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Populismo

Perché Europa e Obama farebbero bene a cercare di capire i vari Putin e Orban anziché trattarli da mostri

Mondiali 2014, Finele: Germany Argentina

L’infornata di sanzioni Ue contro Mosca appena approvata dai governi europei era inevitabile ed è appropriata: a prescindere da ogni altra considerazione di politica e di diplomazia internazionali, chi destabilizza un paese confinante armandone i ribelli con sistemi bellici così sofisticati che costoro non sono capaci di usarli, e finiscono per abbattere un aereo civile uccidendo 300 innocenti, merita una punizione. Non ci sono giustificazioni per fatti del genere, come non ce ne sono quando l’artiglieria israeliana colpisce le scuole dell’Onu dove hanno cercato riparo i civili palestinesi e non ce ne sono quando i razzi palestinesi seminano il terrore nelle cittadine israeliane.

putin-assadTrovo invece patetica la crescente demonizzazione di Vladimir Putin, indicato sempre più come l’uomo da abbattere affinché tutto torni alla normalità, e la cooperazione fra Russia, Usa e Unione Europea in vista del trionfo universale della convivenza pacifica, della liberaldemocrazia e dell’economia di mercato globalizzata ricominci come ai bei tempi della presidenza Eltsin.

Le esperienze del passato sembrano non avere insegnato nulla: l’opinione pubblica occidentale ha creduto che bastasse sbarazzarsi di Saddam Hussein, di Mubarak o di Gheddafi per vedere trionfare la libertà e la democrazia nel mondo arabo, salvo poi scoprire che le cose erano meno semplici di quanto pareva dall’esterno. Il conflitto israelo-palestinese? Una volta fuori gioco Sharon e Arafat, nemici che si reggevano reciprocamente, israeliani e palestinesi più flessibili dei loro due capi avrebbero trovato la quadratura del cerchio. Infatti… Adesso si pensa la stessa cosa di Putin, di Bashar el Assad e persino di Erdogan, capo di governo turco eletto e rieletto ogni volta con maggioranze sempre più ampie.

L’idea che un dittatore o un leader autoritario o semi-autoritario siano espressione di una specifica e irripetibile costellazione storica, sociale, culturale, politica ed economica continua a non sfiorare le menti della maggior parte dei commentatori e della gente comune. Per l’americano e l’europeo medi, intrisi di cultura individualista, il dittatore o l’uomo forte sono espressione di se stessi e di una volontà di potenza individuale, niente di più. Quando il loro modo di fare politica crea dei problemi all’Occidente, la cosa da fare perché spariscano quei problemi è far sparire il disturbatore in persona. Certo, ci sono pur sempre politici e intellettuali di alto profilo – come Henry Kissinger, Mikhail Gorbaciov, Stephen Cohen – che spiegano che in realtà il leader del Cremlino fa quello che qualunque capo di Stato russo avrebbe fatto in circostanze analoghe, perché nessun governante moscovita può permettere che l’Ucraina scivoli nell’area politico-militare della Nato. Ma sono in minoranza e le loro idee non vengono prese in considerazione.

Viktor OrbanQualcosa però si sta muovendo, e merita attenzione e approfondimento, senza giudizi precipitosi: le situazioni si stanno evolvendo sotto i nostri occhi. Ha fatto scalpore un discorso del premier ungherese Viktor Orban (foto a sinistra) pronunciato il 26 luglio scorso. Dopo aver premesso che l’esperienza della crisi finanziaria internazionale dimostra che «gli stati liberaldemocratici non sono in grado di restare competitivi a livello globale», ha affondato un colpo sbalorditivo: «Non credo che la nostra appartenenza all’Unione Europea ci precluda la possibilità di edificare un nuovo stato illiberale, basato sulle nostre fondamenta nazionali», ha detto.

