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Il trattato di Osimo

confini
confini orientali nei periodi 1866 – 1918 – 1975

L’articolo 5 della Costituzione recita «la Repubblica è una e indivisibile». Allora perché è bastato un passaggio parlamentare ordinario e non speciale per ratificare il distacco della “Zona B” previsto da quel Trattato, avallando di fatto una modifica alla Costituzione stessa? Altro che Osimo in dubbio per la fine dell’ex Jugoslavia, cioè uno dei due soggetti firmatari, come si dibatteva dopo il ’92.

MA andiamo per ordine.

 10 Febbraio 1947: firma, a Parigi, del Trattato di Pace tra l’Italia e le nazioni vincitrici della seconda guerra mondiale. Un atto fortemente contestato, anche da personalità non certo accusabili di filofascismo (per tutte Benedetto Croce), un trattato che viene imposto all’Italia senza alcuna possibilità negoziale (sarà definito, per tale ragione, “Diktat”) e che segna in maniera drammatica le sorti del confine orientale italiano: cessione alla Jugoslavia di Zara, di Fiume e di gran parte dell’Istria, costituzione di uno stato cuscinetto, tra Italia e Jugoslavia, definito T.L.T. – Territorio Libero di Trieste, affidato alla tutela dell’ONU (che dovrà nominarne il Governatore) – e comprendente Trieste, il territorio ad essa immediatamente limitrofo ed una parte dell’Istria, corrispondente a circa un quarto della penisola.
All’epoca, non meno che in tutti i decenni che ne sono seguiti, il Diktat del ’47 è stato ripetutamente bollato per la sua ingiustizia ed iniquità: giudizio di certo sacrosanto se è vero, come è vero, che esso andò a sancire quel drammatico esodo di centinaia di migliaia di Italiani che abbandonarono le proprie terre, le proprie attività, i propri morti, pur di continuare ad essere Italiani; un Trattato che andò a premiare il criminale operato dei comunisti di Tito che, con le foibe, gli eccidi, il terrore di massa, realizzarono la “pulizia etnica” degli Italiani, in qualche modo anticipatrice di quelle “pulizie” che, decenni dopo, segneranno la dissoluzione della Jugoslavia.
Il Trattato di Parigi, però, fu qualcosa di più che un atto di ingiustizia, fu soprattutto un fatto macroscopico di stupidità (e ciò in politica è bene più grave): perché nel ’47 pretese affrontare e risolvere certi problemi, ignorando del tutto che oramai la situazione non era quella del ’45. L’Europa infatti non era più divisa tra paesi fascisti ed antifascisti, bensì tra blocco occidentale e blocco orientale. Fu proprio questa “stupidità” a costituire la causa specifica del fenomeno dell’Esodo. Infatti sia gli Italiani dell’Istria che quelli di Briga e Tenda si videro ceduto ad uno stato straniero e sempre a causa dello stesso Trattato di Parigi: i primi finirono sotto la Jugoslavia comunista, i secondi sotto la Francia democratica ed occidentale. L’esodo, le foibe, gli eccidi riguardarono però solo il confine orientale d’Italia, non certo quello ad occidente. Tutto ciò non era stato peraltro previsto dal Trattato di Pace che, scandalosamente, aveva ignorato che il mondo ormai si divideva tra paesi comunisti e paesi democratici e che, pertanto, ben diversa era la conseguenza di uno spostamento di confini quando realizzato a cavallo della linea divisoria tra i due blocchi.
Un secondo esempio di tale “stupidità”: il meccanismo della nascita dello stato cuscinetto del Territorio Libero di Trieste era ormai tanto fuori dalla realtà da morire prima ancora di nascere e ciò per la banalissima ragione che l’Onu non riuscì mai a mettersi d’accordo neppure sul nome del designando Governatore. Ogni nome proposto dalle nazioni occidentali incappò nel veto di Mosca e viceversa. Sempre perché nel ’47 (e così per lunghi successivi decenni) la situazione politica sarebbe stata ormai totalmente condizionata da una logica (quella dei blocchi) che il trattato di Parigi aveva preteso di totalmente ignorare.

5 ottobre 1954: a Londra, Francia, Inghilterra e Stati Uniti siglano con Italia e Jugoslavia un “Memorandum d’intesa” in forza del quale la parte del costituendo Territorio Libero amministrata dagli Alleati viene restituita all’amministrazione dell’Italia. E l’atto che permetterà, il 26 ottobre dello stesso anno, il ritorno definitivo di Trieste alla madrepatria.
Il Memorandum non ebbe mai la natura di un trattato internazionale, tanto che non venne neppure sottoposto a ratifica del parlamento italiano. Fu semplicemente un accordo di natura pratico-amministrativa che si contava sulla constata impossibilità di dare attuazione a ciò che il Trattato di Parigi aveva previsto e cioè la nascita del nuovo staterello.
Tale constatazione non si tradusse peraltro in quella che doveva essere la logica sua conseguenza e cioè restituire all’Italia tuffo ciò che non era possibile dare ad uno stato mai nato e che mai sarebbe esistito. La restituzione si realizzò solo limitatamente a Trieste, nel mentre la cosiddetta “zona B”, vale a dire la parte dell’Istria del previsto T.L.T., continuò a subire l’amministrazione della Jugoslavia, amministrazione che aveva il suo solo fondamento giuridico nell’occupazione militare del ’45 e che era in pieno contrasto con i confini della Jugoslavia, così come fissati dal Trattato di Parigi.
La conseguenza, umana, di tutto ciò che fu proprio il Memorandum di Londra segnò la spinta finale perché Capodistria, Isola, Pirano, Buie, Umago e Ciffanova vedessero trasformarsi i propri cittadini in Esuli in Italia, così come già era awenuto per i fratelli di Zara, di Fiume, di Pola e del resto dell’Istria.

10 novembre 1975: nella cittadina marchigiana di Osimo il ministro degli Esteri italiano, Mariano Rumor, e quello jugoslavo, Milos Minic, firmano un trattato meritevole di entrare nel Guinness dei primati. Uno dei due contraenti, il governo di Roma, paga una serie di prezzi non da poco: la rinuncia alla sovranità italiana sulla zona B, la concessione di una zona franca italo-jugoslava, a cavallo del confine di Trieste, che apre a Belgrado una porta verso il Mercato Comune, più altri vantaggi materiali. L’altro contraente, la Jugoslavia, non dà contropartite di alcun genere, si limita ad incassare i lauti benefici.
Una sorta di curioso patto leonino, nel quale tutti i vantaggi vanno alla parte più debole, Belgrado, e tutti i danni a quella più forte, Roma. Siamo infatti in un momento nel quale l’Italia ha ormai il rango di quinta o di sesta potenza economica mondiale, nel mentre la Jugoslavia risulta già un paese economicamente allo sbando e segnato politicamente dalla generale previsione che, alla morte dell’ormai anziano dittatore Tito, tutto il suo castello politico sarà destinato alla crisi e forse allo sfascio.
Con il Trattato di Osimo si realizza tra l’altro un fatto politico-costituzionale di rilevanza assoluta: l’Italia accetta, tranquillamente, di sacrificare la sua integrità territoriale, senza che il mondo politico (salvo poche eccezioni) sembri quasi accorgersene. Bossi e le sue pretese di secessione possono ben vantare, in quel Trattato, un valido precedente a cui potersi richiamare nella loro volontà di spezzare il territorio nazionale!

16 gennaio 1992: morto da qualche anno il Maresciallo Tito, crollato il sistema dei regimi comunisti dell’Est, anche la Jugoslavia è giunta al capolinea ed al disfacimento. Al suo posto sono nate nuove realtà statuali. Sotto la pressante spinta di Bonn, due di questi nuovi stati, Slovenia e Croazia, vengono riconosciute dai paesi europei e tra questi anche dall’Italia.
Con questo atto di riconoscimento tutte le precedenti vicende, relative ai confini orientali d’italia (Trattato di Pace, Memorandum di Londra, Trattato di Osimo), risultano dunque superate e ciò proprio dall’accettazione italiana dei nuovi confini sloveni. L’Istria entra così inequivocabilmente ad essere parte o della Slovenia o della Croazia.
I negoziatori italiani pongono almeno due limitazioni, all’atto del riconoscimento: l’impegno di Croazia e Slovenia a garantire la tutela e l’unitarietà della minoranza italiana in Istria e, poi, la questione aperta della restituzione agli Esuli italiani dei beni immobili espropriati dal regime di Tito.
Sarà proprio su questi due temi (minoranza italiana e restituzione delle case) che si incentrerò, negli anni successivi, il contenzioso tra Roma, Lubiana e Zagabria. Contenzioso che con il ministro Martino, del Governo Berlusconi, arriverò a concretizzarsi nel veto italiano, a livello europeo, all’ingresso di Lubiana nell’Unione Europea; veto che verrà mantenuto dal successore di Martino, Susanna Agnelli, ed anzi fatto recepire dagli stessi organismi comunitari. Sarà infatti Bruxelles a ribadire che le porte europee resteranno sbarrate per la Slovenia, se Lubiana non avrò prima risolto il contenzioso con l’Italia.

Maggio 1996: siamo ormai all’ultimo atto. A Roma è stato appena formato il governo Prodi. Sottosegretario agli Esteri figura l’on. Piero Fassino il quale, prima ancora che il Senato abbia votato la fiducia al Governo di cui fa parte, si precipita a Lubiana per incontrare i governanti sloveni (tutti, come lui, ex comunisti doc) per consegnare alla Slovenia il bel pacco dono: la rinuncia italiana ad ogni veto, affinché le porte d’Europa si possano spalancare per Lubiana. Il tutto senza ottenere, e nemmeno chiedere niente di niente in contropartita.
La minoranza italiana e la sua unitarietà restano così in balia dei governanti sloveni; quanto ai beni rapinati agli Esuli il prode Fassino ottiene la vaga promessa che essi quei beni forse potranno ricomprarseli (da coloro che glieli hanno rubati). Promessa che, proveniente da un governo balcanico e di ex comunisti, ha comunque un grado di probabilità di realizzarsi che è molto prossimo allo zero.
Certo è che, trascorso ormai un anno da quel fulmineo viaggio lubianese del nostro sottosegretario, da parte slovena non si è visto passo di alcun genere. I segnali che giungono dalla Slovenia sono anzi decisamente di segno contrario (si parla di inesistenti limiti costituzionali, di ipotesi di referendum e così via), tanto da motivare espliciti interventi di richiamo da parte delle autorità europee (evidentemente poco inclini a prendersi in casa soggetti così poco affidabili). Ben più a ragione il presidente Prodi ed il viceministro Fassino dovrebbero farsi sentire e protestare con gli amici sloveni, ma così non è. Considerano, chiaramente, che con Lubiana, dopo aver ceduto tutto ed anche di più, non esiste ormai questione di sorta. Si limitano quindi ad uno stanco negoziato con la Croazia, nel quale è a tutti più che evidente che non ci potrò essere esito diverso da quello già realizzato con la Slovenia: una bella e solenne rinuncia, da parte italiana, ad ogni richiesta di giustizia per gli Esuli, ad ogni impegno di tutelare per gli italiani rimasti.
Sarà la conclusione coerente di una lunga vicenda di oltre cinquant’anni. Una vicenda nata male, proseguita peggio e conclusa in modo pessimo: con la bancarotta, totale e fraudolenta, della politica estera italiana sul confine orientale :

L’incontro tra Slovenia, Croazia e Italia, finalmente è arrivato a sancire ufficialmente la fine di una situazione di confine ingarbugliata da anni. Bene ha fatto, pertanto, il nostro Presidente Napolitano a presenziare a quell’atto dovuto alla Storia.
Ma a titolo di commento amaro, c’è da sottolineare che l’Italia è sempre quella che, internazionalmente, alla fine di un qualsiasi avvenimento sia guerresco che politico, a posteriori, ci rimette sempre a tavolino.
Dopo la “vittoria rubata” della prima guerra mondiale, questa volta la “pace rubata” parte da Osimo dove, nel ’75, il sottaciuto “Trattato” fu firmato tra Italia e Jugoslavia, caldeggiato dall’allora PCI che costrinse il governo Moro a cedere la zona “B” istriana all’amico Tito, in contropartita di un tacito sostegno allo stesso governo. (e finalmente ottennero quello che volevano fin dal 1945).
Fino a quell’anno, infatti, l’Istria era territorialmente ancora italiana, anche se amministrata in “via temporanea” dalla Jugoslavia. L’Italia si accontentò solo di qualche promessa a favore degli esuli, ma una volta definito l’abbandono (denunciato come un Atto di tradimento contro la Nazione), la Jugoslavia arrivò a vietare “solo” agli italiani di acquistare immobili e terre!

