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L’Europa è in caduta libera

L’Europa è in caduta libera. Nessuno può più metterlo in dubbio. In effetti, l’Europa è simultaneamente vittima di diversi problemi cruciali ognuno dei quali potrebbe potenzialmente diventare catastrofico. Esaminiamoli individualmente.

I 28 membri dell’Unione Europea non hanno, nel loro insieme, una giustificazione logica.
Il problema più evidente per l’UE è che non ha assolutamente alcun senso a partire dall’economia. Inizialmente, nei primi anni 1950, c’era un piccolo gruppo di nazioni non troppo dissimili che decisero di integrare le proprie economie. Erano i cosiddetti Sei Interni che hanno fondato la Comunità europea (CE): Belgio, Francia, Germania occidentale, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi.
Nel 1960 a questo “gruppo ristretto” vennero aggiunti altri sette Paesi. I quali non volevano aderire alla CE, ma volevano partecipare a una Associazione europea di libero scambio (AELS). Erano, Austria, Danimarca, Norvegia, Portogallo, Svezia, Svizzera e Regno Unito. Insieme, questi Paesi hanno formato quello che potrebbe vagamente chiamarsi “la maggior parte dell’Europa occidentale”. Pure con i loro difetti, questi trattati riflettevano una realtà — che i Paesi partecipanti avevano molto in comune e che i loro popoli volevano unire le forze.
Dopo il 1960, la storia dell’integrazione europea ed espansione è diventata molto complicato e ha progredito in zig-zag con regolari battute d’arresto. Poi, alla fine, il processo si è trasformato in una crescita incontrollata, come un tumore maligno.
Oggi l’Unione europea comprende 28 Stati membri, ivi inclusi quelli appartenenti all’Europa un tempo chiamata “centrale” e “orientale” (!) — Anche le Repubbliche baltiche ex sovietiche sono ora parte di questa nuova unione. Il problema è che, mentre tale espansione era attraente per le élite europee per ragioni ideologiche, dal punto di vista dell’economia non ha alcun senso. Cos’hanno in comune Svezia, Germania, Lettonia, Grecia e Bulgaria? Ben poco, naturalmente.

Angela Merkel
“Angela Merkel ha sprecato l’occasione per diventare leader dell’Europa”

Adesso le crepe si vedono bene. La crisi greca e la minaccia di una “Grexit” ha il potenziale di creare un effetto domino che coinvolge il resto dei cosiddetti “PIGS” (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna). Anche la Francia è minacciata dalle conseguenze di queste crisi.
La moneta europea — l’euro — è una “moneta senza una missione”: dovrebbe sostenere l’economia tedesca o quella greca? Nessuno lo sa, almeno ufficialmente. In realtà, naturalmente, tutti capiscono che la signora Merkel ha in mano la regia. Soluzioni Quickfix, che è quello che i Euroburocrati stanno offrendo, prendendo tempo prima di arrivare al redde rationem, ma non offrono alcuna soluzione a quello che è chiaramente un problema sistemico, vale a dire la natura completamente artificiale di una EU con 28 membri.
La soluzione più ovvia, cioè rinunciare al sogno folle di un’Unione Europa con 28 membri, è così politicamente inaccettabile che non sarà nemmeno discussa anche se tutti la temono

L’UE è sull’orlo di un collasso sociale e culturale. La realtà innegabile è tanto semplice quanto forte: L’UE non può assorbire così tanti rifugiati. L’UE non ha i mezzi per fermarli.

Barcone di migranti
“L’Europa deve dire ai migranti di non poter accogliere tutti”

Un massiccio afflusso di rifugiati rappresenta un problema di sicurezza molto complesso che i Paesi dell’UE non sono in grado di affrontare. Tutti gli Stati dell’UE hanno tre strumenti chiave per proteggersi da agitazioni, disordini, crimini o invasioni: i servizi speciali di sicurezza, le forze di polizia e i militari. Il problema è che nessuno di tali servizi possono affrontare una crisi di rifugiati.
I servizi speciali / sicurezza sono numericamente troppo pochi quando si tratta di una crisi dei rifugiati. Inoltre, i loro tipici bersagli (criminali di carriera, spie, terroristi) sono pochi e mescolati in una tipica ondata di rifugiati. Inoltre, i rifugiati sono spesso famiglie, anche estese, e mentre possono includere bande criminali, è ben lungi che sia sempre così.

“All’ONU serve adottare una risoluzione unica sulla lotta contro il terrorismo”

A differenza dei poliziotti che hanno un certo vantaggio. Infatti sono letteralmente ovunque e in genere hanno una buona padronanza del cosiddetto “battere sulla strada”.
Tuttavia, i loro poteri sono molto limitati e devono ottenere un ordine del tribunale per eseguire la maggior parte delle loro operazioni.

Consiglio di Sicurezza ONU
“All’ONU serve adottare una risoluzione unica sulla lotta contro il terrorismo”

I poliziotti, per lo più, si occupano di criminali locali, mentre la maggior parte dei rifugiati non sono né locali, né criminali. La triste realtà è che il maggior contributo dei poliziotti nella crisi dei rifugiati è di fornire forze antisommossa — che non può essere una soluzione per tutte le situazioni e quindi finisce di risolvere niente.
Per quanto riguarda le forze armate, il meglio che possono fare è cercare di aiutare a bloccare le frontiere. Qualche volta possono assistere le forze di polizia in caso di disordini civili, ma è tutto.

Così i vari membri dell’UE non hanno né i mezzi per trincerare i loro confini e per deportare la maggior parte dei rifugiati — né hanno i mezzi per controllarli. Certo, ci saranno sempre i politici che promettono di rimandare i rifugiati a casa loro, ma è una immigrazionebugia crassa e sfacciata. La stragrande maggioranza dei rifugiati fugge da guerra, fame e povertà e non v’è alcun modo di rimandarli a casa.

Anche mantenerli, tuttavia, è impossibile, almeno in senso culturale. Nonostante la propaganda buonista per integrare razze, religioni e culture, la realtà è che l’Unione europea non ha assolutamente nulla da offrire a questi rifugiati per far desiderar loro di integrarsi.

