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Populismo

Perché Europa e Obama farebbero bene a cercare di capire i vari Putin e Orban anziché trattarli da mostri

Mondiali 2014, Finele: Germany Argentina

L’infornata di sanzioni Ue contro Mosca appena approvata dai governi europei era inevitabile ed è appropriata: a prescindere da ogni altra considerazione di politica e di diplomazia internazionali, chi destabilizza un paese confinante armandone i ribelli con sistemi bellici così sofisticati che costoro non sono capaci di usarli, e finiscono per abbattere un aereo civile uccidendo 300 innocenti, merita una punizione. Non ci sono giustificazioni per fatti del genere, come non ce ne sono quando l’artiglieria israeliana colpisce le scuole dell’Onu dove hanno cercato riparo i civili palestinesi e non ce ne sono quando i razzi palestinesi seminano il terrore nelle cittadine israeliane.

putin-assadTrovo invece patetica la crescente demonizzazione di Vladimir Putin, indicato sempre più come l’uomo da abbattere affinché tutto torni alla normalità, e la cooperazione fra Russia, Usa e Unione Europea in vista del trionfo universale della convivenza pacifica, della liberaldemocrazia e dell’economia di mercato globalizzata ricominci come ai bei tempi della presidenza Eltsin.

Le esperienze del passato sembrano non avere insegnato nulla: l’opinione pubblica occidentale ha creduto che bastasse sbarazzarsi di Saddam Hussein, di Mubarak o di Gheddafi per vedere trionfare la libertà e la democrazia nel mondo arabo, salvo poi scoprire che le cose erano meno semplici di quanto pareva dall’esterno. Il conflitto israelo-palestinese? Una volta fuori gioco Sharon e Arafat, nemici che si reggevano reciprocamente, israeliani e palestinesi più flessibili dei loro due capi avrebbero trovato la quadratura del cerchio. Infatti… Adesso si pensa la stessa cosa di Putin, di Bashar el Assad e persino di Erdogan, capo di governo turco eletto e rieletto ogni volta con maggioranze sempre più ampie.

L’idea che un dittatore o un leader autoritario o semi-autoritario siano espressione di una specifica e irripetibile costellazione storica, sociale, culturale, politica ed economica continua a non sfiorare le menti della maggior parte dei commentatori e della gente comune. Per l’americano e l’europeo medi, intrisi di cultura individualista, il dittatore o l’uomo forte sono espressione di se stessi e di una volontà di potenza individuale, niente di più. Quando il loro modo di fare politica crea dei problemi all’Occidente, la cosa da fare perché spariscano quei problemi è far sparire il disturbatore in persona. Certo, ci sono pur sempre politici e intellettuali di alto profilo – come Henry Kissinger, Mikhail Gorbaciov, Stephen Cohen – che spiegano che in realtà il leader del Cremlino fa quello che qualunque capo di Stato russo avrebbe fatto in circostanze analoghe, perché nessun governante moscovita può permettere che l’Ucraina scivoli nell’area politico-militare della Nato. Ma sono in minoranza e le loro idee non vengono prese in considerazione.

Viktor OrbanQualcosa però si sta muovendo, e merita attenzione e approfondimento, senza giudizi precipitosi: le situazioni si stanno evolvendo sotto i nostri occhi. Ha fatto scalpore un discorso del premier ungherese Viktor Orban (foto a sinistra) pronunciato il 26 luglio scorso. Dopo aver premesso che l’esperienza della crisi finanziaria internazionale dimostra che «gli stati liberaldemocratici non sono in grado di restare competitivi a livello globale», ha affondato un colpo sbalorditivo: «Non credo che la nostra appartenenza all’Unione Europea ci precluda la possibilità di edificare un nuovo stato illiberale, basato sulle nostre fondamenta nazionali», ha detto.

Il progetto avrebbe due motivazioni. Una di tipo identitario: «l’Ungheria non è un’ammucchiata di individui, è una nazione», ha detto il primo ministro. Mentre libertà e democrazia devono continuare a prevalere, l’ottica dei diritti individuali dovrebbe lasciare posto all’etica dei doveri verso il proprio popolo. Poi ci sono motivi economici. La globalizzazione economica e la liberaldemocrazia individualistica sono un binomio che sembra non funzionare: con la relativa eccezione degli Usa, che sono pur sempre la potenza dominante, e della Germania favorita dall’architettura dell’euro, i paesi che sembrano reggersi meglio non appartengono all’Occidente: «Oggi il mondo cerca di capire la natura di sistemi che non sono occidentali, che non sono liberali e fore non sono nemmeno democrazie, ma che hanno successo». I nomi? Orban menziona Singapore, Cina, India, Russia e Turchia. Sono alcuni dei paesi i cui leader sono maggiormente criticati nella stampa europea e statunitense.

A parte la disinvoltura con cui Orban mette insieme sistemi che si possono definire democratici con altri che non lo sono minimamente, è vero che un numero crescente di paesi che non appartengono all’Occidente e che spesso non condividono i suoi valori stanno ottenendo successi politici e/o economici. A volte anche quando l’economia rallenta, il consenso per i governi resta alto. Il tasso di approvazione di Vladimir Putin, il nuovo “uomo nero” dei media occidentali, all’inizio di giugno aveva toccato il massimo storico dell’83 per cento. Anche Erdogan, che nei mesi delle proteste di piazza Taksim era sceso dal 59 del 2013 al 39 per cento, è risalito oltre il 50 per cento ed è il favorito assoluto per le presidenziali del 10 agosto. Nell’aprile scorso Viktor Orban, la bestia nera della Commissione europea e del Parlamento europeo, ha vinto un nuovo mandato da primo ministro col 44,5 per cento dei voti.

Cena di gala per Merkel e Obama al castello di CharlottenburgEffettivamente siamo in presenza di due problemi. Il primo è che il modello politico occidentale, presentato come la sintesi perfetta di prosperità, giustizia sociale, economia di mercato, libertà pubbliche e private, sistema politico democratico non attira più come in passato. Gli europei per primi avvertono i suoi limiti. In un mondo dominato dai movimenti dei grandi capitali e dalla finanziarizzazione dell’economia, dove tutti i paesi sono costretti a praticare le stesse politiche economiche e sociali fin nei dettagli per non veder esplodere il debito sovrano, dove il margine di manovra dei parlamenti nazionali si fa sempre più stretto perché l’80-90 per cento delle norme viene decisa non democraticamente a Bruxelles, dove le sentenze dei tribunali costituzionali, delle Corti europee e delle Corti d’appello stabiliscono quali leggi possono essere approvate dalla volontà popolare e quali no, dove le varie leggi nazionali sulle varie “fobie” riducono costantemente lo spazio della libertà di parola, viene da interrogarsi se quella che vige sia democrazia sostanziale e se le libertà siano formali o reali.

