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Contro le sofferenze degli animali

La macellazione rituale è una barbarie che non può passare inosservata e deve essere immediatamente fermata.
Chi non vuole stare alle nostre regole se ne deve andare e Basta!
Sentiamo la voce della sociologa Florence Bergeaud-Blackler sulla campagna per fermare questa barbarie :
parte del progetto culturevisuelle.org, sostiene che benché la nuova campagna si basi su delle «verità difficili ma necessarie, è una calamità». Una legge degli anni Sessanta rende obbligatorio, in Francia, lo stordimento dell’animale: le comunità ebraiche, nel 1964, riuscirono ad ottenere una deroga per la macellazione kascher che fu allargata, negli anni Ottanta, alle comunità islamiche. Il problema, dice la sociologa, è che oggi si utilizza il metodo senza stordimento in maniera diffusa – e su scala industriale – perché è più “conveniente” economicamente: niente tempi morti e più produttività. «Non si tratta di un problema tra religiosi e politici, ma di un rapporto di forza tra politica e economia, ormai sempre più favorevole a quest’ultima». Per Bergeaud-Blackler questo è un messaggio pericoloso: gli animali sono difesi male perché «soffrono di una macellazione industriale – qui detta rituale – che rappresenta una regressione» e di, fatto, mettono nella polemica toni «razzisti» e «antisemiti» che allontanano dal vero problema. La questione andrebbe risolta in Europa, dove esiste una direttiva al riguardo (CE n°1099/2009 del 24 settembre 2009) che per gli islamici non è applicata.

Manifestate in tutta Italia per chiedere di fermare la macellazione rituale «Ogni giorno migliaia di animali sono barbaramente macellati». «Stop alla lobby islamica»

Ecco in video come si giustificano : Macellazione islamica: misericordia di Dio – Mercy Halal Islamic Slaughter

Naturalmente i musulmani parlano di attacchi alla loro religione, di razzismo, di xenofobia e bla bla :
Nel Nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso
Gli attacchi contro il metodo di macellazione islamico ‘Halal’ da parte degli animalisti, che raccontano la “favola” di un barbaro e sanguinario rito di macellazione, sono in costante aumento.
Esistono due diversi aspetti di questa controversia: il programma dei vegetariani, che vorrebbero proibire totalmente il consumo dei prodotti animali, e la lobby degli animalisti, che si fa portavoce della richiesta di un metodo di macellazione più umano.
GLI ANIMALI POSSIEDONO DIRITTI?
La tesi avanzata dai vegetariani sostiene che uccidere gli animali per il giovamento dell’uomo sia crudele e che sia una violazione dei loro diritti. Secondo il loro punto di vista, uomini e animali sono sullo stesso piano e non viene riconosciuta all’essere umano nessun tipo di autorità su di essi. Questo ragionamento è totalmente errato in quanto se gli animali avessero diritti paragonabili a quelli dell’uomo, dovrebbero avere, allora, anche equivalenti doveri; in altre parole dovremmo essere in grado di accusarli e punirli nel momento in cui violano i diritti altrui.
E’ assurdo che venga considerato un crimine se un essere umano uccide una pecora, mentre ritenuto “normale” se è un leone a farlo. Il problema deriva dall’idea sbagliata del ruolo dell’uomo all’interno del regno animale: la rinnegazione dello scopo della creazione all’interno di una gerarchia delineata in maniera precisa degrada l’uomo allo stesso livello delle altre creature.
Ma anche in questo caso il ragionamento è illogico: perché allora alle piante non viene concesso lo stesso tipo di protezione contro la violazione della sacralità della loro vita?

E’ chiaro, che la nostra cultura non ha nulla da condividere con quella menzoniera islamica? Decidete voi se rispettare la barbarie o continuare a mangiare carne di animali uccisi in questo modo :

This video filmed by GAIA exposes the suffering caused by the Halal method of animal slaughter.
As you can see the animals are not stunned before they are killed. Many animals endure several minutes of sheer panic and agony before they die. This slaughter is happening around the world including Europe. It is also happening in the U.K. This meat is also being imported to the U.K. in large quantities RIGHT NOW. It is being sold in restaurants, pubs, schools, supermarkets, and many fast food outlets across the UK – completely unlabeled.
You may well have eaten this stuff without realising it.
In some abattoirs the animals are stunned so that they are partially paralysed but not rendered unconscious, so called ‘stun to stun’ This kind of stunning can often be more cruel as the animal cannot express the pain it is suffering.
Please write to your MP and demand a ban on Halal and Kosher slaughter in Europe and clear labeling of un-stunned meat: www.writetothem.com

Contro la vivisezione, in 10mila a Roma

«Chiudete il lager di cani Green Hill»

Manifestanti da tutta Italia per chiedere di chiudere l’allevamento di beagle Green Hill: «Ogni mese mandati a morte 250 cani». «Stop alla lobby farmaceutica»

proteste-vivisezione
proteste contro la vivisezione

Gli animalisti in piazza a Roma hanno sottolineato che «Green Hill è un lager in cui sono rinchiusi 2.700 cani, animali, identificabili solo da un numero, che nascono per morire e sono condannati a soffrire. Ogni anno inoltre, solo in Italia, quasi 1 milione di animali sono sottoposti a esperimenti crudeli, che non forniscono neppure dati utili alla salute umana. Le alternative già esistono e in molti casi hanno completamente sostituito l`utilizzo degli animali. Il diritto alla vita non è solo un privilegio di alcuni, bensì di tutti gli esseri viventi»

«In questi giorni nella XIV commissione al Senato – hanno aggiunto gli animalisti – si stanno decidendo le sorti di questo allevamento, tramite l`inserimento del divieto di allevamento di cani, gatti e primati su tutto il territorio nazionale per vivisezione. Tale legge è osteggiata dalla lobby farmaceutica che sta cercando in ogni modo di bloccarla e permettere a Green Hill di continuare ad esistere. Sabato mostreremo al Parlamento come la gente è stanca che le leggi si pieghino al volere delle lobby: la volontà popolare espressa in questi due anni in maniera assolutamente chiara e senza mezzi termini chiede la fine della vivisezione».

In linea di principio le anime belle mi trovano d’accordo, peccato che dimentichino qualcosa di ben più gravee radicato in certi ambienti : la macellazione rituale.

Cosa sono 250 cani rispetto milioni di capi di bestiame, pollame etc che ogni giorno vengono lasciati morire tra atroci spasmi? A tal proposito c’è da sottolineare che la legge italiana vieta le inutili sofferenze degli animali adibiti al macello, peccato che i nostri legislatori nel nome del rispetto delle religioni abbiano fatto deroga alla legge :

Autorizzazione alla macellazione degli animali secondo i riti religiosi ebraico e islamicoLegge 14 ottobre 1985, n. 623 e Decreto legislativo 1° settembre 1998, n. 333 Attuazione della Direttiva 93/119/CE relativa alla protezione degli animali durante la macellazione e l’abbattimento.

Le vittime italiane dei gulag di Tito

Questo articolo è il seguito di quelli già fatti sui gulag comunisti, buona lettura

Premessa

-Giuseppe Spano aveva 24 anni e molta fame. In poco più di un mese aveva perso oltre 20 chili ed era diventato pelle e ossa. Quel 14 giugno 1945 non resistette e rubò un po’ di burro. Fu fucilato al petto per furto.
-Ferdinando Ricchetti aveva 25 anni ed era pallido, emaciato. Il 15 giugno 1945 si avvicinò al reticolato per raccogliere qualche ciuffo d’erba da inghiottire. Fu fucilato al petto per tentata fuga.
-Pietro Fazzeri aveva 22 anni e la sua fame era pari a quella di centinaia di altri compagni. Ma aveva paura di rubare e terrore di avvicinarsi al reticolato. Il 15 luglio 1945 morì per deperimento organico.
In quale campo della morte sono state scritte queste storie? A Dachau, a Buchenvald oppure a Treblinka? No, siamo fuori strada: da uno di questi lager di Tito.
Borovnica, Skofja Loka, Osseh. E ancora Stara Gradiska, Siska, e poi Goh Otok, l’Isola Calva. Pochi conoscono il significato di questi nomi. Dachau e Buchenvald sono certamente più noti, eppure sono la stessa cosa. Solo che i primi erano in Jugoslavia e gli internati erano migliaia di italiani, deportati dalla Venezia Giulia alla fine del secondo conflitto mondiale e negli anni successivi, a guerra finita, durante l’occupazione titina.

I deportati dimenticati in nome della politica “atlantica”

Una verità negata sempre, per ovvi motivi, dal regime di Belgrado, ma inspiegabilmente tenuta nascosta negli archivi del nostro ministero della Difesa. Oggi il Borghese è entrato in possesso dei documenti segreti che, oltre a fornire l’ennesima prova dell’Olocausto italiano sui confini orientali, sono un terribile atto di accusa non solo nei confronti di Tito, ma soprattutto verso tutti i governi che si sono succeduti dal 1945 in poi. Partendo da quello di Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti, per finire con gli ultimi di Silvio Berlusconi., Lamberto Dini e Romano Prodi. Perchè nessuno ha parlato? Perché nessuno ha tolto il segreto ai documenti che provano (con tanto di fotografie) il massacro e le torture di migliaia di italiani? Semplice: la verità è stata sacrificata alla ragion di Stato. Vediamo perché.

Belgrado, nell’immediato dopoguerra, si avvia sulla strada dello strappo con Mosca ed il nascente blocco occidentale vuole a ogni costo che quel divorzio si consumi. Ma il costo l’ha pagato solo il nostro Paese il cui governo, per codardia, accetta supinamente di sacrificare sull’altare della politica atlantica migliaia di giuliani, istriani, fiumani, dalmati. Colpevoli solo di essere italiani.

“Condizioni degli internati italiani in Jugoslavia con particolare riferimento al campo di Borovnica (40B-D2802) e all’ospedale di Skofjia Loka (11-D-2531) ambedue denominati della morte” titola il rapporto del 5 ottobre 1945, con sovrastampato “Segreto”, dei Servizi speciali del ministero della Marina. Il documento, composto di una cinquantina di pagine, contiene le inedite testimonianze e le agghiaccianti fotografie dei sopravvissuti, accompagnate da referti medici e dichiarazioni dell’Ospedale della Croce Rossa di Udine, in cui questi ultimi erano stati ricoverati dopo la liberazione, e da un elenco di prigionieri deceduti a Borovnica. Il colonnello medico Manlio Cace, che in quel periodo ha collaborato con la Marina nel redigere la relazione che, se non è stata distrutta, è ancora gelosamente custodita negli archivi del ministero della Difesa, lasciò fotografie e copia del documento al figlio Guido, il quale lo ha consegnato alle redazioni del Borghese e di Storia Illustrata.

Orrore: il carabiniere Damiano Scocca, classe 1921 fotografato all’ospedale di Udine nell’agosto del 1945 dopo la liberazione dal lager jugoslavo.

 

Manca il cibo ma abbondano le frustate.

