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ius sanguinis e ius soli

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Mappa delle nazioni con lo Jus soli

Per l’ordinamento italiano la cittadinanza è automatica solo per i figli di cittadini italiani. Gli immigrati possono richiedere la cittadinanza dopo dieci anni di residenza mentre i figli di immigrati nati in Italia possono richiederla al compimento del 18° anno d’età.

L’imposizione dello ius soli ”tout court”, come vorrebbe l’inguaribile logorroico Napolitano sarebbe un unicum nell’ordinamento politico europeo.
Almeno che non si voglia una pulizia etnica tranite l’immigrazione selvaggia.

Ebbene sì, nessun paese europeo basa la cittadinanza esclusivamente sullo ius soli, tutti i paesi europei si basano sullo ius sanguinis mentre lo ius soli è tipico dei paesi americani. Lo ius sanguinis è quindi tipico dei paesi e dei popoli caratterizzati da solide basi storiche e culturali, lo ius soli è invece tipico di popoli di recente formazione e di incerta cultura ed identità. Diamo comunque un’occhiata a come funziona da altre parti nel nostro continente.

Francia

Nell’Esagono la cittadinanza è concessa dallo ius sanguinis. E’ francese il cittadino nato da uno o ambo i genitori di cittadinanza francese. Quando si dice nel dibattito comune che in Francia vige lo “ius soli” si dice una cosa non vera. Lo ius soli è previsto dall’ordinamento francese solo se almeno uno dei genitori è nato sul suolo francese. In Francia quindi non esiste quindi il diritto alla cittadinanza per nascita “tout court” e la normativa sullo ius soli rende de facto totale lo ius sanguinis dato che per scattare è necessario che almeno uno dei due genitori sia nato in Francia. In sostanza a parole Sarkozy la cittadinanza te la concede pure ma nei fatti non è così. De iure c’è una possibilità di far scattare lo ius soli, ma è una possibilità assai remota, se sei figlio di immigrati non nati in Francia (cioè quasi tutti) e vuoi la cittadinanza francese devi pedalare.

Germania

Anche in Germania il principio della cittadinanza si basa sullo ius sanguinis. E’ cittadino tedesco il figlio di cittadini tedeschi. Nel 2.000 è stata introdotta una correzione allo ius sanguinis stabilendo che la cittadinanza è automatica per i figli di immigrati nati in Germania ma solo se almeno uno dei genitori risiede in Germania da almeno otto anni (che in Germania è il limite minimo per poter far richiesta di cittadinanza, e ottenerla non è semplice per nulla, anzi). La normativa dello ius soli comunque è soggetta a una restrizione abbastanza pesante. Difatti il figlio nato da immigrati che acquisisca la cittadinanza dei genitori per ius sanguinis ha tempo massimo cinque anni per decidere se mantenere la cittadinanza dei genitori o tenere quella tedesca. Insomma, per i tedeschi la cittadinanza la puoi acquisire ma non puoi tenere il piede in due scarpe ed è tua responsabilità individuale decidere se vuoi quella tedesca o quella del paese d’origine dei tuoi genitori, Frau Merkel nella sua infinità magnanimità accoglie chi si vuole integrare ma non sopporta chi tiene il piede in due scarpe e in ogni caso chi vuole i diritti deve pedalare.

Regno Unito

Nel Regno Unito vige lo ius sanguinis. Fino agli anni ’80 vigeva lo ius soli, ma dal 1981 lo ius soli è stato abolito per passare allo ius sanguinis. Un figlio di stranieri nato nel Regno Unito che non hanno ottenuto la cittadinanza può acquisire la cittadinanza ma deve richiederlo espressamente e deve dimostrare di aver risieduto nel Regno Unito per almeno 10 anni successivi alla sua nascita senza essersi assentato per periodi superiori ai 90 giorni. In ogni caso nel Regno Unito, come in Italia e in Germania la concessione non è automatica ma deve essere richiesta dalla persona in questione. Il richiedente deve prendersi la responsabilità e chiedere la cittadinanza. Sua altezza regale Elisabetta II nella sua infinita magnanimità è contenta di accogliere nuovi sudditi tra le sue braccia, ma la cittadinanza del Regno Unito non la regala per beneficenza se la vuoi devi pedalare.

Spagna

Chiudiamo con la Spagna. In Spagna vige una legge simile a quella francese, ovvero è spagnolo il figlio di genitori spagnoli o chi è nato in Spagna da genitori non spagnoli ma nati in Spagna. Una norma particolare riguarda i figli di cittadini il cui paese non riconosce lo ius sanguinis ma solo lo ius soli, questi sono automaticamente spagnoli. Comunque chi nasce in Spagna può richiedere la cittadinanza, ma anche in questo caso vale la norma di cui sopra. Sua altezza regale Juan Carlos nella sua infinita magnanimità accoglie nuovi sudditi a braccia aperte ma non regala niente a nessuno e chi vuole i diritti deve pedalare.

In sostanza l’applicazione dello ius soli tout court sarebbe un unicum nel panorama europeo e la rottura di una tradizione del nostro intero continente che vuole l’acquisizione della cittadinanza come un’assunzione di responsabilità individuale del singolo che si impegna per avere i requisiti necessari e che, se interessato alla stessa pedala e chiede di poter essere accolto ed integrato definitivamente nella comunità che è assolutamente disposta ad accogliere chi si impegna per integrarsi del tutto. Nessun paese del nostro continente applica norme di questo genere e la nostra sarebbe una vistosa eccezione tra l’altro, credo, non ben vista dalle autorità europee a cui, nonostante i proclami verbali e le lezioncine spocchiose sul politicamente corretto, già il doversi sobbarcare gli ex galeotti di Ben Alì con permessi temporanei non ha fatto proprio piacere. Lo ius soli come abbiamo detto è tipico dei paesi americani e proprio negli Stati Uniti s’è ormai scoperto che lo ius soli per l’immigrazione è come il miele per le mosche. Già il Canada a suo tempo ha posto un vistoso limite allo ius soli togliendo la possibilità di acquisizione della cittadinanza per diritto di nascita ai figli di irregolari e clandestini e ora anche gli Stati Uniti stanno cominciando a muoversi in questo senso. Lo ius soli ha prodotto in Canada e negli Stati Uniti un triste fenomeno, quello dell’immigrazione delle puerpere che varcano il confine per partorire. Una volta partorito il figlio questi diventa cittadino et voilà, la puerpera può chiedere il ricongiungimento familiare. Il Canada come abbiam detto la pezza l’ha già messa da qualche anno chiudendo la pratica dello ius soli per i figli di irregolari e clandestini. Negli Stati Uniti la questione è sul tavolo da tempo. Diversi stati confinanti col Messico come ad esempio l’Arizona e il Texas stanno valutando di adottare la norma canadese nell’ordinamento statale e pure Mitt Romney ha velatamente lasciato intendere di poter procedere in tal senso a livello federale se eletto. Tenete poi presente che la questione dello ius soli è alla base del surreale dibattito che per anni ha caratterizzato la politica statunitense sul certificato di nascita di Barack Obama. Se la questione dell’eleggibilità del presidente fosse disciplinata dallo ius sanguinis e non dallo ius soli tutta la polemica sul certificato di nascita di Obama non avrebbe nemmeno avuto ragione di esistere, ha avuto ragione di esistere solo per il fatto che l’eleggibilità del presidente è legata allo ius soli.

