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Una montagna di merda

La teoria della montagna di merda®

 Montagna-di-merdaA grande richiesta, mi chiedono di ripostare la “Teoria della montagna di merda” dal vecchio blog. Essa risale a qualche anno fa. Eccola qui. Alcune persone godono nel particolare hobby di fare “debunking“. Il debunking e’ l’abitudine di dimostrare, punto per punto, che le teorie cospirazioniste (UFO, HAARP, rettiliani & co) siano false. Non ho voglia di spiegare che la cosa piu’ difficile da dimostrare al mondo sono proprio le verita’ piu’ semplici, direi quasi gli assiomi, se non fosse che non si dimostrano affatto, ci si limita a constatare che siano assiomi e che siano necessari o presenti, per chi si occupa di matematica inversa.
Quanto piu’ vicini siamo alle evidenze ed agli assiomi, quanto piu’ complesso sara’ dimostrare qualcosa, nella media. I problemi sulle qualita’ di base dei numeri sono quelli che, come la congettura di Riemann, resistono di piu’ all’assalto intellettuale dei dimostratori.
Allo stesso modo, dimostrare che nessuna industria farmaceutica ci stia irrorando gratis di anticoncezionali perche’ agli azionisti piace venderli, e’ di una complessita immensa; entrerebbero in gioco Peano e Pareto, e come scrive qualcuno tutti mi darebbero immediatamente del fascista.
Il guaio e’ un altro: cento milioni di scimmie che battano tasti a casaccio su cento milioni di macchine da scrivere per cento milioni di anni probabilmente scriveranno l’opera magna della letteratura di ogni tempo e luogo. Il problema e’ che produrranno anche una cataclismica, spaventosa, leviatanica, galattica Montagna di Merda.
La proporzione tra le due cose, catastroficamente a favore della merda, e’ tale che normalmente si danno le macchine da scrivere in mano a persone delle quali si presume che scriveranno qualcosa di buono. Il motivo e’ molto semplice: se anche le nostre scimmie scrivessero l’opera magna di ogni tempo e di ogni luogo, il tempo necessario a scartare tutte le altre opere sarebbe infame. Questo e’ alla base di quella che io chiamo “La teoria della montagna di merda“.
Essa dice, in sostanza, che un idiota puo’ produrre piu’ merda di quanta tu non possa spalarne. Prendiamo per esempio il famoso motore di Schietti.
Si tratta di una bufala catastrofica; e’ vero che i palloncini saliranno in alto, ma per gonfiarli in fondo al cilindro abbiamo usato piu’ dell’energia che otterremo. Questa cosa e’ stata fatta presente a chietti, dicendogli che un certo Boyle e un certo Mariotte hanno detto delle cose sensate qualche tempo fa. Il risultato e’ stato che lo Schietti se n’e’ uscito con un ulteriore delirio “Schietti dimostra falsa la legge di Boyle-Mariotte“.
La cosiddetta dimostrazione consiste nell’introdurre ulteriore complessita’: una macchina fatta di due componenti e’ difficile da falsificare, una macchina composta da stantuffi, leve, ingranaggi, miliardi di circuiti logici, eccetera, e’ dialetticamente impossibile da debunkare completamente, perche’ mancano le competenze. Prendiamo per esempio il processore del vostro PC: si potrebbe dire che possa parlare con l’aldila’. Se siamo ciarlatani, intendo. A quel punto arriverebbe un tizio che lavora in Verilog o in VHDL e ci spiegherebbe che niente in un processore parla con l’aldila’. La risposta del cialtrone a quel punto sara’ qualcosa di relativo alla fisica del silicio.
Il guaio e’ che a quel punto l’esperto di Verilog esaurisce la sua competenza, perche’ la parte al silicio gli e’ nota solo in parte (quel tanto che serve a scrivere codice eseguibile dall’hardware nei tempi previsti), ma se andiamo allo stato dell’arte ci saranno esperti di fisica della materia che passano la vita sul silicio, e chi ha visto la modellazione matematica di un singolo nucleo di idrogeno (un delirio di operatori hermitiani) sa bene che “l’atomo di Silicio” non e’ per nulla una cosa semplice. In pratica, se facciamo affermazioni riferite allo stato dell’arte ci vorra’ un intero team di esperti per contraddirci, a patto di riferirci ad una complessita’ abbastanza grande di fenomeni fisici.
Non esiste una sola persona in grado di discutere allo stato dell’arte di una CPU, ci vuole una squadra intera. Il problema e’ che radunare la suddetta squadra ci costera’ uno sforzo immenso rispetto a quello che costa al cialtrone affermare di pingare la madonna in persona attraverso la sua VPN. In pratica, economicamente parlando vinceranno sempre i cialtroni, perche’ la competenza costa piu’ dell’incompetenza. Ma c’e’ un motivo di tipo umano che mi impedisce di darmi a quest’attivita’. Il fatto, cioe’, che queste persone siano arrabbiate. Oh, non arrabbiate come mi arrabbio io con il cane se mi scava una pianta di susini per seppellirci il pane. Sono arrabbiate come stile di vita, nel senso adleriano del termine. (1) La rabbia per loro e’ una condizione permanente, ontologica, e’ un metodo di ricerca: la tal cosa e’ vera nella misura in cui pensarla sostiene la mia rabbia.
Poiche’ molte delle verita’ che sono passate alla storia sono state inizialmente scomode (2), queste persone ritengono che ogni affermazione che suscita rabbia sia scomoda, ergo vera. Il problema e’ che esse non suscitano una vera e propria rabbia, e non sono nella media nemmeno “scomode“: si tratta quasi esclusivamente di affermazioni fastidiose. Fastidiose perche’ il buon Schietti si ostina ad ammorbare i commenti dei blog di mezzo mondo con la sua parafilosofia. La strategia di queste persone e’ di ammorbare la vita alla gente con la propaganda delle loro idiozie. Poiche’ ad un certo punto ricevono una reazione di fastidio, deducono che la loro “verita‘” sia “scomoda” anziche’ capire che il problema sta nella loro fastidiosa presenza, e non nella loro scomoda verita’. Lo scopo e’ quello di arrivare ad uno scontro, appunto, rabbioso.
E questo e’ dovuto molto semplicemente al fatto che, come ho gia’ scritto, la rabbia e’ la loro condizione esistenziale: rabbia perche’ si sentono impotenti di fronte a banche e multinazionali, rabbia perche’ non riescono a realizzarsi, rabbia perche’ si sentono maltrattati dalla societa’, eccetera. La colpa di tutto questo, ovvero delle loro disgrazie ultime, sta proprio nelle leggende, nei mulini a vento che combattono; e verso i quali rivolgono la loro rabbia. Ma il fatto che la rabbia sia la loro condizione ontologica fa si che essa non sia l’effetto dei mulini a vento,ma la causa. La loro condizione esistenziale e’ di essere arrabbiati, soprattutto, prima di ogni cosa ed a prescindere. Di fatto questi individui si sono aggirati per il mondo, digrignando bile e vomitando odio astioso, con una vocina dentro che chiedeva loro “perche’ tanto odio?” Perche’ tanta ingiustificata rabbia? Improvvisamente arriva il ciarlatano e gli dice: ecco qui, puoi scegliere tra “sono arrabbiato perche’ mi nascondono la verita’ sull’ 11 settembre“, “sono arrabbiato perche’ ci stanno uccidendo con le scie chimiche“, “sono arrabbiato perche’ la free energy viene nascosta al mondo“, eccetera.
In altre parole, le teorie cospirazioniste sono solo un vestito, una copertura che serve a dare una motivazione apparente per una rabbia che altrimenti non si spiega; Blondet e’ arrabbiato perche’ come giornalista e’ una sega fritta, perche’ non ha credito in alcun ambiente giornalistico serio, denunciare il grande complotto degli ebrei gli serve perche’ dire “sono arrabbiato perche’ la mia carriera di giornalista e’ una montagna di letame” suona male, mentre “sono arrabbiato perche’ gli ebrei dominano il mondo e vogliono tagliare un pezzo di pisello a tutti” suona meglio: non contiene un’ammissione di implicito fallimento esistenziale. Ora, qual’e’ la realizzazione massima della rabbia? Contrariamente a quanto si pensa, la massima realizzazione e’ la sua stessa diffusione; perche’ ogni volta che l’arrabbiato vede che qualcuno si arrabbia con lui trae conferma del fatto che fa bene ad arrabbiarsi, e quando qualcuno si arrabbia contro di lui, ha conferma del fatto che le sue teorie sono scomode (quando invece e’ la sua presenza ad essere fastidiosa). Come scriveva Adler in Psicologia Individuale, “il nevrotico trovera’ nella propria nevrosi le energie per sostenere la nevrosi stessa, per quante ne siano necessarie“. (3) O, tradotto in soldoni, essi produrranno sempre piu’ rabbia di quanta ne possiate sopportare; piu’ provocazioni di quanto possiate mantenere la calma, piu’ fastidio di quanto possiate tollerare: l’energia libidica a loro disposizione, la grandezza della forza che li spinge in questo processo ha la cardinalita’ del continuo.
C’e’ un solo modo di neutralizzare questa gente: stabilito che lo scopo principe di queste persone sia di perpetuare e di diffondere lo stato di rabbia “a priori” che produce il loro stato esistenziale, il solo modo di fermarli e’ di evitare i contatti con loro. Essi sono profondamente malati, di una malattia invisibile che si chiama rabbia. Lo scopo ultimo di questa malattia e’ il contagio, e nient’altro che il contagio; non cambierebbe nulla nell’esistenza materiale di queste persone se si scoprisse che la CIA ha demolito le torri gemelle, ne’ se si scoprisse che gli USA vogliono sacrificare la quinta flotta alla guerra contro l’Iran come dice Blondet, in entrambi i casi la nostra italianissima esistenza ne sarebbe inficiata assai poco, ne sarebbero inficiati poco i nostri successi ed insuccessi personali, eccetera. Lo scopo ultimo della rabbia e’ propagarsi. E la sua sconfitta e’ il fatto che gli altri abbiano una vita serena, gioiosa, per nulla arrabbiata. Quindi, caro Schietti, ti dico una cosa: il tuo motore funziona alla perfezione, la free energy e’ alla portata di tutti, la pila di Zamboni potrebbe produrre energia gratis per tutti, (4) ma io sono felice cosi’. E siccome sono felice, non voglio nulla di quanto dici. E sempre sia lodato iptables.

pl3Uriel (1) Ok, ok. Ho conosciuto psicologi adleriani capaci di mettere a posto, in pochi mesi, anni di disastri di apprendisti stregoni. Siccome sono un tecnico, la prima cosa che ho fatto e’ stata di ficcare le mani nella scatola, e ho letto un sacco di cose di Adler. (2) Nella maggior parte dei casi la verita’ e’ comodissima. Sono salito sulla metro stamattina pensando che mi avrebbe portato qui. Era vero. Sarebbe stato peggio se fosse stato falso, e io sbagliando il senso di marcia mi fossi trovato a Cascina Gobba. In questo caso, la verita’ sarebbe comoda mentre la falsita’ sarebbe un rompimento di coglioni. (3) Adler contestava l’affermazione freudiana secondo la quale la rappresentazione della nevrosi di fronte all’analista fosse uno sfogo energetico, un calo libidico sufficiente a fermarla. (4) Non lo penso davvero, ma si tratta di un’affermazione che Schietti non puo’ contestare, visto che gli da’ ragione. La sua rabbia non avra’ quindi espressione, e il meccanismo di tossicita’ della rabbia sara’ fermato.

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Fonte: La Teoria Della Montagna Di Merda (di Uriel Fanelli)
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Desideri

