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Il trattato di Osimo

confini
confini orientali nei periodi 1866 – 1918 – 1975

L’articolo 5 della Costituzione recita «la Repubblica è una e indivisibile». Allora perché è bastato un passaggio parlamentare ordinario e non speciale per ratificare il distacco della “Zona B” previsto da quel Trattato, avallando di fatto una modifica alla Costituzione stessa? Altro che Osimo in dubbio per la fine dell’ex Jugoslavia, cioè uno dei due soggetti firmatari, come si dibatteva dopo il ’92.

MA andiamo per ordine.

 10 Febbraio 1947: firma, a Parigi, del Trattato di Pace tra l’Italia e le nazioni vincitrici della seconda guerra mondiale. Un atto fortemente contestato, anche da personalità non certo accusabili di filofascismo (per tutte Benedetto Croce), un trattato che viene imposto all’Italia senza alcuna possibilità negoziale (sarà definito, per tale ragione, “Diktat”) e che segna in maniera drammatica le sorti del confine orientale italiano: cessione alla Jugoslavia di Zara, di Fiume e di gran parte dell’Istria, costituzione di uno stato cuscinetto, tra Italia e Jugoslavia, definito T.L.T. – Territorio Libero di Trieste, affidato alla tutela dell’ONU (che dovrà nominarne il Governatore) – e comprendente Trieste, il territorio ad essa immediatamente limitrofo ed una parte dell’Istria, corrispondente a circa un quarto della penisola.
All’epoca, non meno che in tutti i decenni che ne sono seguiti, il Diktat del ’47 è stato ripetutamente bollato per la sua ingiustizia ed iniquità: giudizio di certo sacrosanto se è vero, come è vero, che esso andò a sancire quel drammatico esodo di centinaia di migliaia di Italiani che abbandonarono le proprie terre, le proprie attività, i propri morti, pur di continuare ad essere Italiani; un Trattato che andò a premiare il criminale operato dei comunisti di Tito che, con le foibe, gli eccidi, il terrore di massa, realizzarono la “pulizia etnica” degli Italiani, in qualche modo anticipatrice di quelle “pulizie” che, decenni dopo, segneranno la dissoluzione della Jugoslavia.
Il Trattato di Parigi, però, fu qualcosa di più che un atto di ingiustizia, fu soprattutto un fatto macroscopico di stupidità (e ciò in politica è bene più grave): perché nel ’47 pretese affrontare e risolvere certi problemi, ignorando del tutto che oramai la situazione non era quella del ’45. L’Europa infatti non era più divisa tra paesi fascisti ed antifascisti, bensì tra blocco occidentale e blocco orientale. Fu proprio questa “stupidità” a costituire la causa specifica del fenomeno dell’Esodo. Infatti sia gli Italiani dell’Istria che quelli di Briga e Tenda si videro ceduto ad uno stato straniero e sempre a causa dello stesso Trattato di Parigi: i primi finirono sotto la Jugoslavia comunista, i secondi sotto la Francia democratica ed occidentale. L’esodo, le foibe, gli eccidi riguardarono però solo il confine orientale d’Italia, non certo quello ad occidente. Tutto ciò non era stato peraltro previsto dal Trattato di Pace che, scandalosamente, aveva ignorato che il mondo ormai si divideva tra paesi comunisti e paesi democratici e che, pertanto, ben diversa era la conseguenza di uno spostamento di confini quando realizzato a cavallo della linea divisoria tra i due blocchi.
Un secondo esempio di tale “stupidità”: il meccanismo della nascita dello stato cuscinetto del Territorio Libero di Trieste era ormai tanto fuori dalla realtà da morire prima ancora di nascere e ciò per la banalissima ragione che l’Onu non riuscì mai a mettersi d’accordo neppure sul nome del designando Governatore. Ogni nome proposto dalle nazioni occidentali incappò nel veto di Mosca e viceversa. Sempre perché nel ’47 (e così per lunghi successivi decenni) la situazione politica sarebbe stata ormai totalmente condizionata da una logica (quella dei blocchi) che il trattato di Parigi aveva preteso di totalmente ignorare.

