gli Alleati fu scarso e non servì ad accelerare la fine della guerra in Italia. Il maresciallo Alexander, comandante delle forze alleate in Italia e nel Mediterraneo disse: “La loro collaborazione fu trascurabile e di poco conto“.

Giuseppe Osella, famoso industriale manifatturiere, fu fucilato per aver organizzato e finanziato i primi nuclei di partigiani comunisti della Valsesia; a lui furono dedicate piazze e vie e figura come “martire della libertà . Ma nessuno ricorda il suo passato di squadrista (quelli che manganellavano la gente e la riempivano di olio di ricino); fece la Marcia su Roma e fino al 25 luglio 1943 fu podestà  di Varallo Sesia.
Un tipico esempio di coerenza italica.

Davide Lajolo, giornalista e scrittore, discorrendo con Curzio Malaparte dichiarava: “Noi militanti del PCI dal fondo di una cella abbiamo capito dalle corrispondenze che lui mandava dal fronte che i tedeschi non ce l’avrebbero fatta …”. A dire il vero Lajolo non fu mai rinchiuso in nessuna cella, ma all’epoca dei fatti in riferimento, egli era un ufficiale volontario delle Camicie Nere, reduce da tutte le guerre mussoliniane e vicefederale fascista di Ancona fino al 25 luglio 1943.

Giorgio Pisanò ricorda nei suoi libri alcuni incontri con i partigiani: “Ponte Valtellina era si in mano ai partigiani. Ma appena ci videro scapparono via. Non ci fu nemmeno bisogno di sparare. Quei pochi che furono raggiunti dai nostri ragazzi gettarono le armi a terra e alzarono le braccia. Vennero liquidati a calci nel sedere. Erano le 10,30 del 28 aprile del 1945 […]
Quando fummo a circa seicento metri da Grosio, sentimmo alle nostre spalle alcuni colpi di fucile e delle raffiche di mitra. I partigiani, accortosi che in paese non c’era più un fascista, si erano decisi a liberarlo”.

Mazzantini in uno dei suoi libri rileva evidenti distorsioni dei fatti fra ciò che viene riportato dal Longo in un suo racconto e ciò che realmente è accaduto, essendo lui stesso protagonista di quegli episodi. “Diecimila fascisti, che dall’11 marzo erano stati trattenuti in valle dalle forze di Moscatelli, abbandonarono l’11 giugno la Valsesia”; in realtà  si parla della Legione Tagliamento composta da 1000 uomini che non abbandonava la Valsesia, ma veniva trasferita sulla linea Gotica. “A Camasco (Valsesia) il 63o Battaglione “M” per due giorni di seguito è attaccato dai nostri distaccamenti e obbligato alla fuga, dopo aver lasciato sul terreno il vicecomandante, trenta morti e la bandiera”; in realtà  si trattava di piccoli scontri con qualche morto e ferito e soprattutto senza nessuna bandiera lasciata sul terreno. Confrontando le sue personali esperienze con il libro “Il Monterosa è sceso a Milano” dei partigiani Pietro Secchia e Gino Moscatelli evidenzia come, delle sparatorie tipiche del modo di operare partigiano, siano trasformate in operazioni militari di grande portata. Anche in questo libro una compagnia di 90 uomini diventano delle colonne di migliaia di uomini e, durante uno scontro con una colonna tedesca di 500 uomini appoggiata da autoblinde e cannoni semoventi: “le nostre perdite ammontano a un morto, cinque feriti e due dispersi (gruppo Damiani). Le perdite nemiche a cento uomini”. Tutte queste falsità  e distorsioni dei fatti sono le basi sulle quali è stata impostata la “verità  ufficiale“.

La politica dei partigiani comunisti

Il 12 ed il 13 settembre 1943 i delegati del Partito Comunista Croato e quelli del Partito Comunista Italiano si riunirono a Pisono e decidero che l’Istria doveva far parte della Croazia alla fine della guerra. Di conseguenza tutti i partigiani comunisti italiani sarebbero passati sotto comando croato. Inoltre a metà  ottobre 1944 Palmiro Togliatti incontrò l’esponente dei partiti comunisti jugoslavi e consigliò allo stesso che sarebbe stato utile per la causa comunista che i partigiani di Tito occupassero tutta la Venezia Giulia. A chi dare la responsabilità  delle foibe e di tutte le atrocità  che subirono in seguito gli italiani presenti in quei territori?

