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Populismo

Perché Europa e Obama farebbero bene a cercare di capire i vari Putin e Orban anziché trattarli da mostri

Mondiali 2014, Finele: Germany Argentina

L’infornata di sanzioni Ue contro Mosca appena approvata dai governi europei era inevitabile ed è appropriata: a prescindere da ogni altra considerazione di politica e di diplomazia internazionali, chi destabilizza un paese confinante armandone i ribelli con sistemi bellici così sofisticati che costoro non sono capaci di usarli, e finiscono per abbattere un aereo civile uccidendo 300 innocenti, merita una punizione. Non ci sono giustificazioni per fatti del genere, come non ce ne sono quando l’artiglieria israeliana colpisce le scuole dell’Onu dove hanno cercato riparo i civili palestinesi e non ce ne sono quando i razzi palestinesi seminano il terrore nelle cittadine israeliane.

putin-assadTrovo invece patetica la crescente demonizzazione di Vladimir Putin, indicato sempre più come l’uomo da abbattere affinché tutto torni alla normalità, e la cooperazione fra Russia, Usa e Unione Europea in vista del trionfo universale della convivenza pacifica, della liberaldemocrazia e dell’economia di mercato globalizzata ricominci come ai bei tempi della presidenza Eltsin.

Le esperienze del passato sembrano non avere insegnato nulla: l’opinione pubblica occidentale ha creduto che bastasse sbarazzarsi di Saddam Hussein, di Mubarak o di Gheddafi per vedere trionfare la libertà e la democrazia nel mondo arabo, salvo poi scoprire che le cose erano meno semplici di quanto pareva dall’esterno. Il conflitto israelo-palestinese? Una volta fuori gioco Sharon e Arafat, nemici che si reggevano reciprocamente, israeliani e palestinesi più flessibili dei loro due capi avrebbero trovato la quadratura del cerchio. Infatti… Adesso si pensa la stessa cosa di Putin, di Bashar el Assad e persino di Erdogan, capo di governo turco eletto e rieletto ogni volta con maggioranze sempre più ampie.

L’idea che un dittatore o un leader autoritario o semi-autoritario siano espressione di una specifica e irripetibile costellazione storica, sociale, culturale, politica ed economica continua a non sfiorare le menti della maggior parte dei commentatori e della gente comune. Per l’americano e l’europeo medi, intrisi di cultura individualista, il dittatore o l’uomo forte sono espressione di se stessi e di una volontà di potenza individuale, niente di più. Quando il loro modo di fare politica crea dei problemi all’Occidente, la cosa da fare perché spariscano quei problemi è far sparire il disturbatore in persona. Certo, ci sono pur sempre politici e intellettuali di alto profilo – come Henry Kissinger, Mikhail Gorbaciov, Stephen Cohen – che spiegano che in realtà il leader del Cremlino fa quello che qualunque capo di Stato russo avrebbe fatto in circostanze analoghe, perché nessun governante moscovita può permettere che l’Ucraina scivoli nell’area politico-militare della Nato. Ma sono in minoranza e le loro idee non vengono prese in considerazione.

Viktor OrbanQualcosa però si sta muovendo, e merita attenzione e approfondimento, senza giudizi precipitosi: le situazioni si stanno evolvendo sotto i nostri occhi. Ha fatto scalpore un discorso del premier ungherese Viktor Orban (foto a sinistra) pronunciato il 26 luglio scorso. Dopo aver premesso che l’esperienza della crisi finanziaria internazionale dimostra che «gli stati liberaldemocratici non sono in grado di restare competitivi a livello globale», ha affondato un colpo sbalorditivo: «Non credo che la nostra appartenenza all’Unione Europea ci precluda la possibilità di edificare un nuovo stato illiberale, basato sulle nostre fondamenta nazionali», ha detto.

Il progetto avrebbe due motivazioni. Una di tipo identitario: «l’Ungheria non è un’ammucchiata di individui, è una nazione», ha detto il primo ministro. Mentre libertà e democrazia devono continuare a prevalere, l’ottica dei diritti individuali dovrebbe lasciare posto all’etica dei doveri verso il proprio popolo. Poi ci sono motivi economici. La globalizzazione economica e la liberaldemocrazia individualistica sono un binomio che sembra non funzionare: con la relativa eccezione degli Usa, che sono pur sempre la potenza dominante, e della Germania favorita dall’architettura dell’euro, i paesi che sembrano reggersi meglio non appartengono all’Occidente: «Oggi il mondo cerca di capire la natura di sistemi che non sono occidentali, che non sono liberali e fore non sono nemmeno democrazie, ma che hanno successo». I nomi? Orban menziona Singapore, Cina, India, Russia e Turchia. Sono alcuni dei paesi i cui leader sono maggiormente criticati nella stampa europea e statunitense.

A parte la disinvoltura con cui Orban mette insieme sistemi che si possono definire democratici con altri che non lo sono minimamente, è vero che un numero crescente di paesi che non appartengono all’Occidente e che spesso non condividono i suoi valori stanno ottenendo successi politici e/o economici. A volte anche quando l’economia rallenta, il consenso per i governi resta alto. Il tasso di approvazione di Vladimir Putin, il nuovo “uomo nero” dei media occidentali, all’inizio di giugno aveva toccato il massimo storico dell’83 per cento. Anche Erdogan, che nei mesi delle proteste di piazza Taksim era sceso dal 59 del 2013 al 39 per cento, è risalito oltre il 50 per cento ed è il favorito assoluto per le presidenziali del 10 agosto. Nell’aprile scorso Viktor Orban, la bestia nera della Commissione europea e del Parlamento europeo, ha vinto un nuovo mandato da primo ministro col 44,5 per cento dei voti.

