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Populismo

Perché Europa e Obama farebbero bene a cercare di capire i vari Putin e Orban anziché trattarli da mostri

Mondiali 2014, Finele: Germany Argentina

L’infornata di sanzioni Ue contro Mosca appena approvata dai governi europei era inevitabile ed è appropriata: a prescindere da ogni altra considerazione di politica e di diplomazia internazionali, chi destabilizza un paese confinante armandone i ribelli con sistemi bellici così sofisticati che costoro non sono capaci di usarli, e finiscono per abbattere un aereo civile uccidendo 300 innocenti, merita una punizione. Non ci sono giustificazioni per fatti del genere, come non ce ne sono quando l’artiglieria israeliana colpisce le scuole dell’Onu dove hanno cercato riparo i civili palestinesi e non ce ne sono quando i razzi palestinesi seminano il terrore nelle cittadine israeliane.

putin-assadTrovo invece patetica la crescente demonizzazione di Vladimir Putin, indicato sempre più come l’uomo da abbattere affinché tutto torni alla normalità, e la cooperazione fra Russia, Usa e Unione Europea in vista del trionfo universale della convivenza pacifica, della liberaldemocrazia e dell’economia di mercato globalizzata ricominci come ai bei tempi della presidenza Eltsin.

Le esperienze del passato sembrano non avere insegnato nulla: l’opinione pubblica occidentale ha creduto che bastasse sbarazzarsi di Saddam Hussein, di Mubarak o di Gheddafi per vedere trionfare la libertà e la democrazia nel mondo arabo, salvo poi scoprire che le cose erano meno semplici di quanto pareva dall’esterno. Il conflitto israelo-palestinese? Una volta fuori gioco Sharon e Arafat, nemici che si reggevano reciprocamente, israeliani e palestinesi più flessibili dei loro due capi avrebbero trovato la quadratura del cerchio. Infatti… Adesso si pensa la stessa cosa di Putin, di Bashar el Assad e persino di Erdogan, capo di governo turco eletto e rieletto ogni volta con maggioranze sempre più ampie.

L’idea che un dittatore o un leader autoritario o semi-autoritario siano espressione di una specifica e irripetibile costellazione storica, sociale, culturale, politica ed economica continua a non sfiorare le menti della maggior parte dei commentatori e della gente comune. Per l’americano e l’europeo medi, intrisi di cultura individualista, il dittatore o l’uomo forte sono espressione di se stessi e di una volontà di potenza individuale, niente di più. Quando il loro modo di fare politica crea dei problemi all’Occidente, la cosa da fare perché spariscano quei problemi è far sparire il disturbatore in persona. Certo, ci sono pur sempre politici e intellettuali di alto profilo – come Henry Kissinger, Mikhail Gorbaciov, Stephen Cohen – che spiegano che in realtà il leader del Cremlino fa quello che qualunque capo di Stato russo avrebbe fatto in circostanze analoghe, perché nessun governante moscovita può permettere che l’Ucraina scivoli nell’area politico-militare della Nato. Ma sono in minoranza e le loro idee non vengono prese in considerazione.

Viktor OrbanQualcosa però si sta muovendo, e merita attenzione e approfondimento, senza giudizi precipitosi: le situazioni si stanno evolvendo sotto i nostri occhi. Ha fatto scalpore un discorso del premier ungherese Viktor Orban (foto a sinistra) pronunciato il 26 luglio scorso. Dopo aver premesso che l’esperienza della crisi finanziaria internazionale dimostra che «gli stati liberaldemocratici non sono in grado di restare competitivi a livello globale», ha affondato un colpo sbalorditivo: «Non credo che la nostra appartenenza all’Unione Europea ci precluda la possibilità di edificare un nuovo stato illiberale, basato sulle nostre fondamenta nazionali», ha detto.

Il progetto avrebbe due motivazioni. Una di tipo identitario: «l’Ungheria non è un’ammucchiata di individui, è una nazione», ha detto il primo ministro. Mentre libertà e democrazia devono continuare a prevalere, l’ottica dei diritti individuali dovrebbe lasciare posto all’etica dei doveri verso il proprio popolo. Poi ci sono motivi economici. La globalizzazione economica e la liberaldemocrazia individualistica sono un binomio che sembra non funzionare: con la relativa eccezione degli Usa, che sono pur sempre la potenza dominante, e della Germania favorita dall’architettura dell’euro, i paesi che sembrano reggersi meglio non appartengono all’Occidente: «Oggi il mondo cerca di capire la natura di sistemi che non sono occidentali, che non sono liberali e fore non sono nemmeno democrazie, ma che hanno successo». I nomi? Orban menziona Singapore, Cina, India, Russia e Turchia. Sono alcuni dei paesi i cui leader sono maggiormente criticati nella stampa europea e statunitense.

A parte la disinvoltura con cui Orban mette insieme sistemi che si possono definire democratici con altri che non lo sono minimamente, è vero che un numero crescente di paesi che non appartengono all’Occidente e che spesso non condividono i suoi valori stanno ottenendo successi politici e/o economici. A volte anche quando l’economia rallenta, il consenso per i governi resta alto. Il tasso di approvazione di Vladimir Putin, il nuovo “uomo nero” dei media occidentali, all’inizio di giugno aveva toccato il massimo storico dell’83 per cento. Anche Erdogan, che nei mesi delle proteste di piazza Taksim era sceso dal 59 del 2013 al 39 per cento, è risalito oltre il 50 per cento ed è il favorito assoluto per le presidenziali del 10 agosto. Nell’aprile scorso Viktor Orban, la bestia nera della Commissione europea e del Parlamento europeo, ha vinto un nuovo mandato da primo ministro col 44,5 per cento dei voti.

