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Inutile dialogare con l’islam

Intervista a Edward Luttwak di Andrea Cuomo

michigan protesters - no democracy we want just islam
michigan protesters – no democracy we want just islam

Professor Edward Luttwak, l’attentato di Bengasi ria­pre il conflitto tra l’islam e gli Stati Uniti?

«Il conflitto non è tra il mondo islamico e gli Stati Uniti, ma tra il mondo islami­co e l’intero mondo non islamico. A Mindanao attaccano i filippini cristiani, il Paki­stan è in conflit­to con l’India, ovunque c’è l’islam in contatto con il non-islam, l’incitamento alla violenza da par­te dei predicatori ha il suo effetto.
Per fortuna in pochi ricorrono al­la violenza, ma tutti gli altri stan­no a guardare, compresi eserciti e forze dell’ordine».

È molto carico l’economista sta­tunitense di origine romena, 69 anni, conosciuto per le sue pub­blicazioni sulla strategia militare e la geopolitica, che segue con grande attenzione le vicende ita­liane e parla benissimo la nostra lingua.
Pessimista e provocatorio lo è sempre stato; che sia contra­rio al buonismo del dialogo con i sordi e alle missioni di pace in genere non è certo una novità.
Eppu­re stavolta c’è qualcosa di più: a migliaia di chilometri di distanza da noi, la sua rabbia serena, se si può dire così, stavolta si percepisce anche attraverso il filo del tele­fono.
Forte e chiara.
Per lui ogni sforzo di venire a patti con l’islami­smo è sciocco e va­no.
E inutilmente cercheremo rag­gi di luce nel cor­so dell’intervista.

Un quadro cupo, il suo…

«Ma non è mica un quadro cu­po, è la realtà».

Dove potrà arrivare la reazio­ne degli Stati Uniti?

«Guardi, c’è un macrotrend evi­dente, che è quello di lasciare gli islamici cuocere nel loro brodo.
Gli Stati Uniti sono riluttanti a in­tervenire in Libia, in Siria, perché è chiara ormai l’inutilità di certe azioni.
Basti pensare all’Irak, al­l’Afghanistan. Grandi spese, nes­sun risultato. Una perdita di soldi e di tempo.
Me lo lasci dire, in alcu­ni casi si tratta di barbari che go­vernano selvaggi.
È tutto inutile.
L’ambasciatore Chris Stevens rappresentava quell’entusiasmo per la questione mediorientale che ora, con la sua uccisione, sarà sempre meno convincente e avrà sempre meno riscontro nella real­tà ».

Questo è il macrotrend, come lo chiama lei. Ma nell’imme­diato qualcosa l’Occidente può fare?

«Certo: possiamo liberarci del linguaggio falsificante.
Ad esem­pio non c’è una nuova democra­zia in Libia, perché se non c’è ri­spetto della persona non può es­serci democrazia.
E non credo che le cose potranno cambiare per un secolo o due.
Per ora islam e democrazia sono due parole in­compatibili ».

Ma ci sono esempi di islam de­mocratico, pensi alla Turchia…

«Certo, ma lì c’è democrazia nella misura in cui ci sono regimi anti-islamici. Ma appena sale al potere un partito islamico, e con Erdogan ci siamo quasi, bye-bye alla democrazia turca».

L’attentato all’ambasciata Usa a Bengasi ha colpito l’Occidente senza varcare i confini li­bici. Possiamo attenderci di es­sere colpiti prossimamente anche all’interno dei nostri confini? Ci potrebbe essere un altro 11 settembre?

«Solo nei limiti delle possibilità degli islamisti, che per fortuna so­lo limitate.
Del resto l’11 settem­bre è stato “fabbricato” in Occidente, basti pensare a Mohammed ’Atta, uno degli attentatori, un ingegnere egiziano che lavora­va in Germania.
Quando invece gli attentati sono progettati in que­sti Paesi non arrivano a questo li­vello di organizzazione.
Gli isla­mici sono incapaci anche nella violenza».

Neanche l’Italia corre rischi a suo giudizio?

«L’Italia e tutta l’Europa non hanno nulla da temere, soprattut­to se agiranno con moderazione ».

Ecco, qual è il ruolo in tutto questo dei Paesi che affaccia­no sul Mediterraneo e in parti­colare dell’Italia?

«Nessun ruolo.
I Paesi del Medi­terraneo hanno solo la sfortuna di essere più vicini geografica­mente all’islam, dovranno turar­si il naso per non sentire la puzza di integralismo, di ideologia, di selvaggeria. Mentre noi negli Stati Uniti abbiamo il lusso di essere lontani da tutto ciò».

Beh, c’è sempre la diploma­zia. Possibile non possa fare nulla?

