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Il lascito di Mandela: aspettativa di vita crollata di 10 anni

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il lascito marxista di mandela alle nuove generazioni

Ecco una tabella dell’aspettativa di vita negli in Sud Africa dal 1962 agli anni più recenti. L’aspettativa registra quella di tutte le razze presenti nel SA – anche durante il periodo dell’Apartheid.

La cosa che immediatamente salta all’occhio
L’Apartheid finisce nel 1990, da quell’anno al ’94 c’è la transizione del SA da paese governato dai bianchi a paese in mano ai neri. Ebbene, nel 1990 l’aspettativa di vita complessiva – neri, bianchi, couloreds e altri – era di 61,55 anni.
Da allora, da quando Mandela e la maggioranza nera presero il potere c’è stato un crollo quasi verticale. Tanto che, nel 2007, l’aspettativa di vita, si è ridotta di oltre dieci anni per attestarsi a 51 anni, convergendo a quella di un altro paese africano, la Nigeria.

Un’enormità che mette in mostra come gli adulatori dei marxisti neri non capiscano nulla.

Il lascito di Mandela è la dimostrazione di come il problema dell’Africa siano gli africani stessi e le ideologie marxiste.

Lui ha vissuto fino a 95 anni, curato da medici bianchi in un ambiente bianco, così come fidel castro. I suoi connazionali non hanno la stessa fortuna

Lo stesso percorso, ovviamente inverso, lo notiamo nella incidenza della Tubercolosi. La stessa malattia che sta mettendo in allarme i medici di Siracusa.

Come sempre dati e numeri, non parole. C’è da preoccuparsi, visto che il nostro premier abusivo ha detto che la Kyenge porterà avanti le politiche di Mandela.

Clandestinità è reato: lo dice anche la Cassazione

clandestinità-no-reatoIn una rara dimostrazione di sanità mentale,  la Cassazione ha di fatto confermato che la clandestinità è reato.
Questo nonostante gli schiamazzi di Boldrini e Kashetu Kyenge (Cécile Kyenge) ministri di questa repubblica [1].

I giudici della Corte infatti, con la sentenza n. 24877/13, hanno confermato la pronuncia di secondo grado che ha inflitto la pena pecuniaria di 5000,00 euro a un extracomunitario che, in violazione dell’art. 10bis del D.Lgs. n. 286/1998, dimorò in territorio italiano senza essere provvisto di permesso di soggiorno.

Contro la sentenza di condanna in appello, vi fu, incredibilmente, l’impugnazione del Procuratore Generale – ovvero chi dovrebbe rappresentare in un certo senso la pubblica accusa – il quale argomentò contro la sentenza d’appello, che, secondo lui, la norma contrastava con la nostra Costituzione e le norme europee.  Con questa sentenza la Cassazione dà ragione alla Corte d’Appello e torto al Procuratore Generale, affermando una volta per tutte che il reato di ingresso e permanenza illegale sul territorio italiano è conforme alla nostra Costituzione (come affermato dalla stessa Corte Costituzionale con sent n. 250/10) e non contrasta nemmeno con la Direttiva UE 115/2008 (così come anche esplicitamente sancito dalla Corte di Giustizia Europea con la decisione del 6/12/12).

Secondo la Cassazione infatti, la norma che prevede il reato di immigrazione clandestina “non punisce una condizione ontologica” (la condizione di straniero), ma una precisa condotta penalmente rilevante: l’essere, lo straniero, penetrato nel territorio nazionale illegalmente, e cioè in violazione delle norme che regolano i flussi migratori, che lo Stato italiano è legittimato a controllare.

Insomma, le frontiere esistono, e lo Stato ha il diritto – e il dovere – di farle rispettare in nome della comunità dei cittadini italiani.

Resistono, anche nella magistratura, sacche di buon senso mentre i ministri di sinistra (vedi fotografia) se ne infischiano della costituzione e delle leggi italiane mentendo sapendo di mentire.

[1] è ancora possibile condannare qualcuno che sia presente sul territorio dello Stato senza permesso di soggiorno.
Ciò perché la sentenza della Corte di Giustizia dell’UE nulla cambia in merito al reato di clandestinità, previsto dall’art. 10 bis. Infatti, la sentenza parla di arresto e reclusione, mentre il reato di clandestinità prevede una contravvenzione.
Il reato di clandestinità, previsto e punito dall’art. 10 bis, consiste in una semplice contravvenzione pecuniaria, cioè in pratica in una sorta di “multa” in denaro, e non nell’arresto e nella reclusione com’è il caso del diverso reato di inottemperanza all’ordine del Questore p. e p. dall’art. 14, comma 5 ter.

Il problema nasce, quindi, non dalla pena del reato di clandestinità in sé, che è lieve, ma dalle conseguenze comunque derivanti da una condanna penale: in particolare, dall’art. 361 del codice penale.

