Tag: fidanzata

Kyenge : genitore 1 e 2?

fra“Ma quale genitore 1 e genitore 2!
Non c’è altra definizione: è diabolico. Qualcosa di pervertito. La cancellazione dell’identità di genere nella genitorialità è una follia, ministro Kyenge”.
Così lo psichiatra e psicoterapeuta, criminologo e docente di psichiatria forense Alessandro Meluzzi al quotidiano online IntelligoNews.
“Negando la presenza del maschile e del femminile nel nome di una specie di delirio paranoico mascherato da politicamente corretto, si nega la realtà della realtà. Anche negando Dio, non cambia nulla.
In termini darwiniani: se la natura ha creato la meiosi, cioè la diversità tra maschile e femminile, avrà la sue ragioni.
Questo appiattimento e abbrutimento nel nome dell’uguaglianza ha qualcosa di pervertito che può portare danni irreparabili per la specie umana.

IN FAMIGLIA SECONDO LA DOTTRINA KYENGE:

Genitore n. 1, il Genitore n. 2 ha detto che Fratello n. 1 sta studiando la legge sull’omofobia, perchè quella sul femminicidio la conosce già grazie alla spiegazione di sorella n. 4, che – fidanzata con un operatore ecologico – ha scoperto che anche ai non vedenti piace copulare con generi femminili diversamente bianche.
Inoltre sai che quel rusticamente inclinato del parente n. 1, involontariamente provvisto di tempo libero, ha delle preferenze farmacologiche?
Oltreché diversamente attraente è davvero differentemente intelligente. Povera la parente n. 2, tecnica domestica.

TRADUZIONE:

Mamma, sai che Papà ha detto che Piero sta studiando una legge sui froci, perchè quella sui criminali la conosce già grazie a Tina che  fidanzata con uno spazzino ha scoperto che anche ai ciechi piace scopare le donne di colore. Inoltre, quel buzzurro dello zio, disoccupato, si fa le pere? Oltreché brutto è davvero stupido. Povera zia casalinga.

Se la sinistra continuerà a governare, della cultura Italiana non rimarrà nulla

 

Ammazziamoli tutti in nome del popolo italiano

Art. 2.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà  politica, economica e sociale.

Art. 3.

Tutti i cittadini hanno pari dignità  sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà  e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 32.

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Bella la nostra costituzione peccato che vale solo pochi e non per i 3500 disgraziati che attualmente si trovano in stato vegetativo senza cure, senza nulla!
3500 è una conta stimata sulle degenze ospedaliere ma la maggior parte è abbandonata a se stessa e curata in famiglia nelle case private. Una marea di persone senza voce che non ha il tempo di scendere in piazza per urlare perchè si deve prendere cura dei loro cari, perchè deve guadagnare per sopravvivere… Ma queste persone possono essere curate!

Di seguito alcune testimonianze prese da qui : http://www.salvatorecrisafulli.it/index.htm (sicuramente ci sarà qualche ignobile che leggendo la provenienza troverà il modo per imbrattare il blog con insulti)

Allora si può capire la disperazione della famiglia di Englaro. Come al solito, lo Stato, invece di impegnarsi per trovare una soluzione e fornire quei servizi che sono dovuti ai cittadini, sanciti dalla costituzione, ha preferito rimuovere il soggetto : in questo caso, Eluana.

Dove stanno i sinistri urlatori della solidarietà? Dove stanno i radicali che rivendicano la libertà individuale e la dignità dell’individuo? Dov’è la coerenza, l’onesta intellettuale? Dove sono i diritti costituzionali?

Dov’è, sopratutto, il rispetto di una costituzione che viene tirata come la pelle dello scroto solo per i propri interessi politici? Non dovrebbe essere il cittadino al di sopra di tutto? Non dovrebbe essere il cittadino al centro dell’interesse della politica?

Adesso, voi che avete urlato e che è stato soddisfatto il vostro diritto alla “morte” date spazio e voce a chi vuole il diritto alla “vita” se ne avete il coraggio e dimostrate che avete rispetto anche per i diritti altrui e non solo per i vostri.

Cristina Magrini

Cristina Magrini 42 anni, in Stato Vegetativo Permanente da 27 anni vittima di uno spaventoso incidente stradale vive a Sarzana (SP) solamente con il padre Romano di 75 anni, la madre morì 16 anni fà. La sua poca famiglia ne a viste di tutti i colori in questi lunghissimi 27 anni. Dicevamo è assistita dal padre -in questi anni abbiamo avuto massima solidarietà dalle persone comuni, al tutt’oggi non usufruisce della legge 162. La Asl gli passa un fisioterapista 2 ore al giorno Lu – Ve, non esiste l’infermiere. il Comune di Sarzana per 6 giorni la settimana gli a concesso per 3 ore al giorno (la mattina) una Assistente per pulirla. Invece la Cassa di Risparmio di La Spezia le concede una badante per 4 ore il pomeriggio per nutrirla. – Mesi addietro provai a portare mia figlia in un centro RSA rimase 20 giorni, ma poi fui costretto a riportarla via, perchè le case di riposo in generale prendono pazienti che portano la Peg, pertanto essendo che mia figlia si nutre per bocca non era un centro idoneo- “in linea di massima sono contrario all’eutanasia” – ma…. prima che mia figlia rimanga sola, quando io non ci sarò più, e se le cose rimarranno così (si riferisce alle leggi) sono favorevole al testamento biologico per farla morire.

