Tag: mercenari

Zafferano contro Oppio

Qualcuno ha già chiamata ”l’offensiva dello zafferano” l’iniziativa del contingente italiano in Afghanistan che all’inizio di luglio vedrà i militari del Provincial Reconstructon Team (Prt) distribuire agli agricoltori di sette distretti della provincia di Herat 60 tonnellate di bulbi di zafferano, proposti come alternativa alla coltivazione dell’oppio.

Piantagioni di Oppio
Piantagioni di Oppio

Il progetto, costato 330 mila euro stanziati dal ministero della Difesa, e tende fornire ottime prospettive di guadagno agli agricoltori afghani. ”Un ettaro coltivato a grano frutta 1.200 dollari, uno a oppio 4.500 e uno a zafferano fino a 12.000” spiega il colonnello Emmanuele Aresu, comandante del Prt di Herat.“Per vedere i primi risultati i contadini devono però aspettare tre anni e dunque stiamo lavorando anche per dare loro un sostegno in questo periodo”. Le truppe italiane hanno sempre evitato di distruggere i campi di oppio puntando invece sullo zafferano per indurre i contadini a convertire lo colture.A questo scopo nel 2009 vennero donate ai contadini 20 tonnellate di bulbi e fertilizzanti, l’anno prima 18 tonnellate di bulbi e 5 di fertilizzanti contribuendo alla riduzione delle piantagioni di oppio nella provincia di Herat scese, secondo le stime dei militari del Prt, da 2.000 ettari coltivati nel 2005 a circa 566 nel 2009.”Vi sono però delle zone – spiega Aresu – in cui le piantagioni ancora sono estese, come nella Zeerko Valley: e proprio qui distribuiremo 12 tonnellate di bulbi di zafferano”. L’iniziativa risponde alle richieste del Dipartimento provinciale dell’Agricoltura che concorda sulla diffusione dello zafferano, coltura ad alto reddito adatta al territorio afgano. Nella provincia dove opera il team italiano, composto dagli artiglieri alpini del Primo Reggimento, le donazioni hanno determinato un aumento delle aree coltivate a zafferano dai 16 ettari nel 2004 ai 310 del 2009, con una produzione di 5 chili di zafferano per ettaro Con le 60 tonnellate di bulbi donati quest’anno sarà possibile coltivare altri 30 ettari.”Da questi – spiega il colonnello Aresu – in cinque anni gli agricoltori potranno ricavare 22 tonnellate di nuovi bulbi”. Insieme allo zafferano verranno distribuiti anche concimi non pericolosi, cioè non utilizzabili per produrre esplosivo utilizzato negli ordigni improvvisati costruiti dagli insorti.L’approccio morbido dell’Italia alla lotta alle coltivazioni di oppio sembra avere un progressivo successo nella provincia di Herat ma in altre aree è più difficile proporre colture alternative anche a causa dell’estesa presenza dei talebani che esercitano forti pressioni sui contadini per garantirsi la principale fonte di finanziamento.Il 20 maggio scorso il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha ammesso che l’Italia si è “a lungo adagiata” sulla tesi secondo cui non sarebbe stato opportuno usare la forza per distruggere le coltivazioni. “Abbiamo cercato di farlo con i soldi, con il convincimento” ha affermato il ministro della Difesa.Nel 2009 la Nato ha autorizzato i partners impegnati militarmente in Afghanistan a distruggere le piantagioni di oppio ma solo gli anglo-americani hanno adottata misure così rigide, pur con un dibattito molto acceso specie in Gran Bretagna. Anche Londra e Washington negli ultimi mesi hanno elaborato soluzioni alternative per non inimicarsi gli agricoltori: a Helmand gli statunitensi hanno comprato molti raccolti di oppio, che sono successivamente stati distrutti, proponendo contemporaneamente colture alternative che richiedono però anni e molte cure per poter prendere piede. Gianandrea Gaiani www.ilsole24ore.com

Sposare un musulmano

bambine spose
bambine spose

Ti ha chiesto in sposa e tu ti sei già innamorata del suo bronzeo aspetto mediorientale. E’ intelligente, ricco, istruito e di buone maniere: che potrebbe volere di più una donna?…Questo scapolo tanto desiderabile è anche un musulmano!

“Non ci saranno problemi”, ti dice, “tu puoi conservare la tua religione ed io conserverò la mia”. Tuttavia per quanto sia vero che l’Islam consente ad un musulmano di sposare una donna cristiana, è poi tanto realistico credere che non ci sarebbero problemi in questo tipo di matrimoni?

Per rispondere a questa domanda, una donna dovrebbe prima di tutto analizzare cosa significherebbe essere la moglie di un musulmano.

Il tuo status

L’Islam insegna che gli uomini sono superiori alle donne (Sura 2:228).

L’Islam insegna inoltre che le donne hanno la metà dei diritti degli uomini:

  • nelle testimonianze pubbliche (Sura 2:282)
  • nell’eredità (Sura 4:11)

L’Islam considera la moglie come un possesso: “Fu reso adorno agli occhi degli uomini l’amor dei piaceri, come le donne, i figli, e le misure ben piene d’oro e d’argento, e i cavalli…” (Sura 3:14).

L’Islam istruisce le donne perché si velino sempre quando sono fuori delle loro case: “E dì alle credenti che…si coprano i seni d’un velo e non mostrino le loro parti più belle.” (Sura 24:31).

Maometto insegna che le donne sono mancanti in intelligenza e religione: “Io non ho mai visto qualcuno più deficiente in intelligenza e religione delle donne.” (Al Bukhari vol. 2:541).

Maometto insegna anche che le donne sono di cattivo auspicio: “Vi è cattivo auspicio nelle donne, nella casa e nel cavallo.” (Al Bukhari vol. 7:30).

Maometto insegna infine che le donne sono dannose per gli uomini: “Dopo di me non lascio alcuna afflizione che sia più nociva agli uomini delle donne.” (Al Bukhari vol. 7:33).

Il tuo matrimonio

L’Islam permette la poligamia: un uomo può sposare fino a quattro donne allo stesso tempo: “Sposate allora di fra le donne che vi piacciono, due, tre o quattro…” (Sura 4:3).

Un uomo può divorziare da sua moglie per mezzo di una dichiarazione pubblica, mentre la moglie non possiede tale diritto: “Il ripudio v’è concesso due volte.” (Sura 2:229).

Quando un marito ha pronunciato per tre volte la formula del divorzio contro sua moglie, lei non ha la possibilità giuridica di risposare suo marito fino a quando non abbia sposato e sia stata ripudiata da un altro uomo (incluso l’aver avuto rapporti sessuali con questi): “Dunque se uno ripudia per la terza volta la moglie essa non potrà più lecitamente tornare da lui se non sposa prima un altro marito; il quale se a sua volta la divorzia, non sarà peccato se i due coniugi si ricongiungano…” (Sura 2:230).

