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Immigrati e Cittadini

andiamo dagli italioti così mangeremo gratis e potremo violentare tutte le donne che vogliamo
andiamo dagli italioti così mangeremo gratis e potremo violentare tutte le donne che vogliamo

La sinistra vuole regalare la cittadinanza agli immigrati. In linea di principio non sono contrario ma il modo ed il metodo che vogliono adottare i “sinistri” non è dei migliori. Cerco di spiegarmi bene, con la costituzione in mano perchè questa è usata dai sinistri per ogni occasione appellandosi alla legalità .

Presidente della repubblica Italiana è l’on.le prof. Giorgio Napolitano ed in tale funzione egli “rappresenta l’unità  nazionale”, cioè l’unità  della nazione Italia (art.87 della costituzione)

Ora se c’è qualcuno che possa e debba chiarire a tutti che cosa vuol dire Nazione questi è sopratutto il Presidente della Repubblica, appunto, perchè titolare della sua rappresentanza.

E così come Ciampi, anche lui di sinistra, ha avuto il grande merito di riscoprire e darci il nostro inno nazionale, e non senza contrasti, non sarà  meno grande il merito di Giorgio Napolitano riscoprire e darci l’orgoglio di essere e di sentirci Nazione.

Ha, oggi, una sua particolare rilevanza una affermazione in tal senso, sopratutto dal momento in cui talune forze politiche, alle quali la sola parola Nazione fa ancora venire l’orticaria, premono per allargare, specie in favore degli immigrati musulmani, il diritto di cittadinanza, il diritto cioè di entrare a far parte della Nazione Italiana e di conseguenza di godere del diritto di elettorato attivo e passivo (art. 48 e 51 della costituzione).

Ora la nostra costituzione, spesso stracitata a sproposito è tutta permeata nel concetto di Nazione, si badi bene : Nazione e non paese, non stato, non repubblica ma NAZIONE.

Infatti nell’art.16 è affermato il concetto di “territorio nazionale”, vale a dire della nazione. Ma c’è di più, all’art 9 la Costituzione fa obbligo di tutelare il paesaggio della “Nazione” ma anche di tutelare insieme e sopratutto il suo “patrimonio storico ed artistico“.
Cioè quel complesso di beni materiali ed ideali che i padri hanno trasmesso ai figli e che costituiscono la tradizione e l’identità  della Nazione e del suo popolo.

Allora bisogna ritenere che la struttura portante del concetto di Nazione sia proprio come afferma la Costituzione, quel “patrimonio storico ed artistico“, oltre che paesaggistico, per cui essa è “quella nazione” e “non un’altra” : è il principio identitario di una Nazione, di un “popolo” ( e non di una “popolazione” ) cioè che ha vissuto quella storia, ha creato quella cultura e quell’arte, che parla quella determinata lingua.

Si comprende così ed assume significato preciso perchè all’art.67 la Costituzione sancisce che “ogni membro del parlamento rappresenta la nazione”, questa Nazione, non un’altra, questo patrimonio storico ed artistico non un’altro e non il paese o la repubblica o lo stato. In sostanza questa nazione generatrice del nostro patrimonio storico, culturale, artistico.

E ancora una considerazione, all’art.98 della costituzione è dichiarato che “gli impieghi pubblici sono al servizio esclusivo della Nazione”. Ora il diritto di cittadinanza apre la via all’elettorato attivo e passivo ed anche l’accesso ai pubblici impieghi senza eccezzione alcuna.

E’ legittimo chiedersi : i cittadini “acquisiti” quale Nazione rappresenteranno? Di quale nazione saranno all’esclusivo servizio? Quale patrimonio storico, artistico, paesaggistico, culturale che costituiscono la sostanza della Nazione e quindi la sua identità ?

Ed ancora, attraverso quali strumenti o quali prove o quali requisiti che non sia la semplice permanenza sul territorio, il non Italiano, specie se musulmano, potrà  onestamente divenire tale e quindi fare proprio per scelta (acquisendo la cittadinanza) sopratutto quel “patrimonio storico ed artistico” che caratterizza la italianità  e cioè l’appartenenza alla “Nazione Italiana”, anche se acquisità ?

Ho letto recentemente un libro scritto da un musulmano di nascita, non italiano, dal titolo sorprendente : “amo l’Italia”.