Ai sensi e per gli effetti dell’articolo 361 codice penale viene punito, con la multa da euro 30 a euro 516,“Il pubblico ufficiale, il quale omette o ritarda di denunciare all’Autorità giudiziaria, o ad un’altra Autorità che a quella abbia obbligo di riferirne, un reato di cui ha avuto notizia nell’esercizio o a causa delle sue funzioni”. Ai sensi del 2° comma dello stesso articolo, la pena è anche più grave per gli agenti delle forze dell’ordine: “la pena è della reclusione fino ad un anno, se il colpevole è un ufficiale o un agente di polizia giudiziaria, che ha avuto comunque notizia di un reato del quale doveva fare rapporto”
Ora, sono pubblici ufficiali moltissime persone con le quali abbiamo tutti quotidianamente a che fare: ad esempio, chi deve celebrare un matrimonio, o la persona che trovate davanti all’anagrafe o stato civile. o i cancellieri del tribunale: pertanto, se una di queste persone, nell’esercizio delle proprie funzioni, si trova davanti un immigrato in posizione irregolare, DEVE denunciarlo prontamente, altrimenti rischia a sua volta una denuncia (ciò perché l’immigrato in questione è, per legge, un criminale, in quanto reo del reato di clandestinità previsto dall’art. 10 bis).
Unica eccezione, espressamente prevista dalla legge, è quella delle cure mediche: un immigrato, anche irregolare, ha diritto alle cure di primo soccorso.

La marchetta del governo ai clandestini

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I tedeschi avevano ragione: l’Italia ha pagato 500 euro ai 13mila profughi rimasti nei centri d’accoglienza (i Cie, centri di identificazione ed espulsione) creati dopo la guerra in Libia per far fronte all’emergenza sbarchi a Lampedusa e non solo.

E’ il Viminale stesso, con una circolare, a confermare l’indiscrezione firmata dal quotidiano Die Weltsi tratta in sostanza di una buonuscita per gli immigrati clandestini rimasti: dal 2011 infatti hanno messo piede sul suolo italiano ben 62mila profughi, 28mila dalla Libia e i restanti da Tunisia e dal Mediterraneo orientale in seguito alle varie Primavere arabe. Lo stato d’emergenza è stato dichiarato concluso lo scorso 1 marzo: a partire da quella data, a chi ha lasciato le strutture d’accoglienza è stato concesso un contributo di 500 euro, un titolo di viaggio equipollente al passaporto e il permesso di soggiorno per motivi umanitari. Il documento permette agli stranieri di spostarsi anche in altri Paesi europei dell’area Schengen, ma solo per tre mesi. E’ questo punto che ha scatenato l’allarme del ministro degli Interni del governoMerkel. E ora Berlino proverà a rispedire i profughi in Italia, alla faccia dei motivi umanitari e del fronte comune Ue contro l’immigrazione clandestina.

http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/1251188/Immigrazione–Viminale–500-euro-a-testa-ai-13mila-profughi-per-farli-uscire-dai-centri-d-accoglienza.html

Chi legge la controinformazione – che poi è l’unica vera informazione – dei nostri siti, è a conoscenza di questo da mesi.
Alcuni giornali italiani se ne accorgono ora. Ma se ne accorgono in modo confuso e in funzione anti-tedesca.
In realtà qui il colpevole è il governo Monti che doveva rispedire a casa propria questi che sono solo dei clandestini – e lo erano fin dall’inizio, solo la casuale partenza dalla Libia rese presunti “profughi” ghanesi e nigeriani – e non stipendiarli 45€ al mese a testa, per poi dare loro regalo – a spese degli italiani – di 500€ per uno e un permessino con la speranza che andassero in altri paesi.
Questo è osceno. E’ indegno. E’ immorale.
Certo, la Germania e il resto dei paesi si comportarono allo stesso modo, quando scaricarono sull’Italia l’ondata libica, ma questo non assolve chi ha sperperato la cifra mostre di circa 40milioni di euro (6.500.000 di “buonuscita” + 32.400.000 di stipendio per due anni garantito a tutti i 30mila clandestini) nel mantenimento prima, e liquidazione poi, di questa feccia che ha seminato lutti in tutta Italia.

Il risultato sarà che questi individui andranno ad ingrossare le fila dei delinquenti. In Italia e in giro per l’Europa.
Molti di loro si sono già segnalati nei disordini di Stoccolma, dove erano andati in cerca di altri cospicui sussidi statali. Altri li potete vedere nelle stazioni o nei giardini a spacciare.
E li abbiamo pagati per questo.
Altri ancora sono ancora in strutture di alcuni comuni che li mantengono con i soldi delle vostre tasse.

Anche l’Impero, al suo tramonto, pagava i Barbari per rimanere fuori dai propri confini. Non è finita bene.
Pagare, non porta rispetto e timore, il rispetto lo si guadagna con l’uso della forza, con la fermezza.
Chi mette piede in Italia senza documenti, deve essere rispedito a casa propria, non a fare il ministro.