Il 7 gennaio 1945, sulle montagne del Friuli, avvenne l’eccidio di Porzus. Quest’episodio per anni tenuto nascosto dai più, permette di comprendere quali erano gli atteggiamento e le finalità  dei partigiani comunisti in Italia. Essi consideravano nemici non solo i fascisti, ma chiunque non fosse comunista e non allineato con le loro posizioni. A Porzus i partigiani della brigata Osoppo vennero massacrati dai partigiani della brigata Garibaldi-Natisone, eseguendo così l’ordine del commissario delle formazioni garibaldine Mario Lazzero del Partito Comunista Italiano (nel dopoguerra segretario della Federazione Comunista di Udine e successivamente deputato al Parlamento). I partigiani della Osoppo vennero torturati, evirati e infine uccisi. I comunisti fecero capire in quel modo chi comandava e quale fine attendeva chi non si fosse adeguato.

Nei primi giorni dopo l’8 settembre fascisti ed antifascisti s’incontrarono per trovare una soluzione pacifica che non permettesse lo scontro fra le due fazioni. Sarà  la politica dei comunisti che porterà  allo scontro e alla guerra civile; non volendo scendere a patti per il bene di tutti, seguiranno la strada dell’assassinio. Sono evidenziate anche da parte antifascista sia la ricerca di una soluzione pacifica da parte dei non comunisti sia l’opposta scelta dei comunisti. La diffidenza dei moderati verso i comunisti e l’iniziale rifiuto alle loro pressanti sollecitazioni ad agire, ha a fondamento la consapevolezza che i comunisti, sostenuti in quella scelta dagli azionisti, si battono per un disegno, che va al di là  della vittoria sulla Germania. “Per i primi il capovolgimento degli attuali assetti sociali, per l’attuazione della rivoluzione proletaria, e per gli altri una rigenerazione radicale e altrettanto sanguinosa della società  in senso giacobino”.

A poco più di due mesi dall’armistizio, la situazione iniziale sembra si stia avviando verso uno stato di non belligeranza tra i due schieramenti, di una tregua nella quale dalla parte antifascista c’è una maggioranza moderata che non ha alcuna intenzione di venire ad una rottura cruenta, e da parte fascista, oltre a un’autentica aspirazione alla riconciliazione nazionale diffusa in vasti ambienti, tutto l’interesse che la situazione si stabilizzi, in modo da poter ricostituire le Forze Armate da portare sulla linea del fronte per riscattare con le armi la vergogna dell’8 settembre. Per i comunisti però, che la situazione si normalizzi su posizioni di tregua, è un pericolo da scongiurare a tutti i costi. Essi non possono accettare che la liberazione dai tedeschi e dai fascisti avvenga per mano degli eserciti alleati. Il compito specifico del PCI è realizzare un progetto rivoluzionario mondiale, mentre una soluzione del genere condurrebbe ad una sorta di restaurazione del governo precedente il periodo fascista, ove sono i partiti borghesi a gestire il potere. Permettere questo sarebbe per il PCI buttar via un occasione unica: quella cioè di una nazione disgregata e dalle strutture in pezzi, con tutto il sistema dei valori borghesi in crisi profonda; una situazione perfetta per gettare le basi di una rivoluzione. Questa è la reale meta dei comunisti, sia dei militanti, quanto dei dirigenti, formatisi nelle strutture organizzative del Comintern.

“Eravamo giovani ed idealisti, per noi l’obbiettivo era soltanto la sovietizzazione dell’Italia” confessava, ricordando quei tempi, l’ex capo partigiano Mendel a “Il Giornale” l’8 settembre 1990.

I comunisti quindi vanificarono qualsiasi progetto di ricomposizione, spinsero alle estreme conseguenze quella situazione di latente guerra civile, perchè la rivoluzione ovviamente non ha bisogno della composizione ma dello scontro, del taglio netto. Saranno i comunisti che provocheranno con le armi e smuoveranno l’apparente calma venutasi a creare; d’altronde ai fascisti non può che essere che conveniente quella quiete interna a prova del consenso e della rassegnazione popolare. Gli antifascisti che partecipano agli incontri tenuti a Milano, Venezia, Modena, Firenze, Ferrara, Bologna fanno un’opera di pacificazione con i fascisti, rifiutano quella strada che può portare ad una sanguinosa guerra civile. Chi determina la svolta a questa situazione è la direzione del PCI dando inizio ad una campagna di attentati terroristici e di agguati a uomo, allo scopo di esasperare le reazioni dell’avversario, di far esplodere la violenza latente, di zittire ed emarginare i moderati, quindi di far fallire il progetto di normalizzazione. Il terrorismo urbano è la prova di questa volontà ; non formazioni armate sui monti o nelle campagne per operazioni militari, sabotaggi ad installazioni tedesche, colpi di mano a colonne, ponti, ferrovie, ma il terrorismo urbano, l’agguato contro i fascisti, soprattutto la dove si ventilano possibilità  di intese, di convivenza tra le due parti.