Il progetto avrebbe due motivazioni. Una di tipo identitario: «l’Ungheria non è un’ammucchiata di individui, è una nazione», ha detto il primo ministro. Mentre libertà e democrazia devono continuare a prevalere, l’ottica dei diritti individuali dovrebbe lasciare posto all’etica dei doveri verso il proprio popolo. Poi ci sono motivi economici. La globalizzazione economica e la liberaldemocrazia individualistica sono un binomio che sembra non funzionare: con la relativa eccezione degli Usa, che sono pur sempre la potenza dominante, e della Germania favorita dall’architettura dell’euro, i paesi che sembrano reggersi meglio non appartengono all’Occidente: «Oggi il mondo cerca di capire la natura di sistemi che non sono occidentali, che non sono liberali e fore non sono nemmeno democrazie, ma che hanno successo». I nomi? Orban menziona Singapore, Cina, India, Russia e Turchia. Sono alcuni dei paesi i cui leader sono maggiormente criticati nella stampa europea e statunitense.

A parte la disinvoltura con cui Orban mette insieme sistemi che si possono definire democratici con altri che non lo sono minimamente, è vero che un numero crescente di paesi che non appartengono all’Occidente e che spesso non condividono i suoi valori stanno ottenendo successi politici e/o economici. A volte anche quando l’economia rallenta, il consenso per i governi resta alto. Il tasso di approvazione di Vladimir Putin, il nuovo “uomo nero” dei media occidentali, all’inizio di giugno aveva toccato il massimo storico dell’83 per cento. Anche Erdogan, che nei mesi delle proteste di piazza Taksim era sceso dal 59 del 2013 al 39 per cento, è risalito oltre il 50 per cento ed è il favorito assoluto per le presidenziali del 10 agosto. Nell’aprile scorso Viktor Orban, la bestia nera della Commissione europea e del Parlamento europeo, ha vinto un nuovo mandato da primo ministro col 44,5 per cento dei voti.

Cena di gala per Merkel e Obama al castello di CharlottenburgEffettivamente siamo in presenza di due problemi. Il primo è che il modello politico occidentale, presentato come la sintesi perfetta di prosperità, giustizia sociale, economia di mercato, libertà pubbliche e private, sistema politico democratico non attira più come in passato. Gli europei per primi avvertono i suoi limiti. In un mondo dominato dai movimenti dei grandi capitali e dalla finanziarizzazione dell’economia, dove tutti i paesi sono costretti a praticare le stesse politiche economiche e sociali fin nei dettagli per non veder esplodere il debito sovrano, dove il margine di manovra dei parlamenti nazionali si fa sempre più stretto perché l’80-90 per cento delle norme viene decisa non democraticamente a Bruxelles, dove le sentenze dei tribunali costituzionali, delle Corti europee e delle Corti d’appello stabiliscono quali leggi possono essere approvate dalla volontà popolare e quali no, dove le varie leggi nazionali sulle varie “fobie” riducono costantemente lo spazio della libertà di parola, viene da interrogarsi se quella che vige sia democrazia sostanziale e se le libertà siano formali o reali.

Le leggi e la pressione del conformismo culturale ci obbligano a parlare in un certo modo e ci puniscono con l’emarginazione o con sanzioni penali se deroghiamo, i giudici cassano le leggi che abbiamo approvato votando per un certo partito (per esempio quella sulla fecondazione eterologa; e a Strasburgo stavano per mettere fuorilegge i crocefissi nelle scuole, se non fosse intervenuta la Grand Chambre), i mercati finanziari e i vincoli della moneta unica europea decidono al posto dei governi cosa si può fare e cosa non si può fare. È ancora democrazia questa? È ancora libertà?

Poi c’è l’altra grande questione: l’incapacità di guardare agli altri come altri, di dare un significato all’alterità. Così il russo è solo un euro-asiatico politicamente immaturo, che si è lasciato sedurre e manipolare dal proprio capo supremo. Liberiamo il minorenne russo, incline a credere a tutto ciò che la propaganda di Stato gli propina, dal suo tutore, e Mosca diventerà come Belgrado: una capitale di tradizione slavo-ortodossa desiderosa di omologarsi in tutto e per tutto ai canoni dell’Unione Europea.