Le leggi e la pressione del conformismo culturale ci obbligano a parlare in un certo modo e ci puniscono con l’emarginazione o con sanzioni penali se deroghiamo, i giudici cassano le leggi che abbiamo approvato votando per un certo partito (per esempio quella sulla fecondazione eterologa; e a Strasburgo stavano per mettere fuorilegge i crocefissi nelle scuole, se non fosse intervenuta la Grand Chambre), i mercati finanziari e i vincoli della moneta unica europea decidono al posto dei governi cosa si può fare e cosa non si può fare. È ancora democrazia questa? È ancora libertà?

Poi c’è l’altra grande questione: l’incapacità di guardare agli altri come altri, di dare un significato all’alterità. Così il russo è solo un euro-asiatico politicamente immaturo, che si è lasciato sedurre e manipolare dal proprio capo supremo. Liberiamo il minorenne russo, incline a credere a tutto ciò che la propaganda di Stato gli propina, dal suo tutore, e Mosca diventerà come Belgrado: una capitale di tradizione slavo-ortodossa desiderosa di omologarsi in tutto e per tutto ai canoni dell’Unione Europea.

milosevicIl paragone fra la Serbia di Milosevic e la Russia di Putin l’ho letto nelle pagine dell’autorevolissimo New York Times: secondo Roger Cohen bisogna trattare Putin come Milosevic, e la Russia farà lo stesso percorso che ha fatto la Serbia. Forse Cohen farebbe bene a ricordarsi come trattammo la Russia al tempo della crisi del Kosovo. A Mosca c’era Eltsin, che pur protestando molto di fatto dette il via libera ai bombardamenti Nato su Belgrado e sulle truppe serbe in Kosovo, perché non minacciò un intervento militare. Quando Belgrado capitolò, Mosca fece da mediatrice fra la Serbia e la Nato per le decisioni relative all’ingresso delle truppe euroatlantiche in Kosovo e chiese di potere avere un ruolo. Venne tenuta fuori come un lebbroso. Eltsin dovette mandare i suoi parà nottetempo all’aeroporto di Pristina, in una specie di blitz insensato – i parà russi erano un’isoletta circondata dai militari degli altri paesi- per dare al mondo l’impressione che la Russia stava sorvegliando le attività della Nato in Kosovo.

Con questi precedenti – oltre alle promesse tradite fatte a suo tempo a Gorbaciov di non accogliere nella Nato i paesi che uscivano dal Patto di Varsavia – non c’è da stupirsi della politica di Putin. L’ex ufficiale del Kgb ha fatto quello che qualunque altro presidente russo avrebbe fatto. Dopo avere rimesso un po’ in piedi la Russia dal punto di vista economico e del funzionamento delle istituzioni (al tempo di Eltsin c’era una bellissima libertà di parola e di stampa, ma più povertà che sotto il comunismo e la paralisi completa dei servizi pubblici) il nuovo leader ha cercato di restaurare la forza della Russia come grande potenza e di bloccare l’espansione della Ue e della Nato in direzione di Mosca.

In Ucraina sta perdendo la partita, come tutti capiscono sin dai giorni dell’occupazione della Crimea. Ma se Putin dovesse uscire di scena perché l’Ucraina scivola definitivamente verso Washington, le probabilità che a ciò corrisponda una democratizzazione e liberalizzazione della vita politica russa sono pari quasi a zero. Ha scritto George Friedman su Stratfor, il principale sito internet americano di geopolitica: «Coloro che pensano che Putin sia allo stesso tempo il più repressivo e il più aggressivo leader russo immaginabile dovrebbero riflettere che le cose non stanno così. Lenin, per esempio, faceva paura. Ma Stalin fu molto peggio. Potrebbe venire un tempo in cui il mondo guarderà a Putin come a un tempo di liberalità. Perché se la lotta di Putin per sopravvivere e dei suoi sfidanti interni per spodestarlo dovesse diventare più intensa, la disponibilità di tutti a diventare più brutali potrebbe ugualmente crescere».

isilLa Russia sta destabilizzando l’Ucraina, su questo non ci piove. Ma anche la Ue e la Nato stanno destabilizzando la Russia, consapevolmente o inconsapevolmente. Non stanno semplicemente osteggiando un leader autoritario: stanno mettendo in pericolo l’esistenza politica e istituzionale della Russia. Gli europei probabilmente sono in buona fede, e credono di poter fare della Russia un’altra Serbia, convertita all’europeismo dopo la caduta di Milosevic; ma gli americani pensano a una Russia serbizzata in un altro senso: un’entità politica smembrata di diritto o di fatto, gestita da oligarchi ai quali sarebbero affidati spazi territoriali specifici, la quale non costituirebbe più una minaccia geopolitica per gli Usa.

Insomma, all’amministrazione Obama non dispiacerebbe se la Russia andasse in pezzi, come ci stanno andando Siria e Iraq. Ai tempi di G.W. Bush la linea ufficiale consisteva nell’esportazione della democrazia, che avrebbe trasformato i nemici in amici. Al tempo di Obama, più realisticamente si mira a disintegrare dall’interno i nemici. Resteranno nemici, ma non nuoceranno più. Nella democrazia come sistema universale prima di tutto sembrano non crederci più gli americani, cioè quelli che l’hanno inventata.

Immigrazione: il tradimento dei Sindacati

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La seconda parte dell’800 e buona parte del ’900 (  fino al declino dei sindacati come organizzazioni dei lavoratori e alla sparizione della difesa di questi dalle piattaforme politiche della cosiddetta Sinistra trasformatasi in ‘taxi’ ideologico per varie microminoranze privilegiate ) sono stati i secoli delle lotte sindacali e al centro della lotta c’era la spartizione dei profitti tra capitale e lavoro.

Poi è arrivata la caduta del Comunismo, le cui macerie ideologiche hanno comportato, senza che vi fosse una correlazione anche la fine sostanziale del sindacato come ‘lobby dei lavoratori’.

