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Populismo

Perché Europa e Obama farebbero bene a cercare di capire i vari Putin e Orban anziché trattarli da mostri

Mondiali 2014, Finele: Germany Argentina

L’infornata di sanzioni Ue contro Mosca appena approvata dai governi europei era inevitabile ed è appropriata: a prescindere da ogni altra considerazione di politica e di diplomazia internazionali, chi destabilizza un paese confinante armandone i ribelli con sistemi bellici così sofisticati che costoro non sono capaci di usarli, e finiscono per abbattere un aereo civile uccidendo 300 innocenti, merita una punizione. Non ci sono giustificazioni per fatti del genere, come non ce ne sono quando l’artiglieria israeliana colpisce le scuole dell’Onu dove hanno cercato riparo i civili palestinesi e non ce ne sono quando i razzi palestinesi seminano il terrore nelle cittadine israeliane.

putin-assadTrovo invece patetica la crescente demonizzazione di Vladimir Putin, indicato sempre più come l’uomo da abbattere affinché tutto torni alla normalità, e la cooperazione fra Russia, Usa e Unione Europea in vista del trionfo universale della convivenza pacifica, della liberaldemocrazia e dell’economia di mercato globalizzata ricominci come ai bei tempi della presidenza Eltsin.

Le esperienze del passato sembrano non avere insegnato nulla: l’opinione pubblica occidentale ha creduto che bastasse sbarazzarsi di Saddam Hussein, di Mubarak o di Gheddafi per vedere trionfare la libertà e la democrazia nel mondo arabo, salvo poi scoprire che le cose erano meno semplici di quanto pareva dall’esterno. Il conflitto israelo-palestinese? Una volta fuori gioco Sharon e Arafat, nemici che si reggevano reciprocamente, israeliani e palestinesi più flessibili dei loro due capi avrebbero trovato la quadratura del cerchio. Infatti… Adesso si pensa la stessa cosa di Putin, di Bashar el Assad e persino di Erdogan, capo di governo turco eletto e rieletto ogni volta con maggioranze sempre più ampie.

L’idea che un dittatore o un leader autoritario o semi-autoritario siano espressione di una specifica e irripetibile costellazione storica, sociale, culturale, politica ed economica continua a non sfiorare le menti della maggior parte dei commentatori e della gente comune. Per l’americano e l’europeo medi, intrisi di cultura individualista, il dittatore o l’uomo forte sono espressione di se stessi e di una volontà di potenza individuale, niente di più. Quando il loro modo di fare politica crea dei problemi all’Occidente, la cosa da fare perché spariscano quei problemi è far sparire il disturbatore in persona. Certo, ci sono pur sempre politici e intellettuali di alto profilo – come Henry Kissinger, Mikhail Gorbaciov, Stephen Cohen – che spiegano che in realtà il leader del Cremlino fa quello che qualunque capo di Stato russo avrebbe fatto in circostanze analoghe, perché nessun governante moscovita può permettere che l’Ucraina scivoli nell’area politico-militare della Nato. Ma sono in minoranza e le loro idee non vengono prese in considerazione.

Viktor OrbanQualcosa però si sta muovendo, e merita attenzione e approfondimento, senza giudizi precipitosi: le situazioni si stanno evolvendo sotto i nostri occhi. Ha fatto scalpore un discorso del premier ungherese Viktor Orban (foto a sinistra) pronunciato il 26 luglio scorso. Dopo aver premesso che l’esperienza della crisi finanziaria internazionale dimostra che «gli stati liberaldemocratici non sono in grado di restare competitivi a livello globale», ha affondato un colpo sbalorditivo: «Non credo che la nostra appartenenza all’Unione Europea ci precluda la possibilità di edificare un nuovo stato illiberale, basato sulle nostre fondamenta nazionali», ha detto.

Il progetto avrebbe due motivazioni. Una di tipo identitario: «l’Ungheria non è un’ammucchiata di individui, è una nazione», ha detto il primo ministro. Mentre libertà e democrazia devono continuare a prevalere, l’ottica dei diritti individuali dovrebbe lasciare posto all’etica dei doveri verso il proprio popolo. Poi ci sono motivi economici. La globalizzazione economica e la liberaldemocrazia individualistica sono un binomio che sembra non funzionare: con la relativa eccezione degli Usa, che sono pur sempre la potenza dominante, e della Germania favorita dall’architettura dell’euro, i paesi che sembrano reggersi meglio non appartengono all’Occidente: «Oggi il mondo cerca di capire la natura di sistemi che non sono occidentali, che non sono liberali e fore non sono nemmeno democrazie, ma che hanno successo». I nomi? Orban menziona Singapore, Cina, India, Russia e Turchia. Sono alcuni dei paesi i cui leader sono maggiormente criticati nella stampa europea e statunitense.

A parte la disinvoltura con cui Orban mette insieme sistemi che si possono definire democratici con altri che non lo sono minimamente, è vero che un numero crescente di paesi che non appartengono all’Occidente e che spesso non condividono i suoi valori stanno ottenendo successi politici e/o economici. A volte anche quando l’economia rallenta, il consenso per i governi resta alto. Il tasso di approvazione di Vladimir Putin, il nuovo “uomo nero” dei media occidentali, all’inizio di giugno aveva toccato il massimo storico dell’83 per cento. Anche Erdogan, che nei mesi delle proteste di piazza Taksim era sceso dal 59 del 2013 al 39 per cento, è risalito oltre il 50 per cento ed è il favorito assoluto per le presidenziali del 10 agosto. Nell’aprile scorso Viktor Orban, la bestia nera della Commissione europea e del Parlamento europeo, ha vinto un nuovo mandato da primo ministro col 44,5 per cento dei voti.

Cena di gala per Merkel e Obama al castello di CharlottenburgEffettivamente siamo in presenza di due problemi. Il primo è che il modello politico occidentale, presentato come la sintesi perfetta di prosperità, giustizia sociale, economia di mercato, libertà pubbliche e private, sistema politico democratico non attira più come in passato. Gli europei per primi avvertono i suoi limiti. In un mondo dominato dai movimenti dei grandi capitali e dalla finanziarizzazione dell’economia, dove tutti i paesi sono costretti a praticare le stesse politiche economiche e sociali fin nei dettagli per non veder esplodere il debito sovrano, dove il margine di manovra dei parlamenti nazionali si fa sempre più stretto perché l’80-90 per cento delle norme viene decisa non democraticamente a Bruxelles, dove le sentenze dei tribunali costituzionali, delle Corti europee e delle Corti d’appello stabiliscono quali leggi possono essere approvate dalla volontà popolare e quali no, dove le varie leggi nazionali sulle varie “fobie” riducono costantemente lo spazio della libertà di parola, viene da interrogarsi se quella che vige sia democrazia sostanziale e se le libertà siano formali o reali.

Le leggi e la pressione del conformismo culturale ci obbligano a parlare in un certo modo e ci puniscono con l’emarginazione o con sanzioni penali se deroghiamo, i giudici cassano le leggi che abbiamo approvato votando per un certo partito (per esempio quella sulla fecondazione eterologa; e a Strasburgo stavano per mettere fuorilegge i crocefissi nelle scuole, se non fosse intervenuta la Grand Chambre), i mercati finanziari e i vincoli della moneta unica europea decidono al posto dei governi cosa si può fare e cosa non si può fare. È ancora democrazia questa? È ancora libertà?

Poi c’è l’altra grande questione: l’incapacità di guardare agli altri come altri, di dare un significato all’alterità. Così il russo è solo un euro-asiatico politicamente immaturo, che si è lasciato sedurre e manipolare dal proprio capo supremo. Liberiamo il minorenne russo, incline a credere a tutto ciò che la propaganda di Stato gli propina, dal suo tutore, e Mosca diventerà come Belgrado: una capitale di tradizione slavo-ortodossa desiderosa di omologarsi in tutto e per tutto ai canoni dell’Unione Europea.

milosevicIl paragone fra la Serbia di Milosevic e la Russia di Putin l’ho letto nelle pagine dell’autorevolissimo New York Times: secondo Roger Cohen bisogna trattare Putin come Milosevic, e la Russia farà lo stesso percorso che ha fatto la Serbia. Forse Cohen farebbe bene a ricordarsi come trattammo la Russia al tempo della crisi del Kosovo. A Mosca c’era Eltsin, che pur protestando molto di fatto dette il via libera ai bombardamenti Nato su Belgrado e sulle truppe serbe in Kosovo, perché non minacciò un intervento militare. Quando Belgrado capitolò, Mosca fece da mediatrice fra la Serbia e la Nato per le decisioni relative all’ingresso delle truppe euroatlantiche in Kosovo e chiese di potere avere un ruolo. Venne tenuta fuori come un lebbroso. Eltsin dovette mandare i suoi parà nottetempo all’aeroporto di Pristina, in una specie di blitz insensato – i parà russi erano un’isoletta circondata dai militari degli altri paesi- per dare al mondo l’impressione che la Russia stava sorvegliando le attività della Nato in Kosovo.

Con questi precedenti – oltre alle promesse tradite fatte a suo tempo a Gorbaciov di non accogliere nella Nato i paesi che uscivano dal Patto di Varsavia – non c’è da stupirsi della politica di Putin. L’ex ufficiale del Kgb ha fatto quello che qualunque altro presidente russo avrebbe fatto. Dopo avere rimesso un po’ in piedi la Russia dal punto di vista economico e del funzionamento delle istituzioni (al tempo di Eltsin c’era una bellissima libertà di parola e di stampa, ma più povertà che sotto il comunismo e la paralisi completa dei servizi pubblici) il nuovo leader ha cercato di restaurare la forza della Russia come grande potenza e di bloccare l’espansione della Ue e della Nato in direzione di Mosca.