Sergei Chuzavkov
Presidente Repubblica Ceca: costretti a provvedere da soli alla sicurezza delle frontiere

Sia pure con tutti i problemi e limiti, almeno gli Stati Uniti propongono un “sogno americano”, che, per quanto falso sia, ispira ancora la gente in tutto il mondo, soprattutto i pochi sofisticati e i poco istruiti. Non solo, ma la società statunitense è di per sé già in gran parte a-culturale.
Chiedetevi che cosa sia la “cultura americana”, per cominciare? Semmai, è davvero un “melting pot” in contrapposizione ad un’ “insalata rimestata” — il che significa che quando qualcuno è gettato in nel melting pot perde la sua identità originale, mentre la miscela che finisce nella pentola (della “melting pot”) non riesce a produrre una vera e propria cultura indigena, almeno non nel senso europeo della parola.

L’Europa è, o dovrei dire era, radicalmente diversa dagli Stati Uniti. Esistevano profonde differenze culturali tra le varie regioni e province all’interno di ciascun Paese europeo. Un basco non è certamente un catalano, un marsigliese non è un bretone, etc. E le differenze tra un tedesco e un greco sono semplicemente enormi.

Il risultato dell’attuale crisi dei rifugiati è che tutte le culture europee sono ora direttamente minacciate nella loro identità e nel loro stile di vita.

migranti
“I migranti e profughi vogliono l’Inghilterra”

La colpa viene data all’Islam, ma in realtà i cristiani africani non si integrano meglio — e nemmeno gli zingari cristiani, tra l’altro. Quindi scontri avvengono letteralmente ovunque — nei negozi, strade, scuole, etc. Non c’è un solo paese in Europa in cui questi scontri non minaccino l’ordine sociale. Gli scontri quotidiani provocano crimine, repressione, la violenza e la ghettizzazione sia dei migranti che degli abitanti che lasciano le loro periferie tradizionali e si muovono in zone meno sature di immigrati.

Nota ai miei lettori americani che potrebbero pensare “Va bene, ma anche noi abbiamo ghetti negli Stati Uniti”, rispondo che quelle che i francesi chiamano “zones de non-droit” (zone fuori dal diritto), sono di gran lunga peggiori di quanto si può vedere negli Stati Uniti. E bisogna tenere a mente che nessun paese in Europa ha il tipo di enormi forze di polizia militarizzate, in dotazione in ogni grande città degli Stati Uniti. Né vi è l’equivalente della Guardia Nazionale degli Stati Uniti. Nella migliore delle ipotesi, ci sono le forze anti-sommossa, come il CRS francese, ma non possono fare più di tanto.

Migranti siriani in marcia verso confine serbo-ungherese
Migranti, il dramma in diretta in Europa

Il livello di frustrazione sofferto da molti, se non dalla maggior parte, degli europei, derivante direttamente da questa crisi immigratoria, è difficile a descriversi per chi non l’abbia visto. E dal momento in cui si esprimono queste frustrazioni si passa per “razzista” o “xenofobo”, nella definizione dei poteri forti (almeno fino a poco tempo fa — c’è un cambiamento progressivo). Il profondo risentimento è in gran parte tenuto nascosto, ma è comunque percepibile. E gli immigrati certamente lo sentono ogni giorno. Quindi, va ripetuto ancora, questo è il motivo per cui il concetto di “melting pot” in Europa non si materializza. L’unica cosa che l’Europa può offrire alle centinaia di migliaia di rifugiati è un’ostilità silenziosa alimentata da paura, indignazione, disgusto e impotenza. Anche quanti erano essi stessi rifugiati in passato (gli immigrati dal Nord Africa, per esempio) sono ora disgustati e molto ostili alla nuova ondata di profughi in arrivo. E, naturalmente, nessun rifugiato in arrivo in Europa crede in un “sogno europeo”.

Infine, ma non meno importante, è il fatto che questi rifugiati rappresentano un enorme onere per le economie locali e per i servizi sociali, mai progettati per far fronte a un tale afflusso di “clienti” bisognosi.

Per il prossimo futuro la prognosi è chiara: più dello stesso, ma solo in peggio, forse molto peggio.

L’Unione europea è soltanto una colonia degli Stati Uniti, incapace di difendere i propri interessi. L’Unione europea è governata da una classe di persone completamente vendute agli Stati Uniti. Esempio tipico e classico è stata la debacle libica, dove gli Stati Uniti e la Francia hanno completamente distrutto il paese più sviluppato in Africa. Ottenendo che centinaia di migliaia di profughi attraversino il Mediterraneo e cerchino rifugio dalla guerra in Europa.

Aylan Kurdi
Un Europa che affoga nell’ipocrisia

Tale risultato avrebbe potuto essere molto facile da prevedere, e tuttavia i paesi europei non ha fatto nulla per impedirlo. In realtà, tutte le cosiddette Obamawars (Libia, Siria, Afghanistan, Iraq, Yemen, Somalia, Pakistan) hanno portato a enormi flussi di rifugiati. Si aggiunga anche il caos in Egitto, Mali e la povertà in tutta l’Africa. Assistiamo a un esodo di massa che nessun muro-frontiera, fosso di scavo o bombe lacrimogene fermeranno.

Se non bastasse, l’UE ha realizzato quello che può solo essere chiamato un suicidio politico ed economico, consentendo all’Ucraina di esplodere in una guerra civile che coinvolge 45 milioni di persone, che ha distrutto completamente un’economia e installato al potere un vero e proprio regime nazista. Anche questo risultato era facile da prevedere. Ma la reazione degli Euroburocrati è stata di imporre sanzioni economiche masochiste alla Russia. Il che che ha finito per creare esattamente le condizioni e l’incentivo necessario per l’economia russa a diversificare e a produrre localmente invece di importare tutto dall’estero.

La scelta di accogliere a prescindere è quella che rende l’Italia porta per l’immigrazione selvaggia verso l’Europa
Emergenza immigrati verso l’Europa che non c’è

Vale la pena di ricordare che alla fine della Seconda Guerra Mondiale l’Europa era praticamente un territorio occupato. I sovietici avevano la parte centro-orientale, mentre gli Stati Uniti/Regno Unito avevano la parte occidentale. Siamo stati condizionati a pensare che le persone che vivevano sotto “l’oppressione” di ciò che la propaganda degli Stati Uniti ha denominato il “Patto di Varsavia” (in realtà chiamato il Organizzazione del Trattato di Varsavia”) siano stati meno liberi rispetto a quelli che vivevano sotto la “protezione” del Trattato Nord Atlantico.

A parte il fatto che il termine “Nord Atlantico” è stato coniato deliberatamente per legare l’Europa occidentale agli Stati Uniti, la questione centrale è che mentre in molti modi le persone in Occidente hanno avuto più libertà rispetto a quelli in Oriente, gli Stati Uniti/Gran Bretagna occupavano parte di un’Europa che non si è mai ripresa la propria sovranità. E proprio come i sovietici hanno coltivato un’élite compradora locale in ogni paese dell’Europa orientale, così hanno fatto gli Stati Uniti in Occidente.

