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Guerra o terrorismo?

ARP4334450_MGZOOM E’ inutile che l’Occidente perseveri nel declamare di non avere nemici. Sono altri, ben identificati attori della scena internazionale che hanno eletto l’Occidente a loro nemico. E lo attaccano, mirando a sconfiggerlo e a dominarlo. Ma lo spettro dei benpensanti è vastissimo. Se ne contano le tipologie più varie. Quelli che sono codardi o credono di essere furbi, pensando comunque di cavarsela e di continuare a godersi la propria rendita, tanto altri prima o poi si faranno carico della situazione e la risolveranno. Magari pensano agli Stati Uniti, che hanno abituato male gli Europei, ma Obama esprime ora un’ America ben diversa dal passato.
497050572-001_MGZOOM1Quelli che hanno comunque interesse: mettersi prima o poi d’ accordo con l’Islam rende a chi ha posizioni o soldi da perdere, come alla fine arguisce il decadente protagonista di “Sottomissione”, il romanzo di Houellebecq che di recente ha scalato tutte le classifiche. O come taluni maggiorenti ebrei tragicamente pensarono rispetto ai nazisti, all’inizio dei pogrom. Quelli che fanno un ragionamento politico e si credono astuti, tanto da essere illusoriamente alla ricerca di un quinto stato da gettare in una prossima, improbabile lotta di classe e costruirci sopra una nuova casta di sacerdoti della rivoluzione. Quelli che sono più o meno apertamente conniventi. In particolare l’Europa, il continente più moderno ed avanzato, alimenta ed accarezza da tempo questa categoria di soggetti che si caratterizzano per l’ odio di sé e della società cui appartengono: qualunque estraneo, specie se selvaggio e primitivo, è per essi un mito anche perché non ne vivono la realtà, ma dai loro comodi salotti ne coltivano l’utopia. Non appartengono difatti per lo più ai gruppi meno agiati e fortunati e si collocano nella categoria dei mantenuti, o dai loro privilegi o dalle tasse che pagano le classi produttive.
2015-11-13T224504Z_1910309158_GF20000058453_RTRMADP_3_FRANCE-SHOOTING_MGZOOM1Quelli che sono genuinamente convinti che la civiltà dei diritti imponga la conciliazione ad ogni costo. Si tratta di una grande massa di individui, fortemente condizionata dai padroni dall’ attuale industria politica e culturale, che da un mutamento di rotta delle opinioni pubbliche potrebbe essere spazzata via. Costoro, i padroni, sono purtroppo i più efficaci e, dopo ogni evento terroristico clamoroso, si assumono la regia delle immancabili marce, talune anche sotto forma di adunate oceaniche, imponenti ma sterili; utili solo ad imbrigliare le inevitabili reazioni e le paure collettive, pilotandole verso esiti improduttivi e temporanee assuefazioni, in attesa della tragedia successiva. E’ altresì inutile asserire che l’Islam violento e fondamentalista è una minoranza rispetto all’enorme insieme del mondo musulmano. Già il fatto che siamo di fronte ad una religione composta da un miliardo e mezzo almeno di fedeli è sufficiente affinché anche una ridottissima componente debba essere considerata molto temibile. Vi sarebbe poi da esplorare l’ area grigia dell’ attendismo, che spesso simpatizza ma non rischia: i successi hanno sempre presa e convincono alla scelta. Certamente le imprese terroristiche, ultime quelle di Parigi, hanno un effetto galvanizzante che non deve essere trascurato.
LAPR0137_MGZOOMMa la teoria secondo cui una minoranza non potrebbe mai essere decisiva risiede in un adesione fideistica al metodo democratico, tanto da accettarne le forme anche quando sono esiziali per esso stesso, pur di salvarne la facciata. E’ il frutto di un’ inconsistente dimestichezza con la storia, anche recente. Forse che Lenin, Mussolini ed Hitler furono portati al potere da maggioranze popolari qualificate? Il consenso lo costruirono dopo aver abilmente manovrato le poche ma determinanti risorse di cui all’ inizio seppero disporre. Per avere qualche elemento di riflessione al riguardo basterebbe scorrere il saggio “Tecnica di un colpo di Stato” di Curzio Malaparte. Del resto, pur in un contesto dai tratti assai diversi dal periodo delle dittature, il nostro Presidente del Consiglio ha conquistato senza essere eletto la leadership nazionale, salvo provare a mantenerla attraverso ardite soluzioni di ingegneria elettorale. Hkg10230499_MGZOOMSe poi