Gli assassini del federale di Ferrara Igino Ghisellini, del federale di Milano Aldo Resega, del federale di Bologna Eugenio Facchini, del federale di Torino Ather Capelli, furono tipiche azioni di provocazione terroristica. E non a caso furono uccisi quei fascisti più moderati che avevano avviato degli incontri con gli esponenti antifascisti disposti al dialogo. Queste azioni ebbero la capacità  di suscitare puntualmente enormi risonanze e scatenare reazioni sproporzionate sia nella misura che nella violenza, come era nelle previsioni.

Gli uomini più avvisati, Mussolini in testa, si sforzeranno di placare gli animi, ben consci degli scopi che la strategia dell’assassinio politico si propone. Scrisse a proposito dei pensieri di Mussolini, Giovanni Dolfin suo segretario: “Mussolini è ben consapevole del rischio che la provocazione terroristica provoca. E invita a non rispondere a non lasciarsi trascinare nel gorgo della vendetta. Gli avversari che hanno da tempo inaugurato l’assassinio politico come sistema di lotta, fanno evidentemente il possibile per portarci sullo stesso terreno. Sarebbe da parte nostra un grave errore il seguirli, facendo il loro giuoco”.

Carlo Silvestri, il socialista che aveva capeggiato la campagna di stampa contro Mussolini all’epoca del delitto Matteotti, l’uomo che nel periodo delle RSI fu uno dei più attivi nel tentativo di gettare un ponte tra le due parti, dichiarò: “Affinchè non vi siano ombre sulla mia chiarezza, testimonio ancora una volta, che tutte queste uccisioni furono volute col criterio di esasperare la situazione e rendere inevitabile la guerra civile secondo il desiderio di Londra e di Mosca”.

Alberto Franceschini, uno dei capi storici delle BR, il quale da ex-partigiani comunisti, con la consegna delle vecchie armi di quelli, riceve l’investitura della continuità  della Resistenza, ha dichiarato: “La storia non si può negare. La mitologia del nucleo storico delle BR è fatta proprio di quegli episodi e di quei racconti [di ex gappisti]… Noi avevamo il mito dei GAP. A Milano alcuni entrarono nelle BR sull’onda dei racconti della Volante Rossa”.

Primavera di sangue

“I delitti gratuiti compiuti durante la Resistenza furono voluti e compiuti dai comunisti. Si pose un velo su di essi perchè non si ebbe la possibilità , o il coraggio di impedirli, nè di punirli nè di sconfessarli” (Don Luigi Sturzo, L’ultima crociata, La Nuova Cultura, 1956).

Per diversi mesi del 1945, il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia) ebbe mano libera nell’Italia settentrionale e fu una carneficina. Le formazioni partigiane saccheggiavano liberamente e massacravano chiunque fosse sospettato di essere fascista. Le pattuglie militari alleate fecero ben poco per ristabilire l’ordine fino a quando non si placò la sete di sangue. Ad oggi le autorità  italiane ammettono che i morti furono ufficialmente 17.322, ma si calcola che la cifra reale oscilli intorno alle 100.000 persone fra uomini, donne e bambini. In molti casi furono sterminate intere famiglie.

Il Comitato insurrezionale, avvalendosi della copertura e dell’appoggio del CLN e del CVL, indicò come nemico i fascisti che dovevano essere tutti ammazzati senza processo perchè “fuori legge”. Ecco il testo di una circolare segreta, dattiloscritto su carta intestata Comitato di Liberazione Nazionale: “Disposizioni sul trattamento da usarsi contro il nemico […] Gli appartenenti alle Brigate Nere, alla Folgore, Nembo, X Mas e tutte le truppe volontarie, sono considerati fuorilegge e condannati a morte. Uguale trattamento sia usato anche ai feriti di tali reparti […] In caso che si debbano fare dei prigionieri per interrogatori ecc., il prigioniero non deve essere tenuto in vita oltre le tre ore”.

Poi c’erano i famigerati “Tribunali del popolo” composti dai più fanatici tra i capi partigiani comunisti. La procedura veniva inventata di volta in volta e l’unica pena prevista era la pena di morte. Era sufficiente essere fascista per essere condannato, anche se non veniva dimostrato nulla.

Il “tribunale del popolo” era composto da una decina di capi banda, quasi tutti comunisti. Il pubblico era formato in maggioranza di partigiani. Il processo fu rapidissimo. Un capo partigiano aveva pronunciato la requisitoria. L’imputato era fascista, ciò era sufficiente per essere condannato. Il presidente si era rivolto al pubblico e aveva gridato: “Lo volete vivo o lo volete morto?”. “Morto” fu la risposta. L’imputato fu fucilato il giorno dopo.