Cena di gala per Merkel e Obama al castello di CharlottenburgEffettivamente siamo in presenza di due problemi. Il primo è che il modello politico occidentale, presentato come la sintesi perfetta di prosperità, giustizia sociale, economia di mercato, libertà pubbliche e private, sistema politico democratico non attira più come in passato. Gli europei per primi avvertono i suoi limiti. In un mondo dominato dai movimenti dei grandi capitali e dalla finanziarizzazione dell’economia, dove tutti i paesi sono costretti a praticare le stesse politiche economiche e sociali fin nei dettagli per non veder esplodere il debito sovrano, dove il margine di manovra dei parlamenti nazionali si fa sempre più stretto perché l’80-90 per cento delle norme viene decisa non democraticamente a Bruxelles, dove le sentenze dei tribunali costituzionali, delle Corti europee e delle Corti d’appello stabiliscono quali leggi possono essere approvate dalla volontà popolare e quali no, dove le varie leggi nazionali sulle varie “fobie” riducono costantemente lo spazio della libertà di parola, viene da interrogarsi se quella che vige sia democrazia sostanziale e se le libertà siano formali o reali.

Le leggi e la pressione del conformismo culturale ci obbligano a parlare in un certo modo e ci puniscono con l’emarginazione o con sanzioni penali se deroghiamo, i giudici cassano le leggi che abbiamo approvato votando per un certo partito (per esempio quella sulla fecondazione eterologa; e a Strasburgo stavano per mettere fuorilegge i crocefissi nelle scuole, se non fosse intervenuta la Grand Chambre), i mercati finanziari e i vincoli della moneta unica europea decidono al posto dei governi cosa si può fare e cosa non si può fare. È ancora democrazia questa? È ancora libertà?

Poi c’è l’altra grande questione: l’incapacità di guardare agli altri come altri, di dare un significato all’alterità. Così il russo è solo un euro-asiatico politicamente immaturo, che si è lasciato sedurre e manipolare dal proprio capo supremo. Liberiamo il minorenne russo, incline a credere a tutto ciò che la propaganda di Stato gli propina, dal suo tutore, e Mosca diventerà come Belgrado: una capitale di tradizione slavo-ortodossa desiderosa di omologarsi in tutto e per tutto ai canoni dell’Unione Europea.

milosevicIl paragone fra la Serbia di Milosevic e la Russia di Putin l’ho letto nelle pagine dell’autorevolissimo New York Times: secondo Roger Cohen bisogna trattare Putin come Milosevic, e la Russia farà lo stesso percorso che ha fatto la Serbia. Forse Cohen farebbe bene a ricordarsi come trattammo la Russia al tempo della crisi del Kosovo. A Mosca c’era Eltsin, che pur protestando molto di fatto dette il via libera ai bombardamenti Nato su Belgrado e sulle truppe serbe in Kosovo, perché non minacciò un intervento militare. Quando Belgrado capitolò, Mosca fece da mediatrice fra la Serbia e la Nato per le decisioni relative all’ingresso delle truppe euroatlantiche in Kosovo e chiese di potere avere un ruolo. Venne tenuta fuori come un lebbroso. Eltsin dovette mandare i suoi parà nottetempo all’aeroporto di Pristina, in una specie di blitz insensato – i parà russi erano un’isoletta circondata dai militari degli altri paesi- per dare al mondo l’impressione che la Russia stava sorvegliando le attività della Nato in Kosovo.

Con questi precedenti – oltre alle promesse tradite fatte a suo tempo a Gorbaciov di non accogliere nella Nato i paesi che uscivano dal Patto di Varsavia – non c’è da stupirsi della politica di Putin. L’ex ufficiale del Kgb ha fatto quello che qualunque altro presidente russo avrebbe fatto. Dopo avere rimesso un po’ in piedi la Russia dal punto di vista economico e del funzionamento delle istituzioni (al tempo di Eltsin c’era una bellissima libertà di parola e di stampa, ma più povertà che sotto il comunismo e la paralisi completa dei servizi pubblici) il nuovo leader ha cercato di restaurare la forza della Russia come grande potenza e di bloccare l’espansione della Ue e della Nato in direzione di Mosca.

In Ucraina sta perdendo la partita, come tutti capiscono sin dai giorni dell’occupazione della Crimea. Ma se Putin dovesse uscire di scena perché l’Ucraina scivola definitivamente verso Washington, le probabilità che a ciò corrisponda una democratizzazione e liberalizzazione della vita politica russa sono pari quasi a zero. Ha scritto George Friedman su Stratfor, il principale sito internet americano di geopolitica: «Coloro che pensano che Putin sia allo stesso tempo il più repressivo e il più aggressivo leader russo immaginabile dovrebbero riflettere che le cose non stanno così. Lenin, per esempio, faceva paura. Ma Stalin fu molto peggio. Potrebbe venire un tempo in cui il mondo guarderà a Putin come a un tempo di liberalità. Perché se la lotta di Putin per sopravvivere e dei suoi sfidanti interni per spodestarlo dovesse diventare più intensa, la disponibilità di tutti a diventare più brutali potrebbe ugualmente crescere».

isilLa Russia sta destabilizzando l’Ucraina, su questo non ci piove. Ma anche la Ue e la Nato stanno destabilizzando la Russia, consapevolmente o inconsapevolmente. Non stanno semplicemente osteggiando un leader autoritario: stanno mettendo in pericolo l’esistenza politica e istituzionale della Russia. Gli europei probabilmente sono in buona fede, e credono di poter fare della Russia un’altra Serbia, convertita all’europeismo dopo la caduta di Milosevic; ma gli americani pensano a una Russia serbizzata in un altro senso: un’entità politica smembrata di diritto o di fatto, gestita da oligarchi ai quali sarebbero affidati spazi territoriali specifici, la quale non costituirebbe più una minaccia geopolitica per gli Usa.