L’Islam insegna che una moglie è passibile di punizione da parte di suo marito, picchiare una moglie o astenersi dall’avere rapporti sessuali con lei è permesso: “Quanto a quelle di cui temete atti di disobbedienza, ammonitele, poi lasciatele sole nei loro letti, poi battetele…” (Sura 4:34).

La tua vita sessuale

L’Islam considera la moglie come un oggetto sessuale: “Le vostre donne sono come un campo per voi, venite dunque al vostro campo a vostro piacere.” (Sura 2:223).

I tuoi bambini

I tuoi bambini dovranno essere educati secondo la religione del loro padre musulmano: l’Islam. Se lui divorziasse da te, egli otterrebbe la custodia dei bambini, e tu non saresti più in grado di rivedere i tuoi figli.

La Sharia (Legge Islamica) stabilisce che nei matrimoni misti “i bambini seguiranno la migliore tra le due religioni dei genitori”, la quale, nel tuo caso, sarebbe considerata l’Islam. Il Corano afferma che l’Islam è l’unica vera religione: “La religione presso Dio è l’Islam.” (Sura 3:19). Dei non-musulmani non possono essere tutori di musulmani: “O voi che credete! Non preferite prender per patroni gli infedeli piuttosto che i credenti.” (Sura 4:144).

Il tuo futuro

Se sopravvivessi al tuo marito musulmano e le sue proprietà si trovassero in un paese islamico, la legge islamica verrebbe applicata. La moglie che non si è convertita all’Islam non eredita nulla, mentre la moglie che si è convertita all’Islam eredità molto poco. Secondo il Corano una moglie non eredita tutto il patrimonio di suo marito. Se il marito morisse non lasciando eredi, lei percepirebbe un quarto del suo patrimonio, e i suoi genitori, i fratelli, gli zii etc. percepirebbero il resto. Se il marito deceduto lasciasse eredi allora la moglie percepirebbe un ottavo e i figli il resto, un figlio maschio eredita il doppio di una femmina: “Ed esse (mogli) avranno a loro volta un quarto di tutto quel che voi morendo lascerete, se non avete figli; ché se li avrete, ad esse spetterà un ottavo, dopo che siano stati pagati eventuali lasciti o debiti.” (Sura 4:12).

Prima di dire “lo voglio”

Prima di impegnarti a sposare un musulmano, sarebbe una buona idea esaminare i motivi dietro tale scelta. Mentre tu potresti essere ispirata dall’amore, lui potrebbe solo voler ottenere un permesso di soggiorno ed i sussidi statali.

Lo so, si dice che l’amore è cieco, tuttavia spero che questo messaggio ti servirà ad aprire gli occhi.

Potresti replicare che il tuo futuro marito non è un musulmano praticante, ma non dimentichiamoci che l’Islam è più di una religione, esso include una codice legale completo che sia i musulmani che i non musulmani devono rispettare in uno stato islamico.

In caso di disputa tra di voi, tutto ciò che gli sarà necessario fare per avere la meglio su di te sarà tornare in un paese islamico.

Se avessi dei dubbi a riguardo permettimi di suggerirti di guardare il film “Mai senza mia figlia”, basato su la storia vera di una donna americana moglie di un uomo musulmano. Altri film sono simili: “Principessa”, “Sogni di Trespass” e “La lapidazione di Soraya M”.

Questa potrebbe rivelarsi per te una esperienza vitale: le vite che salveresti sarebbero la tua e quella dei tuoi futuri bambini.

“Non vi mettete con gli infedeli sotto un giogo che non è per voi; infatti che rapporto c’è tra la giustizia e l’iniquità? O quale comunione tra la luce e le tenebre?” 2 Corinzi 6:14

Traduzione Versioni Italiane del Corano possono essere trovate qui (versione dell’UCOII di Hamza Piccardo), qui (con recitazione .mp3 in Arabo, Italiano e altre lingue), qui e qui.

Al Bukhari : Si è concordato all’unanimità che l’opera dell’Imam Bukhari è più autentica di tutte le altre opere della Letteratura Hadith messe assieme. L’autenticità del lavoro di Al-Bukhari è tale che i dotti studiosi della religione dell’Islam hanno detto riferendosi a lui : “Il libro più autentico dopo il Libro di Allah (cioè il Corano) è Sahih Al-Bukhari.

di Abdullah Al Arabi

Conseguenze per donne e bambini sottoposti alla sharia

Il massacro e la distruzione di Damour

Bambini critiani massacrati
Bambini critiani massacrati a Damour

Damour era una cittadina accanto all’autostrada Beirut-Sidon, circa 20 kilometri a sud di Beirut, nell’area pedemontana del massiccio libanese. Sull’altro lato dell’autostrada, al di là di una striscia pianeggiante di terra, c’era il mediterraneo. Era una città di 25.000 abitanti con 5 chiese, tre cappelle, sette scuole tra pubbliche e private ed un ospedale, ove, a spese del comune, venivano curati, assieme ai cristiani, anche i mussulmani dei paesini circostanti.

Il 9 di gennaio 1976, tre giorni dopo la Befana, il parroco di Damour, Don Mansour Labaky, stava praticando il rito maronita della benedizione delle case con l’acqua santa. Mentre si trovava di fronte a una casa vicina all’adiacente villaggio mussulmano di Harat Na’ami, una pallottola fischiò accanto al suo orecchio e colpi una casa. Poi udì delle raffiche di mitra. Si rifugiò all’interno della casa e capì che la città era stata presa d’assedio. Poco dopo seppe da chi: le truppe di Sa’iqa (terroristi dell’OLP affiliati alla Siria), 16.000 terroristi tra palestinesi, siriani, unità di Mourabitoun, rafforzati da mercenari provenienti dall’Iran, dall’Afghanistan, dal Pakistan e dalla Libia.
Don Labaky chiamò subito lo sceicco mussulmano del distretto e gli chiese, a mo di collega spirituale, cosa poteva fare per venire in aiuto della popolazione. “Non ci posso fare nulla”, gli fu risposto, “vogliono distruggervi. Sono i palestinesi. Non posso fermarli.”
Mentre le raffiche di mitra e i colpi di mortaio continuarono per tutta la giornata, Don Labaky chiamò una lunga lista di politici sia della destra sia della sinistra, chiedendo aiuto. Tutti risposero, con scuse e rimpianti, che non potevano farci nulla. Poi chiamò Kamal Giumblat, rappresentante parlamentare druso del distretto di Damour. “Padre”, disse Giumblat, “non ci posso fare nulla, perché tutto dipende da Yassir Arafat.” E diede il numero personale del capo dei palestinesi al sacerdote.
Quando Labaky chiamò, gli fu risposto da un aiutante di Arafat e non potendo raggiungere lo stesso Arafat, Labaky gli disse, “i palestinesi stanno sparando colpi di mortaio e raffiche di mitra contro la mia città.
Posso assicurarvi come esponente religioso che non vogliamo la guerra e che non crediamo nella violenza. In oltre aggiunse che “quasi la metà degli abitanti di Damour aveva votato per Kamal Giumblat, un uomo che stava vicino all’OLP.
Freddamente gli fu risposto : “Padre, non si preoccupi. Non vogliamo farvi del male. Se vi stiamo distruggendo, lo facciamo solo per pure ragioni strategiche.”
Don Labaky non pensava che non ci fosse da preoccuparsi, anche se la distruzione era “solo per pure ragioni strategiche” e insistette nel chiedere ad Arafat di richiamare i suoi combattenti. Alla fine, l’aiutante disse che, il quartiere generale dell’OLP, avrebbero detto ai terroristi “di cessare il fuoco”.
Erano già le undici di notte, e il fuoco delle armi non era cessato, quando Don Labaky chiamò di nuovo Kamal Giumblat per dirgli cosa aveva detto l’aiutante d’Arafat.
Il consiglio che Giumblat diede al sacerdote era di continuare a chiamare Arafat e altri amici suoi, “perché”, disse, “non mi fido di lui”.
Mezz’ora più tardi furono tagliate le linee telefoniche, l’acqua e l’elettricità. La prima ondata d’invasione avvenne mezz’ora dopo la mezzanotte, dal lato della città da cui è stato sparato al sacerdote.
Gli uomini di Sa’iqa assalirono le case e massacrarono quella notte una cinquantina di civili. Don Labaky udì le grida e scese nella strada. Donne in camicie da notte stavano correndo verso di lui “strappandosi i capelli e urlando ‘Ci stanno massacrando!’ I sopravissuti, evacuando quella parte della città, si rifugiarono nella chiesa più vicina. All’alba, gli invasori avevano già preso il quartiere. Don Labaky descrisse la scena come segue:

“La mattina riuscii, nonostante i colpi di mortaio, ad arrivare all’unica casa non occupata per recuperare i cadaveri. E mi ricordo qualcosa che ancora mi fa rabbrividire. Un’intera famiglia, i Can’an, quattro bambini tutti morti, e la madre, il padre, e il nonno. La madre stava ancora abbracciando uno dei bambini. Era incinta. Gli occhi dei bambini erano stati cavati e i loro arti amputati. Erano senza gambe e senza braccia. Li abbiamo portati via in un Apecar. E chi m’aiutava a portare via i cadaveri? L’unico sopravissuto, lo zio dei bimbi. Si chiamava Samir Can’an. Egli portava con me i resti del fratello, del padre, della cognata e dei poveri bambini.
Li abbiamo sepolti nel cimitero, sotto i colpi di mortaio dell’OLP. E mentre li seppellivamo, trovammo altri corpi ancora nelle strade.”
La città cominciava a difendersi. Duecentoventicinque giovani, sedicenni, armati di fucili da caccia e senza addestramento militare, resistettero per dodici giorni. La popolazione si nascose nelle cantine con sacchi di sabbia davanti alle porte e alle finestre dei pianterreni.
Don Labaky fece spola tra nascondiglio e nascondiglio per visitare le famiglie e portare loro latte e pane. Spesso incoraggiò i giovani a difendere la città. L’assedio senza sosta causò gravi danni.
Dal 9 di gennaio 1976, i palestinesi avevano tagliato l’acqua e qualsiasi rifornimento di viveri e rifiutavano alla Croce Rossa di evacuare i feriti. Neonati e bambini morirono di disidratazione. Solo tre altri cittadini caddero sotto il fuoco dell’OLP tra il primo e l’ultimo giorno dell’assedio che terminò il 23 gennaio del 1976. Però, quel giorno, quando avvenne il massacro finale, centinaia di cristiani furono ammazzati, come racconta Don Labaky:

“L’attacco cominciò dalle montagne. Era un’apocalisse. Vennero in migliaia, urlando a squarciagola ‘Allahu akbar! Iddio è grande! Attacchiamoli in nome degli arabi, offriamo un olocausto a Maometto’. E massacrarono chiunque li si metteva sul cammino, uomini, donne e bambini”.
“Intere famiglie sono state uccise nelle loro case. Molte donne furono violentate in gruppo, alcune di loro furono lasciate vive. Una donna salvò la sua figlia adolescente dalla violenza sessuale spalmando la sua faccia con dell’indaco per farla apparire ripugnante.
Mentre le atrocità continuavano, gli invasori si scattavano delle foto e le offrirono, più tardi, per soldi ai giornali europei.”
“Alcuni sopravissuti testimoniarono l’accaduto.
Una ragazza sedicenne, Soumaya Ghanimeh, testimoniò la fucilazione del padre e del fratello da parte di due degli invasori, e vide la propria casa, assieme alle case dei vicini, saccheggiata e bruciata.

Il suo racconto :
‘Quando mi stavano portando in strada, tutte le case intorno a me stavano bruciando. Di fronte alle case erano parcheggiati dieci camion nei quali erano stipati i bottini. Mi ricordo quanto ero spaventata dal fuoco. Stavo urlando. E per molti mesi non riuscii a sopportare che qualcuno accendesse un fiammifero accanto a me. Non ne sopportavo il puzzo.’

“Lei e sua madre, Mariam, assieme alla sorella più piccola e al fratellino neonato, vennero risparmiati dall’essere fucilati in casa quando si nascose dietro a un palestinese cercando protezione da un fucile puntato contro di lei.
Urlò: ‘Non permettergli d’ucciderci!’ e l’uomo accettò il ruolo di protettore che la ragazza gli aveva inaspettatamente assegnato. “Se li ammazzi, devi ammazzare anche me, disse al suo commilitone. Così vennero risparmiati, radunati con altri nelle strade e caricati sui camion che li portarono al campo palestinese di Sabra a Beirut, ove vennero imprigionati in una prigione sovraffollata. ‘Dovevamo dormire per terra, e faceva un freddo cane.'”