Nel trattato, però, Tito accettò una clausola: l’Istria sarebbe stata indivisibile, pena il decadimento dell’accordo stesso. Certo, il Maresciallo non immaginava una frammentazione federale postuma, ma l’Istria è stata divisa tra Slovenia e Croazia e quindi vi sarebbero state tutte le premesse per sollevare un’’istanza di revisione internazionale. Potrebbe sembrare non attuale, oggi, in tempi d’Europa Unita, riparlare di un vecchio Trattato del ’75, ma sta di fatto che c’’è e proprio noi, italiani, non dobbiamo aver paura di nominarlo, proprio perché siamo noi a volerlo superare, esigendo però, almeno,  rispetto dall’’altra parte e quanto meno non diffidenza o ritorsioni psicologiche… (come per esempio, al rovescio, in Alto Adige). Se poi dicessero, i confinanti, che non riconoscono Osimo, in quanto firmato con  la Jugoslavia, allora non sarebbe valido nessun trattato post-bellico imposto da quei presuntuosi alleati anglofoni e torneremmo alla Serenissima Venezia, dove comandava il commercio…

Il prezioso contributo dell’islam alla civiltà

Mappa delle conquiste e delle civiltà cancellate o distrutte dall’islam

Mappa delle civiltà cancellate o distrutte dall'islam
Mappa delle civiltà cancellate o distrutte dall’islam

segue da Terrorism

632 d C       Morte di Maometto (8 giugno)

632-634       Conquista araba della Mesopotamia e della Palestina

635              Conquista araba di Damasco

638              Conquista araba di Gerusalemme

642              Conquista araba di Alessandria d’Egitto

647              Conquista araba della Tripolitania

649              Inizio delle guerre sul mare e conquista di Cipro

652              Prima spedizione contro la Sicilia

667              Occupazione araba di Calcedonia (Anatolia)

669              Attacco a Siracusa

670              Attacco ai berberi e conquista del Maghreb

674-680       Primo assedio arabo di Costantinopoli

698              Gli arabi prendono Cartagine ai bizantini

700              Assalto arabo a Pantelleria

704              L’emiro Musa proclama la guerra santa nel Mediterraneo occidentale; infesta il Tirreno e assale la Sicilia

710              Attacco arabo a Cagliari

711              Sbarco arabo nella Spagna meridionale Inizia la conquista della penisola iberica

715-717       Secondo assedio arabo di Costantinopoli

720              Attacco alle coste della Sicilia

727-731       Aggressioni alle coste della Sicilia

738              Liutprando sconfigge gli arabi ad Arles

740              Primo sbarco in Sicilia di un esercito saraceno

753              Ulteriore sbarco in Sicilia

778              Il giorno 8 settembre, Franchi e Longobardi sconfiggono gli arabi a Sabart, sui Pirenei

806              I mussulmani occupano Tyana, in Anatolia, e avanzano fino ad Ankara. Ademaro, conte franco di Genova, combatte i saraceni in Corsica

812-813       I saraceni attaccano Lampedusa, la Sicilia, Ischia, Reggio Calabria, la Sardegna, la Corsica e Nizza

819              Nuovo attacco alla Sicilia

827              Il 14 giugno, sbarco in Sicilia di un esercito, per la conquista dell’isola

829              I saraceni sbarcano a Civitavecchia

830              I saraceni invadono la campagna romana e saccheggiano le basiliche di San Paolo e di San Pietro

831              A settembre, Palermo si arrende agli arabi

838              Attacco saraceno a Marsiglia

839              Incursioni saracene in Calabria, sbarco e conquista di Taranto

840              Scontro navale, davanti a Taranto, tra saraceni e veneziani, che non riescono a fermare l’attacco. Saccheggio di Cherso, del Delta del Po e di Ancona

841              Gli arabi si spingono nel Quarnaro e distruggono la flotta veneziana all’isola di Sansego

842              Il 10 agosto Bari viene conquistata e vengono saccheggiate le coste della Puglia e della Campania

843              L’emiro di Palermo scaccia i bizantini da Messina

844              I normanni sbarcano in Spagna e occupano Siviglia

846              Spedizioni saracene a Ponza e a Capo Miseno. Il 23 agosto, gli arabi sbarcano alla foce del Tevere, assediano Ostia, saccheggiano nuovamente le basiliche di San Pietro e di San Paolo e l’entroterra fino a Subiaco, assediando poi Roma. Ritiratisi, depredano Terracina, Fondi, e assediano Gaeta

849              I saraceni saccheggiano Luni e Capo Teulada, in Sardegna

850              Attacco arabo contro Arles

852-853       Assalto alle coste calabresi e campane

856              Incursioni arabe a Isernia, Canosa, Capua e Teano

859              Gli arabi prendono Enna

867              Gli arabi saccheggiano il monastero di San Michele sul GarganoI saraceni occupano alcune città dalmate e assediano Ragusa. La flotta veneziana, guidata dal doge Orso, li insegue e li sbaraglia davanti a Taranto

868              Re Ludovico libera Matera, Venosa e parte della Calabria

869              Bande di saraceni invadono la Camargue

870              Gli arabi occupano Malta e saccheggiano Ravenna

879              Gli arabi prendono Taormina

879              I saraceni saccheggiano Teano, Caserta e la campagna romana

881              Il Papa scomunica il Vescovo di Napoli per la sua alleanza con i saraceni

885              I saraceni saccheggiano Montecassino e la Terra di Lavoro

890              I mori di Spagna attaccano la costa provenzale e stabiliscono una base a Frassineto (La Garde-Freinet)

898              Saccheggio saraceno della Badia di Farfa

912              Incursione saracena all’Abbazia di Novalesa

913              Attacco alla Calabria

914              Gli arabi stabiliscono basi a Trevi e a Sutri

916              Incursione saracena nella Moriana (Savoia)

922              Incursione e saccheggio di Taranto

924              Presa di Sant’Agata di Calabria

925              Incursioni saracene in tutta la Calabria, fino in terra d’Otranto; assedio e massacro di Oria

929              Saccheggio delle coste calabresi

930              Paestum viene saccheggiata

934              Assalto alla costa ligure

935              Saccheggio di Genova

936              Fallito attacco saraceno ad Acqui, difesa dal conte Aleramo

940              Incursione saracena al passo del San Bernardo

950              L’emiro di Palermo assale Reggio e Gerace e assedia Cassano Jonio

952              Gli arabi, alleati con Napoli, colonizzano la Calabria

960              San Bernardo da Mentone vince e insegue i saraceni in Val d’Aosta, fino a Vercelli

965              Gli arabi prendono Rametta, ultima roccaforte siciliana e in seguito sbarcano in Calabria

969              Saccheggi saraceni nell’Albesano

977              I saraceni prendono Reggio, Taranto, Otranto e Oria

978              I saraceni saccheggiano la Calabria

981              Ancora saccheggi in Calabria

986              I saraceni saccheggiano Gerace

987              I saraceni saccheggiano Cassano Jonio

988              Gli arabi prendono Cosenza e la terra di Bari

991              Presa di Taranto

994              Assedio e presa di Matera

1002            Incursioni a Benevento e nelle campagne napoletane, assedio di Capua

1003            Incursioni nell’entroterra di Taranto Attacco a Lérins, in Provenza

1009            Il califfo Al-Hakim tenta di distruggere il Santo Sepolcro

1029            Saccheggio delle coste pugliesi

1031            Saccheggio di Cassano Jonio

1047            Incursione saracena a Lérins

1071            Gli arabi vincono la battaglia di Manazkert e iniziano la conquista dell’Anatolia

1074            Sbarco di saraceni tunisini a Nicotera, in Calabria

1080            I saraceni saccheggiano Roma

1086            Gerusalemme cade in mano ai turchi

1096            Inizio della Prima crociata

1122            Scorreria saracena a Patti e a Siracusa

1127            Attacco a Catania e nuovo saccheggio di Siracusa

1144            L’atabeg di Mossul Zengi, con un colpo di mano, s’impadronisce di Edessa assumendo nel mondo islamico ruolo e fama di “difensore della fede”

1145            Papa Eugenio III bandisce la seconda crociata. A causa dei contrasti interni si rivelerà inutile

1187            Salah-ad-Din riconquista Gerusalemme

1190            Papa Clemente III organizza la terza crociata. Riccardo Cuor di Leone sconfigge per due volte Salah-ad-Din ma, sempre a causa dei dissensi interni alla coalizione, non poté liberare Gerusalemme Concluse però una tregua di tre anni, che prevedeva garanzie per i pellegrini (1192)

1195-1204   Si susseguono diversi tentativi pressoché inutili di organizzare una quarta crociata Anche in questo caso mancherà la necessaria coesione e le lotte interne la renderanno pressoché inutile

1213            Papa Innocenzo III tenta di bandire un’altra crociata che però non avrà luogo

1217-1221   Quinta crociata. Nel 1219 le cronache riportano la visita di Francesco d’Assisi al campo crociato Francesco predirà la sconfitta a causa delle faziosità e delle divisioni interne. La Chiesa non riconoscerà la quinta crociata

1221            Fallisce la conquista de Il Cairo e anche la quinta crociata si risolve con un nulla di fatto

1229            Federico II accordatosi con il sultano d’Egitto al-Kamil (Trattato di Giaffa) ottiene Gerusalemme, Betlemme, Nazaret e alcune località costiere fra San Giovanni d’Acri e Giaffa e tra Giaffa e Gerusalemme; e conclude anche una tregua decennale

1244            I mussulmani riconquistano Gerusalemme

1245            Papa Innocenzo IV bandisce la settima crociata Luigi IX, re di Francia, la organizza con le sue sole forze ma non riesce a conquistare Gerusalemme Ulteriori tentativi si concluderanno nel 1270 con pochi esiti.

Dalla seconda metà del sec XIV, la progressiva avanzata dei turchi ottomani verso il cuore dell’Europa ridiede una certa attualità alla crociata, intesa però in senso non di guerra santa per la riaffermazione del cristianesimo in Oriente, ma di guerra per la difesa dell’Occidente stesso dall’islamismo sulla via di sempre più ampie conquiste.