Insomma, all’amministrazione Obama non dispiacerebbe se la Russia andasse in pezzi, come ci stanno andando Siria e Iraq. Ai tempi di G.W. Bush la linea ufficiale consisteva nell’esportazione della democrazia, che avrebbe trasformato i nemici in amici. Al tempo di Obama, più realisticamente si mira a disintegrare dall’interno i nemici. Resteranno nemici, ma non nuoceranno più. Nella democrazia come sistema universale prima di tutto sembrano non crederci più gli americani, cioè quelli che l’hanno inventata.

L’occidente si arrende ai jihadisti

primavera-arabaE’ sotto gli occhi di tutti il cambiamento portato dalle cosiddette primavere arabe, alle quali l’Occidente, con l’Unione europea in prima fila, ha contribuito.
Quanta libertà, democrazia e tolleranza religiosa ci sono nel nuovo Egitto?
E in Tunisia, dove sarebbe in atto una campagna di islamizzazione del Paese svelata da un’intercettazione, in cui il leader del partito al governo  incoraggia i fondamentalisti salafiti a fondare radio, tv e scuole coraniche?
E in Libia, dove hanno trucidato l’ambasciatore americano e continuano a uccidere o a imprigionare per motivi politici o religiosi? Verificato sul campo il fallimento del progresso democratico in questi Paesi, perché mai dovremmo favorire, magari con un impegno militare,il rovesciamento del regime siriano?
In Europa continuano a sparlare di diritti umani e di un ipotetico cammino verso la libertà. E fanno finta di non vedere quello che accade sull’altra sponda del Mediterraneo.
La Siria è stata definita un paese canaglia per il suo sostegno e la sua nefasta influenza sul Libano degli hezbollah, sugli integralisti palestinesi di Hamas e per l’abbraccio mortale con l’Iran. D’accordo, ma lasciateci essere un po’ scettici sul futuro di una ”Damasco liberata”.
Non vorremmo abbracciare le tesi della Russia, che ha notevoli interessi economici e strategici in questa delicata area, ma visto l’epilogo delle “primavere” non possiamo certo chiudere gli occhi.
Assad è un dittatore e la repressione del regime è sanguinosa? Bella scoperta. Ma guardiamo in faccia la realtà: era meglio l’Egitto di Mubarak o quello di oggi?
Era meglio la Tunisia di Ben Ali o quella di oggi?
Era meglio la Libia di Gheddafi o quella di oggi?
E quando diciamo meglio, lo intendiamo sia per le popolazioni sia per i riflessi sul nostro Paese e sull’Europa. E non è solo una questione di libertà religiosa.
Sia in Siria sia negli altri regimi arabi caduti, le minoranze religiose, come quella cristiana, erano tutelate. Ora non più. Quindi c’è poco da sbraitare contro le dittature arabe, perché sono proprio quelle dittature che, finché ci ha fatto comodo, hanno garantito la stabilità nel Mediterraneo.
Quello che ci fa sorridere è la posizione della diplomazia italiana e del nostro ministro Giulio Terzi, che auspica una convergenza di Mosca sulle posizioni europee.
La Russia, come sappiamo, considera le primavere arabe un segno di instabilità regionale e non un passo verso la democrazia. Possiamo darle torto?
Ma Terzi, di cui ricordiamo l’incisivo contributo per la liberazione dei nostri marò prigionieri in India (sono ancora là dopo otto mesi), si dà la risposta da solo: “C’è un rischio jihad nel Nord Africa. Queste formazioni si sono avvantaggiate dalla diminuita capacità di controllo di alcuni paesi.” Chissà chi ha contribuito a diminuirla. E ancora: “Il rischio al-Qaeda c’è.”
Come in Siria, dove non solo è preponderante la componente fondamentalista, ma c’è anche una forte presenza di qaedisti tra gli insorti.
Le cancellerie europee perciò hanno poco da meravigliarsi se la Russia sia poco propensa a consegnare Damasco agli integralisti incontrollabili. Un epilogo, poi, che dovrebbe preoccupare anche Israele. Certo, la Siria di Assad è per Gerusalemme un nemico acerrimo, con cui non è mai riuscita a firmare un trattato di pace. Ma è meglio avere alla porta un nemico che conosci o un nemico imprevedibile?

di Riccardo Pelliccetti

Egitto e la distruzione delle chiese

attentato di capodanno alla chiesa copta di alessandria
attentato di capodanno alla chiesa copta di alessandria