“Le condizioni fisiche degli ex internati”, premette il rapporto, “costituiscono una prova evidente delle condizioni di vita nel campi Jugoslavi ove sono ancora rinchiusi numerosi italiani, molti dei quali possono rimproverarsi solamente di aver militato nelle fila dei partigiani di Tito in fraterna collaborazione con i loro odierni aguzzini…”

Ai primi di maggio del ’45, dopo la capitolazione tedesca, i partigiani di Tito controllano l’intera Istria, giungendo a Trieste e Gorizia prima degli anglo-americani. Sono i giorni del terrore, del calvario delle foibe, ma anche dell’altra terribile faccia della “pulizia etnica”: le deportazioni. Sono migliaia gli italiani internati nei lager jugoslavi e poche centinaia faranno ritorno a casa, dopo aver subito terribili sofferenze.

“Il vitto era pessimo e insufficiente”, racconta nel rapporto il carabiniere Damiano Scocca, 24 anni, preso dai titini il 1° marzo 1945 nella caserma del Cln di Trieste, “e consisteva in due pasti giornalieri composti da due mestoli di acqua calda con poca verdura secca bollita… A Borovnica non si faceva economia di bastonate; durante il lavoro sul ponte ferroviario nelle vicinanze del campo chi non aveva la forza di continuare a lavorare vi veniva costretto con frustate … “.

Il soldato Elio Sandri fotografato all’ospedale di Udine.

“…Durante tali lavori”, afferma il finanziere Roberto Gribaldo, in servizio alla Legione di Trieste e “prelevato” il 2 maggio, “capitava sovente che qualche compagno in seguito alla grande debolezza cadesse a terra e allora si vedevano scene che ci facevano piangere. lì guardiano, invece di permettere al compagno caduto di riposarsi, gli somministrava ancora delle bastonate e tante volte di ritorno al campo gli faceva anche saltare quella specie di rancio”.
Le mire di Tito sul finire del conflitto sono molto chiare: ripulire le zone conquistate dalla presenza italiana e costituire la settima repubblica jugoslava annettendosi la Venezia Giulia e il Friuli orientale fino al fiume Tagliamento.

Il soldato Mario Palmarin (estate 1945).

Notare il particolare del braccio

martoriato (a destra).

Antonio Garbin, classe 1918, é soldato di sanità a Skilokastro, in Grecia. L’8 settembre 1943 viene internato dai tedeschi e attende la “liberazione” da parte delle truppe jugoslave a Velika Gorica. Ma si accorge presto di essere nuovamente prigioniero. “Eravamo circa in 250. Incolonnati e scortati da sentinelle armate che ci portarono a Lubiana dove, dicevano, una Commissione apposita avrebbe provveduto per il rimpatrio a mezzo ferrovia. Giunti a Lubiana ci avvertirono che la commissione si era spostata…”. I prigionieri inseguono la fantomatica commissione marciando di città in città fino a Belgrado.

Prigionieri uccisi perché incapaci di rialzarsi.

“In 20 giorni circa avevamo coperto una distanza di circa 500 chilometri, sempre a piedi”, racconta ancora Garbin ai Servizi speciali della Marina italiana. “La marcia fu dura, estenuante e per molti mortale. Durante tutto il periodo non ci fu mai distribuita alcuna razione di viveri. Ciascuno doveva provvedere per conto proprio, chiedendo un pezzo di pane ai contadini che si incontravano… Durante la marcia vidi personalmente uccidere tre prigionieri italiani, svenuti e incapaci di rialzarsi. I morti però sono stati molti di più… Ci internarono nel campo di concentramento di Osseh (vicino Belgrado, ndr). Avevamo già raggiunto la cifra di 5 mila fra italiani, circa un migliaio, tedeschi, polacchi, croati…”.
Chi appoggia Tito nel perseguire il suo obiettivo di egemonia sulla Venezia Giulia? Naturalmente il leader del Pci Palmiro Togliatti, che il 30 aprile 1945, quando i partigiani titini sono alle porte di Trieste, firma un manifesto fatto affiggere nel capoluogo giuliano:

Lavoratori di Trieste, il vostro dovere è accogliere le truppe di Tito come liberatrici e di collaborare con loro nel modo più assoluto“.

A confermare che la pulizia etnica é continuata anche a guerra finita sono le affermazioni di Milovan Gilas, segretario della Lega comunista jugoslava, che, in un’intervista di sei anni fa a un settimanale italiano, ammette senza giri di parole: “Nel 1946 io ed Edvard Kardelj andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana… bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni di ogni tipo. Cosi fu fatto”.

Il soldato Mario Cena,

classe 1924.

Skofja Loka, l’ospedale chiamato “cimitero”.

E nei campi di concentramento finiscono anche i civili, come Giacomo Ungaro, prelevato dai titini a Trieste il 10 maggio 1945. “Un certo Raso che attualmente trovasi al campo di Borovnica”, è la dichiarazione di Ungaro, “per aver mandato fuori un biglietto è stato torturato per un’intera nottata; è stato poi costretto a leccare il sangue che perdeva dalla bocca e dal naso; gli hanno bruciacchiato il viso e il petto così che aveva tutto il corpo bluastro. Sigari accesi ci venivano messi in bocca e ci costringevano ad ingoiarli”.
I deperimenti organici, la dissenteria, le infezioni diventano presto compagni inseparabili dei prigionieri. “…Fui trasferito all’ospedale di Skotja Loka. Ero in gravissime condizioni”, è il lucido resoconto del soldato di sanità Alberto Guarnaschelli, “ma dovetti fare egualmente a piedi i tre chilometri che separano la stazione ferroviaria dall’ospedale. Eravamo 150, ammassati uno accanto all’altro, senza pagliericcio, senza coperte. Nella stanza ve ne potevano stare, con una certa comodità, 60 o 70. Dalla stanza non si poteva uscire neppure per fare i bisogni corporali. A tale scopo vi era un recipiente di cui tutti si dovevano servire. Eravamo affetti da diarrea, con porte e finestre chiuse. Ogni notte ne morivano due, tre, quattro. Ricordo che nella mia stanza in tre giorni ne morirono 25. Morivano e nessuno se ne accorgeva…”.

il soldato Ezio Vito.

“Non dimenticherò mali maltrattamenti subiti”, è la testimonianza del soldato Giuseppe Fino, 31 anni, deportato a Borovnica ai primi di giugno 1945, “le scudisciate attraverso le costole perché sfinito dalla debolezza non ce la facevo a lavorare. Ricorderò sempre con orrore le punizioni al palo e le grida di quei poveri disgraziati che dovevano stare un’ora o anche due legati e sospesi da terra; ricorderò sempre con raccapriccio le fucilazioni di molti prigionieri, per mancanze da nulla, fatte la mattina davanti a tutti…”.
“Le fucilazioni avvenivano anche per motivi futili…”, scrive il rapporto segreto riportando il racconto dei soldati Giancarlo Bozzarini ed Enrico Radrizzali, entrambi catturati a Trieste il 1° maggio 1945 e poi internati a Borovnica.

Per ore legati ad un palo con il filo di ferro.

«La tortura al palo consisteva nell’essere legato con filo di ferro ad ambedue le braccia dietro la schiena e restare sospeso a un’altezza di 50 cm da terra, per delle ore. Un genovese per fame rubò del cibo a un compagno, fu legato al palo per più di tre ore. Levato da quella posizione non fu più in grado di muovere le braccia giacché, oltre ad avere le braccia nere come il carbone, il filo di ferro gli era entrato nelle carni fino all’osso causandogli un’infezione. Senza cura per tre giorni le carni cominciarono a dar segni di evidente materia e quindi putrefazione. Fu portato a una specie di ospedale e precisamente a Skoija Loka. Ma ormai non c’era più niente da fare, nel braccio destro già pul­lulavano i vermi… Al campo questo ospedale veniva denominato il Cimitero…»

Antonio Foschi

visto di spalle.

Nel lager di Borovnica furono internati circa 3 mila italiani, meno di mille faranno ritorno a casa. A questi ultimi i soldati di Tito imposero di firmare una dichiarazione attestante il «buon trattamento» ricevuto. «I prigionieri (liberati, ndr) venivano diffidati a non parlare», racconta ancora Giacomo Ungaro, liberato nell’agosto 1945 «e a non denunziare le guardie agli Alleati perché in tal caso quelli che rimanevano al campo avrebbero scontato per gli altri».

Il bersagliere

Gino Santamaria.

I principali sistemi di tortura.

Per conoscere gli orrori di un campo di concentramento titino è opportuno riassumere i vari tipi di punizione, come emergono dai racconti dei sopravvissuti. La prima è la fucilazione decretata per la tentata fuga o per altri fatti ritenuti gravi da chi comanda il campo, il quale commina pena sommarie. Spesso il solo avvicinarsi al reticolato viene considerato un tentativo d’evasione. L’esecuzione avviene al mattino, di fronte a tutti gli internati.
C’è poi il “palo” che è un’asta verticale con una sbarra fissata in croce: ai prigionieri vengono legate le braccia con un fil di ferro alla sbarra in modo da non toccare terra con i piedi. Perdono così l’uso degli arti superiori per un lungo tempo se la punizione non dura troppo a lungo. Altrimenti per sempre.
Altra pena è il “triangolo” che consiste in tre legni legati assieme al suolo a formare la figura geometrica al centro della quale il prigioniero è obbligato a stare ritto sull’attenti pungolato dalle guardie finché non sviene per lo sfinimento.
Infine, c’è la “fossa“, una punizione forse meno violenta ma sempre terribile, che consiste in una stretta buca scavata nel terreno dell’esatta misura di un uomo. Il condannato, che vi deve rimanere per almeno mezza giornata, non ha la possibilità né di piegarsi né di fare alcun movimento.

Uno dei tanti militari internati nei campi di concentramento titini.

QUESTO ERA IL TRATTAMENTO CHE I PACIFICI COMUNISTI RISERVAVANO AI PRIGIONIERI NEI LORO LAGER!

