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Stato penoso

ministro della difesa Mario MauroA Natale ci siamo sentiti tutti più buoni dopo che il Ministro della Difesa, Mario Mauro, ha spiegato che “le forze armate italiane sono la più grande agenzia umanitaria del nostro Paese”.  Con l’operazione Mare Nostrum la Marina ha soccorso e portato in Italia  5 mila clandestini, abbiamo inviato aiuti alle Filippine colpite da un tifone  e in Libano abbiamo costruito 94 scuole  per non parlare delle tante opere pie realizzate in Afghanistan.
Ormai il “militare umanitario” fa parte dell’immaginario collettivo di tutti noi e nessuno si scandalizza nel vedere militari rimuovere tonnellate di rifiuti, pattugliare le città per scongiurare scippi o presidiare discariche abusive anche se per questi compiti il contribuente paga ben altre istituzioni ed enti.
Siccome c’è la crisi e le nostre forze armate (pardon, le agenzie umanitarie!) non hanno neppure i soldi per “i fogli di viaggio” del personale in trasferta, il Parlamento ha pensato bene di approvare l’istituzione di “Corpi di pace” che non si sa bene cosa siano ma che con la modica spesa di 9 milioni di euro nei prossimi tre anni vedranno “l’istituzione di un contingente di corpi civili di pace, destinati alla formazione e alla sperimentazione della presenza di 500 giovani volontari da impegnare in azioni di pace non governative nelle aree di conflitto o a rischio di conflitto o nelle aree di emergenza ambientale”.

Volendoci mettere un po’ di malizia verrebbe il sospetto che l’istituzione dei Corpi di pace abbia l’obiettivo di stanziare un po’ di soldi pubblici a organizzazioni non governative note o meno note attive da tempo nel settore umanitario e che hanno assunto in molti casi un preciso ruolo politico.
Più o meno, anche in termini di costi, potrebbe rappresentare il contraltare della “mini-naja” istituita dal ministro Ignazio La Russa per alimentare le associazioni d’arma. In ogni caso va rilevato che nonostante gli effetti devastanti della crisi sull’economia e sulla società italiana le nostre istituzioni non perdono occasione per buttare denaro in operazioni di lobby di dubbia o nulla efficacia.
Dei Corpi di pace non dovremmo avere bisogno disponendo già di quella formidabile “agenzia umanitaria” che sono le forze armate ma poi, sul piano operativo, i 500 membri di questi Corpi “sperimentali” chi li  proteggerà  per evitare che nelle aree di guerra diventino altrettanti ostaggi in mano a jihadisti o criminali pronti a ricattare l’Italia?
Se dovranno proteggerli i militari tanto vale lasciare fare il lavoro “di pace” a chi veste l’uniforme. Del resto i militari stessi ormai si sono convinti di non essere più combattenti ma dispensatori di pace e generi di prima necessità mentre i Capi di stato maggiore, invece di ricordare al politico di turno insediato al Ministero della Difesa quali sono i compiti “veri” delle forze armate, si adeguano all’andazzo buonista generale, forse con la speranza che l’assolvimento di compiti “speciali” consenta lo stanziamento di nuove risorse finanziarie.

A fronte di un bilancio della Difesa che si annuncia in ulteriore contrazione lo Stato rende infatti disponibili risorse per finanziare i programmi di acquisizione e nei giorni scorsi la Legge di Stabilità ha varato stanziamenti (sotto forma di prestiti) per 6 miliardi di euro che consentiranno di rinnovare parte della flotta, più volte definita giustamente “in via d’estinzione” dall’ammiraglio Giuseppe De Giorgi a causa dell’ampio numero di unità di prossima radiazione (circa 28 cioè quasi tutta la marina).
Una situazione però non certo priva di paradossi. La Marina sta spendendo le magre risorse assegnate all’esercizio impiegando navi da guerra, incluse le fregate lanciamissili, per raccogliere in mezzo Mediterraneo gommoni e barconi carichi di immigrati clandestini che salpano da Libia, Tunisia ed Egitto. Tutti diretti verso l’Italia, unico Paese che non solo non li respinge ma per accoglierli manda addirittura la flotta in via d’estinzione in giro per i mari a cercarli. Considerando che, come ha detto Mauro, “gli scafisti chiedono 3mila euro a persona per il viaggio della speranza” un barcone può arrivare ad avere ”un carico umano del valore di 3 milioni di euro.