5 ottobre 1954: a Londra, Francia, Inghilterra e Stati Uniti siglano con Italia e Jugoslavia un “Memorandum d’intesa” in forza del quale la parte del costituendo Territorio Libero amministrata dagli Alleati viene restituita all’amministrazione dell’Italia. E l’atto che permetterà, il 26 ottobre dello stesso anno, il ritorno definitivo di Trieste alla madrepatria.
Il Memorandum non ebbe mai la natura di un trattato internazionale, tanto che non venne neppure sottoposto a ratifica del parlamento italiano. Fu semplicemente un accordo di natura pratico-amministrativa che si contava sulla constata impossibilità di dare attuazione a ciò che il Trattato di Parigi aveva previsto e cioè la nascita del nuovo staterello.
Tale constatazione non si tradusse peraltro in quella che doveva essere la logica sua conseguenza e cioè restituire all’Italia tuffo ciò che non era possibile dare ad uno stato mai nato e che mai sarebbe esistito. La restituzione si realizzò solo limitatamente a Trieste, nel mentre la cosiddetta “zona B”, vale a dire la parte dell’Istria del previsto T.L.T., continuò a subire l’amministrazione della Jugoslavia, amministrazione che aveva il suo solo fondamento giuridico nell’occupazione militare del ’45 e che era in pieno contrasto con i confini della Jugoslavia, così come fissati dal Trattato di Parigi.
La conseguenza, umana, di tutto ciò che fu proprio il Memorandum di Londra segnò la spinta finale perché Capodistria, Isola, Pirano, Buie, Umago e Ciffanova vedessero trasformarsi i propri cittadini in Esuli in Italia, così come già era awenuto per i fratelli di Zara, di Fiume, di Pola e del resto dell’Istria.

10 novembre 1975: nella cittadina marchigiana di Osimo il ministro degli Esteri italiano, Mariano Rumor, e quello jugoslavo, Milos Minic, firmano un trattato meritevole di entrare nel Guinness dei primati. Uno dei due contraenti, il governo di Roma, paga una serie di prezzi non da poco: la rinuncia alla sovranità italiana sulla zona B, la concessione di una zona franca italo-jugoslava, a cavallo del confine di Trieste, che apre a Belgrado una porta verso il Mercato Comune, più altri vantaggi materiali. L’altro contraente, la Jugoslavia, non dà contropartite di alcun genere, si limita ad incassare i lauti benefici.
Una sorta di curioso patto leonino, nel quale tutti i vantaggi vanno alla parte più debole, Belgrado, e tutti i danni a quella più forte, Roma. Siamo infatti in un momento nel quale l’Italia ha ormai il rango di quinta o di sesta potenza economica mondiale, nel mentre la Jugoslavia risulta già un paese economicamente allo sbando e segnato politicamente dalla generale previsione che, alla morte dell’ormai anziano dittatore Tito, tutto il suo castello politico sarà destinato alla crisi e forse allo sfascio.
Con il Trattato di Osimo si realizza tra l’altro un fatto politico-costituzionale di rilevanza assoluta: l’Italia accetta, tranquillamente, di sacrificare la sua integrità territoriale, senza che il mondo politico (salvo poche eccezioni) sembri quasi accorgersene. Bossi e le sue pretese di secessione possono ben vantare, in quel Trattato, un valido precedente a cui potersi richiamare nella loro volontà di spezzare il territorio nazionale!

16 gennaio 1992: morto da qualche anno il Maresciallo Tito, crollato il sistema dei regimi comunisti dell’Est, anche la Jugoslavia è giunta al capolinea ed al disfacimento. Al suo posto sono nate nuove realtà statuali. Sotto la pressante spinta di Bonn, due di questi nuovi stati, Slovenia e Croazia, vengono riconosciute dai paesi europei e tra questi anche dall’Italia.
Con questo atto di riconoscimento tutte le precedenti vicende, relative ai confini orientali d’italia (Trattato di Pace, Memorandum di Londra, Trattato di Osimo), risultano dunque superate e ciò proprio dall’accettazione italiana dei nuovi confini sloveni. L’Istria entra così inequivocabilmente ad essere parte o della Slovenia o della Croazia.
I negoziatori italiani pongono almeno due limitazioni, all’atto del riconoscimento: l’impegno di Croazia e Slovenia a garantire la tutela e l’unitarietà della minoranza italiana in Istria e, poi, la questione aperta della restituzione agli Esuli italiani dei beni immobili espropriati dal regime di Tito.
Sarà proprio su questi due temi (minoranza italiana e restituzione delle case) che si incentrerò, negli anni successivi, il contenzioso tra Roma, Lubiana e Zagabria. Contenzioso che con il ministro Martino, del Governo Berlusconi, arriverò a concretizzarsi nel veto italiano, a livello europeo, all’ingresso di Lubiana nell’Unione Europea; veto che verrà mantenuto dal successore di Martino, Susanna Agnelli, ed anzi fatto recepire dagli stessi organismi comunitari. Sarà infatti Bruxelles a ribadire che le porte europee resteranno sbarrate per la Slovenia, se Lubiana non avrò prima risolto il contenzioso con l’Italia.