milosevicIl paragone fra la Serbia di Milosevic e la Russia di Putin l’ho letto nelle pagine dell’autorevolissimo New York Times: secondo Roger Cohen bisogna trattare Putin come Milosevic, e la Russia farà lo stesso percorso che ha fatto la Serbia. Forse Cohen farebbe bene a ricordarsi come trattammo la Russia al tempo della crisi del Kosovo. A Mosca c’era Eltsin, che pur protestando molto di fatto dette il via libera ai bombardamenti Nato su Belgrado e sulle truppe serbe in Kosovo, perché non minacciò un intervento militare. Quando Belgrado capitolò, Mosca fece da mediatrice fra la Serbia e la Nato per le decisioni relative all’ingresso delle truppe euroatlantiche in Kosovo e chiese di potere avere un ruolo. Venne tenuta fuori come un lebbroso. Eltsin dovette mandare i suoi parà nottetempo all’aeroporto di Pristina, in una specie di blitz insensato – i parà russi erano un’isoletta circondata dai militari degli altri paesi- per dare al mondo l’impressione che la Russia stava sorvegliando le attività della Nato in Kosovo.

Con questi precedenti – oltre alle promesse tradite fatte a suo tempo a Gorbaciov di non accogliere nella Nato i paesi che uscivano dal Patto di Varsavia – non c’è da stupirsi della politica di Putin. L’ex ufficiale del Kgb ha fatto quello che qualunque altro presidente russo avrebbe fatto. Dopo avere rimesso un po’ in piedi la Russia dal punto di vista economico e del funzionamento delle istituzioni (al tempo di Eltsin c’era una bellissima libertà di parola e di stampa, ma più povertà che sotto il comunismo e la paralisi completa dei servizi pubblici) il nuovo leader ha cercato di restaurare la forza della Russia come grande potenza e di bloccare l’espansione della Ue e della Nato in direzione di Mosca.

In Ucraina sta perdendo la partita, come tutti capiscono sin dai giorni dell’occupazione della Crimea. Ma se Putin dovesse uscire di scena perché l’Ucraina scivola definitivamente verso Washington, le probabilità che a ciò corrisponda una democratizzazione e liberalizzazione della vita politica russa sono pari quasi a zero. Ha scritto George Friedman su Stratfor, il principale sito internet americano di geopolitica: «Coloro che pensano che Putin sia allo stesso tempo il più repressivo e il più aggressivo leader russo immaginabile dovrebbero riflettere che le cose non stanno così. Lenin, per esempio, faceva paura. Ma Stalin fu molto peggio. Potrebbe venire un tempo in cui il mondo guarderà a Putin come a un tempo di liberalità. Perché se la lotta di Putin per sopravvivere e dei suoi sfidanti interni per spodestarlo dovesse diventare più intensa, la disponibilità di tutti a diventare più brutali potrebbe ugualmente crescere».

isilLa Russia sta destabilizzando l’Ucraina, su questo non ci piove. Ma anche la Ue e la Nato stanno destabilizzando la Russia, consapevolmente o inconsapevolmente. Non stanno semplicemente osteggiando un leader autoritario: stanno mettendo in pericolo l’esistenza politica e istituzionale della Russia. Gli europei probabilmente sono in buona fede, e credono di poter fare della Russia un’altra Serbia, convertita all’europeismo dopo la caduta di Milosevic; ma gli americani pensano a una Russia serbizzata in un altro senso: un’entità politica smembrata di diritto o di fatto, gestita da oligarchi ai quali sarebbero affidati spazi territoriali specifici, la quale non costituirebbe più una minaccia geopolitica per gli Usa.

Insomma, all’amministrazione Obama non dispiacerebbe se la Russia andasse in pezzi, come ci stanno andando Siria e Iraq. Ai tempi di G.W. Bush la linea ufficiale consisteva nell’esportazione della democrazia, che avrebbe trasformato i nemici in amici. Al tempo di Obama, più realisticamente si mira a disintegrare dall’interno i nemici. Resteranno nemici, ma non nuoceranno più. Nella democrazia come sistema universale prima di tutto sembrano non crederci più gli americani, cioè quelli che l’hanno inventata.