Negli ultimi giorni le chiese cristiane sono state attaccate in almeno due paesi,  Nigeria ed Egitto, mentre imballaggi contenenti ordigni esplosivi rudimentali sono stati posti sulla porta di casa delle famiglie cristiane in Iraq. Gli attacchi contro i cristiani non sono rari nel mondo islamico ma non è chiaro se questi ultimi avvenimenti sono stati realizzati da piccoli gruppi e quindi sono semplicemente una coincidenza e non una minaccia ad un nuovo livello che indica l’esistenza di un’iniziativa internazionale coordinata.
Eppure è strana la quasi perfetta tempistica degli eventi in tre paesi lontani tra loro. Certo, i servizi segreti egiziani sono alla ricerca di eventuali collegamenti regionali (ad esempio, se operatori iracheni hanno reclutato attentatori egiziani). I precedenti attentati in Egitto sono stati tutti contro i turisti e mai contro i cristiani e le chiese.
Ciò che è importante è capire che se i recenti attacchi non sono casuali, allora c’è una conduzione coordinata contro le chiese cristiane. Se fosse così, saremmo in presenza di una rete terroristica che ha eluso la sorveglianza da parte dei servizi di sicurezza e di intelligence.
Ovviamente, queste sono supposizioni.
Ciò che è chiaro, tuttavia è che l’attacco a una chiesa in un paese come l’Egitto è tutt’altro che comune e tra l’altro questo è stato particolarmente distruttivo.
L’Egitto, in termini di terrorismo è una nazione relativamente tranquilla anche se ultimamente ci sono stati alcuni attacchi contro la grande popolazione cristiana copta che conta il 10% di tutta la popolazione.
Il governo egiziano, nel passato è stato efficace nell’usare una spietata repressione dell’estremismo islamico e da diversi anni è attivo nella condivisione delle informazioni sul terrorismo con americani, israeliani e altri governi musulmani.
Il suo apparato di intelligence è stato uno dei pilastri degli sforzi per limitare il terrorismo, nonché a mantenere l’opposizione interna sotto controllo.
Pertanto, l’attacco in Egitto è significativo ed evidenzia una falla nella sicurezza egiziana. Anche errori sono inevitabili, ciò che ha reso questo fallimento degno di nota è l’attacco che si è verificato in sequenza stretta con più obiettivi cristiani in Iraq e in Nigeria. Avvenimenti che seguono una minaccia di al Qaeda, fatto il mese scorso, contro i copti egiziani.
Questo avvertimento aumenta le probabilità di convincimento in un’azione coordinata.

Storia moderna

L’Egitto, con una popolazione di circa 80 milioni di cittadini è il più grande paese arabo. IlCairo è il centro storico della cultura araba ed è stato il nucleo della risposta araba al crollo degli imperi britannico e francese.
Sotto Gamal Abdul Nasser, il fondatore politico della lega Pan-araba (al contrario di Pan-islamico) l’Egitto era il motore militarizzato della regione.
Quando nel 1956, l’Egitto, si alleò con l’Unione Sovietica ridefinì la strategia geopolitica della regione del Mediterraneo. Cambiando alleanza nel 1970 anche la sua geopolitica è cambiata, più che in ogni altro paese arabo.
L’ultima mossa importante da parte dell’Egitto è stata la firma di un accordo di pace con Israele nel 1979 che ha smilitarizzato la penisola del Sinai e la rimozione della minaccia strategica a sud di Israele. La conseguenza è stata che a sua volta ha liberato Israele facendolo concentrare sui propri interessi primari al nord ed a sviluppare la sua economia. Le conseguenze del trattato di pace sono state enormi definendo la geopolitica della regione lasciando isolata la Siria e rendendola dipendente dall’Iran.
La morte del presidente Anwar Sadat nel 1982 e la conseguente elezione di Hosni Mubarak portò ad un periodo di congelamento nella strategia estera nazionale.
Il rapporto con gli Stati Uniti assicurò il fronte esterno. Tuttavia, la morte di Sadat, ha dimostrato che il trattato con Israele ha generato forti resistenze all’interno dell’Egitto.
Considerando che il regime egiziano proveniva da una visione laico arabista è facile capire che la pace con Israele ha posto problemi teologici e non ideologici. L’opposizione ruotante attorno alla Fratellanza Musulmana è stata un’opposizione di tipo islamista e quindi contraria al trattato su basi teologiche.
L’assassinio di Sadat ha avviato un periodo di intensa attività da parte delle forze di sicurezza egiziane al fine di distruggere l’organizzazione degli assassini e delle forze islamiste che si opponevano sia al regime che al trattato con Israele.
La coordinazione tra gli spietati servizi segreti e servizi di sicurezza, la disorganizzazione degli islamisti e le profonde divisioni nella società egiziana ha ridotto la minaccia islamista ad una debole forza politica e il terrorismo ad un evento piuttosto raro.
Però questo concentrarsi sulla sicurezza interna ha congelato la politica estera egiziana.
Le considerazioni fatte dai politici furono : In primo luogo, condurre una vigorosa politica estera, avendo contemporaneamente un fronte interno col terrorismo, era pericoloso se non impossibile.
In secondo luogo, la lotta contro il radicalismo islamico è una guerra di intelligence e l’Egitto necessitava la cooperazione con i servizi segreti di altri paesi, soprattutto gli Stati Uniti e Israele.
Le conseguenze furono che la minaccia interna non soltanto ha congelato la politica estera dell’Egitto ma ha anche contribuito alla disuguaglianza sociale ed economica.
Il risultato della combinazione di questi fattori è che l’Egitto è apparso agli occhi delle altre nazioni islamiche come scomparso dalla storia, ripiegato su se stesso.
Le notizie dal Cairo, negli anni dal 1950 al 1970, galvanizzavano il mondo arabo ma dal 1980 l’Egitto cessava di essere la nazione leader della regione.
Anche dopo il 2001, quando tutti gli alleati americani sono stati mobilitati nella guerra contro l’Islam militante, il ruolo dell’Egitto si è limitato al controllo del movimento terroristico all’interno di se stesso. Riuscire a controllare il terrorismo è stato un enorme vantaggio per gli Stati Uniti e l’Egitto è diventato il paese di cui né gli USA né gli israeliani avevano di cui preoccuparsi. Al contrario, se in Egitto il terrorismo si fosse radicalizzato per cli USA si sarebbe creata una grande sfida strategica.