Maggio 1996: siamo ormai all’ultimo atto. A Roma è stato appena formato il governo Prodi. Sottosegretario agli Esteri figura l’on. Piero Fassino il quale, prima ancora che il Senato abbia votato la fiducia al Governo di cui fa parte, si precipita a Lubiana per incontrare i governanti sloveni (tutti, come lui, ex comunisti doc) per consegnare alla Slovenia il bel pacco dono: la rinuncia italiana ad ogni veto, affinché le porte d’Europa si possano spalancare per Lubiana. Il tutto senza ottenere, e nemmeno chiedere niente di niente in contropartita.
La minoranza italiana e la sua unitarietà restano così in balia dei governanti sloveni; quanto ai beni rapinati agli Esuli il prode Fassino ottiene la vaga promessa che essi quei beni forse potranno ricomprarseli (da coloro che glieli hanno rubati). Promessa che, proveniente da un governo balcanico e di ex comunisti, ha comunque un grado di probabilità di realizzarsi che è molto prossimo allo zero.
Certo è che, trascorso ormai un anno da quel fulmineo viaggio lubianese del nostro sottosegretario, da parte slovena non si è visto passo di alcun genere. I segnali che giungono dalla Slovenia sono anzi decisamente di segno contrario (si parla di inesistenti limiti costituzionali, di ipotesi di referendum e così via), tanto da motivare espliciti interventi di richiamo da parte delle autorità europee (evidentemente poco inclini a prendersi in casa soggetti così poco affidabili). Ben più a ragione il presidente Prodi ed il viceministro Fassino dovrebbero farsi sentire e protestare con gli amici sloveni, ma così non è. Considerano, chiaramente, che con Lubiana, dopo aver ceduto tutto ed anche di più, non esiste ormai questione di sorta. Si limitano quindi ad uno stanco negoziato con la Croazia, nel quale è a tutti più che evidente che non ci potrò essere esito diverso da quello già realizzato con la Slovenia: una bella e solenne rinuncia, da parte italiana, ad ogni richiesta di giustizia per gli Esuli, ad ogni impegno di tutelare per gli italiani rimasti.
Sarà la conclusione coerente di una lunga vicenda di oltre cinquant’anni. Una vicenda nata male, proseguita peggio e conclusa in modo pessimo: con la bancarotta, totale e fraudolenta, della politica estera italiana sul confine orientale :

L’incontro tra Slovenia, Croazia e Italia, finalmente è arrivato a sancire ufficialmente la fine di una situazione di confine ingarbugliata da anni. Bene ha fatto, pertanto, il nostro Presidente Napolitano a presenziare a quell’atto dovuto alla Storia.
Ma a titolo di commento amaro, c’è da sottolineare che l’Italia è sempre quella che, internazionalmente, alla fine di un qualsiasi avvenimento sia guerresco che politico, a posteriori, ci rimette sempre a tavolino.
Dopo la “vittoria rubata” della prima guerra mondiale, questa volta la “pace rubata” parte da Osimo dove, nel ’75, il sottaciuto “Trattato” fu firmato tra Italia e Jugoslavia, caldeggiato dall’allora PCI che costrinse il governo Moro a cedere la zona “B” istriana all’amico Tito, in contropartita di un tacito sostegno allo stesso governo. (e finalmente ottennero quello che volevano fin dal 1945).
Fino a quell’anno, infatti, l’Istria era territorialmente ancora italiana, anche se amministrata in “via temporanea” dalla Jugoslavia. L’Italia si accontentò solo di qualche promessa a favore degli esuli, ma una volta definito l’abbandono (denunciato come un Atto di tradimento contro la Nazione), la Jugoslavia arrivò a vietare “solo” agli italiani di acquistare immobili e terre!