Da : http://identità.com/blog/2013/05/28/la-marchetta-del-governo-ai-clandestini/

il pacifismo della jihad

Israele e diritto di navigazione

il pacifismo della jihad
il pacifismo della jihad

Poteva Israele evitare la sfida e lasciar passare la flottiglia?
Naturalmente con Israele coinvolta in un caso del genere la risposta è scontata. I pacifisti ed i collaboratori del terrorismo internazionale stanno starnazzando usando argomentazioni fantasiose supportati da quelle iene dei media.
Cè chi dice che la nave non si poteva fermare, chi dice che non si poteva abbordare, chi dice che le acque internazionali …, chi che la nave è turca, chi questo…, chi quello … Insomma un sacco di chiacchiere basate sul nulla, sull’ ignoranza, sulla faziosità.

Vorrei sapere quelle stesse persona che cosa hanno pensato e cosa hanno fatto quando i coreani del nord hanno deliberatamente affondato un vascello da guerra della corea del sud o quando gli inglesi hanno deliberatamente affondato il “General Belgrano” in acque ben distanti dalle zone di operazione alle “Malvinas”.
O quando i pirati rapiscono una nave o quando le navi sono usate per il traffico di migranti. Si può ispezionare, condurre una nave in porto?
C’è anche il caso della nave Iraniana che poco tempo fà fu sequestrata perchè imbottita di armi destinate ai palestinesi (guarda un pò).

Direte che sono casi diversi. No, non lo sono, in comune hanno le acque internazionali. Il caso della Marmara potrebbe essere paragonato agli atti d’immigrazione clandestina o al traffico di schiavi o di armi o di stupefacenti.

Il mare non è la terra ferma e questa differenza ha prodotto convenzioni e leggi del diritto internazionale che sono tipiche ed uniche.
Nelle convenzioni di Ginevra c’è un protocollo apposito per quanto riguarda il comportamento da tenere in mare. Il diritto internazionale ha degli articoli specifici ed ultimamente l’ONU ha approvato una convenzione (1982) per riassumere/aggiornare tutte le convenzioni precedenti. Diciamo che l’ONU ha voluto fare chiarezza tra una miriade di norme alcune delle quali anacronistiche o mancanti.

Per curiosità, questo fu il comunicato in base al quale gli Inglesi si arrogarono il diritto di affondare l’incrociatore argentino :
« Nell’annunciare l’instaurazione di una Zona di Interdizione Marittima intorno alle isole Falkland, il Governo di Sua Maestà ha reso chiaro che questa misura è stata presa senza pregiudizio al diritto del Regno Unito di intraprendere qualunque misura aggiuntiva si rendesse necessaria per esercitare il suo diritto all’autodifesa, come previsto dall’Articolo 51 dello statuto delle Nazioni Unite. Di conseguenza il Governo di Sua Maestà desidera ora rendere chiaro che ogni manovra di avvicinamento da parte di navi da guerra argentine, inclusi sottomarini, navi ausiliarie o aerei militari, che possano costituire una minaccia alla missione delle forze britanniche nel Sud Atlantico, incontreranno una risposta appropriata. Tutti gli aerei argentini, inclusi aerei civili impegnati nella sorveglianza di forze britanniche, saranno considerati ostili e passibili di essere trattati di conseguenza. »

Attualmente, Israele, si trova in queste condizioni : c’è una zona interdetta alla navigazione, c’è il rischio concreto di traffico d’armi e quindi lo stato rivierasco è nel pieno diritto di fermare, ispezionare, condurre nei suoi porti i navigli sospetti. Chi si oppone con le armi non può che pagarne le conseguenze.

Questa è la comunicazione, formalmente corretta e molto ben formulata, della marina Israeliana alla nave Marmara. All’invito di approdare in un porto Israeliano il comandante della Marmara risponde negativamente. A quel punto le scelte erano due :

A) aprire il fuoco avanti la prua della nave turca (con grande rischio) per obbligarla a riguadagnare il largo

B) abbordare la nave per condurla in un porto Israeliano

Non ci sono alternative. Sbarrare la strada è un rischio altissimo, vedi il disastro nel canale di Otranto del 1977

Il comando ha scelto la seconda ipotesi supponendo di trovare a bordo persone pacifiche anche se determinate nel loro scopo. Chi avrebbe mai immaginato che dei “pacifisti” avrebbero reagito con le armi?

Per chi si volesse cimentare in lunghissime letture di seguito troverà i principali documenti :

Attività di prevenzione antiterrorismo nel settore del trasporto marittimo

convenzione onu sul diritto del mare

Lotta contro la Pirateria

Protocollo addizionale contro il traffico di migranti

Un saggio : LIBERTA’ DEI MARI E CONTROLLO DEGLI STATI COSTIERI – in particolare, dal trattato del 1982; – DIRITTO DI PASSAGGIO INOFFENSIVO Montego Bay precisa che il passaggio deve essere “continuo e rapido” e che non “rechi pregiudizio alla pace, al buon ordine o alla sicurezza dello stato costiero“. In caso contrario lo stato può adottare le necessarie misure, eccezionalmente chiuderlo al traffico. Questo vale per navi civili, militari e sottomarini con l’obbligo di navigare in superficie.