junio valerio borghese
Comandante Junio Valerio Borghese

Lista dei libri che mi piacerebbe avere

“I Mezzi D’assalto ” Anno2001 (Uff.Storico Marina Militare)
“La Mia Avventura A Ivrea” Anno 2003 Di Mario Giglio (Stampacolor)
“90 Uomini In Fila Allineati Sul Mirino Della 37 ” Anno1989 Di Sergio Bozza (Greco E Greco)
“Affondate Borghese” Anno1991 Di Angelo Faccia (Associazione Culturale Uno Dicembre Di Perugia)
“All’ultimo Quarto Di Luna” Anno 2005 Di Luigi Romersa (Mursia)
“Attivita’ In Mar Nero E Lago Ladoga” Anno 1972 (Uff.Storico Marina Militare)
“Battaglione Lupo 1943-45” Anno 2002 Di Guido Bonvicini (Ed. Del Senio)
“Breve Sogno “Anno 2005 Di Franco Martinelli (Liguori Editore)
“Breve Storia Dei Siluri A Lenta Corsa” Anno2002 (Uff.Storico Marina Militare)
“Buscando Per Mare Con La Decima Mas” Anno 2001 Di Luciano Barca (Editori Riuniti)
“Come La Fenice” Anno 2003 Di Perissinotto-Panzarasa (Ed. Lupo)
“Con Il Barbarigo A Nettuno” Anno 2005 Di Luciano Luci Chiariti ( Effepi)
“Dalla X Mas Alla Rivolta Di Algeri” Anno 2002 Di Franco Grazioli (Settimo Sigillo)
“Decima Flottiglia Mas” Anno 2005 Di J.V. Borghese (Lo Scarabeo)
“Decima Flottiglia Nostra” Anno 2001 Di Sergio Nesi (Mursia)
“Decima Marinai Decima Comandante” Anno 2002 Di Guido Bonvicini (Mursia)
“Decima Mas.I Mezzi D’assalto Della Marina Italiana” Anno1995 (Italia Editrice)
“Decima|.Ennepi Si Raccontano” Anno 1997 Di Sergio Bozza (Greco E Greco)
“Diario Di Un Fascista Alla Corte Di Gerusalemme” Anno 2002 Di Fiorenzo Capriotti (Ed In Proprio)
“Due Della Decima” Anno 2002 Di Bedeschi-Maluta (Ed In Proprio)
“Fascisti Dopo Mussolini” Anno 1996 Di Mario Tedeschi (Settimo Sigillo)
“Fascisti Senza Mussolini” Anno 2006 Di Giuseppe Parlato (Il Saggio)
“Gli Arditi Del Mare” Anno 1934 Di Corrado Rossi
“Gli Assaltatori Del Mare” Anno 2002 Di Luis De La Sierra (Mursia)
“Guerra Negli Abissi” Anno 1998 Di Pietro Caporilli (Settimo Sigillo)
“I Fantasmi Di Nettunia” Anno 2000 Di Daniele Lembo (Settimo Sigillo)
“I Mezzi D’assalto Della X Flottiglia Mas 1940-1945″Anno 1991di Bagnasco-Spertini (Albertelli Editore)
“I Nuotaturi Paracadutisti” Anno? Di Armando Zarotti (Auriga)
“I Ragazzi Di Capo Bottero.Btg Risoluti Della X Flottiglia Mas” Anno 2007 (Novantico)
“I Reparti Speciali Italiani Nella Seconda Guerra Mondiale” Anno 2001 Di Luigi E. Longo (Mursia)
“I Vinti Di Salo'” Anno 1995 Di Ugo Franzolin (Settimo Sigillo)
“Il Battaglione Guastatori Alpini Valanga Della Decima Flottiglia Mas” Anno 2001 A Cura Di Raffaele Della Serra
“Il Bel Battaglione” Anno 2002 (C.D.L. Edizioni)
“Il Btg Risoluti Della X Mas” Anno1998 Di Pierfranco Malfettani (Novantico)
“Il Comandante Bardelli” Anno 2005 Di Andrea Lombardi (Effepi)
“Il Comandante Salvatore Todaro” Anno1970 Di Armando Boscolo ( G,Volpe Editore)
“Il Golpe Borghese” Anno 2006 Di Adriano Monti (Lo Scarabeo)
“Il Prigioniero Di Wanda” Anno 2002 Di Daniele Lembo (Ma.Ro)
“Il Principe Nero” Anno 2007 Di Greene-Massignani (Mondadori)
“Il Servizio Ausiliario Femminile Della Decima Mas” Anno 2003 Di Marino Perissinotto (Ermano Albertelli)
“Inseguendo Un Sogno.Noi,I Ragazzi Della Decima” Anno 2006 Di Walter Jonna (Ritter)
“Italia Uber Alles” Anno 2006 Di Lapo Mazza Fontana (Boroli Editore)
“Junio Valerio Borghese E La X Flottiglia Mas” Anno 2003 Di Mario Bordogna (Mursia)
“Junio Valerio Borghese.Un Principe,Un Comandante,Un Italiano” Anno2005 Di Sergio Nesi (Lo Scarabeo)
“La Decima Flottiglia Mas E La Venezia Giulia” Anno 2003 Di Sole De Felice (Settimo Sigillo)
“La Decima Mas” Anno 1984 Di Ricciotti Lazzero (Rizzoli)
“La Generazione Che Non Si E Arresa” Anno1993 Di Giorgio Pisano’ (C.D.L. Edizioni)
“La Guerra Nel Dopo Guerra In Italia” Anno 2007 Di Daniele Lembo (Ma.Ro)
“La Guerra Segreta Oltre La Linee” Anno 2001 Di Aldo Bertuzzi (Mursia)
“La Mia Decima Da Malta Alle Hawai” Anno2000 Di Fiorenzo Capriotti (Italia Editrice)
“La Repubblica Di Salo’| (Fascicolo)” Anno 1980 (Rizzoli-Corriere Della Sera)
“La Resistenza Fascista| .Fascisti E Agenti Speciali Dietro Le Linee” Anno 2004 Di Daniele Lembo (Ma.Ro)
“La Scelta” Anno 1990 Di Attilio Bonvicini (Edizioni Virgilio)
“Le Audaci Imprese Dei Mas” Anno 1931 Di Ettore Bravetta (Edizioni Agnelli Milano)
“Le Streghe Di Mare” Anno2003 Di Vittorio G. Rossi (Il Castello)
“Luigi Ferraro Un Italiano”Anno 2000 Di Gaetano”Nin㬔 Cafiero ( Edizioni Ireco)
“Maro Della Decima Flottiglia Mas” Anno 2002 Di P. Calamai N.Pancaldi M.Fusco (Lo Scarabeo)
“Maro’ Gli Ultimi Eroi” Anno 2005 Di Vito Bianchini Ciampoli (Lo Scarabeo)
“Mio Fratello Maro’ Della X” Anno 2004 Di Pier Domenico Rossi (Lo Scarabeo)
“Morte A Partita Doppia” Anno 2003 Di Ferrucio Buonaprole (Lo Scarabeo)
“Per L’onore” Anno 2003 Di Napoleone Bianchini Ciampoli (Settimo Sigillo)
“Questa E La Decima” Annio 2005 (Italia Living History Group)
“R.S.I.” Uniformi. Distintivi,Equipaggiamenti E Armi 1943-45″ Anno1989 Di Guido Rosignoli (Albertelli Editore)
“Rivisitando Storie Gia’ Note Di Una Nota Flottiglia” 1-2 Anno 2000 Di Sergio Nesi (Lo Scarabeo)
“Senio.Primavera 1945 ” Anno 1991 Si Sergio Bozza ( Greco E Greco)
“Si Bella E Perduta + Elenco Caduti Del Btg Barbarigo” Anno 2004 Di Mario Tedeschi (Tedeschi C. Ed.)
“Solo Per La Bandiera” Anno 2002 Di Nino Buttazzoni (Mursia)
“Sotto Tre Bandiere” Anno 2005 Di Giorgio Farotti (Effepi)
“Taranto.Fate Saltare Quel Ponte” Anno 2002 Di Daniele Lembo (Ma.Ro)
“Teseo Tesei E Gli Assaltatori Della Regia Marina” Anno 2006 Di Gianni Bianchi (Locman)
“Ufficio Stampa E Propaganda Della Decima Mas” Anno 2003 Di Pasca Piredda (Lo Scarabeo)
“Un Alcione Dalle Ali Spezzate” Anno 2003 Di Sergio Nesi ( Lo Scarabeo)
“Volontari Di Francia” Anno2006 Di Carlo Panzarasa (Ass Culturale Novecento)
“Missione Segreta Mar Nero” Di Renato Cepparo.Edizioni Istituto Europa 1972
“Odysseus” Di Alberto Fazio.Edizioni Occidentale 1997
Campo X Il Campo Dell’onore(Due Volumi)
Cento Uomini Contro Due Flotte.Di Virgilio Spigai Ristampa,Edizioni 2008
Colpo Di Stato Di Camillo Arcuri.Edizioni Bur 2004
Con Onore Per L’onore Di Giuseppe Rocco.Greco E Greco 1998
Decima Tarnova Di Giorgio Giombini, Antonio Delfino Editore 2006
Eroismo Italiano Sotto I Mari Di R.B. Nelli.De Vecchi Editore 1968
Fascist Criminal Camp Di Roberto Mieville.Tipografia L’artistica 2003
Fino Alla Fine Di Marino Perissinotto,Edizioni In Proprio1996
Gli Arditi Del Mare Di Marc’antonio Bragadin,Ministero Della Marina 1942
I Mezzi D’assalto Della Marina Italiana Di Alfredo Brauzzi.Rivista Marittima 1991
I Sommergibili Tascabili Italiani.Di Daniele Lembo
Il Bocia Va In Guerra Di Pierluigi Tajana.Edizioni Italia 2008
Il Campo Della Memoria Del Gen.Farotti.Edizioni Italia 2007
Il Gruppo Esplorante Della Divisione “San Marco” Nelle Langhe Durante La Rsi Di R.La Mura.Ritter Edizioni 2007
Il Mare Nel Bosco(Nuova Edizione) Di Luigi Del Bono.Edizioni Italia 2007
In Fuga Oltre L’himalaya.Elios Toschi
In Mediterraneo Potevamo Mettere In Ginocchio L’inghilterra Di Teucle Meneghini.Schena Editore 1999
Io Fascista Di Giorgio Pisano’.Edizioni Net 2003
La Beffa Di Buccari Di Gabriele D’annunzio,Edizioni Treves 1918
Landa Giudone Mas All’attacco Di Nino Bixio Lo Martire.Schena Editore 1986
Lo Sbarco Di Anzio.Di Ugo Franzolin
Lo Sprecato Di Raffaele La Serra,Marvia Edizioni1989
L’un Contro L’altri Armati.Di Nicola Rao
Operazione C3 (Seconda Edizione) Di Mariano Gabriele.Ufficio Storico Marina Militare 1997
Panerai Historia
Panerai Orologi Da Polso
Pirati E Corsari Del Xx Secolo Di M.Izzo,De Vecchi Editore 1972
Rapidi E Invisibili A Cura Di Alessandro Marzo Magno,Edizioni Il Saggiatore 2007
Rinascita A Cura Del Reparto Stampa Della X Flottiglia Mas.Associazione Culturale Novecento.2003
Salvatore Todaro.Di Gianni Bianchi
Scire’ Di Sergio Nesi.Lo Scarabeo 2007
Servizio Segreto Di Carla Costa.Edizioni Europa 1998
Torpedini Umane Di Marino Cassini,Edizioni Mursia 1971
Una Sola Era La Via Di Marino Perissinotto,Aurora Edizioni
Una Vita Per L’italia Di Rodolfo Graziani.Mursia 1998
Uomini Contro Navi Di Beppe Pegolotti.Edizioni Vallecchi 1967
X Mas Di Daniele Lembo.(War Set)

Porzus

Articolo giornale con esortazione agli Italiani di unirsi alla Jugoslavia
Articolo giornale con esortazione agli Italiani di unirsi alla Jugoslavia

Lo studio e l’insegnamento della Resistenza hanno celebrato il primato comunista nella costruzione della democrazia italiana. Ciò al prezzo di una deformazione della realtà storica che è diventata «storia ufficiale».
Il nome dei «veri» capi della Resistenza, cioè di Alfredo Pizzoni, presidente del Cln Alta Italia, e del generale Raffaele Cadorna, comandante del Corpo dei Volontari che raggruppava le brigate partigiane, sono sconosciuti agli studenti italiani e quando si celebrano le Fosse Ardeatine si commemora una sorta di «fossa comune» dato che non vi morirono esponenti del Pci e non si ricorda che tra le vittime c’era il capo della Resistenza romana catturato e torturato dai tedeschi, il colonnello Giuseppe Cordero di Montezemolo.
Così come solo negli ultimi anni si sono ricordati i fatti di Porzus del febbraio 1945, dove i comunisti hanno sterminato i partigiani che non volevano essere agli ordini degli jugoslavi e accettare l’occupazione titina dei territori italiani.
La strage di Porzus è stata sepolta e tuttora tenuta ai margini perché non solo contraddice la pretesa di identificare automaticamente antifascismo con libertà e democrazia, ma soprattutto perché segna l’emergere di quella che è stata la «resistenza parallela» del Pci.
Troppo spesso si passano sotto silenzio due «bienni neri» in cui i comunisti – sovietici e italiani – si chiamarono fuori dallo scontro tra fascismo e democrazia: il biennio 1924-26 quando, rompendo con gli altri partiti d’opposizione, parteciparono ai lavori parlamentari con i fascisti; e quello 1939-41, in cui difesero l’alleanza tra Stalin e Hitler.
Nel ’39 Stalin sostenne quella scelta affermando che era in corso uno scontro tra imperialisti ricchi (Francia e Gran Bretagna) e imperialisti poveri (Germania e Italia) e quindi i sovietici preferivano questi ultimi.
Successivamente, dopo l’aggressione hitleriana all’Urss, i comunisti rientrarono nell’alleanza antifascista, ma sempre con una presa di distanza bellicosa rispetto agli altri stati e partiti.

giornale l'ardito del popolo
giornale l’ardito del popolo

«La crisi del capitalismo – dichiara Stalin il 28 gennaio ’45 – si è espressa nella divisione dei capitalisti in due fazioni: una fascista e una democratica. Si è creata un’alleanza tra noi e la corrente democratica dei capitalisti. Noi adesso stiamo con una frazione contro l’altra, ma nel futuro saremo anche contro questa frazione dei capitalisti».
È sulla base di questa strategia che Togliatti e i comandanti comunisti delle brigate partigiane parteciparono alla Resistenza avendo in mente da un lato il primato dell’occupazione jugoslava e dall’altro un futuro di scontro con gli altri partiti del Cln.
È così che animarono una Resistenza parallela, prima attraverso i Gap, le cui principali «imprese» – la bomba di via Rasella e l’assassinio di Giovanni Gentile – non vennero approvate dal Cln, e poi attraverso i «triunvirati insurrezionali» creati dal Pci alla vigilia della Liberazione nelle varie Regioni del Nord dall’Emilia al Piemonte per condurre un’«epurazione» al di fuori del Cln.
Quella che è stata chiamata «doppiezza» del Pci di Togliatti e che diventerà «diversità» con Berlinguer rispecchia l’irriducibile antagonismo dell’«idea comunista» che si autonomina futuro positivo dell’umanità e considera anche gli alleati un freno o un’entità inferiore se non – come avvenne a Porzus – «obbiettivamente» un pericolo da sopprimere.

Razzismo e Xenofobia

Riporto un articolo dal quotidiano Il Foglio. In questo articolo si parla dei due grandi eroi dell’Europa.