Ho ascoltato, quasi nello stesso periodo, in un dibattito televisivo gli interventi di un neo deputato del nostro parlamento (eletto nelle fila della sinistra comunista), già  extracomunitario musulmano e mi sono chiesto, molto perplesso, chi dei due fosse effettivamente più italiano : se il neo deputato (palestinese di nascita) che dovrebbe rappresentare la nazione o lo scrittore del libro (egiziano).

E’ da rifletterci attentamente e non superficialmente.

Per concludere, perchè agli italiani “indigeni”, nati, cresciuti da italiani, istruiti da italiani, italiani da generazioni, si richiedono 18 anni per iniziare ad avere con diritto al voto la pienezza della cittadinanza italiana mentre agli immigrati provenienti da altre “nazioni” e “culture”, spesso incompatibili con la nostra si vogliono richiedere solo 5 anni di permanenza per consentire loro di godere dello stesso diritto e di far proprio quel patrimonio storico, artistico e linguistico che costituisce l’italianita?

Qui un esempio di come gli immigrati si integrano ed amano questa nazione ed i suoi cittadini

E questo è un motivo più che valido per non dare la cittadinanza a certi tipi

Articolo già pubblicato il 18 settembre 2006

Il trattato di Osimo

confini
confini orientali nei periodi 1866 – 1918 – 1975

L’articolo 5 della Costituzione recita «la Repubblica è una e indivisibile». Allora perché è bastato un passaggio parlamentare ordinario e non speciale per ratificare il distacco della “Zona B” previsto da quel Trattato, avallando di fatto una modifica alla Costituzione stessa? Altro che Osimo in dubbio per la fine dell’ex Jugoslavia, cioè uno dei due soggetti firmatari, come si dibatteva dopo il ’92.

MA andiamo per ordine.

 10 Febbraio 1947: firma, a Parigi, del Trattato di Pace tra l’Italia e le nazioni vincitrici della seconda guerra mondiale. Un atto fortemente contestato, anche da personalità non certo accusabili di filofascismo (per tutte Benedetto Croce), un trattato che viene imposto all’Italia senza alcuna possibilità negoziale (sarà definito, per tale ragione, “Diktat”) e che segna in maniera drammatica le sorti del confine orientale italiano: cessione alla Jugoslavia di Zara, di Fiume e di gran parte dell’Istria, costituzione di uno stato cuscinetto, tra Italia e Jugoslavia, definito T.L.T. – Territorio Libero di Trieste, affidato alla tutela dell’ONU (che dovrà nominarne il Governatore) – e comprendente Trieste, il territorio ad essa immediatamente limitrofo ed una parte dell’Istria, corrispondente a circa un quarto della penisola.
All’epoca, non meno che in tutti i decenni che ne sono seguiti, il Diktat del ’47 è stato ripetutamente bollato per la sua ingiustizia ed iniquità: giudizio di certo sacrosanto se è vero, come è vero, che esso andò a sancire quel drammatico esodo di centinaia di migliaia di Italiani che abbandonarono le proprie terre, le proprie attività, i propri morti, pur di continuare ad essere Italiani; un Trattato che andò a premiare il criminale operato dei comunisti di Tito che, con le foibe, gli eccidi, il terrore di massa, realizzarono la “pulizia etnica” degli Italiani, in qualche modo anticipatrice di quelle “pulizie” che, decenni dopo, segneranno la dissoluzione della Jugoslavia.
Il Trattato di Parigi, però, fu qualcosa di più che un atto di ingiustizia, fu soprattutto un fatto macroscopico di stupidità (e ciò in politica è bene più grave): perché nel ’47 pretese affrontare e risolvere certi problemi, ignorando del tutto che oramai la situazione non era quella del ’45. L’Europa infatti non era più divisa tra paesi fascisti ed antifascisti, bensì tra blocco occidentale e blocco orientale. Fu proprio questa “stupidità” a costituire la causa specifica del fenomeno dell’Esodo. Infatti sia gli Italiani dell’Istria che quelli di Briga e Tenda si videro ceduto ad uno stato straniero e sempre a causa dello stesso Trattato di Parigi: i primi finirono sotto la Jugoslavia comunista, i secondi sotto la Francia democratica ed occidentale. L’esodo, le foibe, gli eccidi riguardarono però solo il confine orientale d’Italia, non certo quello ad occidente. Tutto ciò non era stato peraltro previsto dal Trattato di Pace che, scandalosamente, aveva ignorato che il mondo ormai si divideva tra paesi comunisti e paesi democratici e che, pertanto, ben diversa era la conseguenza di uno spostamento di confini quando realizzato a cavallo della linea divisoria tra i due blocchi.
Un secondo esempio di tale “stupidità”: il meccanismo della nascita dello stato cuscinetto del Territorio Libero di Trieste era ormai tanto fuori dalla realtà da morire prima ancora di nascere e ciò per la banalissima ragione che l’Onu non riuscì mai a mettersi d’accordo neppure sul nome del designando Governatore. Ogni nome proposto dalle nazioni occidentali incappò nel veto di Mosca e viceversa. Sempre perché nel ’47 (e così per lunghi successivi decenni) la situazione politica sarebbe stata ormai totalmente condizionata da una logica (quella dei blocchi) che il trattato di Parigi aveva preteso di totalmente ignorare.