In Ucraina sta perdendo la partita, come tutti capiscono sin dai giorni dell’occupazione della Crimea. Ma se Putin dovesse uscire di scena perché l’Ucraina scivola definitivamente verso Washington, le probabilità che a ciò corrisponda una democratizzazione e liberalizzazione della vita politica russa sono pari quasi a zero. Ha scritto George Friedman su Stratfor, il principale sito internet americano di geopolitica: «Coloro che pensano che Putin sia allo stesso tempo il più repressivo e il più aggressivo leader russo immaginabile dovrebbero riflettere che le cose non stanno così. Lenin, per esempio, faceva paura. Ma Stalin fu molto peggio. Potrebbe venire un tempo in cui il mondo guarderà a Putin come a un tempo di liberalità. Perché se la lotta di Putin per sopravvivere e dei suoi sfidanti interni per spodestarlo dovesse diventare più intensa, la disponibilità di tutti a diventare più brutali potrebbe ugualmente crescere».

isilLa Russia sta destabilizzando l’Ucraina, su questo non ci piove. Ma anche la Ue e la Nato stanno destabilizzando la Russia, consapevolmente o inconsapevolmente. Non stanno semplicemente osteggiando un leader autoritario: stanno mettendo in pericolo l’esistenza politica e istituzionale della Russia. Gli europei probabilmente sono in buona fede, e credono di poter fare della Russia un’altra Serbia, convertita all’europeismo dopo la caduta di Milosevic; ma gli americani pensano a una Russia serbizzata in un altro senso: un’entità politica smembrata di diritto o di fatto, gestita da oligarchi ai quali sarebbero affidati spazi territoriali specifici, la quale non costituirebbe più una minaccia geopolitica per gli Usa.

Insomma, all’amministrazione Obama non dispiacerebbe se la Russia andasse in pezzi, come ci stanno andando Siria e Iraq. Ai tempi di G.W. Bush la linea ufficiale consisteva nell’esportazione della democrazia, che avrebbe trasformato i nemici in amici. Al tempo di Obama, più realisticamente si mira a disintegrare dall’interno i nemici. Resteranno nemici, ma non nuoceranno più. Nella democrazia come sistema universale prima di tutto sembrano non crederci più gli americani, cioè quelli che l’hanno inventata.

Mattatoio islamico : come i media nascondono la verità

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mannaia, coltellaccio e recita delle sure del corano : l’immigrato musulmano perfetto

Il vocabolario inglese sarà presto senza parole, se tutti cominciano a parlare come i media mainstream. In connessione con l’uccisione di Woolwich, i media parlavano di “centri religiosi”, non “moschee”, termine ormai “obsoleto”. Altri, termini in disuso arcaici sono “Islam” e “musulmano”: ci limitiamo a dire “uomo”, “donna” e come dati utili aggiungiamo la loro età.

Una notizia flash su BBC Radio 5 Live informava che, in fondo, un uomo era stato ucciso a Woolwich da due uomini, e c’erano un altro uomo e una donna, entrambi 29enni, coinvolti. Certo è che l’età magica, 29, che fa la differenza.  Come, qulacuno, ascoltando quella notizia flash potrebbe essere illuminato sulla natura dell’atto da questo tipo di vaga “informazione” ?

Il giornalista di un Tg, in un disperato tentativo di discolpare l’Islam, ha detto che ci sono stati più musulmani che non musulmani uccisi da attacchi musulmani.

Che cosa vuol dire? Le prime vittime dell’islam sono gli stessi musulmani, sembra abbastanza ovvio per me. Il modo più semplice per rendersi conto è quello di guardare ai paesi a maggioranza musulmana del mondo e vedere in che stato pietoso sono. Ma questo non esonera la dottrina dell’Islam e la sua natura violenta.

I commenti dei media sembrano attribuire molta importanza a scoprire se questo era un attacco venuto da un “lupo solitario” o ha avuto una organizzazione alle spalle, la tesi è, secondo loro,  che lupi solitari dovrebbero suscitare meno preoccupazione, provocando solo un incidente una tantum.

Se questo è il presupposto, è tutt’altro che corretto. Se non abbiamo avuto un altro 7/7 a Londra e in generale nel Regno Unito, è perché una grande quantità di denaro e di risorse dal governo inglese a corto di soldi sono state assegnate alla polizia e ai servizi segreti nel compito di tenere d’occhio la “comunità musulmana”.

Quando un attacco è pianificato, è più facile per i servizi di sicurezza scoprire il piano e impedirne l’esecuzione. L’omicidio di ieri, in superficie, sembra stato fatto senza molta pianificazione e organizzazione: queste uccisioni saranno quindi impossibili da prevenire, come ha detto la polizia.

Pertanto, un altro musulmano “lupo solitario” che ha osservato il successo di questo omicidio e l’impossibilità di contrastarlo, può essere incoraggiato a ripetere l’impresa. E ‘probabile che vedremo molti di più di questi attacchi, in quanto le trame da parte di gruppi organizzati sono più vulnerabili alle azioni preventive da parte dei servizi di sicurezza.

Questa è anche la previsione del radicale islamico Anjem Choudary, che ha guidato il gruppo dall’inquietante suono Islam4UK (Islam per il Regno Unito). Nelle sue stesse parole “lavorare per l’istituzione della Sharia, che deve dominare tutti gli altri stili di vita” Il gruppo è ora vietato, ma non su YouTube.

Choudary profetizzò: “Siamo una comunità molto politicizzata, alcune persone sono arrabbiate per le misure draconiane come e le restrizioni alla libertà di parola contro i predicatori islamici. C’è la possibilità che più di un lupo solitario attacchi ancora, e che questo accada a causa di queste misure draconiane..».

Un commentatore tv ha detto che il killer in un video parla in  inglese e ha un accento di Londra, ma si sente ancora più vicino a luoghi come l’Afghanistan e l’Iraq, che ha probabilmente mai nemmeno visitato.

Non dovrebbe suonare un campanello d’allarme? Non dovrebbe essere chiaro  che il luogo di nascita l’accento acquisito sono irrilevanti in questo contesto, per capire con chi abbiamo a che fare? Naturalmente si sente fedele ai suoi “fratelli” dei paesi musulmani. 

Lo stato-nazione è un’invenzione europea che seguì la Pace di Westfalia nel 1648. Per l’Islam la nazione è la Ummah, tutti i musulmani del mondo. L’uomo non si sente inglese, si sente musulmano – e molti altri musulmani che vivono nel Regno Unito sentono la stessa fedeltà alla “Nazione dell’Islam”.

Le esternazioni patetiche sulle ricerche dei “motivi” dietro l’omicidio sono ridicole. Non c’è niente da cercare: il jihadista nel video mostrato dalle stazioni televisive di tutto il mondo lo rende molto chiaro.

Nella versione più completa del video pubblicato da Jihad Watch , all’inizio egli cita Surat at-Tawba, la nona sura (capitolo) del Corano, che contiene esortazioni ad uccidere gli infedeli. Egli dice:

L’unica ragione per cui abbiamo ucciso quest’uomo oggi è perché i musulmani stanno morendo tutti i giorni per colpa dei soldati inglesi. E questo soldato britannico è uno. Si tratta di un occhio per occhio e dente per dente. Per Allah, noi giuriamo l’Onnipotente Allah, noi non smetteremo mai di lottare fino a che non ci lascia soli. Siamo costretti dal Corano, nella Sura Al-Tawba, a lottare contro di voi.

Ha anche detto che voleva “iniziare una guerra a Londra stasera”.

Poteva essere più chiaro?

L’unico problema è che questa è proprio la parte che i media mainstream hanno tagliato fuori: non è tanto una ricerca di motivi che è necessaria, ma coprire quelli reali.

Sembra quasi che i jihadisti, stanchi delle bugie dei media, volevano che il pubblico conoscesse il motivo per cui hanno commesso questo atroce decapitazione, in questo giorno e in un modo tipicamente islamico di uccidere. I media hanno vinto ancora, privandoli (e soprattutto noi) del beneficio di raccontare (e udire) la verità.

Un’altra cosa che può far ridere o piangere, a seconda del temperamento, è la raccomandazione di non indossare l’uniforme in pubblico data dai comandanti militari alle truppe, che ha portato i soldati al comportamento opposto di pubblicare immagini di se stessi in uniforme sui social media .

E dopo? Consiglieranno ai preti cristiani di non indossare tonache e collarini? Ah, aspetta,  è già avvenuto, dopo una serie di attacchi musulmani contro dei preti a East London qualche anno fa.

Abbiamo fatto così tante concessioni all’Islam che una più o una meno non fa molta differenza. Che cosa è un uniforme?

Questo tipo di comportamento è simile a cercare di curare la polmonite con l’acqua fresca. Il vero trattamento sarebbe un po ‘più radicale (da “radix”, la parola latina per “radice”), andando alla radice del problema, affrontando la malattia piuttosto che il sintomo: se non ci fossero i musulmani in Gran Bretagna e in Europa, non sarebbe difficile evitare eventuali attacchi terroristici.

di Enza Ferreri,  autrice e giornalista italiana che abita a Londra . E ‘stata corrispondente da Londra per diverse riviste e giornali italiani, tra cui Panorama, L’Espresso e La Repubblica.

FONTE: Jihad Watch

Non è molto diverso il trattamento della stampa europea sui fatti di Stoccolma: si parla di “giovani”, ormai “parola maschera” per non usare il termine immigrati. Se non ci fossero le foto, non sapremmo neanche che i due assassini di Londra sono diversamente bianchi.