«Certo, bisogna essere diplo­matici, ma non cretini.
Quando trattiamo con i Paesi islamici è giu­sto essere cauti e moderati.
Ma quando parliamo tra di noi occi­entali è meglio non prenderci in giro, almeno nell’uso delle parole ».

da “Il Giornale” del 14 settembre

L’Italia ha eroi di guerra però se ne vergogna

colonnello marco centritto
Colonnello Marco Centritto

Potremmo chiamarli ”eroi ignoti”, o quasi, i militari decorati il 10 maggio a Viterbo in occasione della festa dell’Aviazione dell’Esercito. Di loro ha parlato il sito specializzato Perseo News e i loro nomi sono apparsi sulla Gazzetta Ufficiale insieme ad altri soldati decorati per le operazioni dell’estate 2009 in Afghanistan. In tutto una decina tra paracadutisti e piloti di quegli elicotteri da attacco Mangusta che dal 2007, anno in cui furono schierati a Herat, hanno salvato la vita a centinaia di soldati italiani, alleati e afghani caduti nelle imboscate talebane. I cannoni da 20 millimetri e i missili Tow dei Mangusta hanno ucciso in cinque anni un numero elevato di miliziani che nessuna fonte ufficiale indicherà mai. Indipendente dal colore dei governi di Roma Sulle operazioni belliche, sul numero di nemici uccisi e sugli atti di eroismo dei nostri soldati in Afghanistan la Difesa ha sempre mantenuto un basso profilo. Parlare di battaglie, nemici uccisi ed eroi che fanno strage di talebani manderebbe in soffitta anni di retorica sulle “missioni di pace” che evidenzia le attività umanitarie dei nostri militari e nasconde dietro silenzi ed eufemismi i combattimenti. Come in tutte le guerre, anche in quella afghana non mancano gli atti di valore. Sono decine i militari italiani decorati negli ultimi anni per eroismo in combattimento (anche in Iraq) la gran parte dei quali destinati a restare sconosciuti o quasi all’opinione pubblica. Tra gli ultimi dieci decorati c’è il colonnello Marco Centritto (nella foto), medaglia d’oro al valore dell’Esercito. Nell’estate 2009 guidava a Herat la task Force Fenice che raggruppa gli elicotteri Mangusta da attacco, Chinook cargo e AB 205 multiruolo. Centritto è pilota provetto di tutti questi velivoli e in quell’estate calda, che vide i parà della Folgore guidati dal generale Rosario Castellano all’offensiva in tutto l’Ovest afghano per strappare ai talebani il controllo del territorio, non era difficile vederlo decollare ai comandi di un agile Mangusta e il giorno dopo ritrovarlo alla guida di un pesante birotore Chinook. La motivazione della decorazione, ottenuta per gli atti di valore compiuti tra il 10 e il 14 giugno nei settore di Bala Murghab, parla chiaro. Alla guida dell’aeromobile, benché colpito dal fuoco avversario in più punti del velivolo, con manifesto rischio della propria vita completava le missioni di volo e perseverava nel garantire il prezioso supporto di fuoco. Grazie alla pronta capacità di reazione, all’indomito coraggio e all’efficacia dell’azione, riusciva a neutralizzare la minaccia e a completare con successo le missioni affidategli”. Tradotto dal militarese Centritto e i suoi piloti si distinsero nella battaglia per allargare l’area controllata dagli italiani a Bala Murghab. Scontri durissimi che videro i jihadisti decapitare alcuni soldati afghani catturati e nei quali, solo il 10 giugno, vennero uccisi oltre 90 talebani molti dei quali falciati dalle raffiche dei Mangusta. In quel settore il colonnello Marco Tuzzolino, alla testa del 183° reggimento paracadutisti, ha meritato la medaglia d’argento al valore per aver guidato l’assalto al posto di frontiera con il Turkmenistan di Monchak, occupato dai talebani, “conducendo personalmente un elisbarco ad altissimo rischio”. Il colonnello Andrea Ascani e il maggiore Stefano Salvadori sono stati decorati rispettivamente con la medaglia al valore d’argento e di bronzo per l’intervento effettuato il 28 agosto 2009 a Pusth Rod, 20 chilometri a nord di Farah, dove i talebani attaccarono una stazione di polizia afghana il giorno dopo aver fatto esplodere un ordigno sotto un blindato Lince dei paracadutisti. I Mangusta intervennero in soccorso degli agenti afghani sotto assedio e Ascani “a rischio della propria vita, benché fatto segno a fuoco e con il proprio elicottero colpito, proseguiva nell’azione riuscendo a neutralizzare gli elementi ostili”. Anche l’elicottero di Salvadori venne colpito dal fuoco talebano ma il maggiore “proseguiva con efficacia l’azione di contrasto , fino alla neutralizzazione delle sorgenti di fuoco ostili”. Eroi di guerra, decorati oggi quasi in silenzio per battaglie combattute e vinte tre anni or sono.

