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Nessuno lo dice ma in Iraq e Siria è guerra di religione


img-_innerArt-_taglia22Che fare in Iraq e Siria? Che l’Occidente non abbia una strategia per affrontare il rapido precipitare della guerra irachena e di quella siriana, ormai unificate, è un fatto reso ancor più evidente dalle timide e incerte iniziative di europei e statunitensi. Abbiamo rimosso la guerra dal nostro linguaggio e anche se disponiamo paradossalmente della più sofisticata tecnologia bellica mai posseduta dall’umanità siamo del tutto incapaci sul piano politico e sociale di impiegarla per vincere i conflitti. Questo Occidente non è più neppure in grado di chiamare le guerre col loro nome. In Iraq e in Siria è in atto un conflitto tra sunniti e sciti che vede lo Stato Islamico (IS) controllare territori abitati dalla popolazione sunnita combattere contro eserciti e milizie scite di  Baghdad e Damasco. Al fianco dell’IS vi sono Paesi  e ambienti finanziari e politici di Paesi sunniti quali la Turchia e le monarchie del Golfo. Con le forze regolari siriane e irachene sono saldamente schierati l’Iran e il movimento scita libanese Hezbollah .

Perché allora non definire il conflitto in atto una guerra di religione?

61561Image11Siamo forse così schiacciati dal peso delle parole e delle convenzioni ipocrite che ci siamo autoimposti negli ultimi 40 anni nel nome della correttezza politica da non riuscire a pronunciarle per paura di dover affrontare la realtà? Dopo 13 anni abbiamo già rimosso tutte le lezioni apprese dall’11 settembre 2001 per paura di dover accettare le conseguenze di una guerra che è inevitabilmente, come lo sono state molte delle più grandi e lunghe guerre dell’umanità, uno scontro di civiltà.

Inutile fingere di meravigliarsi. La guerra di religione, lo scontro tra sunniti e sciti, era un obiettivo dichiarato di Osama bin Laden e di Musayb al-Zarqawi, leader di al-Qaeda in Mesopotamia, organizzazione jihadista che ha poi originato l’ISIS e oggi lo Stato Islamico. Anche l’eliminazione fisica delle minoranze come cristiani e yazidi rientra da sempre nei programmi pubblicamente annunciati dai jihadisti e del resto le violenze contro i cristiani in Iraq (e in tutto il mondo sunnita) e il loro esodo da Mosul non sono certo cominciati il mese scorso.

2014-08-17-Situation-Report-HIGH-012Così come non sono certo iniziate con l’uccisione di James Foley le barbare esecuzioni di ostaggi occidentali da parte di militanti islamici. Ne abbiamo visti tanti di video del genere negli anni scorsi ma li abbiamo rimossi imponendoci di credere che fossero la risposta “all’imperialismo di George Bush” invece che una dimostrazione di odio, un atto di guerra nei confronti nostri e della nostra civiltà. Che l’Islam sia un problema per il mondo intero è sotto gli occhi di tutti, soprattutto perché se gli estremisti si fanno notare molto bene, i cosiddetti “moderati” sembrano avere  voce flebile. Eppure, come ha evidenziato Massimo Introvigne  sulla Nuova Bussola Quotidiana,  l’Occidente  è pieno di studiosi dell’Islam pronti a sostenere interpretazioni buoniste e introspettive della parola “jihad”.

L’Europa finge di accorgersi solo oggi che ci sono islamici che sterminano cristiani per non dover fare i conti con la sua coscienza e con il dovere di armarli o difenderli con le sue potenti, deboli armi: potenzialmente devastanti e tecnologicamente avanzate ma inutili perché non abbiamo il coraggio di impiegarle né soprattutto ideali per i quali riteniamo necessario combattere.

Abbiamo perso a tal punto ogni senso d’appartenenza nazionale e culturale da non trovare un solo motivo, valore o interesse  per cui valga la pena fare una guerra? Se è così l’IS ha già vinto perché i suoi miliziani (che sono sempre di più anche in Europa) sono pronti a uccidere e morire per la loro causa.  Sarebbe sufficiente leggere, sempre sulla NBQ,  l’analisi di Luigi Santambrogio sui jihadisti in Europa per comprendere che dobbiamo svegliarci e anche in fretta.