5 ottobre 1954: a Londra, Francia, Inghilterra e Stati Uniti siglano con Italia e Jugoslavia un “Memorandum d’intesa” in forza del quale la parte del costituendo Territorio Libero amministrata dagli Alleati viene restituita all’amministrazione dell’Italia. E l’atto che permetterà, il 26 ottobre dello stesso anno, il ritorno definitivo di Trieste alla madrepatria.
Il Memorandum non ebbe mai la natura di un trattato internazionale, tanto che non venne neppure sottoposto a ratifica del parlamento italiano. Fu semplicemente un accordo di natura pratico-amministrativa che si contava sulla constata impossibilità di dare attuazione a ciò che il Trattato di Parigi aveva previsto e cioè la nascita del nuovo staterello.
Tale constatazione non si tradusse peraltro in quella che doveva essere la logica sua conseguenza e cioè restituire all’Italia tuffo ciò che non era possibile dare ad uno stato mai nato e che mai sarebbe esistito. La restituzione si realizzò solo limitatamente a Trieste, nel mentre la cosiddetta “zona B”, vale a dire la parte dell’Istria del previsto T.L.T., continuò a subire l’amministrazione della Jugoslavia, amministrazione che aveva il suo solo fondamento giuridico nell’occupazione militare del ’45 e che era in pieno contrasto con i confini della Jugoslavia, così come fissati dal Trattato di Parigi.
La conseguenza, umana, di tutto ciò che fu proprio il Memorandum di Londra segnò la spinta finale perché Capodistria, Isola, Pirano, Buie, Umago e Ciffanova vedessero trasformarsi i propri cittadini in Esuli in Italia, così come già era awenuto per i fratelli di Zara, di Fiume, di Pola e del resto dell’Istria.

10 novembre 1975: nella cittadina marchigiana di Osimo il ministro degli Esteri italiano, Mariano Rumor, e quello jugoslavo, Milos Minic, firmano un trattato meritevole di entrare nel Guinness dei primati. Uno dei due contraenti, il governo di Roma, paga una serie di prezzi non da poco: la rinuncia alla sovranità italiana sulla zona B, la concessione di una zona franca italo-jugoslava, a cavallo del confine di Trieste, che apre a Belgrado una porta verso il Mercato Comune, più altri vantaggi materiali. L’altro contraente, la Jugoslavia, non dà contropartite di alcun genere, si limita ad incassare i lauti benefici.
Una sorta di curioso patto leonino, nel quale tutti i vantaggi vanno alla parte più debole, Belgrado, e tutti i danni a quella più forte, Roma. Siamo infatti in un momento nel quale l’Italia ha ormai il rango di quinta o di sesta potenza economica mondiale, nel mentre la Jugoslavia risulta già un paese economicamente allo sbando e segnato politicamente dalla generale previsione che, alla morte dell’ormai anziano dittatore Tito, tutto il suo castello politico sarà destinato alla crisi e forse allo sfascio.
Con il Trattato di Osimo si realizza tra l’altro un fatto politico-costituzionale di rilevanza assoluta: l’Italia accetta, tranquillamente, di sacrificare la sua integrità territoriale, senza che il mondo politico (salvo poche eccezioni) sembri quasi accorgersene. Bossi e le sue pretese di secessione possono ben vantare, in quel Trattato, un valido precedente a cui potersi richiamare nella loro volontà di spezzare il territorio nazionale!