Chi vuole cambiare la norma italiana per permettere lo ius soli deve tenere ben presente quanto accaduto in Nordamerica con la migrazione delle puerpere e tenere ben presente che saremo presi d’assalto pure noi se procedessimo in tal senso. Tenete ben presente che questo paese ha 60 milioni di abitanti e una densità di 202 abitanti al km/quadrato, tasso di disoccupazione al 12%, un tasso di disoccupazione giovanile al 40%, un debito pubblico che da vent’anni è oltre il 100% del PIL ed è in piena crisi economica (confronto con altre nazioni). Secondo la vostra modesta opinione è tollerabile cambiare la norma dello ius sanguinis per attuare lo ius soli, rendendo così l’Italia un polo d’attrazione per una potenziale migrazione in massa di puerpere tra l’altro rompendo così la secolare tradizione europea che si basa quasi esclusivamente sullo ius sanguinis?

Perché care le mie prefiche del politicamente corretto, puerpere e nascituri che arriveranno come mosche sul miele qualora passassimo allo ius soli qualcuno li dovrà mantenere. Perché le strutture per l’assistenza a puerpere e nascituri qualcuno le dovrà pur pagare, non sono gratuite. Perché i nascituri da qualche parte li dovremmo mettere, e a spese di chi secondo voi? Bene, ho detto la mia, ora care le mie prefiche del politicamente corretto linciatemi pure, ma questa è la realtà dei fatti, checchè ne dicano nella loro sconfinata ignoranza e malafede i politici di sinistra ed i loro ministri africani.

Quindi miei cari amanti del meticciato a tutti i costi, insistendo, non fate altro che confermare che esiste un piano per distruggere la popolazione autoctona a tutto vantaggio de Il piano Kalergi: il genocidio dei popoli europei

Immigrati e Cittadini

andiamo dagli italioti così mangeremo gratis e potremo violentare tutte le donne che vogliamo
andiamo dagli italioti così mangeremo gratis e potremo violentare tutte le donne che vogliamo

La sinistra vuole regalare la cittadinanza agli immigrati. In linea di principio non sono contrario ma il modo ed il metodo che vogliono adottare i “sinistri” non è dei migliori. Cerco di spiegarmi bene, con la costituzione in mano perchè questa è usata dai sinistri per ogni occasione appellandosi alla legalità .

Presidente della repubblica Italiana è l’on.le prof. Giorgio Napolitano ed in tale funzione egli “rappresenta l’unità  nazionale”, cioè l’unità  della nazione Italia (art.87 della costituzione)

Ora se c’è qualcuno che possa e debba chiarire a tutti che cosa vuol dire Nazione questi è sopratutto il Presidente della Repubblica, appunto, perchè titolare della sua rappresentanza.

E così come Ciampi, anche lui di sinistra, ha avuto il grande merito di riscoprire e darci il nostro inno nazionale, e non senza contrasti, non sarà  meno grande il merito di Giorgio Napolitano riscoprire e darci l’orgoglio di essere e di sentirci Nazione.

Ha, oggi, una sua particolare rilevanza una affermazione in tal senso, sopratutto dal momento in cui talune forze politiche, alle quali la sola parola Nazione fa ancora venire l’orticaria, premono per allargare, specie in favore degli immigrati musulmani, il diritto di cittadinanza, il diritto cioè di entrare a far parte della Nazione Italiana e di conseguenza di godere del diritto di elettorato attivo e passivo (art. 48 e 51 della costituzione).

Ora la nostra costituzione, spesso stracitata a sproposito è tutta permeata nel concetto di Nazione, si badi bene : Nazione e non paese, non stato, non repubblica ma NAZIONE.

Infatti nell’art.16 è affermato il concetto di “territorio nazionale”, vale a dire della nazione. Ma c’è di più, all’art 9 la Costituzione fa obbligo di tutelare il paesaggio della “Nazione” ma anche di tutelare insieme e sopratutto il suo “patrimonio storico ed artistico“.
Cioè quel complesso di beni materiali ed ideali che i padri hanno trasmesso ai figli e che costituiscono la tradizione e l’identità  della Nazione e del suo popolo.

Allora bisogna ritenere che la struttura portante del concetto di Nazione sia proprio come afferma la Costituzione, quel “patrimonio storico ed artistico“, oltre che paesaggistico, per cui essa è “quella nazione” e “non un’altra” : è il principio identitario di una Nazione, di un “popolo” ( e non di una “popolazione” ) cioè che ha vissuto quella storia, ha creato quella cultura e quell’arte, che parla quella determinata lingua.

Si comprende così ed assume significato preciso perchè all’art.67 la Costituzione sancisce che “ogni membro del parlamento rappresenta la nazione”, questa Nazione, non un’altra, questo patrimonio storico ed artistico non un’altro e non il paese o la repubblica o lo stato. In sostanza questa nazione generatrice del nostro patrimonio storico, culturale, artistico.