ISISmappa1Come ha sottolineato sabato Edward Luttwak in un’intervista a Il Giornale, l’opinione pubblica in Italia e in Europa si è mobilitata per i civili palestinesi di Gaza ma non si è contata neppure una manifestazione per i cristiani iracheni. Merito certo di decenni di cultura terzomondista e di relativismo culturale ma anche un sintomo evidente di come le leadership e i popoli occidentali non abbiano neppure la percezione di quali siano gli interessi strategici da difendere.

Certo gli Stati Uniti possono avere molti vantaggi a “giocare sporco” anche in questa crisi per favorire il caos nelle aree energetiche nel momento in cui si avviano diventare il più grande esportatore di gas e petrolio. Ma noi europei di quel gas e petrolio in Medio Oriente e Nord Africa abbiamo e avremo bisogno: non possiamo permetterci di non avere una strategia, di non combattere o di non scegliere da che parte stare.

isis-640Eppure proprio questo stiamo facendo, favorendo l’affermazione dei jihadisti dalla Libia all’Iraq, come se la questione non ci riguardasse. Per questo oggi non armiamo i cristiani iracheni e aiutiamo i curdi così blandamente da risultare ininfluenti, con l’ossessione di non irritare Baghdad e Ankara che temono un Kurdistan indipendente. Al tempo stesso esitiamo a mobilitarci contro l’IS per non irritare le monarchie sunnite del Golfo che hanno investito centinaia di miliardi di dollari in Europa e oggi influenzano in modo sempre più imbarazzante la nostra politica estera.

Fingiamo così di non sapere che la Turchia, nostro alleato nella NATO, è anche il Paese che ha ospitato e fornito aiuti alle milizie jihadiste dell’attuale Stato Islamico per sostenerle nella guerra contro il regime siriano. Cosa che abbiamo fatto anche noi europei insieme agli americani ponendoci in antagonismo alla Russia, unico grande Paese rimasto a difendere la cristianità e i valori occidentali contro l’islamismo.

ISISS1_673769S11Meno di un anno or sono Washington e alcuni alleati europei erano pronti a bombardare Damasco per abbattere Bashar Assad come avevano abbattuto Muammar Gheddafi spianando la strada ai jihadisti. Oggi in Libia qaedisti e Fratelli Musulmani stanno vincendo grazie anche al disinteresse dell’Europa e dell’Italia mentre  in Siria rifiutiamo di riconoscere i nostri errori ma saremo costretti ad aiutare Assad a combattere l’IS. Non perché il regime siriano sia composto da cherubini ma semplicemente perché è nei nostri interessi farlo e perché in Medio Oriente e Africa ci conviene fare i conti con regimi laici, anche se non del tutto simili alla democrazia svizzera, piuttosto che con Emirati e Califfati che decapitano e torturano gli infedeli.

images5Nella storia il pragmatismo ha sempre indotto gli Stati a modificare alleanze e schieramenti, sport in cui l’Italia è stata “maestra” nei due conflitti mondiali fino al tradimento del Trattato di amicizia con Gheddafi nel 2011. Basti ricordare che la Seconda guerra mondiale iniziò nel 1939 con i sovietici che si spartivano la Polonia con gli alleati tedeschi e termino con l’Armata Rossa che occupava Berlino. Allora però c’erano statisti a guidare le nazioni non gli improvvisati di esile spessore che guidano oggi le cancellerie europee.

Il realismo militare impone di valutare che solo i curdi e le truppe siriane sono in grado di fermare lo Stato Islamico.

L’esercito iracheno è allo sbando, non regge il campo di battaglia mentre nessun Paese occidentale sembra intenzionato a mandare i suoi soldati a combattere i jihadisti. Come hanno sottolineato esponenti militari a Londra e Washington la guerra non si vince se non si combattono le forze di Abu Bakr al-Baghdadi anche in Siria.