Dispense di Diritto Internazionale

Diritto internazionale marittimo

Le convenzioni di Ginevra ve le cercate che è facile trovarle 🙂

Immigrazione : I Governi italiani barano sul bilancio interno

Da quello che sentiamo in televisione e leggiamo su molti giornali sembrerebbe che l’immigrazione rappresenti una ricchezza, invece non è così, perché se lo fosse nella realtà e non nelle menzogne di stato, elargite al popolo italiano con “generosità incredibile” potremmo leggere sui bilanci di Stato annuali quanto spendiamo per l’immigrazione e quanto incassiamo dagli immigrati, invece non è così.

Per scelta politica da parte dei tanti governi che si sono succeduti, consapevoli del fatto che gli italiani sarebbero anche capaci di ribellarsi e di rispedire a pedate nel sedere chi ci sta letteralmente succhiando il sangue, sui bilanci pubblici, i dati riguardanti l’immigrazione a livello nazionale proprio non esistono, poiché tutto viene catalogato sotto la voce spese ma non esiste la specifica.

Il Ministero che pubblica il bilancio è quello degli Interni, provate a cercare, ma avrete -come l’ho avuta io- l’amara sorpresa di non riuscire a trovare i dati cercati. Provate anche presso la Corte dei Conti e scoprirete che anche lì, -a parte qualche caso che non riguarda la collettività-, non si trovano riferimenti che aiutino a risalire alla somma dei costi.  Tutt’al più troverete qualche caso di contestazione, e fatti isolati su vicende particolari e soggettive.

C’è da dire che la Corte dei Conti prima del 2004 dedicava uno spazio del suo rendiconto annuale sulle spese sostenute per fronteggiare l’immigrazione dal Ministero dell’Interno, anche se si trattava di dati parziali erano comunque utili per comprendere una parte dei costi, che poi sono stati completamente ignorati a causa dell’insistenza del Governo che aveva deciso di rendere impossibile l’accesso a questi dati.  (vedi quest’articolo su Sbilanciamoci ) nel quale troverete anche un calcolo sui  costi del rimpatrio, che rende l’idea dell’onere pesante che grava sulle nostre spalle.

Ma anche nel sito della camera dei deputati potete trovare i costi del rimpatrio, il guaio è che riguardano il 2004, anno in cui la Corte dei Conti ha smesso di pubblicare:  Immigrazione Nel 2004 spesi 14 milioni di euro per il rimpatrio di clandestini (scorrere fino a Pag. LI) eppure questa cifra enorme è solo una pagliuzza rispetto a quanto ammontano i costi odierni, visto che l’immigrazione ha avuto una curva verso l’alto in forma esponenziale e si è più che decuplicata.

Noi avremmo, se fossero rispettate,  due voci a livello nazionale nelle quali si potrebbe risalire ai bilanci e sono queste:
a) La relazione generale sulla situazione economica del Paese per l’anno precedente con i dati relativi all’attività finanziaria dello Stato e degli enti pubblici.
b)  Il rendiconto generale dell’esercizio finanziario dell’anno precedente che comprende il bilancio consuntivo e il conto generale del patrimonio dello Stato nel primo vi sono contabilizzate le entrate e le spese dell’anno precedente, il secondo contiene le variazioni del patrimonio.

Entrambi potrebbero fare al caso nostro, ma anche da qui non si rileva nulla di specifico ed io sono risalita alle prime pubblicazioni in rete che sono iniziate nel 1999, e sono risultate già incomplete, cioè mancante delle voci del costo dell’immigrazione.

Anche Vittorio De Battisti,  si è posto le nostre domande in merito al costo sociale e ha provveduto a fare un’interrogazione parlamentare dalla quale ne è uscito il calcolo che trovate pubblicato nella sua pagina Vittorio De Battisti

Panorama, nel maggio di quest’anno 2009, ha affrontato la questione degli accordi bilaterali fra Stati dai quali proviene il grosso dell’immigrazione clandestina e ne è uscito un quadro desolante, si scopre che abbiamo speso e stiamo spendendo miliardi di euro, per cosa?  Per permettergli di immigrare clandestinamente nel nostro Paese .

Alcuni deputati, appartenenti all’area della Lega e ad avvocati costituzionalisti specializzati nelle questioni di Stato, a cui mi sono rivolta per ottenere spiegazioni e se possibile le voci di bilancio riguardanti questo settore, mi hanno riferito che è l’annoso problema al quale loro stessi non si rassegnano, e pur continuando a chiedere che il Governo faccia chiarezza ottengono solo le classiche “orecchie di mercante”.  Il guaio è che la cosa si ripete da anni con tutti i governi e non è perciò un fatto legato solo alla sinistra o alla destra, ma è una gravissima pecca che il Governo dello Stato italiano ha il dovere di riparare, perché non potrà più chiedere agli italiani di essere corretti nelle loro responsabilità di contribuenti se non darà agli italiani la possibilità di verificare quanto costa l’immigrazione in Italia.

