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Espellere i clandestiti non può che far del bene alla nazione

islamska hastenOslo Local News reports violent crime has decreased by 31 per cent after a record number of immigrants were deported by Norwegian authorities. The National Police Immigration Service of Norway, Politiets Utlendingsenhet (PU), deported a record 824 people in October. The previous record was set in the previous month when 763 people were deported.

PU believes the reason for the decrease in crime is more resources and more staff. It has also become easier for Norwegian authorities to deport people back to Afghanistan, Iran, Iraq and Nigeria.

Kristin Kvigne, head of PU, said, “This month helps us reach our anticipated figure for this year.”

The centre-right government of Iron Erna has predicted that 7,100 people will be deported in 2014. At the end of October, PU had so far deported 5,876 immigrants. A percentage of those deported in 2014 were asylum seekers who had their applications for continued asylum rejected. They were then deported along with their families.

The majority of deportees, however, had committed crimes or had returned illegally to Norway after already having been deported.

Immigrazione e Svezia 3

130520_husby.jpgAncora disordini in Svezia che ormai è accertato non è più quel paradiso che era una volta. La politica d’immigrazione dei governi di sinistra ha ormai distrutto il tessuto sociale della nazione “esempio” dell’integrazione.
Tutto ha funzionato bene fino al momento in cui la popolazione di una certa religione non ha raggiunto la massa critica del 6%. Svedesi naturalizzati ai quali è stata data la cittadinanza, adesso impongono il loro volere religioso con la violenza.

In “Immigrazione e Svezia” ed in “Immigrazione e Svezia 2” abbiamo affrontato i problemi che l’immigrazione ha creato alla nazione considerata tra le più avanzate al mondo, un modello per tutto l’occidente.
Oggi parliamo di Husby. Nessuno di voi sa cosè. Husby è un quartiere a nord di Stoccolma che col tempo si è riempito d’immigrati, rifugiati politici e tutta una sequela di feccia proveniente dalle nazioni in guerra e da quelle della cosidetta “primavera araba”.
Indovinate cosa c’è d’mportante ad Husby? Ce lo dice su youtube Eng. Abdullahi A. Yusuf :
http://youtu.be/1vApsHz7R3Y
Veniamo ai fatti.
Come riportato da un giornale locale “Husby the local” il giorno 14 un signore con un machete ha affrontato la polizia locale che è stata costretta ad abbatterlo. Quindi una settimana fà accade un fatto di sangue nel quale un’immigrato viene ucciso per cause ancora da chiarire. Ma agli abitanti di Husby è chiarissimo : la polizia “bianca” ha ucciso un’immigrato certamente non alto biondo e con gli occhi azzurri come la polizia stessa ammette.
Oggi, 20 Maggio 2013 si scatena la reazione della popolazione oppressa dai bianchi razzisti :
http://youtu.be/Dlb6tSll9A0

Questo è l’imam di Husby. Parliamo di terza generazione : ascoltate attentamente in che lingua parlano.

Benvenuti in Eurabia!

Il modello svedese è decisamente in crisi. Punto di riferimento nel mondo per la giustizia sociale, l’ordine e l’alto livello di ricchezza, la Svezia è lungi dall’essere il bengodi di cui si continua a pensare. Primo paese industrializzato per percentuale di immigrati (15%) e quarto nel mondo sviluppato per presenze straniere in valore assoluto, ha un tasso di disoccupazione tra gli svedesi del 6%, ma tra gli immigrati raggiunge il 16%. Come si può notare quando si vive di solo sussidi dello stato la disoccupazione è dilagante. Il fenomeno è tanto più evidente in Svezia a causa della politica di sostegno agli immigrati che drena risorse alla nazione a discapito degli autoctoni.
Ciò che colpisce è la mancata integrazione della popolazione straniera, su cui incide una disoccupazione pari a quasi tre volte tanto che sui nativi svedesi.
La rivolta di Husby, poi, mette in evidenza la crisi di un modello di apertura agli altri, diventato insostenibile a tutti gli effetti. E quando manca un anno dalle elezioni politiche, il Partito dei democratici svedesi, formazione dai toni anti-immigrazione, viaggerebbe al terzo posto nei sondaggi.