Nel trattato, però, Tito accettò una clausola: l’Istria sarebbe stata indivisibile, pena il decadimento dell’accordo stesso. Certo, il Maresciallo non immaginava una frammentazione federale postuma, ma l’Istria è stata divisa tra Slovenia e Croazia e quindi vi sarebbero state tutte le premesse per sollevare un’’istanza di revisione internazionale. Potrebbe sembrare non attuale, oggi, in tempi d’Europa Unita, riparlare di un vecchio Trattato del ’75, ma sta di fatto che c’’è e proprio noi, italiani, non dobbiamo aver paura di nominarlo, proprio perché siamo noi a volerlo superare, esigendo però, almeno,  rispetto dall’’altra parte e quanto meno non diffidenza o ritorsioni psicologiche… (come per esempio, al rovescio, in Alto Adige). Se poi dicessero, i confinanti, che non riconoscono Osimo, in quanto firmato con  la Jugoslavia, allora non sarebbe valido nessun trattato post-bellico imposto da quei presuntuosi alleati anglofoni e torneremmo alla Serenissima Venezia, dove comandava il commercio…

Magistratura 1

Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo, Gerardo D’Ambrosio e Antonio Di Pietro
Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo, Gerardo D’Ambrosio e Antonio Di Pietro

Ma com’è venuto ai DS di mettere come candidato al Parlamento uno come Gerardo D’Ambrosio ?
Hanno dimenticato chi è ?
Precisamente quello che nel 2001-2002, denunciato da Stefano Surace per abuso di potere ed altro, appena qualche ora dopo che il celebre giornalista al vetriolo italo-francese aveva depositata personalmente la denuncia lo fece arrestare e rinchiudere abusivamente nel carcere di Poggioreale ? E poi isolare in un carcere di « alta sicurezza » nelle montagne dell’Irpinia ? Con la complicità di un altro magistrato altrettanto « specchiato », Alfredo Ormanni, poi sospeso dalle funzioni e dallo stipendio dal Consiglio superiore della magistratura e infine radiato per indegnità…
E siccome non aveva trovato il minimo appiglio per mettere in carcere “legalmente” Surace, data l’adamantina onestà di questo « enfant terrible » del giornlismo europeo, che aveva fatto il D’Ambrosio ? Aveva inventato ufficialmente una condanna “definitiva e esecutiva” per… traffico di droga !!!
Mentre non solo una tale condanna non era mai stata emessa, ma Surace non era mai stato mininimamente accusato di cose del genere…
E così il caso Tortora diventava, al confronto, uno scherzetto da asilo infantile. E quando venne fuori l’imbroglio che fece il D’Ambrosio, invece di affrettarsi a liberare Surace ?
Per « giustificare » comunque quell’incarcerazione abusiva, addusse quattro articoli di Surace pubblicati… oltre 30 anni prima ! Per i quali erano stati erogate, oltre 20 anni prima, quattro condanne per pretesa diffamazione a mezzo stampa, indicate come « definitive ed esecutive » mentre erano nulle, e comunque non definitive poiché fra l’altro emesse in sua assenza. Secondo quanto sancito con estrema chiarezza, per condanne emesse in assenza dell’accusato, dalla Corte Costituzionale, dalla Corte di Cassazione italiane, in linea con la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.
Stando così le cose, per far uscire Surace di galera ci volle la reazione massiccia dei media del mondo intero, dei politici e intellettuali di ogni orientamento e degli organismi rappresentativi dei giornalisti. Perfino la vice direttrice del carcere milanese di Opera, non sentendosela di essere coinvolta in quella detenzione insensata che oltretutto metteva l’intero suo carcere in un’agitazione esplosiva, pretese perentoriamente e pubblicamente, da chi di dovere, che lo si scarcerasse. Insomma questo exploit del D’Ambrosio si risolse in un vero disastro per l’intera magistratura italiana, che si trovò di colpo investita da una autetica bufera su scala mondiale da cui non si è più rialzata, trovandosi squalificata e delegittimata di fronte al mondo intero. Col terribile risultato, fra l’altro, che solo l’8 per cento degli Italiani ha dichiarato di averne fiducia. Se l’era presa con Surace…E non c’è da sorprendersi, visto che Surace da quasi mezzo secolo fa onore all’Italia anche all’estero : intellettuale e filantropo dalle innumerevoli battaglie civili nelle quali non ha mai esitando ad esporsi in