Le Corti d’Assise straordinarie, istituite con un decreto che portava la firma del Luogotenente generale del Regno il principe Umberto, contemplavano tutta una serie di reati per cui i tre quarti del popolo italiano avrebbero dovuto finire in galera, a cominciare dallo stesso Umberto. Anche essere stati figli della Lupa poteva essere considerato un reato: la legge infatti era retroattiva.

Per tutto l’inverno le Corti d’Assise straordinarie continuarono a lavorare a pieno ritmo, giudicando decine di migliaia di fascisti. Da un calcolo approssimativo effettuato nell’aprile del 1946 si stabilì che, senza considerare le numerosissime sentenze di morte, i giudici antifascisti, nel volgere di circa un anno, avevano emanato condanne per un totale di circa centocinquantamila anni di galera.

Scomparvero un cuciniere e quattro legionari del presidio di Mazzo. Nelle prime ore del pomeriggio furono ritrovati nella cantina di una casa di Sernio: massacrati a colpi di pugnale, con gli occhi strappati e gli organi genitali in bocca.

[…] si era iscritto al Fascio repubblicano mosso solo da un amore infinito per la sua Patria. Nel pomeriggio del 29 aprile, alcuni partigiani lo prelevarono da casa sotto gli occhi della moglie e dei figli; lo costrinsero a correre davanti a loro per le vie della cittadina, sparandogli tra le gambe. Alla fine lo gettarono contro un muro e l’ammazzarono come un cane tirandogli addosso una scarica di bombe a mano.

Pisanò in uno dei suoi libri ricorda di essere stato accusato da un partigiano valtellinese di essere stato visto mesi prima andare in giro con un barattolo pieno di occhi sinistri di partigiani. In realtà  egli era arrivato in Valtellina solo il 20 aprile.

Poi c’erano le ausiliarie. I partigiani entravano nelle prigioni dove le donne erano rinchiuse e ne abusavano per ore. Nessuno mai impedì quella vergogna.

Bardelli, reduce dal fronte di Nettuno e comandante del battaglione Barbarigo, cadde in un vile agguato e venne barbaramente ucciso con nove dei suoi uomini. Furono ritrovati i loro corpi spogliati degli indumenti e dei valori personali, strappati gli anelli dalle dita e i denti d’oro dalle bocche piene di terra e di erba in segno di sfregio.

Toccò al capitano […]. Accusarono anche lui di torture, sevizie, massacri. Tutto inventato. Rifiutò di difendersi. Quando il tribunale emise il verdetto di morte, gridò con quanto fiato aveva in gola: “Vigliacchi, viva l’Italia“. Lo fucilarono la mattina dopo.

Fu assolto. Era stato difeso da alcuni partigiani del suo paese e non fu accusato di nulla. La mattina seguente lo vennero a prendere poco prima dell’ora di aria e lo ammazzarono tre ore dopo. Lo misero insieme ad altri quattordici fascisti prelevati dalla ex Casa del Fascio. Dovettero scavarsi la fossa e poi dovettero ammucchiarsi dentro. I partigiani li mitragliarono alle gambe e, mentre quegli sventurati urlavano implorando il colpo di grazia, li irrorarono con decine di litri di benzina e li bruciarono vivi.

A Clusone un reparto di giovanissimi ufficiali della Guardia Nazionale, spontaneamente disarmatosi dietro promessa della libertà , fu interamente massacrato.
Ad Oderzo la compagnia anziani del battaglione Bologna, cui era stata garantita la vita all’atto del loro pacifico disarmo, furono freddamente trucidati sulle stesse vecchie trincee del Piave. In molti casi i partigiani entrarono negli ospedali militari, trascinarono giù dal letto i feriti e li fucilarono nei cortili o sulla strada davanti ai parenti che li assistevano.

Il 28 aprile 1945 a Rovetta, in provincia di Bergamo, vennero fucilati da partigiani comunisti tutti i componenti del presidio del passo della Presolana, composto da 43 militi di una compagnia della legione Tagliamento, i quali secondo le disposizioni del CLNAI si erano arresi e avevano consegnato le armi; ma una formazione di partigiani comunisti scesi dai monti si impose con le armi al CLN locale, ruppe i patti e fucilò tutti quei prigionieri.