Oggi i sindacati pensano a tutto fuorché a chi lavora.

Poi è arrivata la Globalizzazione.
Ed è stato il colpo di grazia per il lavoro organizzato, polverizzato in tante micro-realtà e nella flessibilità estrema e schiacciato dalla incapacità delle organizzazioni sindacali e dei partiti (sedicenti) dei lavoratori, di comprendere che immigrazione e globalizzazione sono le due tenaglie attraverso cui il Capitale stritola i lavoratori e la loro fetta di profitto, i salari.
Come questi fanatici comunisti cresciuti a pane e Marx, abbiano potuto dimenticare una delle lezioni del filosofo tedesco, quella del famoso “esercito di riserva”, è misterioso.
Il mistero deve avere, però, molto a che fare con le ingenti elargizioni ricevute dalle multinazionali: vere e uniche beneficiarie di immigrazione e globalizzazione.
La Globalizzazione ha immesso nel mercato dalla sera alla mattina, centinaia di milioni di nuovi schiavi da sfruttare per ‘contenere’ i salari dei lavoratori nazionali.
Non bastava, perché ci sono, soprattutto nei servizi, lavori che non sono ‘delocalizzabili’, e allora serviva un ‘esercito di riserva’ interno che ‘riducesse le pretese’ dei lavoratori nazionali: entrano in scena gli immigrati.
E’ evidente, che devono nascere moderne associazioni di lavoratori che vogliano proteggersi da questa ‘tenaglia’ immigrazione-globalizzazione. Ed è ovvio che il loro punto di riferimento politico non può essere il Pd o Sel, due movimenti che fanno dell’afflato migratorio e del mondo senza confini un mantra masochistico.
I deboli si difendono con le frontiere, i lavoratori per poter ricevere salari dignitosi, devono essere protetti dalla concorrenza esterna dei ‘cinesi’ e interna dei ‘migranti’: non ci sono alternative.
Non è vero che immigrazione e globalizzazione sono ‘ricchezza’, o meglio, lo sono, ma per una minoranza privilegiata della popolazione (vedi tutti i ricconi schierati con la sinistra : di benedetti, della valle, prada, tronchetti provera etc etc).

Per tutti gli altri, il 99%, sono miseria, disoccupazione e dramma.

Il piano Kalergi: il genocidio dei popoli europei

L’immigrazione di massa è un fenomeno le cui cause sono tutt’oggi abilmente celate dal Sistema e che la propaganda  multietnica si sforza falsamente di rappresentare come inevitabile. Con questo articolo intendiamo dimostrare una volta per tutte che non si tratta di un fenomeno spontaneo. Ciò che si vorrebbe far apparire come un frutto ineluttabile della storia è in realtà un piano studiato a tavolino e preparato da decenni per distruggere completamente il volto del Vecchio continente.

LA PANEUROPA

41Pochi sanno che uno dei principali ideatori del processo d’integrazione europea fu anche colui che pianificò il genocidio programmato dei popoli europei. Si tratta di un oscuro personaggio di cui la massa ignora l’esistenza, ma che i potenti considerano come il padre fondatore dell’Unione Europea. Il suo nome è Richard Coudenhove Kalergi. Egli muovendosi dietro le quinte, lontano dai riflettori, riuscì ad attrarre nelle sue trame i più importanti capi di stato, che si fecero sostenitori e promotori del suo progetto di unificazione europea. [nbnote]Tra i suoi seguaci della prima ora si incontrano i politici cechi Masarik e Benes, così come il banchiere Max Warburg che ha messo a sua disposizione i primi 60.000 marchi. Il cancelliere austriaco Monsignor Ignaz Seipel e il successivo presidente austriaco Karl Renner si incaricarono successivamente di guidare il movimento Paneuropa. Kalergi stesso indicava che alti politici francesi approvavano il suo movimento per reprimere la ripresa della Germania. Così il primo ministro francese Edouard Herriot e il suo governo, come i leaders britannici di tutti gli ambiti politici e, tra loro, il redattore capo del Times, Noel Baker, caddero nelle macchinazioni di questo cospiratore. Infine riuscì ad attrarre Winston Churchill. Nello stesso anno, quello che più tardi si trasformerà nel genocida ceco di 300.000 tedeschi dei Sudeti, Edvard Benes, fu nominato presidente onorario. Egli ha finora quasi disconosciuto Kalergi, ma negoziava anche con Mussolini per restringere il diritto di autodeterminazione degli austriaci e favorire ancora di più le nazioni vittoriose, ma fallì. Nell’interminabile lista degli alti politici del XX secolo, c’è da menzionare particolarmente Konrad Adenauer, l’ex ministro della giustizia spagnolo, Rios, e John Foster Dulles (EEUU). Senza rispettare i fondamenti della democrazia e con l’aiuto del New York Times e del New York Herald Tribune, Kalergi presentò al Congresso Americano il suo piano. Il suo disprezzo per il governo popolare lo manifestò in una frase del 1966, nella quale ricorda la sua attività del dopoguerra: << I successivi cinque anni del movimento Paneuropeo furono dedicati principalmente a questa meta: con la mobilitazione dei parlamenti si trattava di forzare i governi a costruire la Paneuropa >>. Aiutato da Robert Schuman, ministro degli esteri francese, Kalergi riesce a togliere al popolo tedesco la gestione della sua produzione dell’acciaio, ferro e carbone e la trasferisce a sovranità sovranazionale, ossia antidemocratica. Appaiono altri nomi: De Gasperi, il traditore dell’autodeterminazione dei tirolesi del sud, e Spaak, il leader socialista belga. Finge di voler stabilire la pace tra il popolo tedesco e quello francese, attraverso gli eredi di Clemenceau, quelli che idearono il piano genocida di Versailles. E negli anni venti sceglie il colore azzurro per la bandiera dell’Unione Europea. Il ruolo guida di Kalergi nella creazione dell’Europa multiculturale e nella restrizione del potere esecutivo dei parlamenti e dei governi, è evidente ai giorni nostri, e si palesa col conferimento del premio “Coudenhove Kalergi” dal cancelliere Helmut Kohl come ringraziamento per seguire questo piano, così come l’elogio e l’adulazione del potente personaggio da parte del massone e polito europeo il primo ministro del Lussemburgo, Junker. Nel 1928 si aggiunsero celebri politici e massoni francesi: Leon Blum (più tardi primo ministro), Aristide Briand, E. M. Herriot, Loucheur. Tra i suoi associati si incontrava gente molto diversa come lo scrittore Thomas Mann e il figlio del Kaiser, Otto d’Asburgo.  Tra i suoi promotori, a parte i già menzionati Benes, Masarik e la banca Warburg, si incontrava anche il massone Churchill, la CIA, la loggia massonica B’nai B’rith, il “New York Times” e tutta la stampa americana. Kalergi fu il primo a cui fu assegnato il premio Carlomagno nella località di Aachen; e quando lo ricevette Adenauer, Kalergi era presente. Nel 1966 mantiene i contatti con i suoi collaboratori più importanti. Tutti coloro che sono stati insigniti di questo premio fanno parte del circolo di Kalergi e della massoneria, o si sforzarono di rappresentare gli interessi degli USA in Germania. Nell’anno 1948 Kalergi riesce a convertire il “Congresso degli europarlamentari” di Interlaken in uno strumento per obbligare i governi a tornare a occuparsi della “questione europea”, vale a dire, a realizzare il suo piano. Proprio allora si fonda il Consiglio europeo e in cima alla delegazione tedesca troviamo Konrad Adenauer appoggiato dalla CIA.
(Gerd Honsik, “Il Piano Kalergi”)
Nel 1922 fonda a Vienna il movimento “Paneuropa” che mira all’instaurazione di un Nuovo Ordine Mondiale basato su una Federazione di Nazioni guidata dagli Stati Uniti. L’unificazione europea avrebbe costituito il primo passo verso un unico Governo Mondiale.
Con l’ascesa dei fascismi in Europa, il Piano subisce una battuta d’arresto, e l’unione Paneuropea è costretta a sciogliersi, ma dopo la Seconda Guerra Mondiale Kalergi, grazie ad una frenetica e instancabile attività, nonché all’appoggio di Winston Churchill, della loggia massonica B’nai B’rith e di importanti quotidiani come il New York Times, riesce a far accettare il suo progetto al Governo degli Stati Uniti.