4° giorno di disordini

Stoccolma, 23 mag. (TMNews) – La polizia di Stoccolma ha chiesto rinforzi, mentre nelle capitale svedese si profila una quinta notte di rivolte nelle periferie a forte concentrazione di immigrati, dove in questi giorni sono state bruciate auto e attaccate stazioni delle forze dell’ordine.
I disordini, che hanno deteriorato l’immagine di nazione pacifica ed egualitaria di cui la Svezia godeva all’estero, hanno scatenato un dibattito nel Paese sull’integrazione degli immigrati, che formano il 15 per cento della popolazione.
Molti degli immigrati che arrivano nel Paese grazie alla generosa politica sui rifugiati, faticano a imparare la lingua e trovare un impiego malgrado i numerosi programmi predisposti dal governo.
Oggi la polizia ha annunciato che chiederà rinforzi da altre parti del Paese, perchè l’allerta è sempre alta e si prevede che la situazione non sia destinata a migliorare a breve. I vigili del fuoco hanno raccontato di essere stati chiamati per novanta diversi incendi nel corso della notte, la maggior parte dei quali causati dai rivoltosi.
All’alba di oggi, la locale stazione di polizia nel distretto di Kista, vicino alla periferia di Husby dove domenica notte erano scoppiati i primi disordini, è stata bersaglio di una sassaiola. Massi sono stati inoltre lanciati contro due centrali di polizia nel sud di Stoccolma; nella periferia sud di Skogaas, un ristorante ha riportato ingenti danni dopo essere stato dato alle fiamme.

Immigrazione e Svezia

Tutti noi conoscevamo la Svezia come un paradiso terrestre. Una nazione che per oltre un secolo non ha partecipato a guerre. Una nazione con la migliore assistenza sociale, scuole, diritto del cittadino, col maggior rispetto per tutte le etnie e culture …
La gente stava bene, la nazione è accogliente e col tempo è diventata anche multiculturale. Negli ultimi anni l’immigrazione musulmana è stata uguale a quella dell’USA e del Canada messi assieme.

Islam in Sweden

Bene, adesso la Svezia, gli svedesi, stanno raccogliendo i frutti della loro benevolenza.The number of ghettos (a phenomenon that until recently was unheard of in wealthy and egalitarian Scandinavian nations) has been increasing explosively. 14 years ago, there were only 3 such areas in all of Sweden. Today, there are 136. “Ghettos” are here defined as areas where fewer than 60% of the adult population are working, where few people vote and where school results are significantly below national minimum requirements. Integration spokesman for Folkpartiet, Mauricio Roias, is afraid that if nothing is done about the situation, these quarters will “break loose”, and that “people might get shot”What Roias isn’t saying is that people ALREADY “get shot”, and stabbed, and mugged, and raped and get stones thrown at them in Sweden’s suburbs. The latest fad right now seems to be putting fire to schools, as quite a few school buildings have burnt down from suspected arson recently.SWEDEN IS NOW SO POPULATED WITH MUSLIMS UNDER THEIR LIBERAL LAW THAT VIOLENCE IS RAMPENT. SWEDES ARE TOO SCARED TO GO TO OR NEAR MUSLIM TOWNS. LOCALS ARE BEING BEATEN ON A DAILY BASIS. IN ONE SCHOOL ONLY 2 SWEDISH KIDS ARE ENROLLED. THE LAW IS ABOUT TO BE CHANGED.