Governo inglese avvisa clandestini: “Andate via, o vi arrestiamo”

Londra – Mentre il cane da riporto della Kyenge accorre in riva all’Africa per non perdere la ‘priorità acquisita’ nel recupero di merce umana, il governo del Regno Unito ha scatenato una campagna pubblicitaria anti-clandestini invitandoli ad “andare a casa o ad affrontare l’arresto”.
Due camion, ciascuno con un enorme poster sono stati trainati in sei distretti di Londra per una settimana in un progetto pilota promosso dal Ministero dell’Interno, mentre manifesti, volantini e annunci sui giornali locali verranno pubblicati per un altro mese.

L’iniziativa e’ stata criticata dal ministro Vince Cable, membro del partito centrista democratico liberale – una sorta di Fini inglese – partner nel governo di coalizione con i conservatori di centro-destra del primo ministro David Cameron. Il ministro ha definito la campagna “stupida e offensiva”.
Perché Cable è parte della cricca che dei clandestini sfrutta lavoro a basso costo, ovviamente.

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Il portavoce di Cameron, invece, ha difeso il progetto, dicendo che era “chiaro che questo stava gia’ funzionando” e che spingere clandestini a lasciare volontariamente il paese era la soluzione piu’ conveniente.
Il ministero degli interni, ha aggiunto il portavoce, aveva gia’ riscontrato un “grande interesse” sulla campagna.
Il governo decidera’ se estendere la circolazione dei furgoni a livello nazionale, dopo che i ministri avranno raccolto tutte le informazioni necessarie.
I manifesti mostrano la foto di un paio di manette insieme ad una cifra che rappresenta il numero di arresti avvenuti in ambito locale con le parole: “Nel Regno Unito illegalmente? Vai a casa o affronta l’arresto. “, sollecitando gli illegali a digitare il testo “home” ad un numero telefonico per ottenere aiuto.
Un portavoce del Ministero ha detto che il costo di tutta la campagna (circa 12.000 euro) e’ inferiore al costo (18.000 euro), per espellere un (uno, 1, solo uno) immigrato clandestino dalla Gran Bretagna, ma a chi mangia sull’immigrazuione questo non ha importanza.
La campagna segue il provvedimento, un mese fa, di una cauzione d’ingresso per i visitatori adulti da Nigeria, India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka e Ghana con un bond di 3.000 sterline per un visto turistico di sei mesi. Perché, come avviene in Italia, entrano da turisti, e poi diventano clandestini e poi trovano i politici marxisti del bildenberg che li coccolano.
E’ evidente la difficoltà di avviare uno stesso progetto in Italia da parte dell’attuale governo: il primo cartellone dovrebbero appenderlo a Palazzo Chigi, ben in vista alla Kyenge. Il ministro della dis-integrazione clandestino.

UK: ingresso a pagamento per ‘dissuadere’ clandestini

fullLONDRA – Dopo essere divenuta la latrina di Africa e Asia, il Regno Unito corre ai ripari.
I cittadini di alcuni paesi africani e asiatici – Nigeria e India in primis – dovranno versare una cauzione di 3.500 euro, per avere il visto d’ingresso.
Si sa infatti che la maggior parte dei clandestini entra nei paesi europei – Italia compresa – legalmente con visto turistico, per poi rimanere.
E’ il fenomeno degli ‘overstayers’. La cauzione servirà proprio a dissuadere questo comportamento.
Il governo ha stilato una di ‘lista nerà dei Paesi i cui cittadini ogni anno richiedono il maggior numero di visti: India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka, Nigeria,Ghana e Kenya.
Il progetto verrà poi esteso agli altri Paesi extra-Ue.
Secondo il ministro degli Interni, Theresa May : «Questo è un nuovo passo per rendere più sicuro e più selettivo il nostro sistema di immigrazione, portandolo da centinaia a decine di migliaia di persone». Alfano prenda appunti e si tiri su le braghe.

Sporchi razzisti direbbe la congolese.

Sartori: l’intelligenza non ha schieramento

Giovanni Sartori, storico politologo, e unica testa pensante a scrivere come opinionista sul Corriere della Sera – interessanti le sue analisi sulla demografia – attacca il ministro della dis-integrazione.