Ayaan Hirsi Ali e Theo Van Gogh. Ne parleremo moltissimo.
Vorrei anche che leggiate questo articolo perché si accenna a Wilders. Wilders da cinque anni è un recluso. La sua morte, il suo assassinio è chiesto in ogni moschea di Olanda, senza nessuna eccezione. Wilders ha le stesse idee di Ayaan Hirsi Ali, hanno lavorato insieme. Sono insieme stati condannati a morte da una fatwa. Sono stati insieme nominati sullo scritto dell’assassino di Theo Van Gogh. Il partito di Wilders è arrivato secondo alle elezioni ed è per questo che qualcuno scrive: un partito nazista è arrivato secondo alle elezioni in Olanda. Wilders è l’autore del film Fitna, che potete trovare su internet.

Queste sono parole di Wilders

Ma allora perché rischiare tanto, non ha paura di morire?
«Certo – ci dice Wilders – che ho paura di morire. Non sono un eroe. Sono soltanto un uomo che ama il proprio Paese, il quale sta perdendo la sua identità. Per fortuna – aggiunge il leader del Pvv – ho l’appoggio di molti elettori. Purtroppo non quello del mio governo. Anche Ayaan Hirsi Ali ha dovuto lasciare l’Olanda dopo il film Submission e poi il nostro governo se ne è lavato le mani. Oggi è costretta a vivere negli Stati Uniti, senza scorta, perché in Olanda non vogliono più proteggerla. Eravamo tutti e due nella lista nera trovata dopo la morte del regista di Submission, Theo van Gogh, assassinato per strada ad Amsterdam il 2 novembre 2004, come un bestia da macello. Da quel momento è cominciato l’inferno anche per me. Sono stato costretto a nascondermi, a trascorrere con mia moglie mesi e mesi in una cella di pochi metri quadrati, da dove non potevamo uscire, ricevere telefonate, visite. E tutto questo soltanto per aver detto che l’Olanda si stava islamizzando».

Sì, ma lei ha anche affermato che il Corano è un libro nazista.
«Infatti vivo ancora sotto scorta. Ma non rinnego le mie idee. Io ce l’ho solo con gli estremisti islamici, non con i musulmani in generale. Questo deve essere ben chiaro. Il film si chiama “Fitna” perché intendo dire che chi semina il male è un assassino, un criminale. Ho pensato quindi di usare questa parola come uno specchio. E indica altrettanto bene che cosa è l’islam: un altro pericolo per la democrazia dopo il nazismo e il comunismo. Non dirò mai chi mi ha aiutato a realizzarlo, perché non voglio che queste persone rischino la vita. Io sono il solo responsabile. Pertanto solo io me ne assumo la responsabilità. Non per niente il mio partito si chiama il Partito della libertà, un valore per cui vale la pena di lottare».

Vi sembrano parole di un nazista? Esiste qualcuno talmente idiota, talmente immondamente in mala malafede da osare dire che in queste parole c’è del nazismo? Certamente sì: tutti i mass media politicamente corretti. Una volta fatta l’affermazione “Chi odia l’islam è un nazista” Wilder diventa automaticamente nazista e quando vince le elezioni ci si può stracciare le vesti. Aita, aita accorruomo, il nazismo ritorna. Come potete distrarvi a parlare male dell’islam, quando il nazismo è presente e odia l’islam? Persino l’uomo politico olandese Pim Fortuyn, socialista e omosessuale, ma anti islamico era stato accusato di essere nazista: è morto ammazzato anche lui per mano di un no global vegetariano sconvolto dalla sua cattiveria contro l’islam.

Nazismo vuol dire :

  • amore per Adolf Hither.
  • fede nelle teorie espresse nel Main Kanft, che non si scrive così ma Maurizio poi corregge. (infatti si scrive Mein Kampf)
  • odio per gli ebrei.
  • forte statalismo.
  • uso di alcuni simboli come la svastica.

Il vizietto della sinistra nazionale e internazionale di accusare di nazismo tutti quelli che le sono antipatici cerchiamo di perderlo, per favore. Wilders odia Hitler e ama gli ebrei al punto tale che è terrorizzato dalle minacce di olocausto nucleare iraniane.

Dove è il nazismo? Nel fatto che la sinistra filoislamica ha fatto l’equazione : Chi teme l’immigrazione è nazista.

Non si tratta di immigrazione, signori, piantatela di dire idiozie. C’è in atto un’invasione coloniale che ha lo scopo di stravolgere le culture europee e asservirle. Nell’immigrazione gli immigrati si integrano con la cultura ospitante, non ne stravolgono le leggi. Nessuno è contrario agli immigrati Filippini o Peruviani o Sikh o Induisti, persone che emigrano con il desiderio di integrarsi, anche se, certamente, desiderano salvaguardare le proprie tradizioni ed amarle. Nessuno si spaventa quando si apre un tempio buddista o induista. Piantatela di fingere di non capire.

Qualcuno è preoccupato che il partito di Wilders sia secondo in Olanda? Io ne sono estasiata. Non vi commuove che questo disgraziato, che è un recluso da cinque anni, abbia vinto le elezioni? Wilder è vittima del nazismo più assoluto, quello islamico. L’islam è nazismo. Ufficialmente.

Chi lo combatte viene condannato a morte dall’islam e condannato all’ostracismo dagli utili idioti che aspirano a diventarne servi. Persino alla staffetta partigiana Oriana Fallaci è stato dato della fascista e per di più da gente del tipo di Fo Dario, che al fascismo aveva aderito con tutta la forza della sua minuscola anima.

Wilders un nazista? Giudicate voi. Qui ci sono le sue parole. Qui è descritta la sua vita. Chi sono i nazisti? Ayaan Hirsi Ali è dalla parte di Wilders. Razzista e nazista anche lei? Lei no perché è somala e quindi lei che l’Islam è violenza e sopraffazione e sottometterà l’Europa se nessuno lo ferma, lei lo può dire. Chi non è di origine islamica non lo può dire perché, per essere vero è vero, ma se lo dice un non islamico pare brutto e fa razzista.

Quindi l’islam è intoccabile. Se un islamico lo attacca è automaticamente condannato a morte per apostasia. un occidentale è condannato a morte per islamofobia e mentre vive sotto scorta è attaccato come un mostro dai bravi intellettuali politicamente corretti.

L’Islam è nazismo. Il nazismo ha due anime, tedesca e islamica. ( Hitler 22 11 1941) Il Mein Kampf è il libro occidentale più venduto nell’Islam, insieme ai protocolli dei Savi di Sion. E chi lo combatte è antinazista.

Ecco l’articolo su Theo Van Gogh.