Cena di gala per Merkel e Obama al castello di CharlottenburgEffettivamente siamo in presenza di due problemi. Il primo è che il modello politico occidentale, presentato come la sintesi perfetta di prosperità, giustizia sociale, economia di mercato, libertà pubbliche e private, sistema politico democratico non attira più come in passato. Gli europei per primi avvertono i suoi limiti. In un mondo dominato dai movimenti dei grandi capitali e dalla finanziarizzazione dell’economia, dove tutti i paesi sono costretti a praticare le stesse politiche economiche e sociali fin nei dettagli per non veder esplodere il debito sovrano, dove il margine di manovra dei parlamenti nazionali si fa sempre più stretto perché l’80-90 per cento delle norme viene decisa non democraticamente a Bruxelles, dove le sentenze dei tribunali costituzionali, delle Corti europee e delle Corti d’appello stabiliscono quali leggi possono essere approvate dalla volontà popolare e quali no, dove le varie leggi nazionali sulle varie “fobie” riducono costantemente lo spazio della libertà di parola, viene da interrogarsi se quella che vige sia democrazia sostanziale e se le libertà siano formali o reali.

Le leggi e la pressione del conformismo culturale ci obbligano a parlare in un certo modo e ci puniscono con l’emarginazione o con sanzioni penali se deroghiamo, i giudici cassano le leggi che abbiamo approvato votando per un certo partito (per esempio quella sulla fecondazione eterologa; e a Strasburgo stavano per mettere fuorilegge i crocefissi nelle scuole, se non fosse intervenuta la Grand Chambre), i mercati finanziari e i vincoli della moneta unica europea decidono al posto dei governi cosa si può fare e cosa non si può fare. È ancora democrazia questa? È ancora libertà?

Poi c’è l’altra grande questione: l’incapacità di guardare agli altri come altri, di dare un significato all’alterità. Così il russo è solo un euro-asiatico politicamente immaturo, che si è lasciato sedurre e manipolare dal proprio capo supremo. Liberiamo il minorenne russo, incline a credere a tutto ciò che la propaganda di Stato gli propina, dal suo tutore, e Mosca diventerà come Belgrado: una capitale di tradizione slavo-ortodossa desiderosa di omologarsi in tutto e per tutto ai canoni dell’Unione Europea.

milosevicIl paragone fra la Serbia di Milosevic e la Russia di Putin l’ho letto nelle pagine dell’autorevolissimo New York Times: secondo Roger Cohen bisogna trattare Putin come Milosevic, e la Russia farà lo stesso percorso che ha fatto la Serbia. Forse Cohen farebbe bene a ricordarsi come trattammo la Russia al tempo della crisi del Kosovo. A Mosca c’era Eltsin, che pur protestando molto di fatto dette il via libera ai bombardamenti Nato su Belgrado e sulle truppe serbe in Kosovo, perché non minacciò un intervento militare. Quando Belgrado capitolò, Mosca fece da mediatrice fra la Serbia e la Nato per le decisioni relative all’ingresso delle truppe euroatlantiche in Kosovo e chiese di potere avere un ruolo. Venne tenuta fuori come un lebbroso. Eltsin dovette mandare i suoi parà nottetempo all’aeroporto di Pristina, in una specie di blitz insensato – i parà russi erano un’isoletta circondata dai militari degli altri paesi- per dare al mondo l’impressione che la Russia stava sorvegliando le attività della Nato in Kosovo.

Con questi precedenti – oltre alle promesse tradite fatte a suo tempo a Gorbaciov di non accogliere nella Nato i paesi che uscivano dal Patto di Varsavia – non c’è da stupirsi della politica di Putin. L’ex ufficiale del Kgb ha fatto quello che qualunque altro presidente russo avrebbe fatto. Dopo avere rimesso un po’ in piedi la Russia dal punto di vista economico e del funzionamento delle istituzioni (al tempo di Eltsin c’era una bellissima libertà di parola e di stampa, ma più povertà che sotto il comunismo e la paralisi completa dei servizi pubblici) il nuovo leader ha cercato di restaurare la forza della Russia come grande potenza e di bloccare l’espansione della Ue e della Nato in direzione di Mosca.

In Ucraina sta perdendo la partita, come tutti capiscono sin dai giorni dell’occupazione della Crimea. Ma se Putin dovesse uscire di scena perché l’Ucraina scivola definitivamente verso Washington, le probabilità che a ciò corrisponda una democratizzazione e liberalizzazione della vita politica russa sono pari quasi a zero. Ha scritto George Friedman su Stratfor, il principale sito internet americano di geopolitica: «Coloro che pensano che Putin sia allo stesso tempo il più repressivo e il più aggressivo leader russo immaginabile dovrebbero riflettere che le cose non stanno così. Lenin, per esempio, faceva paura. Ma Stalin fu molto peggio. Potrebbe venire un tempo in cui il mondo guarderà a Putin come a un tempo di liberalità. Perché se la lotta di Putin per sopravvivere e dei suoi sfidanti interni per spodestarlo dovesse diventare più intensa, la disponibilità di tutti a diventare più brutali potrebbe ugualmente crescere».

isilLa Russia sta destabilizzando l’Ucraina, su questo non ci piove. Ma anche la Ue e la Nato stanno destabilizzando la Russia, consapevolmente o inconsapevolmente. Non stanno semplicemente osteggiando un leader autoritario: stanno mettendo in pericolo l’esistenza politica e istituzionale della Russia. Gli europei probabilmente sono in buona fede, e credono di poter fare della Russia un’altra Serbia, convertita all’europeismo dopo la caduta di Milosevic; ma gli americani pensano a una Russia serbizzata in un altro senso: un’entità politica smembrata di diritto o di fatto, gestita da oligarchi ai quali sarebbero affidati spazi territoriali specifici, la quale non costituirebbe più una minaccia geopolitica per gli Usa.

Insomma, all’amministrazione Obama non dispiacerebbe se la Russia andasse in pezzi, come ci stanno andando Siria e Iraq. Ai tempi di G.W. Bush la linea ufficiale consisteva nell’esportazione della democrazia, che avrebbe trasformato i nemici in amici. Al tempo di Obama, più realisticamente si mira a disintegrare dall’interno i nemici. Resteranno nemici, ma non nuoceranno più. Nella democrazia come sistema universale prima di tutto sembrano non crederci più gli americani, cioè quelli che l’hanno inventata.