L’ESSENZA DEL PIANO KALERGI

6Nel suo libro «Praktischer Idealismus», Kalergi dichiara che gli abitanti dei futuri “Stati Uniti d’Europa” non saranno i popoli originali del Vecchio continente, bensì una sorta di subumanità resa bestiale dalla mescolanza razziale. Egli afferma senza mezzi termini che è necessario incrociare i popoli europei con razze asiatiche e di colore, per creare un gregge multietnico senza qualità e facilmente dominabile dall’elite al potere.

«L’uomo del futuro sarà di sangue misto. La razza futura  eurasiatica-negroide, estremamente simile agli antichi egiziani, sostituirà la molteplicità dei popoli, con una molteplicità di personalità». (Kalergi, Praktischer Idealismus)

Ecco come Gerd Honsik descrive l’essenza del Piano Kalergi

Kalergi proclama l’abolizione del diritto di autodeterminazione dei popoli e, successivamente, l’eliminazione delle nazioni per mezzo dei movimenti etnici separatisti o l’immigrazione allogena di massa. Affinchè l’Europa sia dominabile dall‘elite, pretende di trasformare i popoli omogenei in una razza mescolata di bianchi, negri e asiatici. A questi meticci egli attribuisce crudeltà, infedeltà e altre caratteristiche che, secondo lui, devono essere create coscientemente perché sono indispensabili per conseguire la superiorità dell‘elite.
Eliminando per prima la democrazia, ossia il governo del popolo, e poi il popolo medesimo attraverso la mescolanza razziale, la razza bianca deve essere sostituita da una razza meticcia facilmente dominabile. Abolendo il principio dell’uguaglianza di tutti davanti alla legge e evitando qualunque critica alle minoranze con leggi straordinarie che le proteggano, si riuscirà a reprimere la massa.
I politici del suo tempo diedero ascolto a Kalergi, le potenze occidentali si basarono sul suo piano e le banche, la stampa e i servizi segreti americani finanziarono i suoi progetti. I capi della politica europea sanno bene che è lui l’autore di questa Europa che si dirige a Bruxelles e a Maastricht. Kalergi, sconosciuto all’opinione pubblica, nelle classi di storia e tra i deputati è considerato come il padre di Maastricht e del multiculturalismo.
La novità del suo piano non è che accetta il genocidio come mezzo per raggiungere il potere, ma che pretende creare dei subumani, i quali grazie alle loro caratteristiche negative come l’incapacità e l’instabilità, garantiscano la tolleranza e l’accettazione di quella “razza nobile”. (Honsik, op.cit.)

DA KALERGI AI NOSTRI GIORNI

Interf_logoBenché nessun libro di scuola parli di Kalergi, le sue idee sono rimaste i principi ispiratori dell’odierna Unione Europea. La convinzione che i popoli d’Europa debbano essere mescolati con negri e asiatici per distruggerne l’identità e creare un’unica razza meticcia, sta alla base di tutte le politiche comunitarie volte all’integrazione e alla tutela delle minoranze. Non si tratta di principi umanitari, ma di direttive emanate con spietata determinazione per realizzare il più grande genocidio della storia.
Nel sito della european society si può leggere : The Coudenhove-Kalergi Foundation was established on 15 September 1978 by the Pan-Europa Union – six years after the death of this great European thinker. On 20 February 2008 it was transformed into the European Society Coudenhove-Kalergi.

In suo onore è stato istituito il premio europeo Coudenhove-Kalergi che ogni due anni premia gli europeisti che si sono maggiormente distinti nel perseguire il suo piano criminale. Tra di loro troviamo nomi del calibro di Angela Merkel o Herman Van Rompuy.

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La Società Europea Coudenhove-Kalergi ha assegnato alla Cancelliera Federale Angela Merkel il Premio europeo nel 2010

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Il 16 novembre 2012 è stato conferito al presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy il premio europeo Coudenhove-Kalergi 2012 durante un convegno speciale svoltosi a Vienna per celebrare i novant’anni del movimento paneuropeo. Alla sue spalle compare il simbolo dell’unione paneuropea: una croce rossa che sovrasta il sole dorato, simbolo che era stato l’insegna dei Rosacroce.