Le crociate fallirono quanto al loro scopo originario, cioè la liberazione dei Luoghi Santi dai mussulmani. Restano tuttavia un fenomeno storico di grande rilevanza non solo religiosa, ma politica, economico-sociale, culturale. Politicamente, impegnarono i mussulmani contenendone e ritardandone l’avanzata in Europa, e ciò permise lo sviluppo degli Stati centro-occidentali

1308            I turchi prendono Efeso e l’isola di Chio

1326            I turchi conquistano Brussa

1329            I turchi prendono Nicea (Urchan)

1330            I turchi sconfiggono i bulgari, a Velbuzhd

1337            I turchi conquistano Nicomedia e si installano sul Mar di Marmara

1356            I turchi prendono Gallipoli, sul Mar di Marmara

1371            I turchi sconfiggono i serbi sulla Martz

1382            I turchi occupano Sofia

1386            I turchi occupano Nis, in Macedonia

1423            I turchi prendono il Peloponneso e la Morea

1425            Abbandono dell’isola di Montecristo a causa delle continue incursioni saracene

1430            I turchi prendono Tessalonica, la Macedonia, l’Epiro e la città di Giannina

1453            Maometto II prende Costantinopoli

1455            I turchi prendono Focea, Tasso e Imbro, nell’Egeo

1458            Maometto II conquista tutte le terre cristiane in Grecia, tranne le colonie veneziane Dopo due anni di assedio, cade l’Acropoli di Atene

1459            La Serbia diventa provincia ottomana

1460            I turchi occupano tutto il Peloponneso

1461            Cade anche Trebisonda, ultimo Stato bizantino. I turchi occupano la colonia genovese di Salmastro

1462            Maometto II occupa la Valacchia e Prende Mitilene ai genovesi

1465            Costantinopoli diventa la capitale dell’impero ottomano. La cattedrale di Santa Sofia viene trasformata in moschea

1470            I turchi occupano la veneziana Negroponte

1471            Scorrerie ottomane in Carniola, in Istria, nel Monfalconese e nel Triestino

1472            Scorrerie ottomane in Croazia

1473            Scorrerie ottomane in Carniola e Corinzia

1474            Scorrerie ottomane in Croazia e Slavonia

1475            Incursioni turche in Stiria inferiore e Carniola I turchi prendono Kaffa e tutta la Crimea ai Genovesi

1476            Incursioni turche in Carniola, Stiria, e in Istria, fino a Gorizia e Trieste

1477            Incursione in Friuli

1478            Scorreria in Carniola, Istria e Dalmazia

1480-1481   I turchi conquistano Otranto e ne massacrano la popolazione compiendo un’orribile strage

1482            Incursione ottomana in Istria e Carniola

1483            Incursione in Carniola Annessione turca dell’Erzegovina

1484            Conquista turca dei porti sulla Moldava

1493            Scorrerie in Istria, Carniola e Corinzia

1498-1499   Scorrerie ottomane in Carniola, Istria e Corinzia

1499            Grande scorreria turca in Friuli, fino ai confini della Marca Trevigiana

1511            I turchi conquistano la Moldavia

1516            Saccheggio di Lavinio, sul litorale romano

1521            Suleiman II prende Belgrado

1522            I turchi prendono Rodi ai Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, che si trasferiscono a Malta, assumendo il nome di “Cavalieri di Malta”

1526            Suleiman II sconfigge gli ungheresi a Mohàcs

1528            I turchi assoggettano il Montenegro

1529            Suleiman II intraprende il primo assedio di Vienna. Occupazione della Georgia e dell’Armenia

1531            Khaireddin saccheggia le coste dell’Andalusia

1543            Suleiman II conquista gran parte dell’Ungheria

1551            Dragut saccheggia Augusta, in Sicilia

1554            Dragut saccheggia Vieste

1555            Dragut assale Paola, in Calabria

1556            Ivan IV conquista Astrachan

1558            Dragut saccheggia Sorrento e Massa Lubrense

1566            Una flotta turca entra in Adriatico e bombarda Ortona e Vasto. I turchi prendono Chio ai genovesi

1571            Il 6 agosto, i turchi prendono Famagosta, ultimo caposaldo veneziano di Cipro. Il 7 ottobre, la flotta turca, guidata da Selim II, è sconfitta, a Lepanto, da quella cristiana

1575-1600   I pirati moreschi attaccano sistematicamente le coste della Catalogna, dell’Andalusia, della Linguadoca, della Provenza, della Sicilia e della Sardegna

1582            Saccheggio di Villanova-Monteleone in Sardegna

1587            Gli arabi attaccano Porto Vecchio, in Corsica

1588            Hassan Aghà saccheggia il litorale laziale e Pratica di Mare

1591            Il Pascià di Bosnia invade la Croazia austriaca

1618-1672   Gli arabi attaccano sistematicamente le coste siciliane

1623            Gli arabi saccheggiano Sperlonga

1636            Gli arabi occupano Soltanto

1647            Gli arabi saccheggiano parte della Costa Azzurra

1672            I turchi attaccano la Polonia e conquistano la fortezza di Kamenez. Con il Trattato di Bucracz ottengono la Podolia

1680            I turchi saccheggiano Trani e Lecce

1683            I turchi assediano Vienna dal 14 luglio. L’imperatore Leopoldo I si allea con Giovanni Sobieski, re di Polonia. Vienna è liberata dall’esercito austro-polacco del duca Carlo Leopoldo V di Lorena, con la battaglia di Kalhenberg, del 12 settembre

1703            Ahmed III fa guerra a Pietro I e lo sconfigge sul Prut

1708            Algeri riprende Orano agli spagnoli

1714            I turchi saccheggiano la zona di Lecce

1727            I mussulmani saccheggiano San Felice al Circeo

1741            I Bey di Tunisi cacciano i genovesi dall’isola di Tabarca

1754            Saccheggio arabo di Montalto di Castro

1780            I mussulmani saccheggiano Castro, in Puglia

1799            Dopo la partenza di Napoleone, i turchi riprendono l’Egitto

Maggiori dettagli con le descrizioni prese da autori arabi le trovate da “inchiesta storica

1915-1916   Genocidio degli armeni da parte dei turchi

1920-1922   I turchi respingono il Trattato di Sèvres e cacciano i greci dall’Anatolia

1923            Con la Pace di Losanna, la Turchia si riprende la costa dell’Anatolia È una vera pulizia etnica con la deportazione di intere popolazioni

1928            Hassan al-Banna fonda l’Associazione dei “Fratelli mussulmani”

1944            Fondazione della “Lega degli Stati arabi” (Lega Araba dal 1945)

1948            Proclamazione dello Stato di Israele

1965            Inizio di forti migrazioni maghrebine e turche nell’Europa occidentale

1968            Inizio del terrorismo di Al Fatah

1974            I turchi occupano la parte settentrionale di Cipro. Massacri effettuati dai Palestinesi in Alta Galilea

1975            Inizio dello sterminio dei cristiani maroniti del Libano

1979            Rivoluzione islamica dell’Ayatollah Khomeini, in Iran Per anni rimase esiliato e al sicuro in Francia

1980            Aumento degli attentati islamici nel mondo Primi disordini nei quartieri islamici in Europa

1981            Un terrorista turco attenta alla vita di papa Giovanni Paolo II (13 maggio)

1990            Occupazione siriana del Libano Il generale Michel Aoun si oppone tenacemente all’inglobamento del Libano nella “grande Siria” La debole politica occidentale lo porterà a cedere

1991            Inizio delle guerre nel Caucaso Rivolte in Cecenia

1991            Inizio degli sbarchi clandestini di massa in Italia

1992            Formazione di uno stato islamico in Bosnia

1993            Primo attentato al “World Trade Center” di New York

1996            Numerosi attentati di Hamas, in Israele. Attentati anti-americani, in Arabia Saudita. I talebani prendono il potere in Afghanistan

1998            Rivolta anti-serba nel Kosovo

2001            L’undici settembre il “World Trade Center” di New York viene completamente distrutto

2003            Operazione “Enduring Freedom” Guerre in Afghanistan e in Iraq La dittatura di Saddam Hussein viene abbattuta Strage contro gli italiani a Nassiriya, in Iraq (12 novembre)

2004            Numerosi attentati in Iraq Stragi a Madrid (11 marzo) con 190 morti, e a Beslan (3 settembre): oltre 300 le vittime, per lo più bambini, vilmente assassinati in Ossezia del Nord Strage di Taba, in Egitto (8 ottobre) Numerosi altri attentati in tutto il mondo

2005            Numerosi Attentati in Iraq Strage nella metropolitana e negli autobus londinesi (7 luglio): oltre cinquanta morti e centinaia di feriti L’attentato avviene in contemporanea con l’assemblea del G8 in Scozia. Il 23 luglio seguono gli attentati di Sharm El-Sheik con oltre 60 morti e decine di feriti. Attentato a Bali (Indonesia) il 1° ottobre (23 morti e 150 feriti) Dal 27 ottobre al 16 novembre: violenze e rivolte delle comunità immigrate nelle periferie di Parigi e di altre città. L’8 novembre il governo impone misure d’emergenza, tra cui il coprifuoco. Due le vittime, circa 4500 arrestati, oltre 10000 le auto incendiate, distrutti 200 edifici pubblici. Il 9 novembre ad Amman (Giordania) tre attentati suicidi in tre alberghi frequentati da turisti provocano 60 morti e oltre 90 feriti. Il 10 novembre Al Qaeda rivendica la paternità degli attentati

E continua …

Islamic Terror Attacks for First Part of 2010

Islamic Terror Attacks for 2009

Islamic Terror Attacks for 2008

Islamic Terror Attacks for 2007

Islamic Terror Attacks for 2006

Islamic Terror Attacks for 2005

Islamic Terror Attacks for 2004

Islamic Attacks from September 11th, 2001 through 2003

Foibe : per non dimenticare

Ines Gozzi presunta Ausiliaria Rsi
Ines Gozzi presunta Ausiliaria Rsi

Ne è stato parlato tanto e tanto è stato fatto per far passare sotto silenzio il dramma dei nostri connazionali “epurati per motivi etnici” dai Titini.

Ma gli assassini di Tito avevano dei fiancheggiatori tra gli italiani stessi che hanno partecipato attivamente nei massacri dei loro connazionali giuliano-dalmati.

La nostra sinistra ha sempre evitato di affrontare il discorso ed ogni volta che se ne è presentata l’occasione ha cercato di nascondere, minimizzare, negare.

Ines Gozzi
Ines Gozzi

Queste sono le verità delle quali non vogliono si parli :

Crimini del comunismo italiano

Friuli 1945: partigiani della Osoppo Fucilati da comunisti

Foibe, I protetti del partito comunista

Le vittime italiane dei gulag di Tito

Porzus

Partigiani

Francesco Saverio Nitti
Francesco Saverio Nitti

Ecco le parole di Francesco Saverio Nitti nel 1945, al suo rientro in Italia dopo l’esilio per la sua opposizione al Fascismo: “Gli italiani sono stati ubriacati con le menzogne per centocinquant’anni. […]
Anche il movimento partigiano, che agiva in nome della liberazione, era fondato su una menzogna. I partigiani italiani vorrebbero farci credere che la loro fu una lunga, nobile lotta contro i mali del Fascismo, dell’occupazione e della repressione durante la tremenda campagna invernale del 1944-45 […]
Alcuni gruppi della resistenza agirono con coraggio, e molti dei loro componenti pagarono a caro prezzo, ma la stragrande maggioranza dei partigiani, circa duecentomila elementi, entrò nei ranghi solo dopo il termine delle ostilità .