passiamo a parlare di cosa dobbiamo attenderci dopo gli ultimi fatti di Parigi, è prevedibile che non avverranno cambiamenti significativi. Le classi dirigenti delle nostre parti troveranno sicuramente un Chamberlain qualsiasi che potrà scendere dal’ aereo e dichiarare “Pace, pace, pace”. Rimpiangeremo di non avere politici almeno del calibro di Thatcher, Khol e Reagan. Nei fatti servirebbe un’ azione ben più realistica e risoluta di quella condotta nel recente passato. Si è civettato con le primavere arabe quando era evidente che non ne sarebbe scaturita alcuna estate, ma si andava diritti all’ inverno. In Libia ed in Siria sono stati commessi errori madornali: in quelle aree il caos non è mai preferibile ad un regime stabile, anche se purtroppo dispotico. La Turchia un giorno è nella NATO ed il giorno dopo pensa alla Sharia. Quanto ad Israele la diplomazia dell’Unione europea esiste solo per dichiarare l’embargo sui prodotti dei coloni. Putin è sempre guardato con maggior sospetto: pur di attaccarlo ed escluderlo va bene anche il doping. Perché allora non sciogliere la FIFA dopo i casi di Blatter e Platini, o metter fuori la Germania dai prossimi mondiali di calcio se avesse pagato per avere l’edizione del 2006?
LAPR0157_MGZOOMSul piano delle politiche e delle misure da adottare in ambito europeo, occorrerebbe maggiormente considerare che il terrorismo islamico combatte in primo luogo contro alcuni Stati dell’ area mediorientale e nordafricana. Perché non appoggiare in modo più sistematico queste nazioni, Egitto e Tunisia per primi? Sul piano interno sarebbe opportuno interrogarsi se i principi giustamente garantisti, specie in un contesto di criminalità agreste, possano seguitare a sussistere nella loro pienezza a fronte della minaccia portata da tagliagole o da eroici giustizieri di ragazzi in discoteca. In Italia potremmo arrivare ad avere nostalgia di certi Ministri dell’ Interno di democristiana memoria e di taluni ministri ombra del PCI. Avranno avuto i loro limiti, ma almeno possedevano il senso dello Stato e delle Istituzioni. Gli eventi potrebbero porci di fronte a scenari gravissimi.
1416083745336_wps_65_Jihadi_John_Alan_HenningIl terrore islamista è un fenomeno con caratteristiche belliche, ancorché asimmetriche. E’ molto diverso dalle Brigate rosse, nere ed altre aggregazioni del genere, che tutto sommato furono combattute e vinte con provvedimenti di polizia e con il codice penale. Nel caso dell’ ISIS e di Al Qaeda dovrebbe continuare a soccorrere l’ ombrello dell’ Onu. Ma se il nostro Parlamento fosse posto di fronte alla dichiarazione dello stato di guerra il Premier chiederebbe forse a Verdini di votarlo? E tuttavia l’ Italia, ad eccezione dell’ attentato al consolato nella capitale egiziana, non è stata finora oggetto di azioni terroristiche eclatanti. Anche se in numerosi siti siamo ben individuati come obiettivi specifici e dichiarazioni anche ufficiali delle autorità nazionali confermano la pericolosità e l’ attualità della minaccia. Avendo una certa familiarità in ambito forze di polizia, siamo portati ad ascrivere agli apparati di sicurezza il merito del risultato, conoscendone la professionalità, l’incisività dell’ azione e l’ attitudine all’ impegno costante.
Esecuzione-untitledSi potrebbe anche ritenere che abbiano per ora avuto effetti postivi una linea politica che riesce spesso a farsi percepire come autonoma ed originale, rispetto a quelle di altri paesi dell’ area occidentale, in ambito mediterraneo e mediorientale; ed anche un Vaticano, sebbene nel mirino di taluni proclami presenti nella rete, distante anni luce dal pur recente discorso di Ratisbona. Ad ogni buon conto non è sicuramente il caso che ci ha tenuto al riparo da iniziative efferate. Come pure è necessaria ogni consapevolezza rispetto a potenziali, più nefaste evoluzioni. In sostanza bisogna lavorare a piani di emergenza che consentano di affrontare al meglio ogni possibile situazione. Non sono problemi di protezione civile. Si tratta di ben altro. Auguriamoci che si riesca sempre a prevenire e che nulla accada. “Si vis pacem para bellum”: Vegezio la pensava così nel quarto secolo, ma il concetto è ancora attuale; salvo non si ritenga che di fronte ad un terrorista con la cintura esplosiva si debba chiedere la soluzione al sostituto procuratore di turno.