Piccolo-ALI2Secondo il ministro “questi soldi servono per finanziare non solo le cosche malavitose ma anche il terrorismo internazionale”.
Una valutazione che dovrebbe portare a scelte opposte a quelle del governo italiano. Se le cose stanno così invece di “Mare nostrum” dovremmo varare una piccola “Enduring freedom” perché continuando ad accogliere clandestini arricchiremo sempre di più mafie e terroristi, organizzazioni che solo quest’anno con i 45 mila immigrati giunti in Italia dal mare (solo 11 mila siriani definibili in parte profughi di guerra) hanno incassato 135 milioni di euro.
Un giro d’affari illecito di cui, spiace dirlo, l’Italia è complice poiché è evidente che più clandestini accogliamo più ne arriveranno. Possibile che nessuno a Roma si renda conto che solo i respingimenti stroncherebbero i traffici scoraggiando i flussi e togliendo clienti ai trafficanti di esseri umani?
Nonostante gli appelli alla Ue da parte dei “quarantenni che non possono sbagliare”, come il premier Enrico Letta ha definito i componenti del suo governo, l’emergenza clandestini resta e resterà un problema solo italiano ovviamente a carico di pantalone cioè noi contribuenti. Il contribuente italico, già costretto a mantenere caste voraci ma incapaci anche solo di ridursi marginalmente privilegi e prebende, sarà certo ben lieto di far fronte a nuove e sempre più vessanti tassazioni anche per pagare i danni provocati dagli “ospiti “ extracomunitari che si arrabbiano e spaccano tutto quando scoprono che i centri di accoglienza non sono hotel a 5 stelle o che i Paesi del Nord Europa dove sognano di andare per godere i privilegi di un ricco welfare non li vogliono o semplicemente quando devono fare i conti con la burocrazia italiana per dichiarare le generalità e registrare le domande d’asilo.

Rientro-a-Tallil-bambina-irachena-inviata-in-Italia-11.04.06Per venire in Italia hanno speso cifre che da quelle parti non tutti possiedono e con cui in Africa puoi vivere a lungo dignitosamente ma una volta sbarcati nel Belpaese  rischiano di restare delusi.
Forse per questo il ministro Mauro ha pensato di trovare una soluzione adeguata a questo problema proponendo di offrire loro la “cittadinanza in cambio del servizio militare” perché “più che di ius soli, in Italia avremmo bisogno dello ius culturae” (una follia!).
La proposta, emersa in un’intervista  al quotidiano Libero non è nuova poiché nel 2002 già il ministro Antonio Martino propose di costituire una brigata di albanesi . “Si faccia una piccola modifica alla Costituzione italiana e si dia la possibilità agli immigrati di poter entrare nelle forze armate” ha spiegato Mauro “Oggi si può fare il militare solo se si è cittadini italiani. Bisognerebbe fare come negli Stati Uniti dove, se si presta servizio nelle forze armate per un certo periodo, si è agevolati nel conseguimento della cittadinanza”. Consola osservare che il ministro ha specificato la necessità che gli immigrati da arruolare “abbiano un minimo di requisiti”.  Dopo le “quote rosa” avremo presto le “quote multiculturali” per assumere immigrati clandestini in tutti gli apparati pubblici?
Al ministro hanno prontamente replicato due suoi predecessori. Ignazio La Russa, senza mai nominare Mauro, ha osservato che “in Italia non mancano le richieste di arruolamento e che, anzi, sono troppi quelli che non vedono esaurito il loro desiderio o che, dopo uno o tre anni di servizio sono rimandati a casa per mancanza di risorse”.
Per Arturo Parisi “prima che la proposta faccia troppa strada conviene ripassarsi assieme la Costituzione. La difesa della Patria è infatti in essa descritta come un dovere che deriva dalla cittadinanza” – sottolinea l’ex ministro del PD –  l’esatto opposto dell’idea che sia invece la cittadinanza a derivare dal fatto che ci si è addossati un dovere d’altri.”
Anche il paragone con gli Stati Uniti non regge poiché laggiù sono stati arruolati stranieri da tempo residenti e con la fedina penale pulita in un periodo in cui le forze armate gonfiavano gli organici per far fronte alle guerre in Iraq e Afghanistan.