Siria: con i terroristi oltre 50 immigrati di seconda generazione “italiani”

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Sono oltre cinquanta gli immigrati di seconda generazione partiti dall’Italia per combattere con i terroristi islamici in Siria.
Lo conferma il portavoce della Comai– Comunità del Mondo arabo in Italia – : gli “italiani” si troverebbero soprattutto nel Nord della Siria e tra questi ci sarebbe anche una donna.
Non credo proprio che si sia di fronte a una possibile ondata di terroristi islamici in partenza dall’Italia”, ha cercato di smentire il ministro degli Esteri Emma Bonino, oltretutto alleata con loro essendo la rappresentante in Italia degli Usa e dei poteri eurofanatici che forniscono armi ai ‘ribelli’.
Secondo il presidente della Comai Foad Aodi: “dall’inizio del conflitto tra le centinaia di immigrati di seconda e terza generazione partiti dall’Europa per combattere a fianco dei ribelli ci sarebbero anche “45-50″ partiti “dall’Italia, soprattutto dal centro-Nord, ma anche da Roma”.

Sicuramente tutti parlavano bene il dialetto delle regioni di partenza.

Gli USA prima potenza petrolifera

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Gli Stati Uniti diverranno nei prossimi anni i maggiori produttori mondiali di petrolio e gas, materie prime di cui saranno presto anche esportatori.
La notizia, destinata a modificare radicalmente gli equilibri geopolitici internazionali e probabilmente la percezione stessa dell’America nel mondo, è stata ufficializzata dal recente rapporto World Energy Outlook redatto dall’Agenzia Internazionale dell’Energia. “Il Nord America è in prima linea di una trasformazione radicale della produzione di petrolio e gas che interesserà tutte le regioni del mondo“ ha dichiarato il direttore esecutivo dell’AIE, Maria van der Hoeven.
L’analisi evidenzia il culmine di un mutamento che in vent’anni ha visto Washington passare dal top della classifica mondiale dei consumatori di energia e importatori di petrolio al primo posto tra i produttori, anticamera della piena autosufficienza energetica.
I primi a vedersi sorpassare dagli americani saranno i russi che nel 2015 scenderanno al secondo posto tra i produttori mondiali di gas ma due anni dopo toccherà ai sauditi perdere il primato tra i produttori di greggio.
“Attorno al 2017, gli Stati Uniti diventeranno il principale produttore di petrolio, superando l’Arabia Saudita – ha sottolineato Fatih Birol, economista dell’agenzia.
Le previsioni indicano che nel 2030 gli Stati Uniti produrranno petrolio sufficiente a soddisfare il fabbisogno interno e ne diventeranno esportatori.
A premiare gli sforzi statunitensi sul fronte energetico non contribuiscono solo l’aumento della produzione interna e le tecniche estrattive improntate alla massima efficienza ricavando il metano dalle argille (shale gas) e combinando la perforazione orizzontale con la fratturazione idraulica.
Anche le politiche di contenimento dei consumi e l’adozione di misure concrete per il risparmio energetico e lo sviluppo di biocarburanti per veicoli e aerei contribuiscono a ridurre il fabbisogno e la dipendenza dalle importazioni.
I dati di oggi rivelano la tendenza definita dal rapporto: nei primi nove mesi di quest’anno  gli Stati Uniti hanno estratto circa 6,2 milioni di barili di greggio, 1,2 milioni in più del 2008.
“Nel 2011, per la prima volta dal 1949, gli Stati Uniti sono divenuti esportatori netti di prodotti raffinati, mentre la dipendenza dalle importazioni di petrolio greggio ha conosciuto un’inattesa inversione, scendendo in cinque anni dal 60 al 42 per cento grazie all’aumento della produzione (20 per cento dal 2008) e al declino dei consumi dopo il picco toccato nel 2007 ” ha scritto su “Affari Internazionali”  Alberto Clò, professore ordinario di Economia industriale all’Università di Bologna e Direttore della Rivista Energia.
“L’aumento della produzione di shale gas, salita al 40% della complessiva offerta, ha reso il paese sostanzialmente indipendente, creando oltre un milione di posti di lavoro e generando un surplus d’offerta che ha fatto crollare i prezzi interni del metano a livelli 3-4 volte inferiori a quelli del 2008 e a quelli oggi praticati in Europa” ha aggiunto Clò.”
La produzione americana di greggio è prevista aumentare entro il 2020 da 9,0 sino a quasi 16,0 milioni barili/giorno e quella di gas metano da 575 sino a 709 miliardi metri cubi nel 2030.
Citigroup ne stima il complessivo impatto incrementale sulla ricchezza americana nell’ordine di 2-3 punti percentuali, con un drastico taglio dell’energy bill con l’estero, che conta per oltre la metà delle complessive importazioni; un ulteriore rafforzamento del dollaro; forte crescita dell’industria e dell’occupazione.”
Nello stesso periodo in cui gli Stati Uniti raggiungeranno la piena autosufficienza energetica, l’AIE prevede che l’Asia continui a sostenere la domanda globale di petrolio, destinata a crescere di 7 milioni di barili al giorno entro il 2020 e a raggiungere i 100 milioni di barili al giorno nel 2035 contro  gli 87 milioni di barili del 2011.
I cambiamenti sul mercato dell’oro nero indicati dall’agenzia non riguardano solo gli Stati Uniti. L’Iraq ad esempio è destinato ad aumentare del 45 per cento la sua produzione entro il 2035 superando la Russia per livello di esportazioni.
Difficile valutare l’impatto sui prezzi poiché i fattori che lo determinano possono variare rapidamente e non dipendere solo dal nuovo ruolo degli Stati Uniti,  ma secondo l’AIE il costo del greggio salirà dai 108 dollari al barile di oggi a circa 125 dollari  (in termini di valore costante al netto dell’inflazione, pari a 215 dollari in termini reali) anche se negli ultimi tempi gli sbalzi sono stati vertiginosi: da un dollaro e mezzo al barile del 1970 agli 8 dollari del 1974,  dai 147 dollari del 2008 ai 50 dell’anno successivo.
Le stime sui prezzi dei prossimi 20 anni non tengono conto infatti delle variabili rappresentate da conflitti e tensioni nelle aree di maggior produzione di petrolio e gas che, dal Medio Oriente all’Asia Centrale all’Africa, sono in buona parte ben poco stabili o già destabilizzate.
Sui prezzi dipenderà inoltre il mantenimento di accordi tra i produttori come quelli in vigore oggi nell’ambito dell’Organizzazione dei Paesi produttori di petrolio (OPEC) o quello stipulato tra Stati Uniti e Arabia Saudita per garantire stabilità nelle forniture e nei prezzi ai mercati internazionali.
Il primato statunitense potrebbe cambiare radicalmente gli equilibri del mercato energetico portando i produttori a dirigere i flussi sempre di più verso l’Asia che con i suoi colossi economici e industriali avranno sempre più bisogno di energia.
L’AIE valuta che Cina, India e Medio Oriente assorbiranno oltre il 60 per cento dell’aumento del fabbisogno di energia nei prossimi anni. Un processo del resto previsto da tempo e in parte già in atto mentre il ruolo degli Stati Uniti tra i produttori di gas e petrolio potrebbe rendere più improbabile il distacco delle quotazioni energetiche dal dollaro propugnato oggi da Iran e Cina.
Al di là dell’impatto benefico sull’economia nazionale e sulla bilancia dei pagamenti, l’autonomia energetica potrebbe influire pesantemente sulle priorità strategiche di Washington e sulla percezione e difesa dei suoi interessi nazionali.