E ancora una considerazione, all’art.98 della costituzione è dichiarato che “gli impieghi pubblici sono al servizio esclusivo della Nazione”. Ora il diritto di cittadinanza apre la via all’elettorato attivo e passivo ed anche l’accesso ai pubblici impieghi senza eccezzione alcuna.

E’ legittimo chiedersi : i cittadini “acquisiti” quale Nazione rappresenteranno? Di quale nazione saranno all’esclusivo servizio? Quale patrimonio storico, artistico, paesaggistico, culturale che costituiscono la sostanza della Nazione e quindi la sua identità ?

Ed ancora, attraverso quali strumenti o quali prove o quali requisiti che non sia la semplice permanenza sul territorio, il non Italiano, specie se musulmano, potrà  onestamente divenire tale e quindi fare proprio per scelta (acquisendo la cittadinanza) sopratutto quel “patrimonio storico ed artistico” che caratterizza la italianità  e cioè l’appartenenza alla “Nazione Italiana”, anche se acquisità ?

Ho letto recentemente un libro scritto da un musulmano di nascita, non italiano, dal titolo sorprendente : “amo l’Italia”.

Ho ascoltato, quasi nello stesso periodo, in un dibattito televisivo gli interventi di un neo deputato del nostro parlamento (eletto nelle fila della sinistra comunista), già  extracomunitario musulmano e mi sono chiesto, molto perplesso, chi dei due fosse effettivamente più italiano : se il neo deputato (palestinese di nascita) che dovrebbe rappresentare la nazione o lo scrittore del libro (egiziano).

E’ da rifletterci attentamente e non superficialmente.

Per concludere, perchè agli italiani “indigeni”, nati, cresciuti da italiani, istruiti da italiani, italiani da generazioni, si richiedono 18 anni per iniziare ad avere con diritto al voto la pienezza della cittadinanza italiana mentre agli immigrati provenienti da altre “nazioni” e “culture”, spesso incompatibili con la nostra si vogliono richiedere solo 5 anni di permanenza per consentire loro di godere dello stesso diritto e di far proprio quel patrimonio storico, artistico e linguistico che costituisce l’italianita?

Qui un esempio di come gli immigrati si integrano ed amano questa nazione ed i suoi cittadini

E questo è un motivo più che valido per non dare la cittadinanza a certi tipi

Articolo già pubblicato il 18 settembre 2006

La legge di Obama : vietato criticare i talebani

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Studentesse afgane in coda per imparare a votare in vista delle elezioni presidenziali. È solo la seconda volta che si vota nel Paese e la commissione elettorale indipendente ha organizzato un corso di quattro giorni per spiegare il meccanismo e l’importanza del voto.

Un manuale per i militari Usa voluto dalla casa Bianca si adatta al verbo degli integralisti, legittimando pedofilia e violenze sulle donne Fa discutere il nuovo decalogo di istruzioni del ministero della Difesa Usa sulle buone maniere che dovrebbero seguire i marines in Afghanistan verso i poliziotti locali, di fatto giustificando questi ultimi quando uccidono i soldati americani che li addestrano perché si sentono «offesi» da ciò che dicono sta facendo scandalo. «Citare la pedofilia e i diritti delle donne per dire che i soldati non dovrebbero menzionare quelle parole è come ammettere tacitamente che questi concetti sono davvero una parte della religione islamica», ha commentato Robert Spencer, fondatore dell’osservatorio Jihad Watch. E Clare Lopez, studiosa del pensatoio Center for Security Policy, ha definito oltraggioso accusare i soldati americani per gli attacchi che subiscono da membri delle forze di polizia locali. «Far credere che i nostri soldati vengono ammazzati a causa della loro insensibilità per la cultura islamica è come dire che è colpa loro perché non sono stati abbastanza gentili verso i locali. Il rifiuto fondamentale di riconoscere che il nemico ci combatte per quello che dice a chiare lettere di volersi battere, che è l’Islam, è il fallimento di leadership dei nostri vertici dal ministro della Difesa Leon Panetta in giù. A causa di ciò, non abbiamo una strategia». In realtà, la «strategia» della sottomissione culturale obamiana viene da lontano. Tutto cominciò nel 2009 con l’epurazione del termine «atti di terrorismo islamico» dal materiale ufficiale del dipartimento della Sicurezza Nazionale di Janet Napolitano, poco dopo che il neoeletto Barack Hussein Obama la nominò ministro e le diede istruzioni di «correttezza politica». Al suo posto i solerti funzionari coniarono gli «eventi causati dall’uomo», ma era un’espressione tanto ridicola che non riuscì a imporsi nella cronaca della realtà degli anni successivi, zeppi di atti di terrorismo nel mondo, e sempre ad opera di musulmani. Ora gli scribacchini del Pentagono hanno redatto un manuale di guida su come comportarsi con la popolazione, con i talebani, e con i colleghi della polizia e dell’esercito di Kabul. Alla base del testo c’è un’idea distorta, che è tipica della filosofia liberal sposata da Obama: accusare gli Usa di tutte le colpe nei rapporti con gli altri, che sono sempre vittime a prescindere, così da giustificare chi attacca e uccide gli americani: dai 3mila delle Torri Gemelle dell’11/9/2001 al povero ambasciatore libico Chris Stevens ucciso l’11/9/2012 tutti, in fondo, se la sono un po’ cercata. Ci sono stati finora quest’anno 63 militari Usa ammazzati da poliziotti e soldati afghani?

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la 15enne Sahar Gul, data in sposa dai genitori contro la sua volontà per ripagare un debito di gioco, fu ritrovata dalla polizia afgana nello scantinato dei suoceri, dove era stata rinchiusa, privata di cibo e torturata per cinque mesi come punizione per il suo rifiuto a prostituirsi.