Queste persone, questi martiri, non hanno avuto (stranamente) una Anna Frank o un Primo Levi che li ricordasse, che testimoniasse l’orrore dei campi di concentramento comunisti. Alle vittime dei Nazisti non manca un solo quartiere che non abbia una strada a loro dedicata.
Le vittime dei regimi Comunisti passano da sempre inosservate… E già, Anna Frank e Primo Levi erano ebrei, quindi le vittime delle guerre sono sempre e unicamente loro: gli ebrei.
Le foto che seguono sono la testimonianza che le Stragi e le Deportazioni di massa, ad opera dei post-titini (Milosevic per citare il nome più conosciuto), esistono ancora:

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RICORDATEVI: NON C’E’ STATA SOLO AUSCHWITZ

Articolo tratto da : Musagetenero

I comunisti italiani nei lager russi

comunisti italiani nei gulag
Gulag. Storia e memoria

Non furono certo fortunati i comunisti italiani, tedeschi e d’altre nazionalità  che trovarono rifugio in Russia; molti dopo la scuola di partito obbligatoria dovettero subire i campi di concentramento, quando iniziò una delle grandi purghe staliniane dovuta all’uccisione del governatore Kirov di Leningrado.
Fra i fuoriusciti aleggiava sempre il sospetto reciproco; spesso una frase sbagliata o una confidenza furono utilizzate per accusare la persona di spionaggio o attività  sovversiva.
Su circa seicento emigrati in Unione Sovietica si calcola che almeno un terzo fu arrestato dal NKVD e spedito nei campi in Siberia.
Emblematica è la figura di Palmiro Togliatti, vicecapo del Comitern e nel dopoguerra personalità  di spicco della politica italiana.
Egli lasciò morire i fuoriusciti italiani imprigionati nei campi, come confermerà  più tardi a Davide Lajolo, al contrario di quanto fecero il capo dei comunisti tedeschi ed il capo dei comunisti austriaci che intervenirono presso Stalin e riuscirono a salvare dalla morte diversi dei loro compagni arrestati.
Stesso trattamento ebbero gli sfortunati prigionieri italiani dell’ARMIR, sui quali Togliatti scrisse: “se un buon numero dei prigionieri morirà  in conseguenza delle dure condizioni di fatto non ci trovo assolutamente niente da dire, anzi“.
Le “qualità ” di Togliatti furono poi confermate all’apertura degli archivi della polizia segreta sovietica.
Un dirigente del P.C.I. esule anch’egli a Mosca, Vincenzo Bianco, scrisse all’epoca dei fatti a Togliatti chiedendogli di intercedere presso Stalin in aiuto dei fuoriusciti italiani.
La risposta fu che alcune migliaia di morti non avrebbero di certo danneggiato la causa comune. Negli anni successivi, visti i contenuti della stessa, si cercò in tutti i modi di far credere che fosse un documento falso, ma purtroppo risultò vera e rispondente alle caratteristiche del suo estensore.
Togliatti tornò in Italia nel marzo del 1944 e subito i parenti dei soldati appartenenti all’ARMIR gli chiesero informazioni sui loro cari; la risposta fu che i nostri soldati stavano bene ed erano trattati con riguardo.
Oggi sappiamo che già  nella primavera del 1943, circa l’80% dei prigionieri era morto di stenti e di malattie. Ogni ulteriore considerazione risulta ovviamente superflua.

Quando il P.C.I. ha celebrato il ventennale della morte di Palmiro Togliatti, rivendicandone l’eredità  politica e, aggiungo io, anche quella ideologica e morale, non una parola fu spesa per tutti i morti provocati dal Comunismo, da Stalin e da tutti i suoi seguaci, fra cui il grande statista Togliatti.

Emilio Guarnaschelli era un operaio comunista torinese che aveva accolto con entusiasmo l’ideale rivoluzionario sovietico; riuscì a raggiungere Mosca proprio quando suo fratello Mario e la direzione torinese del P.C.I. entrarono in disaccordo.
I fuoriusciti italiani ne furono in breve informati e Guarnaschelli ne subì le conseguenze. Deluso dalla situazione sovietica e dalle condizioni di vita della popolazione, contattò l’ambasciata italiana per riottenere il passaporto italiano, tentativo già  allora fatto da numerosi fuoriusciti.
Fu subito arrestato dalla Ghepeù e accusato di essere una spia fascista. Il fratello Mario chiese aiuto al compagno Togliatti che ovviamente non lo degnò neanche di una risposta. Solo all’apertura degli archivi segreti del KGB, si scoprirà  che Guarnaschelli era stato fucilato.
Al ritorno dalla lunga prigionia in terra russa, alcuni ufficiali dell’ARMIR (Giorgio Pittaluga, Ugo Graioni, Domenico Dal Toso, Luigi Avalli e Ivo Emett) diffusero un numero unico intitolato “Russia” in cui accusavano esplicitamente alcuni fuoriusciti italiani per il loro comportamento verso i prigionieri.
I comunisti chiamati in causa furono Ruggero Grieco, Paolo Robotti, Luigi Amadesi e Edoardo D’Onofrio, quest’ultimo come tanti altri fu premiato dal P.C.I. per l’ottimo “lavoro” svolto ed eletto senatore.
Il D’Onofrio, offeso dal contenuto del numero unico pubblicato a cura dell’U.N.I.R.R. (Unione Nazionale Italiana Reduci Russia), denunciò gli estensori per diffamazione.
Siamo nel 1948,  l’Unità ovviamente difese a spada tratta il compagno D’Onofrio e la sua positiva attività  d’aiuto ai nostri connazionali. Durante il processo, la difesa del querelante e tutta la stampa di sinistra cercarono in tutti i modi di eludere le responsabilità  del D’Onofrio ed il processo si ritorse contro il povero “innocente”.
Le accuse dei reduci inchiodarono il senatore alle sue responsabilità ; non potendo negare quanto fu dichiarato dai “colpevoli”, cercò di trasformare i fatti, arrivando ad affermare che gli interrogatori ai quali sottoponeva i prigionieri non erano altro che innocenti conversazioni.
Alla fine del processo, arrivò addirittura a prevedere che una sua condanna, avrebbe potuto avere ripercussioni per gli ancora 28 italiani prigionieri in Unione Sovietica; da notare :
a) che la guerra era abbondantemente finita e l’Italia era passata al fianco degli Alleati
b) la minaccia di stampo mafioso.
Ed infatti il D’Onofrio non vinse la causa e i 28 prigionieri furono condannati a 20 anni di lavori forzati con l’accusa di “attività  antisovietica“; riuscirono a rimpatriare solo nei primi mesi del 1954.
In diversi testi di reduci dal Fronte Orientale, si possono trovare precise indicazioni sulle attività  dei fuoriusciti italiani durante la ritirata dell’A.R.M.I.R. e durante la prigionia dei soldati.
Essendo i comunisti italiani, militanti nell’Armata Rossa, s’infiltravano nelle colonne in ritirata con compiti di spionaggio.
Secondo alcuni autori protagonisti dei fatti, diversi fuoriusciti si macchiarono anche d’assassinio, colpendo a morte i feriti rimasti incustoditi; la presenza di diversi soldati inspiegabilmente uccisi con un colpo alla testa rafforza indubbiamente questa ipotesi.
Per dare un’idea della formazione della classe politica comunista di quegli anni (e dei successivi), potremmo utilizzare le parole utilizzate da Togliatti per definire Giovanni Gentile il giorno del suo assassinio: “bandito politico, camorrista e traditore volgarissimo” (parlo usate tutt’oggi per delegittimare gli avversari politici).
Da ricordare che Gentile era un filosofo e non un appartenente alle forze armate della R.S.I.