Daniel sgozzato
Daniel sgozzato

Daniel Wreström

Four years ago 17-year-old nationalist Daniel Wreström was brutally murdered by a gang of seven muslims immigrants who battered him for a long time before jumping on his head and cutting his throat.He was on his way home from a party, drunk and unable to defend himself. The purpetrators got off with a light sentence. The heinous deed caused an outrage among Swedish nationalists who in short notice summoned well over 1000 people to march in honor of his memory. The march has become an annual event in protest of the anti-White violence in Swedish society. The killer, Khaled Odeh, was sentenced for manslaughter to psychiatric care since the court came to the conclusion that he suffered from temporary insanity when he committed the crime. When the verdict is formulated this way it is not unusual that the convicted is declared healthy after about a year and is released. Only six of his companions were prosecuted. Three of them were sentenced to forty hours of community service and contact with the social services. Two of those remaining were ordered to pay 1800 Swedish crowns (about 200 Euros) in fines and the last one was released on parole and ordered to pay 1800 crowns in fines. Is a Swedish boy’s life worth that little? Less than a speeding ticket?
The problem is that Mass Media and their coverage only contribute to the tension between nationalistic Swedes and muslim immigrants. They either don’t report at all or report only what they consider is a “politically correct info”. Too much political correctness could alienate people and could spark distrust between the people and the government. Murder is murder and why they got off so easily?
Hiding a growing problem is not an answer, society must face the problem and avoid the violence, otherwise it will grow into something much bigger.
Here a list of the victims, in Sweden, of the religion of peace

Rape and unveiled woman
Ragazza violentata perchè non portava il velo

Malin and Amanda

Swedish girls Malin and Amanda were on their way to a party on New Year’s Eve when they were assaulted, raped and beaten half to death by four Somali immigrants. Sweden’s largest newspaper has presented the perpetrators as “two men from Sweden, one from Finland and one from Somalia”, a testimony as to how bad the informal censorship is in stories related to immigration in Sweden. Similar incidents are reported with shocking frequency, to the point where some observers fear that law and order is completely breaking down in the country. The number of rape charges in Sweden has tripled in just above twenty years. Rape cases involving children under the age of 15 are six – 6 – times as common today as they were a generation ago. Most other kinds of violent crime have rapidly increased, too. Instability is spreading to most urban and suburban areas.
According to a new study from the Crime Prevention Council, Brå, it is four times more likely that a known rapist is born abroad, compared to persons born in Sweden. Resident aliens from Algeria, Libya, Morocco and Tunisia dominate the group of rape suspects. According to these statistics, almost half of all perpetrators are immigrants. In Norway and Denmark, we know that non-Western immigrants, which frequently means Muslims, are grossly overrepresented on rape statistics. In Oslo, Norway, immigrants were involved in two out of three rape charges in 2001. The numbers in Denmark were the same, and even higher in the city of Copenhagen with three out of four rape charges. Sweden has a larger immigrant, including Muslim, population than any other country in northern Europe. The numbers there are likely to be at least as bad as with its Scandinavian neighbors. The actual number is thus probably even higher than what the authorities are reporting now, as it doesn’t include second generation immigrants. Lawyer Ann Christine Hjelm, who has investigated violent crimes in Svea high court, found that 85 per cent of the convicted rapists were born on foreign soil or by foreign parents. Continue reading here

Swede whore!” She was beaten by 20 immigrants

Sweden capital of crime

Just as the US, mass unskilled immigration has turned this once beautiful country into a third world cesspool.So much for tall blond blue eyed Scandinavian.

What Muslim Immigration Has Done to Sweden

March 23, 2009

A few years ago, the extreme leftist Guardian newspaper called Sweden the most successful society the world has ever known. But Sweden today is being transformed by a large influx of immigrants from the Middle East.
This report, first published on CBN.com, has the details:
Sweden’s third largest city, Malmö, sits just across the water from Copenhagen, Denmark. To visitors, Malmö seems quiet, nice, maybe a little boring; in other words, quintessentially Swedish. But under the surface, Malmö has serious problems.
On Saturday when Israel played Sweden in a Davis cup tennis match in Malmö, an estimated 6,000 Leftists, Arabs, Muslims and anarchists protested the Israeli presence in the city, and hundreds attacked police.
Almost no fans were allowed inside to watch the tennis series, because authorities feared disruptions or possible violence against the Israeli team.