Attuale clima politico dell’Egitto

Mubarak è vecchio e secondo alcuni soffre di cancro. Egli sperava che suo figlio, Gamal, lo sostituisse ma questo desiderio ha incontrato la resistenza da parte dell’apparato politico e militare che sostiene il presidente. Apparato che deriva direttamente dal regime fondato da Nasser.
Il regime ha l’appoggio di una parte della popolazione, in particolare dei dipendenti pubblici. Allo stesso tempo, però, ci sono laici che vogliono un regime più liberale orientato al business. I desideri dei liberali sono sempre stati controllati con la scusa della minaccia dei radicali islamici che al momento attuale è vista come esaurita.
Ci sono tutte le ragioni per giudicare l’attacco alla chiesa come un’evento importante importante. L’argomento che la minaccia islamista è stata soppressa decade con l’attacco dell’altra notte e con esso decade la tesi secondo cui la continua focalizzazione su uno stato di sicurezza è ormai superata.
Nel caso del reiterarsi degli attacchi terroristici, la politica di Mubarak è legittimata e può essere trasmessa a chi dovesse succedergli alla presidenza.
Questo ci porta al cuore della questione, non è chiaro cosa si sta muovendo sotto la superficie ma qualunque cosa sia deve essere necessariamente prudente. Consideriamo che l’islamismo radicale, per varie ragioni, ha catturato l’immaginazione della gente in altri paesi musulmani e non è irragionevole supporre che non sia così anche in Egitto. Possiamo supporre che anche se Mubarak ha fatto di tutto per sopprimere l’islamismo, esso sia ancora in Egitto anche se dormiente.
Il momento più vulnerabile per la nazione dei faraoni è il periodo immediatamente precedente all’uscita di scena di Mubarak.
Se gli islamisti radicali alzassero la testa ora, potrebbero  attirare l’ira dei servizi di sicurezza e in ogni caso, essi non starebbero peggio di quanto non stessero prima e non sarebbero una minaccia. Ma se la crisi di successione dovesse dividere uno stato già sclerotico si potrebbe aprire la porta a una rinascita dell’islamismo radicale.

Futuro politico egiziano

Abbiamo due possibilità :

A) l’Egitto entra in un periodo di lotte interne e d’instabilità. Il regime non riesce a reprimere gli islamisti ed essi non riescono a prendere il potere.

B) un movimento di massa islamista ripudia il patrimonio nasseriano e stabilisce una repubblica islamica in Egitto.

Ci sono molte forze contrarie alla seconda ipotesi anche se nel lungo periodo non è uno scenario impossibile da immaginare.

C’è, naturalmente, un terzo scenario che prevede una successione ordinata.
Consideriamo per un momento uno scenario con uno stato islamista in Egitto.
Il Mediterraneo che per anni è stato una regione strategica tranquilla, prenderebbe improvvisamente vita. Gli Stati Uniti dovrebbero ridisegnare la propria strategia e Israele dovrebbe riprendere in considerazione la sua strategia geopolitica al sud dei suoi confini.
La Turchia dovrebbe prendere sul serio una nuova potenza islamica nel Mediterraneo e non sottovalutarne la leadership ma la cosa più importante è che un Egitto islamista darebbe impulso drammatico all’Islam radicale in tutto il mondo arabo.
E ancora, uno dei perni della politica americana ed europea andrebbe perduto irrimediabilmente. La trasformazione dell’Egitto in un paese islamico sarebbe per l’occidente una catastrofe mentre assumerebbe rilevanza nel mondo islamico, al di là dei problemi iraniani, cambiando completamente al volto sociopolitico/geopolitico della regione così come la vediamo oggi.
Se questi problemi esistessero in qualsiasi altro paese islamico avrebbero scarsa importanza ma l’Egitto è sempre stato la potenza dominante ed riferimento degli arabi della regione. Gli ultimi 20 anni di assenza di leadership sono stati, a mio parere, un periodo anormale.
Il racchiudersi su se stessi, divenendo evanescenti nel mondo arabo è stato dovuto ad uno sforzo per reprimere gli islamisti radicali ed ha assorbito dall’interno tutta l’energia del regime.
La dinamica interna dell’Egitto sta certamente cambiando gli approcci della successione ed il recente attacco alla chiesa è stato un raro fallimento della sicurezza egiziana.
Se la sicurezza interna dovesse fallire ancora e poi ancora, sarebbe difficile prevedere gli esiti per un paese importante come l’Egitto, è una questione che va presa sul serio.
Certamente non è chiaro, come e dove nella complessa situazione politica della nazione è da collocare l’attacco terroristico alla chiesa ma se è l’inizio di qualcosa di più grave si scoprirà solo osservando qualcosa fuori dal comune dal normale trend della vita del paese.
Se si notassero derive o fenomeni strani, bisognerà prendere sul serio la situazione, se non altro perché questo è l’Egitto ed esso conta politicamente più di altri paesi. l’Egitto sta cambiando ed è da tenere sotto osservazione.