Italo Triestino

italo Triestino, 41 anni, in Stato Vegetativo Permanente da 19 anni, vive a Fiesco (CR) con i genitori 71 e 66 anni. Si nutre dalla bocca, no tracheotomia, Tutti i familiari avendo appreso l’iniziativa dello sciopero della fame e la protesta in generale si associano -abbiamo avuto scarsissima assistenza, abbiamo rincorso tutti per ottenere le attrezzature necessarie, le assistenti sociali in cui abbiamo più volte avuto modo di parlare riferiscono che non esistono leggi e nessun sostegno lamentando spesso il reddito del nucleo (pensioni e reddito familiare complessivo). Non esiste nessun servizio da parte del Comune. Ci sentiamo abbandonati da tutto lo Stato Italiano, abbiamo avuta tanta solidarietà solo nelle persone civili. Per tre volte la settimana viene un fisioterapista per 20 minuti. Vogliamo rispetto e dignità sulla vita umana.

Lioce Vita Antonio

Lioce Vita Antonio 53 anni, vive a Ginosa (TA), da Ottobre del 2005 in Stato Vegetativo (post Anossico) portatore di Peg Tracheotomia e pompa Baclofen accudito solo dalla sua famiglia. La famiglia sentito l’appello avanzato da Salvatore Crisafulli ed altri familiari si associa a questa protesta. La ASL gli passa solamente un fisioterapista 1 volta al giorno, il Comune gli concede un ODA 1 ora al giorno per pulire la casa tutto qui. Questo è l’aiuto che ci passa lo Stato italiano, poi parlano di dignità alla vita ecc. ecc. Vi supplico aiutateci…….

Carmelo Spataro

Carmelo Spataro ha 70 anni, che vive in stato vegetativo prolungato da 15 anni a causa di un incidente sul lavoro. Vive a Castelfiorentino (FI). Mai avuta assistenza, ed ha pagato addirittura le visite specialistiche assistito dalla moglie con un figlio totalmente disabile perchè cieco vivendo tutti in una sola camera. All’appello lanciato da Crisafulli ha risposto subito, accettando anche lui di partecipare allo “sciopero della fame”, rischiando oggettivamente di morire da un giorno all’altro, visto che attualmente si trova in condizioni di salute molto delicate.

Emanuela Lia

Emanuela Lia, 36 anni, vive in stato vegetativo da 15 anni in seguito ad un violentissimo incidente stradale. Vive a Tricase (LE) assistita dai suoi familiari che si sono completamente dedicati a lei. La famiglia non si sente garantita dallo Stato ed è abbandonata a se stessa; addirittura si devono pagare per intero alcuni farmaci salvavita per Emanuela. Per quanto riguarda la fisioterapia (che in questo caso è vitale) ci mandano un fisioterapista due volte la settimana per 20 minuti. Non abbiamo, inoltre, nessun sostegno psicologico per affrontare questa lunga strada in salita, che alla lunga, logora i nervi. Non per la fatica che comporta, ma per l’ansia e la disperazione di sapere che la ragazza può anche -per un qualsiasi motivo- non arrivare a domani.

Carmela Galeota

Carmela Galeota 41 anni, vive in stato vegetativo dal 1993, a causa di un gravissimo incidente stradale. Vive a Ginosa (TA) solamente con la madre di 62 anni, senza assistenza senza le necessarie attrezzature “assistenza? chi la conosce? Dice la mamma- viene un fisioterapista una sola volta e per 20 minuti. Vorrei scappare via dall’Italia ma dove vado?”

Marcello Crisafulli

Marcello Crisafulli 20 anni figlio di Pietro (fratello di Salvatore), nato con asfissia neonatale, con esiti di grave ritardo mentale neuromotorio e psicomotorio, con difficoltà persistenti alla deambulazione e alla comunicazione, riconosciuto inabile totale al 100% e in possesso della legge 104 comma 3 (situazione di gravità). Mai dalla sua nascita avuto sostegno, ancora più grave nonostante il Tribunale dei Minori di Firenze abbia imposto alla Regione Toscana alle Asl ai servizi sociali di intervenire con tutti i supporti possibili. Ancor più pesante nonostante nello stesso nucleo esiste un altro figlio di 8 anni (disabile lieve), affetto dalla nascita da una malattia rara la Fenilchetonuria (PKU), una malattia che potrebbe essere anche fatale. Questa la storia personale-familiare di Pietro, che mai aveva esposto non avendo la forza di reagire non conoscendo che esistessero le leggi che mai vengono applicate. Ma che comunque è assolutamente ancor più grave quando negli anni 2004 / 2005 Salvatore viveva in Toscana durante la lunga lotta, nonostante tutte le gravi condizioni dei familiari i servizi sociali competenti, si! intervennero ma con un “buono alimentare” al mese per tre mesi da 100 euro, da spendere in un supermercato affiliato al Comune. Un angoscia tremenda nonostante esistessero tutte le esigenze primarie ed assolute per intervenire tempestivamente.