La colpa è dell’ignoranza dei marines della cultura locale: non conoscendo e non rispettando la mentalità della gente, la offendono e ne provocano, nei soggetti più «sensibili», la furia omicida. «Una migliore consapevolezza e comprensione della cultura afghana aiuterà il soldato ad essere un miglior partner e a evitare conflitti culturali che portano alla violenza», si legge nel testo. Di qui le 75 pagine di consigli che, se applicati, secondo gli estensori sarebbero una polizza sulla vita dei soldati. «Molti dei contrasti capitano per l’ignoranza o per la mancanza di empatia verso le norme della cultura musulmana e/o afghana, e il risultato sono le violente reazioni dei membri delle forze di sicurezza afghane», ha riportato il Wall Street Journal che ha avuto accesso alla bozza del manuale. Lo studio, basato su interviste con 600 poliziotti locali e con 200 soldati americani che mostrano l’abissale scontro di vedute tra i due mondi, si conclude con avvertenze di resa ai militari Usa. In sostanza, devono evitare di toccare gli argomenti tabù, di cui viene fornita una dettagliata lista nera: «Mai fare commenti offensivi sui talebani», «non esporsi a difendere i diritti delle donne», «evitare ogni critica della pedofilia», «non indirizzare critiche contro gli afghani», «mai menzionare l’omosessualità o ogni condotta omosessuale», e «non citare nulla in relazione all’Islam». Gli attentati e gli attacchi letali alle forze della coalizione da parte di personale in divisa afghana, insomma, non sarebbero un problema di infiltrazioni dei talebani, ma di galateo linguistico, anzi di prevaricazione della cultura occidentale su quella locale, diversa e da rispettare in ossequio al multiculturalismo ideologico mascherato da precauzione «operativa». L’anticipazione del testo, con il coro di critiche che ha subito scatenato, potrebbe «congelare» il manuale. Il comandante in capo dei marines in Afghanistan, John Allen, ancora sotto inchiesta nell’ambito dello scandalo delle donnine di Petraeus, l’ha bocciato senza mezzi termini. «Non lo sponsorizza e ha respinto la richiesta di fare la prefazione», ha detto il suo portavoce. «Non approva i suoi contenuti».

Ancora Monti al governo?

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le mani adunche di mario monti sui nostri soldi

Il governo Monti ha tassato le pensioni di invalidità, gli assegni d’accompagnamento e persino i vitalizi assegnati dallo Stato agli insigniti di Medaglia d’Oro al Valor Militare.
La tassa sull’eroismo ha colpito non tanto la novantina di militari che hanno ricevuto negli ultimi 20 anni la massima decorazione militare, quasi tutti alla memoria, ma i loro famigliari: mogli e figli che pagano l’Irpef sull’eroismo dei loro cari.
Certo, solo se hanno redditi superiori ai 15 mila euro annui, cioè meno di quanto guadagna in un mese un deputato o un consigliere regionale (benefits e fondi per i gruppi politici a parte) e la metà di quello che guadagna il premier, sempre in un mese.
Hai dato la vita per la Patria compiendo atti di valore? Per ricompensarti lo Stato fa pagare l’Irpef a tuo figlio orfano, un parassita che si ingrassa con il vitalizio esentasse della medaglia.

Che ne pensa il Ministro della Difesa?

Il provvedimento indigna ma non stupisce da un “governo d’occupazione” che è impegnato a distruggere l’Italia e gli italiani.
Un esecutivo sempre più chiaramente espressione di poteri forti stranieri determinati a liquidare l’Italia come concorrente sui mercati.

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le mani nelle tasche degli italiani

Un governo imposto dall’asse franco-tedesco che domina l’Unione Europea (ricordate la telefonata di Angela Merkel al presidente Giorgio Napolitano per far cadere Berlusconi raccontataci dal Wall Street Journal?) ma con ampie garanzie di tutela degli interessi statunitensi garantiti (dopo una telefonata di Obama al Quirinale) dalla nomina degli attuali ministri di Esteri e Difesa.

Il termine “governo d’occupazione” è certo provocatorio ma pare oggi più che mai consono e attuale dopo un anno di iniziative adottate dall’esecutivo incentrate a demolire l’Italia non solo sul piano economico ma anche sociale colpendo i diritti, generando insicurezza e paura del futuro, demolendo lo stato sociale e soprattutto quel che resta della fiducia dei cittadini nello Stato, nelle istituzioni, nella Patria.
Un impegno perseguito con determinazione al punto da lasciare da mesi due militari prigionieri degli indiani senza nessuna reazione nei confronti di Nuova Delhi, neppure diplomatica, degna di nota.

Il trattato di Osimo

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confini orientali nei periodi 1866 – 1918 – 1975

L’articolo 5 della Costituzione recita «la Repubblica è una e indivisibile». Allora perché è bastato un passaggio parlamentare ordinario e non speciale per ratificare il distacco della “Zona B” previsto da quel Trattato, avallando di fatto una modifica alla Costituzione stessa? Altro che Osimo in dubbio per la fine dell’ex Jugoslavia, cioè uno dei due soggetti firmatari, come si dibatteva dopo il ’92.

MA andiamo per ordine.