Massive immigration has made Malmö today one quarter Muslim, and stands to transform it into a Muslim majority city within just a few decades.
One of the most popular baby names is not Sven, but Mohammed. Pork has been taken off some school menus. Want to learn to drive? You can attend Malmö’s own “Jihad Driving School.”
But despite Malmö’s usually placid appearance, this experiment in multiculturalism has not gone well. In the Rosengaard section of Malmö, a housing project made up primarily of immigrants, fire and emergency workers will no longer enter without police protection.
Unemployment in Rosengaard is reported to be 70 percent. An immigrant-fuelled crime wave affects one of every three Malmö families each year. The number of rapes has tripled in 20 years.
But Malmö has been so accommodating toward immigrant Muslims that a local Muslim politician, Adly Abu Hajar, has declared that “The best Islamic state is Sweden!”
Don’t ask Malmö’s Jews to give the city the same glowing assessment. Jews who dare walk the streets wearing their yarmulkes risk being beaten up.
“It’s true. Jews cannot walk the streets of Malmö and show that they’re Jews,” said Lars Hedegaard.
Hedegaard lives across the water from Malmö in Copenhagen, Denmark, where he was a columnist for one of Denmark’s largest newspapers. He says pro-Israel demonstrations in Malmö, like the ones during the fighting in Gaza earlier this year, were met with rocks, bottles and pipe bombs from Arabs and Leftists.
“I was there for demonstration; a pro-Israeli demonstration with about 400 or 500 people,” Hedegaard told CBN News. “Jews and non-Jews, and I came over to cover it. The police allowed, I’d say a hundred Palestinians or Arabs to shout and threaten and throw bombs and rockets at us. A homemade bomb landed about ten yards from me, and went off with a big bang. And now of course, I thought the police were going to jump these guys, get them out of the way. They didn’t. They just let them stand there.

leftist and muslims
leftist and muslims

Swede Ted Ekeroth helped film the Arab-Left counter-demonstrations. He saw Arabs throwing rocks at a 90-year-old holocaust survivor.
“I filmed the police chief and asked him why are they not reacting to this,” Ekeroth said. “Why are they not doing anything? And he simply answered, ‘It’s their right according to the Swedish constitution.’ We apparently did not have the same right, because we were forced out of there. Our manifestation for Israel is always peaceful, and theirs is always the quite opposite — Death, hate and killing of Jews. They come and they shout different slogans,” he continued. “It can be everything from Arabic slogans inciting killing of Jews to in Swedish and Danish, ‘Kill the Jews.’
And like all over the Western world, some on the Left, along with Arabs and Muslims and anarchists, have formed a political alliance against Israel and Jews. They demonstrate together, and in Sweden, they vote together. Muslims are a core constituency of the Left.
The immigrant issue is a big reason the right-wing Swedish Democrats are the fastest growing political party in the country. Matthias Karlsson is the Swedish Democrats’ Press Secretary. “In many parts of Sweden, people are, as I said, fed up,” Karlsson said. “And they’re being pushed too far and they want to make a stand.” Swedish Democrats, who stand for traditional Christian values and limits on immigration, have been stigmatized by the Swedish media as fascist and bigoted. Erik Almqvuist is national youth leader for the Swedish Democrats. “The media has tried to portray us as extremists, racists,” he said. “People think we’re almost inhuman.” Almqvuist faces regular death threats, and was almost killed recently in a Left-wing knife attack.
“The multicultural model in Sweden has polarized society,” Almqvuist explained. ”We have a political polarization. We have also an ethnic polarization. And the extremes are growing and it’s harder and harder to get to consensus.”
Hedegaard says as Malmö goes, so goes the rest of Sweden.
“I think the best prediction is that Sweden will have a Muslim majority by 2049, so we know where that country’s going,” he said.
CBN News was unable to get a response from Malmö’s mayor, Ilmar Reepalu. But he told a Swedish publication that he does not think anti-Semitism is greater in Malmö than in other Swedish cities, and said that harassment of Jews is “not good.”
CBN News also asked a number of Malmö Jewish leaders to appear on camera to discuss the climate of anti-Semitism. They all declined, with one saying it would only make the situation worse.