L’incitamento al genocidio è anche alla base dei costanti inviti dell’ONU ad accogliere milioni di immigrati per compensare la bassa natalità europea. Secondo un rapporto diffuso all’inizio del nuovo millennio, gennaio 2000, nel rapporto della “Population division” (Divisione per la popolazione) delle Nazioni Unite a New York, intitolato: “Migrazioni di ricambio: una soluzione per le popolazioni in declino e invecchiamento, l’Europa avrebbe bisogno entro il 2025 di 159 milioni di immigrati. Ci si chiede come sarebbe possibile fare stime così precise se l’immigrazione non fosse un piano studiato a tavolino. È certo infatti che la bassa natalità di per sé potrebbe essere facilmente invertita con idonei provvedimenti di sostegno alle famiglie. È altrettanto evidente che non è attraverso l’apporto di un patrimonio genetico diverso che si protegge il patrimonio genetico europeo, ma che così facendo se ne accelera la scomparsa. L’unico scopo di queste misure è dunque quello di snaturare completamente un popolo, trasformarlo in un insieme di individui senza più alcuna coesione  etnica, storica e culturale. In breve, le tesi del Piano Kalergi hanno costituito e costituiscono tutt’oggi il fondamento delle politiche ufficiali dei governi volte al genocidio dei popoli europei attraverso l‘immigrazione di massa. G. Brock Chisholm, ex direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità  (OMS), dimosta di avere imparato bene la lezione di Kalergi quando afferma:

 «Ciò che in tutti i luoghi la gente deve fare è praticare la limitazione delle  nascite e i matrimoni misti (tra razze differenti), e ciò in vista di creare una sola razza in un mondo unico dipendente da un’autorità centrale»(«USA Magazine», 12/08/1955)

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CONCLUSIONE

Plan+KalergiSe ci guardiamo attorno il piano Kalergi sembra essersi pienamente realizzato. Siamo di fronte ad una vera terzomondializzazione dell’Europa. L’assioma portante della “Nuova civiltà” sostenuta dagli evangelizzatori del Verbo multiculturale, è l’adesione all’incrocio etnico forzato. Gli europei sono naufragati nel meticciato, sommersi da orde di immigrati afro-asiatici. La piaga dei matrimoni misti produce ogni anno migliaia di nuovi individui di razza mista: i “figli di Kalergi”. Sotto la duplice spinta della disinformazione e del rimbecillimento umanitario operato dai mezzi di comunicazione di massa si è insegnato agli europei a rinnegare le proprie origini, a disconoscere la propria identità etnica.
I sostenitori della Globalizzazione si sforzano di convincerci che rinunciare alla nostra identità è un atto progressista e umanitario, che il “razzismo” è sbagliato, ma solo perché vorrebbero farci diventare tutti come ciechi consumatori. È più che mai necessario in questi tempi reagire alle menzogne del Sistema, ridestare lo spirito di ribellione negli europei. Occorre mettere sotto gli occhi di tutti il fatto che l’integrazione equivale a un genocidio. Non abbiamo altra scelta, l’alternativa è il suicidio etnico: il piano Kalergi.

In Algeria non servono gli amerikani per scatenare il jihad

di Carlo Panella

La terribile successione tra gli attentati di Casablanca, Algeri e dentro il parlamento di Baghdad, concatenati un giorno dopo l’altro, obbliga a prendere atto di qualcosa di molto più grave e preoccupante della evidente capacità di coordinamento e di iniziativa dell’arcipelago terrorista di al Qaida. E’ straordinario, ormai, il livello tecnico militare di cui danno prova gli attentatori: ad Algeri sono riusciti a colpire addirittura la sede ufficiale del capo del governo Abdulaziz Belkacem, nonostante la capitale sia da 16 anni sottoposta ad un ferreo controllo poliziesco e militare, nonostante in quelle stesse ore l’esercito stesse effettuando un rastrellamento a tappeto di santuari terroristi nel paese, nonostante le migliaia di arresti. Il tutto, in un paese che ha avuto 150.000 morti tra il 1991 e il 1998 e che negli ultimi otto anni ha avuto non meno di 400 morti all’anno per iniziative terroristiche.