Ci è stato fatto credere per anni che il processo di opposizione al Fascismo fu continuo e presente anche durante il Ventennio, pronto per esplodere prima il 25 luglio 1943 e ancor più violento l’8 settembre 1943.
La contrapposizione tra la minoranza fascista e la maggioranza antifascista porterà  così alla lunga lotta armata di questi ultimi che si batteranno per la democrazia e per la libertà . In realtà , a parte pochissimi autentici e coerenti antifascisti nelle carceri o all’esilio, la maggioranza degli italiani fu con il Fascismo, fino a quando capì che era più conveniente cambiare posizione.

Non esistono dei dati precisi sul numero dei partigiani, ma secondo alcune stime nel dicembre 1944 il loro numero era attorno alle 100.000 unità ; di questi solo 10.000 operavano come veri guerriglieri, gli altri erano solo profughi o uomini rifugiatisi in montagna per sfuggire ai rastrellamenti tedeschi. La maggior parte dei partigiani entrò a far parte del movimento solo alla fine delle ostilità , quando ormai la conclusione era scontata. Alcune fonti affermano addirittura che, dopo la fine del conflitto, in Italia furono distribuiti circa settecentomila certificati di militanza partigiana contro il pagamento di una modesta somma.

Inoltre bisogna considerare che il numero di partigiani aumentò ogni qualvolta veniva emesso un bando di chiamata alle armi dal governo della RSI. I giovani, per sottrarsi agli obblighi di leva, preferirono fuggire in montagna, ove furono poi assorbiti dai partigiani presenti. Non fu la loro una scelta di campo, ma una conseguenza derivante dalla situazione bellica.

Quale fu il contributo allo sforzo bellico di questi partigiani? Anche secondo gli Alleati fu scarso e non servì ad accelerare la fine della guerra in Italia. Il maresciallo Alexander, comandante delle forze alleate in Italia e nel Mediterraneo disse: “La loro collaborazione fu trascurabile e di poco conto“.

Giuseppe Osella, famoso industriale manifatturiere, fu fucilato per aver organizzato e finanziato i primi nuclei di partigiani comunisti della Valsesia; a lui furono dedicate piazze e vie e figura come “martire della libertà . Ma nessuno ricorda il suo passato di squadrista (quelli che manganellavano la gente e la riempivano di olio di ricino); fece la Marcia su Roma e fino al 25 luglio 1943 fu podestà  di Varallo Sesia.
Un tipico esempio di coerenza italica.

Davide Lajolo, giornalista e scrittore, discorrendo con Curzio Malaparte dichiarava: “Noi militanti del PCI dal fondo di una cella abbiamo capito dalle corrispondenze che lui mandava dal fronte che i tedeschi non ce l’avrebbero fatta …”. A dire il vero Lajolo non fu mai rinchiuso in nessuna cella, ma all’epoca dei fatti in riferimento, egli era un ufficiale volontario delle Camicie Nere, reduce da tutte le guerre mussoliniane e vicefederale fascista di Ancona fino al 25 luglio 1943.

Giorgio Pisanò ricorda nei suoi libri alcuni incontri con i partigiani: “Ponte Valtellina era si in mano ai partigiani. Ma appena ci videro scapparono via. Non ci fu nemmeno bisogno di sparare. Quei pochi che furono raggiunti dai nostri ragazzi gettarono le armi a terra e alzarono le braccia. Vennero liquidati a calci nel sedere. Erano le 10,30 del 28 aprile del 1945 […]
Quando fummo a circa seicento metri da Grosio, sentimmo alle nostre spalle alcuni colpi di fucile e delle raffiche di mitra. I partigiani, accortosi che in paese non c’era più un fascista, si erano decisi a liberarlo”.

Mazzantini in uno dei suoi libri rileva evidenti distorsioni dei fatti fra ciò che viene riportato dal Longo in un suo racconto e ciò che realmente è accaduto, essendo lui stesso protagonista di quegli episodi. “Diecimila fascisti, che dall’11 marzo erano stati trattenuti in valle dalle forze di Moscatelli, abbandonarono l’11 giugno la Valsesia”; in realtà  si parla della Legione Tagliamento composta da 1000 uomini che non abbandonava la Valsesia, ma veniva trasferita sulla linea Gotica. “A Camasco (Valsesia) il 63o Battaglione “M” per due giorni di seguito è attaccato dai nostri distaccamenti e obbligato alla fuga, dopo aver lasciato sul terreno il vicecomandante, trenta morti e la bandiera”; in realtà  si trattava di piccoli scontri con qualche morto e ferito e soprattutto senza nessuna bandiera lasciata sul terreno. Confrontando le sue personali esperienze con il libro “Il Monterosa è sceso a Milano” dei partigiani Pietro Secchia e Gino Moscatelli evidenzia come, delle sparatorie tipiche del modo di operare partigiano, siano trasformate in operazioni militari di grande portata. Anche in questo libro una compagnia di 90 uomini diventano delle colonne di migliaia di uomini e, durante uno scontro con una colonna tedesca di 500 uomini appoggiata da autoblinde e cannoni semoventi: “le nostre perdite ammontano a un morto, cinque feriti e due dispersi (gruppo Damiani). Le perdite nemiche a cento uomini”. Tutte queste falsità  e distorsioni dei fatti sono le basi sulle quali è stata impostata la “verità  ufficiale“.

La politica dei partigiani comunisti

Il 12 ed il 13 settembre 1943 i delegati del Partito Comunista Croato e quelli del Partito Comunista Italiano si riunirono a Pisono e decidero che l’Istria doveva far parte della Croazia alla fine della guerra. Di conseguenza tutti i partigiani comunisti italiani sarebbero passati sotto comando croato. Inoltre a metà  ottobre 1944 Palmiro Togliatti incontrò l’esponente dei partiti comunisti jugoslavi e consigliò allo stesso che sarebbe stato utile per la causa comunista che i partigiani di Tito occupassero tutta la Venezia Giulia. A chi dare la responsabilità  delle foibe e di tutte le atrocità  che subirono in seguito gli italiani presenti in quei territori?

Il 7 gennaio 1945, sulle montagne del Friuli, avvenne l’eccidio di Porzus. Quest’episodio per anni tenuto nascosto dai più, permette di comprendere quali erano gli atteggiamento e le finalità  dei partigiani comunisti in Italia. Essi consideravano nemici non solo i fascisti, ma chiunque non fosse comunista e non allineato con le loro posizioni. A Porzus i partigiani della brigata Osoppo vennero massacrati dai partigiani della brigata Garibaldi-Natisone, eseguendo così l’ordine del commissario delle formazioni garibaldine Mario Lazzero del Partito Comunista Italiano (nel dopoguerra segretario della Federazione Comunista di Udine e successivamente deputato al Parlamento). I partigiani della Osoppo vennero torturati, evirati e infine uccisi. I comunisti fecero capire in quel modo chi comandava e quale fine attendeva chi non si fosse adeguato.

Nei primi giorni dopo l’8 settembre fascisti ed antifascisti s’incontrarono per trovare una soluzione pacifica che non permettesse lo scontro fra le due fazioni. Sarà  la politica dei comunisti che porterà  allo scontro e alla guerra civile; non volendo scendere a patti per il bene di tutti, seguiranno la strada dell’assassinio. Sono evidenziate anche da parte antifascista sia la ricerca di una soluzione pacifica da parte dei non comunisti sia l’opposta scelta dei comunisti. La diffidenza dei moderati verso i comunisti e l’iniziale rifiuto alle loro pressanti sollecitazioni ad agire, ha a fondamento la consapevolezza che i comunisti, sostenuti in quella scelta dagli azionisti, si battono per un disegno, che va al di là  della vittoria sulla Germania. “Per i primi il capovolgimento degli attuali assetti sociali, per l’attuazione della rivoluzione proletaria, e per gli altri una rigenerazione radicale e altrettanto sanguinosa della società  in senso giacobino”.

A poco più di due mesi dall’armistizio, la situazione iniziale sembra si stia avviando verso uno stato di non belligeranza tra i due schieramenti, di una tregua nella quale dalla parte antifascista c’è una maggioranza moderata che non ha alcuna intenzione di venire ad una rottura cruenta, e da parte fascista, oltre a un’autentica aspirazione alla riconciliazione nazionale diffusa in vasti ambienti, tutto l’interesse che la situazione si stabilizzi, in modo da poter ricostituire le Forze Armate da portare sulla linea del fronte per riscattare con le armi la vergogna dell’8 settembre. Per i comunisti però, che la situazione si normalizzi su posizioni di tregua, è un pericolo da scongiurare a tutti i costi. Essi non possono accettare che la liberazione dai tedeschi e dai fascisti avvenga per mano degli eserciti alleati. Il compito specifico del PCI è realizzare un progetto rivoluzionario mondiale, mentre una soluzione del genere condurrebbe ad una sorta di restaurazione del governo precedente il periodo fascista, ove sono i partiti borghesi a gestire il potere. Permettere questo sarebbe per il PCI buttar via un occasione unica: quella cioè di una nazione disgregata e dalle strutture in pezzi, con tutto il sistema dei valori borghesi in crisi profonda; una situazione perfetta per gettare le basi di una rivoluzione. Questa è la reale meta dei comunisti, sia dei militanti, quanto dei dirigenti, formatisi nelle strutture organizzative del Comintern.

“Eravamo giovani ed idealisti, per noi l’obbiettivo era soltanto la sovietizzazione dell’Italia” confessava, ricordando quei tempi, l’ex capo partigiano Mendel a “Il Giornale” l’8 settembre 1990.

I comunisti quindi vanificarono qualsiasi progetto di ricomposizione, spinsero alle estreme conseguenze quella situazione di latente guerra civile, perchè la rivoluzione ovviamente non ha bisogno della composizione ma dello scontro, del taglio netto. Saranno i comunisti che provocheranno con le armi e smuoveranno l’apparente calma venutasi a creare; d’altronde ai fascisti non può che essere che conveniente quella quiete interna a prova del consenso e della rassegnazione popolare. Gli antifascisti che partecipano agli incontri tenuti a Milano, Venezia, Modena, Firenze, Ferrara, Bologna fanno un’opera di pacificazione con i fascisti, rifiutano quella strada che può portare ad una sanguinosa guerra civile. Chi determina la svolta a questa situazione è la direzione del PCI dando inizio ad una campagna di attentati terroristici e di agguati a uomo, allo scopo di esasperare le reazioni dell’avversario, di far esplodere la violenza latente, di zittire ed emarginare i moderati, quindi di far fallire il progetto di normalizzazione. Il terrorismo urbano è la prova di questa volontà ; non formazioni armate sui monti o nelle campagne per operazioni militari, sabotaggi ad installazioni tedesche, colpi di mano a colonne, ponti, ferrovie, ma il terrorismo urbano, l’agguato contro i fascisti, soprattutto la dove si ventilano possibilità  di intese, di convivenza tra le due parti.

Gli assassini del federale di Ferrara Igino Ghisellini, del federale di Milano Aldo Resega, del federale di Bologna Eugenio Facchini, del federale di Torino Ather Capelli, furono tipiche azioni di provocazione terroristica. E non a caso furono uccisi quei fascisti più moderati che avevano avviato degli incontri con gli esponenti antifascisti disposti al dialogo. Queste azioni ebbero la capacità  di suscitare puntualmente enormi risonanze e scatenare reazioni sproporzionate sia nella misura che nella violenza, come era nelle previsioni.