Oltre all’ambasciatore, gli islamisti vogliono uccidere la libertà d’espressione

ambasciatore bengasi Chris Stevens
L’ambasciatore americano a Bengasi Chris Stevens berbaramente ucciso daigli islamici

La democrazia l’ha acquisita a caro prezzo. Da Ratisbona alla “fatwa di Saint-Germain-des-Prés”, ora è sotto attacco
Le democrazie sono depositarie di un tesoro fragile e deperibile: la libertà d’espressione. Questa sembra incrinarsi, mentre un altro video dozzinale sull’islam fa il giro del mondo e miete vittime nel corpo diplomatico americano. Ieri su Repubblica Barbara Spinelli invitava a trovare un equilibrio fra libertà e responsabilità. Certamente esiste uno sciatto secolarismo, un gusto militante alla provocazione, che ferisce il sentimento del sacro nella comunità islamica, consegnando la rabbia contro la profanazione alla guida politica dei fondamentalisti. Ma Spinelli non centra il cuore del conflitto fra islamismo e “blasfemia”, come la chiamano i musulmani. E’ piuttosto il tentativo islamista di imporre le regole dei taglia-lingue anche in occidente. Ne è appena stata vittima Richard Millet, editor e autore cacciato da Gallimard per aver espresso idee diverse da quelle del conformismo multiculturale. Non a caso Elisabeth Lévy, direttrice della rivista Causeur, intellettuale non arruolabile nella pattuglia degli “xenofobi”, ieri non usava mezzi termini e parlava della “fatwa di Saint-Germain-des-Prés”.
Il diritto di esprimere la propria opinione, anche in modo traumatizzante, di mettere in discussione i tabù, fossero pure maggioritari, le democrazie occidentali l’hanno pagato caro. L’autocensura preventiva, la ritirata strategica di fronte alla furia islamista, sarebbero una regressione epocale. L’omicida fondamentalista è prima di tutto un assassino ideologico.
Spinelli scrive che “un Voltaire permissivo non è mai esistito (non è sua la frase ‘Disapprovo quel che dite, ma lotterò fino alla morte perché possiate dirlo’)”. A parte il fatto che l’apostolo della libertà di critica pronunciò davvero quella frase. Ma c’è di più. Voltaire, che si evoca a man bassa soltanto quando c’è di mezzo la chiesa cattolica, non rischiò la vita per mano di nemici che potevano scambiarsi informazioni su Internet per pianificarne la decapitazione sugli Champs-Elysées, come è successo a Theo van Gogh e poteva accadere a Robert Redeker, quello di “une fatwa au pays de Voltaire”. Due giorni fa a Bruxelles, di fronte alla classe dirigente europea, Mohammed Morsi, fratello musulmano e presidente egiziano, ha scandito: “Maometto non si tocca”. Parole grandiose, roboanti, una sfida politica e teologica all’Europa postmoderna. E infatti un intellettuale della gauche come Pascal Bruckner ha scritto che “l’islamofobia sta diventando un reato di opinione analogo a quello che si perpetrava un tempo, in Unione sovietica, contro i nemici del popolo”. L’invenzione di questo reato ideologico, che è una cosa ben diversa dall’attacco razzista ai musulmani in quanto persone, svolge molte funzioni: negare, per legittimarla meglio, la realtà di un’offensiva fondamentalista; indurire la mano di chi scrive; costringere gli occidentali alla difensiva; intimidire i “cattivi musulmani” interessati al cambiamento, e come dice Bruckner, “riabilitare l’offesa d’opinione per chiudere la bocca ai contraddittori”. Grazie a quest’offensiva, e al fatto che ormai soltanto qualche mosca bianca si avventura nella difesa della libertà di parola, da noi abbonda la paura.
Quattro anni fa la Tate Gallery di Londra ritirò l’opera “God is great” di John Latham a causa delle minacce. L’opera di Latham mostrava Bibbia, Corano e Talmud tranciati di netto da una lastra di vetro. Il critico d’arte Richard Cork accusò l’establishment britannico di svendere la libertà d’espressione: “Quando si inizia a pensare così, il cielo è il solo limite”. Per questo non è nostro diritto disquisire sulla bellezza dei video che si realizzano di là e di qua dell’oceano, sugli articoli che si scrivono, sulle opere d’arte che si esibiscono, sulle vignette che si disegnano. In occidente abbiamo conquistato a caro prezzo la libertà di farlo. Non spetta agli antichi custodi del fuoco il permesso di concedere il diritto di pensiero o parola. Non sono belle le caricature sul Profeta. Non sono belle le fotografie dell’iraniana Sooreh Hera. Non è bello “Fitna” di Geert Wilders. Ma in gioco non ci sono l’eleganza o il bon ton, ma un’Europa sottomessa al verbo incendiario di chi non tollera dissenso e critica.
Se l’11 settembre 2001 ha rappresentato l’avvio del jihad contro l’occidente, di cui l’attacco in Libia è l’ennesimo capitolo, il 12 settembre 2006 ha costituito il livello più alto di una insidiosa sottomissione degli ideali dell’occidente e di coloro che li proclamano, siano essi giornalisti, scrittori, vignettisti o pontefici. Quel giorno Papa Benedetto XVI tornò in Baviera, la terra dove è nato e ha iniziato a insegnare. All’Università di Ratisbona, Ratzinger tenne una lezione sulle radici della civiltà, citando una frase dell’imperatore di Bisanzio Manuele II Paleologo sull’islam. Il linciaggio a cui fu sottoposto il Papa nella umma e in occidente assunse una dimensione d’assedio sensazionale (sacerdoti furono anche martirizzati). Di quella campagna di criminalizzazione sono sentine anche l’omicidio Van Gogh, l’attacco al giornale Charlie Hebdo, la casa-bunker dei vignettisti danesi e i processi che si celebrano in occidente agli “islamofobi”.
Non possiamo permetterci di fare concessioni a chi vorrebbe scambiare la cittadinanza con il giogo, la common law con la sharia, l’ironia con la paura, il diritto di parola con la fatwa e la rappresentazione con la sottomissione. Equivarrebbe alla fine dell’occidente così come lo abbiamo conosciuto.

di Giulio Meotti da “Il Foglio” del 15 settembre 2012

Razzismo e Xenofobia

Riporto un articolo dal quotidiano Il Foglio. In questo articolo si parla dei due grandi eroi dell’Europa.

Ayaan Hirsi Ali e Theo Van Gogh. Ne parleremo moltissimo.
Vorrei anche che leggiate questo articolo perché si accenna a Wilders. Wilders da cinque anni è un recluso. La sua morte, il suo assassinio è chiesto in ogni moschea di Olanda, senza nessuna eccezione. Wilders ha le stesse idee di Ayaan Hirsi Ali, hanno lavorato insieme. Sono insieme stati condannati a morte da una fatwa. Sono stati insieme nominati sullo scritto dell’assassino di Theo Van Gogh. Il partito di Wilders è arrivato secondo alle elezioni ed è per questo che qualcuno scrive: un partito nazista è arrivato secondo alle elezioni in Olanda. Wilders è l’autore del film Fitna, che potete trovare su internet.

Queste sono parole di Wilders

Ma allora perché rischiare tanto, non ha paura di morire?
«Certo – ci dice Wilders – che ho paura di morire. Non sono un eroe. Sono soltanto un uomo che ama il proprio Paese, il quale sta perdendo la sua identità. Per fortuna – aggiunge il leader del Pvv – ho l’appoggio di molti elettori. Purtroppo non quello del mio governo. Anche Ayaan Hirsi Ali ha dovuto lasciare l’Olanda dopo il film Submission e poi il nostro governo se ne è lavato le mani. Oggi è costretta a vivere negli Stati Uniti, senza scorta, perché in Olanda non vogliono più proteggerla. Eravamo tutti e due nella lista nera trovata dopo la morte del regista di Submission, Theo van Gogh, assassinato per strada ad Amsterdam il 2 novembre 2004, come un bestia da macello. Da quel momento è cominciato l’inferno anche per me. Sono stato costretto a nascondermi, a trascorrere con mia moglie mesi e mesi in una cella di pochi metri quadrati, da dove non potevamo uscire, ricevere telefonate, visite. E tutto questo soltanto per aver detto che l’Olanda si stava islamizzando».

Sì, ma lei ha anche affermato che il Corano è un libro nazista.
«Infatti vivo ancora sotto scorta. Ma non rinnego le mie idee. Io ce l’ho solo con gli estremisti islamici, non con i musulmani in generale. Questo deve essere ben chiaro. Il film si chiama “Fitna” perché intendo dire che chi semina il male è un assassino, un criminale. Ho pensato quindi di usare questa parola come uno specchio. E indica altrettanto bene che cosa è l’islam: un altro pericolo per la democrazia dopo il nazismo e il comunismo. Non dirò mai chi mi ha aiutato a realizzarlo, perché non voglio che queste persone rischino la vita. Io sono il solo responsabile. Pertanto solo io me ne assumo la responsabilità. Non per niente il mio partito si chiama il Partito della libertà, un valore per cui vale la pena di lottare».

Vi sembrano parole di un nazista? Esiste qualcuno talmente idiota, talmente immondamente in mala malafede da osare dire che in queste parole c’è del nazismo? Certamente sì: tutti i mass media politicamente corretti. Una volta fatta l’affermazione “Chi odia l’islam è un nazista” Wilder diventa automaticamente nazista e quando vince le elezioni ci si può stracciare le vesti. Aita, aita accorruomo, il nazismo ritorna. Come potete distrarvi a parlare male dell’islam, quando il nazismo è presente e odia l’islam? Persino l’uomo politico olandese Pim Fortuyn, socialista e omosessuale, ma anti islamico era stato accusato di essere nazista: è morto ammazzato anche lui per mano di un no global vegetariano sconvolto dalla sua cattiveria contro l’islam.

Nazismo vuol dire :

  • amore per Adolf Hither.
  • fede nelle teorie espresse nel Main Kanft, che non si scrive così ma Maurizio poi corregge. (infatti si scrive Mein Kampf)
  • odio per gli ebrei.
  • forte statalismo.
  • uso di alcuni simboli come la svastica.

Il vizietto della sinistra nazionale e internazionale di accusare di nazismo tutti quelli che le sono antipatici cerchiamo di perderlo, per favore. Wilders odia Hitler e ama gli ebrei al punto tale che è terrorizzato dalle minacce di olocausto nucleare iraniane.

Dove è il nazismo? Nel fatto che la sinistra filoislamica ha fatto l’equazione : Chi teme l’immigrazione è nazista.