Gianandrea Gaiani

Italiani all’offensiva in Afghanistan

lince della folgore a balamurghab
lince della folgore a balamurghab

Truppe italiane all’offensiva in tutta la provincia di Farah con l’obiettivo di ripulire le strade dalla minaccia talebana che da quelle parti si manifesta quasi ogni giorno con attentati dinamitardi, imboscate e attacchi con razzi e mortai. Il comando alleato di Herat, il Regonal Command West guidato dal generale Luciano Portolano, l’ha chiamata Operazione Copperhead e ha messo in campo oltre la metà delle quattro task force da combattimento italiane schierate nell’Afghanistan Occidentale. La “battaglia delle strade” viene combattuta ormai da anni dalle truppe alleate e dai reparti afghani con l’obiettivo di rendere sicure le vie di comunicazione che uniscono Bala Buluk a Farah City, quest’ultima a Bakwa e al distretto orientale del Gulistan e il tratto di Ring Road  (l’arteria che attraversa gran parte del Paese) che da Bala Buluk conduce a Delaram e alla confinante  provincia di Helmand. Un triangolo che ha sempre visto intensi scontri tra forze alleate e insorti. Questa volta però le forze messe in campo dagli italiani sono di un’entità senza precedenti: a giudicare dai reparti impegnati almeno un migliaio di militari italiani più altrettanti afghani. Il 152° reggimento “ Sassari” (Task Force South) manovra con un paio di “kandak” (battaglioni afghano) affiancati da consiglieri militari italiani per snidare gli insorti a nord di Farah City rinforzato lungo la Ring Road dai blindati pesanti Freccia dell’82° reggimento fatti affluire da Shindand dove ha sede la Task force Center guidata dai fanti aeromobili del 66°reggimento. Più a est, nel settore più caldo assegnato alle truppe italiane, i fanti di Marina del “San Marco” hanno più difficoltà ad allargare l’area delle operazioni intorno alle  loro basi situate in pieno territorio ostile.

“Attacco all’avamposto Snow”
Si tratta dei distretti di Bakwa e Gulistan, infestati da insorti e milizie narcos che proteggono le vaste coltivazioni di oppio e dove la presenza di truppe e agenti di polizia afghani e poco più che simbolica anche per la difficoltà di rifornire i reparti lungo l’unica strada, la 522, esposta alle imboscate e piena di ordigni improvvisati. Qui gli italiani sono arrivati solo nel settembre 2010 e da allora è in questo settore che il nostro contingente ha registrato le perdite più elevate. Non è un caso che la risposta talebana alla vasta offensiva italiana si sia verificata qui, dove gli insorti sono più forti e mantengono un buon controllo del territorio.  Nel pomeriggio del 2 febbraio hanno attaccato il Combat Out Post “Snow”, l’estremo avamposto italiano situato a Buji presidiato da alcune decine di marines del “San Marco” e già in passato teatro di numerosi attacchi. Un assalto coordinato effettuato con la copertura di mortai al quale i fanti di Marina hanno risposto con armi leggere e con i mortai pesanti da 120 millimetri. Per respingere l’attacco, che non ha provocato feriti tra gli italiani, è stato necessario anche l’intervento aereo di cacciabombardieri alleati che hanno colpito le postazioni talebane. Un compito che da pochi giorni sono autorizzati a svolgere anche i 4 cacciabombardieri italiani AMX  basati a Herat. Non è la prima volta che i talebani lanciano massicci assalti al Cop “Snow” (durante uno dei quali il 31 dicembre 2010 venne ucciso il caporal maggiore degli alpini Matteo Miotto) senza dubbio la postazione italiana più esposta e pericolosa dove la guarnigione viene rifornita con gli elicotteri.

Sequestri di armi e droga
Secondo quanto riferito dal Comando di Herat durante l’operazione Copperhead si sono registrati scontri quotidiani con un numero non precisato di insorti rimasto sul terreno mentre altri sono stati catturati. Alcuni sospetti terroristi  sono stati arrestati perché trovati in possesso di diverse tipologie di esplosivo, inclusi 800 chili di nitrato d’ammonio, il fertilizzante utilizzato per produrre bombe artigianali. Gli italiani hanno recuperato diversi  ordigni improvvisati già pronti all’uso e di due auto-bombe, probabilmente da impiegare contro colonne o postazioni militari. L’operazione ha portato inoltre al recupero di ingenti somme di denaro in valuta pakistana, di mezza tonnellata di oppio e 80 chili di eroina e hashish, a conferma dello stretto legame che lega l’attività dei narcos e degli insorti. Sempre nella provincia di Farah una ventina di miliziani ha invece consegnato le armi aderendo al programma governativo di reintegrazione che negli ultimi due mesi ha coinvolto oltre 350 insorti in tutto l’Ovest afghano. L’operazione Copperhead è scattata in concomitanza con il completamento della seconda fase della “transizione” nel settore sotto comando italiano che dal novembre scorso ha visto le forze di sicurezza afghane assumere la responsabilità della sicurezza di due distretti della provincia di Badghis e della quasi totalità di quella di Herat, 13 distretti su 16, ad eccezione di Shindand, Obeh e Chisht-e Sharif che restano sotto il controllo italiano.
Rifacimento della Ring Road a nord
Il comando italiano, ch ha ricevuto il 9 febbraio la visita dell’ammiraglio Jamres Stavridis, Comandante supremo della Nato è impegnato anche nella sicurezza ai lavori di pavimentazione della Lithium Route, importante arteria che collega la provincia di Badghis con il settore Nord del Paese a guida tedesca. Lavori che rappresentano il successo dell’intensa campagna operativa condotta dal 151° Reggimento della brugata Sassari (Task Force North) in stretta collaborazione con le forze speciali americane e di sicurezza afgane nel settore settentrionale dell’area di responsabilità del Rc-West, creando le necessarie condizioni di sicurezza per la realizzazione di importanti progetti di sviluppo nel settore infrastrutturale. In pratica si tratta del rifacimento di un tratto importante della Ring Road, l’arteria più importante dell’intero Afghanistan tra Bala Murghab e il confine con il vicino comando Regione Nord (Regional command North- Rc-North) a guida tedesca. Lavori consentiti da un investimento di 80 milioni di dollari che la Asian Development Bank (Adb) ha aggiunto alla cifra di 340 milioni già stanziati per il progetto.