Gli uomini più avvisati, Mussolini in testa, si sforzeranno di placare gli animi, ben consci degli scopi che la strategia dell’assassinio politico si propone. Scrisse a proposito dei pensieri di Mussolini, Giovanni Dolfin suo segretario: “Mussolini è ben consapevole del rischio che la provocazione terroristica provoca. E invita a non rispondere a non lasciarsi trascinare nel gorgo della vendetta. Gli avversari che hanno da tempo inaugurato l’assassinio politico come sistema di lotta, fanno evidentemente il possibile per portarci sullo stesso terreno. Sarebbe da parte nostra un grave errore il seguirli, facendo il loro giuoco”.

Carlo Silvestri, il socialista che aveva capeggiato la campagna di stampa contro Mussolini all’epoca del delitto Matteotti, l’uomo che nel periodo delle RSI fu uno dei più attivi nel tentativo di gettare un ponte tra le due parti, dichiarò: “Affinchè non vi siano ombre sulla mia chiarezza, testimonio ancora una volta, che tutte queste uccisioni furono volute col criterio di esasperare la situazione e rendere inevitabile la guerra civile secondo il desiderio di Londra e di Mosca”.

Alberto Franceschini, uno dei capi storici delle BR, il quale da ex-partigiani comunisti, con la consegna delle vecchie armi di quelli, riceve l’investitura della continuità  della Resistenza, ha dichiarato: “La storia non si può negare. La mitologia del nucleo storico delle BR è fatta proprio di quegli episodi e di quei racconti [di ex gappisti]… Noi avevamo il mito dei GAP. A Milano alcuni entrarono nelle BR sull’onda dei racconti della Volante Rossa”.

Primavera di sangue

“I delitti gratuiti compiuti durante la Resistenza furono voluti e compiuti dai comunisti. Si pose un velo su di essi perchè non si ebbe la possibilità , o il coraggio di impedirli, nè di punirli nè di sconfessarli” (Don Luigi Sturzo, L’ultima crociata, La Nuova Cultura, 1956).

Per diversi mesi del 1945, il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia) ebbe mano libera nell’Italia settentrionale e fu una carneficina. Le formazioni partigiane saccheggiavano liberamente e massacravano chiunque fosse sospettato di essere fascista. Le pattuglie militari alleate fecero ben poco per ristabilire l’ordine fino a quando non si placò la sete di sangue. Ad oggi le autorità  italiane ammettono che i morti furono ufficialmente 17.322, ma si calcola che la cifra reale oscilli intorno alle 100.000 persone fra uomini, donne e bambini. In molti casi furono sterminate intere famiglie.

Il Comitato insurrezionale, avvalendosi della copertura e dell’appoggio del CLN e del CVL, indicò come nemico i fascisti che dovevano essere tutti ammazzati senza processo perchè “fuori legge”. Ecco il testo di una circolare segreta, dattiloscritto su carta intestata Comitato di Liberazione Nazionale: “Disposizioni sul trattamento da usarsi contro il nemico […] Gli appartenenti alle Brigate Nere, alla Folgore, Nembo, X Mas e tutte le truppe volontarie, sono considerati fuorilegge e condannati a morte. Uguale trattamento sia usato anche ai feriti di tali reparti […] In caso che si debbano fare dei prigionieri per interrogatori ecc., il prigioniero non deve essere tenuto in vita oltre le tre ore”.

Poi c’erano i famigerati “Tribunali del popolo” composti dai più fanatici tra i capi partigiani comunisti. La procedura veniva inventata di volta in volta e l’unica pena prevista era la pena di morte. Era sufficiente essere fascista per essere condannato, anche se non veniva dimostrato nulla.

Il “tribunale del popolo” era composto da una decina di capi banda, quasi tutti comunisti. Il pubblico era formato in maggioranza di partigiani. Il processo fu rapidissimo. Un capo partigiano aveva pronunciato la requisitoria. L’imputato era fascista, ciò era sufficiente per essere condannato. Il presidente si era rivolto al pubblico e aveva gridato: “Lo volete vivo o lo volete morto?”. “Morto” fu la risposta. L’imputato fu fucilato il giorno dopo.

Le Corti d’Assise straordinarie, istituite con un decreto che portava la firma del Luogotenente generale del Regno il principe Umberto, contemplavano tutta una serie di reati per cui i tre quarti del popolo italiano avrebbero dovuto finire in galera, a cominciare dallo stesso Umberto. Anche essere stati figli della Lupa poteva essere considerato un reato: la legge infatti era retroattiva.

Per tutto l’inverno le Corti d’Assise straordinarie continuarono a lavorare a pieno ritmo, giudicando decine di migliaia di fascisti. Da un calcolo approssimativo effettuato nell’aprile del 1946 si stabilì che, senza considerare le numerosissime sentenze di morte, i giudici antifascisti, nel volgere di circa un anno, avevano emanato condanne per un totale di circa centocinquantamila anni di galera.

Scomparvero un cuciniere e quattro legionari del presidio di Mazzo. Nelle prime ore del pomeriggio furono ritrovati nella cantina di una casa di Sernio: massacrati a colpi di pugnale, con gli occhi strappati e gli organi genitali in bocca.

[…] si era iscritto al Fascio repubblicano mosso solo da un amore infinito per la sua Patria. Nel pomeriggio del 29 aprile, alcuni partigiani lo prelevarono da casa sotto gli occhi della moglie e dei figli; lo costrinsero a correre davanti a loro per le vie della cittadina, sparandogli tra le gambe. Alla fine lo gettarono contro un muro e l’ammazzarono come un cane tirandogli addosso una scarica di bombe a mano.

Pisanò in uno dei suoi libri ricorda di essere stato accusato da un partigiano valtellinese di essere stato visto mesi prima andare in giro con un barattolo pieno di occhi sinistri di partigiani. In realtà  egli era arrivato in Valtellina solo il 20 aprile.

Poi c’erano le ausiliarie. I partigiani entravano nelle prigioni dove le donne erano rinchiuse e ne abusavano per ore. Nessuno mai impedì quella vergogna.

Bardelli, reduce dal fronte di Nettuno e comandante del battaglione Barbarigo, cadde in un vile agguato e venne barbaramente ucciso con nove dei suoi uomini. Furono ritrovati i loro corpi spogliati degli indumenti e dei valori personali, strappati gli anelli dalle dita e i denti d’oro dalle bocche piene di terra e di erba in segno di sfregio.

Toccò al capitano […]. Accusarono anche lui di torture, sevizie, massacri. Tutto inventato. Rifiutò di difendersi. Quando il tribunale emise il verdetto di morte, gridò con quanto fiato aveva in gola: “Vigliacchi, viva l’Italia“. Lo fucilarono la mattina dopo.

Fu assolto. Era stato difeso da alcuni partigiani del suo paese e non fu accusato di nulla. La mattina seguente lo vennero a prendere poco prima dell’ora di aria e lo ammazzarono tre ore dopo. Lo misero insieme ad altri quattordici fascisti prelevati dalla ex Casa del Fascio. Dovettero scavarsi la fossa e poi dovettero ammucchiarsi dentro. I partigiani li mitragliarono alle gambe e, mentre quegli sventurati urlavano implorando il colpo di grazia, li irrorarono con decine di litri di benzina e li bruciarono vivi.

A Clusone un reparto di giovanissimi ufficiali della Guardia Nazionale, spontaneamente disarmatosi dietro promessa della libertà , fu interamente massacrato.
Ad Oderzo la compagnia anziani del battaglione Bologna, cui era stata garantita la vita all’atto del loro pacifico disarmo, furono freddamente trucidati sulle stesse vecchie trincee del Piave. In molti casi i partigiani entrarono negli ospedali militari, trascinarono giù dal letto i feriti e li fucilarono nei cortili o sulla strada davanti ai parenti che li assistevano.

Il 28 aprile 1945 a Rovetta, in provincia di Bergamo, vennero fucilati da partigiani comunisti tutti i componenti del presidio del passo della Presolana, composto da 43 militi di una compagnia della legione Tagliamento, i quali secondo le disposizioni del CLNAI si erano arresi e avevano consegnato le armi; ma una formazione di partigiani comunisti scesi dai monti si impose con le armi al CLN locale, ruppe i patti e fucilò tutti quei prigionieri.

Fascisti o presunti tali furono portati davanti a plotoni d’esecuzione, appesi a un cappio, linciati. Uomini adulti, ragazzi, donne, vecchi, civili e militari, mutilati, ciechi di guerra, giovani ausiliarie denudate e violentate, preti, giornalisti, poeti, attori. Presidi e interi reparti militari che si arresero, consegnarono le armi dopo regolari trattative con i CLN, in totale spregio ai patti stipulati, vennero passati per le armi dopo inenarrabili sevizie. Gente fu prelevata a forza dalle prigioni e scomparve nel nulla, per una rassomiglianza, un accusa senza alcun fondamento.

Sul quotidiano l'”Indipendente” dell’11 novembre 1993, Giampiero Mughini scriveva: “Ma diciamolo francamente, quella di Mussolini e della sua donna fu un’opera di macelleria. E ancor più lo era stato il massacro davanti al muretto di Dongo di gente in camicia nera che non aveva nulla di cui essere imputata”.

Giorgio Bocca ha dato una cifra approssimativa tra i dodici e i quindicimila uccisi. Già  “L’Opinione” del luglio 1945 riportava la notizia di ventimila “fascisti o presunti tali” eliminati, tra i quali 3.000 donne. Nel 1951 il giornalista Ferruccio Lanfranchi, testimone dei fatti, secondo i suoi calcoli, su “Il Tempo” (13 agosto) avanzava l’ipotesi di 50/60.000 uccisi. E Silvio Betoldi nel settembre 1990 sul “Corriere della Sera” riferiva che in un colloquio con Ferruccio Parri, poco prima della sua morte, questi, che era stato comandante dei volontari della Libertà , gli aveva confidato che si era trattato di “più di trentamila morti”. Escludendo gli uccisi nella Venezia Giulia ad opera dei partigiani titini (circa 23.000), E’ stato stabilito che, fra militari e civili, gli eliminati dal 25 aprile al 31 maggio 1945, furono circa 42.000!

I tedeschi e i partigiani

Nella Wehrmacht la tattica antipartigiana non mirava principalmente a ucciderli, ma a simulare azioni organizzate, costringendoli a tornare fra i monti, dove potevano causare pochi danni. In questo la Wehrmacht aveva un grande successo persino quando i partigiani erano più numerosi e meglio armati.

La rivolta di Napoli

Quando la retroguardia della Wehrmacht incominciò a evacuare la città , vi fu una specie di sollevazione, anche se non proprio all’altezza della leggenda popolare. Vi furono alcune scaramucce che si protrassero per quattro giorni e costarono la vita a cinquanta italiani e a meno di una dozzina di tedeschi. Con questo la città  si convinse di aver espiato con quel gesto il suo passato e di aver diritto al rispetto degli Alleati; ma non lo ottenne, soprattutto da parte dei britannici che continuarono a trattare gli italiani con disprezzo.

Gli Alleati e i partigiani

Nel maggio 1945 alcuni paracadutisti tedeschi si unirono alle truppe americane che pattugliavano le zone a nord del lago di Caldonazzo.
Gli Alleati avevano finito la guerra e non avevano intenzione di rischiare la pelle per intervenire nelle complicate vicende politiche di un popolo che disprezzavano, per cui assegnarono a questi soldati tedeschi il compito di sorvegliare e proteggere le proprietà  private e le grandi tenute agricole da un nemico comune: il partigiano italiano.