ASSOCIAZIONE UNITI PER I RISVEGLI DI BARI

L’associazione uniti per i risvegli di Bari, si è unita con noi scrivendo queste parole nel sito http://blog.libero.it/ComaPuglia da oggi parte lo sciopero della fame dei malati post coma e loro parenti. Uniti a tutti coloro che fanno parte dell’associazione, diciamo basta al silenzio ipocrita che vede malati gravissimi abbandonati senza assistenza e cure adeguate nelle famiglie, siamo costretti a vite d’inferno, soli con poco a disposizione, ci dobbiamo trasformare in esperti e sperare i nostri figli sopravvivano. Ora iniziamo lo sciopero della fame, ma se non verremmo ascoltati, e in Italia siamo tantissimi, procederemo con lo sciopero del voto! Siamo cittadini come gli altri, ma mentre voi vivete, noi preghiamo per sopravvivere. Dopo la rianimazione non c’è niente, solo i ricchi possono curarsi. Aiutateci e sosteneteci! Siamo disperati.

ND.

(Privacy) ND, una bambina di appena 9 anni, da 4 in gravi condizioni di salute, portatrice di Peg, e di cannula tracheale, (i genitori sono insegnanti) Soli contro uno stato fantasma per aiutare i gravi disabili.

Leonardo Colella

Leonardo Colella 30 anni da 9 in Stato Vegetativo vittima di un grave incidente stradale. Vive a Bari, con scarsissima assistenza sanitaria assistita costantemente dalla sua famiglia. Ne abbiamo viste di cotte e di crude siamo stanchissimi

ND.

(Privacy) ND, una ragazzina di 14 anni, da 13 in SVP vittima della deglutazione di una castagna andata di traverso, poco assistita la famiglia si sente stremata e soffocata. Vive a Bari

Angela Giovannelli

Angela Giovannelli 42 anni da 7 anni in Stato Vegetativo, vittima di un Aurisma (rottura di una vena), viene assistita solo dai familiari. Angela era un insegnante di sostegno per i disabili. Da svariati anni nessun sostegno psicologico sanitario e riabilitativo- La ASL le concede solo il fisioterapista per 45 minuti. Vive a Valenzano

Angelo Cervo

Angelo Cervo 43 anni da 8 in SVP è stato assistito solo dalla sua famiglia, vive a Erchie

Antonio Petrosino

Antonio Petrosino, 40 anni di Bari, da due anni in Stato Vegetativo, vittima di un incidente stradale in giugno 2006. Attualmente ricoverato in un centro di riabilitazione a Rimini. Fra qualche giorno sarà dimesso come già avvenuto negli altri centri, perchè c’è un limite massimo di ricovero!! Siamo all’ennesima ricerca di una struttura che possa ospitare un paziente in tali condizioni nella nostra regione (priva di centri di risveglio) e vista la situazione famigliare non idonea (mamma disabile). Da quel giorno tutta la nostra vita (Genitori, fratelli fidanzata) è cambiata senza ricevere aiuto e sostegno da parte di nessuno nonostante le varie richieste; continuiamo a rincorrere qualcuno che ci aiuti in un ricovero decente e non in case di riposo!! CERCHIAMO AIUTO PER SOSTENERE QUESTA GRANDE SOFFERENZA “DIAMO IL VERO VALORE ALLA VITA!” “Aiutatemi a trovare i mezzi per continuare a lottare per questo grande amore Concy”.

Pino Fraccalvieri

Pino Fraccalvieri per conto della moglie, Giulia 47 anni da 5 anni e 9 mesi in Stato Vegetativo per un emorragia Cerebrale. Mia moglie Giulia insieme a me, fa parte della schiera di “INVISIBILI”, ribadiamo la nostra completa disponibilità, per quanto riguarda la protesta che avete intrapreso, anche attraverso la nostra associazione “NovaVita” chi meglio di me non capisce i disagi? e l’abbandono che viviamo ogni giorno!!

Giovanni Martinello

Mio nipote Claudio 42 anni in SVP dal 12 Aprile del 2006, colpito da un emorragia cerebrale, e poichè stiamo vivendo una situazione simile, in cui non vediamo alcuna via di uscita, Claudio figlio unico i genitori non sanno più a che santo rivolgersi, Non sappiamo come comportarci con l’ammalato perchè nessuno ci da consigli. Vi prego cortesemente di aiutarci per darci delle possibilità di aiutare questo grave disabile.