Quando Don Labaky trovò i corpi carbonizzati del padre e del fratello in casa Ghanimeh non poteva neppure distinguerne il sesso. Nella frenesia di voler, a tutti costi, infliggere il massimo dell’umiliazione alle loro vittime, come se neppure i limiti assoluti della natura umana potevano fermarli, gli invasori devastarono le tombe e sparsero le ossa dei defunti nelle strade. Chi era riuscito a scappare dal primo attacco continuava a scappare con ogni mezzo, con le macchine, con i carri, con le bici e con le moto. Alcuni si rifugiarono sulla spiaggia sperando di poter scappare con le barche a remi. Ma il mare era in tempesta e l’attesa della salvezza era troppo lunga, erano consapevoli dell’eventualità che i loro nemici potevano accanirsi contro di loro a qualunque momento.
Circa cinquecento persone si radunarono nella chiesa di Sant’Elia. Don Labaky arrivò lì alle sei del mattino quando i tumulti dell’attacco l’avevano svegliato. Predicò un sermone sul significato del massacro d’innocenti. E quando non sapeva che consigliare disse: “Se vi dicessi di rifugiarvi sulla spiaggia, so che vi ammazzeranno. Se vi dicessi di rimanere qui, so che vi ammazzeranno”.
Un vecchietto suggerì di esporre una bandiera bianca. “Forse ci risparmieranno se ci arrendiamo.” Don Labaky gli diede il suo benestare e mise una bandiera bianca sulla croce processionale che stava davanti alla chiesa.
Dieci minuti più tardi sentirono bussare alla porta, tre colpi in successione rapida, poi altre tre volte tre colpi in successione rapida. Rimasero impietriti. Don Labaky disse che andava lui a vedere chi ci fosse. Se era il nemico, magari li risparmiavano. ‘Ma, se ci ammazzano, perlomeno moriremo tutti insieme e avremo una bella parrocchia in cielo di 500 persone senza posti di blocco che ci separano”. Risero e il sacerdote aprì la porta.
Non era il nemico, ma due cittadini di Damour che erano riusciti a scappare e che avevano visto la bandiera bianca dalla spiaggia. Erano venuti per metterli in guardia sul fatto che la bandiera bianca non sarebbe stata di nessun aiuto. “Anche noi abbiamo issato una bandiera bianca davanti a Nostra Signora e ci hanno sparato addosso”.
Di nuovo discussero quello che c’era da fare. Labaky disse che una sola cosa sarebbe rimasta a fare, anche se era ‘impossibile’: pregare affinché Iddio perdonasse coloro che stavano per venire a ucciderli. Mentre erano in preghiera, due dei giovanissimi difensori della città che, a loro volta, avevano visto la bandiera bianca entrarono e dissero ‘Correte verso la spiaggia adesso, vi copriremo.’
I due giovani stavano davanti al portale della chiesa e spararono nella direzione dalla quale proveniva il fuoco dei fedayin. Ci vollero dieci minuti finché tutte le persone presenti nella chiesa potessero lasciare la città. Tutti e cinquecento, meno un vecchietto che non poteva camminare e che avrebbe preferito morire davanti alla propria casa. Stranamente fù risparmiato.
Don Labaky lo trovò settimane più tardi in una prigione dell’OLP e sentì quello che è successo dopo la sua fuga.
Un paio di minuti dopo che erano scappati, arrivarono i terroristi dell’OLP e bombardarono la chiesa senza entrarvi. Buttarono giù la porta e gettarono le granate.
Se i cristiani non fosdsero scappati sarebbero stati uccisi tutti.
Don Labaky aveva condotto la sua congregazione lungo la spiaggia di Camille Chamoun. Quando arrivarono lì, videro che era stata già saccheggiata e parzialmente bruciata. Trovarono, comunque, protezione in un palazzo di un mussulmano che “non era d’accordo con i palestinesi”, e successivamente riuscirono a prendere il mare in piccole imbarcazioni, nelle quali salparono verso Jounieh. Una povera donna dovette partorire in una barca nel mare invernale in tempesta.
In tutto, 582 persone morirono nell’assalto a Damour.
Don Labaky tornò con la Croce Rossa per seppellirli. Molti dei cadaveri erano stati smembrati e dovettero contare le teste per stabilire il numero delle vittime.
Tre delle vittime maschili furono trovati con i loro genitali amputati e ficcati a forza nel cavo orale. (pratica mussulmana d’umiliazione postmortem assai nota dalla guerra d’Algeri in poi, NdT).
Ma l’orrore non finì lì, anche il vecchio cimitero cristiano era stato profanato, i sarcofaghi aperti, i morti spogliati dei loro vestiti, le cassette delle elemosina saccheggiate, e le ossa e gli scheletri sparsi sul campo sacro.
Dopo questi fatti, Damour fu trasformata in un baluardo di Al-Fatah e del PFLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina).
Le rovine di Damour furono trasformate in uno dei maggiori centri dell’OLP per la promozione del terrorismo internazionale.
La chiesa di Sant’Elia fù trasformata in un autorimessa atta alla riparazione dei veicoli dell’OLP, così come in un poligono di tiro con i bersagli dipinti sul muro orientale della navata.
Il comandante delle forze terroristiche che si accanirono, il 23 gennaio del 1976 era Zuhayr Muhsin, capo di al-Sa’iqa, diventando noto alla popolazione cristiana libanese come il ‘macellaio di Damour’.
Fu giustiziato il 15 luglio del 1979 a Cannes, nel sud della Francia.

tradotto dall’inglese da Motty Levi

Altre informazioni :

http://vmireinteresnogo.com/article/damour-massacre
http://ilblogdibarbara.ilcannocchiale.it/post/1314288.html

Afganistan, stranezze e misteri del rafforzamento italiano

di Gianandrea Gaiani

(NdB, ma perchè i politici non si preoccupano delle strategie lasciando i militari di fare in pace il loro mestiere?)

2 agosto Il rafforzamento del dispositivo militare italiano schierato in Afghanistan è stato confermato dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa, prima durante la visita a Herat per “verificare sul campo le condizioni effettive di sicurezza e la possibilità di incrementarle” e poi in Parlamento il 28 luglio.Tra le misure annunciate alcune risultano chiare e importanti, altre suscitano perplessità e altre ancora sembrano del tutto fuori luogo. Vediamole una ad una.

A-129 Mangusta
L’invio di una quarta coppia di elicotteri da combattimento (ma La Russa non esclude l’invio di altri A-129 in futuro) consentirà di dare respiro alle 6 macchine schierate a Herat, Farah e Qal-i-Now impiegate senza sosta negli ultimi due mesi per appoggiare l’offensiva su Bala Murghab e respingere gli attacchi talebani a Farah. In due anni di operazioni in Afghanistan i velivoli della Brigata Friuli si sono dimostrati insostituibili nel supporto di fuoco ravvicinato e i due rinforzi aggiungeranno volume di fuoco all’Aviation Battalion, l’unità tattica che l’Aviazione dell’Esercito ha costituito a Herat raggruppando i Mangusta, i 4 CH-47 e i 3 AB-412 appena arrivati, in un’unità operativa indipendente dalla Joint Air Task Force dell’Aeronautica dalla quale dipendono ora solo i 2 Tornado (più 2 in arrivo) , i 2 Predator e i 3 AB 212 di Aeronautica e Marina.

Predator
L’aumento degli UAV da 2 a 3 o 4 è sicuramente utile ad aumentare le capacità di sorveglianza ma non è un vero rinforzo. In realtà già l’anno scorso i Predator erano 3 poi uno è stato ritirato dall’Afghanistan forse per le esigenze interne legate al vertice del G-8 a L’Aquila. L’impiego degli UAV nella lotta agli ordigni improvvisati (IED) richiede anche nuovi software per l’analisi del terreno mentre sarebbero utili anche un po’ di armi imbarcate per poter colpire direttamente le forze nemiche individuate senza dover dirottare sul bersaglio altri velivoli o forze terrestri. Un’esigenza che emergerà ancor più prepotentemente con i nuovi Reaper acquistati dall’Aeronautica, macchine con una grande capacità di carico bellico che americani e britannici impiegano sempre più di frequente in azioni di guerra ma che l’Italia ha acquisito disarmati, privi cioè di bombe e missili.