Pisanò racconta in un suo libro di come gli inglesi non potevano sopportare i partigiani. Se ne erano serviti e ora li disprezzavano. Li definivano senza tanti complimenti, carne venduta.
Quando poi il discorso cadeva sui partigiani comunisti, li avrebbero sbattuti in prigione al posto dei fascisti, visto che continuamente nascondevano armi in vista di una prossima rivoluzione bolscevica.

Ecco uno stralcio della testimonianza giurata del capitano di vascello Agostino Calosi resa nel corso del processo contro Borghese: “Come capo dell’ufficio informazioni della Marina del Sud, feci passare le linee a molte persone con incarichi militari; al Borghese, però, inviai degli emissari di mia iniziativa e senza il consenso degli anglo-americani, i quali, per questo fatto, minacciarono di rinchiudermi in un campo di concentramento. Gli anglo-americani solevano far passare le linee ad elementi di estrema sinistra o comunisti, talchè io mi vidi costretto a far figurare i miei uomini come militanti o simpatizzanti dei partiti di sinistra al fine di poterli inviare al Nord. Da tale situazione di fatto deriva la logica conseguenza che la lotta partigiana è stata provocata e accesa da elementi interessati al fine di inviperire vieppiù la guerra fratricida tra italiani e italiani”.

La grande bugia – Giampaolo Pansa

Il sangue dei vinti – Giampaolo Pansa

Le vittime italiane dei gulag di Tito

Questo articolo è il seguito di quelli già fatti sui gulag comunisti, buona lettura

Premessa

-Giuseppe Spano aveva 24 anni e molta fame. In poco più di un mese aveva perso oltre 20 chili ed era diventato pelle e ossa. Quel 14 giugno 1945 non resistette e rubò un po’ di burro. Fu fucilato al petto per furto.
-Ferdinando Ricchetti aveva 25 anni ed era pallido, emaciato. Il 15 giugno 1945 si avvicinò al reticolato per raccogliere qualche ciuffo d’erba da inghiottire. Fu fucilato al petto per tentata fuga.
-Pietro Fazzeri aveva 22 anni e la sua fame era pari a quella di centinaia di altri compagni. Ma aveva paura di rubare e terrore di avvicinarsi al reticolato. Il 15 luglio 1945 morì per deperimento organico.
In quale campo della morte sono state scritte queste storie? A Dachau, a Buchenvald oppure a Treblinka? No, siamo fuori strada: da uno di questi lager di Tito.
Borovnica, Skofja Loka, Osseh. E ancora Stara Gradiska, Siska, e poi Goh Otok, l’Isola Calva. Pochi conoscono il significato di questi nomi. Dachau e Buchenvald sono certamente più noti, eppure sono la stessa cosa. Solo che i primi erano in Jugoslavia e gli internati erano migliaia di italiani, deportati dalla Venezia Giulia alla fine del secondo conflitto mondiale e negli anni successivi, a guerra finita, durante l’occupazione titina.

I deportati dimenticati in nome della politica “atlantica”

Una verità negata sempre, per ovvi motivi, dal regime di Belgrado, ma inspiegabilmente tenuta nascosta negli archivi del nostro ministero della Difesa. Oggi il Borghese è entrato in possesso dei documenti segreti che, oltre a fornire l’ennesima prova dell’Olocausto italiano sui confini orientali, sono un terribile atto di accusa non solo nei confronti di Tito, ma soprattutto verso tutti i governi che si sono succeduti dal 1945 in poi. Partendo da quello di Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti, per finire con gli ultimi di Silvio Berlusconi., Lamberto Dini e Romano Prodi. Perchè nessuno ha parlato? Perché nessuno ha tolto il segreto ai documenti che provano (con tanto di fotografie) il massacro e le torture di migliaia di italiani? Semplice: la verità è stata sacrificata alla ragion di Stato. Vediamo perché.

Belgrado, nell’immediato dopoguerra, si avvia sulla strada dello strappo con Mosca ed il nascente blocco occidentale vuole a ogni costo che quel divorzio si consumi. Ma il costo l’ha pagato solo il nostro Paese il cui governo, per codardia, accetta supinamente di sacrificare sull’altare della politica atlantica migliaia di giuliani, istriani, fiumani, dalmati. Colpevoli solo di essere italiani.

“Condizioni degli internati italiani in Jugoslavia con particolare riferimento al campo di Borovnica (40B-D2802) e all’ospedale di Skofjia Loka (11-D-2531) ambedue denominati della morte” titola il rapporto del 5 ottobre 1945, con sovrastampato “Segreto”, dei Servizi speciali del ministero della Marina. Il documento, composto di una cinquantina di pagine, contiene le inedite testimonianze e le agghiaccianti fotografie dei sopravvissuti, accompagnate da referti medici e dichiarazioni dell’Ospedale della Croce Rossa di Udine, in cui questi ultimi erano stati ricoverati dopo la liberazione, e da un elenco di prigionieri deceduti a Borovnica. Il colonnello medico Manlio Cace, che in quel periodo ha collaborato con la Marina nel redigere la relazione che, se non è stata distrutta, è ancora gelosamente custodita negli archivi del ministero della Difesa, lasciò fotografie e copia del documento al figlio Guido, il quale lo ha consegnato alle redazioni del Borghese e di Storia Illustrata.

Orrore: il carabiniere Damiano Scocca, classe 1921 fotografato all’ospedale di Udine nell’agosto del 1945 dopo la liberazione dal lager jugoslavo.

 

Manca il cibo ma abbondano le frustate.

“Le condizioni fisiche degli ex internati”, premette il rapporto, “costituiscono una prova evidente delle condizioni di vita nel campi Jugoslavi ove sono ancora rinchiusi numerosi italiani, molti dei quali possono rimproverarsi solamente di aver militato nelle fila dei partigiani di Tito in fraterna collaborazione con i loro odierni aguzzini…”

Ai primi di maggio del ’45, dopo la capitolazione tedesca, i partigiani di Tito controllano l’intera Istria, giungendo a Trieste e Gorizia prima degli anglo-americani. Sono i giorni del terrore, del calvario delle foibe, ma anche dell’altra terribile faccia della “pulizia etnica”: le deportazioni. Sono migliaia gli italiani internati nei lager jugoslavi e poche centinaia faranno ritorno a casa, dopo aver subito terribili sofferenze.

“Il vitto era pessimo e insufficiente”, racconta nel rapporto il carabiniere Damiano Scocca, 24 anni, preso dai titini il 1° marzo 1945 nella caserma del Cln di Trieste, “e consisteva in due pasti giornalieri composti da due mestoli di acqua calda con poca verdura secca bollita… A Borovnica non si faceva economia di bastonate; durante il lavoro sul ponte ferroviario nelle vicinanze del campo chi non aveva la forza di continuare a lavorare vi veniva costretto con frustate … “.

Il soldato Elio Sandri fotografato all’ospedale di Udine.

“…Durante tali lavori”, afferma il finanziere Roberto Gribaldo, in servizio alla Legione di Trieste e “prelevato” il 2 maggio, “capitava sovente che qualche compagno in seguito alla grande debolezza cadesse a terra e allora si vedevano scene che ci facevano piangere. lì guardiano, invece di permettere al compagno caduto di riposarsi, gli somministrava ancora delle bastonate e tante volte di ritorno al campo gli faceva anche saltare quella specie di rancio”.
Le mire di Tito sul finire del conflitto sono molto chiare: ripulire le zone conquistate dalla presenza italiana e costituire la settima repubblica jugoslava annettendosi la Venezia Giulia e il Friuli orientale fino al fiume Tagliamento.

Il soldato Mario Palmarin (estate 1945).

Notare il particolare del braccio

martoriato (a destra).

Antonio Garbin, classe 1918, é soldato di sanità a Skilokastro, in Grecia. L’8 settembre 1943 viene internato dai tedeschi e attende la “liberazione” da parte delle truppe jugoslave a Velika Gorica. Ma si accorge presto di essere nuovamente prigioniero. “Eravamo circa in 250. Incolonnati e scortati da sentinelle armate che ci portarono a Lubiana dove, dicevano, una Commissione apposita avrebbe provveduto per il rimpatrio a mezzo ferrovia. Giunti a Lubiana ci avvertirono che la commissione si era spostata…”. I prigionieri inseguono la fantomatica commissione marciando di città in città fino a Belgrado.

Prigionieri uccisi perché incapaci di rialzarsi.

“In 20 giorni circa avevamo coperto una distanza di circa 500 chilometri, sempre a piedi”, racconta ancora Garbin ai Servizi speciali della Marina italiana. “La marcia fu dura, estenuante e per molti mortale. Durante tutto il periodo non ci fu mai distribuita alcuna razione di viveri. Ciascuno doveva provvedere per conto proprio, chiedendo un pezzo di pane ai contadini che si incontravano… Durante la marcia vidi personalmente uccidere tre prigionieri italiani, svenuti e incapaci di rialzarsi. I morti però sono stati molti di più… Ci internarono nel campo di concentramento di Osseh (vicino Belgrado, ndr). Avevamo già raggiunto la cifra di 5 mila fra italiani, circa un migliaio, tedeschi, polacchi, croati…”.
Chi appoggia Tito nel perseguire il suo obiettivo di egemonia sulla Venezia Giulia? Naturalmente il leader del Pci Palmiro Togliatti, che il 30 aprile 1945, quando i partigiani titini sono alle porte di Trieste, firma un manifesto fatto affiggere nel capoluogo giuliano:

Lavoratori di Trieste, il vostro dovere è accogliere le truppe di Tito come liberatrici e di collaborare con loro nel modo più assoluto“.

A confermare che la pulizia etnica é continuata anche a guerra finita sono le affermazioni di Milovan Gilas, segretario della Lega comunista jugoslava, che, in un’intervista di sei anni fa a un settimanale italiano, ammette senza giri di parole: “Nel 1946 io ed Edvard Kardelj andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana… bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni di ogni tipo. Cosi fu fatto”.

Il soldato Mario Cena,

classe 1924.

Skofja Loka, l’ospedale chiamato “cimitero”.

E nei campi di concentramento finiscono anche i civili, come Giacomo Ungaro, prelevato dai titini a Trieste il 10 maggio 1945. “Un certo Raso che attualmente trovasi al campo di Borovnica”, è la dichiarazione di Ungaro, “per aver mandato fuori un biglietto è stato torturato per un’intera nottata; è stato poi costretto a leccare il sangue che perdeva dalla bocca e dal naso; gli hanno bruciacchiato il viso e il petto così che aveva tutto il corpo bluastro. Sigari accesi ci venivano messi in bocca e ci costringevano ad ingoiarli”.
I deperimenti organici, la dissenteria, le infezioni diventano presto compagni inseparabili dei prigionieri. “…Fui trasferito all’ospedale di Skotja Loka. Ero in gravissime condizioni”, è il lucido resoconto del soldato di sanità Alberto Guarnaschelli, “ma dovetti fare egualmente a piedi i tre chilometri che separano la stazione ferroviaria dall’ospedale. Eravamo 150, ammassati uno accanto all’altro, senza pagliericcio, senza coperte. Nella stanza ve ne potevano stare, con una certa comodità, 60 o 70. Dalla stanza non si poteva uscire neppure per fare i bisogni corporali. A tale scopo vi era un recipiente di cui tutti si dovevano servire. Eravamo affetti da diarrea, con porte e finestre chiuse. Ogni notte ne morivano due, tre, quattro. Ricordo che nella mia stanza in tre giorni ne morirono 25. Morivano e nessuno se ne accorgeva…”.

il soldato Ezio Vito.