Egypt and the Destruction of Churches: Strategic Implications is republished with permission of STRATFOR.

Il contenzioso per la palestina e la politica USA

Le recenti elezioni politiche nell’Autorità nazionale palestinese, che hanno visto la netta affermazione del gruppo oltranzista Hamas, stanno producendo conseguenze importanti a livello internazionale. L’amministrazione Bush ha invitato le aziende statunitensi a non avere alcun rapporto col governo dell’Anp, fino a quando Hamas non avrà “riconosciuto Israele e rinunciato esplicitamente alla lotta armata”. Sulla scia dell’azione statunitense, pure l’Unione Europea ha assunto un atteggiamento di assoluta fermezza nei confronti del nuovo esecutivo dell’Anp. L’inasprimento dei rapporti tra la Casa Bianca e l’Autorità nazionale palestinese rappresenta un brusco passo indietro. Da molti anni, infatti, gli Usa avevano intrattenuto relazioni ufficiali coi rappresentanti del popolo palestinese. In particolare, Usa e Anp avevano intrattenuto rapporti piuttosto cordiali durante le due amministrazioni Clinton. A partire dalla seconda metà anni 70 gli Stati Uniti compresero che ogni iniziativa in Medio Oriente avrebbe dovuto tenere in conto la questione della Palestina e del popolo palestinese. Questo fu il senso di un documento redatto nel 1976 da Harold Saunders, assistente per il Medio Oriente di Henry Kissinger, segretario di Stato dell’allora presidente Gerald Ford. Da quel momento tutti i presidenti americani, fino ad allora attenti solo agli interessi di Israele, adottarono una politica diversa, che condusse ad avviare rapporti con l’Olp di Arafat, rappresentante ufficiale dei palestinesi. Fu così per Jimmy Carter, vittorioso alle presidenziali del 1976 contro Ford, che attuò una politica molto attenta alle esigenze dei palestinesi. La scelta di una posizione equilibrata fu seguita anche dalle amministrazioni repubblicane di Ronald Reagan (1981-1988) e di George Bush sr. (1989-1992). La politica verso il contenzioso per la Palestina adottata da Bill Clinton, successore di Bush sr., seguì la strada tracciata dai suoi predecessori. Clinton voleva essere i mediatore che conduceva Israele e Olp verso traguardi storici, ma i suoi piani furono vanificati dall’avvio dei negoziati diretti fra israeliani e palestinesi, che si svolsero ad Oslo nell’estate del 1993. La Casa Bianca fu colta di sorpresa. Solo a cose fatte fu permesso l’intervento americano. Gli Usa non furono niente più che cerimonieri della firma degli accordi, avvenuta il 13 settembre 1993 a Washington alla Casa Bianca. Nel periodo immediatamente successivo al trattato di Washington, la Casa Bianca e il dipartimento di Stato restarono defilati rispetto alle iniziative di Rabin e Arafat, che siglarono nel 1994 nuove intese, miranti a dare valore alla Dichiarazioni di Principi firmata a Washington. Si ricordano i patti sottoscritti al Cairo (4 maggio), quello per il trasferimento di sovranità delle aree di Gerico e Gaza all’Anp, firmato al valico Erez il 29 agosto. Washington parve riprendere il controllo della situazione nel 1995. Il 28 settembre di quell’anno alla Casa Bianca si ebbe la firma dell’accordo Oslo II fra Israele e Anp. A tale evento, oltre a Rabin e ad Arafat, furono presenti anche il presidente egiziano Mubarak e re Hussein di Giordania. Stavolta la scelta della Casa Bianca come luogo per la firma valeva qualcosa di più rispetto al settembre 1993. L’amministrazione Clinton pareva avere recuperato la leadership come artefice del processo di pace israelo-palestinese. Il momento di grazia fu suggellato dall’intesa che fu stipulata fra Yossi Beilin e Mahmoud Abbas (Abu Mazen), i due architetti degli accordi di Oslo. Il patto, siglato il 31 ottobre 1995, prevedeva una soluzione definitiva della questione di Gerusalemme, che sarebbe stata divisa in due submunicipalità (una ebrea e una araba) attribuendo uno status speciale alla zona orientale, dove si trovano i luoghi santi. L’intesa fra Beilin e Abu Mazen poteva rappresentare la soluzione definitiva del contenzioso ma, come spesso accade, il sogno si infranse per l’insorgere di fatti imprevisti. L’illusione di una pace duratura svanì il 4 novembre 1995, quando fu il premier israeliano Ytzhak Rabin fu ucciso per mano di un estremista ebreo. La morte di Rabin sconvolse i piani di Washington. La presenza di Rabin, un premier che aiutava a risolvere i problemi piuttosto che crearne di nuovi, aveva consentito agli americani di adottare una politica equilibrata in Medio Oriente. La scomparsa del leader israeliano creava un vuoto assai difficile da colmare. Shimon Peres, che assunse le redini del governo in Israele, non ebbe il coraggio di intraprendere azioni decise per far avanzare il processo di pace, preferendo attendere l’esito delle elezioni nel paese ebraico, indette per il 29 maggio 1996. L’esito della consultazione elettorale in Israele segnò una brusca inversione di tendenza per