La grande differenza è apparsa solo alla fine degli anni ’80 e ai primi ’90, quando l’intero sistema a conduzione sovietica è crollato mentre il sistema gestito dagli Stati Uniti è uscito rafforzato a seguito del crollo sovietico. Sicché, a partire dal 1991, la morsa di ferro degli Stati Uniti sopra l’UE è diventata ancora più forte di prima.

La realtà è triste e semplice: l’Unione europea è una colonia degli Stati Uniti, gestita da marionette degli Stati Uniti che non sono in grado di lottare per gli interessi fondamentali ed evidenti degli europei.

L’Unione europea si trova in una profonda crisi politica

Fino alla fine degli anni ’80, c’era, più o meno ‘reale’, un’ opposizione di ‘sinistra’ in Europa. Infatti, in Italia e Francia i comunisti quasi salirono al potere. Ma non appena il sistema sovietico è crollato, tutti i partiti dell’opposizione europei, o sono scomparsi, o sono stati rapidamente cooptati dal sistema.

E, proprio come negli Stati Uniti, gli ex trotzkisti divennero dei neocon da un giorno all’altro. Di conseguenza, l’Europa ha perso la poca opposizione all’Impero Anglo-Sassone ed è diventata una terra ‘politicamente pacificata’.

L’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini
Crisi in Europa: mentre ognuno pensa a se, il vero problema non viene affrontato

Vale a dire si è instaurato quelli che i francesi chiamano “la pensée unique”” o il “pensiero unico” — trionfante, almeno a giudicare dai media di regime. La politica si è trasformata in un reality show nel quale i vari attori fingono di affrontare problemi reali quando in realtà sono inventati e creati artificialmente. “Problemi” che poi “risolvono” (il matrimonio tra omosessuali è l’esempio perfetto). L’unica forma di politica significativa rimasta nell’UE è il separatismo (scozzese, basco, catalano, ecc), ma fino ad ora, non si è vista alcuna alternativa.

In tale “nuovo mondo coraggioso” di finzione politica, nessuno si occupa di problemi reali, mai affrontati direttamente, ma spinti solo sotto il tappeto fino alle prossime elezioni — il che, provoca un peggioramento generale. Per quanto riguarda i super-signori AngloSassoni dell’UE, a loro quanto succede non importa, a meno che i loro interessi siano direttamente colpiti.

Si potrebbe dire che il Titanic sta affondando e l’orchestra continua a suonare, e l’immagine si approssima alla realtà. Tutti odiano il capitano e l’equipaggio, ma nessuno sa con chi sostituirli.

Articolo tratto da Sputnik

In Francia voti in cambio di moschee

Flag_of_France_with_islam_symbol-300x199 Da Perpignan a Courbevoie passando per Strasburgo.

I sindaci socialisti svendono terreni del comune alle comunità musulmane che offrono loro consenso elettorale mentre a Parigi, all’Assemblea nazionale, il premier Valls faceva finta di fare il duro contro l’islam radicale, annunciando la chiusura se necessario delle moschee salafite (il 29 giugno, tanto per rendere l’idea dei proclami fuffa del primo ministro socialista, è successo che lo stesso Valls ha premiato con la Legione d’onore l’imam radicale della moschea di Evry-Courcouronnes, Khalil Merroun, adepto del wahabismo saudita.
A Perpignan, la scorsa settimana, il Consiglio municipale ha votato la vendita di un immenso terreno situato ad ovest della città, nel quartiere di Mailloles, all’Associazione arabo-turca de l’Ensoleillé (Assate), la quale costruirà una grande moschea e annesse sale di preghiera approfittando di una superficie di 2400 m2 (in realtà sarebbe meglio parlare di svendita, dato che l’associazione verserà la modica cifra di 144.000 euro, pari a appena 60 per metro quadrato).83d8c50e95eee90bfc6aafe4cc78786750de0d53
In concomitanza, nella città di Courbevoie, a nordovest di Parigi, l’Associazione culturale dei musulmani di Courbevoie (Acmc) ha ricevuto dal comune il placet (affitto enfiteutico per 80 anni) per l’innalzamento di un’altra monumentale moschea che si estenderà su 680 m2.
Niente di scandaloso, se non fosse che sia nel primo che nel secondo caso le delibere delle due giunte fanno seguito a una promessa elettorale dei due sindaci – un puro voto di scambio, insomma – e che una parte della costruzione delle due moschee sarà finanziata con i soldi dei contribuenti.
Il tutto, sullo sfondo delle dichiarazioni di Dalil Boubakeur, rettore della Grande Mosquée di Parigi, che ha gridato la necessità di raddoppiare il numero delle moschee in Francia, e di un recente rapporto dell’intelligence francese pubblicato dal Figaro, secondo cui 41 moschee considerate “moderate” stanno per passare sotto il controllo dei salafiti.81059568-p-2
Durante la campagna elettorale per le municipali 2014, il primo cittadino di Perpignan, Jean-Marc Pujol dei Républicains (centro-destra), aveva assicurato alla comunità islamica locale, che richiedeva a gran voce di sostituire la piccola sala di preghiera della città con un’area di preghiera più spaziosa, la messa a disposizione di un vasto terreno per un’altrettanto vasta moschea.
In cambio, naturalmente, la comunità islamica di Perpignan doveva votare compatta per il sindaco repubblicano. Detto fatto.Stessa storia per il sindaco neogollista di Courbevoie Jacques Kossowski, sollecitato già nel 2011 dall’Associazione culturale musulmana della città.
Vuoi avere il nostro voto ed essere riconfermato sindaco?
Allora concedici un terreno dove possiamo costruire una moschea. Richiesta accolta da Kossowski in accordo con il Partito socialista e contestata soltanto dai due consiglieri comunali del Front national, che hanno denunciato un «voto accordato ad occhi chiusi senza la consultazione degli abitanti di Courbevoie».Se il patto scellerato tra eletti Républicains/Ps e comunità islamiche si limitasse a questi due episodi, in fondo, non ci sarebbe troppo da preoccuparsi.
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Ma come ha rivelato il giornalista Joachim Véliocas, nella sua inchiesta esplosiva “Ces maires qui courtisent l’islamisme” (uscito da poco per le edizioni Tatamis) gli inciuci tra sindaci e imam sono diventati sport nazionale in Francia e a farne le spese naturalmente sono i contribuenti.
È successo a Nantes, con il sindaco ed ex premier socialista Jean-Marc Ayrault: 200.000 euro di finanziamento direttamente dalle casse del comune. Ed è successo nella ultraindebitata Parigi, quando l’amico storico del presidente Hollande, Bertrand Delanoë era primo cittadino: 16 milioni di euro per l’Institut islamique, che comprende anche delle sale di preghiera, in barba alla legge del 1905 sulla laicità.
E quando non si tratta della costruzione di una moschea ex novo, si tratta comunque del suo ampliamento.Come a Strasburgo, dove la scorsa settimana è stato ufficializzato lo sblocco dei finanziamenti da parte del sindaco socialista Roland Ries.