“Non dimenticherò mali maltrattamenti subiti”, è la testimonianza del soldato Giuseppe Fino, 31 anni, deportato a Borovnica ai primi di giugno 1945, “le scudisciate attraverso le costole perché sfinito dalla debolezza non ce la facevo a lavorare. Ricorderò sempre con orrore le punizioni al palo e le grida di quei poveri disgraziati che dovevano stare un’ora o anche due legati e sospesi da terra; ricorderò sempre con raccapriccio le fucilazioni di molti prigionieri, per mancanze da nulla, fatte la mattina davanti a tutti…”.
“Le fucilazioni avvenivano anche per motivi futili…”, scrive il rapporto segreto riportando il racconto dei soldati Giancarlo Bozzarini ed Enrico Radrizzali, entrambi catturati a Trieste il 1° maggio 1945 e poi internati a Borovnica.

Per ore legati ad un palo con il filo di ferro.

«La tortura al palo consisteva nell’essere legato con filo di ferro ad ambedue le braccia dietro la schiena e restare sospeso a un’altezza di 50 cm da terra, per delle ore. Un genovese per fame rubò del cibo a un compagno, fu legato al palo per più di tre ore. Levato da quella posizione non fu più in grado di muovere le braccia giacché, oltre ad avere le braccia nere come il carbone, il filo di ferro gli era entrato nelle carni fino all’osso causandogli un’infezione. Senza cura per tre giorni le carni cominciarono a dar segni di evidente materia e quindi putrefazione. Fu portato a una specie di ospedale e precisamente a Skoija Loka. Ma ormai non c’era più niente da fare, nel braccio destro già pul­lulavano i vermi… Al campo questo ospedale veniva denominato il Cimitero…»

Antonio Foschi

visto di spalle.

Nel lager di Borovnica furono internati circa 3 mila italiani, meno di mille faranno ritorno a casa. A questi ultimi i soldati di Tito imposero di firmare una dichiarazione attestante il «buon trattamento» ricevuto. «I prigionieri (liberati, ndr) venivano diffidati a non parlare», racconta ancora Giacomo Ungaro, liberato nell’agosto 1945 «e a non denunziare le guardie agli Alleati perché in tal caso quelli che rimanevano al campo avrebbero scontato per gli altri».

Il bersagliere

Gino Santamaria.

I principali sistemi di tortura.

Per conoscere gli orrori di un campo di concentramento titino è opportuno riassumere i vari tipi di punizione, come emergono dai racconti dei sopravvissuti. La prima è la fucilazione decretata per la tentata fuga o per altri fatti ritenuti gravi da chi comanda il campo, il quale commina pena sommarie. Spesso il solo avvicinarsi al reticolato viene considerato un tentativo d’evasione. L’esecuzione avviene al mattino, di fronte a tutti gli internati.
C’è poi il “palo” che è un’asta verticale con una sbarra fissata in croce: ai prigionieri vengono legate le braccia con un fil di ferro alla sbarra in modo da non toccare terra con i piedi. Perdono così l’uso degli arti superiori per un lungo tempo se la punizione non dura troppo a lungo. Altrimenti per sempre.
Altra pena è il “triangolo” che consiste in tre legni legati assieme al suolo a formare la figura geometrica al centro della quale il prigioniero è obbligato a stare ritto sull’attenti pungolato dalle guardie finché non sviene per lo sfinimento.
Infine, c’è la “fossa“, una punizione forse meno violenta ma sempre terribile, che consiste in una stretta buca scavata nel terreno dell’esatta misura di un uomo. Il condannato, che vi deve rimanere per almeno mezza giornata, non ha la possibilità né di piegarsi né di fare alcun movimento.

Uno dei tanti militari internati nei campi di concentramento titini.

QUESTO ERA IL TRATTAMENTO CHE I PACIFICI COMUNISTI RISERVAVANO AI PRIGIONIERI NEI LORO LAGER!

Queste persone, questi martiri, non hanno avuto (stranamente) una Anna Frank o un Primo Levi che li ricordasse, che testimoniasse l’orrore dei campi di concentramento comunisti. Alle vittime dei Nazisti non manca un solo quartiere che non abbia una strada a loro dedicata.
Le vittime dei regimi Comunisti passano da sempre inosservate… E già, Anna Frank e Primo Levi erano ebrei, quindi le vittime delle guerre sono sempre e unicamente loro: gli ebrei.
Le foto che seguono sono la testimonianza che le Stragi e le Deportazioni di massa, ad opera dei post-titini (Milosevic per citare il nome più conosciuto), esistono ancora:

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RICORDATEVI: NON C’E’ STATA SOLO AUSCHWITZ

Articolo tratto da : Musagetenero

Foibe : i protetti del partito

Si sono opposti alle inchieste per 60 anni aspettando che morissero tutti i testimoni. I sopravvissuti ed impuniti sono queste persone che tra l’altro godono da sempre della pensione dello stato. C’è voluta una legge del 2004 voluta dalla CDL, per riconoscere i diritti dei profughi Italiani.

– – – CIRO RANER – – –

Ciro Raner
Ciro Raner

Età : 83 anni

Residenza: Croazia.

Incarico: comandante nel 1945-46 dei lager di Borovnica vicino Lubiana.

Testimonianze: il racconto di un sopravvissuto, deposizioni scritte degli ex deportati e un documento del ministero degli Affari Esteri.

Pensione INPS: 569.750 lire per tredici mensilità . 50 milioni circa di arretrati.

Le sue azioni valorose:

Dal maggio 1945 al marzo 1946 Ciro Raner comanda² il campo di concentramento di Borovnica in cui sono stati deportati oltre duemila italiani, in gran parte militari che si erano arresi. “Eravamo in fila con un scodellino per avere un mestolo d’acqua sporca e patate (…), quello davanti a me cercò per fame di raschiare il fondo della pentola. Subito la guardia partigiana lo colpì con una fucilata trapassandogli il torace. Arrivò il Raner che, dopo aver preso la mira, diede il colpo di grazia al ferito sparandogli alla nuca”. Questo il racconto di Giovanni Prendonzani, sopravvissuto a Borovnica e ancora in vita a Trieste, città nella quale ha rilasciato la sua testimonianza ai Carabinieri. Sempre nel lager di Borovnica: ” Il 15 maggio 1945 due italiani lombardi per essersi allontanati duecento metri dal campo furono richiamati e martorizzati col seguente sistema: presi i due e avvicinati gomito a gomito li legarono con un fil di ferro fissato per i lobi delle orecchie precedentemente bucate a mezzo di un filo arroventato. Dopo averli in questo senso assicurati li caricavano di calci e di pugni fino a che i due si strapparono le orecchie. Come se ciò non bastasse furono adoperati come bersaglio per allenare il comandante e le drugarize (sentinelle, ndr) che colpirono i due con molti colpi di pistola lasciandoli freddi sul posto”. Questo racconto è riportato sul documento n. 62, archiviato nella stanza 30 al primo piano del ministero degli Affari Esteri e consegnato al giudice Pititto.

– – – NERINO GOBBO – – –

Nerino Gobbo
Nerino Gobbo

Età : 79 anni.

Residenza: Slovenia.

Incarico: nel maggio-giugno 1945 responsabile di Villa Segrà© a Trieste luogo di tortura delle milizie titine.

Testimonianze:denuncia alle autorità alleate, riportata negli annali del Comitato di liberazione nazionale dell’Istria, sentenza della Corte d’Assise di Trieste che lo condanna in contumacia a 26 anni di reclusione.

Pensione INPS:532.500 lire per tredici mensilità . 30 milioni circa di arretrati.

Le sue azioni valorose:

Nerino Gobbo, conosciuto come il comandante “Gino”, ricopriva l’incarico di commissario del popolo delle milizie di Tito, che con il IX Corpus avevano occupato il capoluogo giuliano il primo maggio 1945. Fino a metà giugno fu responsabile di Villa Segrà© di Trieste. Silvana Spagnol, membro del Comitato di liberazione nel capoluogo giuliano, denunciava agli alleati nel 1946 la scomparsa della professoressa di lettere del liceo Petrarca, Elena Pezzoli, membro della resistenza. “Il 20 maggio 1945, Elena Pezzoli era tradotta in macchina da agenti in borghese a Villa Segrà©, sede del commissariato del secondo settore dipendente dalla Difesa popolare (le milizie degli occupanti titini, ndr). (…) La Pezzoli fu torturata nella notte del 21 maggio e si sono uditi i lamenti e i rumori di cinghia (…). Il giorno 9 giugno la Pezzoli era scomparsa e con lei il comandante Gino, Nerino Gobbo”. Questo si legge nella denuncia acquisita dalla magistratura di Roma. Acquisita pure la sentenza del 17 gennaio 1948 della Corte d’Assise di Trieste, in cui i giudici scrivevano: “Dopo qualche giorno tutta la squadra si trasferiva à Villa Segrà© assumendo il nome di squadra volante (…), e passava alle dirette dipendenze del commissario del popolo, Gino, di nome Nerino Gobbo. (…) Come risultò dalle deposizioni dei testi tutti i detenuti venivano bastonati e seviziati, taluni costretti a bastonarsi a vicenda e persino a mettere la testa nel secchio delle feci”. Gobbo fu condannato in contumacia a 26 anni di reclusione.

– – – FRANCO PREGELJ – – –

Foto non disponibile

Età : 80 anni.

Residenza: Slovenia.

Incarico:commissario politico del IX Corpus del maresciallo Tito a Gorizia.

Testimonianze: denuncia dei familiari delle vittime e documento del PCI.

Pensione INPS: 569.650 lire per tredici mensilità . 45 milioni circa di arretrati.

Le sue azioni valorose:

dal primo maggio al 9 giugno 1945, il comandante “Boro”, alias Franco Pregelj fu il commissario politico del IX Corpus dell’esercito partigiano jugoslavo, che aveva occupato Gorizia. Dei 900 italiani deportati dal capoluogo Isontino, 665 non tornarono più a casa. Fra gli scomparsi anche Licurgo Olivi e Augusto Sverzutti, entrambi esponenti del Comitato di Liberazione. “La mattina del 5 maggio 1945 furono invitati a salire su una macchina, sulla quale c’era anche il professor Mulitsch e il commissario Boro. Giunti in piazza della Vittoria il professor Mulitsch fu fatto scendere mentre la macchina proseguì verso il palazzo Coronini (comando del IX Corpus titino a Gorizia, N.d.R.). Da allora non sono più tornati”.Questo hanno denunciato i familiari di Sverzutti nel 1946 alla questura del capoluogo isontino. Emilio Mulitsch, responsabile del CLN di Gorizia, ha confermato la vicenda con una relazione conservata nell’Ufficio storico del PCI (documento 4004, pagg. 1-4, reg. C). Lo studioso pordenonese Marco Pirina ha trovato negli archivi sloveni i numeri di matricola di Sverzutti (n. 1728) e Olivi (n. 1799), deportati nel carcere di Lubiana, un ex manicomio. L’ultima registrazione del 30 dicembre 1945 indica che i prigionieri sono stati trasferiti verso “ignote destinazioni”. L’intera documentazione è nei fascicoli della Procura di Roma.

– – – GIORGIO SFILIGOI – – –

Foto non disponibile

Età : 74 anni.

Residenza: Slovenia.

Incarico:collaboratore del IX Corpus jugoslavo.

Testimonianze:esposto alla Procura di Gorizia del commissariato di pubblica sicurezza di Cormons.

Pensione INPS: 571.850 lire per tredici mensilità . 20 milioni circa di arretrati.