il processo negoziale. Peres fu sconfitto da Benjamin Nethanyahu, il candidato della destra nazionalista che aveva condotto una campagna elettorale con lo slogan “pace nella sicurezza”. Fu un duro colpo per Clinton, che appena un mese prima aveva siglato un accordo di cooperazione con Peres per la lotta contro il terrorismo internazionale. I timori emersi per il cambio al vertice in Israele trovarono immediata conferma in settembre, quando Nethanyahu decise di aprire una seconda uscita al tunnel archeologico collocato lungo il Muro Occidentale a Gerusalemme. Arafat, da parte sua, soffiò sul fuoco asserendo che ciò era emblematico della volontà del nuovo governo israeliano di egemonizzare Gerusalemme. Ne scaturì una durissima battaglia, che causò oltre settanta morti. Clinton cercò subito di intervenire, convocando Arafat e Nethanyahu alla Casa Bianca. La crisi si placò ma la vicenda del tunnel evidenziò quelli che sarebbero stati gli elementi dominanti degli anni successivi per il contenzioso in Palestina: l’intransigenza di Nethanyahu per Gerusalemme; la compiacenza sottile di Arafat, che approfittava di tali eventi per giustificare azioni violente dei suoi uomini; l’opera di mediazione dell’amministrazione Usa, tanto generosa quanto inefficace. Nonostante il clima sfavorevole Clinton, rieletto presidente nel novembre del 1996, iniziò il suo secondo mandato con grandi ambizioni. Il presidente ribadì la sua intenzione di applicare una posizione equilibrata, senza timore di porre pressione sul governo israeliano. La pressione della Casa Bianca parve sortire un effetto immediato. Il 15 gennaio 1997 Israele e Anp siglarono un accordo per il ritiro israeliano da Hebron. Tuttavia tale intesa, piuttosto che segnare un avanzamento del processo, causò solo danni. Le frange più estreme della destra nazionalista israeliana, che ritenevano Hebron parte integrante della Grande Israele di richiamo biblico, pretesero da Nethanyahu una fermezza ancora maggiore su Gerusalemme. I rapporti fra Nethanyahu e Clinton furono da subito molto difficili. Il premier israeliano ribadì che la sua rigidità era dovuta alla inaffidabilità della controparte: l’Anp di Yasser Arafat. In effetti, i gruppi terroristici palestinesi compirono molti attentati senza che Arafat spendesse una sola parola di condanna per quelle azioni mirate contro civili israeliani, vittime innocenti quanto lo sono stati i tanti palestinesi uccisi dalle rappresaglie dell’esercito d’Israele. L’esecutivo di Nethanyahu si spostò su posizioni ancora più rigide. Il 4 gennaio 1998 si dimise il ministro degli Esteri israeliano David Levy, convinto sostenitore della politica di Madeleine Albright. Levy fu rimpiazzato da Ariel Sharon, all’epoca leader dell’ala più oltranzista, del tutto contrario a negoziare sui territori occupati nel 1967. Clinton cercò di prevenire il deterioramento di una situazione già precaria. La diplomazia americana, guidata dalla signora Madeleine Albright, ricevette l’impulso per un’azione ancora più incisiva in seguito allo scandalo “Sexgate”, emerso in febbraio, che vide coinvolto Clinton a causa delle rivelazioni dell’ex stagista Monica Lewinski. Per fronteggiare una simile situazione, Clinton aveva urgenza di un grande successo in politica ester
a, che gli avrebbe reso cred
ibilità agli occhi del mondo. Una situazione del tutto analoga a quella vissuta nel 1973 da Nixon il quale, travolto dallo scandalo del Watergate, incaricò Kissinger di impegnarsi senza risparmio in Medio Oriente, per ottenere risultati prestigiosi da esibire all’opinione pubblica mondiale. Da quel momento la Albright, spinta da un Clinton sempre più bisognoso di un grande successo, aumentò la pressione su Nethanyahu, suscitando le critiche da parte della maggioranza repubblicana al Congresso. Il 28 settembre, Arafat e Nethanyahu furono ricevuti da Clinton alla Casa Bianca, stavolta insieme. Fu il preludio alla firma del patto di Wye Plantations (Usa), avvenuta il 23 ottobre. Tale accordo implicava un nuovo ritiro israeliano dalla Cisgiordania, in ottemperanza a quanto già concordato a Oslo nel 1993. Il contesto appariva di nuovo propizio. Per imprimere un’accelerazione al processo di pace, Clinton si recò in Palestina tra il 12 e il 15 dicembre, incontrando sia i leader israeliani sia quelli palestinesi. In tale viaggio il capo della Casa Bianca pronunciò un discorso di fronte al Consiglio legislativo dell’Anp, ribadendo il diritto del popolo palestinese ad avere una patria. Il tour di Clinton in Palestina rappresentò il culmine delle attenzioni americane verso l’Autorità nazionale palestinese. Washington si era guadagnata la fiducia dei dirigenti dell’Anp. Nei primi mesi del 1999 gli Usa apparivano in grado di condurre il processo di pace verso nuovi traguardi. Il fallimento dell’esecutivo di Nethanyahu, che si era dimesso il 21 dicembre 1998, aprì la strada in Israele a un nuovo governo guidato dal laburista Ehud