Immigrants commit 75% of the crimes in Sweden

Il contenzioso per la palestina e la politica USA

Le recenti elezioni politiche nell’Autorità nazionale palestinese, che hanno visto la netta affermazione del gruppo oltranzista Hamas, stanno producendo conseguenze importanti a livello internazionale. L’amministrazione Bush ha invitato le aziende statunitensi a non avere alcun rapporto col governo dell’Anp, fino a quando Hamas non avrà “riconosciuto Israele e rinunciato esplicitamente alla lotta armata”. Sulla scia dell’azione statunitense, pure l’Unione Europea ha assunto un atteggiamento di assoluta fermezza nei confronti del nuovo esecutivo dell’Anp. L’inasprimento dei rapporti tra la Casa Bianca e l’Autorità nazionale palestinese rappresenta un brusco passo indietro. Da molti anni, infatti, gli Usa avevano intrattenuto relazioni ufficiali coi rappresentanti del popolo palestinese. In particolare, Usa e Anp avevano intrattenuto rapporti piuttosto cordiali durante le due amministrazioni Clinton. A partire dalla seconda metà anni 70 gli Stati Uniti compresero che ogni iniziativa in Medio Oriente avrebbe dovuto tenere in conto la questione della Palestina e del popolo palestinese. Questo fu il senso di un documento redatto nel 1976 da Harold Saunders, assistente per il Medio Oriente di Henry Kissinger, segretario di Stato dell’allora presidente Gerald Ford. Da quel momento tutti i presidenti americani, fino ad allora attenti solo agli interessi di Israele, adottarono una politica diversa, che condusse ad avviare rapporti con l’Olp di Arafat, rappresentante ufficiale dei palestinesi. Fu così per Jimmy Carter, vittorioso alle presidenziali del 1976 contro Ford, che attuò una politica molto attenta alle esigenze dei palestinesi. La scelta di una posizione equilibrata fu seguita anche dalle amministrazioni repubblicane di Ronald Reagan (1981-1988) e di George Bush sr. (1989-1992). La politica verso il contenzioso per la Palestina adottata da Bill Clinton, successore di Bush sr., seguì la strada tracciata dai suoi predecessori. Clinton voleva essere i mediatore che conduceva Israele e Olp verso traguardi storici, ma i suoi piani furono vanificati dall’avvio dei negoziati diretti fra israeliani e palestinesi, che si svolsero ad Oslo nell’estate del 1993. La Casa Bianca fu colta di sorpresa. Solo a cose fatte fu permesso l’intervento americano. Gli Usa non furono niente più che cerimonieri della firma degli accordi, avvenuta il 13 settembre 1993 a Washington alla Casa Bianca. Nel periodo immediatamente successivo al trattato di Washington, la Casa Bianca e il dipartimento di Stato restarono defilati rispetto alle iniziative di Rabin e Arafat, che siglarono nel 1994 nuove intese, miranti a dare valore alla Dichiarazioni di Principi firmata a Washington. Si ricordano i patti sottoscritti al Cairo (4 maggio), quello per il trasferimento di sovranità delle aree di Gerico e Gaza all’Anp, firmato al valico Erez il 29 agosto. Washington parve riprendere il controllo della situazione nel 1995. Il 28 settembre di quell’anno alla Casa Bianca si ebbe la firma dell’accordo Oslo II fra Israele e Anp. A tale evento, oltre a Rabin e ad Arafat, furono presenti anche il presidente egiziano Mubarak e re Hussein di Giordania. Stavolta la scelta della Casa Bianca come luogo per la firma valeva qualcosa di più rispetto al settembre 1993. L’amministrazione Clinton pareva avere recuperato la leadership come artefice del processo di pace israelo-palestinese. Il momento di grazia fu suggellato dall’intesa che fu stipulata fra Yossi Beilin e Mahmoud Abbas (Abu Mazen), i due architetti degli accordi di Oslo. Il patto, siglato il 31 ottobre 1995, prevedeva una