di Carlo Corbinelli Foto: Getty Images, Stato Islamico

La Ue vuole sabotare South Stream

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Vox aveva lanciato l’allarme durante i ‘giorni’ della Crimea. L’Unione europea è pronta a fare l’ennesimo danno all’Italia (dopo il bombardamento della Libia con la scusa della primavera araba), alla sua economia e alla sua sicurezza energetica.

La Ue infatti è pronta a congelare i piani per il completamento del gasdotto da 40 miliardi di euro South Stream per ‘punire’ il Cremlino.

I dettagli sono emersi in un briefing trapelato tra il capo della Commissione europea, Jose Manuel Barroso, e politici bulgari, nei quali minacciava il paese di non ostacolare la nuova linea dura dell’UE sul progetto e minare l’unanimita: “Stiamo dicendo alla Bulgaria di stare molto attenta”, la minaccia mafiosa, secondo quanto riportato nella stampa bulgara.

Se sono vere le cose apparse sui media bulgari, si dimostra che il governo italiano non si sta opponendo al blocco del progetto essenziale per l’Italia e la sua economia. Come al solito, e più del solito con Renzi, una politica a novanta gradi.

E con il congelamento, anche dei nostri sedere i prossimi inverni, andrà a farsi benedire la commessa del valore di circa 2 miliardi di euro affidata a Saipem Italia per costruire il tratto off-shore del percorso sotto il Mar Nero dalla Russia alla Bulgaria. La costruzione era prevista per il mese di giugno.

001Secondo i media, Barroso avrebbe detto che ci sono “persone in Bulgaria , che sono agenti della Russia “, un riferimento alle figure del partito socialista al governo , che hanno cercato di concludere un accordo bilaterale con il Cremlino .
Nella Ue invece, gli agenti americani sono a Bruxelles, direttamente a capo della Commissione.

Ufficialmente, Bruxelles è stato evasivo circa il progetto South Stream. La linea ufficiale è che i piani sono ancora vivi , ma i commenti trapelati  confermano che gli agenti americani nella Ue, dei quali Barroso è un esponente di spicco, stanno alacremente lavorando perché sia politicamente ucciso, a favore del progetto antagonista “Nabucco” con al centro la Turchia.

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Il TAP, gasdotto che metterebbe l’Europa nelle mani turche, disegno geopolitico americano da decenni. Così dipenderemo sempre di più dalle economie islamiche.

Il gruppo tedesco Siemens, come Saipem, ha firmato un contratto con Gazprom la scorsa settimana per la fornitura di sistemi di controllo per South Stream. In questo caso Italia e Germania hanno interessi convergenti da far valere.