Qualche storia

Ogni emigrato appena arrivato doveva riempire un questionario – l’anetka – specificando le proprie esperienze, idee e frequentazioni politiche; questo veniva poi custodito negli archivi dell’Internazionale, venendo aggiornato regolarmente grazie ai rapporti delle numerose spie, confidenti, ecc.
Agli italiani veniva poi subito chiesto se conoscevano Bordiga, se avessero avuto rapporti con lui, quali, e cosa pensavano del suo allontanamento dalla direzione del Partito. Va ricordato che il 15-02-1926 nell’Esecutivo allargato dell’Internazionale vi fu il celebre scontro tra Bordiga e Stalin e da allora tutti gli italiani furono sospettati di bordighismo.
Al momento dell’interrogatorio, l’imputato si vedeva chieder conto di cose fatte o dette, anche confidenzialmente, persino dieci o quindici anni prima. L’obiettivo era far cedere, capitolare, costringere ad atto di sottomissione verso il Partito, fatto passare come organismo che non poteva sbagliare MAI, e magari indurre a far diventare le stesse persone delle spie, infiltrati o provocatori – ben remunerati peraltro – coinvolgendo altri nei processi (fare i nomi di altri “controrivoluzionari” era una delle cose più apprezzate dagli inquirenti e ciò metteva fine ai tormenti).
KRTD: questo era l’acronimo della dicitura di condanna di buona parte di loro e significava “Controrivoluzionario Trozkista/Bordighista”, il che comportava le pene più severe, i lavori peggiori e minori razioni di cibo (nei gulag i detenuti politici erano sottoposti all’autorità dei criminali comuni, cui le Amministrazioni dei campi delegavano il controllo delle baracche e dello svolgimento della vita del campo).
Come risulta evidente, morirono molti più comunisti nelle carceri staliniane che in quelle fasciste; non foss’altro che per questo solo dato, parlare ancor oggi di Antifascismo, per un rivoluzionario, equivale, quanto meno, a disarmare se stessi oltre alla classe.
Uno dei primi italiani ad incorrere nella giustizia sovietica fu Virgilio Verdaro (1885-1960): confinato per disfattismo nel primo conflitto bellico, fu vicino alle posizioni del Soviet di Bordiga e già dal 1918 diviene coordinatore per la Toscana della Frazione Comunista Astensionista (1920) che in tale regione ebbe anche grazie a lui un seguito non trascurabile.
Così, il 15-01-1921 fu tra i fondatori del PCd’I al teatro San Marco di Livorno divenendo membro del primo Comitato Centrale.
Dal 1924 si trasferisce in Urss su incarico del Partito, soggiornando al famigerato Hotel Lux. Inviso per la sua militanza nella Sinistra e critico verso le scelte del Partito e dell’Internazionale – quello fu il periodo della bolscevizzazione forzata del PCd’I ad opera di Zinoviev, della Conferenza di Como (1924) del Congresso e Lione (1926), del Comitato d’Intesa – dal 1927 viene messo sotto sorveglianza dalla Ghepeù (l’ex Ceka leniniana, ossia la commissione contro il saccheggio ed i controrivoluzionari, poi Nkvd, poi ancora Kgb). Nel 1931, prevenendo un imminente arresto, fugge precipitosamente dall’Urss grazie ad una raccolta di soldi dei compagni italiani. La moglie e compagna Emilia Mariottini, impossibilitata a seguirlo perché incinta, fu licenziata dal lavoro e perse l’alloggio al suo rifiuto di diventare spia della polizia e di ricusare il marito. In seguito a ciò perse il figlio e visse in condizioni di estrema povertà fino al 1945, quando riuscì ad espatriare anch’essa.
Verdaro intanto si era stabilito in Belgio dove si riunì coi compagni della Frazione scrivendo spesso sul suo organo – Prometeo – col soprannome di Gatto Mammone. Da quelle colonne spesso denunciò le politiche staliniane. Con la guerra si trasferì nella nativa Svizzera dove perse i contatti con gli altri compagni, tant’è che si iscrisse al Partito Socialista ticinese. Rientrato in Italia, morì a Firenze senza più riavvicinarsi alle posizioni comuniste rivoluzionarie a riprova, probabilmente, che come si dice “è difficile invecchiare nel marxismo…”
Luigi Calligaris (1894-1937): egli, vicino alla Sinistra apertamente ed orgogliosamente sin dalla sua defenestrazione, era riparato in Urss nel 1933 dopo cinque anni di carcere fascista. Presiedette inizialmente il Circolo degli Emigrati di Mosca, il luogo dove di regola si svolgevano i dibattiti politici all’interno delle comunità di emigrati. Come tali erano attentamente sorvegliati dalla Ghepeù che vi aveva molti spie ed infiltrati.
Rimosso da tale carica, dopo aver in precedenza rinunciato ai corsi dell’Università Leninista, per il suo aperto ed ostinato “bordighismo”, partecipava comunque alle sue riunioni e vi aveva formato un gruppo “di sinistra” insieme ad Alfredo Bonciani, Ezio Biondini, Rodolfo Bernetich, Giovanni Bellusich, Arnaldo Silva, Giuseppe Sensi ed agli anarchici Otello Gaggi e Gino Martelli.
Insieme ai primi quattro, nel dicembre del 1934 fecero giungere una lettera a Prometeo – organo della nostra Frazione – a Bruxelles, con cui erano in contatto nonostante la censura poliziesca, denunciando la situazione interna russa e del partito bolscevico.
Arrestato poco dopo l’uscita dell’articolo su Prometeo grazie al lavoro delle spie presenti a Bruxelles, interrogato, torturato per estorcergli le confessioni volute, fu condannato a tre anni di gulag, poi aumentatigli in itinere. Verosimilmente morirà di stenti nel 1937.
Merini, libero dopo dieci anni di gulag ma distrutto nello spirito ed ancora sorvegliato, chiederà alla delegazione del Pci, allora a Mosca per un Congresso (nella persona di G. Pajetta), di essere rimpatriato; il giorno successivo viene di nuovo arrestato dal Nkvd e condannato ad altri dieci anni di gulag, venendo poi ucciso da un delinquente comune in circostanze mai chiarite.
Probabilmente Bellusich e Bernetich furono fucilati già nel 1937. Gaggi e Martelli (che in Italia erano stati condannati rispettivamente a venti e trent’anni di carcere) perirono nei gulag.
Bonciani fu accoltellato a morte nella camera dove risiedeva da due delinquenti comuni italiani (alloggiati per l’occasione alla Casa del Rivoluzionario – ricovero per vecchi bolscevichi – a spese del PCd’I!!). Arrestati dalla “giustizia” sovietica furono condannati a ben… tre mesi, e non è neppure certo che li scontarono per intero. Anche in questo caso i calunniatori stalinisti sostennero che era stato liquidato in quanto la sua attività di spia era nota già da quando era in Italia.
Silva era conosciuto nell’ambiente italiano perché, in carcere durante il noto processo ai comunisti italiani del 1923, riuscì ad evadere da Regina Coeli facendosi passare per un avvocato in visita ai detenuti e si beffò poi del direttore del carcere con una lettera aperta sulla stampa del Partito. In Urss dal 1923, diverrà poi colonnello dell’Armata Rossa. Sarà fucilato nel 1937 o 1938.
Tale gruppo godeva anche della simpatia e dell’appoggio indiretto di Francesco Misiano, figura allora molto nota in quanto presidente del Soccorso Operaio Internazionale, che morirà di malattia alla metà del 1936 poche settimane prima – sembra ora certo – di essere arrestato dalla Ghepeù, e di Guido Picelli, comandante degli Arditi nella celebre battaglia dell’Oltretorrente parmense, ucciso in una trincea spagnola da un colpo… alla nuca (aveva chiesto, come molti altri, di andare volontario in Spagna per sfuggire al molto probabile arresto in Urss, da cui, non va scordato, era impossibile espatriare. Là aveva preso contatti col Poum).
Dalla primavera del 1935 su Prometeo, a firma di Gatto Mammone, comparvero così una serie di articoli che denunciavano la scomparsa di questi compagni (“Il Caso Calligaris”, “Calligaris dov’è?”, “Noi, Calligaris ed il centrismo”, “Denunciamo la scomparsa del compagno Calligaris”). Fu la prima denuncia dei crimini staliniani nella storia.
I compagni della Frazione decisero poi di scrivere una lettera aperta al CC del Partito Bolscevico; lettera che non ottenne nessuna risposta.
Ancora nei primi mesi del 1938, i nostri compagni d’allora della Frazione pubblicarono su Prometeo una lista di circa venti compagni mancanti all’appello, di cui si denunciava la detenzione o, peggio, la liquidazione fisica.
In tale vicenda si inserisce anche quella del giovane operaio torinese Emilio Guarnaschelli, emigrato in Urss nel 1932; non vi è evidenza di suoi legami con la Sinistra, ma anch’egli fu coinvolto nel processo al “gruppo Calligaris” e fu condannato a tre anni, poi raddoppiati, di Siberia, preferendo questa pena all’espulsione dal paese, bollato come “nemico del popolo sovietico e del socialismo”. Vi troverà la morte.
La sua storia è esemplare perché per decenni lo stalinismo ha sostenuto che fosse una spia al servizio dell’Ambasciata Italiana; documenti recenti mostrano che ciò era pura calunnia (anzi, l’Ambasciata ricevette istruzioni precise, dal Ministero, di smettere di interessarsi presso le autorità sovietiche della sua sorte, come di quella della maggior parte degli internati italiani). Lui, come molti altri, compreso Calligaris, privati del passaporto dalle autorità sovietiche ed abbandonati dal partito italiano, richiedeva alle ambasciate d’Italia nuovi documenti per poter espatriare legalmente – diventando ciò sufficiente per essere considerati delle spie. La sua storia fu conosciuta solo grazie alla sua compagna Nella Masutti – internata lei stessa per un certo periodo – che fece stampare il carteggio del Guarnaschelli, coi suoi familiari e con lei, nel dopoguerra nell’ambito di iniziative del movimento trozkista d’oltralpe. In Italia giunse solo negli anni 1970 circondato dallo scetticismo.
Anche la frase con cui chiude una delle sue ultime lettere citata con gioia maligna da tutti gli anti-comunisti nostrani e che gli valse la calunnia picista (“Compagni ci siamo sbagliati… in Urss non c’è il socialismo”) è quella di un giovane operaio comunista, magari politicamente grezzo, che constata come in Urss non ci sia alcunché di socialismo, che vi si vive peggio che in Italia, non certamente di uno che cessa di credere nella possibilità del socialismo. Da considerare che i suoi familiari inizialmente non credevano a quanto lui scriveva sulla sua vicenda e sulla realtà sovietica, tanto erano influenzati dalla propaganda staliniana.
Dante Corneli (1900-1990): anche su di lui si vuole portare l’attenzione dei compagni, pur non essendo ascrivibile in toto alla Sinistra.
È il militante comunista che ha scontato più anni di tutti, ben ventiquattro tra gulag e confino obbligato, riuscendo a sopravvivere, e che più di tutti si è impegnato per far conoscere la sorte dei suoi compagni. Nel 1919 in occasione dello sciopero nazionale di solidarietà con la Repubblica Ungherese dei Consigli, ospitò e conobbe l’allora esule G. Lucakcs, con cui si incontrerà di nuovo, anni dopo, durante la detenzione in Urss. Fuggito nel 1922 da Tivoli dopo aver ucciso un fascista durante degli scontri armati, ripara in Urss ai primi di novembre dello stesso anno, in tempo per assistere alle celebrazioni del V Anno della Rivoluzione, meravigliandosi non poco del fatto che non esistessero palchi per le autorità e che ogni semplice militante potesse stringere la mano e chiacchierare, come lui fece, con bolscevichi di primo piano come Trotsky e Bucharin (cui rimase molto legato fino alla sua morte). Operaio, membro dell’Opposizione, nel 1927 viene espulso dal Partito bolscevico per rientrarvi due anni dopo con la svolta “a sinistra” di Stalin menzionata all’inizio. Dopo ciò frequentò sempre meno attivamente i Circoli degli Immigrati subdorando l’atmosfera di sospetto e culto dei capi che vi si respirava. Nel 1936 viene arrestato e sconterà in tutto ventiquattro anni tra gulag e confino; la sua è una vicenda giudiziaria kafkiana (per es., la prima condanna scadeva il giorno stesso in cui l’Italia dichiarò guerra all’Urss, cosicché la stessa gli venne procrastinata, senza che venisse stabilito un termine, in quanto, oltre che trozkista, era anche una spia fascista al servizio di Mussolini!). Nel 1970 rientra in Italia grazie all’interessamento dell’amico di gioventù U. Terracini e da allora, per i successivi vent’anni, scriverà molti testi per narrare la storia dei comunisti italiani in Urss, delle sue vittime – di cui fece un elenco alfabetico di circa tremila nomi – e… dei suoi persecutori; nessuno di questi fu mai pubblicato da nessuna casa editrice, neppure nell’ambito della Nuova Sinistra degli anni 1970, tant’è che fu costretto a stamparli a proprie spese. Sembra anche, ma non è certo, che in sua assenza una parte dei manoscritti furono prelevati da casa sua da sconosciuti agenti della…Siae – verosimilmente funzionari del Pci – come raccontato dall’anziana sorella. Fu pubblicato solo nel 1978 e solo da La Pietra – di area Pci – il suo “Diario di un redivivo tiburtino”, seppur amputato in alcune sue parti e con un taglio in linea con le politiche dominanti nel Pci d’allora. Tale testo sarà ristampato solo nel 2000 a cura della Fondazione Liberal, covo di pericolosi rivoluzionari (!) come Romiti, Tronchetti-Provera, Della Valle, Galli della Loggia, Panebianco ed altri simili figuri…
Egli chiese più volte incontri pubblici per denunciare la sua, e non solo, vicenda ottenendo scarsa attenzione; nel 1978 fu ospite del giornalista televisivo Enzo Biagi per un contraddittorio con Roasio e nel 1982 fu intervistato per Repubblica da M. Mafai.
Morirà praticamente isolato ed in grosse difficoltà economiche.
Stessa sorte era toccata vent’anni prima ad un altro suo corregionale, Antonio Scarioli. Rientrato in Italia, a Genzano, in provincia di Roma, alla morte di Stalin dopo molti anni di gulag, “osò” parlare coi “compagni” del Pci cittadino delle sue vicende e questo fu il motivo per cui venne, prima, considerato come pazzo e, successivamente, gli fa perdere il lavoro di bracciante nella cooperativa “rossa” dove lavorava, ed il relativo l’alloggio.
Corneli è importante anche per una testimonianza in prima persona da Vorkuta. Mentre altri detenuti accettavano rasseganti il loro destino cercando di sopravvivere alle meschinità, alle violenze e alle durezze quotidiane che la terribile vita dei campi imponeva, mentre altri ancora pensavano d’esser stati vittime d’un errore continuando ad aver fede cieca nel Partito e nel Piccolo Padre, cui venivano indirizzate giornalmente centinaia di suppliche di revisione dei loro casi, Corneli ha modo di tratteggiare, in modo vivido e ammirato, gli internati che si dichiaravano trozkisti, forti delle loro convinzioni e mai domi – molti di essi erano detenuti già da circa un decennio – e che rappresentavano un mondo a sé. Tramite iniziative di lotta, quali astensioni dal lavoro, scioperi della fame, resistenza passiva, avevano ottenuto dalle Direzioni di molti campi di poter vivere raggruppati nelle stesse baracche, di formare omogenee colonne di lavoro (col che poter essere d’aiuto ad altri compagni cui non riusciva di raggiungere la propria quota individuale di produzione assegnata, indispensabile per ricevere il vitto necessario a sopravvivere nel clima siberiano), di non aver nessuno contatto coi criminali comuni – i veri padroni dei campi. Inoltre, ricorda ancora Corneli, quelle stesse persone…

dopo 10, 12 od anche 14 ore di lavoro nel gelo siberiano a meno 30 sotto zero trovavano ancora la voglia ed il tempo per interminabili discussioni notturne sul Capitalismo, il Partito, la Classe, la Collettivizzazione, l’Accumulazione Primaria, il Nazifascismo, la Democrazia ecc.