16 gennaio 1992: morto da qualche anno il Maresciallo Tito, crollato il sistema dei regimi comunisti dell’Est, anche la Jugoslavia è giunta al capolinea ed al disfacimento. Al suo posto sono nate nuove realtà statuali. Sotto la pressante spinta di Bonn, due di questi nuovi stati, Slovenia e Croazia, vengono riconosciute dai paesi europei e tra questi anche dall’Italia.
Con questo atto di riconoscimento tutte le precedenti vicende, relative ai confini orientali d’italia (Trattato di Pace, Memorandum di Londra, Trattato di Osimo), risultano dunque superate e ciò proprio dall’accettazione italiana dei nuovi confini sloveni. L’Istria entra così inequivocabilmente ad essere parte o della Slovenia o della Croazia.
I negoziatori italiani pongono almeno due limitazioni, all’atto del riconoscimento: l’impegno di Croazia e Slovenia a garantire la tutela e l’unitarietà della minoranza italiana in Istria e, poi, la questione aperta della restituzione agli Esuli italiani dei beni immobili espropriati dal regime di Tito.
Sarà proprio su questi due temi (minoranza italiana e restituzione delle case) che si incentrerò, negli anni successivi, il contenzioso tra Roma, Lubiana e Zagabria. Contenzioso che con il ministro Martino, del Governo Berlusconi, arriverò a concretizzarsi nel veto italiano, a livello europeo, all’ingresso di Lubiana nell’Unione Europea; veto che verrà mantenuto dal successore di Martino, Susanna Agnelli, ed anzi fatto recepire dagli stessi organismi comunitari. Sarà infatti Bruxelles a ribadire che le porte europee resteranno sbarrate per la Slovenia, se Lubiana non avrò prima risolto il contenzioso con l’Italia.

Maggio 1996: siamo ormai all’ultimo atto. A Roma è stato appena formato il governo Prodi. Sottosegretario agli Esteri figura l’on. Piero Fassino il quale, prima ancora che il Senato abbia votato la fiducia al Governo di cui fa parte, si precipita a Lubiana per incontrare i governanti sloveni (tutti, come lui, ex comunisti doc) per consegnare alla Slovenia il bel pacco dono: la rinuncia italiana ad ogni veto, affinché le porte d’Europa si possano spalancare per Lubiana. Il tutto senza ottenere, e nemmeno chiedere niente di niente in contropartita.
La minoranza italiana e la sua unitarietà restano così in balia dei governanti sloveni; quanto ai beni rapinati agli Esuli il prode Fassino ottiene la vaga promessa che essi quei beni forse potranno ricomprarseli (da coloro che glieli hanno rubati). Promessa che, proveniente da un governo balcanico e di ex comunisti, ha comunque un grado di probabilità di realizzarsi che è molto prossimo allo zero.
Certo è che, trascorso ormai un anno da quel fulmineo viaggio lubianese del nostro sottosegretario, da parte slovena non si è visto passo di alcun genere. I segnali che giungono dalla Slovenia sono anzi decisamente di segno contrario (si parla di inesistenti limiti costituzionali, di ipotesi di referendum e così via), tanto da motivare espliciti interventi di richiamo da parte delle autorità europee (evidentemente poco inclini a prendersi in casa soggetti così poco affidabili). Ben più a ragione il presidente Prodi ed il viceministro Fassino dovrebbero farsi sentire e protestare con gli amici sloveni, ma così non è. Considerano, chiaramente, che con Lubiana, dopo aver ceduto tutto ed anche di più, non esiste ormai questione di sorta. Si limitano quindi ad uno stanco negoziato con la Croazia, nel quale è a tutti più che evidente che non ci potrò essere esito diverso da quello già realizzato con la Slovenia: una bella e solenne rinuncia, da parte italiana, ad ogni richiesta di giustizia per gli Esuli, ad ogni impegno di tutelare per gli italiani rimasti.
Sarà la conclusione coerente di una lunga vicenda di oltre cinquant’anni. Una vicenda nata male, proseguita peggio e conclusa in modo pessimo: con la bancarotta, totale e fraudolenta, della politica estera italiana sul confine orientale :

L’incontro tra Slovenia, Croazia e Italia, finalmente è arrivato a sancire ufficialmente la fine di una situazione di confine ingarbugliata da anni. Bene ha fatto, pertanto, il nostro Presidente Napolitano a presenziare a quell’atto dovuto alla Storia.
Ma a titolo di commento amaro, c’è da sottolineare che l’Italia è sempre quella che, internazionalmente, alla fine di un qualsiasi avvenimento sia guerresco che politico, a posteriori, ci rimette sempre a tavolino.
Dopo la “vittoria rubata” della prima guerra mondiale, questa volta la “pace rubata” parte da Osimo dove, nel ’75, il sottaciuto “Trattato” fu firmato tra Italia e Jugoslavia, caldeggiato dall’allora PCI che costrinse il governo Moro a cedere la zona “B” istriana all’amico Tito, in contropartita di un tacito sostegno allo stesso governo. (e finalmente ottennero quello che volevano fin dal 1945).
Fino a quell’anno, infatti, l’Istria era territorialmente ancora italiana, anche se amministrata in “via temporanea” dalla Jugoslavia. L’Italia si accontentò solo di qualche promessa a favore degli esuli, ma una volta definito l’abbandono (denunciato come un Atto di tradimento contro la Nazione), la Jugoslavia arrivò a vietare “solo” agli italiani di acquistare immobili e terre!