Antonio Daloiso

Maurizio 28 anni, vittima di un incidente si trova in Coma Vegetativo da un anno, anche noi stiamo vivendo una situazione simile alla vostra mio cugino Maurizio. “La vita è bella” e deve essere vissuta al massimo.. ma dobbiamo essere aiutati sia per la ricerca delle strutture ed anche sostenere le famiglie che vivono questo dramma.

Vincenzo Marziano

Mio padre Vincenzo 62 anni, vittima di un grave incidente stradale dal Maggio 2007, l’impatto gli ha cagionato una emorragia all’addome e vari traumi nella testa e fratture sparse, son passati 11 mesi e si trova in Stato Vegetativo, soffro e mi sento impazzire, come del resto soffre tutta la mia famiglia. Adesso la cosa più preoccupante per noi è che tra poco terminerà il periodo di riabilitazione coperto dal SSN. Nessun altro centro lo vuole, ma credo che ormai tutti noi sappiamo la tristezza che dobbiamo sopportare. Sto contattando tutti i centri di riabilitazione neuromotoria d’italia, ma la risposta è sempre la stessa: non abbiamo i posti e che papà deve stare in casa. La nostra casa non è adatta ad una situazione del genere è troppo piccola, e credo di non aggiungere altro perche mi rendo conto che viviamo in un paese senza diritti. Un uomo come mio padre che per un intera vita ha lavorato onestamente e pagato tutte le stramaledette tasse che questo paese impone, alla fine della sua vita, quando le sue condizioni di salute sono disperate, non gli spetta nemmeno un posto letto in un centro di riabilitazione, eppure non chiediamo soldi, non chiediamo vacanze, non l’impossibile, solo un misero posto che garantisca a mio padre almeno la dignità fino a che il signore deciderà per lui.

Alfredo Ferrante

Alfredo Ferrante 57 anni, dal 04 /01 /2007 è in Stato Vegetativo, sono uno dei tanti disperati che hanno un proprio famigliare in Coma Vegetativo, la mia è una storia come tante altre fatta di speranze e di illusioni. Il mio adorato fratello era stato colpito da ictus emorragico all’ encefalo sinistro di vaste proporzioni ricoverato presso l’ ospedale CTO di Roma. Era un giorno come tanti altri, niente faceva presupporre che la mia vita precipitasse in un baratro senza fine. ho girato mezza Italia, conoscendo tanto dolore e poche risposte dai cosiddetti centri di riabilitazione che si fanno tanta pubblicità su internet, risvegli miracolosi con tecniche (fatte in casa ) solo per attirare pazienti nei loro centri, per avere più accrediti da parte di questa Sanità malata e corrotta. Nessun centro è autosufficiente non parlo di diagnostiche all’avanguardia comè la risonanza magnetica funzionale ma di macchinari ormai superati come la TAC o esami come l’elettromiografia o potenziali evocali. Esiste all’interno di essi solo un dott con anni di esperienza gli altri sono giovani neolaureati alle prime esperienze che non avendo superato concorsi pubblici vengono a bivaccare dal privato e messi a contatto con pazienti che per la loro difficile patologia avrebbero bisogno di dottori con tanta esperienza, con tanto amore e dedizione per il proprio lavoro, “AMORE E DEDIZIONE” queste sono le parole magiche che dovrebbero essere impresse nei loro cuori per dare la massima assistenza a coloro che loro definiscono bambole. Sono belle le parole che ha pronunciato il PAPA, ma io non voglio belle parole voglio i fatti perchè la chiesa non si fa carico a proprie spese di aprire centri di risveglio, se pensiamo che a Roma (città dalle mille chiese) ne esiste solo uno con sei posti letto Noi vogliamo stare vicino ai nostri cari gestendo noi la loro vita, ma dateci i mezzi e le strutture per farlo. In questo paese dove si creano commissioni per ogni stupidaggine, fatene una seria che faccia il giro di questi centri di psudo riabilitazione, o se preferite di lunga degenza e forse capirete di ciò che sto parlando. Sono pochi e molti di essi se ne fregano dei nostri cari abbandonandoli al proprio destino, anzi levando a loro anche la dignità, lasciandoli tra le feci e il vomito. In questo mio lungo calvario che dura da 14 mesi, sento il bisogno di ringraziare un grande uomo che nei momenti difficili mi è stato sempre vicino Pietro Crisafulli, e una grande donna signora VILLA Presidentessa dell’associazione Arco 92.