Lince o Freccia ?
Sulla protezione offerta dai mezzi terrestri il ministro ha fatto bene a precisare in Parlamento che “la sicurezza al cento per cento non può esistere” anche se il dibattito apertosi dopo la morte del caporal maggiore Alessandro Di Lisio sulla bontà del Lince si è subito trasformato in farsa.
Anche l’ultimo attentato ha dimostrato la validità del Lince considerato che i tre militari all’interno del mezzo hanno riportato solo contusioni e lievi ferite, le stesse subite da altri militari italiani colpiti a bordo dei Lince da una ventina di Ied dal 2007 a oggi nei quali una dozzina di Lince hanno subito danni gravi mentre i feriti più seri sono sempre stati i mitraglieri esposti sulla “ralla”, la piattaforma girevole situata sul tetto del mezzo sulla quale è installata una mitragliatrice. L’esposizione del mitragliere, imposta dall’esigenza che ogni veicolo possa combattere, è un problema noto alla Difesa e il 16 giugno il ministro Ignazio La Russa parlò di “migliorare la sicurezza dei militari che stanno fuori dai blindati”. La soluzione è rappresentata dall’adozione di torrette automatizzate “a controllo remoto” equipaggiate con mitragliatrici e visori e manovrate dai militari dall’interno del Lince. I britannici, che a causa degli Ied hanno perduto i tre quarti dei 191 soldati caduti in Afghanistan, stanno acquistando diversi tipi di veicoli protetti inclusi 450 Lince, ribattezzati Panther, dotati di una torretta prodotta da Bae Systems e armata con una mitragliatrice da 12,7 millimetri. Anche i blindati Puma utilizzati dagli alpini nell’area di Kabul presentarono la stessa problematica che causò la morte di quattro soldati, uccisi da due Ied nella Valle del Mushai nel 2006, ma solo alla fine del 2007 vennero dotati di torrette Oto Melara, le Hitrole che in versione più leggera potrebbero esser installate anche sui Lince. Non ha molto senso invece l’annuncio dell’invio del ruotati Freccia definiti più protetti dei Lince. Innanzitutto si tratta di macchine diverse per ingombro e pesi (meno di 7 tonnellate il Lince, ben 27 il Freccia) e poi sono mezzi che hanno compiti diversi. Il Freccia è un veicolo da combattimento trasporto truppe, destinato alle Brigate Medie per portare una squadra di fanti sul campo di battaglia. Derivati dai Centauro hanno lo scafo piatto anche se sono stati dotati di protezioni specifiche contro le IED. Il loro impiego non avrebbe la stessa versatilità del Lince che nella sua categoria non teme rivali quanto a protezione come dimostrano i 2.500 esemplari ordinati da dieci eserciti molti dei quali proprio per impiegarli in Afghanistan. Sulla mulattiera che da Herat conduce a Bala Murghab, nelle montagne della provincia di Badghis, i Lince in alcuni tratti transitano sfiorando su entrambi i lati le pareti di roccia. I Freccia non ci passerebbero. Si è parlato anche dell’invio dei corazzati da combattimento Dardo, più pesanti e protetti dimenticando che 8 Dardo sono già da 2 anni operativi nell’ovest afgano. Si sono distinti in diversi combattimenti ma i Dardo (come i Freccia) non possono essere impiegati ovunque in Afghanistan e soprattutto non possono sostituire i Lince.
E la potenza di fuoco?
Il dibattito si è incentrato sulla necessità di offrire maggiore protezione alle truppe sul terreno mentre poco interesse sembra suscitare la necessità di incrementare la potenza di fuoco, specie a lunga distanza. Finora il supporto di fuoco “pesante” è stato garantito dagli elicotteri Mangusta e dai mortai da 120 millimetri, peraltro giunti in Afghanistan solo nella primavera scorsa. Bocche da fuoco che a Bala Murghab come nella valle del Mushai hanno decimato i talebani con un tiro accurato grazie anche agli acquisitori degli obiettivi del 185° reggimento. Altri contingenti (USA, Canada, Gran Bretagna e Olanda) impiegano da tempo e con successo obici da 155 millimetri con gittate ben superiori ai 13 chilometri dei mortai Thomson–Brandt. Gli olandesi in particolare hanno impiegato nella provincia di Oruzgan i semoventi Pzh-2000 in servizio anche presso l’esercito italiano. Una decina di semoventi di questo tipo, posizionati a coppie nelle basi più esposte soprattutto nelle province di Farah e Herat consentirebbe di tenere sotto tiro quasi tutti i potenziali bersagli garantendo una precisione accurata fino a 40 chilometri e tutta la potenza di un obice di questo calibro.

Tutti all’Ovest
La notizia più importante circa il rafforzamento del dispositivo italiano riguarda la prossima concentrazione di tutte le forze italiane nell’Ovest. In autunno, quando il 186° reggimento Folgore lascerà la base di Camp Invicta alla periferia di Kabul verrà rimpiazzato da unità alleate (probabilmente francesi o turche). La fine della presenza italiana nel settore di competenza del Regional Command Capital permetterà di dislocare il Battle group italiano nell’area di Shindand, tra Herat e Farah, uno dei punti più caldi dell’ovest all’imbocco della Zerkoh Valley controllata dai talebani.. In questa zona oggi è presente solo un piccolo reparto di forze speciali afgane e americane mentre nella vicina base di Adraskan una cinquantina di carabinieri addestrano i reparti scelti della polizia afgana. I battaglioni di fanteria italiani nell’ovest saliranno così a 3 ai quali si aggiunge il Battle group spagnolo destinato a operare nella provincia di Badghis ma limitato dai rigidi caveat posti dal governo Zapatero e costituito da una compagnia alla quale se ne aggiungeranno altre 2 con l’arrivo dei rinforzi di Madrid. Un anno or sono nell’ovest operava un solo Battle Group italo-spagnolo con 4 compagnie. Un potenziamento necessario dopo che il comandante alleato, generale Stanley McChrystal, ha ammesso che “nell’ovest gli insorti oppongono una resistenza più forte che in altre aree”