Nel menù 5 nuove sale per insegnare l’arabo e i principi della Sharia
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Foto AFP. Vignetta: 14 words e Islam veritè

di Mauro Zanon da Libero Quotidiano del 5 luglio 2015

Clandestinità è reato: lo dice anche la Cassazione

clandestinità-no-reatoIn una rara dimostrazione di sanità mentale,  la Cassazione ha di fatto confermato che la clandestinità è reato.
Questo nonostante gli schiamazzi di Boldrini e Kashetu Kyenge (Cécile Kyenge) ministri di questa repubblica [1].

I giudici della Corte infatti, con la sentenza n. 24877/13, hanno confermato la pronuncia di secondo grado che ha inflitto la pena pecuniaria di 5000,00 euro a un extracomunitario che, in violazione dell’art. 10bis del D.Lgs. n. 286/1998, dimorò in territorio italiano senza essere provvisto di permesso di soggiorno.

Contro la sentenza di condanna in appello, vi fu, incredibilmente, l’impugnazione del Procuratore Generale – ovvero chi dovrebbe rappresentare in un certo senso la pubblica accusa – il quale argomentò contro la sentenza d’appello, che, secondo lui, la norma contrastava con la nostra Costituzione e le norme europee.  Con questa sentenza la Cassazione dà ragione alla Corte d’Appello e torto al Procuratore Generale, affermando una volta per tutte che il reato di ingresso e permanenza illegale sul territorio italiano è conforme alla nostra Costituzione (come affermato dalla stessa Corte Costituzionale con sent n. 250/10) e non contrasta nemmeno con la Direttiva UE 115/2008 (così come anche esplicitamente sancito dalla Corte di Giustizia Europea con la decisione del 6/12/12).

Secondo la Cassazione infatti, la norma che prevede il reato di immigrazione clandestina “non punisce una condizione ontologica” (la condizione di straniero), ma una precisa condotta penalmente rilevante: l’essere, lo straniero, penetrato nel territorio nazionale illegalmente, e cioè in violazione delle norme che regolano i flussi migratori, che lo Stato italiano è legittimato a controllare.

Insomma, le frontiere esistono, e lo Stato ha il diritto – e il dovere – di farle rispettare in nome della comunità dei cittadini italiani.

Resistono, anche nella magistratura, sacche di buon senso mentre i ministri di sinistra (vedi fotografia) se ne infischiano della costituzione e delle leggi italiane mentendo sapendo di mentire.

[1] è ancora possibile condannare qualcuno che sia presente sul territorio dello Stato senza permesso di soggiorno.
Ciò perché la sentenza della Corte di Giustizia dell’UE nulla cambia in merito al reato di clandestinità, previsto dall’art. 10 bis. Infatti, la sentenza parla di arresto e reclusione, mentre il reato di clandestinità prevede una contravvenzione.
Il reato di clandestinità, previsto e punito dall’art. 10 bis, consiste in una semplice contravvenzione pecuniaria, cioè in pratica in una sorta di “multa” in denaro, e non nell’arresto e nella reclusione com’è il caso del diverso reato di inottemperanza all’ordine del Questore p. e p. dall’art. 14, comma 5 ter.

Il problema nasce, quindi, non dalla pena del reato di clandestinità in sé, che è lieve, ma dalle conseguenze comunque derivanti da una condanna penale: in particolare, dall’art. 361 del codice penale.

Ai sensi e per gli effetti dell’articolo 361 codice penale viene punito, con la multa da euro 30 a euro 516,“Il pubblico ufficiale, il quale omette o ritarda di denunciare all’Autorità giudiziaria, o ad un’altra Autorità che a quella abbia obbligo di riferirne, un reato di cui ha avuto notizia nell’esercizio o a causa delle sue funzioni”. Ai sensi del 2° comma dello stesso articolo, la pena è anche più grave per gli agenti delle forze dell’ordine: “la pena è della reclusione fino ad un anno, se il colpevole è un ufficiale o un agente di polizia giudiziaria, che ha avuto comunque notizia di un reato del quale doveva fare rapporto”
Ora, sono pubblici ufficiali moltissime persone con le quali abbiamo tutti quotidianamente a che fare: ad esempio, chi deve celebrare un matrimonio, o la persona che trovate davanti all’anagrafe o stato civile. o i cancellieri del tribunale: pertanto, se una di queste persone, nell’esercizio delle proprie funzioni, si trova davanti un immigrato in posizione irregolare, DEVE denunciarlo prontamente, altrimenti rischia a sua volta una denuncia (ciò perché l’immigrato in questione è, per legge, un criminale, in quanto reo del reato di clandestinità previsto dall’art. 10 bis).
Unica eccezione, espressamente prevista dalla legge, è quella delle cure mediche: un immigrato, anche irregolare, ha diritto alle cure di primo soccorso.