Il progetto South Stream – già ben avviato e destinato a produrre gas entro il 2015 –  dalla Siberia al Caucaso e poi verso i Balcani, aggirerebbe completamente l’Ucraina ed il Kosovo, mettendo di fatto le nazioni dell’Europa occidentale al riparo dei ricatti di Kiev e do Boston come invece avvenuto qualche anno fa, e come potrebbe accadere ancora.

In Egitto il corano è legge

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Mohammed Morsi

l’Egitto è governato dal Corano.
I risultati ufficiali del referendum sulla Costitu­zione non arriveranno prima del voto di altri 17 governatora­ti.
Poco importa.
I nove governatorati dove si sta svolgendo il primo scrutinio comprendono il Cai­ro, roccaforte del voto laico e copto e qui i Fratelli Musulma­ni si attribuiscono 4milioni e 604mila sì contro 3 milioni e 539mila no.
Dunque si conside­rano vittoriosi e danno per ap­provata la Costituzione basata sulla sharia.
Chi potrà smentir­li?
Il loro referendum-lampo è stato organizzato in due setti­mane senza la supervisione del potere giudiziario e senza lo straccio di un osservatore inter­nazionale. A questo punto l’op­posizione laica e cristiano cop­ta non ha nessuno a cui appel­larsi.
L’Occidente e la comuni­tà internazionale, Barack Oba­ma in testa, assistono accondi­scendenti ai diktat del presiden­te Mohamad Morsi.
I generali schieratisi con gli islamisti in cambio di una Costituzione che preserva i loro privilegi han­no rinunciato al ruolo di difen­sori della laicità. Dunque è tem­po di guardare ai cambiamenti che verranno introdotti grazie alla Costituzione ratificata dal referendum.
La prima svolta è già in quell’ articolo 1 che definisce il popo­lo egiziano «parte della nazio­ne islamica». Grazie a questa definizione cristiani e laici ven­gono assimilati alla maggioran­za islamista. Su scala mondiale diventano parte della «umma» la comunità islamica.
L’artico­lo 2 che impone l’islam come «religione di stato» e i principi della sharia come principale fonte legislativa è solo apparen­tem­ente simile alla vecchia Co­stituzione. Il trucco si nascon­de all’articolo 229 dove si speci­fica che «i principi della sharia sono le regole giuridiche fonda­mentali, i principi e le fonti scrit­te riconosciute dalla scuola giu­ridica sunnita». Il Parlamento perde insomma la propria auto­nomia, e deve sottoporsi al po­tere discernente delle autorità islamiche che potranno boccia­re le sue leggi.
Il sistema politico basato «sui principi della democrazia e del­la shura » evocato all’articolo 6 è un altro sbandamento verso l’islamismo fondamentalista. Il termine «shura» è altamente ambiguo perché nell’accezio­ne salafita indica un assemblea consultiva, non eletta, formata solo da musulmani e priva di po­teri legislativi.
L’articolo 10 poi è l’apoteosi essendo la spada di Da­mo­cle sospesa sulla testa del ge­nere femminile perché ignora l’obbligo per lo stato, previsto in passato, di rispettare l’ugua­glianza tra uomo e donna.
Nel nuovo Egitto «la famiglia è la ba­se della società ed è fondata su religione, morale e patriotti­smo… lo stato concilierà i dove­ri della donna verso la famiglia con quelli del lavoro».
In prati­ca la donna non può più decide­re la propria vita né svolgere un lavoro autonomo. Per lei deci­dono la famiglia ed eventual­mente lo stato dei Fratelli Mu­sulmani.
Chi ora griderà all’intolleran­za e si straccerà le vesti nel no­me dei diritti delle donne avreb­be fatto meglio ad ascoltare le promesse di Morsi durante la campagna elettorale. «Tutti concordano – spiegava a giu­gno il candidato Morsi – che la sharia è la Costituzione e guida ogni aspetto della vita. Solo quanto espresso nel Corano sa­rà letto e ascoltato… sarà la base per tutte questioni pertinenti la popolazione – non solo musul­mana- e le loro attività…».
Son passati neanche sei mesi ed il Corano è diventato legge, con tanti saluti a quanti sogna­vano un governo dei Fratelli Musulmani ispirato ai principi della democrazia e della liber­tà.
Serve ancora altro per dimostrare che l’islam è solo un passo indietro che che distrugge tutti i fondamenti della modernità?