Non si tratta di immigrazione, signori, piantatela di dire idiozie. C’è in atto un’invasione coloniale che ha lo scopo di stravolgere le culture europee e asservirle. Nell’immigrazione gli immigrati si integrano con la cultura ospitante, non ne stravolgono le leggi. Nessuno è contrario agli immigrati Filippini o Peruviani o Sikh o Induisti, persone che emigrano con il desiderio di integrarsi, anche se, certamente, desiderano salvaguardare le proprie tradizioni ed amarle. Nessuno si spaventa quando si apre un tempio buddista o induista. Piantatela di fingere di non capire.

Qualcuno è preoccupato che il partito di Wilders sia secondo in Olanda? Io ne sono estasiata. Non vi commuove che questo disgraziato, che è un recluso da cinque anni, abbia vinto le elezioni? Wilder è vittima del nazismo più assoluto, quello islamico. L’islam è nazismo. Ufficialmente.

Chi lo combatte viene condannato a morte dall’islam e condannato all’ostracismo dagli utili idioti che aspirano a diventarne servi. Persino alla staffetta partigiana Oriana Fallaci è stato dato della fascista e per di più da gente del tipo di Fo Dario, che al fascismo aveva aderito con tutta la forza della sua minuscola anima.

Wilders un nazista? Giudicate voi. Qui ci sono le sue parole. Qui è descritta la sua vita. Chi sono i nazisti? Ayaan Hirsi Ali è dalla parte di Wilders. Razzista e nazista anche lei? Lei no perché è somala e quindi lei che l’Islam è violenza e sopraffazione e sottometterà l’Europa se nessuno lo ferma, lei lo può dire. Chi non è di origine islamica non lo può dire perché, per essere vero è vero, ma se lo dice un non islamico pare brutto e fa razzista.

Quindi l’islam è intoccabile. Se un islamico lo attacca è automaticamente condannato a morte per apostasia. un occidentale è condannato a morte per islamofobia e mentre vive sotto scorta è attaccato come un mostro dai bravi intellettuali politicamente corretti.

L’Islam è nazismo. Il nazismo ha due anime, tedesca e islamica. ( Hitler 22 11 1941) Il Mein Kampf è il libro occidentale più venduto nell’Islam, insieme ai protocolli dei Savi di Sion. E chi lo combatte è antinazista.

Ecco l’articolo su Theo Van Gogh.