Nel trattato, però, Tito accettò una clausola: l’Istria sarebbe stata indivisibile, pena il decadimento dell’accordo stesso. Certo, il Maresciallo non immaginava una frammentazione federale postuma, ma l’Istria è stata divisa tra Slovenia e Croazia e quindi vi sarebbero state tutte le premesse per sollevare un’’istanza di revisione internazionale. Potrebbe sembrare non attuale, oggi, in tempi d’Europa Unita, riparlare di un vecchio Trattato del ’75, ma sta di fatto che c’’è e proprio noi, italiani, non dobbiamo aver paura di nominarlo, proprio perché siamo noi a volerlo superare, esigendo però, almeno,  rispetto dall’’altra parte e quanto meno non diffidenza o ritorsioni psicologiche… (come per esempio, al rovescio, in Alto Adige). Se poi dicessero, i confinanti, che non riconoscono Osimo, in quanto firmato con  la Jugoslavia, allora non sarebbe valido nessun trattato post-bellico imposto da quei presuntuosi alleati anglofoni e torneremmo alla Serenissima Venezia, dove comandava il commercio…

Governo Berlusconi

amici di Consorte unipol bersani d'alema
amici di Consorte unipol bersani d’alema

Bersani dice : «Possiamo tirare qualche somma dopo 16 anni di Berlusconi? Il bilancio è disastroso, di-sa-stro-so»

Evidentemente Bersani era parlamentare in un’altra repubblica oppure il suo odio nei confronti di Berlusconi gli ha completamente annebbiato il cervello, o meglio aveva la testa tra le nuvole!
Vediamo un pò cosa ne dicono sul sito ufficiale del governo :

XVI Legislatura (dal 29 aprile 2008) elezioni politiche 13 e 14 aprile 2008 Governo Berlusconi IV (dall’8 maggio 2008)
XV Legislatura (28 aprile 2006 – 6 febbraio 2008) elezioni politiche 9 e 10 aprile 2006 Governo Prodi II (dal 17 maggio 2006 al 6 maggio 2008)
XIV Legislatura (dal 30 maggio 2001 – 27 aprile 2006) elezioni politiche il 13 maggio 2001 Governo Berlusconi III (dal 23 aprile 2005 al 17 maggio 2006) Governo Berlusconi II (dall’11 giugno 2001 al 23 aprile 2005)
XIII Legislatura (dal 9 maggio 1996 – 9 marzo 2001) elezioni politiche il 21 aprile 1996
Governo Amato II
Governo D’Alema II
Governo D’Alema
Governo Prodi
XII Legislatura (dal 15 aprile 1994 – 16 febbraio 1996) elezioni politiche il 27 marzo 1994 Governo Dini, Governo Berlusconi

Oibò, scopriamo che non sono sedici anni! Bè almeno adesso sappiamo che non sa far di conto (o che è un gran bugiardo) e che i sinistri che gli credono sono davvero dei coglioni

il veleno del socialismo

Il lavoro nobilita l’uomo!

Quante volte lo abbiamo sentito dire? Però dall’altra parte se potessimo avere quattro soldi in tasca e non fare nulla saremmo moooolto più felici.

I politici sanno benissimo cosa fare per la nostra felicità. Ricordate il mortadella (prodi) ed accoliti quando in campagna elettorale si affannavano a dire che avrebbero reso “felici” gli italiani?
Ricordate quali provvedimenti adottarono per renderci più felici? Ricordate con quali soldi volevano pagare la felicità degli italiani? Ricordate tutti i discorsi delle trentacinque ore lavorative, i sussidi etc?
Tutto bello, tutto perfetto e nessuno di noi si è mai chiesto quale era il rovescio della medaglia. Sembrava tutto perfetto ma a pensarci bene c’era qualcosa che non andava.
Non le tasse, quelle si pagano comunque. Ma qualcos’altro che quella parte politica provava ad insinuare all’interno della società spaccandola in due.