Taluni di loro, quasi sempre bolscevichi della prima ora, avevano anche copie “segretissime” dei libri messi all’indice da Stalin di cui spiegavano il contenuto ai compagni più giovani. Inoltre, avevano sviluppato una fitta rete di corrispondenze coi detenuti degli altri campi attraverso i sistemi più ingegnosi; famosi erano i “giornali volanti”, consistenti in singoli articoli redatti collettivamente che i compagni prossimi al trasferimento da un campo all’altro trasportavano (occultandoli addirittura nelle asole dei bottoni o dentro i pesanti berretti di pelliccia) per sviluppare il dibattito sui temi più sentiti. Quando questo sistema fu scoperto dalle autorità, gli stessi incominciarono ad imparare a memoria ciò che dovevano poi riferire ai compagni nei gulag di destinazione…
Col 1937 però tutto questo cessò; la vita nei lager peggiorò sensibilmente per tutti e – ricorda Corneli – nella sola Vorkuta le esecuzioni notturne dei trotzkisti andarono avanti per molte notti consecutive. I sopravvissuti persero tali “benefici” e furono dispersi nell’immenso universo concentrazionario.
Vincenzo Baccalà: ex segretario della federazione romana del PCd’I, arrestato e fucilato nel 1937, è noto tramite le memorie della moglie e compagna Pia Piccioni, il cui “Compagno silenzio – una vedova nei gulag di Stalin”, fu una delle primissime pubblicazioni apparse nel dopoguerra ed a cui su Battaglia Comunista venne data voce. Per inciso la sua testimonianza ci dà conferma della validità della posizioni della Sinistra anche subito dopo l’omicidio Matteotti; egli, trovandosi allora in carcere a Roma, fu inaspettatamente liberato e il direttore del penitenziario gli chiese pensieroso “Che farete ora?”.
Mentre la direzione centrista del PCd’I impantanava il partito nella tattica suicida e disarmante dell’Antifascismo parlamentare e nella lesa democrazia, la Sinistra riteneva si potesse e dovesse portare la questione sul piano di classe facendo appello al proletariato per arginare in quel modo la violenza fascista, essendo quella ritenuta l’ultima occasione ancora possibile. La tattica adottata era quella dei cosiddetti “comizi volanti”, ossia dei comizi tenuti improvvisamente davanti alle fabbriche all’uscita dei lavoratori od in zone popolari per saggiare la disponibilità alla lotta degli stessi. Ebbene, i riscontri, per quanto parziali, erano positivi e confortanti, c’era voglia di reagire tra i lavoratori, e si poteva e doveva chiamare il proletariato alla lotta.
Non essendo avvenuto nulla di tutto ciò, mancando direttive precise per i militanti e per tutto il proletariato e parallelamente riorganizzandosi e rigalvanizzandosi l’apparato statale, l’occasione sfumò e – come ci ricorda Vincenzo Baccalà – egli fu tranquillamente ri-arrestato pochi giorni dopo a casa propria dalle guardie regie per terminare di scontare la propria condanna al termine della quale partì per l’Urss.
Edmondo Peluso (1882-1942): definito dalle stesse fonti borghesi il John Reed od il Che Guevara del PCd’I. Cittadino del mondo, come si autodefiniva, essendo nato a Napoli ed avendo frequentato le elementari in Spagna, le medie superiori in America e l’università in Germania e Svizzera. Giornalista, manovale, fuochista, e mille altri mestieri svolse dal Sudamerica fin nelle Filippine ed in Giappone.
Amico dello scrittore socialista Jack London e di De Leon (leader del Partito Socialista Americano), frequentò Klara Zetkin, Rosa Luxemburg, K. Liebknecht, Radek ed anche Laura Marx e Paul Lafargue a Parigi.
Presente a Zimmerwald nel 1915, su posizioni centriste come tutto il partito socialista italiano, conobbe Lenin e la delegazione bolscevica. L’anno dopo, a Kienthal, ruppe con la disciplina di partito astenendosi dal votare la risoluzione centrista uscita da quel Congresso, in quanto più convinto dalle tesi della sinistra (bolscevichi e gruppo di Brema ed Amburgo) rammaricandosi in seguito di avervi aderito pienamente solo dopo l’Ottobre.
Nel 1918-19 partecipa ai moti spartachisti di Berlino, è, nel 1920, membro della Frazione Astensionista e della delegazione italiana al 4o Congresso dell’Internazionale, nel 1922. Collaborò alla redazione di molti opuscoli dell’Internazionale per esplicita volontà di Lenin, che sin dall’anno prima lo aveva definito:

una delle penne più brillanti del partito italiano che può e deve scrivere tre o quattro volte di più di ora in tutte le lingue che conosce.

Assiste persino all’insurrezione di Canton, in Cina, nel 1927 poi repressa nel sangue e da cui si salverà fortunosamente.
Arrestato dalle guardie regie per renitenza alla leva e disfattismo (non aveva fatto il soldato in Italia) e bastonato dai fascisti più volte sin dal 1921 emigra definitivamente in Urss nel 1926.
Da allora restò abbastanza defilato, iscrivendosi comunque al Partito Bolscevico al quale non sembra però aver mosso critiche tali da destare sospetti o delazioni. Pare anche frequentasse poco i Circoli degli Emigrati.
Arrestato nel 1938, venne interrogato, torturato per ottenere la confessione che non diede mai: ecco perché venne fucilato soltanto quattro anni dopo (in genere le condanne a morte erano eseguite dopo poche settimane dalla sentenza). E si consideri che tutti, da Bucharin a Zinoviev, avevano confessato di tutto.
Dal Gulag non si evadeva per il semplice motivo che non c’era nessun posto dove andare. Il solo gulag di Karaganda, in Asia centrale, ad esempio, era esteso quanto gli odierni Paesi Bassi.
La spopolata Repubblica dei Komi, in Siberia, un unico immenso gulag, sconosciuta ai più oggi come allora, è il 30% più estesa dell’Italia.
Gulag come Karaganda o Vorkuta pare abbiano ospitato fino a trecentomila internati ciascuno. Col sistema concentrazionario sovietico si ritiene abbiano avuto a che fare non meno di venti milioni di persone. Se non è certo costume marxista prendere per oro colato tutto ciò che viene sostenuto dagli storiografi, appartiene però interamente al marxismo il metodo di considerare le aberrazioni descritte senza ricorrere alle categorie idealistiche della malvagità umana, della follia ecc. ecc. In termini di classe si è trattato di un gigantesco processo di accumulazione originaria del Capitale in un paese immenso (si pensi ai “I fattori di razza, religione, geografia ecc.”) che doveva, sotto il peso della concorrenza straniera, della crisi del 1929, dei preparativi per la guerra, accelerare in pochi anni i processi che altri paesi avevano svolto in decenni o addirittura secoli. Una gigantesca estorsione di plusvalore assoluto. Il sistema concentrazionario si basava sull’estrazione di metalli per l’industria pesante, il disboscamento e la bonifica degli immensi territori disabitati, la creazione di infrastrutture viarie – ancor oggi centrale in Siberia è la cosiddetta “Strada delle Ossa”, ossia i 2000 km di strada che attraversano tutta la regione, sotto cui giacciono le ossa di centinaia di migliaia di morti. Ad esempio, quando servivano tecnici per aprire una nuova miniera od un pozzo petrolifero si escogitava sempre un qualche “complotto” di trotzko-fascisti e sabotatori vari i cui “colpevoli” erano proprio le figure professionali di cui si abbisognava e che, a tale scopo, venivano inviate là a lavorare gratis. Gli stessi internati notavano che il lavoro di una settimana di cento persone poteva essere svolto in un giorno o due da un trattore. Un ex-deportato italiano, stalinista fino al midollo, osservava:

Mi spiace solo di essere andato a lavorare nelle miniere della Kolyma scortato dalla polizia in manette e come nemico del popolo – se me lo avessero chiesto, appellandosi al mio spirito internazionalista, ci sarei andato volontario di sicuro.
    Anonimo, dal testo “Italiani nei Lager di Stalin”

Infine, due parole sui persecutori affinché le nuove generazioni li possano e vogliano gettare definitivamente, come meritano, nella pattumiera della storia. Oltre al noto Ercoli/Togliatti, vi fu tutto un strato di dirigenti, i vari Dozza, Grieco, Berti, Germanetto, Pastore e dei fedeli esecutori quali Robotti, Vidali, Barontini e Roasio, (quest’ultimo inizialmente vicino alla Sinistra e perciò in seguito tanto più zelante nella sua persecuzione), attivi finanche in Spagna, dove compirono la loro sporca bisogna, assassinando gli oppositori di sinistra e contribuendo a soffocare le più genuine istanze del proletariato spagnolo.

Il deportato nel lagher sovietico

Gulag
Il solo gulag di Karaganda, in Asia centrale era esteso quanto gli odierni Paesi Bassi. Gulag come Karaganda o Vorkuta pare abbiano ospitato fino a trecentomila internati ciascuno.

Gulag

Complessi carcerari dai quali NESSUNO è riuscito ad uscirne vivo, neanche dopo aver scontato la pena.”La rasatura delle teste degli uomini conferisce loro l’uniformità  nell’aspetto esteriore: li rende austeri ed impersonali. Ma anche un osservatore superficiale è colpito dalla espressione delle facce, comune a tutti :sempre all’erta, prive di affabilità , senza alcuna benevolenza, facilmente aggressive e perfino crudeli. L’espressione dei loro visi fa pensare che siano stati fusi in un materiale aspro, quasi non di carne, ma di bronzo scuro per poter camminare continuamente controvento, quasi aspettando ad ogni passo di essere colpiti ora da sinistra ora da destra… Se sarà  costretto a guardarvi, vi colpirà  il suo sguardo ottuso e inebetito.
Notiamo che parlando di questo popolo non riusciamo quasi a raffigurarci degli individui o dei nomi singoli. Non è un vizio del nostro metodo; rispecchia il modo di vivere da mandria cui è dedito lo strano popolo… Condizione essenziale di successo nella lotta per la vita è la circospezione. Il loro carattere, le loro intenzioni sono tenuti nascosti; devono nascondere le loro azioni ai datori di lavoro, ai sorveglianti, ai delatori… Devono celare i progetti, i calcoli, le speranze… aprirsi significa sempre perdersi.Con gli anni lo zek si abitua a tal punto a nascondere tutto che non gli costa più nessun sforzo; gli si atrofizza il normale desiderio umano di far parte a qualcuno di ciò che sente. Esiste infine una legge che le riassume tutte: Non credere, non temere, non chiedere! Diventato indifferente verso il proprio dolore e anche verso i castighi che gli impongono i tutori della tribù, addirittura quasi indifferente verso tutta la sua vita, lo zek non prova compassione neppure per il dolore altrui. La visione del mondo più diffusa tra di loro è il fatalismo: è inutile cercare di ottenere qualcosa con troppa insistenza o rifiutarne un’altra; ad esempio il trasferimento in un’altra baracca, in un’altra brigata, in un altro lager. Potrebbe essere per il meglio come potrebbe esser per il peggio.