Amsterdam. Linnaeusstraat si trova in un quartiere popolato in maggioranza da musulmani. E’ qui che Mohammed Bouyeri tese un’imboscata a Theo van Gogh il 2 novembre del 2004. Il regista si fermò a un attraversamento pedonale della pista ciclabile. L’islamista gli sparò un colpo con una pistola di fabbricazione croata. Theo cadde dalla bicicletta, riuscì a sollevarsi e a trascinarsi dall’altra parte della strada. Bouyeri lo seguì fino al cestino delle immondizie a cui Van Gogh si era aggrappato, esplose altri due colpi, davanti al caffè “L’Olandese”, mentre la vittima lo implorava di non farlo. Estrasse un coltello per decapitarlo, prima di appuntargli una lettera al petto con una lama più piccola, simile a un machete ricurvo. La lettera conteneva minacce di morte contro Geert Wilders e la parlamentare di origine somala Ayaan Hirsi Ali. Addosso all’assassino fu trovata anche una poesia: “Agli ipocriti dico: se non volete morire, tenete chiusa la bocca”. Sulla Linnaeusstraat oggi nulla ricorda la macellazione rituale del regista. Non esiste un Ground Zero olandese. E’ un’assenza che si avverte molto in un paese che monumentalizza tutto ed è ossessionato dal passato. … Ogni anniversario dell’assassinio di Theo passa invece inosservato, senza cordoglio né retorica nazionale condivisa. Sulla pista ciclabile color rosso in Linnaeusstraat ci sono due piccole incisioni, gente del posto ci dice che sono i segni lasciati da due proiettili. E’ più facile che qualcuno vada a portare fiori sulla Pythagorasstraat, davanti all’ultima di una serie di villette di mattoni rossi tutte uguali, dove abitava Van Gogh. Il giorno della sua morte le bandiere rimasero a mezz’asta, un onore che per legge deve essere tributato solo alla regina. “Se avessero fatto di Theo un simbolo della libertà, i multiculturalisti avrebbero dovuto ammettere che aveva ragione”, racconta al Foglio Theodor Holman passeggiando per la Damrak, la squallida arteria di Amsterdam da cui partono i battelli turistici e dove si concentra gran parte della teppa giovanile. Holman è un cinquantenne grassoccio dall’aspetto spavaldo e trasandato, era il migliore amico del regista, nonché il suo storico sceneggiatore e l’editorialista del principale quotidiano di Amsterdam, Het Parool. “Se avessero fatto di Theo un simbolo, avrebbero dovuto cambiare politica, ma loro non vogliono cambiare. Theo non potrà diventare un eroe”. Con Holman andiamo negli studi della Column di Giys de Vestelaken, un fumatore incallito sulla cinquantina che guida auto d’epoca. Giys creò la Column dieci anni fa assieme a Van Gogh. E’ lui ad aver prodotto “Submission”, la pellicola sulla sottomissione della donna nell’islam che costò la vita a Theo. …Non lontano dagli studi di Theo van Gogh, una splendida mattina di sole di un anno fa sei ufficiali di polizia entravano in un piccolo appartamento. Erano lì per un vignettista con un crudo senso dell’umorismo, il preferito da Van Gogh. “Non mi sarei mai aspettato l’Inquisizione spagnola”, dice l’uomo che si firma Gregorius Nekschot e che tutela ossessivamente il proprio anonimato a causa delle minacce. Il 13 maggio 2008 il vignettista trascorse la notte in cella, mentre la polizia spulciava nel suo computer, accusandolo di violazione di un articolo della Costituzione olandese che proibisce la discriminazione. “La Danimarca protegge i vignettisti, noi li arrestiamo”, denuncia Geert Wilders, uno dei favoriti per le elezioni europee del prossimo 4 giugno con il suo “Partito per la libertà”. Il sito internet di Gregorius Nekschot, che in olandese significa “giustiziato alla nuca”, è preso ogni giorno d’assalto e le sue opere, spesso di pessimo gusto, sono esposte al Parlamento dell’Aia dove un politico liberale ha allestito uno “spazio dedicato alla libertà di pensiero”. Nekschot, che disegna per il settimanale HP/De Tijd, ha detto che l’arresto ricorda “i metodi dei fascisti e dei comunisti”. La sua vignetta più celebre ritrae la scritta “Islamsterdam” e un imam con un coltello fra i denti. Il caso Nekschot dimostra che l’Olanda è nel caos più totale di fronte alla campagna intimidatoria dichiarata contro giornalisti, studiosi, vignettisti, scrittori e cabarettisti in seguito all’assassinio del regista. Lo avevano promesso: “Questa da ora in poi sarà la tassa che dovrà pagare chiunque offenderà Allah”. Un anno fa alla pittrice olandese Ellen Vroegh sono stati ritirati i dipinti dalla galleria comunale di Huizen, perché “offensivi dell’islam”. Nei suoi quadri non c’erano imam con bombe in testa, ma donne nude. Quanto basta per far scattare la censura preventiva. Lo scettro di Van Gogh è oggi nelle mani del suo amico, Hans Teeuwen. Ma anche lui, guarda caso, ha scelto di non esibirsi più in Olanda per paura di fare la stessa fine di Theo. “E’ ancora difficile per me capire ciò che è successo”, spiega Nekschot al Foglio nella prima intervista a un quotidiano italiano. “Dopo un anno, c’è ancora un’inchiesta preliminare, sono vittima di un cinico gioco politico. Il ministro della Giustizia in Parlamento ha detto che, prima del mio arresto, c’erano stati sette incontri sul vignettista Nekshot. Il mio arresto è una specie di scambio: il governo dimostra di combattere i terroristi e arresta i vignettisti per placare i musulmani. In altre parole, ci sono importanti politici in Olanda disposti a sacrificare i nostri diritti costituzionali, come la libertà di parola, per mantenere la ‘pace’. La situazione oggi è molto pericolosa per accademici, scrittori, giornalisti, vignettisti. Una volta che mercanteggi la tua libertà di parola, sei finito”. Cosa sta diventando l’Olanda? “Il regno dell’autocensura”, dice il vignettista. Una settimana prima del nostro arrivo, l’apostata musulmano Mark Gabriel, docente di islamistica riparato negli Stati Uniti dopo anni di insegnamento all’università egiziana al Azhar, su sollecitazione del servizio segreto olandese ha dovuto abbandonare in fretta l’aeroporto di Amsterdam per il timore di attentati. La nostra inchiesta sull’Olanda multiculturale si chiude ad Amsterdam, Islamsterdam, la città dove tutto ha avuto inizio, sulle tracce di Theo van Gogh. Il grande rimosso. L’olandese dagli occhi azzurri, il bastian contrario e forsennato radicale, il columnist che non conosceva diplomazia, l’agitatore grassissimo che beveva molto e fumava Gauloises senza filtro. Con la sua gola squarciata e la lettera di invocazione ad Allah infilzata nel petto, Van Gogh avrebbe dovuto diventare un monito contro l’odio e l’intolleranza nella capitale mondiale della libertà. Ma ha ragione Daniel Schwammenthal quando sul Wall Street Journal scrive che “ogni senso dell’urgenza che gli olandesi possono aver provato dopo l’uccisione di Van Gogh è andato definitivamente perduto”.
Quando venne ucciso anche un timoroso speaker del Parlamento, Josiah van Arisen, disse: “Il jihad è arrivato in Olanda”. Nella folla riunita a piazza Dam c’era anche l’allora consigliere municipale Ahmed Aboutaleb, oggi sindaco di Rotterdam dove la sharia è stata portata persino nei teatri comunali. Migliaia di olandesi alzarono cartelli con scritto: “No alla sottomissione al fontamentalismo” e “Lunga vita all’Olanda e al mondo libero”. Fu a casa di Theodor Holman che Van Gogh conobbe Ayaan Hirsi Ali, con la quale avrebbe lavorato a “Submission”, girato proprio negli studi della “Column”. “La morte di Theo è stata la fine della libertà di parola in Olanda”, ci dice Holman. “Le nostre strade erano così tolleranti fino ad allora e a un tratto ti accorgi che non puoi dire quello che vuoi. Da allora non è più possibile dire quello che vogliamo. Theo era un columnist molto duro e i politici hanno detto che era per la sua durezza che è stato ucciso. Dopo la sua morte tutti hanno pianto, ma cinque anni dopo si sente dire che Van Gogh era un provocatore e un pessimo regista. Gli intellettuali olandesi soffrono della sindrome di Stoccolma”. “Quasi che avesse chiesto di morire”, interviene il produttore Gys de Westelaken. “E lo stesso vale per Pim Fortuyn, si ripete che era gay, che aveva due cani etc… come se la sua eccentricità giustificasse la morte”. “In aula Bouyeri ha invece detto di aver ucciso Theo per motivi religiosi e non perché fosse un cattivo ragazzo”, dice Holman. “Fino ad allora ero stato molto orgoglioso della storia del mio paese, ci troviamo a cinquanta metri dalla casa di Spinoza, non lontano c’è quella di Cartesio. E’ in corso una guerra in città, la gente non ne può più di tutto ciò che sentono sui musulmani. Questo divide la città, la politica, il paese, il giornalismo. Molti scrittori e intellettuali oggi sono ancora politicamente corretti perché questo conviene alla loro carriera.
Cinque anni dopo la morte di Theo la situazione è peggiorata e diventa sempre più oscura. Oggi c’è tanta paura, autocensura, continuano a dire ‘let’s debate’, dibattiamo, ho partecipato a una ventina di dibattiti dopo l’uccisione di Theo e non vedo soluzione.
La correttezza politica sta crescendo, la gente è confusa, chi era di sinistra sinistra oggi è di destra. Io che sono di sinistra l’ultima volta ho votato i liberali di Hirsi Ali”.
Chi era Theo? “Era prima di tutto uno scrittore, un regista, un columnist, giocava con le cose, era sempre tagliante, in un certo senso era un clown, diceva ‘chi vuole uccidere il pazzo del villaggio?’. Bouyeri ha scelto Theo per due motivi. Per ciò che aveva scritto nel libro ‘Allah knows better’, Bouyeri doveva ucciderlo perché Theo era un ‘kaffir’, un infedele. Theo poi era amico di Ayaan, il film lo abbiamo fatto qui in questo edificio, Theo era un simbolo della libertà di parola anche per i nostri nemici. Bouyeri ha detto di averlo ucciso per questo, non perché si sentiva offeso da Theo. Inoltre Theo e Bouyeri erano simili, erano due scrittori, Bouyeri era molto integrato, ottima istruzione, era nato qui e aveva avuto la possibilità di capire quel che voleva. L’islam divenne la sua ragione di vita. E una volta diventato fanatico, doveva trarne le conseguenze del suo fanatismo”.
Al processo Bouyeri confessò di essere pronto a “rifare la stessa cosa” se avesse avuto una seconda occasione.
In aula indossava una tunica araba e aveva una copia del Corano. Prese la parola dopo una preghiera islamica. “Voglio che sappiate che ho agito per convinzione e che non ho preso la sua vita perché era olandese o perché io sono marocchino e mi sono sentito insultato”.
E rivolto alla madre di Van Gogh, Anneke: “Non odiavo suo figlio, non era un ipocrita e non mi sono sentito offeso da lui. Non sento il suo dolore in quanto lei è un’infedele”.
“Ero seduto accanto alla mamma di Theo quando Bouyeri, in aula, le disse che non odiava suo figlio, ma che era un simbolo, che era orgoglioso di quello che aveva fatto e che se fosse uscito lo avrebbe fatto ancora e ancora”, prosegue Holman. “Dopo la morte di Theo abbiamo dovuto ritirare il film, ci sono state minacce di morte”, riprende De Westelaken. “La gente può vederlo su Internet, ma la smocking gun è stata rimossa dal pubblico. E’ un film proibito, in senso drammatico. All’epoca non ero orgoglioso di produrre ‘Submission’, era un film come un altro, anche molto facile, Theo diceva ‘non è il mio miglior film’. Potremmo trasmetterlo in televisione, ma c’è una regola non scritta che lo proibisce. Guarda cosa è successo al film di Wilders, ‘Fitna’, è così facile sedersi al computer e minacciare di morte qualcuno e non c’è più bisogno nemmeno di essere legati ad al Qaida. Nessuno immaginava cosa sarebbe successo con questa pellicola. Non è il film in sé che conta, è come le vignette danesi sul Profeta, è ciò che rappresentano e l’atmosfera che si crea attorno a queste opere. A me manca moltissimo l’energia e l’ironia di Theo, quando piombava nel mio ufficio e buttava all’aria tutto. Dopo Theo il servizio segreto ci proteggeva, chiunque fosse coinvolto era sotto tiro. Guarda quel che è successo al traduttore giapponese di Salman Rushdie, è stato accoltellato a morte”. Il giorno in cui è stato ammazzato Van Gogh stava andando a lavorare al suo film su Pim Fortuyn. “Theo e Pim erano amici, si vedevano, parlavano di politica, Theo ha scritto alcuni discorsi di Pim”, spiega Holman. “Fortuyn si diceva che fosse ‘pericoloso’ e un ‘fascista’, ma era tutto il contrario. Non aveva l’aspetto di un uomo di destra, era omosessuale, aveva un coiffeur personale, una macchina sportiva, aveva tanto humour, era pro libertà di parola contro l’islamismo. Il suo assassino lo ha ucciso perché Pim disturbava l’ordine olandese, dicono che era un ‘fascista’ perché non rientrava negli schemi. Theo e Pim, la loro morte, sono accomunata dal fatto che per primi sollevarono il tema dell’islam. Pim diceva sempre, ‘non ho niente contro i musulmani, possono anche succhiarmi il cazzo, ma l’islam vuole uccidere gli omosessuali, io sono un omosessuale e devo difendere la nostra cultura’.
Era fatto così. Theo diceva lo stesso, aveva girato film con giovani marocchini, ma sapeva che lo consideravano un ‘infedele’”. Hans Jansen insegna Pensiero islamico all’Università di Utrecht ed è un’istituzione in Olanda. Ha conosciuto Theo mentre girava “Najib and Julia”, la storia di una ragazza olandese che si fidanza con un marocchino. “Theo voleva essere sicuro che i suoi attori parlassero un arabo corretto, un dialetto vero. Mi chiese una consulenza e fui felice di lavorare con lui. Amava i dettagli e ci lavorammo sopra. La sua morte ha reso la gente impaurita, molti hanno smesso di parlare di islam. Theo era un eccentrico e molte persone non hanno maturato l’interesse nella libertà di espressione perché hanno pensato che ‘i musulmani hanno ucciso un folle’, ma si sbagliano.
C’è grande paura fra giornalisti, scrittori e artisti. In molti hanno smesso di parlare, soprattutto chi ha figli ha preferito una vita quieta.
Le uniche novità di rilievo sono ‘Fitna’ e l’ascesa di Wilders”. Jansen rigetta gli studi fino ad ora condotti sull’assassino di Van Gogh. “C’è la tentazione di spiegare Mohammed Bouyeri attraverso canoni materialisti e sociologistici. Io ho sempre pensato che il caso di Mohammed fosse tipico dell’odio che chi riceve un dono matura verso chi glielo ha donato.
Abbiamo dato tutto agli immigrati musulmani, ma loro hanno maturato odio per la democrazia.
Sono pessimista sull’Olanda, non abbiamo l’energia per resistere. La popolazione islamica qui è del tutto immune dalle forze del liberalismo, della scuola, persino della lingua olandese. Il fallimento del multiculturalismo è una tragedia disarmante, c’è un grande disorientamento nell’educazione, nell’esercito, nella società. Siamo prossimi alla barbarie”.
Jansen è legato anche alla sceneggiatrice somala di “Submission”. “Ayaan Hirsi Ali ha parlato agli olandesi come se fossero suoi pari. Ma questa élite olandese pensa che gli immigrati non siano uguali a noi, ma gente da accudire, il mio paese non ha mai capito i musulmani. Ayaan ripeteva che se gli apostati dell’islam non fossero stati difesi dalla democrazia olandese, l’Olanda si sarebbe avviata in una brutta direzione. Ed è quello che è successo, il destino di Ayaan è un esempio tragico per gli altri immigrati, sanno adesso che se parlano olandese e si comportano come dei secolaristi, non saranno difesi dagli olandesi e attaccati dai propri simili”. A Jansen chiedamo se ritiene oggi possibile un altro caso Van Gogh. “Non ho mai voluto rispondere a questa domanda, non voglio neanche pensarci”. Van de Westelaken interrompe la discussione: “Ayaan è stata cacciata dal paese”. Lo dice come se quel che è successo sia stato un momento di non ritorno. “L’Olanda è un paese piccolissimo senza Ayaan, da un punto di vista intellettuale”, dice Holman. “Una donna, una donna nera, ex musulmana, senza clitoride, che nasce a sinistra e passa con i liberali, odiatissima dalle donne olandesi, Ayaan era troppo bella per la politica.
Un diamante nero, parlava tante lingue, Theo adorava Ayaan, li ho fatti incontrare io nella mia casa. Ayaan disse subito: ‘Voglio fare un film con te’. Qui tutti pensavano che le cose potessero cambiare, avevamo un omosessuale cattolico come Pim, poi Ayaan, era strano averli in Olanda tutti e due, due persone così intelligenti e con una visione internazionale dei problemi. E’ un paese molto più piccolo senza di loro”. “L’omicidio di Theo è stato molto efficace”, dice Holman prima di concludere l’intervista. E’ come se uccidendo quel ragazzone che amava provocare, che era orgoglioso di avere uno zio ucciso dai nazisti e che si sentiva come investito di una missione sulla libera parola, l’islamismo sia riuscito a congelare l’anima dell’Olanda. “E’ stata una bomba intelligente”, dice Van de Westelaken porgendoci una copia di “Interview”, uno dei film di Theo di cui il celebre attore americano Steve Buscemi ha appena realizzato il remake. “Quell’omicidio ha cambiato la vita delle persone. La bomba di Madrid non ha avuto questo effetto, perché il giorno dopo, nonostante tutti quei morti, la gente doveva continuare a prendere il treno. Con Theo hanno ucciso una sola persona e la sua libertà di parola. Ma con lui molti altri hanno chiuso la bocca”. Due settimane prima di morire, Theo van Gogh doveva andare negli Stati Uniti. Aveva una paura matta di volare e a Holman diede disposizioni per il suo funerale. “Voglio tanta vodka, tutti devono fumare Gauloises, le donne devono indossare i tailleur e una collana di splendide perle bianche”. Aveva preparato anche il suo ultimo capolavoro. Al centro della sala rotonda del teatro, dove la sera dell’omicidio si riunirono gli amici e la famiglia, c’era la bara del regista, il suo cellulare, l’agenda e la bicicletta nera su cui pedalava anche il giorno della morte. “Piangemmo e ridemmo tutta la notte, come quando muore un amico”, dice Holman. Accanto alla bara anche una bottiglia di champagne. Sulla pancia di Theo una rosa bianca e un foglio con scritto “Maarty”. Una delle sue tante fidanzate. A mezzanotte, sotto le note di “A perfect day” di Lou Reed, una limousine entrò nella sala e se lo portò via. E’ stato il primo martirio multiculturale in Europa.