Così la fragile Europa ha venduto all’emiro il voto per la Palestina

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monti svende l’Italia e Israele

STRATEGIA DI SCAMBIO

Gli investimenti del Qatar Dall’Italia alla Spagna: pioggia di dollari ai Paesi che poi all’Onu hanno voltato le spalle a Israele
Prima si son comprati l’Eu­ropa, poi il suo voto.
Die­tr­o il terremoto diploma­tico che ha portato Italia ed Eu­ropa ad ap­poggiare il ri­conoscimen­to della Pale­stina come Stato osserva­tore all’Onu c’è l’ombra de­gli investi­menti miliar­dari del Qa­tar. Investi­menti capaci, complice la perdurante crisi, di far per­dere la testa al Vecchio Con­tinente ­e spin­gerlo ad accet­tare le incogni­te del fonda­mentalismo.
Il prologo del­l’imminente rivolgimento erano state la crisi libica e quella siria­na. In entram­bi i casi molti Paesi europei hanno appog­gia­to gruppi ri­belli legati a doppio filo al­l’­integrali­smo islamico, fidandosi esclusivamen­te delle «ga­ranzie » di Doha.
Il voto di giovedì al Palaz­zo di Vetro è la dimostrazione più eclatante di come i 326 trilio­ni di metri cubi di gas (terza ri­serva del pianeta) su cui galleg­gia il Qatar siano ormai la vera leva capace di manovrare un’Europa piegata da una crisi economica, politica e ideale.

L’Italia è un esempio elo­quente.

italia-qatar: monti, grande amicizia tra i due paesi
italia-qatar: monti, grande amicizia tra i due paesi

Non paga di essersi fat­ta scippare i propri investimen­ti energetici in Libia e di aver ri­nunciato a importanti commes­se in Siria, non esita a gettare al­le ortiche la linea politica che da oltre un decennio la lega a Israele.
La sbalorditiva piroetta diplomatica è la logica conse­guenza della recente visita di Mario Monti nell’emirato. Du­rante la visita è arrivato il via li­bera alla Qatar Holding LLC per pilotare i propri investimen­ti d’in­tesa con il Fondo Strategi­co Italiano, la holding controlla­ta dalla Cassa depositi e presti­ti.
Dietro i 300 milioni di euro iniziali si prefigurano spericola­te operazioni per svariati miliar­di. Operazioni che potrebbero garantire a Doha il controllo di un 3 per cento dell’Eni e l’entra­ta nella cabina di regia di molte acciaccate banche della Peniso­la.
L’Italia non è però né la pri­ma, né la sola a essersi fatta am­maliare dall’oro del Qatar. La mappa del voto europeo al­l’Onu, incrociata con quella de­gli investimenti degli emiri, è da questo punto di vista assai eloquente.
L’unico «no» al rico­noscimento della Palestina arri­va dalla Repubblica Ceca, uno dei pochi Paesi a non aver bene­ficiato dei miliardi dell’emira­to.
Londra non esita, invece, ad astenersi rompendo la tradizio­nale alleanza politica con Washington.
Dietro la scelta ci sono i quasi due miliardi di eu­ro sborsati dal Qatar per acqui­stare i grandi magazzini Harro­ds, il finanziamento al 95 per cento della monumentale Shard Tower di Londra, l’edifi­cio più alto d’Europa, e l’entra­ta nel capitale azionario della Shell, la compagnia petrolifera simbolo del Regno Unito.
Il pa­norama dagli investimenti di Doha in Spagna, Portogallo e Francia è però ancor più elo­quente.
Dopo aver piazzato al Qatar immobili sugli Champs Elysees per 500 milioni, il con­trollo del Paris Saint Germain, i diritti televisivi del proprio cal­cio e i cacciabombardieri Mira­ge usati per bombardare la Li­bia, Parigi si è trasformata nella più strenua sostenitrice di una politica euro­pea filopalesti­nese.
Spagna e Portogallo non sono cer­to più disinte­ressati.
Il sì di Madrid alla Palestina è sta­to preceduto dall’acquisto della squadra del Malaga e dagli investi­menti per 2 mi­liardi di euro che hanno portato all’ac­quisizione del 6 per cen­to di Iberdro­la, la società elettrica spa­gnola sull’or­lo del collasso finanziario.
Una manovra replicata in fo­toc­opia in Por­togallo dove la Qatar Inve­stment Autho­rity controlla il 2,018% di «Energias de Portugal».
Dietro que­sta smodata voglia d’inve­stimenti si ce­lano ovvia­mente le mire politiche di Hamad bin Khalifa al-Thani.
Lo scorso ottobre l’emiro del Qatar è stato il pri­mo capo di stato a legittimare Hamas recandosi in visita a Ga­za e offrendo all’organizzazio­ne fondamentalista investi­menti per oltre 300 milioni di euro ( e armi acquisite dall’iran).
Lo stesso emiro non si è mai fatto problemi a garantire ospitalità ai più discussi leader dell’organizzazione integrali­sta.
Khaled Meshaal, il capo di Hamas ispiratore della strate­gia degli attentati kamikaze, uti­lizza da anni una comoda e lus­suosa residenza messagli a di­sposizione in quel di Doha.
Nul­la di strano per un emiro pronto a favorire l’ascesa di Hamas an­che in Cisgiordania, usando le proprie ricchezze.
Un po’ più inusuale la dispo­nibilità europea ad un simile mercimonio politico-strategi­co.