Egitto e la distruzione delle chiese

attentato di capodanno alla chiesa copta di alessandria
attentato di capodanno alla chiesa copta di alessandria

Negli ultimi giorni le chiese cristiane sono state attaccate in almeno due paesi,  Nigeria ed Egitto, mentre imballaggi contenenti ordigni esplosivi rudimentali sono stati posti sulla porta di casa delle famiglie cristiane in Iraq. Gli attacchi contro i cristiani non sono rari nel mondo islamico ma non è chiaro se questi ultimi avvenimenti sono stati realizzati da piccoli gruppi e quindi sono semplicemente una coincidenza e non una minaccia ad un nuovo livello che indica l’esistenza di un’iniziativa internazionale coordinata.
Eppure è strana la quasi perfetta tempistica degli eventi in tre paesi lontani tra loro. Certo, i servizi segreti egiziani sono alla ricerca di eventuali collegamenti regionali (ad esempio, se operatori iracheni hanno reclutato attentatori egiziani). I precedenti attentati in Egitto sono stati tutti contro i turisti e mai contro i cristiani e le chiese.
Ciò che è importante è capire che se i recenti attacchi non sono casuali, allora c’è una conduzione coordinata contro le chiese cristiane. Se fosse così, saremmo in presenza di una rete terroristica che ha eluso la sorveglianza da parte dei servizi di sicurezza e di intelligence.
Ovviamente, queste sono supposizioni.
Ciò che è chiaro, tuttavia è che l’attacco a una chiesa in un paese come l’Egitto è tutt’altro che comune e tra l’altro questo è stato particolarmente distruttivo.
L’Egitto, in termini di terrorismo è una nazione relativamente tranquilla anche se ultimamente ci sono stati alcuni attacchi contro la grande popolazione cristiana copta che conta il 10% di tutta la popolazione.
Il governo egiziano, nel passato è stato efficace nell’usare una spietata repressione dell’estremismo islamico e da diversi anni è attivo nella condivisione delle informazioni sul terrorismo con americani, israeliani e altri governi musulmani.
Il suo apparato di intelligence è stato uno dei pilastri degli sforzi per limitare il terrorismo, nonché a mantenere l’opposizione interna sotto controllo.
Pertanto, l’attacco in Egitto è significativo ed evidenzia una falla nella sicurezza egiziana. Anche errori sono inevitabili, ciò che ha reso questo fallimento degno di nota è l’attacco che si è verificato in sequenza stretta con più obiettivi cristiani in Iraq e in Nigeria. Avvenimenti che seguono una minaccia di al Qaeda, fatto il mese scorso, contro i copti egiziani.
Questo avvertimento aumenta le probabilità di convincimento in un’azione coordinata.