823a5f6f-aeca-4afb-9de1-c30bfb30a46105MediumCon la penosa classe politica che ci ritroviamo sembra davvero non esserci limite al degrado ma c’è da restare basiti davanti alla stupefacente capacità delle nostre istituzioni di preoccuparsi di tutto fuorché degli italiani, trattati ormai in Patria come polli da spennare, cittadini di serie B da penalizzare per favorire chiunque venga da mondi e culture lontane, meglio se clandestinamente e arricchendo la criminalità organizzata.
L’estremizzazione del buonismo e del terzomondismo, ”ideologie” oggi trasversali sul piano politico e dominanti nei vertici delle istituzioni, sta facendo perdere allo Stato il “senso dello Stato” oltre che quello della misura e del ridicolo. Grazie alla riforma che ridurrà gli organici militari da 180 mila a 150 mila unità i nuovi reclutamenti sono stati ampiamente decurtati per ameno i prossimi dieci anni togliendo posti di lavoro agli italiani in un Paese dove, complice anche la crisi cui non è certo estranea la nostra classe politica, la disoccupazione è alle stelle.
Da noi non mancano certo i giovani che vogliono arruolarsi e sottrarre una quota di questi già limitati posti di lavoro per consegnarla a stranieri non è solo ridicolo ma è anche suicida e costituisce uno schiaffo a quegli italiani che ancora vogliono credere che l’Italia abbia un futuro e non si rassegnano a vedere i figli andare all’estero, emigranti (regolari, non clandestini) come lo furono i loro nonni. In un Paese dove l’Istat rileva che gli italiani che non riescono a nutrirsi adeguatamente sono oltre 4 milioni (tra i quali oltre mezzo milione di bambini, con scuole che segnalano alunni colpiti da malori dovuti a denutrizione) e che le famiglie a rischio povertà sono il 30 per cento non c’è davvero bisogno di creare nuove priorità a favore di stranieri.

f35109ec-6cc5-493f-9d56-1bf3bc8c1d3203MediumCi sarebbero un sacco di ottime ragioni per modificare la Costituzione ma farlo per regalare impiego pubblico (peraltro “in armi”) e cittadinanza a immigrati clandestini, cioè a gente che ha compiuto un reato arricchendo organizzazioni mafiose, non sembra neppure moralmente una buona idea. Una simile iniziativa non potrà che creare enormi problemi di disciplina nelle forze armate ingigantendo il fenomeno di una Patria che mette in fuga i suoi giovani dopo aver speso ingenti somme per istruirli per poi “sostituirli” con ondate di immigrati dei quali il mondo del lavoro non sente il bisogno e ai quali, comprensibilmente, non importa nulla dell’Italia.
Invece di pensare a regalare posti di lavoro, stipendi e cittadinanza ai clandestini il governo farebbe meglio a darsi altre priorità. Magari riportare a casa Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Circa la loro vicenda al ministro Mauro va dato atto di essere  l’unico esponente del governo che ha avuto il coraggio di sostenere ad alta voce la loro innocenza ma, in vista del forse imminente processo, la strategia suicida di accettare la giurisdizione indiana in un processo gestito da un tribunale speciale   lascia ormai a Roma un’unica risorsa: appellarsi alla clemenza della Corte. Oppure preoccuparsi degli italiani arruolati in corpi militari e delle forze dell’ordine dove le difficili condizioni di lavoro e il magro trattamento economico,  imposto anche da un blocco degli stipendi che (come in tutto il pubblico impiego) riguarda tutti tranne vertici e dirigenti, stanno creando malumori e frustrazioni che sarebbe da irresponsabili sottovalutare.

di Gianandrea Gaiani

Foto Ministero Difesa, SMD, Marina Militare

Il trattato di Osimo

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confini orientali nei periodi 1866 – 1918 – 1975

L’articolo 5 della Costituzione recita «la Repubblica è una e indivisibile». Allora perché è bastato un passaggio parlamentare ordinario e non speciale per ratificare il distacco della “Zona B” previsto da quel Trattato, avallando di fatto una modifica alla Costituzione stessa? Altro che Osimo in dubbio per la fine dell’ex Jugoslavia, cioè uno dei due soggetti firmatari, come si dibatteva dopo il ’92.

MA andiamo per ordine.