soluzione definitiva della questione di Gerusalemme, che sarebbe stata divisa in due submunicipalità (una ebrea e una araba) attribuendo uno status speciale alla zona orientale, dove si trovano i luoghi santi. L’intesa fra Beilin e Abu Mazen poteva rappresentare la soluzione definitiva del contenzioso ma, come spesso accade, il sogno si infranse per l’insorgere di fatti imprevisti. L’illusione di una pace duratura svanì il 4 novembre 1995, quando fu il premier israeliano Ytzhak Rabin fu ucciso per mano di un estremista ebreo. La morte di Rabin sconvolse i piani di Washington. La presenza di Rabin, un premier che aiutava a risolvere i problemi piuttosto che crearne di nuovi, aveva consentito agli americani di adottare una politica equilibrata in Medio Oriente. La scomparsa del leader israeliano creava un vuoto assai difficile da colmare. Shimon Peres, che assunse le redini del governo in Israele, non ebbe il coraggio di intraprendere azioni decise per far avanzare il processo di pace, preferendo attendere l’esito delle elezioni nel paese ebraico, indette per il 29 maggio 1996. L’esito della consultazione elettorale in Israele segnò una brusca inversione di tendenza per il processo negoziale. Peres fu sconfitto da Benjamin Nethanyahu, il candidato della destra nazionalista che aveva condotto una campagna elettorale con lo slogan “pace nella sicurezza”. Fu un duro colpo per Clinton, che appena un mese prima aveva siglato un accordo di cooperazione con Peres per la lotta contro il terrorismo internazionale. I timori emersi per il cambio al vertice in Israele trovarono immediata conferma in settembre, quando Nethanyahu decise di aprire una seconda uscita al tunnel archeologico collocato lungo il Muro Occidentale a Gerusalemme. Arafat, da parte sua, soffiò sul fuoco asserendo che ciò era emblematico della volontà del nuovo governo israeliano di egemonizzare Gerusalemme. Ne scaturì una durissima battaglia, che causò oltre settanta morti. Clinton cercò subito di intervenire, convocando Arafat e Nethanyahu alla Casa Bianca. La crisi si placò ma la vicenda del tunnel evidenziò quelli che sarebbero stati gli elementi dominanti degli anni successivi per il contenzioso in Palestina: l’intransigenza di Nethanyahu per Gerusalemme; la compiacenza sottile di Arafat, che approfittava di tali eventi per giustificare azioni violente dei suoi uomini; l’opera di mediazione dell’amministrazione Usa, tanto generosa quanto inefficace. Nonostante il clima sfavorevole Clinton, rieletto presidente nel novembre del 1996, iniziò il suo secondo mandato con grandi ambizioni. Il presidente ribadì la sua intenzione di applicare una posizione equilibrata, senza timore di porre pressione sul governo israeliano. La pressione della Casa Bianca parve sortire un effetto immediato. Il 15 gennaio 1997 Israele e Anp siglarono un accordo per il ritiro israeliano da Hebron. Tuttavia tale intesa, piuttosto che segnare un avanzamento del processo, causò solo danni. Le frange più estreme della destra nazionalista israeliana, che ritenevano Hebron parte integrante della Grande Israele di richiamo biblico, pretesero da Nethanyahu una fermezza ancora maggiore su Gerusalemme. I rapporti fra Nethanyahu e Clinton furono da subito molto difficili. Il premier israeliano ribadì che la sua rigidità era dovuta alla inaffidabilità della controparte: l’Anp di Yasser Arafat. In effetti, i gruppi terroristici palestinesi compirono molti attentati senza che Arafat spendesse una sola parola di condanna per quelle azioni mirate contro civili israeliani, vittime innocenti quanto lo sono stati i tanti palestinesi uccisi dalle rappresaglie dell’esercito d’Israele. L’esecutivo di Nethanyahu