Fargnoli Ginevra

Fargnoli Ginevrra, 35 anni vive in provincia di Caserta. Mia moglie è in Stato vegetativo Persistente da ormai sei anni. Infatti il 25 gennaio 2002, nel corso di un travaglio da parto – presso il nosocomio di Cassino (FR) Gemma DE BOSISIS – per cause attualmente al vaglio della magistratura – penale e civile – ha avuto un arresto cardio respiratorio rimanendo per un lunghissimo periodo senza rianimazione (circa venti minuti). Dopo cinque giorni di agonia ho deciso, contro il parere dei medici, di trasportarla a Roma presso il Policlinico Gemelli, dove è stata operata d’urgenza per scongiurare la morte, con un intervento di cranotomia frontale decompressivo. Successivamente, dopo circa un mese, è stata ricoverata presso la Clinica di Hoczirl – Austria, dal Prof. SALTUARI. Nella struttura austriaca c’è stato un lieve miglioramento, le condizioni generali si sono stabilizzate, è stata chiusa la tracheteomia. Ciò ha consentito il trasporto a casa, dove è attualmente degente. L’assistenza sanitaria è pressocchè inesistente, Ginevra usufruisce di tre ore giornaliere di fisioterapia e logopedia, non vi sono infermieri che vengono a domicilio ne medici che la visitano. Tutto grave sulle spalle mie e dei miei familiari, sono allo stremo delle forze, psichiche e finanziarie. L’assistenza domiciliare è di due ore settimanali (sic) attualmente Ginevra soffre di una insufficienza respiratoria e di una forte tetraplegia. Vorrei ricoverarla presso un istituto specializzato, al fine di verificare meglio le condizioni generali di salute. mi associo a questa vostra angosciosa protesta. Sono anche alla ricerca di mezzi necessari per poter trovare un valido medico che possa farci ritornare il sorriso a tutti noi. F.to Angelo

Santoro Pasquale

Santoro Pasquale, 28 anni vive a Carovigno (BR) in Stato Vegetativo da 5 anni per un arresto cardio circolatorio, Vive con i genitori ed i fratelli totale 6 persone, con un reddito di 1300 Euro complessive (pensione e lavoro), è stato assistito in questi lunghi anni solo ed esclusivamente dalla famiglia. La famiglia si associa a questa protesta. L’assistenza Sanitaria è del solo fisioterapista per 45 minuti. Siamo stanchissimi stremati lasciati nella nostra disperazione e solitudine.

Maria Sapienza

Maria Sapienza 51 anni, da 5 anni in Stato Vegetativo, dopo un incidente stradale in cui persero la vita il marito ed il figlio di 19 anni. Oggi accudita in casa dalla sola mamma di quasi 80 anni.

Sebastiani Alessio

Sebastiani Alessio, 39 anni vive a Roma in Stato Vegetativo da 3 anni, vittima di un gravissimo incidente sul lavoro, vive con i soli genitori che si sono completamente dedicati a lui. Abbiamo fatto di tutto per trovare una soluzione ideale per mio figlio, abbiamo trovato tantissime porte chiuse, siamo disperati, siamo soli, non abbiamo la forza di continuare, adesso ci associamo a voi con la vostra protesta sperando che almeno possa terminare questo lunghissimo incubo, siamo stanchi.

Maria Calabrese

Maria Calabrese 31 anni da 6 anni per colpa di un incidente stradale si ritrova in Stato Vegetativo Persistente avvenuto a Napoli nel Gennaio del 2002. Viene assistita a casa dalla madre e dal fratello. La Asl ci concede un terapista 3 volte la settimana, lei si ritrova con peg e tracheotomia, no respiratore. Ci uniamo a questa vostra protesta, chiedendo allo stato italiano veramente di aiutarci, viviamo una vita che non e vita, spero ci ascoltate.

Toscano Alberto

Toscano Alberto di anni 49 vive a Reggio Calabria da 9 anni in SVP, lo stesso fù vittima di un incidente stradale avvenuto all’estero. Potrete ben capire il calvario che abbiamo dovuto subire sia dagli ospedali che per riportarlo in Italia. Siamo soli ed abbandonati, nessun tipo di sostegno avuto. Noi lo curiamo, noi lo assistiamo, noi gli diamo tutto l’amore possibile, anche noi siamo stremati dalla stanchezza che prima o poi crollerà.

Lazzari Pietro

vi scrivo per associarmi a questa dura protesta, mi chiamo Anna 51 anni sono la mamma di Pietro Lazzari di 25 anni, mio figlio viene curato solo da noi, abbiamo un assistenza a dir poco inesistente, Pietro da 4 anni si trova in Coma Vegetativo portatore di Peg, quando gli parlo lui piange tanto credo che lui mi capisce, sono sempre alla ricerca di un posto dove ricoverarlo in italia ti mettono in lista ti fanno riempire fogli a volontà, svariate telefonate inutili siamo stremati.