di Gian Micalessin da Il Giornale del 1 dicembre 2012

L’occidente si arrende ai jihadisti

primavera-arabaE’ sotto gli occhi di tutti il cambiamento portato dalle cosiddette primavere arabe, alle quali l’Occidente, con l’Unione europea in prima fila, ha contribuito.
Quanta libertà, democrazia e tolleranza religiosa ci sono nel nuovo Egitto?
E in Tunisia, dove sarebbe in atto una campagna di islamizzazione del Paese svelata da un’intercettazione, in cui il leader del partito al governo  incoraggia i fondamentalisti salafiti a fondare radio, tv e scuole coraniche?
E in Libia, dove hanno trucidato l’ambasciatore americano e continuano a uccidere o a imprigionare per motivi politici o religiosi? Verificato sul campo il fallimento del progresso democratico in questi Paesi, perché mai dovremmo favorire, magari con un impegno militare,il rovesciamento del regime siriano?
In Europa continuano a sparlare di diritti umani e di un ipotetico cammino verso la libertà. E fanno finta di non vedere quello che accade sull’altra sponda del Mediterraneo.
La Siria è stata definita un paese canaglia per il suo sostegno e la sua nefasta influenza sul Libano degli hezbollah, sugli integralisti palestinesi di Hamas e per l’abbraccio mortale con l’Iran. D’accordo, ma lasciateci essere un po’ scettici sul futuro di una ”Damasco liberata”.
Non vorremmo abbracciare le tesi della Russia, che ha notevoli interessi economici e strategici in questa delicata area, ma visto l’epilogo delle “primavere” non possiamo certo chiudere gli occhi.
Assad è un dittatore e la repressione del regime è sanguinosa? Bella scoperta. Ma guardiamo in faccia la realtà: era meglio l’Egitto di Mubarak o quello di oggi?
Era meglio la Tunisia di Ben Ali o quella di oggi?
Era meglio la Libia di Gheddafi o quella di oggi?
E quando diciamo meglio, lo intendiamo sia per le popolazioni sia per i riflessi sul nostro Paese e sull’Europa. E non è solo una questione di libertà religiosa.
Sia in Siria sia negli altri regimi arabi caduti, le minoranze religiose, come quella cristiana, erano tutelate. Ora non più. Quindi c’è poco da sbraitare contro le dittature arabe, perché sono proprio quelle dittature che, finché ci ha fatto comodo, hanno garantito la stabilità nel Mediterraneo.
Quello che ci fa sorridere è la posizione della diplomazia italiana e del nostro ministro Giulio Terzi, che auspica una convergenza di Mosca sulle posizioni europee.
La Russia, come sappiamo, considera le primavere arabe un segno di instabilità regionale e non un passo verso la democrazia. Possiamo darle torto?
Ma Terzi, di cui ricordiamo l’incisivo contributo per la liberazione dei nostri marò prigionieri in India (sono ancora là dopo otto mesi), si dà la risposta da solo: “C’è un rischio jihad nel Nord Africa. Queste formazioni si sono avvantaggiate dalla diminuita capacità di controllo di alcuni paesi.” Chissà chi ha contribuito a diminuirla. E ancora: “Il rischio al-Qaeda c’è.”
Come in Siria, dove non solo è preponderante la componente fondamentalista, ma c’è anche una forte presenza di qaedisti tra gli insorti.
Le cancellerie europee perciò hanno poco da meravigliarsi se la Russia sia poco propensa a consegnare Damasco agli integralisti incontrollabili. Un epilogo, poi, che dovrebbe preoccupare anche Israele. Certo, la Siria di Assad è per Gerusalemme un nemico acerrimo, con cui non è mai riuscita a firmare un trattato di pace. Ma è meglio avere alla porta un nemico che conosci o un nemico imprevedibile?