“L’IS deve essere sconfitto in Iraq e in Siria prima che si espanda in tutta la regione”, ha detto Lord Dannatt ex capo di stato maggiore dell’esercito britannico. Infatti la gran parte dei mezzi pesanti catturati dai jihadisti falle truppe irachene sono stati portati nelle basi in Siria strappate all’esercito di Assad, al riparo dai cacciabombardieri americani. In questi giorni jet americani, iracheni e siriani hanno bombardato le milizie dell’IS ma lo hanno fatto in ordine sparso, senza coordinamento e in settori diversi esercitando così una pressione limitata sui jihadisti. Abu Bakr al-Baghdadi ringrazia.

di Gianandrea Gaiani 28 agosto 2014, da La Nuova Bussola Quotidiana

Immigrazione e Svezia 3

130520_husby.jpgAncora disordini in Svezia che ormai è accertato non è più quel paradiso che era una volta. La politica d’immigrazione dei governi di sinistra ha ormai distrutto il tessuto sociale della nazione “esempio” dell’integrazione.
Tutto ha funzionato bene fino al momento in cui la popolazione di una certa religione non ha raggiunto la massa critica del 6%. Svedesi naturalizzati ai quali è stata data la cittadinanza, adesso impongono il loro volere religioso con la violenza.

In “Immigrazione e Svezia” ed in “Immigrazione e Svezia 2” abbiamo affrontato i problemi che l’immigrazione ha creato alla nazione considerata tra le più avanzate al mondo, un modello per tutto l’occidente.
Oggi parliamo di Husby. Nessuno di voi sa cosè. Husby è un quartiere a nord di Stoccolma che col tempo si è riempito d’immigrati, rifugiati politici e tutta una sequela di feccia proveniente dalle nazioni in guerra e da quelle della cosidetta “primavera araba”.
Indovinate cosa c’è d’mportante ad Husby? Ce lo dice su youtube Eng. Abdullahi A. Yusuf :
http://youtu.be/1vApsHz7R3Y
Veniamo ai fatti.
Come riportato da un giornale locale “Husby the local” il giorno 14 un signore con un machete ha affrontato la polizia locale che è stata costretta ad abbatterlo. Quindi una settimana fà accade un fatto di sangue nel quale un’immigrato viene ucciso per cause ancora da chiarire. Ma agli abitanti di Husby è chiarissimo : la polizia “bianca” ha ucciso un’immigrato certamente non alto biondo e con gli occhi azzurri come la polizia stessa ammette.
Oggi, 20 Maggio 2013 si scatena la reazione della popolazione oppressa dai bianchi razzisti :
http://youtu.be/Dlb6tSll9A0

Questo è l’imam di Husby. Parliamo di terza generazione : ascoltate attentamente in che lingua parlano.

Benvenuti in Eurabia!

Il modello svedese è decisamente in crisi. Punto di riferimento nel mondo per la giustizia sociale, l’ordine e l’alto livello di ricchezza, la Svezia è lungi dall’essere il bengodi di cui si continua a pensare. Primo paese industrializzato per percentuale di immigrati (15%) e quarto nel mondo sviluppato per presenze straniere in valore assoluto, ha un tasso di disoccupazione tra gli svedesi del 6%, ma tra gli immigrati raggiunge il 16%. Come si può notare quando si vive di solo sussidi dello stato la disoccupazione è dilagante. Il fenomeno è tanto più evidente in Svezia a causa della politica di sostegno agli immigrati che drena risorse alla nazione a discapito degli autoctoni.
Ciò che colpisce è la mancata integrazione della popolazione straniera, su cui incide una disoccupazione pari a quasi tre volte tanto che sui nativi svedesi.
La rivolta di Husby, poi, mette in evidenza la crisi di un modello di apertura agli altri, diventato insostenibile a tutti gli effetti. E quando manca un anno dalle elezioni politiche, il Partito dei democratici svedesi, formazione dai toni anti-immigrazione, viaggerebbe al terzo posto nei sondaggi.

4° giorno di disordini

Stoccolma, 23 mag. (TMNews) – La polizia di Stoccolma ha chiesto rinforzi, mentre nelle capitale svedese si profila una quinta notte di rivolte nelle periferie a forte concentrazione di immigrati, dove in questi giorni sono state bruciate auto e attaccate stazioni delle forze dell’ordine.
I disordini, che hanno deteriorato l’immagine di nazione pacifica ed egualitaria di cui la Svezia godeva all’estero, hanno scatenato un dibattito nel Paese sull’integrazione degli immigrati, che formano il 15 per cento della popolazione.
Molti degli immigrati che arrivano nel Paese grazie alla generosa politica sui rifugiati, faticano a imparare la lingua e trovare un impiego malgrado i numerosi programmi predisposti dal governo.
Oggi la polizia ha annunciato che chiederà rinforzi da altre parti del Paese, perchè l’allerta è sempre alta e si prevede che la situazione non sia destinata a migliorare a breve. I vigili del fuoco hanno raccontato di essere stati chiamati per novanta diversi incendi nel corso della notte, la maggior parte dei quali causati dai rivoltosi.
All’alba di oggi, la locale stazione di polizia nel distretto di Kista, vicino alla periferia di Husby dove domenica notte erano scoppiati i primi disordini, è stata bersaglio di una sassaiola. Massi sono stati inoltre lanciati contro due centrali di polizia nel sud di Stoccolma; nella periferia sud di Skogaas, un ristorante ha riportato ingenti danni dopo essere stato dato alle fiamme.