Caso maro’: i tecnici che il governo tecnico non ha ascoltato

url_1366991507559_maroLa disastrosa gestione della crisi con l’India per la vicenda che vede protagonisti i fucilieri Salvatore Girone e Massimiliano Latorre copre di ridicolo il governo tecnico italiano, in modo definitivo.
I suoi esponenti, a cominciare dal premier e ministro degli Esteri Mario Monti e dal viceministro degli Esteri Staffan De Mistura, non hanno neppure commentato la conferma che i due militari verranno indagati dall’antiterrorismo indiano e verranno incriminati in base ad una legge che punisce il terrorismo e la pirateria marittima prevedendo anche la pena di morte.
Illustri tecnici (veri, non improvvisati) hanno commentato negli ultimi giorni gli sviluppi recenti della crisi con l’India.
Analisi Difesa pubblica un’ampia valutazione del generale Leonardo Tricarico circa i meccanismi istituzionali esistenti per la gestione delle crisi del tutto ignorati dal governo Monti.
Qui riportiamo invece le valutazioni di due illustri esperti di diritto internazionale.
L’India sta continuando in un atteggiamento che viola il diritto internazionale. L’Italia deve continuare a battersi perchè i due marò vengano giudicati dai tribunali italiani, se hanno commesso un fatto illecito, o andare davanti a un giudice internazionale” ha affermato ieri Angela Del Vecchio, docente di Diritto internazionale alla Libera Università Internazionale degli Studi Sociali Guido Carli di Roma.
La docente ha commentato all’agenzia Adnkronos la decisione della Corte Suprema indiana di affidare le indagini sul duplice omicidio di cui sono accusati i due fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, alla Nia, la polizia anti-terrorismo nazionale.
Il problema è che l’Italia, non si capisce il perché, non vuole andare davanti a un giudice internazionale, lo potrebbe fare oggi stesso. Dovremmo chiederlo alla politica”, prosegue l’esperta della Luiss (esperti della luis – caso marò).
Abbiamo ratificato delle convenzioni internazionali secondo le quali, in caso di disaccordo di una norma della convenzione, si può andare a discuterne davanti a un giudice internazionale. Se le parti non si sono accordate su quale giudice c’é un rimedio che è un tribunale arbitrale previsto su ricorso unilaterale di uno degli Stati. Non capisco perché’ l’Italia non decide di farlo”.
Sulla eventualità che, ai due marò, potrebbe essere comminata possa essere comminata la pena di morte prevista dalla legislazione indiana, Del Vecchio è categorica: “Inutile discuterne, dobbiamo solo ribadire il concetto che non c’è competenza indiana sul caso”.
Invece la linea difensiva di Roma, in costante progressivo ribasso, si è basata inizialmente sul difetto di giurisdizione indiana per poi accontentarsi che ai due non venga comminata la pena di morte, garanzia minima peraltro non ancora assicurata.
Il governo Monti non ha mai difeso l’innocenza di Latorre e Girone contro i quali le prove presentate dalla giustizia dello Stato del Kerala risultano deboli quando non artefatte.
I due marò si presentino in divisa davanti alla Suprema Corte indiana, per affermare la loro funzione. Sono militari e quindi organi dello Stato italiano” aveva detto nei giorni scorsi Natalino Ronzitti (nella foto), docente di Diritto Internazionale e consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali.
L’Italia sostiene che non c’è giurisdizione indiana nella vicenda, e che i due marò godono di immunità funzionale. La stessa Corte Suprema indiana, il 13 gennaio scorso, sancì che le questioni relative alla giurisdizione dei tribunali indiani sull’incidente, potranno essere riproposte davanti all’istituendo tribunale speciale. E’ essenziale -conclude Ronzitti – che questi due punti vengano riaffermati, in particolare il principio dell’immunità funzionale dei due marò”.
Quando 46 soldati schierati in Congo con le forze dell’Onu, dei quali 12 ufficiali, vennero accusati di stupri e violenze ai danni di bambine congolesi Nuova Delhi non li lasciò certo nelle carceri di Kinshasha né accettò che a processarli fosse la giustizia del Paese africano. I militari vennero rimpatriati e affidati a una corte marziale indiana.

Immigrati e Cittadini

andiamo dagli italioti così mangeremo gratis e potremo violentare tutte le donne che vogliamo
andiamo dagli italioti così mangeremo gratis e potremo violentare tutte le donne che vogliamo

La sinistra vuole regalare la cittadinanza agli immigrati. In linea di principio non sono contrario ma il modo ed il metodo che vogliono adottare i “sinistri” non è dei migliori. Cerco di spiegarmi bene, con la costituzione in mano perchè questa è usata dai sinistri per ogni occasione appellandosi alla legalità .

Presidente della repubblica Italiana è l’on.le prof. Giorgio Napolitano ed in tale funzione egli “rappresenta l’unità  nazionale”, cioè l’unità  della nazione Italia (art.87 della costituzione)

Ora se c’è qualcuno che possa e debba chiarire a tutti che cosa vuol dire Nazione questi è sopratutto il Presidente della Repubblica, appunto, perchè titolare della sua rappresentanza.

E così come Ciampi, anche lui di sinistra, ha avuto il grande merito di riscoprire e darci il nostro inno nazionale, e non senza contrasti, non sarà  meno grande il merito di Giorgio Napolitano riscoprire e darci l’orgoglio di essere e di sentirci Nazione.

Ha, oggi, una sua particolare rilevanza una affermazione in tal senso, sopratutto dal momento in cui talune forze politiche, alle quali la sola parola Nazione fa ancora venire l’orticaria, premono per allargare, specie in favore degli immigrati musulmani, il diritto di cittadinanza, il diritto cioè di entrare a far parte della Nazione Italiana e di conseguenza di godere del diritto di elettorato attivo e passivo (art. 48 e 51 della costituzione).

Ora la nostra costituzione, spesso stracitata a sproposito è tutta permeata nel concetto di Nazione, si badi bene : Nazione e non paese, non stato, non repubblica ma NAZIONE.

Infatti nell’art.16 è affermato il concetto di “territorio nazionale”, vale a dire della nazione. Ma c’è di più, all’art 9 la Costituzione fa obbligo di tutelare il paesaggio della “Nazione” ma anche di tutelare insieme e sopratutto il suo “patrimonio storico ed artistico“.
Cioè quel complesso di beni materiali ed ideali che i padri hanno trasmesso ai figli e che costituiscono la tradizione e l’identità  della Nazione e del suo popolo.

Allora bisogna ritenere che la struttura portante del concetto di Nazione sia proprio come afferma la Costituzione, quel “patrimonio storico ed artistico“, oltre che paesaggistico, per cui essa è “quella nazione” e “non un’altra” : è il principio identitario di una Nazione, di un “popolo” ( e non di una “popolazione” ) cioè che ha vissuto quella storia, ha creato quella cultura e quell’arte, che parla quella determinata lingua.

Si comprende così ed assume significato preciso perchè all’art.67 la Costituzione sancisce che “ogni membro del parlamento rappresenta la nazione”, questa Nazione, non un’altra, questo patrimonio storico ed artistico non un’altro e non il paese o la repubblica o lo stato. In sostanza questa nazione generatrice del nostro patrimonio storico, culturale, artistico.

E ancora una considerazione, all’art.98 della costituzione è dichiarato che “gli impieghi pubblici sono al servizio esclusivo della Nazione”. Ora il diritto di cittadinanza apre la via all’elettorato attivo e passivo ed anche l’accesso ai pubblici impieghi senza eccezzione alcuna.