Tornado o Typhoon?
Non ci riferiamo all’Eurofighter Typhoon ma al veterano della Seconda guerra mondiale Hawker Typhoon impiegato dalla RAF per colpire bersagli terrestri con i cannoncini da 20 millimetri e 900 chili di razzi e bombe. Il paragone ironico tra questo pezzo da museo e i Tornado IDS della nostra Aeronautica è sorto spontaneo quando il ministro La Russa ha annunciato che i 2 Tornado schierati in Afghanistan potrebbero non occuparsi solo di ricognizione, come hanno fatto finora, ma anche di supporto alle truppe a terra dove “potrebbero intervenire utilizzando i cannoncini che hanno a bordo”. Impiegare i Tornado (recentemente aggiornati allo standard MLU con la spesa di circa 200 milioni di euro) in grado di lanciare ordigni di precisione per mitragliare i talebani con i cannoncini Mauser da 27 millimetri, come un Hawker Typhoon mitragliava le colonne tedesche nella Francia del 1944, ci sembra francamente “una boiata pazzesca”. Non certo la prima nella storia a tratti ridicola delle guerre di pace italiane anche se da questo governo e dalla sua ampia maggioiranza è lecito aspettarsi un maggiore coraggio nelle scelte “belliche”. E’ vero che in condizioni particolari o di emergenza anche i cannoncini possono dire la loro. Come accadde agli Harrier della RAF che nell’estate 2006 colpirono i talebani con i cannoncini dopo aver esaurito le bombe per dare una mano ai difensori dei fortini di Helmand assediati dai jihadisti. Un’eccezione che non cancella l’impiego standard dei jet in Afghanistan per lanciare bombe guidate come gli 8 Tornado della RAF basati a Kandahar o come i Mirage, Rafale ed F-16 degli altri alleati. Un impiego escluso però (per ora) dal ministro La Russa a conferma che il governo vuole evitare l’uso delle bombe per i possibili rischi di provocare danni collaterali, cioè scomode vittime civili che peraltro non è detto vengano evitate con raffiche di Mauser. Motivazioni che non giustificano un impiego dei Tornado improprio e anche pericoloso per il rischio di esporre i jet al fuoco delle armi automatiche dei jihadisti.

Arrivano gli AMX ?
Pare evidente che se spetta al governo decidere l’uso o meno della forza ai militari si dovrebbe poi lasciare la piena autonomia per scegliere munizioni o equipaggiamenti da impiegare nei combattimenti. Il dibattito sull’impiego dei Tornado con i cannoncini suscita ulteriori perplessità dopo che l’Aeronautica ha annunciato l’invio di 10 cacciabombardieri AMX Acol e 34 piloti di Istrana e Amendola alle esercitazione Green Flag e Red Flag presso la base aerea americana di Nellis (Nevada). Il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, generale Daniele Tei, ha precisato che il rischieramento addestrativo avrà una durata complessiva di quattro settimane e che mezzi e uomini che si addestreranno in Nevada potrebbero essere impiegati in Afghanistan a partire dal prossimo ottobre. Dell’arrivo degli AMX però in Parlamento il ministro non ha parlato. Gli AMX rimpiazzeranno probabilmente i 4 Tornado anche per la ricognizione ma potranno sparare anche loro solo con i cannoncini? Sarebbe ridicolo soprattutto se si considera i molti milioni di euro sborsati per ammodernare i velivoli, trasferirli e mantenerli iin Afghanistan. Inoltre alla Green Flag ci si addestra ad attaccare obiettivi al suolo (con le bombe guidate) in supporto alle truppe a terra in uno scenario simil-afgano. Ma allora se gli AMX andranno in ottobre a bombardare i talebani perché oggi va in scena la farsa dei Tornado “in action” solo con i cannoncini?

Mercenari Italiani nel mondo

Sminatore italiano
Sminatore italiano

Più di una volta abbiamo sentito parlare di “mercenari” in Iraq, o in Afganistan. Bene, questi uomini stanno li per un lauto stipendio e per difendere gli interessi delle multinazionali.
I nostri media, giornali e televisioni hanno sempre riportato con grande enfasi l’invio di questi “fantomatici mercenari”. E’ arrivato il momento di smascherarli : Qui e qui trovate le informazioni necessarie per la loro messa in accusa.
Ovviamente sono polemico ma è bene sapere che l’organizzazione linkata è una ONG riconosciuta e finanziata dall’ONU. Purtroppo tra le loro fila non ci sono delle simone o dei gino strada o altre persone dichiaratamente schierate a sinistra e si sa quanto valore abbia questa appartenenza come effetto amplificatore.
Ma cosa fanno questi “mercenari”? Proviamo a dare una spiegazione rapida ed esaudiente : rischiano la vita per sminare, bonificare dalle mine i territori sui quali è stata combattuta una guerra. Vi ricordo che nel mondo ci sono, stimate, ancora 100 milioni di mine (50 delle quali di costruzione sovietica o di paesi dell’allora patto di Varsavia o ex comunisti o ancora comunisti).

Volete sapere come si esegue una bonifica? Continuate a leggere allora.
Intanto distinguiamo tra la bonifica operativa e quella umanitaria.

bosnia_mina_iraniana
Mina iraniana ritrovata in Bosnia

La bonifica operativa è quella che viene attuata in occasione di interventi militari. Tende a raggiungere risultati del 70% , 80 % , dove il restante 30-20 % rappresenta un rischio residuo accettabile in operazioni militari in quanto molto inferiore a quello rappresentato dal pericolo di essere colpiti da un proiettile vacante durante un conflitto a fuoco.
Ben altra cosa è la bonifica umanitaria che deve raggiungere risultati molto vicini al 100% e che non può accettare alcun rischio residuo se non quello dell’evento casuale.
In questo settore sono in corso moltissime attività  di ricerca e sviluppo per arrivare a realizzare sistemi che consentono di ottenere i migliori risultati con il minor costo possibile e con la massima sicurezza .
Un accenno và fatto alle tecnologie per il rilevamento e l’individuazione delle mine. Si tratta di un campo che ha avuto finora un ambito di applicazione meramente militare, ma che, grazie alla nuova sensibilità  mondiale, e diventato di grandissimo interesse anche per la ricerca e la tecnologia civile e quindi per le operazioni di sminamento umanitario. L’interesse maggiore è orientato verso sistemi elettronici , che consentono di individuare con la massima precisione possibile le aree minate e le zone trappolate.
Ottimi risultati sono giunti per es. dai radar gpr ad alta penetrazione, o georadar, capaci di analizzare il terreno a profondità  variabile da pochi cm fino ad un paio di metri. Ci sono poi le camere ad infrarosso termico. Le mine hanno una temperatura diversa rispetto al suolo anche nell’ordine di uno o due gradi. Le camere più sensibili captano variazioni entro il decimo di grado e sono quindi ideali per rilevare le mine. Poi ci sono i radar sar che utilizzano il principio dei satelliti e hanno raggiunto un’altissima risoluzione (una precisione nell’identificazione del corpo estraneo entro i due o tre centimetri).
Allo studio ci sono i cosiddetti “nasi artificialii”. Si tratta di sensori biochimici capaci di captare addirittura le singole particelle i materiale esplosivo contenuto nelle mine. L’utilizzo dei cani per fiutare l’esplosivo contenuto nelle mine e quindi segnalarne la localizzazione è molto importante, anche se risente dell’inquinamento del terreno e come o visto in Bosnia ed in Kosovo, dei limiti di resistenza di questi preziosi animali che possono essere utilizzati per un massimo di due o tre ore al giorno.