Gianandrea Gaiani

Guerra ai cristiani

Guerra ai Cristiani
la copertina del libro Guerra ai Cristiani

Anche se spesso buona parte dei media non ne dà adeguato risalto, perché intrisi delle logiche del «politicamente corretto», i cristiani nel mondo sono realmente vittima di persecuzioni e discriminazioni.
Ma per fortuna non tutti tacciono su questo fenomeno triste ed insieme degno di rilievo. Tra gli uomini più attivi e determinati nel denunciare questo stato di cose figura senz’altro l’europarlamentare del Pdl Mario Mauro, autore del bel nuovo saggio Guerra ai cristiani. Anche in qualità di rappresentante della presidenza dell’Osce (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), l’alto esponente politico-istituzionale del movimento di Berlusconi si sta spendendo da anni per la difesa dei diritti umani, e portano la sua firma le due risoluzioni del Parlamento europeo in cui si prende atto e si condanna la situazione persecutoria nei confronti dei cristiani nel mondo. E’ proprio il cristianesimo quello che è preso di mira più di tutte le altre confessioni religiose. L’associazione Aiuto alla Chiesa che soffre, nei suoi ultimi rapporti, ha dimostrato come il 75% delle discriminazioni a base religiosa nel mondo sino proprio a danno dei cristiani. E l’agenzia Fides riporta che ci sono stati solo l’anno scorso ben 37 omicidi sulla base del mero odio anticristiano.
Sembra che non ci sia zona del globo terrestre in cui si risparmino i cristiani da attacchi, violenze, soprusi e vessazioni. Il fondamentalismo islamista in molti paesi arabi africani e del Medio Oriente asiatico ed il totalitarismo politico di matrice comunista in alcune aree dell’Estremo Oriente, non stanno lasciando scampo a persone e gruppi che intendono in qualche modo rendere una testimonianza pubblica e/o culturale della loro fede cristiana. Dalle vere e proprie crocifissioni in Sudan alla legge pakistana sulla blasfemia, dalla tendenza dell’amministrazione pubblica egiziana ad «islamizzare» i cittadini fin nei loro documenti d’identità agli arresti e torture in Iran, è evidente come l’islamismo radicale stia facendo di tutto per annientare la presenza cristiana in quei luoghi. La proposta culturale cristiana viene strumentalmente ed ingiustamente bollata come uno sfregio ed un oltraggio ad Allah ed alla religione maomettana, che si vuole appunto egemone e dominante. Chiese e villaggi bruciati e distrutti ci sono anche in India, in cui si contano anche atroci casi di cristiani arsi vivi. I cristiani vengono messi ai margini anche nell’isola di Cipro, dove l’occupazione turca ha provato già in passato a cancellare molti simboli e luoghi sacri. I cristiani devono porre massima attenzione alle attività che svolgono anche nella più «laica» Turchia. Nel Medio Oriente, come in Iraq, si attuano strategie per incrementare l’esodo dei cristiani dalla Terra Santa. Per non parlare dell’Estremo Oriente, della Cina ad esempio, dove i cattolici fedeli al pontefice romano sono perseguitati dalle forze dell’ordine statali e tendono ad essere qualificati come «agenti al servizio di una potenza straniera», e dunque si trovano a far parte della chiesa «sotterranea e clandestina», mentre quella «ufficiale» deve coercitivamente fare riferimento, più che al papa, al Partito comunista cinese.
Sempre in merito all’ostilità al cristianesimo, all’islamismo ed al comunismo presenti soprattutto in Africa ed Asia fa da complemento il relativismo laicista del continente europeo. Quella che va per la maggiore sembra essere una certa corrente neoilluministica, per cui vengono visti con diffidenza, quando non con disprezzo, i corpi intermedi naturali tra l’individuo e lo stato, mentre la religione (anzitutto quella cattolica) deve essere relegata nell’ambito strettamente individuale e privato, e non deve avere rilievo pubblico ed «influenzare» le scelte culturali e politiche. L’uomo è, invece, ontologicamente portato a cercare un significato ed un senso ultimo alla propria vita. E ciò non può non avere ripercussioni ed un rilievo nella società e di conseguenza nella cultura e nella politica.
Termini come pari opportunità, uguaglianza, democrazia, laicità, diritti e principio di «non discriminazione» subiscono una strumentalizzazione e servono in realtà a coprire un approccio ed atteggiamento delle istituzioni comunitarie e di forze politiche soprattutto di sinistra improntato all’indifferentismo religioso ed al nichilismo. Si ostacolano e marginalizzano politiche per la difesa della vita dal concepimento al suo termine naturale e per la promozione della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, e s’incentivano, al contrario, misure atte a favorire le unioni omosessuali con relative adozioni di bambini, l’aborto come contraccettivo, l’eugenetica come segno di «salute riproduttiva», ore di etica ed educazione alla cittadinanza al posto dell’ora di religione cattolica nelle scuole. E’ poi da ricordare come la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo abbia condannato l’Italia per la presenza per via legislativa del crocifisso nelle aule scolastiche. Ma il calo demografico ed il crollo dei matrimoni non sono che l’altra faccia della medaglia dell’attuale situazione di crisi e declino del Vecchio Continente, dove l’aborto è diventato statisticamente la più grande causa di mortalità.
Insomma, occorre fronteggiare il relativismo ed il fondamentalismo, e procedere alla difesa e promozione del cristianesimo, perché laddove c’è la presenza cristiana nella società si sviluppano anche la dimensione comunitaria (anche di opere ed imprese), la laicità delle istituzioni, una legislazione più rispettosa del diritto naturale, un allargamento della ragione ed una più autentica promozione della dignità della persona, dei diritti umani e della libertà. Ed è certamente a partire dall’Italia e dall’Europa che si deve condurre una proposta ed azione politica e culturale volta a difendere le nostre radici cristiane e la libertà religiosa. E da qui sviluppare anzitutto una cultura ed al contempo una politica mirate ad incentivare la natalità, la famiglia formata dall’unione stabile tra un uomo ed una donna aperti alla vita ed educazione dei figli, la solidarietà, lo sviluppo socio-economico, la pace, la giustizia e la libertà.
(di Mario Secomandi- dal sito “Ragionpolitica.it”)