Gli USA prima potenza petrolifera

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Gli Stati Uniti diverranno nei prossimi anni i maggiori produttori mondiali di petrolio e gas, materie prime di cui saranno presto anche esportatori.
La notizia, destinata a modificare radicalmente gli equilibri geopolitici internazionali e probabilmente la percezione stessa dell’America nel mondo, è stata ufficializzata dal recente rapporto World Energy Outlook redatto dall’Agenzia Internazionale dell’Energia. “Il Nord America è in prima linea di una trasformazione radicale della produzione di petrolio e gas che interesserà tutte le regioni del mondo“ ha dichiarato il direttore esecutivo dell’AIE, Maria van der Hoeven.
L’analisi evidenzia il culmine di un mutamento che in vent’anni ha visto Washington passare dal top della classifica mondiale dei consumatori di energia e importatori di petrolio al primo posto tra i produttori, anticamera della piena autosufficienza energetica.
I primi a vedersi sorpassare dagli americani saranno i russi che nel 2015 scenderanno al secondo posto tra i produttori mondiali di gas ma due anni dopo toccherà ai sauditi perdere il primato tra i produttori di greggio.
“Attorno al 2017, gli Stati Uniti diventeranno il principale produttore di petrolio, superando l’Arabia Saudita – ha sottolineato Fatih Birol, economista dell’agenzia.
Le previsioni indicano che nel 2030 gli Stati Uniti produrranno petrolio sufficiente a soddisfare il fabbisogno interno e ne diventeranno esportatori.
A premiare gli sforzi statunitensi sul fronte energetico non contribuiscono solo l’aumento della produzione interna e le tecniche estrattive improntate alla massima efficienza ricavando il metano dalle argille (shale gas) e combinando la perforazione orizzontale con la fratturazione idraulica.
Anche le politiche di contenimento dei consumi e l’adozione di misure concrete per il risparmio energetico e lo sviluppo di biocarburanti per veicoli e aerei contribuiscono a ridurre il fabbisogno e la dipendenza dalle importazioni.
I dati di oggi rivelano la tendenza definita dal rapporto: nei primi nove mesi di quest’anno  gli Stati Uniti hanno estratto circa 6,2 milioni di barili di greggio, 1,2 milioni in più del 2008.
“Nel 2011, per la prima volta dal 1949, gli Stati Uniti sono divenuti esportatori netti di prodotti raffinati, mentre la dipendenza dalle importazioni di petrolio greggio ha conosciuto un’inattesa inversione, scendendo in cinque anni dal 60 al 42 per cento grazie all’aumento della produzione (20 per cento dal 2008) e al declino dei consumi dopo il picco toccato nel 2007 ” ha scritto su “Affari Internazionali”  Alberto Clò, professore ordinario di Economia industriale all’Università di Bologna e Direttore della Rivista Energia.
“L’aumento della produzione di shale gas, salita al 40% della complessiva offerta, ha reso il paese sostanzialmente indipendente, creando oltre un milione di posti di lavoro e generando un surplus d’offerta che ha fatto crollare i prezzi interni del metano a livelli 3-4 volte inferiori a quelli del 2008 e a quelli oggi praticati in Europa” ha aggiunto Clò.”
La produzione americana di greggio è prevista aumentare entro il 2020 da 9,0 sino a quasi 16,0 milioni barili/giorno e quella di gas metano da 575 sino a 709 miliardi metri cubi nel 2030.
Citigroup ne stima il complessivo impatto incrementale sulla ricchezza americana nell’ordine di 2-3 punti percentuali, con un drastico taglio dell’energy bill con l’estero, che conta per oltre la metà delle complessive importazioni; un ulteriore rafforzamento del dollaro; forte crescita dell’industria e dell’occupazione.”
Nello stesso periodo in cui gli Stati Uniti raggiungeranno la piena autosufficienza energetica, l’AIE prevede che l’Asia continui a sostenere la domanda globale di petrolio, destinata a crescere di 7 milioni di barili al giorno entro il 2020 e a raggiungere i 100 milioni di barili al giorno nel 2035 contro  gli 87 milioni di barili del 2011.
I cambiamenti sul mercato dell’oro nero indicati dall’agenzia non riguardano solo gli Stati Uniti. L’Iraq ad esempio è destinato ad aumentare del 45 per cento la sua produzione entro il 2035 superando la Russia per livello di esportazioni.
Difficile valutare l’impatto sui prezzi poiché i fattori che lo determinano possono variare rapidamente e non dipendere solo dal nuovo ruolo degli Stati Uniti,  ma secondo l’AIE il costo del greggio salirà dai 108 dollari al barile di oggi a circa 125 dollari  (in termini di valore costante al netto dell’inflazione, pari a 215 dollari in termini reali) anche se negli ultimi tempi gli sbalzi sono stati vertiginosi: da un dollaro e mezzo al barile del 1970 agli 8 dollari del 1974,  dai 147 dollari del 2008 ai 50 dell’anno successivo.
Le stime sui prezzi dei prossimi 20 anni non tengono conto infatti delle variabili rappresentate da conflitti e tensioni nelle aree di maggior produzione di petrolio e gas che, dal Medio Oriente all’Asia Centrale all’Africa, sono in buona parte ben poco stabili o già destabilizzate.
Sui prezzi dipenderà inoltre il mantenimento di accordi tra i produttori come quelli in vigore oggi nell’ambito dell’Organizzazione dei Paesi produttori di petrolio (OPEC) o quello stipulato tra Stati Uniti e Arabia Saudita per garantire stabilità nelle forniture e nei prezzi ai mercati internazionali.
Il primato statunitense potrebbe cambiare radicalmente gli equilibri del mercato energetico portando i produttori a dirigere i flussi sempre di più verso l’Asia che con i suoi colossi economici e industriali avranno sempre più bisogno di energia.
L’AIE valuta che Cina, India e Medio Oriente assorbiranno oltre il 60 per cento dell’aumento del fabbisogno di energia nei prossimi anni. Un processo del resto previsto da tempo e in parte già in atto mentre il ruolo degli Stati Uniti tra i produttori di gas e petrolio potrebbe rendere più improbabile il distacco delle quotazioni energetiche dal dollaro propugnato oggi da Iran e Cina.
Al di là dell’impatto benefico sull’economia nazionale e sulla bilancia dei pagamenti, l’autonomia energetica potrebbe influire pesantemente sulle priorità strategiche di Washington e sulla percezione e difesa dei suoi interessi nazionali.