Durante la mia ricerca, che è stata approfondita sono riuscita a sapere che esiste solo un rendiconto che appartiene alle Forze di Sicurezza e riguarda le spese che si debbono affrontare nella lotta alla droga, e alla delinquenza, ma anche qui è difficile separare dal bilancio la parte italiana da quella dell’immigrazione.

Nei bilanci regionali e comunali si possono invece trovare dati parziali che riguardano quella parte di territorio, ma intanto bisogna cercarli tutti ed è un lavoro che può fare una persona sola che ha i pochissimi mezzi che ho io e poi bisogna anche scoprire quali enti pubblici si comportano correttamente e quali invece seguono il cattivo esempio dato dal governo.  Da quanto sono venuta a conoscenza nelle mie interviste sembrerebbe proprio che la maggior parte di essi segue la linea del governo, in un tacito accordo.

L’immigrazione possiede un costo enorme in quanto, come tutti potete capire se fate anche solo un minimo calcolo che al momento dell’arrivo gli immigrati e ad oggi sono milioni, vanno mantenuti:  dar loro da mangiare, curarli, vestirli, ospitarli nei centri appositi. Ma non finisce qui, la maggior parte gira libera sul territorio e porta con se’ malattie che nessuno ha curato perché sono sfuggiti volontariamente ai controlli, così sul territorio ci troviamo a fronteggiare rigurgiti di patologie che erano scomparse,  come la TBC, la lebbra e altre che sono di importazione africana e asiatica, per le quali gli italiani sono stati contagiati e sono persino morti e non si parla solo di adulti, ma anche di bambini.

Ovviamente la stampa, quella che conta e che sovvenzioniamo con le nostre rimesse economiche, su queste gravi situazioni tace: vige il silenzio della massoneria antiitaliana.

Gli stranieri ovviamente, usufruiscono di tutti i servizi assicurati dagli Enti Locali a chiunque risieda stabilmente nel nostro paese, quali assistenza agli anziani o ai disabili, assistenza alle famiglie povere nella forma di assegnazione di alloggi o di assegni, senza ovviamente che questa spesa venga contabilizzata come spesa diretta verso gli stranieri. E sicuramente usufruiscono del Servizio Sanitario Nazionale, della previdenza sociale e della pubblica istruzione erogati direttamente dallo Stato Centrale.

In rete molti, come me, si occupano di diradare i veli che occultano la verità in tutti i campi nei quali esistono segreti che al popolo italiano vengono taciuti,  ed anche in questo campo cerchiamo di fare chiarezza, per questo motivo vi invito a leggere  un articolo che rende l’idea del costo degli immigrati:  NEW WELFARE : AUTOCTONI FUORI – IMMIGRATI DENTRO pubblicato il 12/12/08  su Una Via per Oriana in questa pagina

Vi sono i costi di coloro che non lavorano e si rivolgono ai servizi sociali per ottenere sussidi e state certi che li ottengono, aiuti per avviare attività, mentre i commercianti italiani vengono lasciati fallire.

Gli italiani chiudono le loro attività perché nessuno fa loro credito, gli immigrati aprono le loro, con l’aiuto del Governo e delle Banche, ed anche questo è un danno economico all’economia degli italiani.

Chi porta qui moglie e figli ottiene altri tipi di sussidi, le case, la sanità, l’istruzione e tutto questo ancora prima di avere pagato un solo centesimo di contributi e di tasse, però il governo sostiene che il p.i.l. è aumentato dell’1%.

E’ un delirio di assurdità e di vigliaccheria istituzionale, con il beneplacito di tutta la sinistra che l’ha avviato questo sfacelo e la complicità della magistratura, che non applica nemmeno le leggi che esistono per rimandare chi delinque al proprio Paese, al contrario nega l’applicazione della legge.

E poi ancora…. Ci sono i costi della criminalità e non mi riferisco solo ai furti e alla vendita di droga, ma alle rapine, agli stupri, agli omicidi, ai processi, alla galera, questi sono costi immensi che nessuno ci restituirà.

Ed infine, e forse non è infine perché non ho i mezzi per scoprire tutto, ci sono i soldi esportati dagli immigrati attraverso società finanziarie e “spalloni” che portano i denari guadagnati lecitamente o illecitamente verso l’Asia, l’Africa e il Medioriente, che rappresenterebbero un reato che agli italiani costerebbe la galera, perché si tratta di esportazione illecita di capitale, sottratto al bilancio di Stato e nel 2008 sono stati esportati ben 6 miliardi di euro. Un capitale immenso che doveva essere speso in Italia, perché in questo modo anziché mantenere uno stato decente o migliorare come sarebbe auspicabile, stiamo degenerando e i nostri poveri sono diventati come quelli del terzo mondo.