Persecuzione dei cristiani : filmato

Persecuzione dei cristiani in Nigeria



Persecuzione dei cristiani in Pakistan

Persecuzione dei cristiani in palestina

Persecuzione dei cristiani in Libano


Persecuzione dei cristiani in Turchia


Delle persecuzioni in Indonesia ne abbiamo già parlato in Indonesia musulmana e gli altri. E parleremo delle persecuzioni in Egitto, del Pachistan, di nuovo del Libano, del Sudan … la lista è lunghissima

Settantatre’ risoluzioni dell’Onu di condanna a Israele

E’ il titolo di un’articolo che va per la maggiore su internet. Addirittura è distribuito come documento comprovante la criminale politica dello stato d’Israele che non rispetta le risoluzioni dell’ONU.

Ma questo articolo dice il vero? Le sue affermazioni e riferimenti sono obiettive o faziose?

Come manipolare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu :

Si immagini di assistere a una partita a scacchi e di cercare di capire le mosse dei pezzi neri senza poter vedere i pezzi bianchi. O di assistere alla differita di una partita di calcio dalla quale siano stati tagliati i fischi dell’arbitro verso una squadra per dare l’impressione che il gioco dell’altra sia inutilmente aggressivo e scorretto. Questa piu’ o meno e’ l’operazione che hanno fatto gli autori (anonimi) di un documento che ultimamente va per la maggiore su internet.

Titolo: “Settantatre’ risoluzioni dell’Onu di condanna a Israele”. Sottotitolo (insinuante): “Nessun ispettore, nessuna guerra per farle rispettare”. Segue un nudo elenco di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che “esprimono condanna all’operato di Israele”, citate per numero e data e accompagnate da brevi “estratti che ne illustrano il contenuto”. Insomma: un documento che parla da se’, che non ha bisogno di commenti tanto e’ evidente il torto di Israele.

E invece di commenti ha bisogno eccome. Per questo ci sentiamo costretti a tornare, con maggiore dettaglio, su un tema gia’ affrontato su queste pagine (Vedi NES ott. 2002: Il falso parallelo).

Innanzitutto le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza non sono tutte uguali. Vi sono quelle approvate sulla base del Capitolo 6 della Carta delle Nazioni Unite e quelle sulla base del Capitolo 7.

Il Capitolo 6 si intitola “Composizione pacifica dei conflitti” e afferma (art. 33) che “le parti in causa in un conflitto […] dovranno innanzitutto cercare una soluzione […] con mezzi pacifici”. Quando il Consiglio vota sulla base del Capitolo 6 e’ come se dicesse agli Stati in guerra fra loro: “Dovete negoziare per comporre il conflitto e dovete farlo sulla base delle linee che vi indico”. Il Capitolo 7, invece, si intitola “Azioni in caso di minacce alla pace, violazioni della pace e atti di aggressione”. Gli articoli di questo Capitolo conferiscono al Consiglio la responsabilita’ di individuare le minacce alla pace mondiale e gli danno facolta’ di varare risoluzioni con valore esecutivo e vincolante, autorizzando la comunita’ internazionale a ricorrere a varie forme di coercizione per ottenere la loro applicazione, dalle sanzioni fino all’uso della forza militare. Quando il Consiglio vota sulla base del Capitolo 7 e’ come se dicesse a uno Stato: “Il tuo comportamento mette in pericolo la pace del mondo: o ti adegui a quanto di dico di fare o interveniamo con la forza”.