Di più, l’attentato di Algeri dimostra che ormai i terroristi sono riusciti a uscire dalle sacche periferiche in cui erano stati costretti dalla feroce repressione governativa, con epicentro in Cabila, in cui da decenni agisce un forte movimento popolare autonomista berbero, e ormai sono in grado di nuovo di muoversi liberamente dentro lo spazio metropolitano di Algeri. Segno evidente di nuovi legami non solo militari, ma anche politici, con il tessuto delle moschee cittadine, da sempre epicentro del fondamentalismo, anche se da decenni sono sottoposte ad un pesante e occhiuto controllo delle forze di sicurezza. 
 L’attentato di Baghdad, al di là del numero contenuto delle vittime, segnala anch’esso una clamorosa capacità d’iniziativa, effetto di complicità diffuse e incontrollabili. L’esplosione è infatti avvenuta nella buvette del Parlamento, in piena Zona Verde, sotto un minuzioso controllo militare americano.
 Ma, una volta evidenziato questo elemento, va detto che a Baghdad si è avuta solo una ulteriore conferma di una forte tendenza al collasso della società irachena, successiva alla scomparsa del tallone di ferro di Saddam Hussein. L’elemento preoccupante, di importanza strategica della situazione irachena è che ormai la violenza dei terroristi è rivolta al 90% non nei confronti degli “occupanti”, non nei confronti delle stesse forze di sicurezza irachene che collaborano con loro, ma contro la popolazione civile. In Iraq, musulmani massacrano musulmani, sgozzano professori davanti agli alunni, massacrano lavavetri, massaie al mercato, fedeli nelle moschee e non solo secondo le direttrici di uno scontro settario tra sciiti e sunniti. Il tessuto stesso della società irachena, in tutti i suoi gangli, è attraversato da una violenza assassina intermusulmana che ha il suo aspetto più chiaro nella serie infinita di violenze di cui sono oggetto studenti, insegnanti, scolaresche intere.
 In Iraq tutto quanto accade non a causa di un improvvido intervento americano che al massimo ne è una concausa ma perché è in atto una vertiginosa “tendenza al collasso” della società arabo islamica che solo la miopia e l’ignoranza del pensiero politically correct può interpretare come “risposta” a iniziative dell’occidente e che ha avuto infiniti precedenti in Libano e in Algeria. Tutto il tessuto sociale iracheno è attraversato e sconvolto da una concezione della vita segnato dallo jihadismo, dall’esaltazione della cultura della morte, della punizione dei “falsi musulmani” (compresi i peccaminosi frequentatori di Internet cafè o le ragazzine che osano andare a scuola).
 Ma ora l’Algeria con i suoi attentati ci dimostra che questo fenomeno non è affatto la conseguenza della “guerra americana”, e  che è invece insito nelle società musulmane contemporanee (e di nuovo, il Libano di oggi conferma quella tendenza. Questa tendenza al collasso, questa concezione jiahdista, questa esaltazione del martirio, questo massacro di musulmani a opera di musulmani non iniziano infatti con il 2003 di Baghdad, con la caduta di Saddam Hussein. Iniziano invece nel 1975 in Libano (con quel massacro di Tell al Zatar che nessuno vuole ricordare, anteprima tutta araba di Sabra e Chatila) e nel 1992 in Algeria, in un paese che nulla ha a che fare con l’area d’influenza americana, che era semmai alleato al blocco socialista, in una nazione guidata da una élite nazionale forgiata da una vittoriosa guerra di liberazione nazionale, in un paese dalle straordinarie, immense, ricchezze naturali e dalle potenzialità economiche quasi di livello europeo non solo nel settore del petrolio, ma anche (quantomeno sino al 1963, quando i francesi fuggirono) anche nell’agricoltura e nel settore dei trasporti e delle comunicazioni.
 Il jihadismo, gli sgozzamenti di donne e bambini, i mujhaedin che massacrano il proprio popolo inerme, che sgozzano interi villaggi di contadini, nasce in Algeria nel 1992 e ha un padre e una madre. Il padre è il rovinoso fallimento della gestione del potere e dell’economia da parte dell’élite nazionale del Fln ( addestrato e pilotato dai sovietici ndb) che ha condotto la guerra di liberazione, che ha buttato il paese in una voragine di corruzione, sprechi, falò di miliardi e miliardi di dollari in progetti dissennati ( ne sappiamo nulla? ndb) . La madre è la religione musulmana, o meglio: l’affermarsi di un vero e proprio scisma religioso in campo sunnita che risente prepotentemente degli effetti del wahabismo saudita e che ha nell’alveo culturale dei Fratelli Musulmani il suo maieuta. Di più, il jiahdismo che esplode nel 1991 in Algeria e che lascia sul terreno 150.000 morti (tre volte tanti quelli dell’Iraq a oggi) si collega palesemente a quella guerra dentro la guerra che il Fnl ha condotto negli anni cinquanta contro gli algerini stessi. Nel mio Libro Nero dei Regimi Islamici ricordo le migliaia di algerini a cui vennero tagliati il naso o le mani dai “partigiani” del Fln perché violavano la proibizione di fumare,  e le decine di migliaia di algerini massacrati da algerini perché si rifiutavano di pagare il “pizzo” ai “partigiani” o perché parteggiavano per altre formazioni nazionaliste, che pure erano in armi contro i francesi ( un fenomeno conosciuto anche da noi col nome di strage di osoppo ndb) .
 Il bagno di sangue dell’Algeria ha dato il via ad un circuito infernale di proselitismo del jihadismo fondamentalista che ha immediatamente trovato la sua sponda naturale in Afghanistan. Qui, dopo la caduta dell’Urss e il suo ritiro da Kabul, la miscela esplosiva che già era deflagrata in Algeria, trova un formidabile volano in cui si mescolano le attività militari di mujaehdin jhaadisti provenienti da tutti i paesi arabi con l’indottrinamento, la formalizzazione di un “quartier generale” jihadista, dotato di una sua autonoma ideologia che aveva nell’egiziano Abdullah Azzam il principale riferimento sia teologico che militare. Qui, il wahabismo si incrocia con le elaborazioni più moderne dei Fratelli Musulmani egiziani allievi di Sayyed Qutb, si rafforza con l’incontro con il Deobandismo indiano (scuola teologica fondamentalista fondata nell’ottocento a Deoband) e crea quella miscela che produce il fenomeno dei Talebani e di al Qaida.
 Tutto questo è noto, ma quello che oggi l’attentato di Algeri dimostra, che grida al mondo la sigla che l’ha rivendicato –al Qaida del Magreb- è che se è vero che gli Usa hanno commesso formidabili errori in Iraq e non sono riusciti a sconfiggere il jihadismo, un identico e ben più grave fallimento si è verificato anche in Algeria, la dove gli americani non hanno mai messo piede, in un paese arabo che non ha nulla a che fare con la Palestina e con Israele, in cui, semmai, la politica di contrasto al terrorismo islamico è stata ispirata dall’Europa. E’ la Francia di Mitterrand e Chirac a appoggiare la decisione di invalidare le elezioni del 1991 che avevano assegnato la vittoria agli islamisti del Fis. Sono i servizi segreti francesi a collaborare –dichiaratamente- con quelli algerini per condurre la “guerra sporca”, che vede l’armata algerina massacrare non meno di 50.000 concittadini, molto spesso inermi contadini, non combattenti e a fare non meno di 10.000 desaparecidos.
 Fino all’altro ieri, si poteva sostenere che la risposta algerina e europea, o meglio, francese, al terrorismo, aveva funzionato, che il terrorismo era stato ridotto a fenomeno sicuramente cronico (400 morti l’anno sono comunque una cifra enorme), ma marginalizzato e che il paese, straordinariamente sostenuto dall’Ue e dal Fmi era riuscito a riavviare persino una timida ripresa economica.
 Ma la beffa dell’attentato riuscito al Palazzo di Algeri, la salvezza del tutto casuale dello stesso premier Belkacem, dimostrano che l’idra è risorta.
 L’Algeria di ieri come quella di oggi, ridicolizza tutte le teorie del fondamentalismo e del terrorismo islamici quale movimenti “reattivi” a colpe vere o presunte vuoi dell’occidente, vuoi della globalizzazione. Dimostra che sono misere tutte le letture del terrorismo arabo legato a fenomeni nazionalistici, di “terra”, che pure vanno per la maggior, non solo nella sinistra progressista.
 L’Algeria sunnita, così come il Libano e la Palestina della guerra civile a bassa intensità –che continua- tra al Fatah e Hamas con uno-due morti al giorno- dimostrano che i due scismi islamici che hanno sconvolto la umma nel novecento, sviluppi deformi della teologia musulmana, sono fenomeni assolutamente autoctoni, nati solo ed esclusivamente dentro l’Islam e in esso cresciuti con sempre maggiore consenso. Lo scisma wahabita salafita dei sunniti algerini, iracheni o afgani (così come di quelli sudanesi, marocchini, yemeniti, giordani, pakistani, indonesiani o filippini) si ritrova unito da una concezione del jihad –della “conversione attraverso la violenza” come magistralmente spiegato da papa Ratzinger a Ratisbona- che è identica a quella dello scisma khomeinista che vediamo all’opera nell’Iran di Ahmadinejad (con una straordinaria raffinatezza politica), nel Libano di Hezbollah o nell’Iraq di Moqtada Sadr. I due scismi peraltro si contrastano e spesso si odiano –retaggio storico sin dalla nascita del movimento wahabita nel 1700- ma spesso, vedi Hamas, si incontrano.
 Due scismi religiosi, radicati nella storia millenaria dell’Islam che hanno introdotto in quella religione un precetto religioso fondante terribile, che ne spiega la violenza e la ferocia: il culto della morte, l’esaltazione del martirio.
 E’ questo il terribile lascito di Khomeini, che è riuscito a convincere ormai milioni di musulmani sciiti come sunniti di un nuovo precetto:  il martirio deve essere obbiettivo materiale, concreto, da perseguire qui ed ora da parte del fedele. Un’aberrazione che però oggi riscuote un consenso impressionante in una immensa platea musulmana.
 Da qui, l’incomprensione di tanta parte della cultura occidentale del fenomeno, le balbettanti e ridicole analisi sul terrorismo “reattivo”, sulla “colpe dell’Occidente”.
 L’Occidente, semmai, si trova oggi di fronte ad un nuovo 1933, ma si rifiuta di prendere atto, come allora, che una ideologia totalitaria, basata sulla subordinazione della donna, sull’imperio del “partito unico” (Hezbollah) che consegna all’apostasia chi non ne riconosce i precetti di vita, che esalta la cultura e la pratica della morte, che si espande con la violenza assassina, riscuote un largo seguito di massa.
 Abbiamo di fronte un vero e proprio “fascismo islamico” (i puristi contestino pure la maggiore precisione del termine “nazismo” o comunismo islamico ndb) con larga base di adesione popolare, che ha al suo centro, di nuovo, la concezione escatologica della uccisione degli ebrei e della distruzione di Israele come dovere religioso, in obbedienza a quel terribile Hadith musulmano, parte fondante della Sunna che campeggia nello Statuto di Hamas e che recita: “ Il Profeta -le benedizioni e la Pace di Allah siano con Lui – dichiarò: “L’ultimo giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra e l’albero diranno: “O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me – vieni e uccidilo; ma l’albero di Gharqad non lo dirà, perché è l’albero degli ebrei”.
 Il fine della storia, l’apocalisse imminente, si compiranno solo quando “i musulmani non uccideranno gli ebrei” e la natura –l’albero e la pietra- collaboreranno con loro.
 Questo ci dicono.
 Questo dovremmo, almeno, capire.