Post interamente copiato dall’originale della Sig. Silvana De Mari

Sulla destra sociale

Roma fu «la chiamata di genti diverse ed inizialmente ostili a fare qualcosa di grande assieme» (Ortega y Gasset)
Roma fu «la chiamata di genti diverse ed inizialmente ostili a fare qualcosa di grande assieme» (Ortega y Gasset)

Il lettore Fabio A. mi scrive dalla Svizzera a proposito della diatriba con Giulietto Chiesa:
«Tale ‘scontro di penne’ mi ha posto in una inizialmente scomoda situazione: Conosco Giulietto Chiesa da anni, come giornalista e scrittore, da quando militavo nella sinistra radicale e lo stimavo parecchio, mentre lei direttore é ‘entrato’ nella mia vita molto dopo, quando le mie vedute hanno cominciato ad abbandonare il dogma sovietico per guardarsi intorno alla ricerca di qualcosa di migliore, di più umano e completo.
Ed ecco spuntare Blondet con la sua ‘destra sociale’ (mi piace identificare cosi il suo pensiero, mi smentisca se non é d’accordo) che, devo ammettere, mi ha rapito parecchio soprattutto sui temi economici e di politica estera in generale e che non può assolutamente essere identificata col pensiero di forzanuova come suggeriva un seguace di Chiesa che, evidentemente, non la conosce affatto…
».
Taglio qui la lettera, di cui ringrazio perché mi dà il modo di chiarire meglio, contro le accuse che mi sono state mosse, la mia posizione.
Per quel che vale, si capisce: non pretendo di contare nulla.
Voglio solo dichiarare apertamente, agli avversari ed amici, dove mi pongo.
E spiegare perché non posso accettare facilmente di essere messo in una casella riassuntiva («reazionario», «destra», «razzista») che, anche quando non intende bollare e diffamare, tradisce la complessità di una posizione a lungo pensata e vissuta.

Su «destra sociale», dunque, preciso: «io sono per l’interesse nazionale», il che può essere visto come «destra».
Ma secondo me, l’interesse nazionale è la sola guida possibile per l’azione politica «non ideologica».
Basta riflettere alle alternative.
Esiste un «interesse soprannazionale»?
Forse la solidarietà col proletariato mondiale: ma questa è ideologia, oltretutto confusa e irrealistica. E quando viene invocata, nasconde interessi oligarchici o imperiali: si pensi alla eurocrazia, a Kouchner, all’«aiuto fraterno» per cui l’URSS invase l’Ungheria.
Invece la nazione è un concetto abbastanza chiaro: è un destino comune, i suoi membri sono tutti nella stessa barca, e per questo «devono essere responsabili l’uno verso l’altro» e verso la sopravvivenza della comunità storica, della sua avanzata nel futuro.
Lo Stato deve organizzare questa responsabilità comune, per esempio con tasse ai ricchi che servano ad assistere i poveri, i malati e invalidi, i bambini, la vedova e l’orfano.
Ciò significa, in primo luogo, rifiutare le lobby (interessi particolari che si fanno prevalere dietro le quinte sull’interesse nazionale), e adottare un sistema penale efficacemente punitivo contro chi delinque, in quanto – come minimo – costui viene meno alla responsabilità che ha verso la nazione: per me, un lobbista e un rom stupratore sono, sotto il profilo criminale, eguali.

In vista del bene della nazione come comunità, lo Stato deve anche proteggere il dibattito intellettuale aperto e onesto – perché la circolazione delle idee fa bene alla nazione, la arricchisce di cultura e di prospettive.
E deve promuovere dirigisticamente la scienza e le tecniche di eccellenza, anche se ciò non porta profitto immediato e per questo – ad esempio – la ricerca viene abbandonata dai privati, che magari vendono aziende eccellenti agli stranieri per pagarsi lo yacht.
Sono anche per una misura seria di autarchia, oggi non a livello nazionale, ma possibile a livello europeo.
Se questa è «destra sociale», allora sia.
E difatti oggettivamente, come ho spesso ripetuto, è stato Bismarck (destra prussiana…) a inventare la prima forma di previdenza sociale per gli operai.
Si noti: previdenza generale e «obbligatoria», nel senso che il padronato fu obbligato a pagare i contributi pensionistici.
E Mussolini fu il primo a fare lo stesso in Italia, l’INPS.
I liberali se ne guardavano bene, era «un costo»…
I socialisti non ci avevano pensato, perché per loro non contava il bene nazionale, ma lotta di classe, ossia la distruzione di una classe della nazione per opera dell’altra.
Per Marx, peggio gli operai stavano, più si sarebbe accelerato il momento della rivoluzione: tanto peggio tanto meglio.
Ma la cosa peggiore di questa posizione di «sinistra», secondo me, è che essa nega alle classi non-proletarie – professionisti, imprenditori, docenti – il «diritto ad esistere».
Ritiene che siano meri ceti parassitari, illegittimi per definizione.
E che possano essere eliminate: fisicamente o socialmente, con la tassazione spoliatrice, riducendole a lavoro dipendente.

Per contro, la visione nazionale ritiene che la nazione abbia bisogno di «tutte» le classi: quelle che creano ricchezza, e quelle che creano scoperte e pensiero, quelle che fanno avanzare la scienza e quelle che garantiscono la difesa legale (gli avvocati), non meno di quelle che fabbricano e lavano i pavimenti.
Di conseguenza, «tutte sono legittime» e tutte hanno diritto di operare liberamente nel quadro legale. Di più: le esigenze che pongono, per esempio le richieste di denaro pubblico che avanzano per sè, vanno ascoltate e prese in considerazione.
Lo Stato deve però vegliare che le esigenze delle classi, specie di quelle potenti, vengano dichiarate «apertamente», non dietro le quinte; e discusse nel pubblico dibattito, il più vasto possibile: in modo che gli interessi contrari possano dire le loro obiezioni e farle ascoltare, e che le classi che chiedono favori debbano giustificarli dimostrando che esser servono l’interesse nazionale, non la loro sola casta.
Perciò la discussione va liberata, senza censure preventive.
Questo è il «dibattito politico», la cui libertà ha però un limite: istanze private o capricciose (come le pretese dei gay o dei trans) non hanno dignità politica, perché possono essere soddisfatte privatamente, senza chiedere denaro pubblico che deve andare – prima – ai bisogni «della vedova e dell’orfano», dei vecchi, dei malati, dei bambini, e dei poveri onesti.

Per questo sono contro il deputato Vladimir Luxuria: non per moralismo di destra, ma perché oscura e falsa il dibattito sull’interesse nazionale.
Tale dibattito politico deve avvenire alla presenza di uno Stato che sia capace non di «mediare», come usa oggi, ma di valutare quali esigenze vadano soddisfatte prima, e quali dopo o per niente – e di assumersi la responsabilità di decidere in base alle priorità.
E qui viene il difficile.
Qualunque decisione, anche la migliore, ha degli effetti collaterali negativi per qualche membro, o classe, della comunità nazionale.
Se una scelta fosse completamente buona, fare politica sarebbe facilissimo: ma non è mai così.
Qualunque decisione è anche un azzardo e richiede qualche sacrificio: per esempio, fino a che punto non aumentare le pensioni minime per dare più fondi alla ricerca?
Il futuro non dimostrerà che si è presa la decisione sbagliata?
E’ possibile.
E il popolo – il sovrano – deve essere ben cosciente che «ogni» scelta può essere sbagliata («opinabile»), e ognuna può essere discussa all’infinito.
E che esistono diverse visioni dell’interesse nazionale, anche opposte, ma legittime nella misura in cui non siano particolariste o all’opposto sovrannazionali-ideologiche.

Ma la discussione deve essere troncata ad un certo punto: e il popolo deve capire che, votando a maggioranza per un programma e un gruppo d’uomini che sostengono quel programma, ha delegato a loro – fino a scadenza del mandato – la «decisione» sulle priorità.
Il gruppo d’uomini scelto dal popolo (il sovrano) deve avere lealtà verso la nazione, deve avere «carattere» – non rimangiarsi la decisione per viltà alla prima opposizione – e deve imperativamente darsi le informazioni e le competenze necessarie per decidere al meglio possibile: per questo, chiamerà a sé altri uomini, i competenti, tecnici e i tecnocrati più stimati nel loro campo.
Lo farà con generosità – chiamando anche chi magari è di altre idee politiche generali, se è bravo – ma anche con attenta sorveglianza, perché i tecnici tendono a imporre la tecnocrazia, come forma di governo «oggettivo» e «scientifico», che è un mito ideologico dietro cui si nascondono interessi non dichiarati (vedi alla voce Eurocrazia, o Goldman Sachs).
Oggi, il liberismo globale e senza limiti legali è la forma più devastante di tecnocrazia, al servizio della finanza e dei suoi profitti.