“Nata in Congo, si è laureata in Italia in medicina e si è specializzata in oculistica. Cosa ne sa di integrazione, di ius soli e correlativamente di ius sanguinis?”.

giovanni-sartori“La brava Ministra ha anche scoperto che il nostro è un Paese meticcio. Se lo Stato italiano le dà i soldi si compri un dizionarietto, e scoprirà che meticcio significa persona nata da genitore di razze (etnie) diverse. Per esempio il Brasile è un Paese molto meticcio. Ma l’Italia proprio no. La saggezza contadina insegnava moglie e buoi dei paesi tuoi. E oggi, da noi, i matrimoni misti sono in genere ferocemente osteggiati proprio dagli islamici. Ma la più bella di tutte è che la nostra presunta esperta di immigrazione dà per scontato che i ragazzini africani e arabi nati in Italia sono eo ipso cittadini integrati”.

Poi sull’impossibilità dell’integrazione: “Questa è da premio Nobel. Mai sentito parlare, signora Ministra, del sultanato di Delhi, che durò dal XIII al XVI secolo, e poi dell’Impero Moghul che controllò quasi tutto il continente Indiano tra il XVI secolo e l’arrivo delle Compagnie occidentali? All’ingrosso, circa un millennio di importante presenza e di dominio islamico. Eppure indù e musulmani non si sono mai integrati. Quando gli inglesi dopo la seconda guerra mondiale se ne andarono dall’India, furono costretti (controvoglia) a creare uno Stato islamico (il Pakistan) e a massicci e sanguinosi trasferimenti di popolazione. E da allora i due Stati sono sul piede di guerra l’uno contro l’altro”. “Più disintegrati di così si muore”.

Domani il corrierino organizzerà una sorta di messa riparatrice. Una selva di opinionisti a cottimo seppellirà Sartori sotto la solita melassa buonista. Ma intanto, per un giorno, qualcosa di intelligente è apparso su quel giornale. C’è vita intelligente anche in via Solferino.

Sartori ha scritto cose ovvie, semplici nozioni di buonsenso. Ma nell’idiozia generale degli intellò da bordello italiani, pare qualcosa di rivoluzionario.

Sartori ha addirittura parlato di razze/etnie, cosa che avrà scioccato le vestali del politicamente corretto, ma non sarà facile dipingerlo come nazista. Intanto è già partita la caccia all’uomo sui siti oikofobici.

Lo stesso studioso scrisse, mesi fa, il suo pensiro anche riguardo alle terze generazioni, quelle degli sgozzatori di Londra per intenderci:

“…una parte significativa di questa terza generazione non si è affatto ‘integrata’. Vive in periferie ribelli e ridiventa, o sempre più diventa, islamica. Si contava di assorbirli e invece si scopre che i valori etico politici dell’Occidente sono più che mai rifiutati. Che senso ha, allora, trasformare automaticamente in cittadini tutti coloro che nascono in Italia, oppure, dopo qualche anno, chi risiede in Italia”.

Buon senso. Merce rara nel mondo congo-friendly.

densità popolazione

img1024-700_dettaglio2_Densita-popolazione-italiana-provinceQuando si pensa alla sovrappopolazione, di solito l’Italia, se paragonata all’America centrale e del sud, all’Africa e al Medio Oriente, non viene considerata fra i paesi più popolosi del mondo; anzi, stando ai mass-media l’Italia avrebbe una natalità in costante diminuzione.
Niente di più falso.

Stando ai dati dell’Atlante Geografico DeAgostini del 2003 (quindi la popolazione e la densità attuali saranno maggiori):

ITALIA
Superficie: 301.338 kmq
Popolazione: 57.056.000 ab.
Densità: 189 ab./kmq

Ora passerò in rassegna alcuni stati del mondo, tenete d’occhio il rapporto superficie/popolazione e la densità.