Le sue azioni valorose:

Sergio era il nome di battaglia di Sfiligoi, che dal 1944 al 1945 fu utilizzato come “deportatore” di italiani dal IX Corpus del Maresciallo Tito. “Il 29 aprile 1945 (…) Sfiligoi Giorgio prelevò, presso le proprie abitazioni le seguenti persone: Brurnat Marino, Bullo Giuseppe, Tavian Giovanni, Ronea Enrico, Gasparutti Rodolfo e Pascolat Francesco. All’insaputa del locale Comitato di liberazione furono trasferiti, la notte del 30 aprile a (…) Idria, ove furono consegnati ai partigiani sloveni. Il 1 maggio successivo (…) Mons. Angelo Magrini si recò in Idria, ove ottenne la liberazione dei catturati, i quali fecero ritorno a Cormons presso le loro abitazioni. Nella notte del 6 maggio 1945, i predetti sventurati furono nuovamente prelevati dallo Zulian Nerino, dal Marini Clodoveo e dallo Sfiligoi Giorgio e trasportati – a mezzo di un autocarro – a Caporetto e là consegnati allo Zulian Mario che li fredda²”.Ciò è quanto si legge nell’esposto del commissariato di pubblica sicurezza di Cormons del 10 maggio 1949 acquisito agli atti.

– – – OSCAR PISKULIC – – –

Foto non disponibile

Età : 83 anni.

Residenza: Croazia.

Incarico: capo dell’Ozna, la polizia segreta di Tito, a Fiume dal 1943 al ’47.

Testimonianze:familiari delle vittime, un membro del CLN di Fiume e documenti vari.

Pensione INPS: dato non disponibile.

Le sue azioni valorose:

Oscar Piskulic, detto “Zuti” (il giallo), fu dal 1943 al 1947 il capo della temuta Ozna, la polizia segreta jugoslava a Fiume. L’avvocato Augusto Sinagra, che con la sua denuncia ha avviato l’inchiesta sul genocidio delle foibe, accusa proprio Piskulic e altri funzionari dell’Ozna, fra i quali gli italiani Norino Nalato e Giuseppe Domancich. Alla Procura di Roma sono stati consegnati 553 nomi di connazionali uccisi o scomparsi nel capoluogo quarnerino e dintorni, dal 3 maggio alla fine dei 1945. “I familiari di alcuni degli uccisi essendosi recati, spinti dall’angoscia, alla sede dell’Ozna a Fiume dove erano raccolti i cadaveri, avevano constatato che i funzionari a cui si erano rivolti erano i medesimi individui che erano penetrati nelle loro case per prelevare i congiunti poscia uccisi. (…) In tal modo l’uomo e la donna che avevano diretto il prelevamento dell’ex deputato della Costituente Sincich vennero identificati nel capo dell’Ozna Oscar Piskulic e nella sua amante (…)” si legge nella testimonianza di Luksic Lanini, membro del CLN di Fiume, consegnata alla Procura di Roma. Il figlio di Giuseppe Sincich, interrogato recentemente dal pubblico ministero Pititto, ha confermato le responsabilità di Piskulic sottolineando che suo padre “era un democratico, un economista, perseguitato dai fascisti, ma i democratici a quel tempo davano molto fastidio”.

Da Adnkronos del 28 novembre 2000

Roma – Gli atti del procedimento a suo carico sono solo in lingua italiana e non croata. Così Oskar Piskulic, imputato nel processo sulle foibe che si tiene alla Corte d’Assise di Roma, ha fatto ricorso al Tribunale di Strasburgo per violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. La Corte d’Assise ha infatti rigettato l’eccezione di nullità delle notifiche e dell’ordinanza di contumacia, mentre gli atti pervenuti a Piskulic sono in lingua italiana e non in lingua croata, come specificamente previsto – sottolinea il legale Livio Bernot- dalla Convenzione, anche alla luce della più recente normativa.

– – – IVAN MOTIKA – – –

Foto non disponibile

Età : 92 anni.

Residenza: Croazia.

Incarico: pubblico accusatore per l’Istria dal 1943 al 1947.

Testimonianze: familiari delle vittime.

Pensione INPS: dato non disponibile.

Le sue azioni valorose:

l’8 settembre del 1943 l’esercito italiano era allo sbando su tutti i fronti. In Istria ne approfittarono i partigiani di Tito conquistando diverse cittadine. Ivan Motika ricopriva il ruolo di “giudice del popolo”, che decideva il destino degli italiani. “Il castello di Pisino era diventato in quei giorni prigione e quartier generale dei partigiani di Tito, il cui luogotenente (…) era tale Ivan Motika; nel castello si svolgevano i cosiddetti “processi” del “Tribunale del Popolo“, presieduto dallo stesso Motika, che sentenziava a decine o centinaia le condanne a morte degli italiani. (…) Il 30 ottobre i resti dei due congiunti (padre e zio dell’estensore di questa testimonianza, imprigionati da Motika, n.d.r.) furono riportati alla luce da una cava di bauxite a Villa Bassotti. (…) “Erano nudi, le mani legate con il filo spinato ed erano stati tagliati i genitali e levati gli occhi. In tutto si ricuperarono 23 salme” così si legge nella deposizione alla Procura di Trieste di Leo Marzini, che racconta di aver incontrato in quei giorni tremendi, lo stesso Motika per chiedergli spiegazioni: “Non fece nulla per limitare le sue responsabilità e si limitò a dire che forse si era trattato di un errore”. La deposizione raccolta a Trieste è stata inviata alla Procura di Roma assieme ad altre testimonianze, fra le quali spicca quella di Nidia Cernecca che ricorda ancora il padre decapitato su ordine di Motika, soprannominato “il boia di Pisino”.

– – – GIUSEPPE OSGNACCO – – –

Foto non disponibile

Età : 79 anni.

Residenza: Slovenia.

Incarico: comandante militare della banda partigiana Beneska Ceta dal 1944.

Testimonianze:deposizioni al processo contro la Beneska Ceta e testimonianze varie.

Pensione INPS: 569.750 lire per tredici mensilità , 30 milioni d’arretrati.

Le sue azioni valorose:

Giuseppe Osgnacco, detto “Josko”, ex sergente dell’esercito italiano, era il comandante militare della banda partigiana Beneska Ceta fin dal 13 agosto 1944. La formazione operò nelle Valli del Natisone con l’obiettivo dichiarato di annettere più territorio possibile della Venezia Giulia alla Jugoslavia di Tito. Nel 1959 fu istruito un processo contro gli appartenenti alla Beneska Ceta, ma l’amnistia promulgata da Palmiro Togliatti nel 1946 fece sì che fosse dichiarato il non luogo a procedere. Nella nuova inchiesta della Procura di Roma i reati di strage ai danni della popolazione italiana, con finalità di pulizia etnica, non possono andare in prescrizione. Le testimonianze raccolte da Giuseppe Vasi, un udinese che ha dedicato gran parte della sua vita a ricostruire i drammatici giorni della guerra sui confini orientali, sembrano confermare che la Beneska Ceta passava quasi sempre per le armi i prigionieri. “Sono state almeno 40 le persone ammazzate nei boschi circostanti le Valli del Natisone tra militari tedeschi, fascisti e anche civili”. Ma la sorte più ingrata toccò a due giovani carabinieri, secondo la testimonianza oculare di Giovanni Lurman consegnata alla Procura di Roma. ” I partigiani ordinarono loro di spogliarsi (…), li legarono mani e piedi e li spinsero nella buca (…).Loro piangevano dentro e più che buttavano terra e sassi si sentiva che urlavano” racconta il testimone che ammette di averli disseppelliti personalmente un mese dopo, all’arrivo delle truppe “alleate” (1945), riscontrando che almeno uno dei militari non aveva la pur minima ferita e quindi era morto dopo essere stato sepolto vivo.

– – – GUIDO CLIMICH – – –

Foto non disponibile

Età : 78 anni.

Residenza: Croazia.

Incarico: responsabile dell’Ozna di Pisino (Istria) nel 1945.

Testimonianze:Associazione famiglie deportati in Jugoslavia.

Pensione INPS: dato non disponibile.

Le sue azioni valorose:

nome di battaglia “Lampo”, Guido Glimich era, alla fine della guerra, il temuto capo della polizia segreta di Tito a Pisino nella penisola istriana. L’Associazione famiglie deportati in Jugoslavia aveva raccolto numerose dichiarazioni sulla sparizione degli italiani, poi consegnate alla questura di Gorizia. “Mio figlio Mechis Giovanni fu prelevato il 3/5/1945 dai partigiani titini (…). Con altri otto paesani furono interrogati da un funzionario dell’Ozna, Guido Climich (…). Circa il 25 o 28 maggio furono portati a Montona e racchiusi nelle carceri (…). Il 12 Giugno 1945 un folto gruppo di prigionieri fu prelevato di notte. (….) Pochissimi fecero ritorno e io non seppi più nulla di mio figlio” scriveva in uno stentato italiano Antonio Mechis il 25 giugno del 1949.

– – – GIOVANNI SEMES – – –

Foto non disponibile

Età : 83 anni.

Residenza: Croazia.

Incarico: comandante militare di Zara e capo della polizia segreta di Tito dal 1944 al 1945.

Testimonianze:documenti della Regia Marina e Jugoslavi.

Pensione INPS: dato non disponibile.

Le sue azioni valorose:

il generale Giovanni Semes, che occupò Zara il 31 ottobre 1944, era comandante militare della piazza e capo della polizia segreta di Tito nella zona. Il giornale croato “Narodni List” ha pubblicato, cinquant’anni dopo, il bando di fucilazione degli abitanti del quartiere di Borgo Erizzo e di altri zaratini. Ventinove italiani erano compresi nel bando firmato dal generale Giovanni Semes, ma altri “settantatrè non hanno avuto la fortuna di essere giudicati perchè sono finiti nella fossa marina dell’isola Lavernata nell’arcipelago delle Coronarie” scrive Ivijca Matesie in un’inchiesta giornalistica, acquisita agli atti dal pubblico ministero. Lo studioso Marco Pirina ha segnalato alla Procura di Roma la relazione del secondo reparto della Regia Marina del 20 giugno1945, conservata presso l’archivio centrale dello Stato, che conferma questi tragici fatti imputabili al generale Semes.

– – – MARIO TOFFANIN – – –

Foto non disponibile

Età : deceduto.

Residenza: Slovenia.

Incarico: comandante dei “Gap” (Gruppi armati partigiani) nell’alto Friuli e nella provincia di Gorizia.

Testimonianze:archivi del IX Corpus di Tito.

Pensione INPS: 672.270 per 13 mensilità .

Le sue azioni valorose:

Toffanin, nome di battaglia “Giacca”, è il responsabile della strage delle malga Porzus sui monti friulani. Fra l’8 il 13 febbraio del 1945 massacrò con i suoi uomini, tutti partigiani garibaldini rossi, 22 combattenti della Resistenza della brigata “Osoppo”, che si opponeva all’annessione alla Yugoslavia della Venezia Giulia. Nel 1957 Toffanin fu condannato all’ergastolo per l’eccidio di Porzus, ma si nascose prima in Yugoslavia e poi in Cecoslovacchia. Nel 1978 venne graziato dal presidente Pertini. La pensione Inps era la VOS 04908917: nonostante le sanguinose azioni anti-italiane, ha ricevuto 672.270 lire di pensione dall’Inps fino alla morte.

– Questi solo alcuni dei nomi presenti nel “libro paga” dell’INPS. Continua a leggere su “Foibe – 60 anni di silenzio