E’ legittimo chiedersi : i cittadini “acquisiti” quale Nazione rappresenteranno? Di quale nazione saranno all’esclusivo servizio? Quale patrimonio storico, artistico, paesaggistico, culturale che costituiscono la sostanza della Nazione e quindi la sua identità ?

Ed ancora, attraverso quali strumenti o quali prove o quali requisiti che non sia la semplice permanenza sul territorio, il non Italiano, specie se musulmano, potrà  onestamente divenire tale e quindi fare proprio per scelta (acquisendo la cittadinanza) sopratutto quel “patrimonio storico ed artistico” che caratterizza la italianità  e cioè l’appartenenza alla “Nazione Italiana”, anche se acquisità ?

Ho letto recentemente un libro scritto da un musulmano di nascita, non italiano, dal titolo sorprendente : “amo l’Italia”.

Ho ascoltato, quasi nello stesso periodo, in un dibattito televisivo gli interventi di un neo deputato del nostro parlamento (eletto nelle fila della sinistra comunista), già  extracomunitario musulmano e mi sono chiesto, molto perplesso, chi dei due fosse effettivamente più italiano : se il neo deputato (palestinese di nascita) che dovrebbe rappresentare la nazione o lo scrittore del libro (egiziano).

E’ da rifletterci attentamente e non superficialmente.

Per concludere, perchè agli italiani “indigeni”, nati, cresciuti da italiani, istruiti da italiani, italiani da generazioni, si richiedono 18 anni per iniziare ad avere con diritto al voto la pienezza della cittadinanza italiana mentre agli immigrati provenienti da altre “nazioni” e “culture”, spesso incompatibili con la nostra si vogliono richiedere solo 5 anni di permanenza per consentire loro di godere dello stesso diritto e di far proprio quel patrimonio storico, artistico e linguistico che costituisce l’italianita?

Qui un esempio di come gli immigrati si integrano ed amano questa nazione ed i suoi cittadini

E questo è un motivo più che valido per non dare la cittadinanza a certi tipi

Articolo già pubblicato il 18 settembre 2006

Crisi maro’: perche’ non poteva che andare cosi’

Vertici3Che la vicenda dei due marò italiani trattenuti in India da ormai 14 mesi sia stata una pièce  senza copione, recitata da attori improvvisati ed improvvisatori e con una regia pari alla recitazione, è chiaro a tutti. Che sulla tragicomica accelerazione delle ultime settimane abbiano pesato calcoli pre-elettorali è molto probabile. Che il giornalismo investigativo domestico sia stato a lungo un po’ pigro, contribuendo almeno per omissione a coprire la non-gestione della crisi, è un peccato. Ma oggi, mentre l’infinita partita di un nuovo Governo e di un nuovo Presidente della Repubblica ha di nuovo allontanato Salvatore Girone e Massimiliano La Torre dalle prime pagine, è più che mai necessario analizzare il sistema che ha reso possibile che un fatto circoscritto si trasformasse in una crisi diplomatica, di immagine e di sistema senza precedenti. Solo separando il software e l’hardware – cioè il singolo evento, sui cui contorni permangono ancora zone grigie non secondarie, dai meccanismi permanenti per gestire gli eventi al massimo livello – si può sperare di far sì che l’incredibile sequela di errori non si ripeta e indicare i provvedimenti correttivi da apportare ai rituali che l’hanno fatta da padrone rispetto persino all’osservanza delle norme di legge. Cosa ancora più importante, questo si può fare subito, senza aspettare il pur importante accertamento delle responsabilità individuali. Bisogna, infine, analizzare il contesto internazionale che ha permesso lo scatenarsi della crisi e chiedersi se anche qui non vi sia bisogno di fare qualcosa prima che altri buoi scappino.

Il DPCM disatteso
Ma partiamo dai fatti, cercando di chiarirli non solo per il puro desiderio di raccontare “le cose così come sono andate” caro agli storici ma soprattutto per trarne tutti i possibili insegnamenti  ed evitare così di ripetere gli errori. Il Ministro Terzi rivendica ad ogni pie’ sospinto la collegialità delle decisioni adottate via via,  citando vagamente i consessi e le forme della concertazione. Se qualcosa è davvero mancato, è stata però la collegialità delle decisioni. Nessuno ha mai pensato di utilizzare gli organismi interministeriali che esistono da tempo e sono oggi normati dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) 5 maggio 2010, “Organizzazione nazionale per la gestione di crisi” e che avrebbero dovuto costituire la via maestra. Questo “hardware” comprende due tavoli di concertazione, l’uno tecnico (conosciuto giornalisticamente come Unità di Crisi, ma più precisamente NISP, Nucleo Interministeriale Situazione e Pianificazione) e l’altro di livello prettamente politico (il CoPS, Comitato Politico Strategico). La norma prevede che il CoPS sia presieduto dal Presidente del Consiglio e che vi siedano ministri, sottosegretari, capi dipartimento ed alti funzionari titolati a gestire le situazioni emergenziali. In compenso il Presidente Monti ha affermato in un’intervista televisiva che la decisione del rientro fu presa, per motivi tutti da verificare,  nella riunione del Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica (CISR), organo più di “intelligence” che di gestione delle crisi.
Se qualcuno nutrisse dubbi – come può capitare in un Paese in cui la conoscenza e il rispetto delle leggi sembrano un optional – sulla prevalenza del DPCM 5 maggio 2010, il decreto stesso definisce all’art. 2 una fattispecie di “crisi internazionale” che calza alla perfezione il caso dei marò: “eventi che turbano le relazioni tra Stati o, comunque, suscettibili di mettere in pericolo il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale e che possono coinvolgere o mettere a rischio gli interessi nazionali”. Ebbene, risulta per certo che nella crisi dei Marò nessuno dei due tavoli, ne’ quello tecnico ne’ quello politico, sia mai stato attivato e questo nella grave ed incomprensibile inosservanza da parte della Presidenza di una norma emanata dalla stessa Presidenza. Non è superfluo ricordare che lo stesso tavolo di crisi gestì il Millennium Bug e il post 11 settembre, autoconvocandosi sempre ad horas. Di norma lo stesso tavolo effettua, simulando il Vertice di Governo, le periodiche esercitazioni Nato ed europee che non infrequentemente disegnano scenari simili a quello che hanno riguardato i marò. Ma forse anche questo non è noto ai protagonisti di vertice di questa vicenda.  È anche utile avanzare, più che un sospetto, la ragionevole convinzione che siano gli stessi Ministri (o, comunque, le strutture ministeriali centrali e periferiche) a non voler fare funzionare i tavoli di coordinamento interministeriale istituiti, nella perniciosa convinzione che coordinare sottrarrebbe loro autonomia o esporrebbe il loro operato a un vaglio sgradito. In passato più di un componente di quello che oggi si chiama  NISP ammise, a microfoni spenti,  di aver avuto dal proprio dicastero istruzioni a non essere troppo zelanti e collaborativi nelle iniziative collegiali di Palazzo Chigi.