Storia moderna

L’Egitto, con una popolazione di circa 80 milioni di cittadini è il più grande paese arabo. IlCairo è il centro storico della cultura araba ed è stato il nucleo della risposta araba al crollo degli imperi britannico e francese.
Sotto Gamal Abdul Nasser, il fondatore politico della lega Pan-araba (al contrario di Pan-islamico) l’Egitto era il motore militarizzato della regione.
Quando nel 1956, l’Egitto, si alleò con l’Unione Sovietica ridefinì la strategia geopolitica della regione del Mediterraneo. Cambiando alleanza nel 1970 anche la sua geopolitica è cambiata, più che in ogni altro paese arabo.
L’ultima mossa importante da parte dell’Egitto è stata la firma di un accordo di pace con Israele nel 1979 che ha smilitarizzato la penisola del Sinai e la rimozione della minaccia strategica a sud di Israele. La conseguenza è stata che a sua volta ha liberato Israele facendolo concentrare sui propri interessi primari al nord ed a sviluppare la sua economia. Le conseguenze del trattato di pace sono state enormi definendo la geopolitica della regione lasciando isolata la Siria e rendendola dipendente dall’Iran.
La morte del presidente Anwar Sadat nel 1982 e la conseguente elezione di Hosni Mubarak portò ad un periodo di congelamento nella strategia estera nazionale.
Il rapporto con gli Stati Uniti assicurò il fronte esterno. Tuttavia, la morte di Sadat, ha dimostrato che il trattato con Israele ha generato forti resistenze all’interno dell’Egitto.
Considerando che il regime egiziano proveniva da una visione laico arabista è facile capire che la pace con Israele ha posto problemi teologici e non ideologici. L’opposizione ruotante attorno alla Fratellanza Musulmana è stata un’opposizione di tipo islamista e quindi contraria al trattato su basi teologiche.
L’assassinio di Sadat ha avviato un periodo di intensa attività da parte delle forze di sicurezza egiziane al fine di distruggere l’organizzazione degli assassini e delle forze islamiste che si opponevano sia al regime che al trattato con Israele.
La coordinazione tra gli spietati servizi segreti e servizi di sicurezza, la disorganizzazione degli islamisti e le profonde divisioni nella società egiziana ha ridotto la minaccia islamista ad una debole forza politica e il terrorismo ad un evento piuttosto raro.
Però questo concentrarsi sulla sicurezza interna ha congelato la politica estera egiziana.
Le considerazioni fatte dai politici furono : In primo luogo, condurre una vigorosa politica estera, avendo contemporaneamente un fronte interno col terrorismo, era pericoloso se non impossibile.
In secondo luogo, la lotta contro il radicalismo islamico è una guerra di intelligence e l’Egitto necessitava la cooperazione con i servizi segreti di altri paesi, soprattutto gli Stati Uniti e Israele.
Le conseguenze furono che la minaccia interna non soltanto ha congelato la politica estera dell’Egitto ma ha anche contribuito alla disuguaglianza sociale ed economica.
Il risultato della combinazione di questi fattori è che l’Egitto è apparso agli occhi delle altre nazioni islamiche come scomparso dalla storia, ripiegato su se stesso.
Le notizie dal Cairo, negli anni dal 1950 al 1970, galvanizzavano il mondo arabo ma dal 1980 l’Egitto cessava di essere la nazione leader della regione.
Anche dopo il 2001, quando tutti gli alleati americani sono stati mobilitati nella guerra contro l’Islam militante, il ruolo dell’Egitto si è limitato al controllo del movimento terroristico all’interno di se stesso. Riuscire a controllare il terrorismo è stato un enorme vantaggio per gli Stati Uniti e l’Egitto è diventato il paese di cui né gli USA né gli israeliani avevano di cui preoccuparsi. Al contrario, se in Egitto il terrorismo si fosse radicalizzato per cli USA si sarebbe creata una grande sfida strategica.

Attuale clima politico dell’Egitto

Mubarak è vecchio e secondo alcuni soffre di cancro. Egli sperava che suo figlio, Gamal, lo sostituisse ma questo desiderio ha incontrato la resistenza da parte dell’apparato politico e militare che sostiene il presidente. Apparato che deriva direttamente dal regime fondato da Nasser.
Il regime ha l’appoggio di una parte della popolazione, in particolare dei dipendenti pubblici. Allo stesso tempo, però, ci sono laici che vogliono un regime più liberale orientato al business. I desideri dei liberali sono sempre stati controllati con la scusa della minaccia dei radicali islamici che al momento attuale è vista come esaurita.
Ci sono tutte le ragioni per giudicare l’attacco alla chiesa come un’evento importante importante. L’argomento che la minaccia islamista è stata soppressa decade con l’attacco dell’altra notte e con esso decade la tesi secondo cui la continua focalizzazione su uno stato di sicurezza è ormai superata.
Nel caso del reiterarsi degli attacchi terroristici, la politica di Mubarak è legittimata e può essere trasmessa a chi dovesse succedergli alla presidenza.
Questo ci porta al cuore della questione, non è chiaro cosa si sta muovendo sotto la superficie ma qualunque cosa sia deve essere necessariamente prudente. Consideriamo che l’islamismo radicale, per varie ragioni, ha catturato l’immaginazione della gente in altri paesi musulmani e non è irragionevole supporre che non sia così anche in Egitto. Possiamo supporre che anche se Mubarak ha fatto di tutto per sopprimere l’islamismo, esso sia ancora in Egitto anche se dormiente.
Il momento più vulnerabile per la nazione dei faraoni è il periodo immediatamente precedente all’uscita di scena di Mubarak.
Se gli islamisti radicali alzassero la testa ora, potrebbero  attirare l’ira dei servizi di sicurezza e in ogni caso, essi non starebbero peggio di quanto non stessero prima e non sarebbero una minaccia. Ma se la crisi di successione dovesse dividere uno stato già sclerotico si potrebbe aprire la porta a una rinascita dell’islamismo radicale.

Futuro politico egiziano

Abbiamo due possibilità :

A) l’Egitto entra in un periodo di lotte interne e d’instabilità. Il regime non riesce a reprimere gli islamisti ed essi non riescono a prendere il potere.

B) un movimento di massa islamista ripudia il patrimonio nasseriano e stabilisce una repubblica islamica in Egitto.

Ci sono molte forze contrarie alla seconda ipotesi anche se nel lungo periodo non è uno scenario impossibile da immaginare.

C’è, naturalmente, un terzo scenario che prevede una successione ordinata.
Consideriamo per un momento uno scenario con uno stato islamista in Egitto.
Il Mediterraneo che per anni è stato una regione strategica tranquilla, prenderebbe improvvisamente vita. Gli Stati Uniti dovrebbero ridisegnare la propria strategia e Israele dovrebbe riprendere in considerazione la sua strategia geopolitica al sud dei suoi confini.
La Turchia dovrebbe prendere sul serio una nuova potenza islamica nel Mediterraneo e non sottovalutarne la leadership ma la cosa più importante è che un Egitto islamista darebbe impulso drammatico all’Islam radicale in tutto il mondo arabo.
E ancora, uno dei perni della politica americana ed europea andrebbe perduto irrimediabilmente. La trasformazione dell’Egitto in un paese islamico sarebbe per l’occidente una catastrofe mentre assumerebbe rilevanza nel mondo islamico, al di là dei problemi iraniani, cambiando completamente al volto sociopolitico/geopolitico della regione così come la vediamo oggi.
Se questi problemi esistessero in qualsiasi altro paese islamico avrebbero scarsa importanza ma l’Egitto è sempre stato la potenza dominante ed riferimento degli arabi della regione. Gli ultimi 20 anni di assenza di leadership sono stati, a mio parere, un periodo anormale.
Il racchiudersi su se stessi, divenendo evanescenti nel mondo arabo è stato dovuto ad uno sforzo per reprimere gli islamisti radicali ed ha assorbito dall’interno tutta l’energia del regime.
La dinamica interna dell’Egitto sta certamente cambiando gli approcci della successione ed il recente attacco alla chiesa è stato un raro fallimento della sicurezza egiziana.
Se la sicurezza interna dovesse fallire ancora e poi ancora, sarebbe difficile prevedere gli esiti per un paese importante come l’Egitto, è una questione che va presa sul serio.
Certamente non è chiaro, come e dove nella complessa situazione politica della nazione è da collocare l’attacco terroristico alla chiesa ma se è l’inizio di qualcosa di più grave si scoprirà solo osservando qualcosa fuori dal comune dal normale trend della vita del paese.
Se si notassero derive o fenomeni strani, bisognerà prendere sul serio la situazione, se non altro perché questo è l’Egitto ed esso conta politicamente più di altri paesi. l’Egitto sta cambiando ed è da tenere sotto osservazione.