Gli zek amano in generale l’umorismo… è il loro costante alleato senza il quale, forse, la vita nell’Arcipelago sarebbe del tutto intollerabile. Se domandi a uno zek da quanto tempo è nell’Arcipelago, non risponderà ma. “E’ dura?” domandi. Quello facendo lo spiritoso, risponde :”Sono duri soltanto i primi dieci anni”. Parlando di qualcuno che è partito dall’Arcipelago, risponderà  :”Gli avevano dato tre anni, ne ha scontati cinque, ha avuto la scarcerazione anticipata”

LA CONDIZIONE DEL DEPORTATO NEL GULAG

Prigionieri dei gulag morti per sfinimento
Prigionieri dei gulag morti per sfinimento

“Meditate se anche questo… è un uomo?”

Viene spontaneo parafrasare la nota frase all’inizio del libro di Primo Levi, leggendo la condizione dei deportati nei gulag della Siberia o del Circolo Polare.
Crediamo però che non sia appropriato scomodare Primo Levi perchè per quanto Gulag e Lager nazisti siano accomunati dallo stesso delirio di onnipotenza cioè voler creare l’Uomo Nuovo pur tuttavia una differenza c’era: il comunismo voleva instaurare la Giustizia sulla Terra mentre i nazisti la Loro, quella della razza padrona.
Pertanto ci viene in mente un pensiero di Karl Popper che è davvero indicativo:
<<Tra tutte le idee politiche, il desiderio di rendere gli uomini perfetti e felici è forse la più pericolosa. Il tentativo di realizzare il paradiso sulla terra ha sempre prodotto l’inferno>>

Proponiamo qui una sintesi, necessariamente parziale e schematica della vita nel gulag preceduta da un’analisi del vol. II di “Arcipelago Gulag”.

CHI CI “FINIVA”?

– ci poteva “finire” chiunque; all’inizio vi andavano i “cinquantotto” cioè quelli condannati in base all’art. 58 (“attività  contro lo Stato”);poi anche i CR cioè i controrivoluzionari, quindi i Kulaki
– si poteva essere arrestati per nulla! ciò era strategico all’obbiettivo di creare il terrore.
– ospiti del gulag furono scienziati ed artisti.

VITA

Persone condannate ai lavori forzati nei Gulag per reati di OPINIONE o per aver rubato per FAME. Nessuno di loro ne uscirà vivo.
Persone condannate ai lavori forzati nei Gulag per reati di OPINIONE o per aver rubato per FAME. Nessuno di loro ne uscirà vivo.

– si nascondono i morti sotto i pancacci per avere la loro razione;

– all’eremo del Golgota su richiesta dei moribondi il medico somministra stricnina agli inguaribili;

– i creduloni aspettavano la fine della pena di tre anni, i previdenti capivano che non avrebbero riavuto la libertà  né fra tre né fra ventitrè anni!

– ai teppisti ed ai ladri furono assegnati tutti i posti di comando… si permetteva loro di derubare, picchiare e perfino sgozzare i deportati;

– in estate si lavorava 14 ore al giorno, non si lavorava soltanto a partire da 55° sottozero!

– lo scorbuto mieteva tante vittime da essere una forma di sterminio!

– per approfondire, soprattutto la differenza tra servi della gleba sotto lo Zar e deportati sotto i Soviet.

EPISODI

– alla fine della giornata lavorativa sul cantiere rimangono dei cadaveri. La neve ricopre le loro facce. Qualcuno si è rannicchiato sotto una carriola capovolta; ha nascosto le mani in tasca ed è morto così. Là  sono congelati in due, appoggiati uno alla schiena dell’altro.
– nel lager Mariinskij non si aveva tempo di uccidere i pidocchi… esplose il tifo e in poco tempo 15 mila morti furono buttati in una fossa, rattrappiti, nudi dopo aver tagliato per economia anche le mutande.
– le note fucilazioni di Garanin…
– episodi di fame…
– nel dicembre 1928 in Karelia i detenuti furono lasciati per punizione a pernottare nella foresta e 150 uomini morirono congelati.

PUNIZIONI

Queste persone, fra le quali c'è anche un BAMBINO, non stanno riposando o prendendo il sole: queste persone sono morte per FAME nei Gulag dell' "eden comunista" dell'ex Unione Sovietica.
Queste persone, fra le quali c’è anche un BAMBINO, non stanno riposando o prendendo il sole: queste persone sono morte per FAME nei Gulag dell’ “eden comunista” dell’ex Unione Sovietica.

– Alle isole Solovki, il lager sorge sul Monte Sekira, ricavato da un ex-monastero. Nella Cattedrale a due piani sono stati sistemati le celle. I detenuti sono trattati così: da un muro all’altro sono infisse delle pertiche dello spessore di un braccio e si ordina ai detenuti di starvi seduti tutto il giorno!
Le pertiche sono ad un altezza tale che i piedi non toccano per terra. Non è facile mantenere l’equilibrio, da mattina a sera il detenuto si sforza di non cadere.
Se cade i secondini arrivano di corsa e lo percuotono.

– Sempre al Monte Sekira una lunga scala di 365 ripidi scalini unisce la Cattedrale, in cima al monte, al lago. Fu fatta dai monaci. Portano le persone sulla scala, le legano per il lungo ad una trave per dargli maggior peso e lo spingono giù: non c’è un pianerottolo e i gradini sono così ripidi che la trave non rallenta mai!

– SIZO era l’isolatore di punizione, un edificio al freddo, umido, buio, senza cibo, senza vetri: la “sbobba” veniva data al 3°, al 6° e al 9° giorno della reclusione; bisogni corporali in cella.
per finire al SIZO era sufficiente:

1) non aver salutato a modo;
2) non essersi coricato o alzato per tempo;
3) essere passato per il vialetto sbagliato;
4 )non essere vestito come si doveva;
5 )fumare in luoghi proibiti;
6) avere oggetti superflui in baracca.

ALIMENTAZIONE GIORNALIERA

– 350 gr. di pane appiccicoso come l’argilla;
– sbobba liquida con qualche lisca di pesce.

BOIA CRIMINALI

Una delle oltre 100.000 FOSSE COMUNI utilizzate dai sovietici per cercare di nascondere l'enorme quantitativo di cadaveri il risultato della politica di Stalin.
Una delle oltre 100.000 FOSSE COMUNI utilizzate dai sovietici per cercare di nascondere l’enorme quantitativo di cadaveri il risultato della politica di Stalin.

A parte Stalin e Beria, capo della polizia e suo lacchè si distinsero:
a) N. Aronovic FRENKEL
b) Mamulov
c) Garanin
d) Ermolov
e) Tatiana MERKULOVA, “la donna – belva”
f)Gromov

h) Kirilko, il boia delle isole Solovki, di lui era nota la minaccia e la messa in pratica: Vi farò succhiare il moccio dei cadaveri.

Della repressione comunista e delle vittime dei gulag nell’ex Unione Sovietica:
– 80.000 fucilati senza essere stati sottoposti a giudizio e massacro di centinaia di migliaia di contadini e operai insorti tra il 1918 e il 1922;
– 5.000.000 di morti a causa della carestia indotta alla popolazione rurale agli inizi degli anni ’20;
– deportazione ed eliminazione dei Cosacchi del Don;
– assassinio programmato di 10.000.000 di persone nei gulag fra il 1918 e il 1930;
– eliminazione di quasi 1.000.000 di persone durante la “Grande Purga” del 1937-1938;
– deportazione ed eliminazione di di 2.000.000 di kulak o presunti tali nel 1930-1932;
– sterminio programmato di 6.000.000 di ukraini nel 1933 per carestia indotta e non soccorsa;
– deportazione e sterminio dei tedeschi del Volga nel 1941;
– deportazione e sterminio dei tatari della Crimea nel 1943;
– deportazione e sterminio dei ceceni nel 1944;

Di tutto questo orrore non si sapeva nulla o si sapeva assai poco; le notizie arrivavano all’occidente e all’Italia distorte, spesso falsate a causa di oscuri personaggi che appoggiavano la politica di Stalin. L’assoluta chiusura degli archivi nei paesi comunisti, il totale controllo della stampa, dei mass-media e di tutte le vie di comunicazione con l’estero, la propaganda sui presunti “successi” del regime stalinista, tutto questo blocco dell’informazione mirava in primo luogo a impedire che si facesse chiarezza sulla repressione operata sistematicamente in Unione Sovietica.

Sistema dei Gulag e distribuzione sul territori dell’ex URSS

complesso carcerario sovietico

 

sistema gulag

brano tratto da “Arcipelago Gulag” vol.II di A. Solzenicyn

La facciata buona del comunismo

Morti di malattia e sfinimento
Deportati dal comunismo morti per fame e sfinimento

I seguaci di questa filosofia della morte hanno con le loro menzogne adulterato completamente la realtà. A sentire loro, il ‘900 è stato il secolo delle dittature “cattive”. Scagliandosi contro il nazismo ed il fascismo, sono riusciti a passare per buoni. Non è così, il comunismo non è buono, non lo è mai stato e mai lo sarà. Delle tre dittature del ‘900, forse, quella più umana (se così si può dire) è stata quella fascista. Lo sterminio di compatrioti o di dissidenti che è stato perpetrato dal comunismo prima e dal nazismo poi non ha conosciuto la stessa ferocia e determinazione nel fascismo. Le nostre generazioni, cresciute nella menzogna comunista, non sono capaci di fare distinzioni sulla qualità e sulla quantità della ferocia della peggior dittatura-filosofia di vita che sia esistita sulla faccia della terra. E’ pazzesco come la pianificazione dell’eliminazione di tutti i dissenzienti non abbia creato nelle coscienze umane lo stesso sdegno ed orrore che hanno provocato quelle naziste. Si parla sempre dei 6 milioni di ebrei sterminati dal nazismo e mai se non sporadicamente e sottovoce dei 100 milioni di morti fatti dal comunismo su tutto il pianeta e non confinati in una sola nazione.