 10 Febbraio 1947: firma, a Parigi, del Trattato di Pace tra l’Italia e le nazioni vincitrici della seconda guerra mondiale. Un atto fortemente contestato, anche da personalità non certo accusabili di filofascismo (per tutte Benedetto Croce), un trattato che viene imposto all’Italia senza alcuna possibilità negoziale (sarà definito, per tale ragione, “Diktat”) e che segna in maniera drammatica le sorti del confine orientale italiano: cessione alla Jugoslavia di Zara, di Fiume e di gran parte dell’Istria, costituzione di uno stato cuscinetto, tra Italia e Jugoslavia, definito T.L.T. – Territorio Libero di Trieste, affidato alla tutela dell’ONU (che dovrà nominarne il Governatore) – e comprendente Trieste, il territorio ad essa immediatamente limitrofo ed una parte dell’Istria, corrispondente a circa un quarto della penisola.
All’epoca, non meno che in tutti i decenni che ne sono seguiti, il Diktat del ’47 è stato ripetutamente bollato per la sua ingiustizia ed iniquità: giudizio di certo sacrosanto se è vero, come è vero, che esso andò a sancire quel drammatico esodo di centinaia di migliaia di Italiani che abbandonarono le proprie terre, le proprie attività, i propri morti, pur di continuare ad essere Italiani; un Trattato che andò a premiare il criminale operato dei comunisti di Tito che, con le foibe, gli eccidi, il terrore di massa, realizzarono la “pulizia etnica” degli Italiani, in qualche modo anticipatrice di quelle “pulizie” che, decenni dopo, segneranno la dissoluzione della Jugoslavia.
Il Trattato di Parigi, però, fu qualcosa di più che un atto di ingiustizia, fu soprattutto un fatto macroscopico di stupidità (e ciò in politica è bene più grave): perché nel ’47 pretese affrontare e risolvere certi problemi, ignorando del tutto che oramai la situazione non era quella del ’45. L’Europa infatti non era più divisa tra paesi fascisti ed antifascisti, bensì tra blocco occidentale e blocco orientale. Fu proprio questa “stupidità” a costituire la causa specifica del fenomeno dell’Esodo. Infatti sia gli Italiani dell’Istria che quelli di Briga e Tenda si videro ceduto ad uno stato straniero e sempre a causa dello stesso Trattato di Parigi: i primi finirono sotto la Jugoslavia comunista, i secondi sotto la Francia democratica ed occidentale. L’esodo, le foibe, gli eccidi riguardarono però solo il confine orientale d’Italia, non certo quello ad occidente. Tutto ciò non era stato peraltro previsto dal Trattato di Pace che, scandalosamente, aveva ignorato che il mondo ormai si divideva tra paesi comunisti e paesi democratici e che, pertanto, ben diversa era la conseguenza di uno spostamento di confini quando realizzato a cavallo della linea divisoria tra i due blocchi.
Un secondo esempio di tale “stupidità”: il meccanismo della nascita dello stato cuscinetto del Territorio Libero di Trieste era ormai tanto fuori dalla realtà da morire prima ancora di nascere e ciò per la banalissima ragione che l’Onu non riuscì mai a mettersi d’accordo neppure sul nome del designando Governatore. Ogni nome proposto dalle nazioni occidentali incappò nel veto di Mosca e viceversa. Sempre perché nel ’47 (e così per lunghi successivi decenni) la situazione politica sarebbe stata ormai totalmente condizionata da una logica (quella dei blocchi) che il trattato di Parigi aveva preteso di totalmente ignorare.

5 ottobre 1954: a Londra, Francia, Inghilterra e Stati Uniti siglano con Italia e Jugoslavia un “Memorandum d’intesa” in forza del quale la parte del costituendo Territorio Libero amministrata dagli Alleati viene restituita all’amministrazione dell’Italia. E l’atto che permetterà, il 26 ottobre dello stesso anno, il ritorno definitivo di Trieste alla madrepatria.
Il Memorandum non ebbe mai la natura di un trattato internazionale, tanto che non venne neppure sottoposto a ratifica del parlamento italiano. Fu semplicemente un accordo di natura pratico-amministrativa che si contava sulla constata impossibilità di dare attuazione a ciò che il Trattato di Parigi aveva previsto e cioè la nascita del nuovo staterello.
Tale constatazione non si tradusse peraltro in quella che doveva essere la logica sua conseguenza e cioè restituire all’Italia tuffo ciò che non era possibile dare ad uno stato mai nato e che mai sarebbe esistito. La restituzione si realizzò solo limitatamente a Trieste, nel mentre la cosiddetta “zona B”, vale a dire la parte dell’Istria del previsto T.L.T., continuò a subire l’amministrazione della Jugoslavia, amministrazione che aveva il suo solo fondamento giuridico nell’occupazione militare del ’45 e che era in pieno contrasto con i confini della Jugoslavia, così come fissati dal Trattato di Parigi.
La conseguenza, umana, di tutto ciò che fu proprio il Memorandum di Londra segnò la spinta finale perché Capodistria, Isola, Pirano, Buie, Umago e Ciffanova vedessero trasformarsi i propri cittadini in Esuli in Italia, così come già era awenuto per i fratelli di Zara, di Fiume, di Pola e del resto dell’Istria.

10 novembre 1975: nella cittadina marchigiana di Osimo il ministro degli Esteri italiano, Mariano Rumor, e quello jugoslavo, Milos Minic, firmano un trattato meritevole di entrare nel Guinness dei primati. Uno dei due contraenti, il governo di Roma, paga una serie di prezzi non da poco: la rinuncia alla sovranità italiana sulla zona B, la concessione di una zona franca italo-jugoslava, a cavallo del confine di Trieste, che apre a Belgrado una porta verso il Mercato Comune, più altri vantaggi materiali. L’altro contraente, la Jugoslavia, non dà contropartite di alcun genere, si limita ad incassare i lauti benefici.
Una sorta di curioso patto leonino, nel quale tutti i vantaggi vanno alla parte più debole, Belgrado, e tutti i danni a quella più forte, Roma. Siamo infatti in un momento nel quale l’Italia ha ormai il rango di quinta o di sesta potenza economica mondiale, nel mentre la Jugoslavia risulta già un paese economicamente allo sbando e segnato politicamente dalla generale previsione che, alla morte dell’ormai anziano dittatore Tito, tutto il suo castello politico sarà destinato alla crisi e forse allo sfascio.
Con il Trattato di Osimo si realizza tra l’altro un fatto politico-costituzionale di rilevanza assoluta: l’Italia accetta, tranquillamente, di sacrificare la sua integrità territoriale, senza che il mondo politico (salvo poche eccezioni) sembri quasi accorgersene. Bossi e le sue pretese di secessione possono ben vantare, in quel Trattato, un valido precedente a cui potersi richiamare nella loro volontà di spezzare il territorio nazionale!