Dal canto mio e da quel poco di esperienza che ho fatto nei paesi socialdemocratici mi balzò subito agli occhi la similitudine con le politiche sociali della penisola scandinava.

Voi direte ma che male c’è in tutto questo? A te non va di essere felice?

Si a me va ma tra una prigione dorata ed una vita sudata preferisco la seconda che certamente mi da una libertà vera e non di facciata.

Comè possibile, vi domanderete. Bè non sono molto bravo a spiegare ma qualcuno lo ha fatto meglio di me e dopo aver letto i suoi articoli capirete il perchè anche di una immigrazione selvaggia voluta da quella stessa sinistra che ci voleva tutti felici.

Le letture le trovate qui : banausos e qui : stalin è dentro di te indovina come.

PS: spiegato come alcune persone non ostante vivano di sussidio lavorino due o tre mesi l’anno e poi abbiano i soldi per andare in vacanza i restati mesi.

Afganistan – paracadutisti in azione

Bene, finalmente si fa qualcosa da militari che non lucidare gli ottoni e fare i fattorini per le ONG. Finalmente ai nostri soldati sono state tolte le pastoie e da adesso si combatte veramente.

La differenza? Che senso ha stare in una guerra se non si può fare la guerra? A che serve morire facendo le belle statuine? Tantovale starsene a casa! Questo governo è riuscito dove gli altri hanno fallito miseramente : ridare dignità ai nostri soldati.

Perchè dignità? Perchè è umiliante per un miltare non poter difendere i civili che dovrebbe proteggere. Restare nelle caserme o girovagare in carovana per distribuire cibo non permette di fare quelle operazioni necessarie al contrasto ed al controllo del territorio ma solo a veder morire i civili con la pancia piena.
Aspettare che i “cattivi” vengano da te per farsi ammazzare è un sogno che solo la sinistra può fare. I cattivi vanno cercati, stanati ed annientati!
Serch and destroy, così si chiama.

Tutti gli alleati, tranne alcuni, partecipano ed hanno partecipato attivamente nell’aiutare quelle povere popolazioni cercando di liberarle dai fanatici con la barba e la gonnella.
Ormai è già da tempo che i nostri partecipano attivamente alle operazioni belliche. Finalmente i nostri elicotteristi possono far valere la loro perizia e mettere in mostra la potenza dei mezzi che hanno a disposizione. Ci sono anche due Tornado che partecipano, uffialmente come ricognitori.

E così dopo diversi rastrellamenti ed azioni di contrasto dinamiche, in contemporanea alla grande offensiva che sta avendo luogo in questo momento da parte degli americani, i nostri in scala minore mobilitano 500 Parà (grazie ai rinforzi tanto promessi nel passato)per colpire direttamente al bersaglio grosso i talebani.
Non che io sia felice di questo. Dovremo mettere in conto grossi dispiaceri ma delle due una : o a casa tutti o a fare il lavoro per il quale si è pagati.

Di seguito troverete gli articoli di persone molto più brave di me nell’illustrare la situazione e qui la mappa della zona delle operazioni:

di Gianandrea Gaiani
Non ci saranno ulteriori rinforzi italiani in Afghanistan se non quelli già previsti ai quali potrebbero aggiungersi un altro centinaio di carabinieri, ma il nostro contingente combatterà i talebani senza limitazioni. La visita di Berlusconi a Washington aveva scatenato indiscrezioni giornalistiche circa la disponibilità di Roma a inviare in Afghanistan altri 400 militari con aerei ed elicotteri ma di fatto si trattava delle forze già messe a disposizione nel marzo scorso per aumentare il dispositivo di sicurezza durante le elezioni afgane e destinate ad arrivare a Herat in luglio. Il ministro della Difesa, Ignazio la Russa, ha dichiarato in un’informativa alla Camera che i 400 militari di rinforzo non sono ancora partiti ma resteranno in Afghanistan “a seconda che ci sia o meno il ballottaggio, fino a settembre o a ottobre”. Si tratta di due compagnie di paracadutisti e del personale tecnico che si occuperà dei 3 elicotteri AB-412 che costituiranno la “task force Grifon” schierata nella base di Farah e dei 2 aerei cargo C-27J o C-130J che verranno basati a Herat dove giungeranno presto i due bombardieri Tornado oggi dislocati a Mazar-i-Sharif più gli altri due, ancora in Italia, che completeranno il reparto di bombardieri impiegato al momento solo per missioni di ricognizione e intelligence. L’unico incremento possibile rispetto a quanto previsto potrebbe riguardare la componente dei carabinieri destinata ad addestrare le unità antisommossa e antiguerriglia della polizia afgana, una cinquantina dei quali sono già operativi nella base di Adrashkan, a sud di Herat.. “E’previsto un incremento fino a 200 unità del numero di carabinieri con funzioni di addestratori” ha sottolineato La Russa che ha annunciato anche lo studio di contromisure per offrire maggiore protezione ai mitraglieri dei veicoli Lince, militari già in più occasioni rimasti feriti in battaglia perchè costretti a combattere allo scoperto. Una soluzione già adottata da altri mezzi più grandi prevede l’installazione di una torretta dotata di mitragliatrice comandata dall’interno del mezzo protetto. La reale novità che sembra emergere dal vertice tra Berlusconi e Obama potrebbe riguardare invece i “caveat”, cioè le limitazioni poste all’impiego delle truppe italiane, già in parte rimosse nei mesi scorsi salvo quella che impediva agli italiani di condurre azioni offensive e soprattutto di andare a cercare i talebani per eliminarli, le cosiddette operazioni “cerca e distruggi”. La Russa, in visita ieri al contingente italiano in Kosovo, ha annunciato che “i caveat che la Nato chiede di ridurre in Afghanistan non sono riferiti a noi italiani, che di fatto non ne abbiamo più. Abbiamo invece un remark, una nota, che ci consente di essere informati con sei ore di anticipo e di dare il nostro assenso, ove venisse richiesto, all’uso delle nostre forze fuori dalla zona Ovest, cosa già avvenuta ma in pochissime occasioni”. Semmai, ha aggiunto il ministro “è la zona Ovest ad avere bisogno di maggiori apporti, visto l’aumentata pericolosità e l’incremento degli scontri nell’area. Per questo abbiamo già dispiegato al massimo la potenzialità del nostro contingente”. Come hanno confermato anche le offensive dei giorni scorsi scatenate dai paracadutisti nel settore di Bala Murghab il contingente italiano sembra assumere l’iniziativa militare come mai aveva fatto prima d’ora, combattendo “senza se e senza ma”.