 10 Febbraio 1947: firma, a Parigi, del Trattato di Pace tra l’Italia e le nazioni vincitrici della seconda guerra mondiale. Un atto fortemente contestato, anche da personalità non certo accusabili di filofascismo (per tutte Benedetto Croce), un trattato che viene imposto all’Italia senza alcuna possibilità negoziale (sarà definito, per tale ragione, “Diktat”) e che segna in maniera drammatica le sorti del confine orientale italiano: cessione alla Jugoslavia di Zara, di Fiume e di gran parte dell’Istria, costituzione di uno stato cuscinetto, tra Italia e Jugoslavia, definito T.L.T. – Territorio Libero di Trieste, affidato alla tutela dell’ONU (che dovrà nominarne il Governatore) – e comprendente Trieste, il territorio ad essa immediatamente limitrofo ed una parte dell’Istria, corrispondente a circa un quarto della penisola.
All’epoca, non meno che in tutti i decenni che ne sono seguiti, il Diktat del ’47 è stato ripetutamente bollato per la sua ingiustizia ed iniquità: giudizio di certo sacrosanto se è vero, come è vero, che esso andò a sancire quel drammatico esodo di centinaia di migliaia di Italiani che abbandonarono le proprie terre, le proprie attività, i propri morti, pur di continuare ad essere Italiani; un Trattato che andò a premiare il criminale operato dei comunisti di Tito che, con le foibe, gli eccidi, il terrore di massa, realizzarono la “pulizia etnica” degli Italiani, in qualche modo anticipatrice di quelle “pulizie” che, decenni dopo, segneranno la dissoluzione della Jugoslavia.
Il Trattato di Parigi, però, fu qualcosa di più che un atto di ingiustizia, fu soprattutto un fatto macroscopico di stupidità (e ciò in politica è bene più grave): perché nel ’47 pretese affrontare e risolvere certi problemi, ignorando del tutto che oramai la situazione non era quella del ’45. L’Europa infatti non era più divisa tra paesi fascisti ed antifascisti, bensì tra blocco occidentale e blocco orientale. Fu proprio questa “stupidità” a costituire la causa specifica del fenomeno dell’Esodo. Infatti sia gli Italiani dell’Istria che quelli di Briga e Tenda si videro ceduto ad uno stato straniero e sempre a causa dello stesso Trattato di Parigi: i primi finirono sotto la Jugoslavia comunista, i secondi sotto la Francia democratica ed occidentale. L’esodo, le foibe, gli eccidi riguardarono però solo il confine orientale d’Italia, non certo quello ad occidente. Tutto ciò non era stato peraltro previsto dal Trattato di Pace che, scandalosamente, aveva ignorato che il mondo ormai si divideva tra paesi comunisti e paesi democratici e che, pertanto, ben diversa era la conseguenza di uno spostamento di confini quando realizzato a cavallo della linea divisoria tra i due blocchi.
Un secondo esempio di tale “stupidità”: il meccanismo della nascita dello stato cuscinetto del Territorio Libero di Trieste era ormai tanto fuori dalla realtà da morire prima ancora di nascere e ciò per la banalissima ragione che l’Onu non riuscì mai a mettersi d’accordo neppure sul nome del designando Governatore. Ogni nome proposto dalle nazioni occidentali incappò nel veto di Mosca e viceversa. Sempre perché nel ’47 (e così per lunghi successivi decenni) la situazione politica sarebbe stata ormai totalmente condizionata da una logica (quella dei blocchi) che il trattato di Parigi aveva preteso di totalmente ignorare.

5 ottobre 1954: a Londra, Francia, Inghilterra e Stati Uniti siglano con Italia e Jugoslavia un “Memorandum d’intesa” in forza del quale la parte del costituendo Territorio Libero amministrata dagli Alleati viene restituita all’amministrazione dell’Italia. E l’atto che permetterà, il 26 ottobre dello stesso anno, il ritorno definitivo di Trieste alla madrepatria.
Il Memorandum non ebbe mai la natura di un trattato internazionale, tanto che non venne neppure sottoposto a ratifica del parlamento italiano. Fu semplicemente un accordo di natura pratico-amministrativa che si contava sulla constata impossibilità di dare attuazione a ciò che il Trattato di Parigi aveva previsto e cioè la nascita del nuovo staterello.
Tale constatazione non si tradusse peraltro in quella che doveva essere la logica sua conseguenza e cioè restituire all’Italia tuffo ciò che non era possibile dare ad uno stato mai nato e che mai sarebbe esistito. La restituzione si realizzò solo limitatamente a Trieste, nel mentre la cosiddetta “zona B”, vale a dire la parte dell’Istria del previsto T.L.T., continuò a subire l’amministrazione della Jugoslavia, amministrazione che aveva il suo solo fondamento giuridico nell’occupazione militare del ’45 e che era in pieno contrasto con i confini della Jugoslavia, così come fissati dal Trattato di Parigi.
La conseguenza, umana, di tutto ciò che fu proprio il Memorandum di Londra segnò la spinta finale perché Capodistria, Isola, Pirano, Buie, Umago e Ciffanova vedessero trasformarsi i propri cittadini in Esuli in Italia, così come già era awenuto per i fratelli di Zara, di Fiume, di Pola e del resto dell’Istria.