Mavi Marmara

La copertina del libro di Sefik Dinc
La copertina del libro di Sefik Dinc

Il 24 settembre, il giornalista turco Sefik Dinc ha concesso un’intervista al Canale televisivo 1. Dinc ha personalmente assistito al confronto che c’è stato sulla Mavi Marmara ed ha descritto l’incidente in un libro intitolato Kanli Mavi Marmara.

Il suo racconto è abbastanza equilibrato, dando un peso considerevole agli eventi che personalmente ha visto e vissuto (1).

Nell’intervista concessa a Channel 1, Dinc ribadito un punto fondamentale che ha riportato nel suo libro.

Ha detto che aveva visto con i propri occhi che i soldati dell’IDF discesi dagli elicotteri non hanno sparato sui passeggeri.
Secondo Dinc, i soldati non hanno sparato fino a quando i non si sono resi conto che alcuni colleghi erano in pericolo di vita (2)
Le descrizioni e le osservazioni aggiuntive fornite dal libro e nell’intervista sono coerenti con le testimonianze dei soldati israeliani che sbarcarono sul Mavi Marmara.

Esse sono in totale contraddizione con la ricostruzione fatta dall’ IHH sugli eventi della flottiglia e che si basa sulle testimonianze di parte di attivisti che erano a bordo.
Su tali testimonianze e pregiudiziali si è basato il rapporto unilaterale compilato dal Consiglio dei diritti umani e presumiamo che sarà la base della relazione della Turchia alla missione d’inchiesta delle Nazioni Unite.