AMERICA DEL SUD

ARGENTINA
Superficie: 2.780.272 kmq
Popolazione: 36.695.000 ab.
Densità: 13 ab./kmq

CILE
Superficie: 756.096 kmq
Popolazione: 15.116.435 ab.
Densità: 20 ab./kmq

COLOMBIA
Superficie: 1.141.748 kmq
Popolazione: 43.616.000 ab.
Densità: 38 ab./kmq

L’Italia non avrebbe problemi a passare per una nazione fra le più popolose dell’America Latina.

AMERICA CENTRALE E DEL NORD

MESSICO
Superficie: 1.958.201 kmq
Popolazione: 101.223.000 ab.
Densità: 52 ab./kmq

CANADA
Superficie: 9.970.610 kmq
Popolazione: 30.277.000 ab.
Densità: 3 ab./kmq

Il Messico, che è circa sei volte l’Italia, ha una popolazione poco più del doppio di quella Italiana! Per non parlare del fatto che ci sono più italiani in Italia che canadesi in Canada, tenendo presente che il Canada e circa trentatre volte l’Italia…

AFRICA

CONGO
Superficie: 342.000 kmq
Popolazione: 3.205.000 ab.
Densità: 9 ab./kmq

ETIOPIA
Superficie: 1.133.882 kmq
Popolazione: 66.039.000 ab.
Densità: 58 ab./kmq

MAROCCO
Superficie: 458.730 kmq
Popolazione: 29.355.000 ab.
Densità: 64 ab./kmq

Si parla tanto dell’Africa come se fosse “la regina indiscussa della sovrappopolazione” quando in realtà l’Italia non è da meno, anzi…

MEDIO ORIENTE

ARABIA SAUDITA
Superficie: 2.248.000 kmq
Popolazione: 23.102.000 ab.
Densità: 10 ab./kmq

IRAN
Superficie: 1.645.258 kmq
Popolazione: 64.540.000 ab.
Densità: 40 ab./kmq

PAKISTAN
Superficie: 796.096 kmq
Popolazione: 143.768.000 ab.
Densità: 181 ab./kmq

Anche nei confronti dei paesi arabi, che hanno la fama di essere super-affollati, l’Italia non sfigura.

EUROPA

FRANCIA
Superficie: 543.965 kmq
Popolazione: 59.183.000 ab.
Densità: 109 ab./kmq

SVEZIA
Superficie: 449.964 kmq
Popolazione: 8.925.000 ab.
Densità: 20 ab./kmq

POLONIA
Superficie: 312.685 kmq
Popolazione: 38.626.000 ab.
Densità: 124 ab./kmq

Anche in Europa siamo in “buona” posizione.

SUD EST ASIATICO E ESTREMO ORIENTE

MYANMAR (BIRMANIA)
Superficie: 676.577 kmq
Popolazione: 46.298.000 ab.
Densità: 68 ab./kmq

VIET NAM
Superficie: 331.690 kmq
Popolazione: 79.759.000 ab.
Densità: 240 ab./kmq

GIAPPONE
Superficie: 372.824 kmq
Popolazione: 127.435.000 ab.
Densità: 342 ab./kmq

Se siete stati attenti, il Viet Nam e il Giappone sono gl’unici paesi che hanno una densità superiore a quella italiana. Nel caso del Giappone, la sua densità supera perfino quella della Cina (134 ab./kmq) e dell’ India (317 ab.kmq). Questo significa che se il Giappone fosse grande come la Cina sarebbe circa tre volte più popoloso.

OCEANIA

AUSTRALIA
Superficie: 7.703.429 kmq
Popolazione: 19.704.500 ab.
Densità: 3 ab./kmq

NUOVA ZELANDA
Superficie: 268.021 kmq
Popolazione: 3.942.000 kmq
Densità: 15 ab./kmq

PAPUA NUOVA GUINEA
Superficie: 462.840 kmq
Popolazione: 5.491.000 ab.
Densità: 12 ab./kmq

Dopo questo mastodontico post, sfido chiunque a dire che la sovrappopolazione è “un problema dei paesi poveri” o “del Terzo Mondo” e non italiano.