Amsterdam. Linnaeusstraat si trova in un quartiere popolato in maggioranza da musulmani. E’ qui che Mohammed Bouyeri tese un’imboscata a Theo van Gogh il 2 novembre del 2004. Il regista si fermò a un attraversamento pedonale della pista ciclabile. L’islamista gli sparò un colpo con una pistola di fabbricazione croata. Theo cadde dalla bicicletta, riuscì a sollevarsi e a trascinarsi dall’altra parte della strada. Bouyeri lo seguì fino al cestino delle immondizie a cui Van Gogh si era aggrappato, esplose altri due colpi, davanti al caffè “L’Olandese”, mentre la vittima lo implorava di non farlo. Estrasse un coltello per decapitarlo, prima di appuntargli una lettera al petto con una lama più piccola, simile a un machete ricurvo. La lettera conteneva minacce di morte contro Geert Wilders e la parlamentare di origine somala Ayaan Hirsi Ali. Addosso all’assassino fu trovata anche una poesia: “Agli ipocriti dico: se non volete morire, tenete chiusa la bocca”. Sulla Linnaeusstraat oggi nulla ricorda la macellazione rituale del regista. Non esiste un Ground Zero olandese. E’ un’assenza che si avverte molto in un paese che monumentalizza tutto ed è ossessionato dal passato. … Ogni anniversario dell’assassinio di Theo passa invece inosservato, senza cordoglio né retorica nazionale condivisa. Sulla pista ciclabile color rosso in Linnaeusstraat ci sono due piccole incisioni, gente del posto ci dice che sono i segni lasciati da due proiettili. E’ più facile che qualcuno vada a portare fiori sulla Pythagorasstraat, davanti all’ultima di una serie di villette di mattoni rossi tutte uguali, dove abitava Van Gogh. Il giorno della sua morte le bandiere rimasero a mezz’asta, un onore che per legge deve essere tributato solo alla regina. “Se avessero fatto di Theo un simbolo della libertà, i multiculturalisti avrebbero dovuto ammettere che aveva ragione”, racconta al Foglio Theodor Holman passeggiando per la Damrak, la squallida arteria di Amsterdam da cui partono i battelli turistici e dove si concentra gran parte della teppa giovanile. Holman è un cinquantenne grassoccio dall’aspetto spavaldo e trasandato, era il migliore amico del regista, nonché il suo storico sceneggiatore e l’editorialista del principale quotidiano di Amsterdam, Het Parool. “Se avessero fatto di Theo un simbolo, avrebbero dovuto cambiare politica, ma loro non vogliono cambiare. Theo non potrà diventare un eroe”. Con Holman andiamo negli studi della Column di Giys de Vestelaken, un fumatore incallito sulla cinquantina che guida auto d’epoca. Giys creò la Column dieci anni fa assieme a Van Gogh. E’ lui ad aver prodotto “Submission”, la pellicola sulla sottomissione della donna nell’islam che costò la vita a Theo. …Non lontano dagli studi di Theo van Gogh, una splendida mattina di sole di un anno fa sei ufficiali di polizia entravano in un piccolo appartamento. Erano lì per un vignettista con un crudo senso dell’umorismo, il preferito da Van Gogh. “Non mi sarei mai aspettato l’Inquisizione spagnola”, dice l’uomo che si firma Gregorius Nekschot e che tutela ossessivamente il proprio anonimato a causa delle minacce. Il 13 maggio 2008 il vignettista trascorse la notte in cella, mentre la polizia spulciava nel suo computer, accusandolo di violazione di un articolo della Costituzione olandese che proibisce la discriminazione. “La Danimarca protegge i vignettisti, noi li arrestiamo”, denuncia Geert Wilders, uno dei favoriti per le elezioni europee del prossimo 4 giugno con il suo “Partito per la libertà”. Il sito internet di Gregorius Nekschot, che in olandese significa “giustiziato alla nuca”, è preso ogni giorno d’assalto e le sue opere, spesso di pessimo gusto, sono esposte al Parlamento dell’Aia dove un politico liberale ha allestito uno “spazio dedicato alla libertà di pensiero”. Nekschot, che disegna per il settimanale HP/De Tijd, ha detto che l’arresto ricorda “i metodi dei fascisti e dei comunisti”. La sua vignetta più celebre ritrae la scritta “Islamsterdam” e un imam con un coltello fra i denti. Il caso Nekschot dimostra che l’Olanda è nel caos più totale di fronte alla campagna intimidatoria dichiarata contro giornalisti, studiosi, vignettisti, scrittori e cabarettisti in seguito all’assassinio del regista. Lo avevano promesso: “Questa da ora in poi sarà la tassa che dovrà pagare chiunque offenderà Allah”. Un anno fa alla pittrice olandese Ellen Vroegh sono stati ritirati i dipinti dalla galleria comunale di Huizen, perché “offensivi dell’islam”. Nei suoi quadri non c’erano imam con bombe in testa, ma donne nude. Quanto basta per far scattare la censura preventiva. Lo scettro di Van Gogh è oggi nelle mani del suo amico, Hans Teeuwen. Ma anche lui, guarda caso, ha scelto di non esibirsi più in Olanda per paura di fare la stessa fine di Theo. “E’ ancora difficile per me capire ciò che è successo”, spiega Nekschot al Foglio nella prima intervista a un quotidiano italiano. “Dopo un anno, c’è ancora un’inchiesta preliminare, sono vittima di un cinico gioco politico. Il ministro della Giustizia in Parlamento ha detto che, prima del mio arresto, c’erano stati sette incontri sul vignettista Nekshot. Il mio arresto è una specie di scambio: il governo dimostra di combattere i terroristi e arresta i vignettisti per placare i musulmani. In altre parole, ci sono importanti politici in Olanda disposti a sacrificare i nostri diritti costituzionali, come la libertà di parola, per mantenere la ‘pace’. La situazione oggi è molto pericolosa per accademici, scrittori, giornalisti, vignettisti. Una volta che mercanteggi la tua libertà di parola, sei finito”. Cosa sta diventando l’Olanda? “Il regno dell’autocensura”, dice il vignettista. Una settimana prima del nostro arrivo, l’apostata musulmano Mark Gabriel, docente di islamistica riparato negli Stati Uniti dopo anni di insegnamento all’università egiziana al Azhar, su sollecitazione del servizio segreto olandese ha dovuto abbandonare in fretta l’aeroporto di Amsterdam per il timore di attentati. La nostra inchiesta sull’Olanda multiculturale si chiude ad Amsterdam, Islamsterdam, la città dove tutto ha avuto inizio, sulle tracce di Theo van Gogh. Il grande rimosso. L’olandese dagli occhi azzurri, il bastian contrario e forsennato radicale, il columnist che non conosceva diplomazia, l’agitatore grassissimo che beveva molto e fumava Gauloises senza filtro. Con la sua gola squarciata e la lettera di invocazione ad Allah infilzata nel petto, Van Gogh avrebbe dovuto diventare un monito contro l’odio e l’intolleranza nella capitale mondiale della libertà. Ma ha ragione Daniel Schwammenthal quando sul Wall Street Journal scrive che “ogni senso dell’urgenza che gli olandesi possono aver provato dopo l’uccisione di Van Gogh è andato definitivamente perduto”.
Quando venne ucciso anche un timoroso speaker del Parlamento, Josiah van Arisen, disse: “Il jihad è arrivato in Olanda”. Nella folla riunita a piazza Dam c’era anche l’allora consigliere municipale Ahmed Aboutaleb, oggi sindaco di Rotterdam dove la sharia è stata portata persino nei teatri comunali. Migliaia di olandesi alzarono cartelli con scritto: “No alla sottomissione al fontamentalismo” e “Lunga vita all’Olanda e al mondo libero”. Fu a casa di Theodor Holman che Van Gogh conobbe Ayaan Hirsi Ali, con la quale avrebbe lavorato a “Submission”, girato proprio negli studi della “Column”. “La morte di Theo è stata la fine della libertà di parola in Olanda”, ci dice Holman. “Le nostre strade erano così tolleranti fino ad allora e a un tratto ti accorgi che non puoi dire quello che vuoi. Da allora non è più possibile dire quello che vogliamo. Theo era un columnist molto duro e i politici hanno detto che era per la sua durezza che è stato ucciso. Dopo la sua morte tutti hanno pianto, ma cinque anni dopo si sente dire che Van Gogh era un provocatore e un pessimo regista. Gli intellettuali olandesi soffrono della sindrome di Stoccolma”. “Quasi che avesse chiesto di morire”, interviene il produttore Gys de Westelaken. “E lo stesso vale per Pim Fortuyn, si ripete che era gay, che aveva due cani etc… come se la sua eccentricità giustificasse la morte”. “In aula Bouyeri ha invece detto di aver ucciso Theo per motivi religiosi e non perché fosse un cattivo ragazzo”, dice Holman. “Fino ad allora ero stato molto orgoglioso della storia del mio paese, ci troviamo a cinquanta metri dalla casa di Spinoza, non lontano c’è quella di Cartesio. E’ in corso una guerra in città, la gente non ne può più di tutto ciò che sentono sui musulmani. Questo divide la città, la politica, il paese, il giornalismo. Molti scrittori e intellettuali oggi sono ancora politicamente corretti perché questo conviene alla loro carriera.
Cinque anni dopo la morte di Theo la situazione è peggiorata e diventa sempre più oscura. Oggi c’è tanta paura, autocensura, continuano a dire ‘let’s debate’, dibattiamo, ho partecipato a una ventina di dibattiti dopo l’uccisione di Theo e non vedo soluzione.
La correttezza politica sta crescendo, la gente è confusa, chi era di sinistra sinistra oggi è di destra. Io che sono di sinistra l’ultima volta ho votato i liberali di Hirsi Ali”.
Chi era Theo? “Era prima di tutto uno scrittore, un regista, un columnist, giocava con le cose, era sempre tagliante, in un certo senso era un clown, diceva ‘chi vuole uccidere il pazzo del villaggio?’. Bouyeri ha scelto Theo per due motivi. Per ciò che aveva scritto nel libro ‘Allah knows better’, Bouyeri doveva ucciderlo perché Theo era un ‘kaffir’, un infedele. Theo poi era amico di Ayaan, il film lo abbiamo fatto qui in questo edificio, Theo era un simbolo della libertà di parola anche per i nostri nemici. Bouyeri ha detto di averlo ucciso per questo, non perché si sentiva offeso da Theo. Inoltre Theo e Bouyeri erano simili, erano due scrittori, Bouyeri era molto integrato, ottima istruzione, era nato qui e aveva avuto la possibilità di capire quel che voleva. L’islam divenne la sua ragione di vita. E una volta diventato fanatico, doveva trarne le conseguenze del suo fanatismo”.
Al processo Bouyeri confessò di essere pronto a “rifare la stessa cosa” se avesse avuto una seconda occasione.
In aula indossava una tunica araba e aveva una copia del Corano. Prese la parola dopo una preghiera islamica. “Voglio che sappiate che ho agito per convinzione e che non ho preso la sua vita perché era olandese o perché io sono marocchino e mi sono sentito insultato”.
E rivolto alla madre di Van Gogh, Anneke: “Non odiavo suo figlio, non era un ipocrita e non mi sono sentito offeso da lui. Non sento il suo dolore in quanto lei è un’infedele”.
“Ero seduto accanto alla mamma di Theo quando Bouyeri, in aula, le disse che non odiava suo figlio, ma che era un simbolo, che era orgoglioso di quello che aveva fatto e che se fosse uscito lo avrebbe fatto ancora e ancora”, prosegue Holman. “Dopo la morte di Theo abbiamo dovuto ritirare il film, ci sono state minacce di morte”, riprende De Westelaken. “La gente può vederlo su Internet, ma la smocking gun è stata rimossa dal pubblico. E’ un film proibito, in senso drammatico. All’epoca non ero orgoglioso di produrre ‘Submission’, era un film come un altro, anche molto facile, Theo diceva ‘non è il mio miglior film’. Potremmo trasmetterlo in televisione, ma c’è una regola non scritta che lo proibisce. Guarda cosa è successo al film di Wilders, ‘Fitna’, è così facile sedersi al computer e minacciare di morte qualcuno e non c’è più bisogno nemmeno di essere legati ad al Qaida. Nessuno immaginava cosa sarebbe successo con questa pellicola. Non è il film in sé che conta, è come le vignette danesi sul Profeta, è ciò che rappresentano e l’atmosfera che si crea attorno a queste opere. A me manca moltissimo l’energia e l’ironia di Theo, quando piombava nel mio ufficio e buttava all’aria tutto. Dopo Theo il servizio segreto ci proteggeva, chiunque fosse coinvolto era sotto tiro. Guarda quel che è successo al traduttore giapponese di Salman Rushdie, è stato accoltellato a morte”. Il giorno in cui è stato ammazzato Van Gogh stava andando a lavorare al suo film su Pim Fortuyn. “Theo e Pim erano amici, si vedevano, parlavano di politica, Theo ha scritto alcuni discorsi di Pim”, spiega Holman. “Fortuyn si diceva che fosse ‘pericoloso’ e un ‘fascista’, ma era tutto il contrario. Non aveva l’aspetto di un uomo di destra, era omosessuale, aveva un coiffeur personale, una macchina sportiva, aveva tanto humour, era pro libertà di parola contro l’islamismo. Il suo assassino lo ha ucciso perché Pim disturbava l’ordine olandese, dicono che era un ‘fascista’ perché non rientrava negli schemi. Theo e Pim, la loro morte, sono accomunata dal fatto che per primi sollevarono il tema dell’islam. Pim diceva sempre, ‘non ho niente contro i musulmani, possono anche succhiarmi il cazzo, ma l’islam vuole uccidere gli omosessuali, io sono un omosessuale e devo difendere la nostra cultura’.
Era fatto così. Theo diceva lo stesso, aveva girato film con giovani marocchini, ma sapeva che lo consideravano un ‘infedele’”. Hans Jansen insegna Pensiero islamico all’Università di Utrecht ed è un’istituzione in Olanda. Ha conosciuto Theo mentre girava “Najib and Julia”, la storia di una ragazza olandese che si fidanza con un marocchino. “Theo voleva essere sicuro che i suoi attori parlassero un arabo corretto, un dialetto vero. Mi chiese una consulenza e fui felice di lavorare con lui. Amava i dettagli e ci lavorammo sopra. La sua morte ha reso la gente impaurita, molti hanno smesso di parlare di islam. Theo era un eccentrico e molte persone non hanno maturato l’interesse nella libertà di espressione perché hanno pensato che ‘i musulmani hanno ucciso un folle’, ma si sbagliano.
C’è grande paura fra giornalisti, scrittori e artisti. In molti hanno smesso di parlare, soprattutto chi ha figli ha preferito una vita quieta.
Le uniche novità di rilievo sono ‘Fitna’ e l’ascesa di Wilders”. Jansen rigetta gli studi fino ad ora condotti sull’assassino di Van Gogh. “C’è la tentazione di spiegare Mohammed Bouyeri attraverso canoni materialisti e sociologistici. Io ho sempre pensato che il caso di Mohammed fosse tipico dell’odio che chi riceve un dono matura verso chi glielo ha donato.
Abbiamo dato tutto agli immigrati musulmani, ma loro hanno maturato odio per la democrazia.
Sono pessimista sull’Olanda, non abbiamo l’energia per resistere. La popolazione islamica qui è del tutto immune dalle forze del liberalismo, della scuola, persino della lingua olandese. Il fallimento del multiculturalismo è una tragedia disarmante, c’è un grande disorientamento nell’educazione, nell’esercito, nella società. Siamo prossimi alla barbarie”.
Jansen è legato anche alla sceneggiatrice somala di “Submission”. “Ayaan Hirsi Ali ha parlato agli olandesi come se fossero suoi pari. Ma questa élite olandese pensa che gli immigrati non siano uguali a noi, ma gente da accudire, il mio paese non ha mai capito i musulmani. Ayaan ripeteva che se gli apostati dell’islam non fossero stati difesi dalla democrazia olandese, l’Olanda si sarebbe avviata in una brutta direzione. Ed è quello che è successo, il destino di Ayaan è un esempio tragico per gli altri immigrati, sanno adesso che se parlano olandese e si comportano come dei secolaristi, non saranno difesi dagli olandesi e attaccati dai propri simili”. A Jansen chiedamo se ritiene oggi possibile un altro caso Van Gogh. “Non ho mai voluto rispondere a questa domanda, non voglio neanche pensarci”. Van de Westelaken interrompe la discussione: “Ayaan è stata cacciata dal paese”. Lo dice come se quel che è successo sia stato un momento di non ritorno. “L’Olanda è un paese piccolissimo senza Ayaan, da un punto di vista intellettuale”, dice Holman. “Una donna, una donna nera, ex musulmana, senza clitoride, che nasce a sinistra e passa con i liberali, odiatissima dalle donne olandesi, Ayaan era troppo bella per la politica.
Un diamante nero, parlava tante lingue, Theo adorava Ayaan, li ho fatti incontrare io nella mia casa. Ayaan disse subito: ‘Voglio fare un film con te’. Qui tutti pensavano che le cose potessero cambiare, avevamo un omosessuale cattolico come Pim, poi Ayaan, era strano averli in Olanda tutti e due, due persone così intelligenti e con una visione internazionale dei problemi. E’ un paese molto più piccolo senza di loro”. “L’omicidio di Theo è stato molto efficace”, dice Holman prima di concludere l’intervista. E’ come se uccidendo quel ragazzone che amava provocare, che era orgoglioso di avere uno zio ucciso dai nazisti e che si sentiva come investito di una missione sulla libera parola, l’islamismo sia riuscito a congelare l’anima dell’Olanda. “E’ stata una bomba intelligente”, dice Van de Westelaken porgendoci una copia di “Interview”, uno dei film di Theo di cui il celebre attore americano Steve Buscemi ha appena realizzato il remake. “Quell’omicidio ha cambiato la vita delle persone. La bomba di Madrid non ha avuto questo effetto, perché il giorno dopo, nonostante tutti quei morti, la gente doveva continuare a prendere il treno. Con Theo hanno ucciso una sola persona e la sua libertà di parola. Ma con lui molti altri hanno chiuso la bocca”. Due settimane prima di morire, Theo van Gogh doveva andare negli Stati Uniti. Aveva una paura matta di volare e a Holman diede disposizioni per il suo funerale. “Voglio tanta vodka, tutti devono fumare Gauloises, le donne devono indossare i tailleur e una collana di splendide perle bianche”. Aveva preparato anche il suo ultimo capolavoro. Al centro della sala rotonda del teatro, dove la sera dell’omicidio si riunirono gli amici e la famiglia, c’era la bara del regista, il suo cellulare, l’agenda e la bicicletta nera su cui pedalava anche il giorno della morte. “Piangemmo e ridemmo tutta la notte, come quando muore un amico”, dice Holman. Accanto alla bara anche una bottiglia di champagne. Sulla pancia di Theo una rosa bianca e un foglio con scritto “Maarty”. Una delle sue tante fidanzate. A mezzanotte, sotto le note di “A perfect day” di Lou Reed, una limousine entrò nella sala e se lo portò via. E’ stato il primo martirio multiculturale in Europa.

Post interamente copiato dall’originale della Sig. Silvana De Mari

Sulla destra sociale

Roma fu «la chiamata di genti diverse ed inizialmente ostili a fare qualcosa di grande assieme» (Ortega y Gasset)
Roma fu «la chiamata di genti diverse ed inizialmente ostili a fare qualcosa di grande assieme» (Ortega y Gasset)

Il lettore Fabio A. mi scrive dalla Svizzera a proposito della diatriba con Giulietto Chiesa:
«Tale ‘scontro di penne’ mi ha posto in una inizialmente scomoda situazione: Conosco Giulietto Chiesa da anni, come giornalista e scrittore, da quando militavo nella sinistra radicale e lo stimavo parecchio, mentre lei direttore é ‘entrato’ nella mia vita molto dopo, quando le mie vedute hanno cominciato ad abbandonare il dogma sovietico per guardarsi intorno alla ricerca di qualcosa di migliore, di più umano e completo.
Ed ecco spuntare Blondet con la sua ‘destra sociale’ (mi piace identificare cosi il suo pensiero, mi smentisca se non é d’accordo) che, devo ammettere, mi ha rapito parecchio soprattutto sui temi economici e di politica estera in generale e che non può assolutamente essere identificata col pensiero di forzanuova come suggeriva un seguace di Chiesa che, evidentemente, non la conosce affatto…
».
Taglio qui la lettera, di cui ringrazio perché mi dà il modo di chiarire meglio, contro le accuse che mi sono state mosse, la mia posizione.
Per quel che vale, si capisce: non pretendo di contare nulla.
Voglio solo dichiarare apertamente, agli avversari ed amici, dove mi pongo.
E spiegare perché non posso accettare facilmente di essere messo in una casella riassuntiva («reazionario», «destra», «razzista») che, anche quando non intende bollare e diffamare, tradisce la complessità di una posizione a lungo pensata e vissuta.