E’ aberrante come i giovani d’oggi vogliano sottolineare ad ogni 2 x 3 di essere antifascisti e non sottolineano con la stessa veemenza il loro ripudio del comunismo. I paesi dell’ex unione sovietica hanno messo al bando il comunismo, la comunità europea ha fatto altrettanto, solo nel nostro paese è possibile avere 4 partiti comunisti. La falce ed il martello sono stati messi al bando, così come i simboli fascisti, solo in Italia si continuano a vedere ed in più sono simboli di partiti di governo. Tutto questo lo si deve all’avvelenamento che la gente ha subito dalla menzogna comunista, dal distrarre l’attenzione su di se e rivolgerlo sul fascismo. Il creare come bersaglio un’idea, un movimento morto più di 60 anni fa. Il fascismo non esiste più ma i comunisti ne mantengono viva la memoria per tenere le masse intimorite, impaurite da un qualcosa che non tornerà mai più. Loro hanno bisogno di un avversario, senza di quello mostrerebbero la pochezza della loro ideologia, si verrebbe a conoscere il fallimento di infiniti esperimenti dal sociale al politico che hanno avuto in tutti i luoghi dove hanno avuto la possibilità di governare.

Ma come è potuto succedere che popolazioni intere abbiano abbracciato il comunismo per poi lasciarsi massacrare? Non è difficile capirlo, il comunismo mostra la sua faccia buona ed ecco che “libera” gli omosessuali per poi rinchiuderli in manicomio una volta al potere. Parla al cuore dei meno fortunati, a quelli che la sorte ha dato un fisico imperfetto, ai diseredati per poi eliminarli perché non c’è spazio perché non “produttivi”. Ecco, che le promesse di “felicità” (gratis) fanno presa sulla gente che acclama, vuole il comunismo e non si accorge che dietro la caramella, la faccina sorridente c’è un cobra che aspetta solo di azzannarti. Mi domando come è possibile che dopo quello che si è saputo dell’ex URSS, della Cina, di Cuba, della Corea, di tutti gli sventurati paesi che hanno conosciuto il comunismo ci sia ancora qualcuno che additi al fascismo come il “male” quando il comunismo è ancora tra di noi. Mi rivolgo a tutti i giovani che sono “caduti nella tela del ragno”, svegliatevi che continuando così, prima o poi toccherà anche a voi …

Il comunismo italiano

MACICCHINI EVA
Milano 17 gennaio 1947 il corpo di Eva Maciacchini uccisa dalla volante rossa, rinvenuto in un prato presso lambrate

Fu costituito a Livorno, il 21 gennaio 1921 col nome di Partito Comunista d’Italia, mutato poi in quello di Partito Comunista Italiano nel corso della II guerra mondiale . La fondazione del P.C.I. fu opera di gruppi dell’estrema sinistra del Partito Socialista. Il P.C.I., guidato nei primi anni da Bordiga e Gramsci, perseguì come compito immediato quello di crearsi un’organizzazione fortemente centralizzata e rigida per guidare il proletariato all’attacco di uno Stato borghese sommamente indebolito dal conflitto mondiale, respingendo qualsiasi collusione col Partito Socialista che aveva fallito la prova rivoluzionaria . La nuova linea di fronte unico venne portata avanti dal gruppo gramsciano, che tra il 1923 e il 1925 capovolse i rapporti di forza all’interno del partito ed emarginò gli uomini della precedente maggioranza. L’alleanza con le forze socialiste, diventata indispensabile di fronte alla reazione del fascismo (passato alla fine del 1926 al regime totalitario), costringeva intanto il P.C.I., incarcerato Antonio Gramsci, ad agire nella clandestinità. Palmiro Togliatti, dall’estero, assunse assunse la guida del partito (1927) sotto la tutela moscovita. Il partito fu così partecipe, al vertice, degli scontri di frazione nel P.C.U.S. che videro vincitore Stalin e che non mancarono di avere profonda eco tra i comunisti italiani. Le divergenze sulla strategia unitaria e i comportamenti specifici del partito in Italia portarono a lacerazioni ed espulsioni. Ciò non impedì a Togliattidi spingere il partito a moltiplicare i suoi collegamenti di massa durante il periodo della grande crisi economica (1929-34) e successivamente a sviluppare l’azione unitaria. Sono di questo periodo l’organizzazione di scioperi in alcune fabbriche e nelle campagne, la stipulazione dei patti di unità col Partito Socialista, i collegamenti col movimento di “Giustizia e Libertà”, la partecipazione alla guerra di Spagna nelle Brigate internazionali. L’opposizione al fascismo, sempre più incisiva, portò alla preparazione degli scioperi del 1943 e alla lotta partigiana. Togliatti, tornato in Italia nella primavera del 1944, preferì alla via rivoluzionaria l’alleanza con gli altri movimenti di massa per creare insieme uno Stato democratico e progressista ad ampia base popolare. Partecipe della coalizione di governo fino al maggio 1947, il P.C.I. fu costretto all’opposizione dalla spaccatura del mondo in due blocchi ideologici e dalla rottura dell’alleanza politica antifascista espressa dai C.L.N. Ciò non impedì al P.C.I. di riproporre il suo programma per assumere responsabilità dirette nella gestione della cosa pubblica, anche in presenza di gravi tensioni interne di crisi serie nel movimento comunista internazionale.

Comunismo

dislocazione dei campi di lavoro cubani
dislocazione dei campi di lavoro cubani

Mai nessuna epoca e civiltà aveva teorizzato e messo in opera un progetto tanto globale ed ordinato di “rieducazione” dell’uomo o di “eliminazione” di ogni dissenso come il Novecento! Il termine “campo di concentramento” è d’invenzione sovietica: fu usato per la prima volta in una circolare del 4 giugno 1918 dopo la rivoluzione d’Ottobre in Russia, con Lenin. Il lager sovietico è conosciuto come gulag, termine che significa “amministrazione generale dei campi di lavoro correzionale”; si deve alla monumentale opera di denuncia svolta da Aleksandr Solzenicyn l’aver fatto conoscere al mondo il lager comunista. Là finirono la loro esistenza zaristi, cosacchi e dissidenti della prima ora come gli insorti di Kronstadt.

Con la caduta dell’URSS si sono aperti gli archivi politici dell’impero sovietico e ora si cominciano a pubblicare nel mondo i segreti su Lenin, il fondatore dell’unione sovietica. Una commissione parlamentare russa presieduta dallo storico Dimitri Volkogonov composta di una ventina tra storici e deputati, in due anni ha lavorato togliendo il segreto a circa 78 milioni di dossier.

Fosse comuni nei gulag
Fosse comuni nei gulag

Interessantissimo il fascicolo riguardante Lenin, un complesso di 3.724 documenti tra lettere, appunti e direttive “tutti autografi”. I documenti “sono terribili. Portano le prove che la storiografia ufficiale non era che una trama di menzogne. Vladimir Il’ic Lenin, il semi-dio che la gente ha venerato per 70 anni non era la guida magnanime ma un tiranno cinico, pronto a tutto pur “di prendere e conservare il potere”. Ad esprimersi in questi termini è lo stesso Volkogonov. Ma continua lo storico: “Un documento che ho letto decine e decine di volte per convincermi che a scriverlo era stato proprio quel Lenin che avevo tanto ammirato e rispettato, è una direttiva indirizzata ai bolscevichi affinché reprimano – nell’estate 1918- una rivolta di Kulaki (i contadini russi) contro le confische. Scrive Lenin: “Impiccare – e dico impiccare in modo che la gente lo veda – non meno di cento kulaki, ricconi, sanguisughe riconosciute(…) Fatelo in modo che la gente tremi a centinaia di chilometri da lì e dica : -Questi fanno sul serio…”

Perciò fu Lenin – e non già Stalin – il vero padre del Terrore rosso e dello stesso gulag. Nel suo libro, pubblicato in Francia dal titolo Il vero Lenin Volkogonov dimostra- documenti alla mano – che il primo campo di concentramento venne aperto a soli otto mesi dalla rivoluzione ,nel luglio del 1918.Era a Sviajsk, nella regione di Kazan.

Dislocazione dei campi "gulag" sul territorio dell'URSS
Dislocazione dei campi “gulag” sul territorio dell’URSS

Poi ne comparvero a centinaia come i funghi dopo la pioggia. Così il 20 aprile 1920,il Politburo presieduto da Lenin approvò la costruzione di un campo destinato a dieci – ventimila prigionieri a Ukta nel grande Nord. Ma la Sezione punitiva del Commissariato del popolo su una duplice direttiva di Lenin aveva emanato già il 23.7.1918,ad appena nove mesi dalla Rivoluzione d’ottobre, le “Istruzioni provvisorie sulla privazione della libertà” con la quale noi oggi datiamo l’inizio ufficiale dei gulag. Lenin giustificava le sue direttive sulla base di due considerazioni:

a) “Salvaguardare la Rivoluzione Sovietica dai nemici di classe isolando questi in campi di concentramento”(viene in mente Robespierre che per salvare la Rivoluzione Francese instaura il Terrore…e decreta lo sterminio della Vandea!) ;

b) “Rinchiudere i sospetti (non i colpevoli ma i sospetti! Anche qui viene in mente che la Convenzione aveva votato una legge dei sospetti) in un campo di concentramento fuori della città”. [Cfr.Lenin,Opere complete,ed. russa e Raccolta di leggi, 1918,n.65 pag.710]

Nel complesso si calcola che sotto Lenin siano morti nei gulag o giustiziati per antisovietismo un milione di persone. Il calcolo è approssimativo. Non bisogna però scordare che la guerra civile orchestrata da Lenin uccise tredici milioni di persone fra il 1918 e il 1921. Tredici milioni in soli tre anni (Corriere del 7.6.1995)

Kurganov,professore di statistica emigrato negli USA ha calcolato che la repressione interna sia costata dall’inizio della Rivoluzione d’Ottobre del ’17al 1959 circa 66 milioni di persone! [cfr.vol.II di “Arcipelago Gulag”,ed.Mondadori]

Le testimonianze dai lager sovietici richiederebbero una scelta e una indagine ben più ampie della presente, sia in considerazione del fatto che il comunismo ha funestato la storia per un arco di tempo decisamente più lungo rispetto al nazismo,(dal 1917 al 1990) sia perché i lager sovietici presentavano una variegata molteplicità di forme repressive : carcere a regime duro, trattamento psichiatrico…
Le testimonianze che seguono esprimono il “positivo” e le “energie” insospettate di cui l’uomo è capace…anche nel gulag ! Fin dal suo primo sorgere, il lager sovietico ha avuto come scopo quello di piegare l’ insopprimibile anelito alla libertà che alberga il cuore umano fondato su realtà più forti dell’istinto di conservazione come la coscienza o la fede. E’ una scelta che l’uomo sente di dover fare : “servire” la menzogna o “essere” un “uomo”, consci che finendo nel gulag, il rischio di perdere vita, salute, carriera e affetti è assicurato! Il fenomeno stesso del dissenso è irriducibile ad una semplice opposizione di tipo politico: esso rimane nella storia a testimonianza di un quid che nell’uomo non si può comprimere in un’idea né in un desiderio di “pace” senza verità (pax sovietica)