Non si campa di sola ENEL

L’attenzione sulle prime pagine della stampa nazionale si è ormai spenta, ma la questione strategica delle carenze strutturali del nostro Paese in campo energetico resta. La vibrata protesta nei confronti del comportamento francese è stata fatta, ma una risposta concreta dall’Unione Europea arriverà solo in tempi lunghi. Al momento – in strettissima sintesi – la situazione sembra essere semplicemente di stand-by, né, come in altri casi, si intravedono altri possibili sbocchi positivi a breve termine.

In realtà, dietro la questione che poche settimane fa ha infiammato l’opinione pubblica, esiste una situazione molto complessa e articolata, che ha radici almeno pluridecennali, né può essere affatto schematizzata in modo unilaterale nella semplice questione “si” o “no” al nucleare perché investe ben altri piani e altre dimensioni. Il semplice buon senso comune basta a chiarire poi che, abbandonata questa via – non importa più ormai come –, prima di poter tornare a contare sul nucleare, anche ammettendo un improbabile ripensamento in tempi brevi, potrebbe passare almeno un decennio: decisamente troppo.

Come sempre si deve risalire alla più recenti vicende, ma in questo caso si deve osservare che il cambiamento principale non è stato compreso in tutte le sue implicazioni e soprattutto in quelle economiche. Per quasi mezzo secolo l’Europa, e in diversa misura il resto del mondo, è rimasta congelata in due blocchi; ne era garantita la stabilità, ma lo sviluppo economico era subordinato a questo assetto. La trasformazione più radicale verificatasi è stata proprio il rovesciamento di questo aspetto, per cui ora sarà lo sviluppo economico a garantire la stabilità e non il contrario. Nel frattempo è mutata tutta la struttura delle relazioni internazionali, senza però che cambiasse sostanzialmente il principale tipo protagonista, ovvero lo Stato nazionale. Benchè in parte eroso nella pienezza della “sovranità” – sia da movimenti localisti interni, che da trasferimenti sovranazionali del suo potere –, ad esso rimane pur sempre il compito della stabilità interna, ma deve trasformarsi profondamente, possibilmente in direzione geoeconomica.

Le frontiere geoeconomiche non sono però più impenetrabili che in passato e gli attori internazionali più attivi parlano più o meno apertamente di conquista o espansione. Le politiche neokeynesiane, basate ad esempio sulla spesa pubblica – o sulle semplici “opere pubbliche” – per far aumentare i consumi interni, non sono più sufficienti perché la crescita è export-oriented. Pensare di opporsi alla globalizzazione con misure protezionistiche è un’illusione, ma lo è altrettanto ritenere di poter mantenere posizioni di competitività riducendo una sola variabile interna. Ai fini dell’indispensabile stabilità interna degli Stati si pone ora il dilemma della scelta ormai ineludibile della trasformazione in senso geoeconomico o della vana e dispendiosa difesa delle posizioni acquisite. Il problema principale è diventato quindi quello di una responsabile gestione del cambiamento, ma anche della rapidità di intervento in settori chiave, per poter continuare ad esercitare il proprio ruolo di equilibrio tra libertà e giustizia.