Ora, come ricordava qualche mese fa anche l’Economist (10.10.02), “nessuna delle risoluzioni a proposito del conflitto arabo-israeliano e’ stata emanata ai sensi del Capitolo 7. Imponendo sanzioni anche militari contro l’Iraq, ma non contro Israele, l’Onu non fa che rispettare le sue stesse regole interne”. E aggiungeva: “Che le risoluzioni ai sensi del Capitolo 7 siano diverse, e che nessuna di esse sia stata approvata contro Israele, e’ un fatto riconosciuto dagli stessi diplomatici palestinesi”, che infatti se ne lamentano. Quella irresponsabile minaccia nel titolo del documento (”nessuna guerra per farle rispettare”) puo’ essere stata scritta solo da una persona molto ignorante o in mala fede.

Vale la pena sottolineare che la distinzione fra Capitolo 6 e Capitolo 7 non e’ puramente formale. Essa riflette due situazioni politiche completamente diverse. In un caso, infatti, il Consiglio di Sicurezza individua nel regime iracheno e nei suoi comportamenti una minaccia alla stabilia’à e alla pace regionale e mondiale. Pertanto il Consiglio esige da quel regime comportamenti diversi, pena il ricorso alla forza. Nell’altro caso, invece, il Consiglio di Sicurezza deve promuovere la composizione di un conflitto arabo-israeliano pluri-decennale che vede coinvolte piu’ parti, ognuna con le proprie responsabilita’. Ma gli autori del documento vogliono che le responsabilita’ siano solo di Israele e dunque riportano, di molte risoluzione, solo la parte che si rivolge a Israele, convenientemente scordando l’altra parte, quella che si rivolge agli arabi. Appunto, come una partita truccata.

Cosi’ ad esempio, e’ vero – come dice il documento – che le risoluzioni 1402 e 1403 (2002) chiedevano “alle truppe israeliane di ritirarsi dalle citta’ palestinesi”. Ma chiedevano anche e contemporaneamente “l’immediata cessazione di tutti gli atti di violenza, compresi tutti gli atti di terrore, provocazione, istigazione”. In sostanza il Consiglio di Sicurezza ribadiva che solo un cessate il fuoco “significativo” (meaningful, nel testo originale), cioe’ non a parole, unito a un ritiro israeliano dalle ultime posizioni rioccupate, avrebbe permesso la ripresa del negoziato di pace. Tacendo mezza risoluzione, gli autori del documento fanno dire al Consiglio che Israele doveva ritirarsi senza se e senza ma, mentre i palestinesi potevano continuare con spari e attentati. Giudichi il lettore se e’ la stessa cosa.

Allo stesso modo, e’ vero – come dice il documento – che la risoluzione 1435 (2002) chiedeva a Israele “la fine immediatamente delle misure prese a Ramallah e dintorni” e “il rapido ritiro delle forze di occupazione israeliane dalle citta’ palestinesi”. Ma e’ vero anche che essa ribadiva “la richiesta di una completa cessazione di tutti gli atti di violenza, terrorismo, provocazione istigazione”, e faceva “appello all’Autorita’ Palestinese affinche’ adempia al suo esplicito impegno di garantire che i responsabili di atti terroristici vengano da essa assicurati alla giustizia”. Ma di nuovo, questa parte della risoluzione e’ scomparsa.

Il piu’ delle volte il Consiglio di Sicurezza, quando chiama in causa Israele, formula anche contemporaneamente precise richieste alle controparti arabe, e cio’ per la ovvia considerazione che la pace in Medio Oriente non puo’ essere fatta da una parte soltanto. Ma questo e’ appunto cio’ che gli autori del documento non vogliono capire (o farci capire).

Non basta. Gli autori non omettono solo pezzi di risoluzione. Omettono anche intere risoluzioni. Ad esempio, per restare nel 2002, non viene citata la 1397. Come mai? Forse perche’ esprimeva “grave preoccupazione […] per i recenti attentati”, chiedeva “l’immediata cessazione di tutti gli atti di violenza, terrorismo, provocazione, istigazione” ed esortava “le parti israeliana e palestinese e i loro dirigenti a cooperare nella realizzazione del piano Tenet e del Rapporto Mitchell, allo scopo di riavviare i negoziati per una composizione politica”: tutte cose che la parte palestinese, non quella israeliana, si e’ rifiutata di fare.

Vistosa, poi, l’assenza di una delle piu’ importanti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza di tutta la storia del conflitto: la 242 del 1967. Di nuovo, come mai? Forse perche’ chiedeva (agli arabi, ovviamente) la “fine di ogni stato di belligeranza” e il “riconoscimento del diritto [di Israele] di vivere in pace entro confini sicuri e riconosciuti, libero da minacce o atti di forza”?