prima persona. Un eroe civile, come più volte sottolineato anche dalla stampa italiana. Tanto per fare una citazione fra le tante, il quotidiano «Il Giorno » ebbe a scrivere il 7 agosto 2002: “Anche in Italia Surace non veniva dimenticato: sia il ‘Corriere della Sera’ che il settimanale ‘Vie Nuove’, sia i colleghi della stampa napoletana lo definirono ‘un eroe civile, un maitre à penser non violento ma micidiale quando si tratta di difendere la libertà e i diritti civili’ “. La Corte d’appello di Napoli, presieduta da un magistrato insigne come sembra se ne sia perduta la razza in Italia, Vincenzo Schiano di Colella Lavina, tenne a sottolineare, in una sentenza confermata dalla Cassazione, “i motivi di alto valore sociale delle attività di Surace, i riconoscimenti ottenuti”. Fra i quali riconoscimenti, innumerevoli e provenienti da mezzo mondo, ci limitiamo a ricordare che è stato decorato da Jacques Chirac per i suoi “meriti di giornalista, scrittore, maestro di arti marziali di rinomanza mondiale, educatore dei giovani e creatore di campioni”. D’altronde la giustizia italiana si è da tempo resa famosa in Europa per i colpi dolorosi che questo « enfant terrible » de giornalismo europeo le assesta da quasi mezzo secolo. Il primo fu negli anni 60 allorché Surace denunciò che in Italia bastava presentare una denuncia contro un magistrato per ritrovarsi subito in manicomio, bollato a vita come “folle”, senza un pubblico processo. Il che permetteva a certi magistrati piena impunità per abusi senza fine. (vi ricordate della magistratura in URSS?). La sua campagna durò ben tre anni, e terminò solo quando il Parlamento varò una radicale riforma nel settore, la famosa legge Mariotti. Il ministro Mariotti dichiarò al riguardo : « Dobbiamo essere riconoscenti al giornalista Stefano Surace e a tutta la stampa italiana he ha saputo mobilitare, per aver dato un impulso decisivo alla riforma. Diciamo che è stata quasi una ribellione contro una realtà che era divenuta insopportabile ». E finì la pacchia per certi magistrati. E non solo per essi. Altro brutto colpo fu la campagna di Surace sugli abusi carcerari, divenuta anch’essa leggendaria. Nel corso della quale riuscì ad entrare ben 18 volte, per pochi giorni, in nove galere – in un’epoca in cui per un giornalista entrare in un carcere per farci un’inchiesta era pura utopia – grazie all’espediente di prendere la direzione di un settimanale vagamente erotico e così attirarsi puntualmente ordini di cattura in serie (allora era così). E a seguito di quella campagna saltarono in serie teste di magistrati e direttori di carceri, e Surace la terminò solo quando venne varata una profonda riforma penitenziaria. Altro duro colpo fu quando Surace denunciò che il Procuratore della repubblica di Monza, il suo braccio destro e il Presidente di quel tribunale favoreggiavano certi grandi evasori fiscali su prodotti petroliferi. I tre magistrati furono incriminati e, dopo lunga e tormentata istruttoria fra Torino e Brescia, riuscirono infine a cavarsela per il rotto della cuffia : i loro colleghi incaricati di giudicarli ebbero infatti la bontà di ritenere che i tre avevano, sì, commesso i fatti, ma senza troppo rendersene conto : per…« mera sprovvedutezza » (testuale). Così i tre evitarono la condanna, anche se dovettero mettere una pietra sopra a certe loro ambizioni di carriera… E scoppiò il famoso « scandalo dei petroli in Italia », in cui furono poi condannati il comandante in capo della guardia di finanza, il suo braccio destro e una serie di personaggi “molto in alto”. La giustizia in dicotomia… Tutto questo ebbe a produrre una specie di dicotomia nella magistratura, nei confronti di Surace. Parte dei magistrati non nascondevano la loro ammirazione per « questo intellettuale davvero speciale » la cui attività definivano, anche nelle sentenze che lo riguardavano, di alto valore civile e sociale. Mauro Gresti ad esempio, Procuratore generale di Milano, ebbe a dichiarare pubblicamente: « Un giornalista come Surace non può che avere tutta la mia stima ». Altri invece non sembravano che sognare di metterlo in galera fino alla fine dei suoi giorni.Così, quando poi Surace, a metà degli anni 70, si trasferì in Francia (prima in Costa Azzurra