Come tutti sanno il problema delle fonti energetiche in sé non è affatto nuovo, tantomeno nel nostro Paese. Prima della Seconda guerra mondiale in Italia si parlava genericamente di “materie prime” e si invidiavano altri paesi come la Francia, la Germania o l’Inghilterra che possedevano ricche miniere di ferro e carbone, anche se – in verità – tutte queste potenze avevano già cominciato il loro ciclo di dipendenza dal petrolio. L’Italia giolittiana, prima di diventare la vituperata “Italietta” del ventennio, aveva scoperto con successo l’energia idroelettrica e, soprattutto le industrie del nord, più vicine all’arco alpino, almeno fino alla Seconda guerra trassero enormi vantaggi dalle centrali costruite. Tra le due guerre l’illusione dell’impero sottrasse risorse ma produsse poco e, con uno di quei paradossi che solo la storia sa mettere in atto, la mancanza di rifornimenti dall’Italia fermò le offensive in nord Africa, quando invece il petrolio si trovava sotto il deserto percorso dai carri armati.

Arrivò il dopoguerra e fu l’intuizione di Enrico Mattei a far utilizzare il metano accanto all’energia idroelettrica ormai insufficiente. La stessa lungimiranza creò una rete di accordi politici nel Mediterraneo che consentì l’approvvigionamento di altre fonti energetiche, ma la tragica fine della controversa figura del fondatore dell’Eni segnò una battuta di arresto, oltre che sollevare un mare di polemiche e di accuse sulle modalità di quella scomparsa. Mattei aveva però osservato acutamente che la perdita delle colonie, nell’ambito della politica estera nei confronti dei paesi produttori, era stata un fatto positivo per l’Italia in quanto, oltre a sottrarla agli aspetti più drammatici della decolonizzazione, aveva rappresentato un’immagine nuova del Paese, un’immagine “non coloniale” più adatta a colloquiare con i nuovi soggetti internazionali. Il problema delle fonti di energia nel frattempo è però diventato sempre più serio e, ove mai fossero esistiti dubbi, fa parte dei grandi problemi strategici, pari a quelli della sicurezza del Paese.

Ancora una volta l’interpretazione più lucida sugli aspetti di quella che potrebbe diventare una crisi con serie conseguenze viene dall’altra parte dell’Atlantico. Alla fine dello scorso mese di febbraio Power and Interest News Report, espressione di uno dei tanti think-tanks nordamericani, ha messo in guardia sulla questione, collegandola così allo slancio francese in difesa dei propri spazi geopolitici (France, U.E. e The Rise of French Pro-Sovereignty Movements and their Geopolitical Consequences), ma anche alle difficoltà italiane a mantenere le proprie posizioni su mercati strategici.

Da una parte l’iperpatriottismo francese – e si sa bene che lo sciovinismo è nato oltr’Alpe –, ma dall’altra l’incapacità nostrana di proteggere con successo i propri settori strategici, come già annunciato dalla stessa fonte americana nel settembre dello scorso anno (Economic Brief: Italy’s Loss of Its Strategic Market) che si riferiva alle vicende di Gazprom e della Banca Antonveneta. La questione – dal nostro punto di vista – si impernia infatti su questi due aspetti: un Paese reclama giustamente il rispetto di alcuni principi, come appunto la libertà del mercato, ma è stato comunque improvvido: non ha affrontato seriamente un problema strategico, non solamente energetico in senso stretto, anche ammettendo cioè che dietro il tentativo dell’Enel esistesse realmente una politica energetica-strategica, o piuttosto – secondo le apparenze – solo una soddisfacente operazione finanziaria.

Indubbiamente Parigi, fino al 1989, ha svolto un ruolo sproporzionato rispetto le reali dimensioni e potenzialità e, dopo lo spostamento ad est degli equilibri europei, il peso della Francia si è ridimensionato notevolmente. Sulle rive della Senna nessuno battè ciglio di fronte alla riunificazione tedesca, benchè si comprendesse benissimo lo spostamento di un centro di gravità europeo. Contemporaneamente è iniziata una forte difesa dello status quo che ha fatto perno su una forte classe dirigente di tecno-burocrati che poteva vantare una delle migliori scuole di formazione al mondo e una tradizione bisecolare. Qualche scricchiolio si era già sentito durante la crisi balcanica, quando le posizioni francesi erano risultate all’occhio dell’opinione pubblica europea le più difficili da comprendere mentre oggi, al contrario, il disegno si completa e fa balzare agli occhi il carattere difensivo ad oltranza del tentativo.

In questo momento i nodi stanno venendo al pettine e le vicende dell’approvazione della Costituzione UE, delle banlieu parigine, degli studenti della Sorbona e dello sciopero generale dell’altro giorno sono collegate all’insostenibilità di questa linea di difesa ad oltranza. La difesa ad oltranza delle posizioni, del resto – come ha osservato un autorevole economista quale il ministro Martino (IBL Focus, n. 19, 27.02) – non è nemmeno una caratteristica dei governi conservatori, visto che l’attuale governo spagnolo sta preparandosi a un dura opposizione all’ingresso di capitali tedeschi nella penisola iberica con l’acquisto di Endesa e in questo caso addirittura l’offerta tedesca sarebbe molto più vantaggiosa.

Proporre rimedi o soluzioni semplici è a forte rischio di demagogia. Impossibile però non notare delle palesi contraddizioni. Tutte le grandi aziende europee operanti nel settore strategico dell’energia rappresentano in diverse misure e con varie caratteristiche dei monopoli, se non addirittura imprese dove l’apporto dell’attore pubblico è determinante. Utopistico quindi parlare di libero mercato, soprattutto in termini politici e strategici più che economici. Il rafforzamento di una di queste imprese con una fortunata operazione finanziaria non risolve affatto un problema continentale e quindi geopolitico o – se si preferisce – geoeconomico. Tutta la questione dell’energia deve essere affrontata al più presto nella sede “superiore” e quindi almeno con un coordinamento europeo. Dopo l’ossatura emersa in questi anni più recenti di una politica di sicurezza, è urgente oltre che indispensabile riflettere ora sull’energia. Anche nel caso della sicurezza sono state superate difficoltà enormi, ma è stato comunque avviato un processo istituzionale. I problemi sono comuni a tutti e anche le difficoltà e per questo diventa auspicabile un’autentica soluzione condivisa e non solo appelli generici al libero mercato.
Giovanni Punzo, 20 marzo 2006