After the three soldiers landed on the ship, they were beaten and taken to the ship’s interior.
After the three soldiers landed on the ship, they were beaten and taken to the ship’s interior.

Dinc è stato intervistato da Rafael Sadi, il portavoce dell’Organizzazione degli immigrati turchi in Israele. L’intervista è stata trascritta dal ITIC.

Intervistatore : Nel suo interessante libro, lei scrive che il governo turco non avrebbe dovuto lasciar salpare la flotta, perché?

Dinç: Israele ha dichiarato più volte che non avrebbe lasciato che le navi forzassero il blocco. Alla luce di tali dichiarazioni, noi tutti non abbiamo mai creduto che le navi potrebbero raggiungere Gaza. Le navi non avrebbe dovuto salpare dalla Turchia, ma le cose siano andate in quel modo dopo tutto.

Intervistatore : Secondo la sua testimonianza oculare, i soldati dell’IDF hanno aperto il fuoco solo quando hanno ritenuto che la loro vita o la vita dei loro commilitoni fosse in pericolo

Dinç: sapete, ero a bordo. Ho visto con i miei occhi che quando i soldati si sono calati dagli elicotteri e ha iniziato lo sbarco sulla nave non hanno sparato un colpo. E’ stato così fino a quando i soldati sono stati affrontati con violenza e si sono resi conto che alcuni di loro erano in pericolo di vita, allora hanno iniziato ad utilizzare munizioni vere.

Intervistatore : Ti sei accorto dell’uso di coltelli o comunque di sbarre di ferro?

The soldiers who rappelled from the helicopters were met with resistance from the passengers. The first three soldiers were caught, beaten with iron bars and wooden clubs, and taken to the space below the captain’s command bridge.
The soldiers who rappelled from the helicopters were met with resistance from the passengers. The first three soldiers were caught, beaten with iron bars and wooden clubs, and taken to the space below the captain’s command bridge.

Dinç: In realtà, non ho visto usare coltelli. Ho visto usare barre di ferro.

Intervistatore : nel suo libro lei descrive alcuni casi di trattamento umano da parte dei soldati dell’IDF, ai passeggeri detenuti, come la rimozione delle manette. Lei ha avuto anche un interessante incontro con un soldato Ebreo di origine turca che vi ha dato il suo cellulare.

Dinc : I soldati tolsero le manette ad alcune persone che avevano difficoltà, agli anziani in particolare, le donne e la gente che non aveva agito in modo aggressivo. Per quanto riguarda il poliziotto israeliano, il suo turco è stata eccellente, abbiamo parlato, e lui mi disse che era immigrato in Israele da Istanbul. Mi chiese se avevo contattato la mia famiglia e se avevo un telefono per effettuare una chiamata. Gli ho detto di no e lui mi ha dato il suo telefono cellulare per permettermi di chiamare la mia famiglia.

Intervistatore : Il suo libro è equilibrato e meno unilaterale. Non teme che non possa piacere al governo turco e che sarà oggetto di critiche?

Dinc : Quando ho iniziato a scrivere il libro, sapevo che a molti elementi in Turchia non sarebbe piaciuto come ai membri del IHH, il governo turco, ed anche al governo israeliano.

Intervistatore : la ringrazio molto e le auguro successo come giornalista imparziale.

(1) See September 15 Information Bulletin: “Preparations made by IHH for confrontation with the IDF and the violence exercised by that organization’s operatives as photographed and documented in a book by Şefik Dinç, a Turkish journalist who took part in the Mavi Marmara flotilla”.

(2) In his book, Dinç says that the first shots were heard only after three IDF soldiers were taken hostage and brought to the lower deck. (Nel suo libro, Dinc dice che i primi colpi sono stati sentiti solo dopo tre soldati israeliani sono stati presi in ostaggio e portati al ponte inferiore)

(3) ITIC emphasis throughout.

L’intervista in lingua originale

La fame a Gaza

Arabs only pay 1,5 per cent of the bill to run “Palestine”

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Al Jazeera English report on the “Gaza food shortage”

Gaza has been under Israeli blockade since Hamas took control of the Strip in 2007.

The siege has forced Gazans to rely on supplies smuggled through tunnels that go underneath the territory’s border with Egypt.