Egypt and the Destruction of Churches: Strategic Implications is republished with permission of STRATFOR.

I frutti dell'islam

Articolo ripreso dallo Scettico

Pensate di comperare l’automobile d’occasione elogiata da una vostra conoscenza? Da consumatore avvertito, ne studierete i vantaggi e gli inconvenienti del modello proposto, cercherete di evitare il relitto o la frode potenziale fornendovi informazioni su Internet ed altrove. Farete ispezionare l’automobile da un meccanicofidato. E leggerete attentamente le clausole del contratto stampate in caratteri microscopici.
Trattandosi di una religione, il consumatore avvertito si interesserà al frutto che ha prodotto nei paesi in cui ha preso radice. È l’esercizio che ha fatto l’americano Bill Warner, responsabile del sito Political Islam, nell’articolo che segue.

I frutti dell’islam, di Bill Warner

Si giudica l’albero dalla propria frutta. Quali sono i risultati pratici dell’ideologia politica e culturale dell’islam? Quale frutta l’albero ha dato?
L’islam è una civilizzazione completa che rigetta come inferiori tutti gli aspetti della civilizzazione kafir (quella degli infedeli).
Quello che si chiama l’età d’oro dell’islam è una dichiarazione secondo la quale l’islam è la civilizzazione superiore. Il corano professa che i musulmani sono i migliori fra le nazioni.(1) Come la migliore delle nazioni si compara con le altre in termini di politica, d’economia e di cultura?
Per l’islam, il corano è il libro perfetto e consegna la dottrina politica e sociale perfetta che renderà i musulmani superiori ai kufar (plurale di kafir). Occorre tenere allo spirito che il corano è la trascrizione perfetta dello spirito di Allah, il dio infinitamente intelligente, in modo che i musulmani debbano essere i capi assoluti nei settori della conoscenza e delle idee. L’islam è l’idea più perfetta che può esistere.

La conoscenza

Le Nazioni Unite hanno creato una serie di quattro rapporti che misurano la società araba. Oggi, gli Arabi rappresentano soltanto una minoranza dei musulmani, ma esistono pochi dati sull’islam come civilizzazione globale ed occorrerà dunque che gli Arabi rappresentano la totalità dell’islam. Sono i più vecchi dei musulmani, e l’Arabia Saudita può pretendere a titolo della più perfetta delle nazioni islamiche. Maometto veniva da laggiù, ed il corano dimostra un interesse particolare alla tribù del Koraish ed agli Arabi in generale. Gli Arabi non costituiscono dunque una misura perfetta, ma rappresentano il migliore possibile.
Oggi, il supporto più utilizzato per fare circolare l’informazione è Internet. Circa il 48% della popolazione dell’Inghilterra vi è collegato, contro il 2% della popolazione dell’Arabia saudita(2). Le nazioni ad alti redditi hanno 380 elaboratori per 1000 abitanti. Le nazioni arabe ne hanno 20. In tutto il mondo, ne ce ne sono 80 per mille.
Ma il musulmano non prova molto la necessità di ricercare informazioni su Internet. “Fin dalla piccola infanzia, il bambino (Arabo) si abitua a rifrenare le sue tendenze a chiedere precisazioni ed esplorare„(3) .
Il cursus scolastico “sembra incoraggiare la sottomissione, l’obbedienza, la subordinazione ed il rispetto piuttosto che il pensiero libero e critico„(4) . Questo difetto di pensiero critico si traduce nei brevetti. Su un periodo di 20 anni, l’Arabia Saudita ha ottenuto 171 brevetti, contro 16.328 per la Corea del sud(5). È una conseguenza naturale del finanziamento delle attività di ricerca e sviluppo. La Svezia spende il 3,1% del suo PNL alla ricerca, mentre gli stati arabi vi dedicano lo 0,2%(6). Per milione di cittadini, la Svizzera conta 79,9 articoli scientifici spesso citati. L’Arabia Saudita ne conta il 0,07,(7) il che significa concretamente che ha pubblicato 1 solo articolo spesso citato da altri.
Non si conosce alcun indicatore che fa apparire almeno una zona di superiorità rispetto alla cultura kafir, eccetto quest’ultimo: i libri pubblicati sulla religione. Il mondo, nell’insieme, destina circa il 5% dei suoi libri alla religione, ma nel mondo arabo la proporzione passa al 17%. Comparativamente ai kufar, i paesi arabi islamici pubblicano il 340% più libri destinati alla religione mentre in generale, in tutti gli altri settori, contribuiscono soltanto circa al 10% dell’attività intellettuale.
La sete di conoscenza si misura nel fatto che, sul periodo di cinque anni che vanno dal 1970 al 1975, è stati tradotti soltanto 330 libri all’anno in media. Da 1200 anni, 10.000 libri solo sono stati tradotti in arabo(8). È meno di un libro all’anno in tutti questi secoli (sic). Per comparazione, la Spagna traduce in spagnolo 10.000 libri all’anno. Per quanto riguarda le pubblicazioni scientifiche, i paesi industrializzati producono circa 6 articoli per dieci milioni di cittadini, mentre i paesi arabi ne producono circa 0,1 per dieci millions(9).
Non è che i paesi kufar siano così talmente migliori dei paesi musulmani: è che le nazioni islamiche sono terribilmente peggiori. La filosofia intellettuale islamica consiste nel seguire Maometto in modo riflesso, meccanico, e questa pratica conduce ad una competitività intellettuale inferiore alla media. Anche in materia di religione, un musulmano non è presunto chiedere precisazioni difficili o sfidare l’ imam.