Poi ci sono cose di cui sono convinta personalmente e che apparentemente non fanno parte di questo argomento, invece credo che lo facciano a pieno titolo perché rappresentano un ulteriore danno alla società e a tutta l’economia sociale italiana: molti dei reati rimasti insoluti o accreditati a italiani condannati senza prove, ma solo in presenza di indizi o di confessioni chiaramente estorte, sono stati perpetrati dagli immigrati, per la ferocia, e per la firma che è evidentissima in certi crimini, eppure qualcuno ha fatto la scelta di tacere questa gravissima evidenza.  Delitti efferati addebitati a italiani operosi, ma incapaci di difendersi sono un altro costo sulla società italiana, perché conducono al senso di colpa, alla perdita di identità e di orgoglio nazionale e ci spediscono dritti verso la disgregazione sociale.  Ma a qualcuno interessa?  Perché non dobbiamo sapere quanto ci costa l’immigrazione selvaggia a cui siamo stati sottoposti con somma violenza?

L’importante da quello che abbiamo capito è che nessuno vuole che gli italiani sappiano che l’immigrazione è un costo e sono balle che esiste un guadagno dovuto al lavoro degli stranieri, perché la maggior parte di loro grava sul bilancio e le entrate non bastano nemmeno per gli immigrati, figurarsi se c’è un utile per noi, infatti abbiamo perso molti servizi che prima avevamo nella sanità, nelle pensioni, nella casa e in altri settori a cui si riusciva ad accedere con minor difficoltà di oggi e se consideriamo che un invalido italiano riceve una pensione vergognosa (cioè un SUSSIDIO) di euro 8,40 al giorno, dobbiamo disilluderci che possa migliorare il suo stato e uscire dalla miseria micragnosa alla quale è stato condannato, perché lo Stato Italiano ha scelto come altri Stati Europei, di privilegiare l’immigrazione extracomunitaria e noi, condannati ingiustamente a questa forma di razzismo reale, non possiamo comprendere e accettare le motivazioni assurde che ci vengono fornite.

Si assumono extracomunitari a salari da fame perché lo Stato poi li rifornisce della differenza tra il salario e il minimo di sopravvivenza, magari allungando anche un buon companatico. In questo modo si rende il lavoro una merce con un costo ridotto ai minimi termini e si carica il cittadino di tasse per mantenere una popolazione di immigrati. Questi sono ben informati del funzionamento del sistema e smettono subito di lavorare quando si accorgono che facendo i disoccupati guadagnano, a spese della popolazione che lavora, più di un operaio italiano e possono anche dedicarsi a traffici illeciti o ad attività più lucrose, ma illegali. ( questo capoverso è stato tratto dal blog sempre on line )

Quello che riusciamo a capire è che i benefici li hanno solo i magnati della finanza, i banchieri e tutti quegli investitori che oggi sarebbe giusto chiamare “padroni” che traggono beneficio economico da un lavoro sfruttato e sottopagato al quale gli immigrati, che sfuggono a una situazione economica e sociale peggiore della nostra accettano di sopportare e nel farlo ci danneggiano, per cui anche se comprendiamo che non è colpa loro, non possiamo più permettere che l’immigrazione continui e pretendiamo che vengano rispediti ai loro Paesi, quelli che gravano sui nostri bilanci.

Se è vero il principio che tutti siamo uguali e che tutti dobbiamo avere gli stessi diritti e doveri allora quello che sta succedendo è un’ingiustizia, perché gli italiani stanno pagando da sempre e lo stato sociale così come è costituito è frutto di italiani e non possono coloro che arrivano per ultimi avere le stesse cose, in quanto non le hanno ancora guadagnate.  E’ difficile capire questo semplice e giusto concetto del diritto o non lo si vuole capire?

Per noi è una tragedia immane, sta privando i nostri figli della speranza, poiché hanno di fronte a se una tragica evidenza: noi paghiamo da sempre e gli ultimi arrivati godono e allora cosa ci resta da fare?

Facciamo la rivoluzione e rimandiamo a casa loro tutti, partendo dal Governo che non ha saputo o voluto cambiare le cose, alle attuali opposizioni che questa situazione l’hanno voluta e coltivata sulla nostra pelle, agli immigrati clandestini e a quegli immigrati che vivono sulle nostre spalle in tutti i sensi, dal sussidio alla rapina, dalla sanità alla scuola, dal lavoro nero all’esportazione di denaro verso i loro Paesi. RIVOLUZIONIAMOCI!!!!

A.B.G.

Articolo ripreso da Adriana Bolchini

Forse Parisi &C ci dovrebbero dire a cosa servono le forze armate

Il 2007 si preannuncia come un anno decisivo per il futuro delle forze armate, almeno a dar retta a quanto filtra dagli austeri e sempre abbottonati ambienti militari. Si intravede un sostanziale ridimensionamento dello strumento militare (150-160mila unità ) con una forte connotazione interforze. Si tratta dell’ennesimo capitolo della saga dei ‘modelli di difesa’ che dovrebbe avere come obiettivo il bilanciamento fra le spese relative al personale, ora prevalenti, e quelle per l’esercizio e l’investimento ma anche la riduzione della ‘sovrastruttura’ a favore delle forze puramente operative che dovranno, si dice, raggiungere il 70 per cento del totale.