Barak, uscito vincitore dalla elezioni del 17 maggio. Il nuovo leader israeliano era per molti aspetti somigliante a Rabin per il pragmatismo, l’appartenenza al partito laburista e la carriera militare, che lo aveva visto arrivare fino al rango di capo di stato maggiore. Fin dal loro primo incontro, che avvenne alla Casa Bianca il 6 luglio, Clinton mostrò di avere un ottimo feeling con Barak. Con un nuovo interlocutore, la Casa Bianca riuscì a rilanciare il negoziato. Il 4 settembre, a Sharm el-Sheik, fu siglata un’intesa per l’applicazione delle clausole disattese dell’accordo di Wye Plantations. Purtroppo, anche stavolta si trattò di una breve illusione, giacché sia Israele sia l’Anp non mantennero le promesse. Barak trasferì all’Anp solo una parte dei territori promessi a Wye River. Arafat, da parte sua, si rivelò ancora una volta poco affidabile, lasciando liberi di agire i gruppi oltranzisti, fra i quali Hamas si stava imponendo come il più forte e organizzato. Si era ormai giunti al 2000, anno conclusivo della presidenza Clinton. La situazione appariva compromessa ma il capo della Casa Bianca, che voleva a tutti i costi ottenere un traguardo che lo potesse consegnare alla Storia, volle provare fino all’ultimo a invertire la tendenza. Con l’intento di emulare quello che fu il più grande successo di Jimmy Carter, Clinton convocò Barak e Arafat per l’11 luglio nella residenza presidenziale di Camp David, dove Begin e Sadat avevano siglato la pace fra Israele ed Egitto nel 1978. Un tentativo certo ammirevole, ma la differenza tra Camp David 1978 (Carter, Begin e Sadat) rispetto a quella del 2000 (Clinton, Barak e Arafat) era abissale. Nel 1978 il passo più importante era già stato fatto, in seguito al viaggio di Sadat a Gerusalemme che spianò la strada per ciò che concerneva il negoziato diretto fra le parti. La Camp David del luglio 2000, invece, arrivava dopo anni di deterioramento dei rapporti, a causa del mancato rispetto degli impegni pattuiti a Oslo nel 1993. In ogni caso, Clinton quasi riuscì nell’impresa impossibile, utilizzando come base per i negoziati la citata intesa raggiunta da Beilin e Abu Mazen nel 1995. In virtù della mediazione di Clinton, Barak offrì ad Arafat la sovranità immediata sul 73% della Cisgiordania, cui si aggiungeva un ulteriore 21%, che sarebbe stato trasferito all’Anp entro dieci anni. Quanto a Gerusalemme, Barak offrì ai palestinesi la piena sovranità sulle zone nord e sud, più il diritto ad amministrare la parte orientale. L’offerta non era male ma Arafat oppose il suo rifiuto, poiché pretendeva la piena sovranità palestinese sull’intera parte orientale di Gerusalemme. Il fallimento del vertice segnò la fine delle ambizioni di Clinton di essere ricordato come promotore della pace fra israeliani e palestinesi. Da allora ripresero le violenze su larga scala e gli Usa, da parte loro, non riuscirono a riportare il processo di pace sul binario del negoziato. L’amministrazione Clinton non fece granché per impedire a Sharon di recarsi al Monte del Tempio il 28 settembre. Washington non si attendeva che tale gesto potesse scatenare una simile reazione, generando addirittura l’inizio di una nuova Intifada. Gli Stati Uniti cercarono di riavvicinare le parti ma le speranze svanirono il 12 ottobre 2000, quando avvenne il linciaggio di due soldati israeliani della riserva, uccisi nella caserma di Ramallah da una folla impazzita. Il linciaggio dei due soldati israeliani irritò Barak, che reagì ordinando un’imponente azione militare contro Ramallah. Questo fu il vero inizio di un nuovo conflitto israelo-palestinese, tuttora in corso. Fu un duro colpo per Clinton, che stava lavorando alacremente per colmare il divario fra Barak e Arafat. A testimonianza dell’impegno americano, nel momento del linciaggio Arafat stava incontrando George Tenet, direttore della Cia, per concordare il ripristino della cooperazione in materia di sicurezza. Clinton si impegnò fino all’ultimo per lasciare la sua impronta su una questione alla quale aveva dedicato molte risorse. Non essendo riuscito a centrare il traguardo che inseguiva, il presidente presentò un piano che avrebbe potuto essere la base per una ripresa delle trattative in futuro. I punti salienti di questo progetto erano: l’assegnazione del 95% della Cisgiordania ai palestinesi; la soluzione della questione di Gerusalemme secondo il principio che “ciò che è arabo dovrà essere palestinese e ciò che è ebraico dovrà essere israeliano”; l’incorporazione di almeno l’80% dei coloni ebrei in “blocchi di colonie”, che sarebbero rimasti sotto sovranità israeliana. Il piano di pace di Clinton rappresentò una sorta di testamento, degna conclusione di una presidenza che, a dispetto dei risultati non eccelsi, aveva compiuto sforzi apprezzabili per avvicinare le parti a una soluzione definitiva del contenzioso. Pagine di Difesa, Rudy Caparrini, http://www.paginedidifesa.it/2006/caparrini_060421.html