L’efficacia del governo arabo

Il rapporto dell’ONU comporta una misura chiamata “indicatore d’efficacia e di corruzione governativa„. Quest’indicatore utilizza molte centinaia di parametri, derivati da 25 fonti fornite da 18 organismi diversi, per misurare il modo in cui è percepita la governanza.
Un’indagine ha mostrato che 61% degli argomenti che rispondevano erano al corrente di fatti di favoritismo ed il 50% conosceva esempi di corruzione utilizzati dal potere nel corso dell’anno precedente. Inoltre, il favoritismo e la corruzione sono i migliori mezzi per evitare una sanzione(10).
Voice and Accountability
è un insieme di indicatori che misurano i diritti civili e politici. Per l’America settentrionale, il suo valore è di 1,3. Per i governi arabi, è negativo, a -1,2.(11) È peggio dell’Africa, che è di solito in fondo alla lista, qualunque sia.

L’indicatore di stabilità politica
misura la probabilità di riversamento del governo. In Europa, quest’indicatore è a 0,7; negli stati arabi, è meno a 0,8.(12)

L’indice d’efficacia governativa
misura la qualità dei servizi. È a 1,7 per l’America settentrionale ed è negativo, a -0,6, per gli stati arabi.(13)

L’indicatore di stato di diritto
apprezza in quale misura le leggi ispirano fiducia e sono rispettate. Ha un valore di 1,7 in America settentrionale e meno di 0,4 sotto i governi arabi.(14)

L’indicatore di controllo della corruzione
misura la dimensione della corruzione. È a 1,8 per l’America settentrionale ed il suo valore è negativo (- 0,4) per gli stati arabi.(15) Solo l’Africa fa peggio.

Questi livelli di corruzione e d’incompetenza non dovrebbero sorprendere. È Maometto che ha definito l’etica e la filosofia del governo. Era un capo di tribù, ed agiva in tiranno assoluto. Ha consigliato ai suoi fedeli di uccidere, mentire ed ingannare per instaurare un governo. La violenza era utilizzata per controllare gli avversari. Dispensava favori in funzione delle sue necessità del momento. C’erano reclami sul modo in cui dava denaro ai suoi favoriti, di cui la sua famiglia. Chiunque si opponeva a lui era assassinato. Maometto dava denaro a quelli di cui pensava che ciò li avrebbe fatti tendere a favore dell’islam. Utilizzava il denaro per comperare l’influenza. In cosa sarebbe sorprendente constatare che i musulmani ricorrono al favoritismo ed alla corruzione come metodi di governo? Maometto lo ha fatto, la corruzione è Sunna. Il frutto non cade lontano dall’albero.

Lo sviluppo umano

L’ONU definisce lo sviluppo umano mediante il migliore utilizzo possibile delle capacità individuali e delle circostanze economiche, politiche e sociali che si presentano. Sembra logico di pensare che le migliori delle nazioni devono permettere il più grande sviluppo umano.
I sociologi utilizzano un indice, l’indice di sviluppo umano (HDI), che misura la speranza di vita, la formazione, la libertà e la ricchezza. Il migliore punteggio è zero ed il peggiore è 100. Il punteggio HDI dell’America settentrionale è di 8, quello degli stati arabi è di 75.(16)
L’ONU utilizza anche un punteggio di libertà, che varia dal peggiore (0) al migliore (1). Il punteggio di libertà è di 0,9 in America settentrionale, e di 0,15 negli stati arabi.(17)

Le donne

Gli stati arabi hanno uno dei più deboli tassi d’istruzione delle donne al mondo. Negli stati arabi, “la metà delle donne è illetterata, ma soltanto il terzo degli uomini„(18) . Il tasso d’analfabetismo del mondo arabo è più elevato della media mondiale e più elevato anche che nelle nazioni in sviluppo„ (19).
Le nazioni arabe hanno la più debole proporzione al mondo di donne che guadagnano un reddito, con il 33%, meno ancora che in Africa subsahariana(20).
Per quanto riguarda la proporzione di donne al Parlamento, gli Arabi hanno la più debole percentuale al mondo(21).
Tutti questi risultati provengono dalla teoria dell’islam. Nessuno sorprende. Secondo l’islam, una donna ha valori soltanto avendo bambini e facendo piacere al suo marito.

Conclusione

Non esiste alcun settore conosciuto e misurabile della civilizzazione dove gli Arabi non si classificano ultimi o quasi.

C’è a questo una buona ragione: l’islam.

La dottrina civilizzazionale dell’islam si occupa di tutto. Il sistema educativo che crea l’ignoranza, il difetto di creatività, la ristrettezza di vedute ed i pregiudizi, è fondato sull’islam. La dottrina religiosa islamica insegna la totale sottomissione alla dottrina. Sottomettersi completamente, è apprendere a memoria. Gli hadith proibiscono la rimessa in questione. La dottrina insegna che non soltanto l’islam ha ragione su tutto, ma anche che l’islam è la sola cosa che importa e che i kufar hanno torto su tutto e sono odiati da Allah. L’insegnamento dato dai kufar deve essere evitato e si limita principalmente alla tecnologia.
La dottrina politica islamica si basa su una massa di gente che sono schiavi. Lo schiavo è il cittadino ideale. La sunna mostra che Maometto è giunto al potere con la spada e che è stato un capo assoluto. Sulle migliaia di pagine di dottrina che insegnano l’obbedienza assoluta al capo, Maometto, meno di una pagina presenta un esempio di democrazia dove consulta altre persone sulle decisioni. Maometto parlava, e tutti obbedivano.