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 Nulla autorizza a credere che oggi le cose siano cambiate, anzi questa crisi conferma un peggioramento del quadro complessivo. Il fatto che l’operatore dominante sia la Farnesina rafforza la convinzione dell’insofferenza verso il giogo interministeriale. Nessuno come i diplomatici è da sempre  recalcitrante a che  alcuno si intrometta in  questioni che occorrano fuori dei confini nazionali.  L’unico caso che si ricordi in questo secolo fu quando Guido Bertolaso, con il suo caratteraccio, riuscì a ottenere la titolarietà della gestione dei fondi  nei paesi colpiti dallo Tsunami del 2004, dopo un lungo braccio di ferro con l’allora Ministro Fini, spalleggiato dalle feluche di turno. Nel caso marò anche il Presidente del Consiglio è parso un po’ distratto rispetto alla perentorietà del Decreto per la gestione delle crisi, forse perché non è riuscito a spogliarsi del personaggio di risanatore dell’economia per rivestire a pieno titolo quello di capo del governo. Il suo comportamento pare richiamare quello del tenace detentore della delega per la gestione dei Servizi; allora parve che fosse stata la tragica fine dell’ostaggio Lamolinara in Nigeria l’8 marzo 2012 durante un blitz unilaterale inglese a convincerlo a nominare finalmente un Sottosegretario con delega per gli organismi di Sicurezza. Oggi vi è da sperare che questa circostanza non colta da lui serva da monito al suo successore per dare finalmente concretezza alle attività di coordinamento interministeriale, che per queste materie non possono e non debbono avere l’unica sterile ed inadeguata espressione nel plenum del Consiglio dei Ministri. Prima riflessione parziale quindi: il Presidente del Consiglio di turno deve gestire gli eventi critici che comportano la competenza di più istituzioni in maniera coordinata, esercitando finalmente la potestà di coordinamento che la legge stessa assegna a lui (e solo a lui). Con più lungimiranza sarebbe auspicabile un coordinamento interministeriale permanente per la salvaguardia dell’interesse statuale permanente al centro dell’azione quotidiana, senza attendere la crisi. Negli USA, ad esempio, sin dal 1947  esiste il National Security Council.

Il vero ruolo dei tecnici
Come si vede queste sono considerazioni tecniche, che prescindono dal colore del Governo di turno ma che dovrebbero far parte del bagaglio professionale delle strutture permanenti di gestione del Paese. Nel caso marò bisogna invece osservare come a mancare non sia stato il disegno politico di un Governo politico – titolato a fare scelte anche sbagliate, ma in qualche modo poggianti sul consenso popolare – quanto proprio la capacità tecnica di quelli che sulla carta erano ciò che di meglio le istituzioni potevano prestare alla politica. In altre parole, nessuno meglio di un diplomatico all’apice di una brillante carriera avrebbe potuto e dovuto valutare le conseguenze di un aspro confronto  con un grande Paese come l’India, così come nessuno meglio dell’Ammiraglio Di Paola, unica persona nella storia delle Forze Armate italiane ad aver ricoperto tutti gli incarichi di vertice nazionali ed internazionali, avrebbe potuto e dovuto  cogliere il senso  delle vicende operando  le scelte meno dannose per l’interesse nazionale e nel contempo più efficaci per tutelare i diritti dei due militari con la sua stessa uniforme. Senza contare il Ministro della Giustizia, un comprimario non da poco il cui ruolo – dato il contesto ed i riferimenti giuridici  cui  ambedue le parti fanno appello – non può sfuggire.
Ma forse questa, paradossalmente, è la seconda riflessione parziale da trarre. I militari, i diplomatici, i magistrati, i professori, proprio perché padroni del sapere specifico consolidato in lunghi anni ne restano po prigionieri nei momenti della decisioni importanti. L’etica dei loro comportamenti, divenuta negli anni pratica di vita, finisce per costituire ostacolo insormontabile per una politica più attenta a tutti gli interessi in campo. Infine, uno sguardo ora ad alcuni passaggi critici non sufficientemente chiari della vicenda. Dando per scontata l’indipendenza della magistratura indiana nell’effettuare le proprie indagini, non si capisce come mai l’Italia non sia stata ammessa a partecipare a una commissione di indagine governativa che potesse ricostruire meglio di chiunque altro l’accaduto. Giova ricordare, ed altrettanto andava fatto con le autorità indiane, che questa non sarebbe stata un’invenzione mirabolante ma solo l’applicazione di una consuetudine universalmente accettata da tutte le democrazie: quando capita un incidente che veda coinvolti più Paesi, le indagini vanno condotte da una commissione mista. La Nato ha fatto di questo concetto una norma in un apposito accordo permanente (in gergo, Stanag). Gli esempi sono tanti. A Ramstein, a seguito della tragedia causata dalle Frecce Tricolori nel 1998, indagò  una Commissione trinazionale  composta dalla Germania (ove era capitato l’evento), dagli USA (titolari della base) e dall’Italia (titolare della Pattuglia). Per la tragedia del Cermis furono create due commissioni governative distinte, che però poi operarono insieme, giungendo a conclusioni non del tutto condivise ma scaturite da un aperto e tenace confronto. Quando Nicola Calipari fu ucciso in Iraq a un posto di blocco statunitense, l’ambasciatore statunitense a Roma Mel  Sembler, in un incontro a Palazzo Chigi con Gianni Letta e Berlusconi, dovette cedere alle richieste manifestate dal nostro governo di inserire un membro italiano nella Commissione di inchiesta. Fu scelto l’ambasciatore Ragaglini, oggi all’ONU, che andò a integrare la Commissione USA e consentì all’Italia una totale visibilità sulle indagini in corso.