di Riccardo Pelliccetti

Oltre all’ambasciatore, gli islamisti vogliono uccidere la libertà d’espressione

ambasciatore bengasi Chris Stevens
L’ambasciatore americano a Bengasi Chris Stevens berbaramente ucciso daigli islamici

La democrazia l’ha acquisita a caro prezzo. Da Ratisbona alla “fatwa di Saint-Germain-des-Prés”, ora è sotto attacco
Le democrazie sono depositarie di un tesoro fragile e deperibile: la libertà d’espressione. Questa sembra incrinarsi, mentre un altro video dozzinale sull’islam fa il giro del mondo e miete vittime nel corpo diplomatico americano. Ieri su Repubblica Barbara Spinelli invitava a trovare un equilibrio fra libertà e responsabilità. Certamente esiste uno sciatto secolarismo, un gusto militante alla provocazione, che ferisce il sentimento del sacro nella comunità islamica, consegnando la rabbia contro la profanazione alla guida politica dei fondamentalisti. Ma Spinelli non centra il cuore del conflitto fra islamismo e “blasfemia”, come la chiamano i musulmani. E’ piuttosto il tentativo islamista di imporre le regole dei taglia-lingue anche in occidente. Ne è appena stata vittima Richard Millet, editor e autore cacciato da Gallimard per aver espresso idee diverse da quelle del conformismo multiculturale. Non a caso Elisabeth Lévy, direttrice della rivista Causeur, intellettuale non arruolabile nella pattuglia degli “xenofobi”, ieri non usava mezzi termini e parlava della “fatwa di Saint-Germain-des-Prés”.
Il diritto di esprimere la propria opinione, anche in modo traumatizzante, di mettere in discussione i tabù, fossero pure maggioritari, le democrazie occidentali l’hanno pagato caro. L’autocensura preventiva, la ritirata strategica di fronte alla furia islamista, sarebbero una regressione epocale. L’omicida fondamentalista è prima di tutto un assassino ideologico.
Spinelli scrive che “un Voltaire permissivo non è mai esistito (non è sua la frase ‘Disapprovo quel che dite, ma lotterò fino alla morte perché possiate dirlo’)”. A parte il fatto che l’apostolo della libertà di critica pronunciò davvero quella frase. Ma c’è di più. Voltaire, che si evoca a man bassa soltanto quando c’è di mezzo la chiesa cattolica, non rischiò la vita per mano di nemici che potevano scambiarsi informazioni su Internet per pianificarne la decapitazione sugli Champs-Elysées, come è successo a Theo van Gogh e poteva accadere a Robert Redeker, quello di “une fatwa au pays de Voltaire”. Due giorni fa a Bruxelles, di fronte alla classe dirigente europea, Mohammed Morsi, fratello musulmano e presidente egiziano, ha scandito: “Maometto non si tocca”. Parole grandiose, roboanti, una sfida politica e teologica all’Europa postmoderna. E infatti un intellettuale della gauche come Pascal Bruckner ha scritto che “l’islamofobia sta diventando un reato di opinione analogo a quello che si perpetrava un tempo, in Unione sovietica, contro i nemici del popolo”. L’invenzione di questo