E’ presto per disegnare quello che sarà  il futuro assetto delle nostre forze armate. Quale che sia il modello è però auspicabile che questa volta non venga commesso l’errore che ha caratterizzato tutte le precedenti riorganizzazioni: prescindere dal livello di ambizione politica. Per anni, infatti, il ministero della Difesa ha proposto e presentato modelli che scaturivano solo dalla combinazione delle prevedibili risorse finanziarie con i desiderata delle singole forze armate. Si trattava di un ciclo in cui il politico di turno sulla poltrona di ministro approvava soluzioni individuate dai tecnici, con gli aggiustamenti imposti dal portafoglio e dalle spinte di campanile di questa o quella forza armata.

Prendiamo ad esempio – nonostante lo scarso valore che possiamo attribuire ai documenti programmatici in questi ultimi anni – il documento ‘Investire in sicurezza’ approvato dal precedente ministro e versione pubblica dei programmi militari riservati. Qui emerge il disinteresse generale per il tema della Difesa e quindi la fragilità  delle soluzioni individuate.

Si pensi che il documento è stato diffuso in abbinamento a una rivista specializzata. Una decisione che la dice tutta sul livello di considerazione di cui godono i temi della Difesa, che non possono certo essere appannaggio solo di tecnici-militari ma, come scrive il Ministro nella prefazione “meritano di essere portati all’attenzione dell’opinione pubblica e del Paese”.

I contenuti mostrano come siano assenti i presupposti politici. Dal punto di vista tecnico-militare nulla da eccepire. Ammiragli e generali si sono adoperati per disegnare uno strumento capace di affrontare le più disparate situazioni nei prevedibili scenari futuri. Ma come si vorrà  intervenire in questi scenari? Se il livello di intervento autorizzato – o meglio l’ambizione politica – è quello a cui abbiamo assistito negli ultimi 15 anni, probabilmente il nostro strumento militare risulterà  sovradimensionato.

Si ha la sgradevole impressione che la guida politica della pianificazione di lungo termine sia lasciata al solo ministro pro tempore senza una diffusa condivisione. Cambiando il vertice del dicastero, crolla tutto l’impianto teorico. Per quanto riguarda questa nuova riorganizzazione, infatti, il presidente della commissione Difesa del Senato, almeno a giudicare dalle dichiarazioni, è rimasto sorpreso nell’apprendere che si sta per procedere una riduzione di questa o quella forza armata. Ma chi doveva informarlo?

Eppure il ministro della Difesa Parisi, forse reso sensibile dal suo passato alla scuola militare Nunziatella si è accorto di questa sua ‘solitudine’ tanto da affermare che “manca nel nostro Paese una risposta condivisa e forte sulle questioni che riguardano le politiche di Difesa e Sicurezza”.

Ha ragione: quando si affrontano certi temi al di fuori di via XX Settembre è perchè risultano strumentali al mero confronto politico interno. In questi giorni le divisioni in seno alla maggioranza di governo sulle questione dell’allargamento della Caserma Ederle riportano in auge il tema della presenza militare italiana in Afghanistan. Ma solo per motivi ‘ombelicali’ (per dirla come Emma Bonino) non certo per lo ” stare al mondo, nelle alleanze e voler essere protagonisti della scena internazionale”.

Quasi sempre, invece, sono solo le questioni di ‘cassa’, che portano i riflettori sul mondo con le stellette. Sarà  forse grazie all’abilità  da consumato commercialista di un onorevole, però scopriamo che l’Italia spende per la Difesa 1,47 per cento del Pil, ossia in proporzione più della Germania (1,05 per cento) e vicini alla Francia (1,56 per cento) che per di più – ci informa lo stesso parlamentare – è una potenza nucleare. Ma allora com’è che due capi di stato maggiore hanno, nelle loro audizioni al Senato, sollevato nuovamente il problema risorse?

Nonostante ciò, avevamo trepidato nell’autunno del 2005 quando i Ds organizzarono il convegno “Le nuove sfide della Difesa italiana” con la partecipazione dell’allora ministro Martino e dei vertici delle forze armate. Cosa era uscito dall’incontro, oltre a un anticipato passaggio di consegne? Una specie di accordo pre-elettorale sull’Iraq. Non s’intendeva certo discutere dei temi della difesa. Già  allora si parlava di ritiro bipartisan che nascondeva forse ragioni di opportunità : chi era al governo, presentando un calendario per il ritiro, sperava di recuperare consensi fra gli elettori contrari alla ‘guerra’ in Iraq. L’opposizione, allontanando ipotesi di ritiro isterico-ideologico, si accreditava come forza di governo credibile. In altre parole, un pareggio concordato a tavolino.