Campo di lavoro in Siberia
Campo di lavoro in Siberia

Nello sviluppo dei gulag si possono osservare tre fasi: la prima, dal 1920 al 1929. E’ il periodo più “facile”: nei campi si mangia poco ma non si muore di fame, c’è qualche spazio di libertà, il lavoro è di 8 ore. La seconda fase, dal 1929 al 1940. Il regime individua nei detenuti un’enorme riserva di forza lavoro gratuita che deve essere usata per lanciare i “grandi cantieri dell’edificazione socialista”. L’industrializzazione forzata del paese e la collettivizzazione delle campagne viene perseguita oltre che col terrore sfruttando il lavoro dei prigionieri. Il detenuto da questo momento è sfruttato al massimo. All’orario di lavoro si sostituisce la <> una quantità assegnata di lavoro quotidiano che deve essere portata a termine ad ogni costo. Ad esempio, fra il 1930 e il 1933 viene scavato dai detenuti il canale Mar Baltico – Mar Bianco: 227 km in due anni e mezzo( mentre per Suez, 160 km ci avevano messo 10 anni) ma il costo è di 250 mila vittime! Allo stesso modo vennero costruiti parte della Transiberiana, le due centrali idroelettriche maggiori del paese, la metropolitana e l’università di Mosca. Terza fase, 1941/1953 è il periodo più duro. A causa della guerra i viveri scarseggiano, lo sfruttamento è estremo! Oltre il Circolo Polare Artico vengono aperti molti campi per sfruttare le miniere d’oro e di diamanti. Questi campi vengono chiamati il “crematorio bianco” dove lo sterminio avviene senza il bisogno delle camere a gas e dei forni crematori.(Questi ultimi dati si trovano nella rivista La nuova Europa a cura di Dall’Asta)

palestina sotto il mandato inglese nel 1920

Storia d’Israele

Palestina : Il Piano di Partizione ONU

palestina sotto il mandato inglese nel 1920
palestina sotto il mandato inglese nel 1920. Come si può notare il territorio composto dalla transjordania più il territorio da assegnare ad Israele è chiamato genericamente palestina

Colpiti dalla violenza e trovatisi ad affrontare crisi politiche che scaturirono dai problemi economici causati dalla Seconda guerra mondiale, gli inglesi abbandonarono la maggior parte del loro impero e decisero di rimettere la “questione palestinese” nelle mani delle Nazioni Unite. Nel 1947 varie missioni esplorative dell’ONU giunsero alle stesse conclusioni tratte da Lord Peel una decade prima.
Il 29 novembre 1947 l’ONU proclamò la nascita di due stati: un stato per gli arabi su circa il 45% della terra rimasta [dopo la nascita del Regno Hashemita di Giordania del 25 maggio 1946, n.d.t.], e lo stato di Israele per gli ebrei approssimativamente sul 55%. Ma più della metà della parte ebraica (circa il 60%) era costituito dal deserto del Negev e da terre della Corona largamente disabitate e ritenute prive di valore.
Il Piano di Partizione ONU (Originale Risoluzione n. 181 con cartine allegate) creò confini incerti tra i due stati nascenti, basati sulla proprietà della terra e sulle densità delle rispettive popolazioni dei due gruppi. Gli stati arabi erano membri dell’ONU. Tale appartenenza avrebbe dovuto comportare almeno la buona volontà di attenersi alle decisioni prese dalla maggioranza dell’unione mondiale di stati formatasi da poco.
Ma non lo fecero.
In sprezzante rifiuto del piano di partizione ONU, lanciarono una guerra di aggressione che, secondo la loro propaganda ufficiale, doveva essere una guerra di annientamento. La loro intenzione non era correggere qualche disputa di confine o reclamare un campo fertile perso in una prima battaglia. La loro intenzione era distruggere lo stato di Israele appena creato e disfarsi dei suoi 605.000 ebrei, a qualunque costo.
Ma, per il loro dispiacere, gli stati arabi persero la guerra di aggressione da essi scatenata. La sconfitta gli costò molto del territorio che l’ONU aveva designato per lo stato della Palestina.
E molto ancora di ciò che doveva essere la Palestina (la West Bank e la Striscia di Gaza) fu annesso dai due stati arabi vicini. L’Egitto mantenne l’occupazione illegale della Striscia di Gaza, e la Giordania annesse illegalmente la West Bank. Ambo le annessioni erano in spregio alla legge internazionale e alle Risoluzioni ONU nn. 181 e 194.
Non vi fu protesta araba o palestinese per questo. Perchè? L’unica spiegazione plausibile è che nel 1949, i palestinesi non si consideravano “palestinesi” ma arabi, ed infatti il termine “Palestina” veniva usato universalmente per riferirsi allo stato ebraico.
Ad aggiungere ulteriore imbarazzo per gli stati arabi, arrivò l’offerta di Israele del 1949 per un trattato di pace formale in cambio del quale Israele avrebbe restituito molta della terra conquistata nella guerra, permettendo il rimpatrio della reale quota di rifugiati arabi creati dalla guerra (colloqui in occasione dell’Armistizio di Rodi, febbraio-luglio 1949).
Ma se le nazioni arabe fossero state disposte ad accettare il piano di ripartizione ONU, o ad accettare l’offerta di pace israeliana, non solo uno Stato della Palestina esisterebbe dal 1947, ma ci non sarebbe mai stato il problema dei rifugiati arabi.
Comunque, la risposta araba fu: niente pace. I rifugiati sarebbero tornati alle loro case solo quando avessero potuto sventolare la bandiera con la mezzaluna sui cadaveri degli ebrei.
Meglio costringere i palestinesi a rimanere accampati in squallidi campi profughi piuttosto che costringere gli stati arabi a riconoscere uno stato non musulmano in mezzo a loro.
Come nel 1937, i leader arabi rifiutarono la possibilità di uno stato palestinese scegliendo l’aggressione continuata contro Israele. Non fu la creazione dello Stato di Israele a provocare il problema dei rifugiati e gli altri problemi susseguenti; fu la guerra di annientamento intrapresa dagli stati arabi a creare i rifugiati, respingendo la seconda opportunità per la creazione di uno stato palestinese.
Da Informazione Corretta Christian Rocca
In occasione del 57° anniversario dell’indipendenza d’Israele, Yom Atzmauth, festeggiato ieri, pubblichiamo il capitolo intitolato: “Nazioni Unite nell’antisemitismo”, tratto dal libro “Contro l’Onu “il fallimento delle Nazioni Unite e la formidabile idea di un’alleanza tra le democrazie” (Edizioni Lindau, 13,50 euro, in libreria) scritto da Christian Rocca, giornalista del Foglio. L’Onu è profondamente antisraeliana, antisionista e quindi antisemita. Eppure Israele è l’unico Stato nato in seguito a una risoluzione dell’assemblea generale dell’Onu, nel novembre del 1947 (33 voti a favore, tredici contrari, dieci astensioni). Ma è anche l’unico Stato al mondo il cui diritto all’esistenza sia stato messo in discussione da una successiva risoluzione, l’unico Stato membro cui non è consentito partecipare pienamente ai lavori delle Nazioni Unite. Israele, per prassi consolidata, non ha gli stessi diritti degli altri paesi membri, nonostante la Carta delle Nazioni Unite stabilisca che l’organizzazione “si fonda sul principio dell’uguaglianza dei suoi membri”. Israele è meno uguale degli altri. Fino a pochi mesi fa Israele non faceva parte di nessun gruppo regionale, così da non poter essere eletto nè al Consiglio di sicurezza nè in nessun altro comitato o commissione. Diciotto Stati arabi su ventitrè non accettano l’esistenza dello Stato d’Israele, figuriamoci l’idea di poterci lavorare fianco a fianco nello stesso gruppo regionale. Ora, grazie ai soliti americani, Israele è entrato nell’onnicomprensivo supergruppo dei paesi occidentali che comunque non consente ancora la partecipazione a gran parte delle attività delle Nazioni Unite. In un’intervista al quotidiano israeliano Yediot Ahronoth, Kofi Annan ha dato una clamorosa conferma di questo status di inferiorità dello Stato ebraico. Il giornalista gli aveva chiesto se riusciva “a immaginare Israele seduto nel Consiglio di sicurezza’ e Annan ha risposto: “Sì, non escludo la possibilità che un giorno Israele diventi un membro del Consiglio di sicurezza”. Ma invece che denunciare la vergognosa esclusione cinquantennale, Annan ha posto una condizione alla piena partecipazione di Israele ai lavori delle Nazioni Unite: “Dipende dai progressi che riuscirete a conseguire nel risolvere il conflitto con i palestinesi”. Condizione, ovviamente, mai posta alla Siria, all’Egitto, all’Iraq, all’Arabia Saudita, alla Giordania, all’Iran e a tutti gli altri paesi coinvolti al pari di Israele nel conflitto mediorientale. Israele non può far parte della commissione sui diritti umani di Ginevra, pur essendo l’unico paese del medio oriente che li rispetta. L’accesso gli è precluso, ma Israele è argomento di costante attenzione da parte degli altri membri, anzi occupa metà del tempo dei lavori della commissione. Nonostante la popolazione israeliana sia pari allo 0,10 per cento della popolazione mondiale, lo Stato ebraico è al centro del 40 per cento dei voti dell’assemblea generale. La commissione Diritti umani non batte ciglio sugli abusi nei paesi dittatoriali, ma ogni anno approva quattro, cinque, talvolta otto, risoluzioni contro Israele, per violazioni dei diritti umani che fanno sorridere se paragonate alla barbarie professata e attuata dai suoi accusatori. L’uccisione dell’ispiratore dei terroristi kamikaze, lo sceicco Ahmed Yassin, solo per citare il caso più grave, è stata condannata con 31 voti, 18 astenuti e il solo voto contrario di Stati Uniti e Australia. Neutralità addio Le dittature islamiche e i regimi comunisti, se c’è di mezzo lo Stato ebraico, abbandonano improvvisamente la “neutralità” invocata in altre occasioni e non lesinano condanne per “la disperata situazione” dei palestinesi creata da Israele col “pretesto” di distruggere la rete degli assassini suicidi. (…) Le Nazioni Unite non sono mai riuscite a rendere onore alle vittime dell’Olocausto nazista prima del 2005, nonostante il Segretario Generale Annan abbia ricordato che l’Onu è nato proprio come risposta ai lager nazisti. In occasione del cinquantenario della liberazione di Auschwitz, nel 1995, i russi e i paesi arabi si opposero a una sessione ad hoc sull’Olocausto. Annan c’è riuscito nel 2005, dopo mesi di trattative e di sforzi diplomatici e convincendo infine solo 150 Stati su 191 ad accettare la proposta di onorare il sessantesimo anniversario. E’ impossibile sapere quali paesi abbiano detto di no. L’Onu ha fatto sapere che quel voto era segreto. Il Corriere della Sera ha scritto: “C’è da notare che per ottenere l’assenso del blocco arabo-musulmano, contrarissimo alla commemorazione, è avvenuto un segreto do ut des: in cambio del ricordo dell’Olocausto, Kofi Annan ha dato il via alla risoluzione contro il Muro israeliano”. Il giorno della commemorazione, il 24 gennaio del 2005, i banchi dei paesi arabi e musulmani sono rimasti vuoti. Gli unici presenti sono stati l’Afghanistan appena liberato dagli americani, la Turchia e la Giordania.