Caso maro’: i tecnici che il governo tecnico non ha ascoltato

url_1366991507559_maroLa disastrosa gestione della crisi con l’India per la vicenda che vede protagonisti i fucilieri Salvatore Girone e Massimiliano Latorre copre di ridicolo il governo tecnico italiano, in modo definitivo.
I suoi esponenti, a cominciare dal premier e ministro degli Esteri Mario Monti e dal viceministro degli Esteri Staffan De Mistura, non hanno neppure commentato la conferma che i due militari verranno indagati dall’antiterrorismo indiano e verranno incriminati in base ad una legge che punisce il terrorismo e la pirateria marittima prevedendo anche la pena di morte.
Illustri tecnici (veri, non improvvisati) hanno commentato negli ultimi giorni gli sviluppi recenti della crisi con l’India.
Analisi Difesa pubblica un’ampia valutazione del generale Leonardo Tricarico circa i meccanismi istituzionali esistenti per la gestione delle crisi del tutto ignorati dal governo Monti.
Qui riportiamo invece le valutazioni di due illustri esperti di diritto internazionale.
L’India sta continuando in un atteggiamento che viola il diritto internazionale. L’Italia deve continuare a battersi perchè i due marò vengano giudicati dai tribunali italiani, se hanno commesso un fatto illecito, o andare davanti a un giudice internazionale” ha affermato ieri Angela Del Vecchio, docente di Diritto internazionale alla Libera Università Internazionale degli Studi Sociali Guido Carli di Roma.
La docente ha commentato all’agenzia Adnkronos la decisione della Corte Suprema indiana di affidare le indagini sul duplice omicidio di cui sono accusati i due fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, alla Nia, la polizia anti-terrorismo nazionale.
Il problema è che l’Italia, non si capisce il perché, non vuole andare davanti a un giudice internazionale, lo potrebbe fare oggi stesso. Dovremmo chiederlo alla politica”, prosegue l’esperta della Luiss (esperti della luis – caso marò).
Abbiamo ratificato delle convenzioni internazionali secondo le quali, in caso di disaccordo di una norma della convenzione, si può andare a discuterne davanti a un giudice internazionale. Se le parti non si sono accordate su quale giudice c’é un rimedio che è un tribunale arbitrale previsto su ricorso unilaterale di uno degli Stati. Non capisco perché’ l’Italia non decide di farlo”.
Sulla eventualità che, ai due marò, potrebbe essere comminata possa essere comminata la pena di morte prevista dalla legislazione indiana, Del Vecchio è categorica: “Inutile discuterne, dobbiamo solo ribadire il concetto che non c’è competenza indiana sul caso”.
Invece la linea difensiva di Roma, in costante progressivo ribasso, si è basata inizialmente sul difetto di giurisdizione indiana per poi accontentarsi che ai due non venga comminata la pena di morte, garanzia minima peraltro non ancora assicurata.
Il governo Monti non ha mai difeso l’innocenza di Latorre e Girone contro i quali le prove presentate dalla giustizia dello Stato del Kerala risultano deboli quando non artefatte.
I due marò si presentino in divisa davanti alla Suprema Corte indiana, per affermare la loro funzione. Sono militari e quindi organi dello Stato italiano” aveva detto nei giorni scorsi Natalino Ronzitti (nella foto), docente di Diritto Internazionale e consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali.
L’Italia sostiene che non c’è giurisdizione indiana nella vicenda, e che i due marò godono di immunità funzionale. La stessa Corte Suprema indiana, il 13 gennaio scorso, sancì che le questioni relative alla giurisdizione dei tribunali indiani sull’incidente, potranno essere riproposte davanti all’istituendo tribunale speciale. E’ essenziale -conclude Ronzitti – che questi due punti vengano riaffermati, in particolare il principio dell’immunità funzionale dei due marò”.
Quando 46 soldati schierati in Congo con le forze dell’Onu, dei quali 12 ufficiali, vennero accusati di stupri e violenze ai danni di bambine congolesi Nuova Delhi non li lasciò certo nelle carceri di Kinshasha né accettò che a processarli fosse la giustizia del Paese africano. I militari vennero rimpatriati e affidati a una corte marziale indiana.