Su «destra sociale», dunque, preciso: «io sono per l’interesse nazionale», il che può essere visto come «destra».
Ma secondo me, l’interesse nazionale è la sola guida possibile per l’azione politica «non ideologica».
Basta riflettere alle alternative.
Esiste un «interesse soprannazionale»?
Forse la solidarietà col proletariato mondiale: ma questa è ideologia, oltretutto confusa e irrealistica. E quando viene invocata, nasconde interessi oligarchici o imperiali: si pensi alla eurocrazia, a Kouchner, all’«aiuto fraterno» per cui l’URSS invase l’Ungheria.
Invece la nazione è un concetto abbastanza chiaro: è un destino comune, i suoi membri sono tutti nella stessa barca, e per questo «devono essere responsabili l’uno verso l’altro» e verso la sopravvivenza della comunità storica, della sua avanzata nel futuro.
Lo Stato deve organizzare questa responsabilità comune, per esempio con tasse ai ricchi che servano ad assistere i poveri, i malati e invalidi, i bambini, la vedova e l’orfano.
Ciò significa, in primo luogo, rifiutare le lobby (interessi particolari che si fanno prevalere dietro le quinte sull’interesse nazionale), e adottare un sistema penale efficacemente punitivo contro chi delinque, in quanto – come minimo – costui viene meno alla responsabilità che ha verso la nazione: per me, un lobbista e un rom stupratore sono, sotto il profilo criminale, eguali.

In vista del bene della nazione come comunità, lo Stato deve anche proteggere il dibattito intellettuale aperto e onesto – perché la circolazione delle idee fa bene alla nazione, la arricchisce di cultura e di prospettive.
E deve promuovere dirigisticamente la scienza e le tecniche di eccellenza, anche se ciò non porta profitto immediato e per questo – ad esempio – la ricerca viene abbandonata dai privati, che magari vendono aziende eccellenti agli stranieri per pagarsi lo yacht.
Sono anche per una misura seria di autarchia, oggi non a livello nazionale, ma possibile a livello europeo.
Se questa è «destra sociale», allora sia.
E difatti oggettivamente, come ho spesso ripetuto, è stato Bismarck (destra prussiana…) a inventare la prima forma di previdenza sociale per gli operai.
Si noti: previdenza generale e «obbligatoria», nel senso che il padronato fu obbligato a pagare i contributi pensionistici.
E Mussolini fu il primo a fare lo stesso in Italia, l’INPS.
I liberali se ne guardavano bene, era «un costo»…
I socialisti non ci avevano pensato, perché per loro non contava il bene nazionale, ma lotta di classe, ossia la distruzione di una classe della nazione per opera dell’altra.
Per Marx, peggio gli operai stavano, più si sarebbe accelerato il momento della rivoluzione: tanto peggio tanto meglio.
Ma la cosa peggiore di questa posizione di «sinistra», secondo me, è che essa nega alle classi non-proletarie – professionisti, imprenditori, docenti – il «diritto ad esistere».
Ritiene che siano meri ceti parassitari, illegittimi per definizione.
E che possano essere eliminate: fisicamente o socialmente, con la tassazione spoliatrice, riducendole a lavoro dipendente.

Per contro, la visione nazionale ritiene che la nazione abbia bisogno di «tutte» le classi: quelle che creano ricchezza, e quelle che creano scoperte e pensiero, quelle che fanno avanzare la scienza e quelle che garantiscono la difesa legale (gli avvocati), non meno di quelle che fabbricano e lavano i pavimenti.
Di conseguenza, «tutte sono legittime» e tutte hanno diritto di operare liberamente nel quadro legale. Di più: le esigenze che pongono, per esempio le richieste di denaro pubblico che avanzano per sè, vanno ascoltate e prese in considerazione.
Lo Stato deve però vegliare che le esigenze delle classi, specie di quelle potenti, vengano dichiarate «apertamente», non dietro le quinte; e discusse nel pubblico dibattito, il più vasto possibile: in modo che gli interessi contrari possano dire le loro obiezioni e farle ascoltare, e che le classi che chiedono favori debbano giustificarli dimostrando che esser servono l’interesse nazionale, non la loro sola casta.
Perciò la discussione va liberata, senza censure preventive.
Questo è il «dibattito politico», la cui libertà ha però un limite: istanze private o capricciose (come le pretese dei gay o dei trans) non hanno dignità politica, perché possono essere soddisfatte privatamente, senza chiedere denaro pubblico che deve andare – prima – ai bisogni «della vedova e dell’orfano», dei vecchi, dei malati, dei bambini, e dei poveri onesti.

Per questo sono contro il deputato Vladimir Luxuria: non per moralismo di destra, ma perché oscura e falsa il dibattito sull’interesse nazionale.
Tale dibattito politico deve avvenire alla presenza di uno Stato che sia capace non di «mediare», come usa oggi, ma di valutare quali esigenze vadano soddisfatte prima, e quali dopo o per niente – e di assumersi la responsabilità di decidere in base alle priorità.
E qui viene il difficile.
Qualunque decisione, anche la migliore, ha degli effetti collaterali negativi per qualche membro, o classe, della comunità nazionale.
Se una scelta fosse completamente buona, fare politica sarebbe facilissimo: ma non è mai così.
Qualunque decisione è anche un azzardo e richiede qualche sacrificio: per esempio, fino a che punto non aumentare le pensioni minime per dare più fondi alla ricerca?
Il futuro non dimostrerà che si è presa la decisione sbagliata?
E’ possibile.
E il popolo – il sovrano – deve essere ben cosciente che «ogni» scelta può essere sbagliata («opinabile»), e ognuna può essere discussa all’infinito.
E che esistono diverse visioni dell’interesse nazionale, anche opposte, ma legittime nella misura in cui non siano particolariste o all’opposto sovrannazionali-ideologiche.

Ma la discussione deve essere troncata ad un certo punto: e il popolo deve capire che, votando a maggioranza per un programma e un gruppo d’uomini che sostengono quel programma, ha delegato a loro – fino a scadenza del mandato – la «decisione» sulle priorità.
Il gruppo d’uomini scelto dal popolo (il sovrano) deve avere lealtà verso la nazione, deve avere «carattere» – non rimangiarsi la decisione per viltà alla prima opposizione – e deve imperativamente darsi le informazioni e le competenze necessarie per decidere al meglio possibile: per questo, chiamerà a sé altri uomini, i competenti, tecnici e i tecnocrati più stimati nel loro campo.
Lo farà con generosità – chiamando anche chi magari è di altre idee politiche generali, se è bravo – ma anche con attenta sorveglianza, perché i tecnici tendono a imporre la tecnocrazia, come forma di governo «oggettivo» e «scientifico», che è un mito ideologico dietro cui si nascondono interessi non dichiarati (vedi alla voce Eurocrazia, o Goldman Sachs).
Oggi, il liberismo globale e senza limiti legali è la forma più devastante di tecnocrazia, al servizio della finanza e dei suoi profitti.

Ma il danno peggiore che ha inferto all’Occidente è l’aver creato una classe politicante che, anche se volesse, manca della «cultura di governo» per dirigere la nazione in vista del suo bene comune. Ogni politicante ha per interesse il suo partito e le sue clientele, a volte minime, e questo da troppi decenni.
Non ci sono più scuole che insegnino la cultura dello Stato (ciò è bollato come «fascista») né l’arte della direzione governativa («dirigismo», «colbertismo»).
Eppure, negli Stati nazionali, con tutti i loro limiti, questa cultura veniva coltivata.
In Francia, l’Ecole Nationale d’Administration (ENA) prepara (preparava) i dirigenti ministeriali, custodi della nazione, necessari al ministro – politico, con il peso finale di decidere – con la sua competenza e lealtà.
Lealtà verso la nazione, non verso il politico che passa.
Questa cultura veniva formata, con metodi autoritari oppure pluralisti, in tutti i Paesi, dalla Germania all’Inghilterra.
Per incredibile che sembri, anche l’Italia aveva scuole di alta formazione pubblica, che imprimevano questa cultura.
Ne uscivano direttori generali, questori, prefetti magari autoritari ma ricchi di «carattere» e con una vera dedizione alla comunità nazionale; si pensi al prefetto Mori.
Il liberismo, attaccando lo Stato nazionale («residuo del passato, i confini non esistono più, sono un ostacolo al commercio») ha fatto sparire questa cultura.
In più come ha sancito la Thatcher, la sua ideologia sancisce che «non esiste la società, esistono solo individui».

Per questo abbiamo Mastella, o la Lega, o le rivoltanti «autonomie regionali» secessioniste di fatto. Per questo pulluliamo di particolarismi, dove ognuno pensa a sé, da vero «liberale assoluto», anche quando si proclama «comunista» o «fascista».
Per questo le università non producono più grandi giuristi: i confini di Stato sono anzitutto i limiti entro cui si applica il diritto nazionale, e «la sparizione dei confini ha fatto sparire il diritto», sostituito dai «regolamenti europei» da nessuno votati, da «direttive» suggerite da lobby anonime a Bruxelles.
Dalle università è scomparsa anche l’economia politica: i sedicenti economisti italioti d’oggi sono scopiazzatori dei dogmi del liberismo globale di Chicago.
Oppure loschi tecnocrati europei alla Padoa Schioppa.
Quando questa ideologia liberista cadrà – come è caduto il marxismo e per gli stessi motivi: perché è contraria alla vita umana – e avremo bisogno di gruppi capaci di dirigere la nazione ridotta all’autarchia, non li troveremo.
Mastella e Luxuria non ci serviranno a nulla.
Né la Lega, né Forza Nuova, né Forza Italia.
E visto che mi hanno bollato come «ideologo di Forza Nuova», è il caso di parlarne.

Forza Nuova riprende e posta i miei modesti articoli: dichiaro che ne sono felicissimo, perché le idee che esprimo non sono nemmeno tutte mie – anzi sono una elaborazione di idee che ho imparato da altri, migliori – e una volta espresse, è bene (per la nazione) che le idee circolino il più possibile, senza brevetti di proprietà.
Se il Manifesto o Indymedia riprendessero i miei articoli, persino senza la mia firma, ne sarei ugualmente felice.
E’ un guaio che non lo facciano e si trincerino nel loro ideologismo fondamentalista; lo ritengo un segno di debolezza e paura, oltrechè di rozzezza intellettuale.
Mi invitano più spesso gruppi di destra: non è colpa mia.
Quando mi ha invitato «Faremondo», i rossi intelligenti di Bologna, ne sono stato felice, ho apprezzato il coraggio di Emanuele Montagna che mi ha invitato (e che avrà i guai suoi con i compagni, per questo «infiltrato») – anche se su tante questioni mi ha espresso il suo disaccordo
– e sono onorato di chiamarmi suo amico personale, come spero sia per lui.
Certamente abbiamo visioni diverse dell’interesse nazionale, magari opposte.
Ma Montagna è inoltre un uomo buono, più buono di me (ci vuol poco).
Quando mi rimprovera i miei impulsi «di destra», lo fa con argomenti su cui spesso debbo dargli ragione.

Sono amico anche di Roberto Fiore, il capo di Forza Nuova.
Non sapevo nulla di lui fino a qualche anno fa.
Ricevetti un invito ad andare a Londra a parlare ad una piccola società che in Inghilterra trovava stanze e posti-letto per studenti italiani d’inglese.
Era la ditta di Roberto Fiore e di Massimo Morsello, allora entrambi latitanti perché accusati falsamente di un numero di «stragi fasciste» mai commesse, e di cui sono stati assolti con formula piena.
Per non aver commesso il fatto.
Trovai che Fiore era una persona ragionevole (ai tempi, come me, aveva speranze in Berlusconi: speranze tradite, ma non per colpa nostra), simpatica e molto ben informata sulle questioni internazionali.
Trovai che era tornato al cattolicesimo, ed ha dieci figli, dieci (da un’unica donna, sua moglie legittima…).
Ora che è tornato in Italia ed ha organizzato la sua Forza Nuova, sono in disaccordo con lui sui metodi, le tattiche e molte delle sue idee, e gliel’ho detto.
Lasciamo da parte le etichette: «fascismo», «teppismo», «skinhead».
La mia obiezione principale è un’altra.
La visione nazionale non è nazionalismo ottocentesco.
Se vogliamo, è una visione antichissima: si rifà a Roma imperiale.
Ed ora sottolineo il perché, a beneficio di chi mi accusa continuamente di razzismo.

Roma fu la più grande integratrice di popoli diversi, che chiamò a partecipare al suo potere barbari e nordafricani, li civilizzò, addossando loro il peso di corresponsabilità nel governo, offrendo ad essi di «fare le cose insieme».
Settimio Severo era stato un bravo generale bèrbero, e fece una certa carriera nello Stato: diventò imperatore.
Quella è civiltà: siccome «c’è da fare» e tanto – governare un impero, sollevare le condizioni di vita e di cultura generali, più gente si guadagna a condividere il compito (e migliori si rendono quei collaboratori) meglio si fanno le cose, meglio avanza il progetto comune.
Lo stesso fece la Spagna, quando ebbe il suo impero: quando il re dovette decidere se stanziare i fondi per mandare Colombo nell’oceano, impresa mai tentata prima, il fatto che Colombo non fosse iberico, «dei nostri», non entrò nemmeno per un istante nella valutazione dei pro e dei contro.
Anche l’impero americano ha fatto qualcosa di simile, fino a quando non è caduto sotto il colpo di Stato di Bush e dei neocon.
Come applicare la lezione di Roma, senza retorica, nella attuale situazione italiana, ahimè ben poco imperiale?
Verso gli immigrati, direi questo: essi devono essere soggetti alle leggi nazionali con rigore eguale a quello usato per i cittadini; senza privilegi sui cittadini di nascita, senza mutui agevolati ed esenzioni dal ticket che sono negati ai cittadini nati qui.
Ci dev’essere anche la coscienza che i cittadini nati e cresciuti italiani hanno qualche «precedenza» nella divisione dei fondi, perché pagano le tasse da molto più che gli immigrati ed hanno contribuito di più alla nazione.
I poveri, specialmente: abbiamo un obbligo primario verso i «nostri» poveri, prima che verso i loro.