16 gennaio 1992: morto da qualche anno il Maresciallo Tito, crollato il sistema dei regimi comunisti dell’Est, anche la Jugoslavia è giunta al capolinea ed al disfacimento. Al suo posto sono nate nuove realtà statuali. Sotto la pressante spinta di Bonn, due di questi nuovi stati, Slovenia e Croazia, vengono riconosciute dai paesi europei e tra questi anche dall’Italia.
Con questo atto di riconoscimento tutte le precedenti vicende, relative ai confini orientali d’italia (Trattato di Pace, Memorandum di Londra, Trattato di Osimo), risultano dunque superate e ciò proprio dall’accettazione italiana dei nuovi confini sloveni. L’Istria entra così inequivocabilmente ad essere parte o della Slovenia o della Croazia.
I negoziatori italiani pongono almeno due limitazioni, all’atto del riconoscimento: l’impegno di Croazia e Slovenia a garantire la tutela e l’unitarietà della minoranza italiana in Istria e, poi, la questione aperta della restituzione agli Esuli italiani dei beni immobili espropriati dal regime di Tito.
Sarà proprio su questi due temi (minoranza italiana e restituzione delle case) che si incentrerò, negli anni successivi, il contenzioso tra Roma, Lubiana e Zagabria. Contenzioso che con il ministro Martino, del Governo Berlusconi, arriverò a concretizzarsi nel veto italiano, a livello europeo, all’ingresso di Lubiana nell’Unione Europea; veto che verrà mantenuto dal successore di Martino, Susanna Agnelli, ed anzi fatto recepire dagli stessi organismi comunitari. Sarà infatti Bruxelles a ribadire che le porte europee resteranno sbarrate per la Slovenia, se Lubiana non avrò prima risolto il contenzioso con l’Italia.

Maggio 1996: siamo ormai all’ultimo atto. A Roma è stato appena formato il governo Prodi. Sottosegretario agli Esteri figura l’on. Piero Fassino il quale, prima ancora che il Senato abbia votato la fiducia al Governo di cui fa parte, si precipita a Lubiana per incontrare i governanti sloveni (tutti, come lui, ex comunisti doc) per consegnare alla Slovenia il bel pacco dono: la rinuncia italiana ad ogni veto, affinché le porte d’Europa si possano spalancare per Lubiana. Il tutto senza ottenere, e nemmeno chiedere niente di niente in contropartita.
La minoranza italiana e la sua unitarietà restano così in balia dei governanti sloveni; quanto ai beni rapinati agli Esuli il prode Fassino ottiene la vaga promessa che essi quei beni forse potranno ricomprarseli (da coloro che glieli hanno rubati). Promessa che, proveniente da un governo balcanico e di ex comunisti, ha comunque un grado di probabilità di realizzarsi che è molto prossimo allo zero.
Certo è che, trascorso ormai un anno da quel fulmineo viaggio lubianese del nostro sottosegretario, da parte slovena non si è visto passo di alcun genere. I segnali che giungono dalla Slovenia sono anzi decisamente di segno contrario (si parla di inesistenti limiti costituzionali, di ipotesi di referendum e così via), tanto da motivare espliciti interventi di richiamo da parte delle autorità europee (evidentemente poco inclini a prendersi in casa soggetti così poco affidabili). Ben più a ragione il presidente Prodi ed il viceministro Fassino dovrebbero farsi sentire e protestare con gli amici sloveni, ma così non è. Considerano, chiaramente, che con Lubiana, dopo aver ceduto tutto ed anche di più, non esiste ormai questione di sorta. Si limitano quindi ad uno stanco negoziato con la Croazia, nel quale è a tutti più che evidente che non ci potrò essere esito diverso da quello già realizzato con la Slovenia: una bella e solenne rinuncia, da parte italiana, ad ogni richiesta di giustizia per gli Esuli, ad ogni impegno di tutelare per gli italiani rimasti.
Sarà la conclusione coerente di una lunga vicenda di oltre cinquant’anni. Una vicenda nata male, proseguita peggio e conclusa in modo pessimo: con la bancarotta, totale e fraudolenta, della politica estera italiana sul confine orientale :

L’incontro tra Slovenia, Croazia e Italia, finalmente è arrivato a sancire ufficialmente la fine di una situazione di confine ingarbugliata da anni. Bene ha fatto, pertanto, il nostro Presidente Napolitano a presenziare a quell’atto dovuto alla Storia.
Ma a titolo di commento amaro, c’è da sottolineare che l’Italia è sempre quella che, internazionalmente, alla fine di un qualsiasi avvenimento sia guerresco che politico, a posteriori, ci rimette sempre a tavolino.
Dopo la “vittoria rubata” della prima guerra mondiale, questa volta la “pace rubata” parte da Osimo dove, nel ’75, il sottaciuto “Trattato” fu firmato tra Italia e Jugoslavia, caldeggiato dall’allora PCI che costrinse il governo Moro a cedere la zona “B” istriana all’amico Tito, in contropartita di un tacito sostegno allo stesso governo. (e finalmente ottennero quello che volevano fin dal 1945).
Fino a quell’anno, infatti, l’Istria era territorialmente ancora italiana, anche se amministrata in “via temporanea” dalla Jugoslavia. L’Italia si accontentò solo di qualche promessa a favore degli esuli, ma una volta definito l’abbandono (denunciato come un Atto di tradimento contro la Nazione), la Jugoslavia arrivò a vietare “solo” agli italiani di acquistare immobili e terre!

Nel trattato, però, Tito accettò una clausola: l’Istria sarebbe stata indivisibile, pena il decadimento dell’accordo stesso. Certo, il Maresciallo non immaginava una frammentazione federale postuma, ma l’Istria è stata divisa tra Slovenia e Croazia e quindi vi sarebbero state tutte le premesse per sollevare un’’istanza di revisione internazionale. Potrebbe sembrare non attuale, oggi, in tempi d’Europa Unita, riparlare di un vecchio Trattato del ’75, ma sta di fatto che c’’è e proprio noi, italiani, non dobbiamo aver paura di nominarlo, proprio perché siamo noi a volerlo superare, esigendo però, almeno,  rispetto dall’’altra parte e quanto meno non diffidenza o ritorsioni psicologiche… (come per esempio, al rovescio, in Alto Adige). Se poi dicessero, i confinanti, che non riconoscono Osimo, in quanto firmato con  la Jugoslavia, allora non sarebbe valido nessun trattato post-bellico imposto da quei presuntuosi alleati anglofoni e torneremmo alla Serenissima Venezia, dove comandava il commercio…