di G. Gaiani
Era dai tempi di El Alamein che i paracadutisti della Folgore non combattevano così intensamente. Fortunatamente, il bilancio di oltre un mese di guerra nell’Afghanistan occidentale finora registra solo una decina di feriti mentre tra dati ufficiali, indiscrezioni e stime sembra che alle forze italiane nell’ovest sia da attribuire l’eliminazione di oltre 250 talebani solo dall’inizio di giugno. Gli ultimi scontri si sono verificati l’11 giugno a Bala Buluk, uno dei distretti più caldi della provincia di Farah, a due passi da Helmand. Una colonna composta da truppe afgane appoggiate dai parà del 187° reggimento e da alcuni mezzi corazzati Dardo del 1° reggimento bersaglieri è stata attaccata al termine di un’operazione di rastrellamento. L’agguato è avvenuto sulla strada 517, una pista sterrata che unisce Farah City a Bala Buluk sulla quale i talebani effettuano regolarmente imboscate e attentati con ordigni improvvisati. Nel violento scontro a fuoco tre paracadutisti sono rimasti feriti mentre elevate sarebbero le perdite subite dai talebani: la colonna si è sganciata evacuando i feriti nell’ospedale militare americano di Farah ma il fuoco dei cingolati Dardo, armati di potenti cannoni a tiro rapido da 25 millimetri, ha avuto un effetto devastante sulle postazioni dei miliziani prese sul fianco dalla manovra dei mezzi. L’area di Farah è interessata da oltre un mese da un’escalation delle operazioni alleate tese a eliminare le forze talebane e i miliziani di al-Qaeda che dalla vicina provincia di Helmand si sono trasferiti soprattutto nei distretti di Delaram, Gulistan e Bakwa. In quest’area, ceduta il mese scorso dal comando  italiano del settore Ovest al controllo delle forze statunitensi, è stato istituito un “box” nel quale operano i marines che con aerei ed elicotteri stanno bersagliando le postazioni talebane. I “box” costituiscono di fatto delle aree chiuse, una sorta di riserva di caccia degli americani che vi applicano le regole d’ingaggio “search and destroy” tipiche dell’operazione Enduring Freedom., dalle quali solitamente le forze Nato si tengono lontane anche per evitare i rischi del “blue on blue”, il fuoco amico. Gli italiani, che a Farah City hanno schierato una parte della Task Force 45 di forze speciali, un paio di elicotteri da attacco Mangusta e il Battle Group South del colonnello Gabriele Toscani De Col con oltre 400 paracadutisti del 187° reggimento, controllano il territorio a ovest del “box” facendo perno sulla base avanzata “Tobruk” di Bala Buluk. La pressione dei marines, che a Farah hanno schierato quasi 2.000 soldati della Expeditionary Brigade, costringe i talebani a cercare scampo lungo la Ring Road e la strada 517 presidiate dalle truppe italiane e dai reparti del 207° corpo dell’esercito afgano.
Diverso, ma non meno cruento, lo scenario della battaglia in corso da settimane nella provincia di Badghis, a nord di Herat, dove i paracadutisti del 183° reggimento Nembo combattono quotidianamente al fianco delle truppe afgane e americane nell’area di Bala Murghab, ultima sacca di resistenza talebana nell’area montuosa lungo il confine con il Turkmenistan. Qui sono gli italiani ad aver assunto l’iniziativa affiancando e guidando in azione il 1° e il 10° battaglione di fanteria afgano; reparti addestrati dai consiglieri militari italiani che per la prima volta sono stati impegnati in operazioni ad ampio respiro. Gli afgani hanno dimostrato buone capacità di comando e controllo, coordinando sul terreno l’azione congiunta dei reparti a terra, il fuoco dell’artiglieria e il supporto degli aerei alleati de degli elicotteri Mangusta, quattro dei quali sono stati rischierati da Herat nella vicina base spagnola di Qal-i-now per fornire appoggio alle operazioni. Dopo aver subito attacchi alla base di Bala Murghab e imboscate alle pattuglie in perlustrazione, i paracadutisti del colonnello Marco Tuzzolino hanno condotto le prime vere operazioni offensive italiane dall’inizio della missione in Afghanistan strappando metro per metro il territorio ai talebani. Nella battaglia combattuta il 9 giugno per oltre cinque ore e definita dal comando Nato di Kabul “una vittoria decisiva per le forze afgane e alleate”, i parà hanno snidato il nemico con manovre accerchianti supportate da mortai, lanciarazzi ed elicotteri Mangusta senza subire perdite (solo 5 feriti lievi tra le truppe governative) ma uccidendo circa 90 miliziani inclusi due comandanti. Due dei quattro Mangusta hanno incassato alcuni colpi di armi automatiche senza subire danni. Da tempo i talebani cercano di elaborare tattiche idonee a contrastare i velivoli alleati. Nei mesi scorsi sono stati intercettati convogli che trasportavano parti di missili contraerei spalleggiabili SA-18 provenienti dall’Iran e a Hellmand i britannici hanno distrutto alcune mitragliere contraeree a quattro canne da 14,5 millimetri. Nel settore italiano i talebani hanno impiegato tiratori scelti che da postazioni elevate sopra il campo di battaglia cercano di colpire i due uomini d’equipaggio dei Mangusta, protetti dalla vetratura anti-proiettile dell’abitacolo.

26 milioni 571mila euro

Finanziaria? Risanamento Alitalia? Tesoretto? Adeguamento delle pensioni? Opere pubbliche? Assegni familiari? Edilizia statale? Ricerca? Scuola ed Univerità ?

Nulla di tutto questo!

Da qui – I partiti passano, i giornali di partito restano. Con un parlamento capovolto, simboli storici che spariscono, gruppi cancellati, comunisti e socialisti spazzati via come briciole al vento, c’è una nicchia che si salva dalla rivoluzione delle elezioni: i fogli politici continueranno a ricevere contributi pubblici esattamente come prima, anche senza gruppo parlamentare, per legge. Quale legge? Il decreto Bersani del 2006. Di questo provvedimento del quasi ex ministro delle Attività  Produttive si lodarono gli intenti anticorporativi e pro-consumatori, ma la legge contiene in realtà  anche una norma “magica”, capace di mantenere in vita con i soldi pubblici le voci dei partiti ridotti al silenzio dagli elettori …

E bravi i sinistri che hanno trovato il modo di succhiare ancora sangue agli Italiani. E poi parliamo del conflitto d’interesse?

Ma quanto ci costa il Berlusca e quanto ci costano questi parassiti? Se questo governo che ha avuto mezzo voto da me, non cancella tutti i privilegi ed azzera tutti i finanziamenti che alimentano il parassitismo, la prossima volta non beccherà  neanche quello!