Oggi il problema politico primario italiano è che ci opprime la Casta inadempiente e costosissima, il ceto parassitario che – in altre condizioni – suscitò contro di sé la rivoluzione francese.
E’ quello il nemico principale, contro cui non bisogna distrarsi né perdere tempo scontrandosi con nemici secondari o fantastici.
Per questo, occorre radunare il numero maggiore possibile di italiani onesti, renderli coscienti del problema primario, organizzarli nella protesta efficace.
Ci sono, sono a «sinistra» come «a destra», etichette ormai truffaldine.
Orbene: se per questo scopo altamente nazionale si deve rinunciare a simboli che ricordino il fascismo e perciò suscitano il rifiuto istintivo a «sinistra», se certe tattiche dividono quando è necessario unire, si rinunci ai simboli.

L’attaccamento a simboli passatisti, e perdenti verso l’opinione pubblica per giunta (data la schiacciante propaganda contraria) non indica solo che non si sa distinguere l’essenziale dal superfluo.
Indica, temo, un ritrarsi «identitario» – e le «identità etniche» o gli etnicismi sono contrari all’interesse nazionale – un rimpicciolimento, un volontario rinchiudersi in un ghetto.
Non lo fa solo Forza Nuova, lo fanno tutti i partiti.
Quando ciò avviene, vuol dire che «non c’è tanto da fare», o non lo si vuol fare: ci si contenta di difendere la propria «identità», gridando nel vuoto, invece di «chiamare a raccolta genti diverse a fare qualcosa di grande insieme».
Vuol dire che non si ha nessun progetto per la comunità, né l’energia e la volontà di realizzarlo.
Un simile movimento politico, qualunque sia l’etichetta che si dà, è secondo me «inautentico» (1): non coglie la situazione autentica, si rifugia in nostalgie, simboli e mondi fantastici, situati in qualche plaga lontana tra la Luce del Nord e il paese di Tolkien, e molta tifoseria.
Ma qui non si sta recitando la parte dei guerrieri antichi.
Qui ci sono le tasse che colpiscono i piccoli e i deboli, ci sono le corruzioni scandalose a spese dei pensionati minimi, c’è lo spreco del denaro dei contribuenti che l’hanno guadagnato col sudore della fronte.
C’è la prosaica realtà del degrado generale della nazione, della sua incultura e ignoranza crescente, dei suoi particolarismi trionfanti (questi sì illegittimi): e purtroppo, né Tolkien né Evola sono di aiuto come manuali sul «cosa fare» oggi, subito, per i pensionati e i malati e gli immigrati che lavorano, ed hanno diritto alla protezione della legge come tutti noialtri.

La stessa cosa avviene a «sinistra»: il sogno bolscevico, la rifondazione del comunismo, non sono meno irrealisti e inautentici.
Compagni, basta sognare!
Le Officine Putilov non esistono più, e non esiste più la Breda, la Falck, la Pirelli.
Quelli che avete votato ve le hanno vendute, saccheggiate, e mandate in Cina.
La prima cosa che ha fatto Veltroni per avere una chance di governare è «farsi una banca», Montepaschi-Antonveneta: capitalismo finanziario-parassitario, a spese dei risparmiatori, ma purtroppo questa è la realtà attuale.
Rileggete la vera lezione di Marx: anzitutto, partire dall’analisi della società così com’è, dei rapporti economici reali e spietati.
Mai perdere il contatto con la realtà, anche se è complessa come oggi.
Questo direi anche a quelli del Manifesto, se mi invitassero a parlare.
Non mi invitano, e allora sono «di destra».

Ma non avete ancora capito chi è il «nemico principale»?
Perché perdete anche voi tempo con nemici secondari e creati dalla vostra fantasia, dai vostri incubi?
E’ una scusa, secondo me.
Per nascondere che ritenete «non ci siano cose da fare», o che non siete capaci di farle.
In questo, siete identici a Berlusconi.
Eh sì.
Anche lui annuncia continuamente che il governo Prodi cade, sta per cadere, cadrà da solo: bella scusa per non fare niente, per non radunare forze reali allo scopo.
Dicono che si sia stufato della politica: benissimo, ma allora perché non se ne va?
Incoroni Tremonti, gli passi l’elettorato di Forza Italia e tolga l’ingombro.
Tremonti forse ha il «carattere» che serve, ha una visione per la nazione.
Perché il problema italiano così tragicamente urgente è aggravato dall’ingombro di personaggi che «non hanno più niente da fare», non sanno «cosa fare», e si ostinano a non togliere il disturbo, a restare sulla scena confondendo le acque torbide.
Luxuria protesta perché un parroco l’ha rifiutata (rifiutato?) come testimone di nozze religiose: scusate, vogliamo seriamente spaccarci su questo, sul «diritto» del trans a fare il testimone di nozze?
E’ da qui che si distingue chi è di «destra» da chi è «di sinistra»?
E gli operai meno pagati d’Europa, devono aspettare che, prima, siano soddisfatti i «diritti» del trans?
E’ questa la priorità nazionale?
L’individualismo edonista è di sinistra?

Non faccio moralismo.
Lo so, si ride molto sui giornali del «decalogo della Mafia» scoperto dopo gli ultimi arresti: com’è moralista, com’è vecchio-cattolico!
Rispetta tua moglie, non guardare le donne dei compagni mafiosi, mantieni la parola data, è vietato drogarsi.
Siamo così stupidi, che ne ridiamo.
Senza capire il perché i capi-bastone abbiano stilato un decalogo e ci tengono tanto, da minacciare di morte chi lo viola: perché quelli hanno «cose da fare».
Le stanno facendo.
E sono tante le cose da fare, che hanno bisogno di uomini veri, duri, di carattere, che non perdano tempo a toccare il culo alle donne, che arrivino di corsa quando li si chiama («anche se tua moglie sta partorendo»), e che non arrivino strafatti di coca: abbiamo da fare, mica giochiamo qui, mica possiamo permetterci un senatore a vita di 82 anni cocainomane, o di imbucare nei posti alti un cugino scemo e fumato tanto per dargli un reddito.
Se no l’impresa va a catafascio, il progetto generale crolla, e la mafia cinese – albanese, ebraica, fate voi – ci rosicchia il nostro impero.
In breve, quello non è il codice della Mafia: è il codice del «comando».
Chiunque comandi davvero, e abbia qualcosa di autentico da fare, impone un codice simile a sé e ai suoi sottoposti.
Devo dire che solo i siciliani hanno il carattere del comando, oggi, purtroppo guastato dal particolarismo, dalla secessione etnicista.
Ed è un peccato – uno spreco per la nazione – che lo Stato, lo staterello, non sia stato capace di attrarre simili caratteri, simili uomini di «comando», duri e laconici.
Più precisamente, non ha voluto: perché si può immaginare cosa farebbero questi «comandanti» a Mastella e a Luxuria, se lo Stato fosse in carico a loro, con tante cose da fare per raddrizzarlo.
Il prefetto Mori era uno così infatti, siciliano.

Definitivamente, questo fa di me uno «di destra».
Eppure – strano – Fini, Alemanno, Storace, non mi hanno mai chiamato a parlare ai loro ragazzi. Non sono abbastanza «di destra», per loro.
Allora, in che casella sto?
Qual è l’etichetta che mi spetta?
Lasciamo perdere le etichette, o almeno troviamone di nuove.

Maurizio Blondet


Note

1) Un esempio patente di inautenticità è stato dato dalla «caccia al romeno» scatenata da giovani di Roma.
Questi giovani si richiamano in qualche modo al fascismo.
Ma nel fascismo, che al suo apice fu una realtà internazionale, la Romania era un Paese-fratello.
Decine di migliaia di soldati romeni seguirono i nostri alpini nella tragica ritirata di Russia: i nostri padri soffrirono insieme.
Per di più, come ha notato anche Il Secolo di Fini, questi giovani «neri» di oggi rievocano Codreanu, il capo del movimento nazionale romeno… ma poi danno la caccia ai romeni. Che cosa significa?
Che la memoria storica nazionale di questi «fascisti» è una tradizione morta, inoperante.
La «tradizione» che vive in loro è quella della tifoseria calcistica, il «noi» contro «loro», la xenofobia incivile, e molto americana.

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Della serie : invecchiando si rinsavisce?

Un pò di storia : La battaglia di Kasserine

La guerra d’Africa non fu solo l’epopea di El Alamein ma anche i successivi e ultimi sei mesi dove i nostri soldati sostennero durissimi combattimenti in Tunisia, su due fronti: l’8^ armata britannica e le forze anglo americane sbarcate in Nord Africa nell’autunno del 1942 (operazione Torch).
Alla fine di dicembre del 1942 le forze italo tedesche potevano contare su circa 100.000 uomini e avevano ricevuto qualche rinforzo corazzato (carri Tigre tedeschi). Il comando della 1^ armata italo tedesca fu affidato al Generale Messe che ricevette precisi ordini di Mussolini mirati ad arrestare le forze avversarie e successivamente prendere l’iniziativa per un’auspicata riconquista della Libia.
Considerata la gravità della situazione, l’esiguità delle forze e degli armamenti, Messe comunicò a Mussolini i suoi dubbi.
La risposta del Duce fu semplice e ovvia:
“Resistere comunque ad ogni costo allo scopo di ritardare, dopo la perdita dell’Africa, il conseguente attacco all’Italia”.

Il 6 febbraio 1943 le forze italo tedesche reduci da El Alamein completarono il dispiegamento lungo il confine libico tunisino. Le unità tedesche agli ordini di Messe comprendevano la 90^ divisione leggera, la 164^ divisione di fanteria, la 15^ panzer e la brigata paracadutisti Ramcke (dal nome del suo comandante). Le truppe italiane comprendevano le divisioni “Giovani Fascisti” (tutti ragazzi volontari con meno di vent’anni),  Pistoia, Centauro, Trieste e La Spezia. Interessante leggere la valutazione delle truppe (nel loro complesso) che Messe inviò al comando supremo l’8 febbraio 1943:
“provati nel fisico e turbati nello spirito. Logori ne sono usciti i materiali. In tutti è entrata la convinzione che la lotta non può essere decisa dal valore degli uomini, ma dall’avere disponibilità di mezzi non inferiore a quelli dell’avversario. Resta ben fermo che tutti osserveranno la consegna di compiere il proprio dovere fino all’estremo”.

I superstiti della Folgore furono radunati il 7 dicembre 1942, a Breviglieri, al Centro di Istruzione di Fanteria della Libia. Il reparto di formazione, denominato 285° battaglione paracadutisti “Folgore”, fu posto al comando del capitano Carlo Lombardini, già comandante della 20^ compagnia del VII° battaglione.

Questo grande soldato scrisse dopo la guerra:
“Sulla campagna di Russia sono stati scritti volumi e volumi, sulla campagna in Africa Settentrionale solo qualche volume e non sempre veritiero. Ufficiali portano sulle divise la placca della Campagna di Russia, la medaglia commemorativa per l’Africa Settentrionale, invece, fu abolita nel 1946 dal ministro della Difesa. A coloro che non si piegarono alle lusinghe russe diedero la Medaglia d’Oro al Valor Militare; a quelli che fecero la stessa cosa con gli Alleati, sanzioni disciplinari”.

Il 285° si articolava su cinque compagnie:
107^ – Compagnia Comando – agli ordini del capitano Riccardo Caroli, già comandante la 5^ compagnia del II° battaglione.
108^ – tenente Rolando Giampaolo, già comandante della 28^ compagnia del X°, poi IX° battaglione.
109^ – tenente Lodovico Artusi, uno dei volontari nel battaglione Curtatone e Montanara nel 1935-1936, che aveva comandato la 26^ compagnia del IX° battaglione Folgore.
110^ – tenente Vittorio Raffaelli
111^ – tenente Enrico Bosco Corradini, che aveva comandato la 3^ batteria-2° Gruppo-185° Reggimento Artiglieria “Folgore”.
Il 285° si schierò a Buerat a difesa della Via Balbia.

Dopo una sosta a Tavorga, il battaglione fu inviato a nord di Kussabat, sbarrando le piste provenienti da Beni Ulid. Mentre si trovava ad Ain Zara, il battaglione ricevette l’ordine, il 22 gennaio 1943, di schierarsi a sud dell’aeroporto di Castelbenito. Si doveva resistere ad oltranza, per permettere alle divisioni italiane e tedesche di ripiegare lungo la litoranea.Con la Folgore vi era anche un battaglione di paracadutisti tedeschi.

Il 23 gennaio si scontrò col nemico. La stessa sera, dopo la caduta di Tripoli, ricevette l’ordine di prendere posizione a sud del castello di Zuara. Dopo un nuovo ripiegamento il battaglione raggiunse la linea fortificata del Mareth, in Tunisia.