On Thursday, the Israeli government announced its decision to let in some items, but Hamas dismissed it as “just propaganda”.

Al Jazeera’s Nicole Johnston’s reports from Gaza.

The document below is a detailed breakdown of humanitarian aid to the Gaza Strip for June 6th-12th. The statistics include the amount of trucks and tons of aid imported this past week, as well as what goods were imported into the Strip.

As shown below: 578 trucks of humanitarian aid and 1,215,037 liters of diesel fuel were imported into Gaza this week.

Gaza Strip Merchandise and Humanitarian Aid June 6th – 12th, 2010

http://youtu.be/zQCGhoRx0r8

23.279 tons of aid from Israel to Gaza in one week

1.166 trucks on its way from Israel to Gaza.

Trucks carrying goods to Gaza
Trucks carrying goods to Gaza

Transfer of Gaza Strip Merchandise and Humanitarian Aid For the Week of August 1st-5th, 9 Aug. 2010.

The document below is an account of the amount of humanitarian merchandise and goods transferred to the Gaza Strip by COGAT (Coordinator of Government Activities in the Territories), as well as the number of people entering and exiting the Strip for the previous week (August 1st-5th).

Among other figures, please note that in the previous week 1,166 truckloads carrying 23,279 tons of humanitarian aid (including food, goods, and fuel) were transferred into the Gaza Strip, and 324 patients and accompanying individuals left the Strip for medical purposes inside Israel. .

Source: Israeli army (IDF)

Al-Jazeera report Gaza food shortage

http://youtu.be/OylqqeZGzRk

Ginevra e le sue convenzioni

Nei precedenti articoli abbiamo parlato del diritto di navigazione. In questo articolo abbiamo parlato delle convenzioni di Ginevra, così come in Questo ed in questo. Tutto aveva avuto origine da qui.
Naturalmente, scrivere tanto con prove documentate e foto non è servito a nulla perchè il disco rotto della propaganda antioccidentale ma soprattutto antisionista ha continuato a ripetere all’infinito le solite menzogne distorcendo realtà e fatti.
Negli ultimi avvertimenti si è fatto passare dell’illegalità del blocco navale. Si è battuto sul fatto che sia Israele ad effettuare tale blocco … ne più ne meno come il muro che isola la striscia di Gaza.

palestinesi a rafah passano il muro costruito dall'Egitto, dopo averlo fatto saltare con l'esplosivo
palestinesi a rafah passano il muro costruito dall’Egitto, dopo averlo fatto saltare con l’esplosivo

Ovviamente, ci si è dimenticati che anche l’Egitto fa il blocco navale nelle stesse acque e contro Gaza … ed anche il muro

Naturalmente ci si scatena contro Israele. che viola le regole. Allora visto che le regole sono violate si ristabilisce la legalità … benissimo!
I poveri abitanti di Gaza muoino di fame (Roots The Club Restaurant located in Gaza, Palestine Owned by Cactus for Development and Investment ) e quindi bisogna forzare il blocco navale. Ecco che i nostri eroi organizzano una nuova spedizione con l’appoggio della mezzaluna rossa.

Naturalmente Israele dovrà aprire il passaggio sulla fiducia, visto che il blocco è stato fatto, anche dall’Egitto, per impedire il rifornimento di armi ai terroristi di Hamas.

Certo immensa fiducia dato che la mezzaluna rossa ed anche l’ONU mettono a disposizione di quei terroristi le loro ambulanze :

terrorista armato che si nasconde in un'ambulanza della mezzaluna rossa
terrorista armato che si nasconde in un’ambulanza della mezzaluna rossa

Godetevi questo filmato dove si vedono benissimo armati che ingaggiano un combattimento e poi si nascondono nelle ambulanze dell’ONU

Naturalmente se Israele dovesse fermare le navi o addirittura sparargli contro tutti starnazzeranno contro la violazione delle convenzioni di Ginevra. Attenzione però, si dimenticheranno di dirvi che in base a quelle convenzioni se un’ambulanza, un luogo di culto, una scuola, etc, sono usati per portare attacchi o usati come magazzini di armi perdono il loro statuto di luoghi protetti.

Naturalmente Israele dovrebbe farsi distruggere da questi qui :

hezbollah hamas nazi salute.jpg
hezbollah hamas nazi salute