Fascisti o presunti tali furono portati davanti a plotoni d’esecuzione, appesi a un cappio, linciati. Uomini adulti, ragazzi, donne, vecchi, civili e militari, mutilati, ciechi di guerra, giovani ausiliarie denudate e violentate, preti, giornalisti, poeti, attori. Presidi e interi reparti militari che si arresero, consegnarono le armi dopo regolari trattative con i CLN, in totale spregio ai patti stipulati, vennero passati per le armi dopo inenarrabili sevizie. Gente fu prelevata a forza dalle prigioni e scomparve nel nulla, per una rassomiglianza, un accusa senza alcun fondamento.

Sul quotidiano l'”Indipendente” dell’11 novembre 1993, Giampiero Mughini scriveva: “Ma diciamolo francamente, quella di Mussolini e della sua donna fu un’opera di macelleria. E ancor più lo era stato il massacro davanti al muretto di Dongo di gente in camicia nera che non aveva nulla di cui essere imputata”.

Giorgio Bocca ha dato una cifra approssimativa tra i dodici e i quindicimila uccisi. Già  “L’Opinione” del luglio 1945 riportava la notizia di ventimila “fascisti o presunti tali” eliminati, tra i quali 3.000 donne. Nel 1951 il giornalista Ferruccio Lanfranchi, testimone dei fatti, secondo i suoi calcoli, su “Il Tempo” (13 agosto) avanzava l’ipotesi di 50/60.000 uccisi. E Silvio Betoldi nel settembre 1990 sul “Corriere della Sera” riferiva che in un colloquio con Ferruccio Parri, poco prima della sua morte, questi, che era stato comandante dei volontari della Libertà , gli aveva confidato che si era trattato di “più di trentamila morti”. Escludendo gli uccisi nella Venezia Giulia ad opera dei partigiani titini (circa 23.000), E’ stato stabilito che, fra militari e civili, gli eliminati dal 25 aprile al 31 maggio 1945, furono circa 42.000!

I tedeschi e i partigiani

Nella Wehrmacht la tattica antipartigiana non mirava principalmente a ucciderli, ma a simulare azioni organizzate, costringendoli a tornare fra i monti, dove potevano causare pochi danni. In questo la Wehrmacht aveva un grande successo persino quando i partigiani erano più numerosi e meglio armati.

La rivolta di Napoli

Quando la retroguardia della Wehrmacht incominciò a evacuare la città , vi fu una specie di sollevazione, anche se non proprio all’altezza della leggenda popolare. Vi furono alcune scaramucce che si protrassero per quattro giorni e costarono la vita a cinquanta italiani e a meno di una dozzina di tedeschi. Con questo la città  si convinse di aver espiato con quel gesto il suo passato e di aver diritto al rispetto degli Alleati; ma non lo ottenne, soprattutto da parte dei britannici che continuarono a trattare gli italiani con disprezzo.

Gli Alleati e i partigiani

Nel maggio 1945 alcuni paracadutisti tedeschi si unirono alle truppe americane che pattugliavano le zone a nord del lago di Caldonazzo.
Gli Alleati avevano finito la guerra e non avevano intenzione di rischiare la pelle per intervenire nelle complicate vicende politiche di un popolo che disprezzavano, per cui assegnarono a questi soldati tedeschi il compito di sorvegliare e proteggere le proprietà  private e le grandi tenute agricole da un nemico comune: il partigiano italiano.

Pisanò racconta in un suo libro di come gli inglesi non potevano sopportare i partigiani. Se ne erano serviti e ora li disprezzavano. Li definivano senza tanti complimenti, carne venduta.
Quando poi il discorso cadeva sui partigiani comunisti, li avrebbero sbattuti in prigione al posto dei fascisti, visto che continuamente nascondevano armi in vista di una prossima rivoluzione bolscevica.

Ecco uno stralcio della testimonianza giurata del capitano di vascello Agostino Calosi resa nel corso del processo contro Borghese: “Come capo dell’ufficio informazioni della Marina del Sud, feci passare le linee a molte persone con incarichi militari; al Borghese, però, inviai degli emissari di mia iniziativa e senza il consenso degli anglo-americani, i quali, per questo fatto, minacciarono di rinchiudermi in un campo di concentramento. Gli anglo-americani solevano far passare le linee ad elementi di estrema sinistra o comunisti, talchè io mi vidi costretto a far figurare i miei uomini come militanti o simpatizzanti dei partiti di sinistra al fine di poterli inviare al Nord. Da tale situazione di fatto deriva la logica conseguenza che la lotta partigiana è stata provocata e accesa da elementi interessati al fine di inviperire vieppiù la guerra fratricida tra italiani e italiani”.

La grande bugia – Giampaolo Pansa

Il sangue dei vinti – Giampaolo Pansa