Della 425 (1978) si dice che “ingiungeva a Israele di ritirare le sue forze dal Libano”. Ma non si ricorda che chiedeva anche il ripristino della pace al confine israelo-libanese e un “rigoroso rispetto della integrita’ territoriale, sovranita’ e indipendenza politica del Libano”, tutte cose che truppe siriane, milizie palestinesi, agenti iraniani e terroristi Hezbollah non si sognano minimamente di fare. Ne’ viene riportata la Dichiarazione del 18 giugno 2000 con cui il Consiglio di Sicurezza certificava che “Israele ha ritirato le sue forze dal Libano in conformita’ con la risoluzione 425″.

Ancora piu’ curioso il fatto che l’elenco delle risoluzioni viene fatto iniziare con la n. 93 del 18 maggio 1951. Eppure il conflitto arabo-israeliano scoppia almeno tre anni e mezzo prima, con il rifiuto arabo della risoluzione di spartizione 181 dell’Assemblea Generale dell’Onu (29.11.47) e l’attacco degli eserciti arabi a Israele. Prima della 93 (1951) a noi risultano non meno di 21 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, tra cui quelle – ufficialmente respinte dai governi arabi – che chiedevano il cessate il fuoco e il rispetto della 181.

Non manca, invece, la risoluzione 487 del 19 giugno 1981: quella che condannava “con forza” la distruzione del reattore nucleare iracheno di Osirak da parte dell’aviazione israeliana. Una risoluzione che, riletta oggi, basta da sola a screditare l’Onu agli occhi degli israeliani e di chiunque abbia a cuore la pace e la stabilita’ internazionali.

Resta da fare un’ultima considerazione, di carattere storico-politico. Tutti sanno che i paesi arabi, ripetutamente sconfitti in campo aperto, hanno fatto costantemente ricorso al terrorismo (dai feddayin degli anni ‘50 fino agli Hezbollah degli anni ‘80 e ‘90) per esercitare una continua pressione militare ai confini e all’interno dello Stato di Israele. L’hanno fatto organizzando, finanziando, addestrando, capeggiando varie formazioni “guerrigliere” palestinesi, nella consapevolezza che l’Onu avrebbe dovuto per forza condannare le “violazioni” delle linee d’armistizio fatte da uno Stato (Israele), ma non avrebbe mai potuto condannare allo stesso modo le “violazioni” (infiltrazioni, attentati, stragi di civili) fatte da formazioni irregolari (i terroristi) che provocavano la reazione d’Israele. Un trucco palese, persino dichiarato, che non inganna piu’ nessuno. Salvo i “volonterosi” autori del documento e i loro sfortunati lettori.