LA BATTAGLIA DI KASSERINE

Dopo aver raggiunto la linea del Mareth, l’8^ armata inglese di Montgomery era a corto di fiato e di rifornimenti e quindi incapace temporaneamente di offendere.
Rommel cercò subito la rivincita attaccando sul fronte occidentale tunisino. Egli prevedeva un attacco sui due settori delle forze alleate, inglese e americano, in direzione del colle di Kasserine per poi proseguire verso ovest in direzione di Tebessa dilagando nella pianura algerina e accerchiando le truppe alleate che minacciavano la 5^ Armata di von Arnim.
Quest’ultimo disponeva di circa 150 carri armati, Rommel solamente 50; vi era la disponibilità di una ventina di cannoni da 88mm.

Il 14 febbraio le unità corazzate di Rommel (10^ e 21^ Panzer Divison) si lanciarono all’attacco travolgendo le avanzanti formazioni americane; in prossimità di Sidi Bou Zid e in poche ore vennero distrutti una cinquantina di carri statunitensi.
Nel settore di Gafsa, le truppe americane del generale Robinett, dopo essersi ritirate su Feriana, il 15 febbraio contrattaccarono. bloccati prima dal potente fuoco di sbarramento degli 88 tedeschi e poi dai reparti corazzati, gli americani persero un altro centinaio di carri. A Gafsa finirono nelle mani di Rommel circa 1.400 prigionieri americani.
Il 20 febbraio, reparti della 10^ e 15^ Panzer conquistarono il passo di Kasserine, travolgendo le truppe americane a difesa della posizione.
Nella disperata battaglia si distinsero per valore e combattività i bersaglieri del 7° Reggimento, impegnati in durissimi scontri corpo a corpo contro le truppe alleate. il Comandante del reggimento, Colonnello Bonfanti, cadde in combattimento alla testa dei suoi bersaglieri, mentre li guidava all’assalto delle posizioni nemiche.
Il 28 febbraio 1943 il feldmaresciallo Rommel stabilì di scagliare un’offensiva contro il nemico, che denominò Azione Capri. Scopo dell’operazione era l’annientamento delle truppe nemiche che stavano posizionandosi tra il Mareth e Medenine. Si iniziò alle ore 06.00 del 6 marzo 1943, ma non si raggiunse il risultato sperato. Il giorno successivo il comando della 1^ Armata ordinava di rientrare alle posizioni di partenza.

Sulla linea del Mareth si distinse il sottotenente paracadutista Cesare Cristoforetti, che guadagnò la Medaglia d’Argento al Valor Militare alla memoria, con questa motivazione:
“Comandante di plotone paracadutisti a protezione di un nucleo di genieri d’arresto che di notte stavano costruendo un campo minato, mortalmente colpito da numerose schegge di granata che gli amputavano completamente le gambe e lo ferivano in tutto il corpo dava prova di grande serenità. Mentre era trasportato al posto di medicazione, conscio del grave stato in cui si trovava, incitava i portaferiti a compiere sempre il loro dovere e a testimoniare ai suoi genitori che moriva serenamente dopo aver dato tutto alla Patria. Negli ultimi istanti di vita trovava ancora la forza di intonare l’inno dei paracadutisti italiani”.
Questo non bastò a fermare l’avanzata alleata.

Alla fine, tra contrattacchi e ripiegamenti, il gruppo Armate Afrika vedeva restringersi sempre di più il proprio spazio di manovra. Lo schieramento delle forze della 1^ Armata sulla linea di Enfidaville era il seguente (dal mare verso l’Interno):
XX° Corpo d’Armata(90^ Leichte Division, Divisione Giovani Fascisti, Divisione Trieste),
XXI° Corpo d’Armata (Divisione Pistoia, 164^ Leichte Division).
In riserva si poteva contare sulla 15^ Panzer Division con solo 15 carri, il Raggruppamento Piscicelli, un battaglione della Pistoia e due battaglioni di avieri.

La notte del 23 marzo, truppe scozzesi espugnarono alcuni nostri avamposti a El Harran.

Il 23 marzo stesso, il comandante del 66° reggimento di fanteria, di cui il Folgore costituiva il III° battaglione, ordinava il contrattacco alla compagnia che fungeva da caposaldo arretrato del battaglione, cioé quella del tenente Lodovico Artusi, la 109^. Ricevuti gli ordini dal comandante, Artusi disse:
“Vinco o non torno!”
Divise il reparto in due gruppi e si lanciò all’assalto gridando “Folgore”, alla testa dei suoi uomini. Molti furono i feriti e gli uccisi. Egli fu gravemente ferito ed accecato. lo stesso tenente Artusi, soccorso dai suoi uomini ebbe ancora la forza di dire:
“Abbiamo vinto, Folgore!. Viva l’Italia!”.

Per il suo valore gli fu conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione:
“Comandante di una compagnia inviata in rinforzo ad un battaglione per rioccupare una posizione raggiunta dall’avversario, impavido, alla testa dei suoi uomini, sotto intenso fuoco li trascinava in un travolgente vittorioso contrassalto che permetteva di rioccupare di slancio la posizione perduta. Rimasto gravemente ferito alla testa, rifiutava ogni soccorso ed additando ai suoi uomini le posizioni avversarie, gridava con le forze residue “Folgore, abbiamo vinto. Viva l’Italia”.

Montgomery subisce gravi perdite. Egli invia a Londra messaggi drammatici “ferma, disperata resistenza”. (soprattutto con i tedeschi della V Armata di Arnim che ha ancora mezzi efficienti e non è appiedato come Messe.
Churchill fu costretto ad ammettere la parziale  sconfitta e Montgomery chiese due settimane di tregua.
La spaventosa lotta era durata sei giorni.
“Ammucchiati i cadaveri inglesi di fronte ai nostri capisaldi”; annientate Unità famose, come la “Brigata Guardie”, i Btgg. “Black Watch” e “Durham Light” della 30° e 51° Div. ; ridotti in briciole I 50 carri della 23° Brigata Corazzata.

Messe, commentando la sconfitta inglese scrive: le Divisioni combatterono con grande valore e magnifico slancio, superando in bravura i tedeschi…. Ben diverso epilogo avrebbe potuto avere l’azione (contrattacco della 15° Div. Cor. tedesca) se questa incrollabile barriera di punti di appoggio fosse caduta in mano al nemico… Tutte le truppe italiane tennero meraviglioso contegno, ma una parola di particolare elogio va all’eroico 8° Bersaglieri che superò se stesso”. E accennando al comportamento della truppa soggiunse: “Durante il furibondo attacco inglese alla posizione di resistenza della Div. “Giovani Fascisti”, episodi epici hanno perfino indotto l’Ufficiale di collegamento germanico a segnalare l’ammirazione dei reparti tedeschi che ne erano stati testimoni”

Sulla battaglia del Mareth, giunse una lunga relazione di Messe a Mussolini, che il duce più tardi così commentò “…in quella relazione distribuiva più elogi agli inglesi che non alle forze italiane; eccessivi tali riconoscimenti ai nemici che si rifrangevano anche sugli italiani, in quanto dimostravano che i nostri soldati avevano combattuto contro soldati non di seconda classe ma di prima classe.

Quando Messe venne catturato a fine conflitto e trattato da Re dagli inglesi Mussolini ebbe a dire: “Oggi, alla luce del tradimento particolarmente obbrobrioso di Messe, ci si domanda se tutto ciò non fu calcolato e intenzionale, in vista di una cattività che Messe non poteva escludere dal novero delle possibilità. E’ altresì indubbio che Messe, attraverso la sua relazione, godé di una immediata buona stampa in Inghilterra, ed è altresì documentato dalle fotografie che, giunto in volo nei pressi di Londra, il Messe fu accolto da uno stuolo di generali non come un prigioniero e italiano per giunta, ma come un ospite di riguardo” (Articolo di Mussolini, pubblicato sul Corriere della Sera del 1945, poi raccolti insieme ad altri  in “Il tempo del bastone e della carota”).

Il 30 marzo la “Folgore” si schierò di nuovo sulla linea dell’Uadi Akarit.

Il 9 marzo iI feldmaresciallo Rommel, viene richiamato in patria dopo la battaglia di Médenine, fa tappa a Roma e si incontra con Mussolini cui non nasconde la gravità della situazione. Ma Mussolini replica solennemente: “La Tunisia deve essere conservata ad ogni costo… Sono del parere del Fùhrer: bisogna conservare la Tunisia”. Il comando delle forze tedesche in Tunisia è affidato al gen. Jurgen Von Arnim, mentre il comando supremo delle truppe dell’Asse è tenuto dal gen. Giovanni Messe.

Dal diario dell’aiutante di campo di Rommel:  “… ha ottenuto dal Q.G. del Fuhrer l’atteso congedo, a sua domanda per gravi motivi di salute; lo sostituisce von Arnim nella V Armata, ma il Generale Messe assume il comando della I Armata e il comando dell’A. Korps in Africa. Il sig Mar. Rommel parte domani per il Reich, in aereo”
Su questa partenza sarà mantenuto il massimo segreto per volere del Comando Supremo della Wermacht e personalmente del Fuhrer.
Infatti il cambio della guardia rimane segreto per ragioni psicologiche; e di prestigio. Montgomery sarà sempre convinto di battersi contro Rommel, e saprà solo alla fine della battaglia che al Comando d’Armata c’era Von Armin.
Data l’urgenza di nominare in comandante di tutte le forze fu affidato a Messe il comando effettivo (il primo e unico caso di divisioni tedesche agli ordini di un generale italiano).

Montgomery, dopo le disfatte era titubante. Sospese l’azione chiedendo a Londra due settimane di tregua. Ma Londra insistette per riprendere l’offensiva immediatamente che riprese infatti, il 26 marzo, con le nuove forze corazzate provenienti dall’Egitto (altri 500 carriarmati).

Una manovra aggirante costringe Messe a ritirarsi verso la linea dell’Akarit, iniziando (scrive) una guerra di movimento (senza mezzi di movimento!). Poi si ritira (a piedi) fino ad Enfidaville (250 Km). Sono manovre inutili, perché gli avversari hanno una superiorità schiacciante.

ENFIDAVILLE

5 aprile. Nella notte l’8a armata del gen. Montgomery sferra un poderoso attacco alla linea dell’Akarit. A mezzanotte la 4a divisione indiana raggiunge quota 275 aggirando cosi da sud l’Akarit. Ma la linea non viene sfondata e le truppe dell’Asse possono retrocedere ancora verso nord, verso cioè la nuova linea difensiva di Enfidaville, una serie di rilievi che si estendono fino al Djebel Mansour e che rappresenta l’ultima protezione di Tunisi. Le perdite dell’Asse sono enormi: la divisione italiana Centauro è stata sciolta e quelle che sono rimaste non raggiungono il 50% degli effettivi.

Il 6 aprile gli inglesi sferrarono contro le forze dell’Asse, un forte attacco. Comincia alle ore 23, con il fuoco di 450 cannoni. Montgomeri mette in campo anche i suoi 500 mezzi corazzati, mentre la 15a divisione tedesca ne ha soltanto 16. La battaglia dura un giorno solo, ed è la battaglia più violenta e selvaggia dopo El Alamein, (scriverà Montgomery). La notte stessa le forze dell’asse si ritirarono verso Enfidaville.

Il battaglione dei parà era ridotto a circa 200 uomini, ripartiti tra la 108^ compagnia del tenente Rolando Giampaolo e la 112^ del tenente Orciuolo. All’Uadi Akarit era rifulso il valore del tenente Giampaolo.

– Questo eccezionale ufficiale che aveva combattuto nel 51° reggimento fanteria sul fronte occidentale, in Albania, Montenegro e Grecia, si arruolò volontario nei paracadutisti, e il 21 aprile 1942 conseguì il brevetto. Quando la divisione Folgore fu inviata in Africa Settentrionale fu comandante della 28^ compagnia, X° battaglione, 187° reggimento di fanteria paracadutisti. Dopo le perdite sanguinose subite dal IX° e X° battaglione nella battaglia di Alam el Halfa di fine agosto, primi di settembre 1942, i due reparti si fusero nel IX°. Dopo la fine delle ostilità in Tunisia, il tenente Giampaolo fu prigioniero nel famigerato Campo 305 in Egitto. Non cooperatore dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, subì angherie di ogni genere dal detentore inglese, che non gli risparmiò neppure il kalabush. Fu rimpatriato nel 1947. Fece parte delle ricostituite Nembo e Folgore, a Pistoia e a Belluno. Quando, nel 1952, presso la Scuola Militare di Paracadutismo fu ricostituito il 1° battaglione paracadutisti del dopoguerra, ne fu -col grado di maggiore- il primo comandante. Promosso colonnello nel 1962, fu nello stesso anno il primo comandante del 1° reggimento paracadutisti. Amato dai suoi soldati e dai suoi collaboratori, era affettuosamente chiamato “Papà Rolando”.  –

Per l’eroico comportamento all’Uadi Akarit fu decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione:
“Comandante di compagnia paracadutisti contrassaltava truppe avversarie che con l’appoggio di mezzi corazzati erano riuscite ad occupare in forze una nostra importante posizione e dalla quale minacciavano di aggirare tutto lo schieramento della divisione. Con azione decisa e violenta guidava i suoi uomini e, dopo rapido combattimento all’arma bianca, annientava il nemico, catturando numerosi prigionieri e distruggendo alcuni mezzi corazzati”.

Gli fu concessa la promozione in servizio permanente effettivo per merito di guerra, al posto di una seconda medaglia d’argento. Guadagnò tre croci al merito di guerra e riportò tre ferite in combattimento.
Anche il paracadutista Giovanni Battista Corlazzoli guadagnò una Medaglia d’Argento al Valor Militare. Ecco qui di seguito la motivazione:
“Paracadutista porta fucile mitragliatore, già distintosi in precedenti combattimenti, in azione di contrassalto, con calma, perizia e severo sprezzo del pericolo, infliggeva, con il fuoco della propria arma notevoli perdite all’avversario. Ferito da arma da fuoco alla gamba destra rifiutava di abbandonare il suo posto di combattimento fino a quando, una raffica d’arma automatica nemica non gli stroncava il braccio destro. Contribuiva così efficacemente a scoraggiare ogni ulteriore velleità nemica. Al proprio Comandante di Compagnia, si dichiarava fiero di aver donato alla Patria un braccio”.