si spostò su posizioni ancora più rigide. Il 4 gennaio 1998 si dimise il ministro degli Esteri israeliano David Levy, convinto sostenitore della politica di Madeleine Albright. Levy fu rimpiazzato da Ariel Sharon, all’epoca leader dell’ala più oltranzista, del tutto contrario a negoziare sui territori occupati nel 1967. Clinton cercò di prevenire il deterioramento di una situazione già precaria. La diplomazia americana, guidata dalla signora Madeleine Albright, ricevette l’impulso per un’azione ancora più incisiva in seguito allo scandalo “Sexgate”, emerso in febbraio, che vide coinvolto Clinton a causa delle rivelazioni dell’ex stagista Monica Lewinski. Per fronteggiare una simile situazione, Clinton aveva urgenza di un grande successo in politica ester
a, che gli avrebbe reso cred
ibilità agli occhi del mondo. Una situazione del tutto analoga a quella vissuta nel 1973 da Nixon il quale, travolto dallo scandalo del Watergate, incaricò Kissinger di impegnarsi senza risparmio in Medio Oriente, per ottenere risultati prestigiosi da esibire all’opinione pubblica mondiale. Da quel momento la Albright, spinta da un Clinton sempre più bisognoso di un grande successo, aumentò la pressione su Nethanyahu, suscitando le critiche da parte della maggioranza repubblicana al Congresso. Il 28 settembre, Arafat e Nethanyahu furono ricevuti da Clinton alla Casa Bianca, stavolta insieme. Fu il preludio alla firma del patto di Wye Plantations (Usa), avvenuta il 23 ottobre. Tale accordo implicava un nuovo ritiro israeliano dalla Cisgiordania, in ottemperanza a quanto già concordato a Oslo nel 1993. Il contesto appariva di nuovo propizio. Per imprimere un’accelerazione al processo di pace, Clinton si recò in Palestina tra il 12 e il 15 dicembre, incontrando sia i leader israeliani sia quelli palestinesi. In tale viaggio il capo della Casa Bianca pronunciò un discorso di fronte al Consiglio legislativo dell’Anp, ribadendo il diritto del popolo palestinese ad avere una patria. Il tour di Clinton in Palestina rappresentò il culmine delle attenzioni americane verso l’Autorità nazionale palestinese. Washington si era guadagnata la fiducia dei dirigenti dell’Anp. Nei primi mesi del 1999 gli Usa apparivano in grado di condurre il processo di pace verso nuovi traguardi. Il fallimento dell’esecutivo di Nethanyahu, che si era dimesso il 21 dicembre 1998, aprì la strada in Israele a un nuovo governo guidato dal laburista Ehud Barak, uscito vincitore dalla elezioni del 17 maggio. Il nuovo leader israeliano era per molti aspetti somigliante a Rabin per il pragmatismo, l’appartenenza al partito laburista e la carriera militare, che lo aveva visto arrivare fino al rango di capo di stato maggiore. Fin dal loro primo incontro, che avvenne alla Casa Bianca il 6 luglio, Clinton mostrò di avere un ottimo feeling con Barak. Con un nuovo interlocutore, la Casa Bianca riuscì a rilanciare il negoziato. Il 4 settembre, a Sharm el-Sheik, fu siglata un’intesa per l’applicazione delle clausole disattese dell’accordo di Wye Plantations. Purtroppo, anche stavolta si trattò di una breve illusione, giacché sia Israele sia l’Anp non mantennero le promesse. Barak trasferì all’Anp solo una parte dei territori promessi a Wye River. Arafat, da parte sua, si rivelò ancora una volta poco affidabile, lasciando liberi di agire i gruppi oltranzisti, fra i quali Hamas si stava imponendo come il più forte e organizzato. Si era ormai giunti al 2000, anno conclusivo della presidenza Clinton. La situazione appariva compromessa ma il capo della Casa Bianca, che voleva a tutti i costi ottenere un traguardo che lo potesse consegnare alla Storia, volle provare fino all’ultimo a invertire la