C'è una missione da compiere

Sono quasi 9000 i nostri soldati, impegnati in 13 Paesi. Con obiettivi diversi ma molto in comune: un nuovo modo intelligente di fare il militare, qualche problema di soldi e un’esperienza che non è sempre facile portarsi a casa. àˆ ora di occuparsi meglio di loro

di Alessandra Baduel e Luca Rastello

Non c’era abituata, l’Italia, ad avere soldati in giro per il mondo, là  dove si fa, bene o male, la storia. E non si può dire che ci si stia abituando in fretta: così, intorno a quegli 8875 uomini e donne, 1223 in Bosnia, 2601 in Kossovo, 165 in Macedonia, 570 in Afghanistan e soprattutto 3024 nell’occhio del ciclone in Iraq, va in scena da settimane un teatro degli equivoci in Parlamento, degli affetti e dei dispetti a Sanremo, della retorica patriottica e del pacifismo nelle piazze. Col risultato di moltiplicare l’incomprensione: negli stessi giorni in cui in Italia lo slogan di maggioranza sull’Iraq è “non possiamo non restare”, Time intitola un servizio sullo “sgancio” delle truppe Usa da Baghdad “Contando i giorni alla partenza”, con la foto di un soldato che segna le settimane sul muro come un prigioniero. E nessun alto comando ha minacciato di strappare l’abbonamento. Dietro le parole d’ordine opposte, invece, la realtà  è complessa e piena di novità  da cogliere, a partire dalla trasformazione del “mestiere delle armi”: “Siamo passati”, spiega il generale Giorgio Battisti, “da una situazione che definirei di “esercito in potenza”, cioè in perenne addestramento, a una di “forza in atto”, dove la struttura è chiamata ad agire in tempi brevi e su scala mondiale. Ma insieme la funzione di ogni militare è diventata anche sempre più diplomatica: il soldato in missione rappresenta il suo Paese e questo comporta una responsabilità  che si misura in ogni suo gesto, anche e soprattutto nel rapporto con i civili”. Giorgio Battisti è l’uomo che avvia le operazioni difficili: operativo nei Balcani e in Somalia, ha organizzato e comandato per primo le due missioni italiane in Afghanistan, Isaf e Nibbio. E spiega che oggi per civili non si intendono più solo gli abitanti dell’area di operazioni, ma anche tutto il complesso meccanismo di istituzioni, organizzazioni, associazioni, sovranazionali e locali che, nell’era della cooperazione internazionale e della proliferazione incontrollata delle organizzazioni non governative, si mette in moto su progetti di emergenza o sviluppo in tutti i teatri di crisi del mondo. Un sistema da tempo allo studio nei pensatoi militari: “Fin dal Libano nell’82”, spiega ancora Battisti, “abbiamo previsto la possibilità  di cooperare con organizzazioni civili internazionali e locali: sull’esperienza di queste collaborazioni e sulle iniziative che ciascun comandante ha dovuto prendere è nata una riflessione che mette capo ormai a una scuola all’avanguardia che studia la cooperazione civile-militare. E porterà  presto”, rivela, “a costruire un reparto specifico, Cimic Group South, impiegabile a livello Nato in tutte le missioni”. Le operazioni Cimic (l’acronimo Nato per cooperazione civile-militare) a differenza del passato cominciano mentre ancora non si è finito di sparare o soccorrere le vittime, e come testimoniano le mosse dei governi provvisori in Iraq hanno l’ambizione di proseguire, quando tutto va per il meglio, fino al ritiro e al subentro dei locali e dell’Onu. Ma che cosa cambia, in questa fase sempre più cruciale, a seconda che la missione sia “di pace”, “di stabilizzazione” (così sono classificate le cinque più importanti degli italiani, Bosnia, Kosovo, Macedonia, la missione Isaf in Afghanistan e Antica Babilonia in Iraq) oppure propriamente di combattimento contro il terrorismo come la Missione Nibbio appena conclusa nella valle di Khost, ai confini tra Pakistan e Afghanistan, dagli uomini del IX reggimento alpini e della Folgore? I militari assicurano che, quando si tratta di Cimic, le differenze non sono poi tante. “Anche in un caso come il nostro”, spiega il colonnello Claudio Berto, comandante sul campo della missione Nibbio, “dove dal terzo giorno di operazioni fino all’ultimo siamo stati oggetto di attacchi missilistici, attentati con autobombe, tiro di cecchini e granate, le attività  umanitarie non sono un dettaglio accessorio, ma una componente centrale della missione, tanto che la responsabilità  a tutti gli effetti è del comandante operativo”. Nibbio è stata una missione da truppe speciali, dotate di strumenti a sofisticatissima tecnologia, inediti per l’equipaggiamento italiano come i visori notturni a infrarosso per la fanteria. àˆ stata la sola missione in cui l’esercito italiano era chiamato a operare in un contesto dove non erano intervenuti accordi di pace. Ma ha comportato anche la costruzione di un orfanotrofio e di una scuola femminile, l’avvio