Il pappagallo verde è la mia più diffusa al mondo si calcola che tyra asia ed africa ce ne siano almeno 10 milioni disseminate sui campi
Il pappagallo verde è la mia più diffusa al mondo si calcola che tyra asia ed africa ce ne siano almeno 10 milioni disseminate sui campi

L’utilizzo dei mezzi meccanici è molto utile ed è anzi indispensabile specie nelle grandi superfici, ma da solo garantendo al massimo l’80%, non dà quella certezza di sicurezza che lo sminamento umanitario deve invece poter garantire.
L’obiettivo, comunque , non è semplice da raggiungere, molti sono i parametri in gioco che possono condizionare e per taluni aspetti invalidare i risultati, ma non per questo non può essere affrontato e risolto con risultati apprezzabili, come dimostrano le attività  di bonifica in corso in tutto il mondo, che sono portate avanti manualmente dagli specialisti del settore, sia civili delle organizzazioni non governative, che militari (e.o.d. dei vari eserciti) un lavoro lento, quello manuale, ma garante di risultati affidabili e non inferiori ad una probabilità  di successo del 99,9 %. I sistemi meccanici ed elettronici sono ancora allo studio mentre esiste la specializzazione dell’uomo assicurata dalla professionalità  maturata negli anni dagli specializzati militari, di cui l’Italia dispone in larga misura fra il personale dell’arma del genio, cresciuti tramandando una cultura specifica che trova origine nel periodo immediatamente successivo al secondo conflitto mondiale quando ufficiali e sottufficiali del genio bonificarono il territorio nazionale. Oggi, gli eredi di costoro sono gli specialisti dell’e.o.d. del genio militare che hanno operato in passato in Afghanistan, Kurdistan, Kuwait, Angola, Mozambico e che oggi operano in Bosnia, Kosovo, Iraq e di nuovo in Afganistan.
Nei programmi dello sminamento umanitario sono essenziali i seguenti parametri:

  • conoscenza del pericolo delle mine;
  • demarcazione delle aree minate e trappolate;
  • pronto soccorso e riabilitazione dei feriti ;
  • ricostruzione e sviluppo delle comunità  che hanno avuto problemi con le mine;
  • Formazione di specialisti locali per mettere loro in condizione di affrontare autonomamente l’impegno della bonifica.

Lo sminamento a favore dei civili si concretizza attraverso quattro diverse forme di intervento: lo sminamento strutturale, lo sminamento di programma, lo sminamento di prossimità , e lo sminamento cosidetto ” paesano ” .

  • lo sminamento strutturale si occupa della bonifica delle principali infrastrutture . In particolare, le prime fasi dell’intervento sono finalizzate alla bonifica delle strade e zone aeroportuali , con l’impiego dei sistemi meccanici realizzati per la bonifica operativa.
  • lo sminamento di programma viene attuato nell’ambito di un programma di sviluppo. Lo scopo e quello di facilitare la realizzazione di altri interventi tecnici ( sanitari , agricoli , urbanistici , idraulici etc . ) bonificando le aree di interesse da tutte le mine , trappole esplosive ed ordigni bellici ancora attivi.
  • lo sminamento di prossimità  orientato verso lo sviluppo di una bonifica a lungo termine. Ha lo scopo di restituire alla popolazione le condizioni essenziali per ritornare alla normalità . Il primo beneficiario di questo tipo di progetto è il gruppo comunitario a favore del quale si interviene e prevede la formazione di specialisti locali destinati alla condotta dei futuri programmi di bonifica. Lo sminamento di prossimità  coinvolge attivamente la popolazione e le attività  della bonifica operativa sono accompagnate da approfondite campagne di formazione sul problema delle mine .
  • lo sminamento cosi detto ” paesano ” finalizzato ad interventi locali, ma peculiarmente sviluppato per insegnare alla popolazione a convivere con le mine e le trappole esplosive difendendosi dalle stesse. Questo tipo di programma, generalmente , è sviluppato per aumentare il grado di sicurezza per le realtà  locali, a premessa di interventi di bonifica su larga scala. Il più delle volte , gli attori principali sono ex militari o abitanti del luogo che vengono abilitati ad operare per azioni di sminamento su scala micro-locale. Questi programmi sono attualmente in parte ed in alcune località  attuati da organizzazioni non governative, impiegando specialisti di maturata esperienza .

A premessa di ogni intervento è comunque essenziale disporre di mezzi idonei al rilevamento delle mine e adottare tecniche che garantiscono l’individuazione degli ordigni. Una delle possibili tecniche, quella più comunemente applicata da tutti gli esperti , è quella che vede il ricorso al sistema del prodding, , che consiste nel sondare il terreno mediante particolari aste rigide che consentono di individuare le mine interrate. Il prodding è efficace in quasi tutti i terreni e normalmente viene integrato dall’impiego di rilevatori di mine a funzionamento elettronico , non sempre affidabili in quanto molto condizionati dalle condizioni ambientali , dalle temperature estreme e dai terreni con presenze di elementi metallici
Vediamo ora in particolare come si procede alla bonifica di un’area minata di piccole dimensioni con il sistema del prodding. Per effettuare la bonifica di un’area minata, bisogna applicare delle procedure che dipendono da:

  • grandezza dell’area da bonificare;
  • numero e tipo di mine presenti;
  • numero di sminatori disponibili.

Il nucleo di bonifica di base è costituito da :

  • capo nucleo;
  • operatore sondatore;
  • operatore con apparato rilevatore.

Nella fase preparatoria, che precede l’inizio della bonifica, gli specialisti recuperano carte della zona e sviluppano una capillare operazione di intelligence, nell’intento di acquisire il massimo numero di informazioni sul campo minato e sul tipo di mine.
Svolta l’attività  informativa e ricognitiva che ha permesso di individuare sia l’andamento sia l’ampiezza dell’area minata ed eventualmente il tipo di mine, verrà  redatto un progetto d’attuazione che prevede diverse fasi d’intervento:

  1. segnalazione del campo minato tramite fettucce con scritte mine, organizzazione della zona di intervento per quanto concerne il sostegno logistico, il posto di sosta, l’assistenza sanitaria, eventuale centro di raccolta di mine e la dislocazione dei materiali esplosivi necessari alla bonifica.
  2. realizzazione della bonifica di un corridoio largo un metro e lungo 44 metri sulla fronte anteriore dell’area minata.questo corridoio viene creato per permettere ai nuclei bonificatori di agire in una zona certamente pulita da ordigni.
  3. una volta che il nucleo iniziale ha raggiunto i 24 metri di bonifica sul fronte anteriore, si potrà  dare inizio alle operazioni di bonifica in profondità , perpendicolarmente alla fascia iniziale, da parte del 1° nucleo.
  4. ogni qualvolta che il nucleo raggiunge la profondità  di 20 metri potrà  iniziare il lavoro il nucleo successivo e cosi via.
  5. fase: quando il nucleo iniziale avrà  terminato di bonificare i 44 metri del fronte del campo potrà  essere inserito nei nuclei di lavoro .
  6. ogni qualvolta che gli operatori rinverranno una mina questa sarà  segnalata tramite un cappellozzo bianco e rosso. Il capo nucleo provvederà  alla sua distruzione al termine della bonifica e, se ciò, non fosse possibile, procederà  all’eventuale disattivazione cioè all’inserimento della sicurezza per quanto riguarda le mine antiuomo, ed eliminazione della parte attiva (disinnescamento ) per le anticarro..
  7. al termine della bonifica della fascia di competenza ( 1 metro x 60 metri ) , il capo nucleo provvederà  alla distruzione sul posto delle mine antiuomo con l’impiego dell’esplosivo, sempre che questo sia possibile. Per quanto riguarda le mine a/c bisogna effettuare il ribaltamento delle stesse mediante una fune con gancio per ovviare all’eventualità  che siano provviste di congegni antirimozione. Effettuata questa operazione, la mina potrà  essere disinnescata e quindi recuperata.
  8. al termine delle operazioni viene redatto un rapporto di bonifica.