reato ideologico, che è una cosa ben diversa dall’attacco razzista ai musulmani in quanto persone, svolge molte funzioni: negare, per legittimarla meglio, la realtà di un’offensiva fondamentalista; indurire la mano di chi scrive; costringere gli occidentali alla difensiva; intimidire i “cattivi musulmani” interessati al cambiamento, e come dice Bruckner, “riabilitare l’offesa d’opinione per chiudere la bocca ai contraddittori”. Grazie a quest’offensiva, e al fatto che ormai soltanto qualche mosca bianca si avventura nella difesa della libertà di parola, da noi abbonda la paura.
Quattro anni fa la Tate Gallery di Londra ritirò l’opera “God is great” di John Latham a causa delle minacce. L’opera di Latham mostrava Bibbia, Corano e Talmud tranciati di netto da una lastra di vetro. Il critico d’arte Richard Cork accusò l’establishment britannico di svendere la libertà d’espressione: “Quando si inizia a pensare così, il cielo è il solo limite”. Per questo non è nostro diritto disquisire sulla bellezza dei video che si realizzano di là e di qua dell’oceano, sugli articoli che si scrivono, sulle opere d’arte che si esibiscono, sulle vignette che si disegnano. In occidente abbiamo conquistato a caro prezzo la libertà di farlo. Non spetta agli antichi custodi del fuoco il permesso di concedere il diritto di pensiero o parola. Non sono belle le caricature sul Profeta. Non sono belle le fotografie dell’iraniana Sooreh Hera. Non è bello “Fitna” di Geert Wilders. Ma in gioco non ci sono l’eleganza o il bon ton, ma un’Europa sottomessa al verbo incendiario di chi non tollera dissenso e critica.
Se l’11 settembre 2001 ha rappresentato l’avvio del jihad contro l’occidente, di cui l’attacco in Libia è l’ennesimo capitolo, il 12 settembre 2006 ha costituito il livello più alto di una insidiosa sottomissione degli ideali dell’occidente e di coloro che li proclamano, siano essi giornalisti, scrittori, vignettisti o pontefici. Quel giorno Papa Benedetto XVI tornò in Baviera, la terra dove è nato e ha iniziato a insegnare. All’Università di Ratisbona, Ratzinger tenne una lezione sulle radici della civiltà, citando una frase dell’imperatore di Bisanzio Manuele II Paleologo sull’islam. Il linciaggio a cui fu sottoposto il Papa nella umma e in occidente assunse una dimensione d’assedio sensazionale (sacerdoti furono anche martirizzati). Di quella campagna di criminalizzazione sono sentine anche l’omicidio Van Gogh, l’attacco al giornale Charlie Hebdo, la casa-bunker dei vignettisti danesi e i processi che si celebrano in occidente agli “islamofobi”.
Non possiamo permetterci di fare concessioni a chi vorrebbe scambiare la cittadinanza con il giogo, la common law con la sharia, l’ironia con la paura, il diritto di parola con la fatwa e la rappresentazione con la sottomissione. Equivarrebbe alla fine dell’occidente così come lo abbiamo conosciuto.

di Giulio Meotti da “Il Foglio” del 15 settembre 2012