di progetti per la potabilizzazione dell’acqua e il rifornimento elettrico per scuole e ospedali. Non è (solo) questione di spirito umanitario: “Il successo di una missione simile si misura anche in termini di consenso. Per capirci: abbiamo lavorato bene se oggi a Khost più gente che in passato pensa che il terrorismo non sia la risposta ai suoi problemi”. Ed è per questo che i soldati in missione, oltre ad avere aggiunto al mestiere di combattere quello di far ricominciare, sul teatro di battaglia, una vita “normale”, hanno anche cominciato a scegliersi tra i civili i compagni di impresa. Lo spiega il generale Fabio Mini, autore di La guerra dopo la guerra (Einaudi 2003) ed ex comandante, fra l’altro, della missione Kfor in Kosovo: “La guerra è sempre meno affare esclusivo dei militari: ciò vale per gli uomini (popolazioni civili, istituzioni, ong sono parte integrante nella progettazione di operazioni militari) e per i materiali (pensi al ruolo strategico, evidente dopo l’11 settembre, che hanno le “non armi”). Da un lato l’esercito sarà  costituito sempre più da nuclei minuscoli di personale che svolge esclusivamente funzioni di combattimento. Dall’altro, accanto e assieme ai militari operano gli altri”: medici, infermiere volontarie, specialisti del corpo militare della Croce rossa, aziende civili. “Già  nelle missioni i civili hanno in mano la maggior parte di settori decisivi come comunicazioni, logistica, trasporti. Ci sono basi come la Bondsteel in Kosovo dove la Brown and Roots, sussidiaria della Halliburton, gestisce addirittura il servizio di guardia”. Tutto e sempre bene, dunque? Naturalmente no: “ln questo modo”, prosegue Mini, “il teatro di operazioni diventa anche teatro di interessi infiniti e non sempre manifesti. In Kosovo, per esempio, di ong abbiamo dovuto espellerne decine, trovate e provate a fungere da copertura di interessi privati e a volte criminali. Nel 2000 censimmo 1600 ong registrate all’Onu e 2000 non accreditate. Oggi ne restano 223, ma si sono formate 3000 ong locali, come dire che ogni famiglia kosovara si è costituita in ong”. Un “modello di sviluppo” che ha limiti evidenti: “In Kosovo si sono gestiti 9 miliardi di dollari in 4 anni per 2 milioni di abitanti. Con questi investimenti il Pil pro capite dovrebbe essere di 1800 dollari. Invece è meno di 700. Il resto è finito a pagare gli stipendi, la logistica, i mezzi della cooperazione”. Intanto la criminalità  dilaga e la disoccupazione reale è all’84%: volendo scherzare su cose serissime, ci sono casi in cui la spada traccia il solco e l’aratro lo devasta. Ma nel frattempo, mentre le strategie belliche passano con mille sfumature dalla conquista territoriale pura e semplice alla gestione accorta, con molti alleati civili e locali, dei territori controllati, com’è, concretamente, la vita dei novemila italiani in divisa sparsi in tredici Paesi? Chi pensa che la vita militare in un campo afgano o macedone consista in pattugliamenti e sentinella, eventuali scontri a fuoco, lunghe ore allo spaccio, messa al campo con il cappellano e corteggiamento alle crocerossine, è molto lontano dalla realtà . L’impiego in ambito internazionale comporta conoscenza di lingue straniere, addestram
enti specifici sulla cultura e le caratteristiche dei territori di impiego, addestramento per operazioni speciali. Eppure un quadro molto meno “avventuroso” emerge dai dati sul reclutamento e le condizioni di vita dell’ultima Indagine conoscitiva della commissione Difesa al Senato (in particolare dalla relazione di opposizione del Ds Gaetano Pascarella) e dalle parole del delegato nazionale per il Consiglio centrale di rappresentanza dell’Esercito, maresciallo capo Pasquale Fico. I dati: chi sceglie la vita militare – anche quei 40.000 che hanno fatto domanda lo scorso autunno – arriva ancora oggi, tranne uno sparuto 2,8%, sempre da centro e sud Italia. Ovvero, non ha molte opportunità  di fare un altro lavoro. E chiede di andare in missione all’estero per passione, certo, ma anche perchè è l’unico sistema possibile per arrotondare uno stipendio basso. Senza riuscirci comunque più di tanto, aggiunge il maresciallo Fico, che a 42 anni ha alle spalle missioni in Libano, Somalia, Macedonia e Kosovo e ricorda con piacere: “Quando entrammo in Kosovo dalla Macedonia, man mano che i serbi si ritiravano, sulle facce della popolazione vedevo il film dell’Italia liberata, erano felici. Un’esperienza bellissima”. Ma i soldi restano un problema: “Per chi è in ferma permanente, gli stipendi sono sui 1.200 euro netti al mese. In missione, per tre, quattro, massimo sei mesi, prendi circa 110, 130 euro al giorno. Poco, rispetto ai rischi che si corrono, e comunque di missioni non se ne fanno tutti gli anni”. Quasi metà  di quelli che partono, poi, non è militare a vita, ma un volontario