I mezzi impiegati per l’individuazione delle mine durante una bonifica sono :

  • la vista;
  • gli apparati cercamine;
  • le aste di sondaggio;
  • telai guida per il sondaggio.

In casi particolari per condizioni di terreno o di densità  di minamento, talvolta non è possibile applicare integralmente le norme per la bonifica descritta , questi casi sono i seguenti:

  • terreno con folta vegetazione;
  • gallerie stradali;
  • ferrovie e gallerie ferroviarie;
  • terreni acquitrinosi o temporaneamente allagati,
  • terreni eccezionalmente compatti o gelati;
  • terreni coperti da neve.

Effetti di una mina :
Il piede su una mina provoca un’onda d’urto di, più o meno, seimila metri al secondo, la temperatura al momento dello scoppio arriva a quattromila gradi e il rumore è di molto superiore a quanto possa sopportare l’orecchio umano. L’onda d’urto risale dal piede alla gamba e all’anca, le ossa del piede e della gamba si sgretolano, mentre il piede, la gamba e la coscia opposti, il basso ventre, talvolta il volto e gli occhi, rimangono offesi dalle schegge delle mine e da una moltitudine di materiali (sassi , pulviscolo, etc) proiettati dallo scoppio. Caduta al suolo, se non cade su una seconda mina, la vittima si trova in un grave stato di shock, con abbondante perdita di sangue. Queste appena descritte sono le conseguenze di una semplice mina a pressione ad effetto locale; le mine ad azione estesa e direzionali, come ad esempio quelle a frammentazione, che esplodono proiettando centinaia di piccole schegge, sono ancora più micidiali e provocano quasi sempre la morte delle persone investite che si trovano nel campo di azione delle mine.

Ho voluto descrivere cosa significa saltare su una mina, al fine di evidenziare la complessità  dei traumi fisici

Resistenti? Mercenari!

Ecco la risposta ai sostenitori della resistenza irakena. Resistenti Irakeni che combattono contro l’invasore?

No!

Mercenari al soldo del terrorismo internazionale come ho già avuto modo di scrivere qui. Terroristi sostenuti dai rossi nostrani, altro che Jihad. Spero che adesso sia chiaro a tutti che il terrorismo rosso e quello Islamico siano la stessa cosa!

Ecco la verità.

Seven French ‘died for al-Qaeda’ in Iraq

At least seven people from France have been killed in Iraq and elsewhere fighting for al-Qaeda, the French interior minister has told a newspaper.
"At least seven people from France have died… fighting for al-Qaeda’s cause, some in suicide attacks," Nicolas Sarkozy told Le Parisien.
Another 10 are in Iraq, Pakistan, Syria and Afghanistan, he said.
Nicolas Sarkozy also said the surveillance of flights to those countries would be reinforced.
These, he said, are considered stopovers for Europeans heading to Iraq to join militant groups.
In early June, French police detained two men believed to have recruited volunteer fighters to be deployed in Iraq.
One of them, 39-year-old Said al-Maghrebi, had reportedly trained with al-Qaeda in Afghanistan and had been sought by French police for months.
Another alleged recruiter of jihadists, Farid Benyettou, was arrested in France in January.
US authorities believe that a large number of attacks in Iraq are carried out by foreign fighters, some of them recruited in western countries.

Foreign fighters from Britain, Sweden and Pakistan killed in Somalia by USA

Foreign fighters from Britain, Sweden and Pakistan were among those killed by US missiles and Somali army operations, according to the Somali government.
A remote village in the Puntland region was bombarded on Friday, following the reported arrival of foreign militants.
As many as a dozen people were reported to have been killed, including at least six foreign Islamists, the government and army said.
The US has launched several strikes on alleged militants in Somalia this year.
The latest was carried out by a US warship off the coast, and aimed at hills around the village of Bargal, the government said.
The United States has refused to comment on the action.
"Foreign fighters, Somali militants and members of the international terrorists including British nationals, Americans, Swedish, Pakistanis and Yemenis were killed in separate operations carried out by Puntland troops and US Navy forces," the Puntland regional government said in a statement.
"The terrorists, who arrived in Puntland’s mountainous area of Bargal with boats from southern Somalia, have been defeated," the statement said.
Five government troops were injured in the operation, it said.
New battleground
The claim was denied on a website used by Islamists.
"American planes carried out random attacks without causing any losses among the mujahideen, praise to God," a group calling itself the Young Mujahideen Movement said in the statement. It also claimed 11 soldiers were killed.
Until now fighting between rival clan militias and remnants of Islamist militants, who seized control of large parts of Somalia for six months of 2006, has been concentrated in the south of the country.
This is the first time the US has launched an attack in the Puntland region, home to Somalia’s President Abdullahi Yusuf, says the BBC’s East Africa correspondent Karen Allen.
US media reports suggest the target was an al-Qaeda operative suspected of involvement in the 1998 bombings of US embassies in Kenya and Tanzania. 

Ecco chi sono i terroristi : bambolotti nostrani cresciuti all’ombra dell’occidente ed istruiti dall’odio del ’68.
Mercenari anticapitalisti che si alleerebbero col demonio pur di distruggere le nazioni nelle quali sono nati.
Fantoccini nelle mani di gente senza scrupoli che li manda a combattere contro quelle democrazie che li hanno coccolati e cresciuti.
Imbecilli con la pancia piena che annoiati dalla vita occidentale rincorrono l’ideale del mondo perfetto distruggendo tutto quello che è stato fatto in 2000 anni di storia.
Rifiuti dell’umanità che cercano in questo modo un momento di gloria per poter uscire dall’anonimato.

Ed ecco da chi sono combattuti :

Iraqi Insurgent Assassins…Al Qaeda Killers

Report on how some insurgents in Iraq are becoming American allies, capturing and killing Al Qaeda, and other foreign insurgents.

 

 

Poveracci padri di famiglia, fratelli, nonni che difendono strenuamente i loro parenti, la loro nazione, dal terrorismo rosso e che si sono alleati con gli unici sulla terra che li sostengono.

Sinistri, ovunque siete andati avete portato con voi miseria, morte e distruzione. Ancora non avete capito che avete fallito, siete dei falliti?.