Ma il danno peggiore che ha inferto all’Occidente è l’aver creato una classe politicante che, anche se volesse, manca della «cultura di governo» per dirigere la nazione in vista del suo bene comune. Ogni politicante ha per interesse il suo partito e le sue clientele, a volte minime, e questo da troppi decenni.
Non ci sono più scuole che insegnino la cultura dello Stato (ciò è bollato come «fascista») né l’arte della direzione governativa («dirigismo», «colbertismo»).
Eppure, negli Stati nazionali, con tutti i loro limiti, questa cultura veniva coltivata.
In Francia, l’Ecole Nationale d’Administration (ENA) prepara (preparava) i dirigenti ministeriali, custodi della nazione, necessari al ministro – politico, con il peso finale di decidere – con la sua competenza e lealtà.
Lealtà verso la nazione, non verso il politico che passa.
Questa cultura veniva formata, con metodi autoritari oppure pluralisti, in tutti i Paesi, dalla Germania all’Inghilterra.
Per incredibile che sembri, anche l’Italia aveva scuole di alta formazione pubblica, che imprimevano questa cultura.
Ne uscivano direttori generali, questori, prefetti magari autoritari ma ricchi di «carattere» e con una vera dedizione alla comunità nazionale; si pensi al prefetto Mori.
Il liberismo, attaccando lo Stato nazionale («residuo del passato, i confini non esistono più, sono un ostacolo al commercio») ha fatto sparire questa cultura.
In più come ha sancito la Thatcher, la sua ideologia sancisce che «non esiste la società, esistono solo individui».

Per questo abbiamo Mastella, o la Lega, o le rivoltanti «autonomie regionali» secessioniste di fatto. Per questo pulluliamo di particolarismi, dove ognuno pensa a sé, da vero «liberale assoluto», anche quando si proclama «comunista» o «fascista».
Per questo le università non producono più grandi giuristi: i confini di Stato sono anzitutto i limiti entro cui si applica il diritto nazionale, e «la sparizione dei confini ha fatto sparire il diritto», sostituito dai «regolamenti europei» da nessuno votati, da «direttive» suggerite da lobby anonime a Bruxelles.
Dalle università è scomparsa anche l’economia politica: i sedicenti economisti italioti d’oggi sono scopiazzatori dei dogmi del liberismo globale di Chicago.
Oppure loschi tecnocrati europei alla Padoa Schioppa.
Quando questa ideologia liberista cadrà – come è caduto il marxismo e per gli stessi motivi: perché è contraria alla vita umana – e avremo bisogno di gruppi capaci di dirigere la nazione ridotta all’autarchia, non li troveremo.
Mastella e Luxuria non ci serviranno a nulla.
Né la Lega, né Forza Nuova, né Forza Italia.
E visto che mi hanno bollato come «ideologo di Forza Nuova», è il caso di parlarne.

Forza Nuova riprende e posta i miei modesti articoli: dichiaro che ne sono felicissimo, perché le idee che esprimo non sono nemmeno tutte mie – anzi sono una elaborazione di idee che ho imparato da altri, migliori – e una volta espresse, è bene (per la nazione) che le idee circolino il più possibile, senza brevetti di proprietà.
Se il Manifesto o Indymedia riprendessero i miei articoli, persino senza la mia firma, ne sarei ugualmente felice.
E’ un guaio che non lo facciano e si trincerino nel loro ideologismo fondamentalista; lo ritengo un segno di debolezza e paura, oltrechè di rozzezza intellettuale.
Mi invitano più spesso gruppi di destra: non è colpa mia.
Quando mi ha invitato «Faremondo», i rossi intelligenti di Bologna, ne sono stato felice, ho apprezzato il coraggio di Emanuele Montagna che mi ha invitato (e che avrà i guai suoi con i compagni, per questo «infiltrato») – anche se su tante questioni mi ha espresso il suo disaccordo
– e sono onorato di chiamarmi suo amico personale, come spero sia per lui.
Certamente abbiamo visioni diverse dell’interesse nazionale, magari opposte.
Ma Montagna è inoltre un uomo buono, più buono di me (ci vuol poco).
Quando mi rimprovera i miei impulsi «di destra», lo fa con argomenti su cui spesso debbo dargli ragione.

Sono amico anche di Roberto Fiore, il capo di Forza Nuova.
Non sapevo nulla di lui fino a qualche anno fa.
Ricevetti un invito ad andare a Londra a parlare ad una piccola società che in Inghilterra trovava stanze e posti-letto per studenti italiani d’inglese.
Era la ditta di Roberto Fiore e di Massimo Morsello, allora entrambi latitanti perché accusati falsamente di un numero di «stragi fasciste» mai commesse, e di cui sono stati assolti con formula piena.
Per non aver commesso il fatto.
Trovai che Fiore era una persona ragionevole (ai tempi, come me, aveva speranze in Berlusconi: speranze tradite, ma non per colpa nostra), simpatica e molto ben informata sulle questioni internazionali.
Trovai che era tornato al cattolicesimo, ed ha dieci figli, dieci (da un’unica donna, sua moglie legittima…).
Ora che è tornato in Italia ed ha organizzato la sua Forza Nuova, sono in disaccordo con lui sui metodi, le tattiche e molte delle sue idee, e gliel’ho detto.
Lasciamo da parte le etichette: «fascismo», «teppismo», «skinhead».
La mia obiezione principale è un’altra.
La visione nazionale non è nazionalismo ottocentesco.
Se vogliamo, è una visione antichissima: si rifà a Roma imperiale.
Ed ora sottolineo il perché, a beneficio di chi mi accusa continuamente di razzismo.

Roma fu la più grande integratrice di popoli diversi, che chiamò a partecipare al suo potere barbari e nordafricani, li civilizzò, addossando loro il peso di corresponsabilità nel governo, offrendo ad essi di «fare le cose insieme».
Settimio Severo era stato un bravo generale bèrbero, e fece una certa carriera nello Stato: diventò imperatore.
Quella è civiltà: siccome «c’è da fare» e tanto – governare un impero, sollevare le condizioni di vita e di cultura generali, più gente si guadagna a condividere il compito (e migliori si rendono quei collaboratori) meglio si fanno le cose, meglio avanza il progetto comune.
Lo stesso fece la Spagna, quando ebbe il suo impero: quando il re dovette decidere se stanziare i fondi per mandare Colombo nell’oceano, impresa mai tentata prima, il fatto che Colombo non fosse iberico, «dei nostri», non entrò nemmeno per un istante nella valutazione dei pro e dei contro.
Anche l’impero americano ha fatto qualcosa di simile, fino a quando non è caduto sotto il colpo di Stato di Bush e dei neocon.
Come applicare la lezione di Roma, senza retorica, nella attuale situazione italiana, ahimè ben poco imperiale?
Verso gli immigrati, direi questo: essi devono essere soggetti alle leggi nazionali con rigore eguale a quello usato per i cittadini; senza privilegi sui cittadini di nascita, senza mutui agevolati ed esenzioni dal ticket che sono negati ai cittadini nati qui.
Ci dev’essere anche la coscienza che i cittadini nati e cresciuti italiani hanno qualche «precedenza» nella divisione dei fondi, perché pagano le tasse da molto più che gli immigrati ed hanno contribuito di più alla nazione.
I poveri, specialmente: abbiamo un obbligo primario verso i «nostri» poveri, prima che verso i loro.

Oggi il problema politico primario italiano è che ci opprime la Casta inadempiente e costosissima, il ceto parassitario che – in altre condizioni – suscitò contro di sé la rivoluzione francese.
E’ quello il nemico principale, contro cui non bisogna distrarsi né perdere tempo scontrandosi con nemici secondari o fantastici.
Per questo, occorre radunare il numero maggiore possibile di italiani onesti, renderli coscienti del problema primario, organizzarli nella protesta efficace.
Ci sono, sono a «sinistra» come «a destra», etichette ormai truffaldine.
Orbene: se per questo scopo altamente nazionale si deve rinunciare a simboli che ricordino il fascismo e perciò suscitano il rifiuto istintivo a «sinistra», se certe tattiche dividono quando è necessario unire, si rinunci ai simboli.

L’attaccamento a simboli passatisti, e perdenti verso l’opinione pubblica per giunta (data la schiacciante propaganda contraria) non indica solo che non si sa distinguere l’essenziale dal superfluo.
Indica, temo, un ritrarsi «identitario» – e le «identità etniche» o gli etnicismi sono contrari all’interesse nazionale – un rimpicciolimento, un volontario rinchiudersi in un ghetto.
Non lo fa solo Forza Nuova, lo fanno tutti i partiti.
Quando ciò avviene, vuol dire che «non c’è tanto da fare», o non lo si vuol fare: ci si contenta di difendere la propria «identità», gridando nel vuoto, invece di «chiamare a raccolta genti diverse a fare qualcosa di grande insieme».
Vuol dire che non si ha nessun progetto per la comunità, né l’energia e la volontà di realizzarlo.
Un simile movimento politico, qualunque sia l’etichetta che si dà, è secondo me «inautentico» (1): non coglie la situazione autentica, si rifugia in nostalgie, simboli e mondi fantastici, situati in qualche plaga lontana tra la Luce del Nord e il paese di Tolkien, e molta tifoseria.
Ma qui non si sta recitando la parte dei guerrieri antichi.
Qui ci sono le tasse che colpiscono i piccoli e i deboli, ci sono le corruzioni scandalose a spese dei pensionati minimi, c’è lo spreco del denaro dei contribuenti che l’hanno guadagnato col sudore della fronte.
C’è la prosaica realtà del degrado generale della nazione, della sua incultura e ignoranza crescente, dei suoi particolarismi trionfanti (questi sì illegittimi): e purtroppo, né Tolkien né Evola sono di aiuto come manuali sul «cosa fare» oggi, subito, per i pensionati e i malati e gli immigrati che lavorano, ed hanno diritto alla protezione della legge come tutti noialtri.