 20130402_maroLa Torre e Girone non sono né eroi, né assassini. I due militari incorsi in un inconveniente connesso alla loro professione solo gli unici due protagonisti che in questa penosa vicenda hanno tenuto un atteggiamento di compostezza, dignità e lealtà che può essere ammirato in tutto il mondo e ci rende orgogliosi di essere italiani. Se il nostro Paese avesse più memoria e fosse più attento al mondo della Difesa, si accorgerebbe che quello che accade oggi ai due marò è un film già visto più volte, con diverse sceneggiature ma appartenente allo stesso genere. Alla fine del conflitto nei Balcani il Generale Arpino e l’Amm. Guarnieri, rispettivamente Capo di Stato Maggiore della Difesa e della Marina, furono processati per la bombe sganciate in Adriatico dai velivoli Nato impegnati nelle operazioni belliche. I due furono trascinati in giudizio solo per aver compiuto il loro dovere; tra l’altro al gen. Arpino non fu neanche accordata l’assistenza dell’Avvocatura di Stato. La vicenda giudiziaria durò tre anni e si concluse con l’assoluzione dei due ufficiali imputati di “tentata strage colposa aggravata”. Arpino, in un colloquio telefonico con il suo amico Generale Wesley Clark, che quelle operazioni aveva diretto da Bruxelles, seppe riderci sopra: “Per lo stesso fatto, ossia il ruolo che tu ed io abbiamo ricoperto nelle operazioni per liberare i Balcani da Milosevic, tu sei candidato alla Presidenza degli Stati Uniti mentre io rischio di finire in prigione”. Ma la battuta non può risolvere un problema che continua a incombere sui servitori dello Stato come la proverbiale spada di Damocle.
Sempre per le operazioni nei Balcani quale Vice Comandante della coalizione aerea multinazionale, fui formalmente indagato dalla magistratura militare in quanto un gruppo di intellettuali serbi, in un esposto-denuncia, chiedeva giustizia per quasi tre mesi di bombardamenti in mancanza dichiarazione di guerra.Ed ancora, nel  marzo 2000, il Ten. Col. Maurizio De Rinaldis, allora comandante delle Frecce Tricolori, a seguito del sorvolo di Napoli per una cerimonia ufficiale, fu incriminato dal procuratore di turno per i reati di “inosservanza delle istruzioni ricevute” asserendo che il  sorvolo della pattuglia a bassa quota aveva creato “pubblico scandalo”. Anche De Rinaldis dovette difendersi solo per aver ottemperato a un ordine di volo; il proscioglimento giunse dopo circa un anno. Certamente frugando nel vissuto di altri comparti dello Stato si può immaginare una casistica voluminosa di incidenti di percorso subiti da servitori dello Stato incolpevoli. È il prezzo da pagare ai nuovi scenari, alle situazioni inedite per un soldato, i cui comportamenti non sono sempre rubricabili a fronte di norme certe, di quadri giuridici consolidati o a prova di magistrati – e questo pare una esclusività italiana – non sempre sereni o equilibrati. Ma è altrettanto certo che molti problemi nascono da un’ambiguità tipicamente italiana, nella quale le leggi che sanciscono i princìpi sono raramente seguite dai regolamenti che ne fissano i meccanismi operativi. Nel caso marò, ad esempio, neppure l’arrivo di un militare alla guida della Difesa è bastato a trarre il regolamento sulla tutela delle navi mercantili dalle secche nelle quali si era incagliato sotto il precedente titolare politico del dicastero. Si tratta, come già detto, di un difetto di struttura che non si può sperare di risolvere solo attraverso la presenza di singole persone più o meno zelanti. (A proposito: sarebbe interessante sapere se nelle ultime settimane il regolamento abbia fatto passi avanti, se sia stata chiarita la catena gerarchica e decisionale a bordo delle navi mercantili, se siano siglati memorandum d’intesa con i Paesi rivieraschi e, più in generale, sotto quali norme stiano operando oggi i marò sulle altre navi mercantili italiane nei mari infestati dai pirati).

Perché non ritirarsi dalle missioni
L’ultima considerazione da fare è prettamente politica. C’è chi ha strumentalizzato la vicenda Marò per chiedere il disimpegno italiano da tutte le missioni internazionali. Nulla di sbagliato, a meno di voler vanificare gli sforzi fatti negli ultimi vent’anni, con risultati operativi che ci vengono universalmente riconosciuti. Né si può trascurare l’importanza del rinnovamento culturale all’interno delle stesse Forze Armate per il passaggio da una mentalità da “Fortezza Bastiani” a quella della continua verifica sul campo di capacità, equipaggiamenti, dottrina e così via. È tuttavia altrettanto che, a fronte della generosità con la quale i governi italiani rispondono sempre a ogni richiesta proveniente dalla comunità internazionale, non si è avuto sinora un adeguato riconoscimento politico nelle sedi internazionali.  L’insensibilità di singoli Paesi o di organizzazioni multinazionali nei nostri confronti continua immutata.  Basti qui ricordare come nel 2011, in occasione della campagna di Libia, resa possibile in larghissima misura dalla concessione delle basi italiane nonostante gli evidenti impatti interni, l’Unione Europea si disinteressò del problema dei profughi in fuga (o lanciati?) verso l’Europa, addossando all’Italia non solo l’onere umanitario ma anche il rischio che tra le decine di migliaia di poveracci si nascondesse qualche terrorista pronto a farci pagare il conto dell’ospitalità data ai nostri alleati. Ricordare e far valere – senza ricatti, ma anche senza unilaterale generosità – il contributo che l’Italia ha sempre dato alla sicurezza collettiva, come previsto dall’art. 11 della Costituzione. Bisogna saper distinguere tra la protezione di interessi diretti, come la protezioni dei nostri mercantili, dalla partecipazione a missioni multinazionali per la difesa o il ristabilimento della pace, con ricadute solo indirette sull’Italia. Il fatto che i nostri militari tengano alta la bandiera d’Italia come pochi altri in questo momento fanno non può nascondere il fatto che gli scarsi ritorni politici sinora ottenuti dalla partecipazione capillare a tutte le missioni devono essere oggetto di riflessione quando i buoi – per così dire – sono ancora nella stalla, senza alterazioni emotive o ideologiche nell’uno o nell’altro senso. Tutto questo ovviamente nulla toglie al dovere perentorio di non recedere di un solo millimetro dall’impegno di sostenere in ogni foro il buon diritto dei nostri soldati.

di Leonardo Tricarico già Capo di stato maggiore dell’Aeronautica e consigliere militare di tre presidenti del Consiglio
articolo originale da http://www.analisidifesa.it/2013/04/crisi-maro-perche-non-poteva-che-andare-cosi/