Discount Italia

sessantamilioni di pecore
sessantamilioni di pecore

Per decenni l’Italia è stato un Paese a “sovranità limitata” con una politica estera e di Difesa coordinata e in molti casi imposta dai nostri principali alleati e soprattutto dagli statunitensi. Dal dopoguerra non era però mai successo che il nostro Paese si trovasse guidato da un “governo d’occupazione” che rispondesse direttamente alle “potenze occupanti” come accade oggi con il cosiddetto governo tecnico imposto dai franco-tedeschi e dalla nomenklatura della Ue e messo insieme dal Quirinale consultandosi anche con la Casa Bianca che ha suggerito i ministri di Esteri e Difesa. Due figure di sicura fede atlantista come l’ambasciatore a Washington Giulio Terzi e il chairman del Comitato Militare della Nato, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola. Uomini idonei a garantire che l’Italia resterà un fedele alleato dell’America e manterrà i suoi impegni militari in Afghanistan. Nella sua prima audizione in Parlamento, Di Paola ha infatti confermato questo impegno mentre il titolare della Farnesina (ormai un mito per la stampa italiana perché usa Twitter) ha esordito sulla crisi iraniana dichiarando che “l’Italia sostiene con piena convinzione il piano di sanzioni economiche nei confronti dell’Iran annunciato dall’Amministrazione statunitense”. Più appiattiti di così! Dopo l’attacco all’ambasciata britannica a Teheran, Terzi ha ritirato il nostro ambasciatore nonostante sul piano commerciale l’Italia abbia molti interessi in Iran. Nel timore di apparire poco filo-americano si è poi recato in Turchia a perorare la causa dell’ingresso di Ankara nella Ue, come chiedono da tempo gli Usa. Posizioni che ci auguriamo siano state negoziate in cambio di robuste contropartite ma che temiamo costituiscono un pedaggio obbligato e gratuito nei confronti delle potenze occupanti. A Washington saranno certo soddisfatti ma per ora Terzi assomiglia più a un sottosegretario di Hillary Clinton che a un ministro italiano. Del resto Obama non ne poteva più di Silvio Berlusconi che aveva avuto (forse l’unica iniziativa degna di nota del suo governo) l’ardire di sviluppare una politica energetica e strategica con la Russia  di Putin e la Libia di Gheddafi che ci garantiva ampia autonomia, forse troppa per i nostri “tutori”.  Sia chiaro, la classe politica è indifendibile e la sua colpa più grave non è solo di aver consentito questa nuova forma d’invasione straniera ma di esserne in qualche modo complice. Le opposizioni e parte della stessa ex maggioranza non hanno fatto altro che ripetere che l’Europa  (parola pronunciata sempre con tono solenne, come faceva Romano Prodi) e “i mercati” volevano le dimissioni di Silvio Berlusconi. Nessuno che abbia avuto il coraggio di affermare che i governi italiani vengono fatti cadere dagli elettori italiani, non dalle banche, dagli speculatori, dagli stranieri e dai burocrati di Bruxelles. Invece sono tutti in ginocchio davanti a loro, divinità supreme ma sobrie. Nella migliore tradizione italiana, “Franza o Spagna purché se magna”.

Eppure i vertici del mondo bancario e della Ue non sono più credibili dei nostri politici. Numerose inchieste hanno dimostrato lo sperpero di miliardi di euro da parte di Bruxelles e Strasburgo, gli eurodeputati costano di più e hanno più privilegi di quelli nazionali e la Bce nel 2008 alzò il costo del denaro nonostante gli evidenti sintomi di crisi dell’economia per rallentare  un’inflazione immaginaria determinata solo dal petrolio che aveva superato i 140 dollari al barile. Jean Claude Trichet ci ha riprovato nella primavera scorsa, ancora una volta confondendo l’inflazione con il petrolio alle stelle a causa della guerra libica. Ha alzato di nuovo il costo del denaro (e dei nostri mutui)  nonostante di ripresa si parlasse solo nelle preghiere. Giusto per dare un senso di continuità alle iniziative della Bce il nuovo presidente, Mario Draghi, ha deciso di riabbassarli dello 0,25 per cento la settimana scorsa. E poi ve lo ricordate il sobrio professor Monti magnificare all’Infedele di Gad Lerner il successo dell’euro che aveva costretto la Grecia ad assimilare “la cultura della stabilità”? Chi ci impone regole, governi e programmi economici non sembra brillare per competenza e autorevolezza. La costruzione dell’Europa del resto non ha mai avuto molto a che fare con il consenso popolare. Nessuno ha mai chiesto agli italiani e a molti altri popoli se volessero l’adesione all’Unione o all’euro. La Ue non è riuscita neppure ad avere uno straccio di Costituzione poiché quella messa a punto è stara bocciata negli unici due referendum indetti in Olanda e Francia. Poco amate dagli elettori europei (che eleggono i parlamentari nazionali da inviare a Strasburgo ma non i membri della Commissione) le elefantiache e costosissime caste che guidano la Ue e la Bce detestano referendum e suffragi popolari.  Quando in Grecia il premier Papandreu ha “osato” proporre un referendum per chiedere ai cittadini se volevano i sacrifici per restare nell’euro è stato “fucilato”  da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy , quest’ultimo lo ha anche insultato in uno dei suoi ormai consueti “fuori onda programmati”. Pochi giorni dopo il premier greco è stato costretto a dimettersi dalla defezione (casuale?) di quattro deputati del suo partito e a guidare  il nuovo governo (ovviamente tecnico) è stato chiamato un banchiere, Lucas Demetrios Papademos, ex governatore della Banca Centrale greca ed ex numero due della Bce. Dovrà gestire un programma di austerity nel quale i saldi di Stato consentiranno ottimi affari per la grande finanza, i grandi investitori, gli speculatori e i grandi gruppi internazionali, soprattutto quelli franco-tedeschi perché le banche di Parigi e Berlino detengono buona parte del debito greco.