1.
2. Corano 2:143 Vous siete la migliore delle comunità che abbiamo fatto sorgere per gli uomini. E noi abbiamoanche fatto di voi un comunità di giudti perché voi siate testimoni per la gente, come il Messaggero sarà testimone per voi.
3.
4. Arab Human Development Report 2003: Building a Knowledge Society, UN Publications, 2003, pg. 46.
5. Arab Human Development Report 2003: Building a Knowledge Society, UN Publications, 2003, pg. 51.
6. Arab Human Development Report 2003: Building a Knowledge Society, UN Publications, 2003, pg. 53.
7. Arab Human Development Report 2003: Building a Knowledge Society, UN Publications, 2003, pg. 71.
8. Arab Human Development Report 2003: Building a Knowledge Society, UN Publications, 2003, pg. 73.
9. Arab Human Development Report 2002, Towards Arab Human Development, UN Publications, 2002, pg. 67.
10. Arab Human Development Report 2003: Building a Knowledge Society, UN Publications, 2003, pg. 67.
11. Arab Human Development Report 2003: Building a Knowledge Society, UN Publications, 2003, pg. 78.
12. Arab Human Development Report 2004, Towards Freedom in the Arab World, UN Publications, 2005, pg. 139.
13. Arab Human Development Report 2004, Towards Freedom in the Arab World, UN Publications, 2005, pg. 140
14. Arab Human Development Report 2004, Towards Freedom in the Arab World, UN Publications, 2005, pg. 140.
15. Arab Human Development Report 2004, Towards Freedom in the Arab World, UN Publications, 2005, pg. 140.
16. Arab Human Development Report 2004, Towards Freedom in the Arab World, UN Publications, 2005, pg. 141.
17. Arab Human Development Report 2004, Towards Freedom in the Arab World, UN Publications, 2005, pg. 141.
18. Arab Human Development Report 2002, Towards Arab Human Development, UN Publications, 2002, pg. 22.
19. Arab Human Development Report 2002, Towards Arab Human Development, UN Publications, 2002, pg. 27.
20. Arab Human Development Report 2005, Towards the Rise of Women in the Arab World, UN Publications, NY, 2006, pg. 74.
21. Arab Human Development Report 2005, Towards the Rise of Women in the Arab World, UN Publications, NY, 2006, pg. 80.
22. Arab Human Development Report 2005, Towards the Rise of Women in the Arab World, UN Publications, NY, 2006, pg. 85.
23. Arab Human Development Report 2005, Towards the Rise of Women in the Arab World, UN Publications, NY, 2006, pg. 95.

Protocolli dei savi di Sion

La saga dei Protocolli dei Savi di Sion,è il più noto falso antisemita del XX secolo, esposto nella nuova grande Biblioteca di Alessandria d’Egitto.

Dopo avere presentato ai visitatori di una mostra sui testi sacri ebraici un’edizione dei Protocolli come fonte di informazioni autentiche e importanti sull’ebraismo, la direzione della Biblioteca ha ceduto alle critiche della stampa di diversi paesi (Italia compresa), e ha tolto dall’esposizione il volume contestato.

Ora l’associazione dei Fratelli Musulmani, la maggiore organizzazione fondamentalista mondiale che ha la sua sede centrale in Egitto, chiede le dimissioni del direttore della Biblioteca, accusato di servilismo nei confronti dell’Occidente e di Israele. Cinquecento intellettuali lo difendono in un appello, dove non manca peraltro l’immancabile riferimento ai “legittimi diritti arabi”.

I Protocolli sono il presunto “documento” di un piano ebraico di controllo del mondo, compilato secondo le ipotesi più recenti e attendibili in Russia tra il 1902 e il 1903 da ambienti antisemiti russi, da cui passa alla polizia zarista, che sembra non ne sia stata però il committente, sulla base di un testo anti-bonapartista del 1864 dell’avvocato parigino Maurice Joly (1829-1879), cambiando il soggetto del complotto, dalla famiglia Bonaparte agli ebrei, e del romanzo Biarritz (1868) del giornalista tedesco antisemita Hermann Goedsche (1815-1878).

Sono pubblicati per la prima volta, in russo, nel 1903 in versione ridotta sul giornale Znamia, quindi nel 1905 come opuscolo a San Pietroburgo. Di qui passano più o meno in tutto il mondo.

Che si tratti di un falso è da decenni del tutto ovvio a chiunque abbia studiato la questione. O, almeno, è ovvio in Occidente. Scrive il professor Menahem Milson in uno studio del 2003 che “quando i Protocolli sono menzionati nei media arabi, sono sempre presentati come assolutamente autentici”. Nel 2002 la serie televisiva egiziana “Cavalieri senza cavallo” ha messo in scena i Protocolli nel mese di Ramadan, con indici di ascolto fenomenali in tutto il mondo arabo. Dopo le proteste occidentali, per il Ramadan 2003 diverse stazioni televisive arabe hanno mandato in onda un altro sceneggiato — questa volta siriano, La Diaspora — che nella sostanza ha gli stessi riferimenti e anzi rincara la dose, pur dichiarando in un’avvertenza prima di ogni puntata di non essere basato sui Protocolli.

L’antisionismo arabo spesso usa alla rinfusa argomenti tratti dall’antigiudaismo e dall’antisemitismo occidentali, Protocolli compresi, senza dimenticare l’esistenza di un antigiudaismo religioso specificamente islamico. La miscela è esplosiva.

Può esplodere facilmente, anche grazie alla tolleranza di quello che in Occidente si manifesta, come ha dichiarato il filosofo Jà¼rgen Habermas in un’intervista a Le Monde, come “antisemitismo di sinistra sotto forma di amalgama di temi anticapitalisti e antisionisti”, unito a un “anti-americanismo che serve agli incorreggibili come copertura al loro antisemitismo”.

Un autentico complesso antisionista spinge questa sinistra a tollerare benevolmente presso gli “amici” arabi quella che non è una legittima critica a Israele ma un ritorno alle manifestazioni più oscure dell’antisemitismo. E i medici compiacenti alimentano il morbo da cui il mondo arabo dovrebbe semmai essere aiutato a guarire.

Trovate notizie particolareggiate su Wikipedia di questi testi che una società  civile avrebbe messo al bando, vietata la riproduzione e la vendita perchè profondamente razzisti ed antisemiti.