La stessa cosa avviene a «sinistra»: il sogno bolscevico, la rifondazione del comunismo, non sono meno irrealisti e inautentici.
Compagni, basta sognare!
Le Officine Putilov non esistono più, e non esiste più la Breda, la Falck, la Pirelli.
Quelli che avete votato ve le hanno vendute, saccheggiate, e mandate in Cina.
La prima cosa che ha fatto Veltroni per avere una chance di governare è «farsi una banca», Montepaschi-Antonveneta: capitalismo finanziario-parassitario, a spese dei risparmiatori, ma purtroppo questa è la realtà attuale.
Rileggete la vera lezione di Marx: anzitutto, partire dall’analisi della società così com’è, dei rapporti economici reali e spietati.
Mai perdere il contatto con la realtà, anche se è complessa come oggi.
Questo direi anche a quelli del Manifesto, se mi invitassero a parlare.
Non mi invitano, e allora sono «di destra».

Ma non avete ancora capito chi è il «nemico principale»?
Perché perdete anche voi tempo con nemici secondari e creati dalla vostra fantasia, dai vostri incubi?
E’ una scusa, secondo me.
Per nascondere che ritenete «non ci siano cose da fare», o che non siete capaci di farle.
In questo, siete identici a Berlusconi.
Eh sì.
Anche lui annuncia continuamente che il governo Prodi cade, sta per cadere, cadrà da solo: bella scusa per non fare niente, per non radunare forze reali allo scopo.
Dicono che si sia stufato della politica: benissimo, ma allora perché non se ne va?
Incoroni Tremonti, gli passi l’elettorato di Forza Italia e tolga l’ingombro.
Tremonti forse ha il «carattere» che serve, ha una visione per la nazione.
Perché il problema italiano così tragicamente urgente è aggravato dall’ingombro di personaggi che «non hanno più niente da fare», non sanno «cosa fare», e si ostinano a non togliere il disturbo, a restare sulla scena confondendo le acque torbide.
Luxuria protesta perché un parroco l’ha rifiutata (rifiutato?) come testimone di nozze religiose: scusate, vogliamo seriamente spaccarci su questo, sul «diritto» del trans a fare il testimone di nozze?
E’ da qui che si distingue chi è di «destra» da chi è «di sinistra»?
E gli operai meno pagati d’Europa, devono aspettare che, prima, siano soddisfatti i «diritti» del trans?
E’ questa la priorità nazionale?
L’individualismo edonista è di sinistra?

Non faccio moralismo.
Lo so, si ride molto sui giornali del «decalogo della Mafia» scoperto dopo gli ultimi arresti: com’è moralista, com’è vecchio-cattolico!
Rispetta tua moglie, non guardare le donne dei compagni mafiosi, mantieni la parola data, è vietato drogarsi.
Siamo così stupidi, che ne ridiamo.
Senza capire il perché i capi-bastone abbiano stilato un decalogo e ci tengono tanto, da minacciare di morte chi lo viola: perché quelli hanno «cose da fare».
Le stanno facendo.
E sono tante le cose da fare, che hanno bisogno di uomini veri, duri, di carattere, che non perdano tempo a toccare il culo alle donne, che arrivino di corsa quando li si chiama («anche se tua moglie sta partorendo»), e che non arrivino strafatti di coca: abbiamo da fare, mica giochiamo qui, mica possiamo permetterci un senatore a vita di 82 anni cocainomane, o di imbucare nei posti alti un cugino scemo e fumato tanto per dargli un reddito.
Se no l’impresa va a catafascio, il progetto generale crolla, e la mafia cinese – albanese, ebraica, fate voi – ci rosicchia il nostro impero.
In breve, quello non è il codice della Mafia: è il codice del «comando».
Chiunque comandi davvero, e abbia qualcosa di autentico da fare, impone un codice simile a sé e ai suoi sottoposti.
Devo dire che solo i siciliani hanno il carattere del comando, oggi, purtroppo guastato dal particolarismo, dalla secessione etnicista.
Ed è un peccato – uno spreco per la nazione – che lo Stato, lo staterello, non sia stato capace di attrarre simili caratteri, simili uomini di «comando», duri e laconici.
Più precisamente, non ha voluto: perché si può immaginare cosa farebbero questi «comandanti» a Mastella e a Luxuria, se lo Stato fosse in carico a loro, con tante cose da fare per raddrizzarlo.
Il prefetto Mori era uno così infatti, siciliano.

Definitivamente, questo fa di me uno «di destra».
Eppure – strano – Fini, Alemanno, Storace, non mi hanno mai chiamato a parlare ai loro ragazzi. Non sono abbastanza «di destra», per loro.
Allora, in che casella sto?
Qual è l’etichetta che mi spetta?
Lasciamo perdere le etichette, o almeno troviamone di nuove.

Maurizio Blondet


Note

1) Un esempio patente di inautenticità è stato dato dalla «caccia al romeno» scatenata da giovani di Roma.
Questi giovani si richiamano in qualche modo al fascismo.
Ma nel fascismo, che al suo apice fu una realtà internazionale, la Romania era un Paese-fratello.
Decine di migliaia di soldati romeni seguirono i nostri alpini nella tragica ritirata di Russia: i nostri padri soffrirono insieme.
Per di più, come ha notato anche Il Secolo di Fini, questi giovani «neri» di oggi rievocano Codreanu, il capo del movimento nazionale romeno… ma poi danno la caccia ai romeni. Che cosa significa?
Che la memoria storica nazionale di questi «fascisti» è una tradizione morta, inoperante.
La «tradizione» che vive in loro è quella della tifoseria calcistica, il «noi» contro «loro», la xenofobia incivile, e molto americana.

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Della serie : invecchiando si rinsavisce?

Il "pastrocchio" degli organi costituzionali sul caso visco

In questi giorni abbiamo assistito a quello che è stato detto in parlamento sul caso visco. Tutti sappiamo comè finita ed abbiamo sentito le giustificazioni. Giustificazioni che immediatamente, dalla grancassa mediatica, sono state spacciate per buone.
Naturalmente un comportamento del genere è giustificato dall’enorme ignoranza degli italiani in merito alla conoscenza della costituzione, della legge e dei regolamenti parlamentari.
Non voglio farne una colpa ai miei connazionali, anche se il "diritto" si studia a scuola ( e non si urla nelle piazze) ma voglio indicare tutti coloro che hanno spacciato per verità le menzogne.

Cominciamo :
  1. I decreti di nomina o di revoca delle alte cariche civili o militari, dello stato, rientrano nella competenza del presidente della repubblica art.87 della Costituzione che recita : 
    • Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale.
    • Può inviare messaggi alle Camere.
    • Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione.
    • Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo.
    • Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti.
    • Indice il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione.
    • Nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato.
    • Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l’autorizzazione delle Camere.
    • Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere.
    • Presiede il Consiglio superiore della magistratura.
    • Può concedere grazia e commutare le pene.
    • Conferisce le onorificenze della Repubblica. 
  1. Tutti i decreti della pubblica amministrazione devono essere motivati (quindi anche quelli del caso in esame) e cioè devono spiegare e contenere i motivi del perchè della loro emanazione.
  2. A causa del punto precedente, i decreti di nomina e di revoca del comandante generale della guardia di finanza così come quello di nomina alla corte dei conti ( la buona sistemazione secondo padoa schioppa) rientrano nella competenza del presidente della repubblica e perciò in quanto atti della P.A. debbono contenere, quantomeno nelle premesse, la motivazione dell’atto ed il perchè della loro emanazione.
  3. La delibera del consiglio dei ministri costituisce l’imput necessario all’emanazione dell’atto, quindi solo la premessa necessaria, ed illustrarne con chiarezza la motivazione.
  4. La controfirma del presidente del consiglio dei ministri, nella specie, costituisce solo l’attestazione della validità dell’atto del Presidente della Repubblica e la dichiarazione di responsabilità in suo luogo nel rispetto dell’ art 89 della Costituzione che recita :
    • Nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità.
    • Gli atti che hanno valore legislativo e gli altri indicati dalla legge sono controfirmati anche dal Presidente del Consiglio dei Ministri.
  1. Nessuna legge, né costituzionale né ordinaria, obbliga il Presidente della repubblica ad emanare decreti ( in questo caso di nomina e di revoca) che il governo gli sottopone “a scatola chiusa”, senza che egli possa esercitare il suo diritto di vigilanza e di critica quanto meno sui contenuti e sul procedimento della emanazione del decreto.

Da quanto sopra ne consegue che il Sig. Napolitano sarà pure persona per bene ma, ragionando per ipotesi i casi sono :

  • o, non conosce la costituzione ed i diritti conseguenti ad un capo dello stato
  • o, qualcuno gli ha fatto dire cosa non vera, cioè il falso, circa la sua totale estraneità al caso visco / Speciale
  • o, è perfettamente a conoscenza sia dei suoi diritti che di tutta la vicenda in esame 

Quindi, firmando acriticamente i decreti, in ogni caso gli ha pienamente condiviso sia la loro impostazione che la motivazione e non può pertanto tirarsi fuori e dirsi estraneo alla faccenda.

Tutto questo ci porta a pensare ad una manovra condivisa da tutte le istituzioni dello stato che viola in modo inconfutabile i dettami della costituzione e della legge vigente, cosa gravissima in una nazione che si reputa “democratica”. Tutto questo al fine di insabbiare l’inchiesta sulle cooperative rosse?.

Una domanda sorge spontanea : Siamo ancora in uno stato di diritto?