Nonostante l’Italia rappresenti l’ottava potenza economica mondiale non è stata trattata meglio. Anche Berlusconi ha avuto i suoi “traditori” e i suoi” avvertimenti”.  Come l’attacco borsistico a Mediaset (meno 12 per cento in un sol giorno) che ha “consigliato”  il premier di  ritirare l’idea di posticipare le dimissioni e appoggiare la candidatura di Monti, nominato poche ore dopo senatore a vita dal Quirinale. Fino a pochi anni or sono sarebbe bastato molto meno per denunciare minacce alla democrazia o ingerenze esterne nella vita politica italiana. Appena  nominato il sobrio premier Mario Monti è andato in ginocchio dal presidente della commissione europea Josè Manuel Barros a farsi indicare le priorità della sua agenda, poi dal presidente del consiglio europeo Herman van Romupuy, da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy a promettere che “farà i compiti a casa” e a “impressionare” la cancelliera tedesca per le misure che adotterà delle quali non aveva però ancora informato né il Parlamento né l’opinione pubblica. Ora però che la nuova manovra da 25 miliardi di euro sta prendendo corpo siamo impressionati anche noi ma non certo in positivo. Di fatto solo tasse per tutti, una stangata più che una manovra che sembra voler affossare ogni possibilità di sviluppo rendendoci ancora più sudditi e meno cittadini. E’ questa la rivoluzione liberale dei professori/banchieri? E’ questa la svolta che ridarà fiato all’economia italiana? Roba che non era più una novità già ai tempi dei governi Andreotti. Per attuare queste misure non c’era bisogno di scomodare i luminari della Bocconi o il gotha dei banchieri, bastava e avanzava la nostra penosa classe politica. Infatti queste misure rivoluzionarie hanno soddisfatto la Merkel e Sarkozy che hanno espresso a Monti “fiducia e sostegno”, forse perché il professore ha accettato di trasformare l’Italia in un bel discount grazie all’impegno ad abrogare la “golden share”, il meccanismo che ha finora permesso allo Stato di conservare il controllo di aziende strategiche nei settori energetico, comunicazioni e difesa: Eni, Snam rete gas, Enel, Telecom e Finmeccanica. Una questione di libertà di mercato sottolineano alla Ue e alla Bce, dove le pressioni sull’Italia in tal senso sono fortissime ma dove nessuno sembra aver fretta di demolire meccanismi simili presenti in Germania, Francia e altri Paesi dell’area euro per impedire “scalate” agli asset strategici nazionali. Ma è possibile che con l’euro che rischia di andare a fondo Ue e Bce non abbiano di meglio a cui pensare che alla “golden share” italiana?  Possibile che tutte le misure urgenti per le quali il governo Berlusconi era inadeguato e che dovevano essere adottate immediatamente (pena la catastrofe) non se ne sia vista nemmeno una ma si parli di “golden share”? Il motivo pare evidente e lascia aperti molti sospetti circa il perché all’Italia, con i conti per molti versi più in ordine di quelli francesi (che possono rifiutare il controllo di Bruxelles sul loro bilancio) o britannici (che hanno avuto la scaltrezza di restare fuori dalla truffa dell’euro), non sia stato concesso il privilegio di andare al voto come la Spagna. Prima di tornare ad essere un Paese democratico dobbiamo vendere, anzi svendere considerati i chiari di luna borsistici, le nostre aziende di punta agli stranieri, o per meglio dire ai nostri concorrenti. Quei Paesi (dagli Usa alla Gran Bretagna, dalla Francia alla Germania) che come si è visto chiaramente in questi ultimi tempi (dalle questioni finanziarie alla guerra in Libia) possono venire definiti partner solo da chi è in affari con loro.

Perché è evidente che nell’attuale situazione, con Finmeccanica che dopo il recente (casuale?) mega crollo borsistico ha una capitalizzazione di appena due miliardi ( solo i suoi beni immobili valgono il doppio), abrogare entro un mese la “golden share” significa consentire ai colossi anglo-americani e franco-tedeschi della Difesa (Thales e EADS  in testa) di inglobare il gruppo italiano o le sue aziende più competitive. Pochi giorni or sono a Berlino è stato firmato un accordo di militare tra Italia e Germania  che dovrebbe  bilanciare l’asse franco-britannico nel campo della Difesa (a proposito di Europa unita !) e che prevede una stretta cooperazione industriale in diversi settori ma che potrebbe trasformarsi in sudditanza tecnologica dell’Italia se svendessimo le nostre aziende del settore. I segnali in questo senso ci sono tutti e un documentato articolo della Stampa ( I francesi di Thales vogliono i gioielli dell’industria bellica) ha evidenziato il concreto interesse della francese Thales ad acquisire Oto Melara e Wass.  Fino a un anno or sono coi francesi si discuteva di joint ventures paritetiche, oggi i Galli calano in Italia al grido di “guai ai vinti” come fece Brenno un po’ di tempo fa. Certo il sobrio Mario Monti ha detto subito, nel discorso di presentazione del suo governo in Parlamento, che si offende a sentire parlare di “poteri forti”, di governo dei banchieri che ha usurpato il potere al popolo benché proprio la grande finanza sia stata all’origine della crisi nella quale ci dibattiamo dal 2008.  Peccato che mentre la stampa italiana si è sdraiata adorante ai suoi sobri piedi a Parigi il quotidiano “Le Monde” abbia ricordato in un articolo del 14 novembre dal titolo eloquente ”Goldman Sachs, le trait d’union entre Mario Draghi, Mario Monti et Lucas Papadémos”  che gli uomini al governo senza il  consenso elettorale  in Italia, Grecia e alla Banca centrale europea sono consulenti della grande banca statunitense la cui formidabile influenza in Europa sembra essere sfuggita a molti. Monti del resto ha ragione quando afferma che di poteri forti purtroppo non ne esistono in Italia. Infatti il nostro Paese è oggi in mano a poteri forti stranieri e non certo amichevoli. Non si spiega infatti perché le banche italiane siano sotto osservazione dalla Bce ma non lo siano invece quelle tedesche e francesi che, a differenza delle nostre, sono letteralmente zeppe di titoli-spazzatura. Molte banche greche, altro Paese sotto occupazione, sono in svendita e i grandi gruppi bancari internazionali sono già pronti a mangiarsele. Probabilmente molto presto i professori ci diranno sobriamente che le nostre aziende e banche vanno vendute agli stranieri, sacrificate  sull’altare della riduzione del deficit e nel nome di un liberismo che è ufficialmente un  dogma per tutti ma che i forti non applicano in casa loro e i deboli subiscono. Dopo aver fatto man bassa al “discount Italia” le potenze occupanti potrebbero anche farci tornare a votare, come un lander tedesco o un dipartimento d’oltremare francese.

di Gianandrea Gaiani : TEMPO DI SALDI AL DISCOUNT ITALIA ?, Foto Bastardidentro