in ferma “prefissata” o breve: di fatto, un precario in divisa con un contratto biennale rinnovabile due volte, paga da 600 a 900 euro e una media di permanenza nelle forze armate di cinque o sei anni. “Posso dire “, concorda il generale Albino Amodio, a suo tempo fra i fondatori del “sindacato” e ora consulente per i Ds delle commissioni Difesa al Senato e alla Camera, “che il reclutamento pesca tutt’oggi fra giovani disoccupati delle periferie, con famiglie numerose che premono sul ragazzo più grande perchè faccia qualcosa. Mentre fra gli uomini fatti la partenza magari è legata al bisogno di fare un piccolo mutuo, o di aiutare un figlio a sposarsi”. Certo, sono problemi che il militare in missione cerca il più possibile di lasciare a casa o relegare in fondo alla mente, quando la situazione critica richiede un impegno totale in condizione di rischio. Ma restano. E possono perfino sembrare peggiori quando a essi si aggiunge ciò che tutti i manuali chiamano “stress post traumatico” e tutti i partecipanti a una missione all’estero conoscono come una condizione con cui potenzialmente convivere. E anche su questi aspetti, non meno recenti per gli italiani dei nuovi compiti posti dalle missioni, il “mestiere delle armi” comincia gradualmente a cambiare, di nuovo con la collaborazione di molti specialisti “senza stellette”, di quelli che fanno parte integrante dei contingenti. Enrica Mondino, 37 anni, consulente aziendale di professione e infermiera volontaria della Croce Rossa da 15 anni, all’inizio del 2002 è stata in Kosovo per 70 giorni con la brigata alpina Taurinense in una operazione Cimic e oggi nella Croce rossa (è ispettrice provinciale, sul campo bisognerebbe chiamarla capitano) è tra quanti lavorano con l’esercito a perfezionare gli strumenti, soprattutto preventivi, per la gestione dello stress. “Nell’ultimo anno abbiamo realizzato 7 o 8 corsi pre-missione chiamati “Combat trauma first aid”, ideati e attivati dal corpo militare della Croce rossa, che insieme alle tecniche di primo soccorso introducono una maggiore attenzione all’aspetto psicologico nelle condizioni critiche”. Qualche regola: aspettarsi l’impatto della sofferenza altrui, elaborare la consapevolezza di essere utili, certo, ma non risolutivi, pena una frustrazione dura da sopportare. Spesso sul campo ad aprire crepe anche in uomini e donne “duri” sono episodi futili, la classica goccia: “Ricordo un ragazzo che a Pec ha avuto una crisi perchè per giorni e giorni non era riuscito a parlare alla fidanzata, non c’era la linea o cadeva. I superiori hanno capito e l’hanno fatto rientrare. Io stessa sono scoppiata una sola volta in lacrime, in giorni in cui si viveva con l’odore della morte attorno 24 ore su 24, una sera che, finita una lunga e-mail a casa, si è fermato il generatore mentre la stavo spedendo”. Situazioni minime e quotidiane, alleviate nelle missioni di oggi anche da misure che possono sembrare meno importanti di quanto sono in realtà : “In quei giorni a Pec ha funzionato bene l’apertura nel campo di una piccola palestra, tapis roulant, cyclette, pesi. Quando è partito il mio contingente l’ha ereditata la Folgore. E nelle basi americane si fa anche di più, a partire dagli spacci che sono identici a una grande catena di fast food presente in tutti gli States. Ma se penso alla mia esperienza personale, le cose pì๠pesanti da gestire non succedono in missione, lì l’adrenalina aiuta. àˆ quando torni che ti senti più cambiato, e il danno può essere non riuscire a chiudere con armonia il cerchio, dopo la missione. Occorre saper diventare funamboli, piano piano in equilibrio sul filo della vita”. Monica Seminara, anche lei ispettrice provinciale, psicologa di professione e referente per il sostegno psicologico della Croce rossa, riassume: “Nel bene e nel male, non si torna mai come si era partiti. La stessa esperienza della missione genera un cambiamento profondo, proporzionale alla gravità  del rischio o della catastrofe affrontati. La soluzione sta nel riconoscere il disagio e gestirlo attraverso interventi di rielaborazione. L’impatto emotivo è diverso su ciascuna persona, ma l’impatto emotivo è universalmente diffuso tra chi è esposto a un teatro critico, in quanto essere umano”. Se vale anche per i soldati, pur nelle differenze, quanto il personale ausiliario dell’esercito ha studiato approfonditamente su se stesso, il problema più generalizzabile è che a casa ti trovano cambiato, e lo sei davvero. Le reazioni vanno dalla voglia di vendere tutto per aiutare chi hai visto nel bisogno estremo al ridotto piacere delle consuetudini, all’aumento dei conflitti nelle relazioni. L’esercito Usa studia e affronta efficacemente da tempo questi aspetti come “sindrome dei reduci”. Forse anche questa è una novità  a cui dovremo cercare di abituarci presto.