10 novembre 1975: nella cittadina marchigiana di Osimo il ministro degli Esteri italiano, Mariano Rumor, e quello jugoslavo, Milos Minic, firmano un trattato meritevole di entrare nel Guinness dei primati. Uno dei due contraenti, il governo di Roma, paga una serie di prezzi non da poco: la rinuncia alla sovranità italiana sulla zona B, la concessione di una zona franca italo-jugoslava, a cavallo del confine di Trieste, che apre a Belgrado una porta verso il Mercato Comune, più altri vantaggi materiali. L’altro contraente, la Jugoslavia, non dà contropartite di alcun genere, si limita ad incassare i lauti benefici.
Una sorta di curioso patto leonino, nel quale tutti i vantaggi vanno alla parte più debole, Belgrado, e tutti i danni a quella più forte, Roma. Siamo infatti in un momento nel quale l’Italia ha ormai il rango di quinta o di sesta potenza economica mondiale, nel mentre la Jugoslavia risulta già un paese economicamente allo sbando e segnato politicamente dalla generale previsione che, alla morte dell’ormai anziano dittatore Tito, tutto il suo castello politico sarà destinato alla crisi e forse allo sfascio.
Con il Trattato di Osimo si realizza tra l’altro un fatto politico-costituzionale di rilevanza assoluta: l’Italia accetta, tranquillamente, di sacrificare la sua integrità territoriale, senza che il mondo politico (salvo poche eccezioni) sembri quasi accorgersene. Bossi e le sue pretese di secessione possono ben vantare, in quel Trattato, un valido precedente a cui potersi richiamare nella loro volontà di spezzare il territorio nazionale!

16 gennaio 1992: morto da qualche anno il Maresciallo Tito, crollato il sistema dei regimi comunisti dell’Est, anche la Jugoslavia è giunta al capolinea ed al disfacimento. Al suo posto sono nate nuove realtà statuali. Sotto la pressante spinta di Bonn, due di questi nuovi stati, Slovenia e Croazia, vengono riconosciute dai paesi europei e tra questi anche dall’Italia.
Con questo atto di riconoscimento tutte le precedenti vicende, relative ai confini orientali d’italia (Trattato di Pace, Memorandum di Londra, Trattato di Osimo), risultano dunque superate e ciò proprio dall’accettazione italiana dei nuovi confini sloveni. L’Istria entra così inequivocabilmente ad essere parte o della Slovenia o della Croazia.
I negoziatori italiani pongono almeno due limitazioni, all’atto del riconoscimento: l’impegno di Croazia e Slovenia a garantire la tutela e l’unitarietà della minoranza italiana in Istria e, poi, la questione aperta della restituzione agli Esuli italiani dei beni immobili espropriati dal regime di Tito.
Sarà proprio su questi due temi (minoranza italiana e restituzione delle case) che si incentrerò, negli anni successivi, il contenzioso tra Roma, Lubiana e Zagabria. Contenzioso che con il ministro Martino, del Governo Berlusconi, arriverò a concretizzarsi nel veto italiano, a livello europeo, all’ingresso di Lubiana nell’Unione Europea; veto che verrà mantenuto dal successore di Martino, Susanna Agnelli, ed anzi fatto recepire dagli stessi organismi comunitari. Sarà infatti Bruxelles a ribadire che le porte europee resteranno sbarrate per la Slovenia, se Lubiana non avrò prima risolto il contenzioso con l’Italia.