e poi a Parigi) questi ultimi ritennero di poter approfittare della sua assenza dal Bel Paese per potergli scagliare finalmente una valanga di condanne. Arrivando ad attribuirgli condanne per pretesi reati a mezzo stampa per un totale di oltre… 18 anni di galera !Fu così che Surace conseguì il record mondiale assoluto di condanne per tale tipo di reati. Dopodiché certe italiche “autorità” chiesero alla Francia la sua estradizione, ma ne ricevettero uno smacco esemplare, di fronte all’opinione pubblica internazionale. San Vittore e Saint Tropez…Le autorità francesi infatti non presero nella minima considerazione la richiesta, stimando “inesistenti” tutte quelle condanne, in quanto emesse e dichiarate definitive in assenza dell’imputato (cioè, come suol dirsi, in contumacia). Cosa che in Francia, come in tutti gli altri paesi civili, non è ammesso. Non solo, ma a Parigi Surace venne coperto di onori, venendo perfino decorato da Jacques Chirac. Mentre nei corridoi del Tribunale di Milano circolavano, fra i magistrati suoi supporters, battute del tipo : “Lo volevano mandare a San Vittore, e invece se n’è andato a Saint Tropez” . Oppure : “Lo volevano a Porto Azzurro, ma se n’è andato in Costa Azzurra ». Insomma la vergogna per l’Ital
ia fu tale che a un certo punto i suoi « uffici competenti » non trovarono di meglio che smetterla con quelle loro sfortunate richieste di farlo estradare, per non continuare a coprire di ridicolo se stessi e il Bel Paese. Altro duro colpo Surace lo assestò quando tutto ciò attirò sull’Italia l’attenzione della Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo (che fino a quel momento non condannava praticamente mai il Bel Paese, condizionata com’era dal mito di “culla del diritto” che tuttora resisteva all’estero mentre in realtà ne era divenuta la tomba). Contattato da esperti di detta Corte, Surace passò loro un dossier che dettagliava la reale situazione della giustizia in Italia. Dopodiché la Corte europea cominciò bruscamente ad emettere condanne contro l’Italia, che in breve divenne di gran lunga la più condannata fra le 43 nazioni firmatarie della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Fino all’attuale imbattibile record di una condanna al giorno in media. Comportamento criminale…E in tutto ciò ora se ne veniva questo D’Ambrosio con la sua pretesa di metterlo in galera… Succede quando in un « magistrato » al cretinismo si aggiunge il delinquenziale. E in effetti Surace, felicemente sfuggito, da par suo e sulle ali dell’indignazione generale, alle volenterose mene di costui, in una celebre conferenza stampa che tenne a Parigi nella sede di Reporters sans Frontières dinanzi alla stampa internazionale, definì a chiare lettere costui e gli altri magistrati implicati nella faccenda « elementi a caratteristiche criminali ». E in particolarte il D’Ambrosio, restato letteralmente con le pive nel sacco, « criminale sfortunato ». L’agenzia di stampa americana “Associated Press” titolò il proprio dettagliato resoconto su quell’incontro “Il j’accuse di Stefano Surace contro la giustizia italiana”; e l’italiana Ansa “Surace da Parigi dichiara guerra a certa giustizia”. L’autorevole quotidiano francese “Le Monde” ebbe parole durissime, in prima pagina, sulla sua incarcerazione e sul funzionamento esecrabile della giustizia italiana, seguito da “Le Figaro” e da tutti gli altri quotidiani francesi, grandi e piccoli. Il quotidiano inglese “The Guardian” definì “giustizia criminale” quella italiana, definendo Surace “versione italiana dell’affare Dreyfus”. E vi si aggiunsero quotidiani di un pò di tutti i Paesi: in Belgio “Le Soir”, in Spagna “El Pais”… e perfino in Turchia e nel Bangla Desh. Appena una settimana dopo questa sua conferenza, Reporters sans frontières classificò l’Italia, quanto a libertà di stampa, al 40° posto nel mondo (al quarantunesimo c’era il Gana) basandosi in massima parte sul caso Surace e su quanto da esso rivelato. In seguito la passò addirittura al 53° posto, dietro Gana, Nabibia e Benin. Insomma, certa magistratura italiana, grazie al D’Ambrosio, ebbe a subire da Surace una bruciante lezione di fronte al mondo intero. E pensare che il D’Ambrosio aveva « ordinato » di isolarlo da tutti, in quel