tendenza. Con l’intento di emulare quello che fu il più grande successo di Jimmy Carter, Clinton convocò Barak e Arafat per l’11 luglio nella residenza presidenziale di Camp David, dove Begin e Sadat avevano siglato la pace fra Israele ed Egitto nel 1978. Un tentativo certo ammirevole, ma la differenza tra Camp David 1978 (Carter, Begin e Sadat) rispetto a quella del 2000 (Clinton, Barak e Arafat) era abissale. Nel 1978 il passo più importante era già stato fatto, in seguito al viaggio di Sadat a Gerusalemme che spianò la strada per ciò che concerneva il negoziato diretto fra le parti. La Camp David del luglio 2000, invece, arrivava dopo anni di deterioramento dei rapporti, a causa del mancato rispetto degli impegni pattuiti a Oslo nel 1993. In ogni caso, Clinton quasi riuscì nell’impresa impossibile, utilizzando come base per i negoziati la citata intesa raggiunta da Beilin e Abu Mazen nel 1995. In virtù della mediazione di Clinton, Barak offrì ad Arafat la sovranità immediata sul 73% della Cisgiordania, cui si aggiungeva un ulteriore 21%, che sarebbe stato trasferito all’Anp entro dieci anni. Quanto a Gerusalemme, Barak offrì ai palestinesi la piena sovranità sulle zone nord e sud, più il diritto ad amministrare la parte orientale. L’offerta non era male ma Arafat oppose il suo rifiuto, poiché pretendeva la piena sovranità palestinese sull’intera parte orientale di Gerusalemme. Il fallimento del vertice segnò la fine delle ambizioni di Clinton di essere ricordato come promotore della pace fra israeliani e palestinesi. Da allora ripresero le violenze su larga scala e gli Usa, da parte loro, non riuscirono a riportare il processo di pace sul binario del negoziato. L’amministrazione Clinton non fece granché per impedire a Sharon di recarsi al Monte del Tempio il 28 settembre. Washington non si attendeva che tale gesto potesse scatenare una simile reazione, generando addirittura l’inizio di una nuova Intifada. Gli Stati Uniti cercarono di riavvicinare le parti ma le speranze svanirono il 12 ottobre 2000, quando avvenne il linciaggio di due soldati israeliani della riserva, uccisi nella caserma di Ramallah da una folla impazzita. Il linciaggio dei due soldati israeliani irritò Barak, che reagì ordinando un’imponente azione militare contro Ramallah. Questo fu il vero inizio di un nuovo conflitto israelo-palestinese, tuttora in corso. Fu un duro colpo per Clinton, che stava lavorando alacremente per colmare il divario fra Barak e Arafat. A testimonianza dell’impegno americano, nel momento del linciaggio Arafat stava incontrando George Tenet, direttore della Cia, per concordare il ripristino della cooperazione in materia di sicurezza. Clinton si impegnò fino all’ultimo per lasciare la sua impronta su una questione alla quale aveva dedicato molte risorse. Non essendo riuscito a centrare il traguardo che inseguiva, il presidente presentò un piano che avrebbe potuto essere la base per una ripresa delle trattative in futuro. I punti salienti di questo progetto erano: l’assegnazione del 95% della Cisgiordania ai palestinesi; la soluzione della questione di Gerusalemme secondo il principio che “ciò che è arabo dovrà essere palestinese e ciò che è ebraico dovrà essere israeliano”; l’incorporazione di almeno l’80% dei coloni ebrei in “blocchi di colonie”, che sarebbero rimasti sotto sovranità israeliana. Il piano di pace di Clinton rappresentò una sorta di testamento, degna conclusione di una presidenza che, a dispetto dei risultati non eccelsi, aveva compiuto sforzi apprezzabili per avvicinare le parti a una soluzione definitiva del contenzioso. Pagine di Difesa, Rudy Caparrini, http://www.paginedidifesa.it/2006/caparrini_060421.html