Maggio 1996: siamo ormai all’ultimo atto. A Roma è stato appena formato il governo Prodi. Sottosegretario agli Esteri figura l’on. Piero Fassino il quale, prima ancora che il Senato abbia votato la fiducia al Governo di cui fa parte, si precipita a Lubiana per incontrare i governanti sloveni (tutti, come lui, ex comunisti doc) per consegnare alla Slovenia il bel pacco dono: la rinuncia italiana ad ogni veto, affinché le porte d’Europa si possano spalancare per Lubiana. Il tutto senza ottenere, e nemmeno chiedere niente di niente in contropartita.
La minoranza italiana e la sua unitarietà restano così in balia dei governanti sloveni; quanto ai beni rapinati agli Esuli il prode Fassino ottiene la vaga promessa che essi quei beni forse potranno ricomprarseli (da coloro che glieli hanno rubati). Promessa che, proveniente da un governo balcanico e di ex comunisti, ha comunque un grado di probabilità di realizzarsi che è molto prossimo allo zero.
Certo è che, trascorso ormai un anno da quel fulmineo viaggio lubianese del nostro sottosegretario, da parte slovena non si è visto passo di alcun genere. I segnali che giungono dalla Slovenia sono anzi decisamente di segno contrario (si parla di inesistenti limiti costituzionali, di ipotesi di referendum e così via), tanto da motivare espliciti interventi di richiamo da parte delle autorità europee (evidentemente poco inclini a prendersi in casa soggetti così poco affidabili). Ben più a ragione il presidente Prodi ed il viceministro Fassino dovrebbero farsi sentire e protestare con gli amici sloveni, ma così non è. Considerano, chiaramente, che con Lubiana, dopo aver ceduto tutto ed anche di più, non esiste ormai questione di sorta. Si limitano quindi ad uno stanco negoziato con la Croazia, nel quale è a tutti più che evidente che non ci potrò essere esito diverso da quello già realizzato con la Slovenia: una bella e solenne rinuncia, da parte italiana, ad ogni richiesta di giustizia per gli Esuli, ad ogni impegno di tutelare per gli italiani rimasti.
Sarà la conclusione coerente di una lunga vicenda di oltre cinquant’anni. Una vicenda nata male, proseguita peggio e conclusa in modo pessimo: con la bancarotta, totale e fraudolenta, della politica estera italiana sul confine orientale :

L’incontro tra Slovenia, Croazia e Italia, finalmente è arrivato a sancire ufficialmente la fine di una situazione di confine ingarbugliata da anni. Bene ha fatto, pertanto, il nostro Presidente Napolitano a presenziare a quell’atto dovuto alla Storia.
Ma a titolo di commento amaro, c’è da sottolineare che l’Italia è sempre quella che, internazionalmente, alla fine di un qualsiasi avvenimento sia guerresco che politico, a posteriori, ci rimette sempre a tavolino.
Dopo la “vittoria rubata” della prima guerra mondiale, questa volta la “pace rubata” parte da Osimo dove, nel ’75, il sottaciuto “Trattato” fu firmato tra Italia e Jugoslavia, caldeggiato dall’allora PCI che costrinse il governo Moro a cedere la zona “B” istriana all’amico Tito, in contropartita di un tacito sostegno allo stesso governo. (e finalmente ottennero quello che volevano fin dal 1945).
Fino a quell’anno, infatti, l’Istria era territorialmente ancora italiana, anche se amministrata in “via temporanea” dalla Jugoslavia. L’Italia si accontentò solo di qualche promessa a favore degli esuli, ma una volta definito l’abbandono (denunciato come un Atto di tradimento contro la Nazione), la Jugoslavia arrivò a vietare “solo” agli italiani di acquistare immobili e terre!

Nel trattato, però, Tito accettò una clausola: l’Istria sarebbe stata indivisibile, pena il decadimento dell’accordo stesso. Certo, il Maresciallo non immaginava una frammentazione federale postuma, ma l’Istria è stata divisa tra Slovenia e Croazia e quindi vi sarebbero state tutte le premesse per sollevare un’’istanza di revisione internazionale. Potrebbe sembrare non attuale, oggi, in tempi d’Europa Unita, riparlare di un vecchio Trattato del ’75, ma sta di fatto che c’’è e proprio noi, italiani, non dobbiamo aver paura di nominarlo, proprio perché siamo noi a volerlo superare, esigendo però, almeno,  rispetto dall’’altra parte e quanto meno non diffidenza o ritorsioni psicologiche… (come per esempio, al rovescio, in Alto Adige). Se poi dicessero, i confinanti, che non riconoscono Osimo, in quanto firmato con  la Jugoslavia, allora non sarebbe valido nessun trattato post-bellico imposto da quei presuntuosi alleati anglofoni e torneremmo alla Serenissima Venezia, dove comandava il commercio…