Israele.net

Obama, l’idolo della sinistra

Se non godesse dell’immenso credito concesso gratuitamente da media e opinione pubblica internazionali fin da prima della sua elezione, Barack Obama verrebbe oggi invitato da molti analisti e persino da esponenti del suo partito a lasciare la Casa Bianca per manifesta incapacità. In effetti non si ricorda una così lunga e totale serie di insuccessi conseguiti da un presidente americano nei primi  8 mesi trascorsi alla Casa Bianca. Tralasciando la situazione interna agli USA, con una disoccupazione ormai vicina al 10 per cento e una riforma sanitaria “obamiana” che sta spaccando il Paese, è sui temi internazionali e sulla sicurezza che i “flop” sono sempre più evidenti. La linea morbida con l’Iran ha ottenuto i risultai sperati….da Ahmadinejad, secondo molti analisti arabi ormai quasi pronto ad annunciare il possesso della bomba atomica. A differenza di Bush, che aveva dimostrato di saper usare la forza quando lo riteneva necessario, Obama sembra venir considerato una “tigre di carta” e del resto è stato lui stesso a dire al Letterman Show (dove nessun presidente era mai andato) che gli americani sono stanchi di guerra. Una frase che ha fatto felici iraniani, nordcoreani, talebani e tutti i nemici dell’Occidente, ringalluzziti dall’ammissione di debolezza del numero uno americano. Flop anche con la Russia dalla quale Obama sperava di incassare collaborazione nella questione iraniana rinunciando allo scido antimissile e alle basi in Polonia e Repubblica Ceca. Illusioni tramontate appena Mosca ha fatto sapere che non sosterrà l’inasprimento delle sanzioni a Teheran anche se l’aspetto più clamoroso della beffa russa all’ingenuo Obama potrebbe riguardare la fornitura di sistemi di difesa aerea S-300 al Venezuela finanziati con un prestito russo a Caracas di 2,2 miliardi di dollari. Missili che l’Iran chiede da anni e Mosca non ha mai concesso per non far infuriare Washington. Molti però sospettano (anche Hillary Clinton) che le dieci batterie ordinate da Hugo Chavez vengano poi trasferite a difesa dei siti atomici iraniani, ipotesi più che credibile considerati anche gli stretti rapporti di alleanza  e amicizia tra i due regimi e i due leader.   L’imbarazzo di Obama per i clamorosi insuccessi della sua presidenza è emerso anche dal ridicolo e dilettantesco impegno diretto, insieme alla moglie Michelle, per far assegnare alla sua città, Chicago, le Olimpiadi 2016. Manifestazione che si terrà invece a Rio de Janeiro con il risultato che Obama ha perso tutta la credibilità e il prestigio messi sul tavolo per un obiettivo che certo non valeva “la faccia” del presidente. Sempre nulla al confronto della ridicola melina che coinvolge Obama e tutto il suo staff sulla questione afgana. Tre ore di vertice nello Studio Ovale, il 30 settembre, non sembrano aver convinto Barack Obama a prendere decisioni circa l’invio di altri 40 mila militari in Afghanistan ritenuti indispensabili e urgenti dal comandante alleato a Kabul, il generale Stanley McChrystal. All’incontro erano presenti il vicepresidente Joe Biden, i vertici della sicurezza nazionale e delle forze armate, il segretario di stato Hillary Clinton e, in video conferenza da Kabul, anche il generale McChrystal. Nessuno ha rilasciato dichiarazioni alla fine della riunione a conferma del perdurare di un’indecisione sempre più imbarazzante riguardo al conflitto afgano. Oltre alla difficoltà politica di accordare altre truppe contro il parere della maggioranza del suo partito e con un’opinione pubblica che i sondaggi indicano per oltre metà contraria al conflitto, Obama deve fare i conti con le diverse opinione dei suoi più stretti collaboratori. Il primo a mettere in dubbio le richieste di McChrystal sembra essere proprio il numero uno del Pentagono, Robert Gates, che secondo il Wall Street Journal avrebbe espresso il dubbio che “anche 40 mila truppe in più non possono darci slancio sufficiente sul terreno per proteggere gli afgani se la situazione nel nord e nell’ovest continua a deteriorarsi”. Una valutazione che considera anche il peggioramento della situazione nei settori a comando tedesco e italiano anche se proprio Gates era stato un fautore del “surge afgano”, l’aumento di truppe per consolidare la sicurezza sulla falsariga di quanto attuato in Iraq negli anni scorsi. Forse Gates ha fiutato il vento e, nominato da Bush e confermato da Obama al Pentagono, vuole evitare di sbilanciarsi per non venire sacrificato dal presidente alle prime difficoltà. Ricordate le dichiarazioni di Obama in campagna elettorale e fino al marzo scorso circa la “guerra giusta” da vincere contro al-Qaeda in Afghanistan e la “guerra sbagliata” di Bush in Iraq ?  Tutto dimenticato, per Obama ormai gli americani sono “stanchi di guerra” e sono bastati poco più di cento caduti tra luglio e agosto sul fronte afgano a far cambiare idea al presidente. Se Obama e Gates sembrano voler mantenere il livello di truppe americane intorno ai 68.000 effettivi previsti entro la fine dell’anno, a favore di un rafforzamento della “counterinsurgency” restano tutti i vertici militari del Pentagono (dall’ammiraglio Mike Mullen, al generale David Petraeus) e Hillary Clinton. Il vice presidente Joe Biden, si improvvisa stratega e vorrebbe invece ridurre le truppe in Afghanistan per aumentare le forze speciali assegnate ai raids contro i vertici di al-Qaeda in territorio pakistano, tesi che Gates avrebbe già bocciato perché “non crede sia la via verso il successo in Afghanistan”. Anche perché sarebbe difficile colpire con più forza in Pakistan perdendo il controllo di gran parte dell’Afghanistan. Di fronte a questo quadro caratterizzato da dilettantismo, opzioni contraddittorie e idee confuse è lecito chiedersi se il presidente che ha appena ricevuto il Nobel per la Pace avrà la capacità di condurre la guerra afgana nel modo più appropriato. Obama sembra comunque avere ancora un asso da giocare: prendere tempo evitando di esprimersi ora sul poco popolare tema dei rinforzi per far trascorrere l’inverno, stagione che in Afghanistan rallenta notevolmente le operazioni militari. I rinforzi a McChrystal potrebbero venire concessi in primavera contando sull’impatto mediatico e politico del progressivo ritiro di truppe dall’Iraq. I 124.000 militari ancora  a Baghdad dovrebbero scendere a 50.000 entro agosto 2010 ma il generale Ray Odierno, alla testa dell’operazione “Iraqi Freedom”, ha dichiarato che il rimpatrio dei 74.000 militari potrebbe essere più rapido e completarsi già in primavera. Una bella notizia per Obama che potrà attenuare con il massiccio rientro dall’Iraq l’impatto determinato dall’invio dei rinforzi in Afghanistan. Che potrebbero essere anche meno dei 40.000 richiesti se qualche alleato europeo accettasse di contribuire al “surge” afgano. Incontrando il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, il danese Anders Fogh Rasmussen, Obama ha voluto precisare che quella afgana “non è una guerra degli Usa ma della Nato”. Affermazione certo incontestabile anche se sono gli USA a guidare le operazioni da loto stessi iniziate dopo l’11 settembre, sono gli USA a fornire i due terzi delle truppe e l’80 per cento degli aerei e i consiglieri diplomatici stranieri assegnati ai governatori di tutte le province afgane non provengono dalla Nato ma dal Dipartimento di Stato di Washington. Vuoi vedere che Obama mette già le mani avanti e, fiutato il rischio che la vittoria sfumi,  vuole cominciare a dividere con gli alleati il fardello della sconfitta ?

Gianandrea Gaiani 5 ottobre