La condivisione politica sui temi della Difesa è invece una condizione essenziale per definire lo strumento militare. Non dimentichiamo poi che se una direttiva di pianificazione esce da un solo Ministero, che si avvale di tecnici, significa alla fine instaurare un ciclo chiuso: i militari finiscono per dare ordini a loro stessi. Se poi aggiungiamo le spinte corporative e le resistenze al cambiamento, il risultato è completo. Lo strumento verrà  disegnato in funzione della forza armata più forte in quel momento o – peggio ancora – in base alla equa ripartizione dei compiti mediante un orribile Manuale Cencelli per le forze armate.

Il processo è semplice e noto a tutti, ma vale la pena di ribadirlo: il livello politico dovrebbe fissare in modo chiaro gli obiettivi di politica estera globali, che impegnano tutto il sistema Paese. Da questi derivano i compiti dello strumento militare e quindi la sua struttura e le sue dimensioni. Questa struttura, studiata dai tecnici, deve essere garantita nel tempo dai politici mediante assegnazioni di bilancio certe che garantiscano investimenti e programmi di approvvigionamento come parte dell’impegno a conseguire gli obiettivi che proprio loro hanno fissato.

Semplice a dirsi, impossibile a realizzarsi. Le scelte di politica estera dovrebbero impegnare tutti e non essere in balia di questa o quella coalizione o oscillare con la stessa ampiezza della politica interna. Se ne è accorto ancora il ministro Parisi; sempre sul caso dell’allargamento della base di Vicenza è sbottato: “la politica estera e di difesa è una cosa troppo seria, qualche volta addirittura drammatica”.

Le scelte, inoltre, sono legate agli interessi, ossia a qualcosa di concreto. Da noi regna invece la scelta ideale o – peggio ancora – il compromesso fra diverse istanze spesso contrapposte. I Paesi che fanno vera politica estera hanno ben presente il proprio interesse nazionale. Se un governo sceglie di non intervenire in Iraq, ma schiera i suoi soldati in Africa, non lo fa certo e solo per motivi ideali. Lo fa allo stesso modo, e per gli stessi motivi, per cui difende i propri interessi quando tutela – sfruttando le falle negli accordi europei – le imprese nazionali nei confronti dei tentativi di acquisizione da parte di imprese straniere. Tutto questo mentre all’estero lascia libere le proprie di acquisire settori strategici. C’è chi sfiora la più bieca politica protezionista mentre noi stiamo attenti anche a evitare le censure morali per violazione dello ‘spirito’ dei trattati sottoscritti, alla faccia dell’interesse nazionale.

E’ divertente poi osservare come lo stesso concetto di interesse nazionale riscoperto o meglio ‘sdoganato’ (a parole), da qualche anno a questa parte sia sempre accompagnato da formulazioni vaghe e immateriali. Ma i termini dell’equazione geostrategica, attori-interessi-spazio geopolitico, sono estremamente concreti. Chi governa un Paese dovrebbe saperlo e, al limite, prendere anche decisioni sul momento antielettorali.

Allora, tornando allo strumento militare, ecco che, se in politica estera decidiamo di essere una potenza marittima ‘mahaniana’, lo strumento navale dovrà  essere realizzato di conseguenza, anche a scapito di quello terrestre e aereo. Se invece dobbiamo solo ‘combattere’ l’immigrazione clandestina, la pirateria o fare sbarchi come quello in Libano, è bene ripensare al numero di fregate, corvette e sottomarini e Joint Strike Fighter per l’ormai avviata seconda portaerei.

Altrimenti, in questo caso, c’è il rischio di investire risorse per costruire – come stiamo facendo – una Marina militare capace di operazioni indipendenti, che verrà  sottoimpiegata rispetto al suo enorme potenziale offensivo. Lo stesso vale per l’Aeronautica: se chiamata solo a intercettare qualche incauto jet civile (37 volte nel 2006) che viola lo spazio aereo nazionale, non avrà  certo bisogno di oltre 200 dei sofisticatissimi cacciabombardieri Jsf ed Efa che non sganceranno mai bombe sui Talebani. E infine per l’Esercito, fornitore di grossi e politicamente ‘pacifici’ contingenti di fanteria, che mai sarà  chiamato a impiegare le sue brigate corazzate o aeromobili o paracadutisti o di artiglieria.

La Difesa, ma soprattutto lo strumento operativo, di fronte all’abdicazione della politica, continua a restare così in mano ai soli militari i quali, comprensibilmente e senza alcuna indicazione, disegnano strumenti per affrontare tutti i possibili scenari futuri. Anche per quegli interventi militari che nessun governo avrà  il coraggio di autorizzare. Ma c’è di peggio: non si garantisce il sostegno finanziario e si va a realizzare uno strumento monco di cui non si potrà  garantire né l’efficacia né il sostegno e tanto meno lo sviluppo.

Scelte di politica estera condivise e costanti nel tempo. Definizione concreta degli interessi e delle relative ambizioni nazionali, nonchè del ruolo da giocare all’interno delle organizzazioni e delle alleanze internazionali. Poi, quando avremo capito cosa fare con le forze armate, potremo parlare di come costruire lo strumento militare.

Vittorio Vasari, 13 febbraio 2007