carceretto di alta sicurezza fra la montagne dell’Irpinia… Mica male come risultato.La « dottrina Surace »Fra l’altro Surace aveva dichiarato, in quella conferenza stampa, « Bisogna trattare certa magistratura italiana per quella che è, senza falsi rispetti formali. Il pubblico deve sapere, per potersi regolare, chi sono realmente certi personaggi a caratteristiche criminali che, camuffati da magistrati, hanno coperto di vergogna la nostra giustizia e l’intero Paese ».Era la prima volta che qualcuno usava pubblicamente termini del genere su certa giustizia italiana… sicché Surace fece scuola. Si parlò di « dottrina Surace » su certa magistratura italiana. Dottrina che non tardò evidentemente a diffondersi visto che in seguito, per esempio, addirittura il capo del governo italiano Silvio Berlusconi dichiarò pubblicamente che certi magistrati italiani sono “criminali”, altri “folli”, “affetti da turbe psichiche”, “mentalmente disturbati”, un vero “cancro da estirpare” e così via. E l’ex presidente della repubblica Francesco Cossiga presentò un disegno di legge che prevedeva che qualunque magistrato può essere sottoposto a “un esame psichiatrico e psico-attitudinale” su iniziativa del Ministro della giustizia, del Consiglio superiore della magistratura, del Procuratore generale presso la Corte di Cassazione o di un Procuratore generale presso una qualunque Corte d’Appello.Berlusconi e il suo errore colossaleOra, si sa che Berlusconi aveva un problema grosso come una montagna : da quando si era messo in politica, si era trovato sommerso da valaghe di processi di ogni tipo.Processi che avevano attirato su di lui automaticamente la diffidenza degli osservatori stranieri e dunque della stampa internazionale che, abituati a considerare la magistratura, nei loro paesi, come una cosa seria, pensavano che anche quella italiana fosse così. Ma in tutto ciò Berlusconi veniva ora ad avere, col caso Surace, l’incredibile fortuna, da vero nato con la camicia com’è reputato, di poter dimostrare in modo inconfutabile l’inattendibilità, e addirittura l’indegnità, dei magistrati della Procura di Milano che lo perseguivano. Gli bastava infatti far notare il semplice ma micidiale dettaglio che costoro erano proprio gli stessi che, col loro comportamento nettamente criminale, avevano dato luogo allo scandalo Surace. Ciò avrebbe aperto immediatamente gli occhi alla stampa mondiale che, nell’occuparsi di quello scandalo, si era scagliata con particolare durezza proprio contro quei magistrati, e dunque avrebbe considerato ben più favorevolmente la posizione di Berlusconi. E invece il Berlusconi, che pure non è certo uno sprovveduto, in quel caso si comportò da autentico coglione, visto che non seppe afferrare al volo quell’insperata « chance », vera « arma assoluta » di cui aveva avuto la ventura di poter disporre da vero nato, appunto, con la camicia…E la conseguenza di quella sua dabbenaggine fu che si trovò addosso massicciamente tutti i più autorevoli organi di stampa esteri (dal Financial Times al Guardian, al Times, a Le Monde, all’Observateur, Die Zeit, , Los Angeles Times, El Pais, Le Point… tanto per citarne solo alcuni) oltre a quelli italiani. E così non gli restò che avventurarsi su strade – come quella di farsi fare leggi che si prestavano ad essere definite « ad personam » – rivelatesi semplicemente disastrose, avendogli attirato contro ancor più praticamente l’intera opinione mondiale. Il Pierino disceso dalla luna…Questo di Berlusconi fu dunque un errore semplicemente macroscopico. Ma non a caso è nato con la camicia… Infatti quel suo errore si trova ora, sia pure in piccola parte, bilanciato da un altro errore colossale, stavolta dei DS… col candidare al Parlamento italiano né più né meno che il D’Ambrosio ! E il più bello è che Piero Fassino, di fronte alle reazioni stupefatte proprio dei suoi seguaci, si è dato ad esclamare candidamente, al circolo della stampa di Milano : «Ma di cosa si deve vergognare D’Ambrosio? ». Proprio come se il Pierino fosse appena disceso dalla luna… Vuoi vede che Fassino è diventato la conferma vivente del celebre detto italico: “Tanto sei lungo, tanto sei fesso” ?

Affare da seguire…

Articolo ripreso da http://aznews.free.fr/sommariosempl.htm