I combattimenti a Enfidaville cominciarono il 19 aprile, con il solito bombardamento delle artiglierie alleate contro le nostre posizioni; furono prese di mira in particolare le posizioni sul Garci e sul Takrouna e su questi colli continuò l’eroica resistenza dei nostri soldati.

TAKROUNA

Il 20 aprile i Neozelandesi attaccarono, sopraffacendolo, il caposaldo di Gebel Takrouna, villaggio berbero posto su una grossa rupe che chiudeva la pianura di Enfidaville. Il caposaldo era presidiato dal 1° battaglione del 66° reggimento fanteria della Divisione Trieste, e da un plotone di avieri tedeschi. Alle 09.00 del 20 aprile fu dato l’ordine di contrattaccare.
I granatieri, comandati dal tenente Diletti, dopo due ore furono decimati dal fuoco nemico. Un granatiere portò al comando del 285° Folgore la notizia del disastro. Il colonnello Pettinau, comandante di settore, ordinò al 285° di riprendere Takrouna. Le due compagnie del battaglione, la 108^ del tenente Giampaolo, e la 112^ del tenente Orciuolo, iniziarono il movimento cantando l’Inno dei Paracadutisti. Per percorrere i quattro km che separavano le nostre linee avanzate da Takrouna, ebbero l’ordine tassativo di non correre sul terreno scoperto, ma di camminare, per non essere individuati. Per fortuna dopo il costone di Deblijate il terreno era pieno di cespugli.
I circa 170 paracadutisti erano stati divisi in due gruppi: un gruppo doveva dirigersi verso il costone orientale (tenente Giampaolo), l’altro verso quello occidentale (tenente Orciuolo). In appoggio vi erano le mitragliatrici dei granatieri.
I primi paracadutisti a cadere furono il sergente maggiore Cubelli e il sergente Ghetti, il quale prima di morire ebbe la forza di gridare :
“La Folgore é sempre la Folgore”.
Verso sera le perdite erano di circa 40 paracadutisti, tra morti e feriti ma la prima parte dell’attacco era riuscita.

Il capitano Lombardini tenne un consiglio di guerra e dopo aver studiato a fondo la situazione, decise di fare effettuare una scalata dalla parte più impervia, che risultava meno presidiata dal nemico. Occorrevano però paracadutisti provenienti dagli alpini. Il sergente maggiore Donato Sanità si offrì volontario per comandare la pattuglia di scalatori. Egli proveniva dalla Guardia alla Frontiera ed era un soldato di grande coraggio. Lombardini, che era appartenuto al corpo degli alpini, spiegò come comportarsi per scalare questo “canalone” di una quarantina di metri. La compagnia del tenente Giampaolo ricevette l’ordine di compiere un’azione diversiva, aprendo un fuoco violento di armi automatiche. I paracadutisti del sergente maggiore Sanità iniziarono la scalata in silenzio; lo sforzo era notevole, non bisognava fare rumore. Dall’alto, all’improvviso, sentirono gridare: “Folgore. Folgore”; si udirono crepitare i mitra e scoppiare le bombe a mano. Contemporaneamente, il plotone del sottotenente Andreolli, della compagnia Giampaolo, si era spinto in alto verso la moschea, catturando molti prigionieri maori.

Alle 20.00 potettero informare il comando della Divisione Trieste che su Takrouna sventolava il Tricolore.

L’azione era stata sanguinosa, circa settanta paracadutisti erano morti o feriti. Il tenente Giampaolo mandò un portaordini con un messaggio di richiesta di rinforzi, perché non si avevano più notizie del sottotenente Andreolli e del suo plotone. Dopo la fine della guerra e il rimpatrio dalla prigionia, il sottotenente Andreolli dichiarò che dei suoi 25 uomini ne furono uccisi 20. Due, feriti, furono evacuati; due scortarono i prigionieri al Comando, e un altro fu catturato mentre rastrellava l’abitato. Egli stesso, rimasto ferito, si era asserragliato in una casa con quattro o cinque paracadutisti feriti. Quando finirono le munizioni, furono vigliaccamente uccisi dai Neozelandesi. Al sottotenente Andreolli fu conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione:
“Comandante di plotone paracadutisti, impegnato in accanito contrattacco per la rioccupazione di importante posizione, si distingueva per coraggio. Alla testa del suo reparto, duramente provato dal fuoco avversario, penetrava arditamente in un abitato presidiato dal nemico impegnandolo in combattimento all’arma bianca. Caduti uccisi quasi tutti i suoi paracadutisti, si asserragliava con i pochissimi superstiti fra i ruderi di una casa e, sebbene ferito, resisteva ai ritorni offensivi di truppe fresche nemiche finché esaurite le munizioni e sfinito dal sangue perduto, era catturato dopo che tutti i suoi uomini erano caduti uccisi”

Sul Takrouna si distinsero i reparti della Trieste e dei paracadutisti della Folgore; il presidio della posizione era stato affidato al 1° battaglione del 66° Reggimento fanteria agli ordini del Capitano Politi, rinforzato da un plotone tedesco del 47° Reggimento fanteria, da un plotone mortai da 81 e da due batterie di artiglieria. A sinistra del Takrouna c’era un altro colle, il Dj Bir, difeso da una compagnia del 47° Reggimento tedesco. Il pesante bombardamento dell’artiglieria nemica colpì duramente queste due posizioni.
Sul caposaldo di Dj Bir, i germanici pur opponendo una forte resistenza furono sopraffatti, lasciando aperta la strada per il Takrouna. Gli assalti nemici furono fermati dai fanti della Trieste a costo di gravissime perdite: particolarmente impegnati in furiosi combattimenti corpo a corpo gli uomini della 2^ compagnia, che dopo aver difeso strenuamente la loro posizione furono costretti a cedere. La scalata del nemico verso la cima del Takrouna fu bloccata all’ultimo momento dai tedeschi del 47° Reggimento.
Il capitano Politi guidò personalmente un travolgente contrattacco per respingere le fanterie nemiche che dilagavano ormai da tutte le direzioni. Per mantenere la posizione dovettero intervenire le forze tenute in riserva: due compagnie di parà della Folgore agli ordini del capitano Lombardini ed una compagnia di Granatieri di Sardegna, agli ordini del sottotenente Delfo Filetti.
Grazie ai rinforzi il capitano Politi potè riprendere l’iniziativa contrattaccando ferocemente il nemico: i paracadutisti della Folgore assalirono le posizioni nemiche, ricacciando i neozelandesi dalle pendici est del colle e riconquistando il caposaldo della 2^ compagnia. Furono fatti 150 prigionieri, tutti appartenenti alla 2^ Divisione neozelandese. A tal riguardo il Generale Messe scrisse:
“sul Takrouna la lotta è veramente epica; i centri di fuoco sulle falde dell’altura continuano a fulminare i reparti nemici che sono letteralmente decimati; anche i nostri elementi sono assoggettati al fuoco concentrico nemico e al tiro di cecchinaggio da parte di elementi annidatisi nelle case sulla vetta del cocuzzolo, vero torrione quasi inaccessibile. Contro questi partono all’attacco, col classico slancio dei paracadutisti, le compagnie del battaglione di formazione Folgore. Per tutto il pomeriggio fino a sera e nella notte è una vera caccia di casa in casa, di sasso in sasso; le perdite sono micidiali per entrambi i contendenti “.

Da radio Londra, gli inglesi tentarono di giustificare il loro insuccesso, giungendo ad affermare:
“Sul Takrouna l’Italia ha fatto affluire i suoi migliori soldati”.
Un grande riconoscimento al valore dei nostri militari.

Il 21 furono rinnovati gli attacchi contro il colle; i primi a essere investiti furono i parà della Folgore, che occupavano ancora il caposaldo della 2^ compagnia. Dopo aver respinto numerosi assalti nemici, i parà, alla fine, furono travolti. Anche sugli altri capisaldi la situazione era gravissima. Nel primo pomeriggio il capitano Politi inviò al comando della Trieste il seguente messaggio via radio:
“Situazione criticissima, disperata. Abbiamo sparato le ultime cartucce. Le perdite sono ingenti. Il nemico ha occupato quasi totalmente le nostre posizioni. Moltissima la fanteria nemica che aumenta sempre. In basso moltissimi carri armati. Situazione disperata. Fare presto fare presto Politi”.
Il generale Messe inviò in soccorso di Politi la 103^ compagnia arditi, che, però non riuscì a raggiungere la posizione a causa del potente fuoco di sbarramento nemico. Verso le 17.00 di quella stessa giornata, fu captato dal comando della divisione Trieste un ultimo messaggio proveniente dal Tkrouna:
“La stazione è assalita da elementi nemici”.
Dopo la mezzanotte si scatenò l’inferno. Fuoco intenso di armi automatiche, fuoco violento di artiglieria, tiri di carri armati. Paracadutisti e granatieri si batterono con grande determinazione. Poi fu il silenzio.

Il 21 aprile, verso le 16.00, il nemico si impadronì della cima del roccione.

Il sergente maggiore Sanità calò i feriti dal monte, e ripiegò per sottrarsi alla cattura. Nella serata, la posizione del Takrouna poteva considerarsi perduta, tranne qualche piccolo focolaio di resistenza che continuò a respingere gli assalti nemici fino il giorno dopo. Si concludeva così una delle pagine più belle ed epiche della storia militare italiana, scritte con il sangue dei nostri valorosi combattenti, che avevano ripercorso le gesta degli eroi di Cheren, Bir El Gobi e di El Alamein.

Bollettino di guerra N. 1062 del 22 aprile 1943

” Nella tenacissima difesa di un elemento avanzato della nostra linea si è particolarmente distinto il I° battaglione del 66° Reggimento Fanteria Trieste che, al comando del capitano Mario Politi da Sulmona, ha inflitto ingenti perdite alle unità neozelandesi attaccanti “.

Sempre il 22 l’attacco nemico si spostò lungo la fascia costiera impegnando duramente i reparti della divisione Giovani Fascisti e della Trieste. Sul Gerbi, furono i fanti della Pistoia a respingere i furiosi attacchi nemici. Tra il 27 e il 29 aprile, le forze alleate tentarono ancora di sfondare lungo la costa: ancora una volta i nostri soldati mantennero saldamente le posizioni.

Il 30 aprile la prima battaglia di Enfidaville poteva ritenersi conclusa.

Alle 18.00 del 30 aprile, il comando di reggimento convocò il capitano Lombardini che al suo arrivo trovò un ufficiale superiore che lo accompagnò al comando del XX° Corpo d’Armata. Il generale Orlando Taddeo, comandante del XX°, gli consegnò la medaglia d’argento al valor militare sul campo dicendogli:
” La dò a Te per il Tuo eroico battaglione”.

Ecco la motivazione:
“Battaglione di paracadutisti, con impeto travolgente contrattaccava il nemico che in forze preponderanti, aveva occupato gran parte di una nostra importante posizione montagnosa, snidandolo di roccia in roccia e ricacciandolo con gravissime perdite. Nuovamente attaccato da altre forze nemiche, resisteva a lungo sotto l’incessante fuoco dell’artiglieria avversaria, assolvendo sino al limite estremo di ogni energia e di ogni possibilità il compito affidatogli”.

LA SECONDA BATTAGLIA DI ENFIDAVILLE

Nonostante la strenua resistenza delle forze italo tedesche, la morsa si stava inesorabilmente stringendo intorno a loro. Dopo la caduta di Tunisi e di Biserta, avvenuta il 7 maggio, in mano alle forze dell’Asse restava solo la penisola di Capo Bon.
La seconda battaglia di Enfidaville iniziò il 9 maggio: dopo solo due giorni, l’11, la 5^ Armata di Von Arnim depose le armi (intanto Rommel, quasi alla chetichella aveva da tempo lasciato l’Africa). I reparti italiani in forza alla 5^ Armata tedesca che operavano nell’estremo nord (5° e 10° bersaglieri, battaglione Bafile del Rgt. San Marco della Marina) continuarono a combattere anche dopo la resa dei tedeschi fino al completo esaurimento delle munizioni.

Nella serata dell’11 maggio, Mussolini inviò al generale Messe il seguente messaggio:
“Tutti gli italiani seguono ammirati e fieri le pagine di storia che la Prima Armata sta scrivendo. Il Paese sarà superbo nei secoli della gloria che irradia, per virtù di capi e di gregari, dall’ultimo lembo d’Africa oggi in nostro possesso. Con soldati come quelli della Prima Armata la Patria può contare sicuramente sul suo avvenire “.
Nella mattinata del 12 maggio, Messe a sua volta inviò un messaggio al Comando Supremo italiano, sottolineando che la sua Armata non poteva resiste più a lungo:
“La Prima Armata, cui la sorte ha serbato il privilegio di restare ultima e sola a difendere il tricolore in terra d’Africa, continuerà fino all’estremo. Il nemico ormai preme da tutte le direzioni: La situazione generale, l’enorme sproporzione delle forze ed il progressivo esaurimento delle munizioni di artiglieria, lasciano prevedere che la resistenza non potrà protrarsi a lungo “.

Alle 11,15 del 12 maggio 1943, Mussolini inviò un nuovo messaggio per lasciargli carta bianca ed eventualmente trattare la resa:
“Poiché gli scopi della resistenza possono considerarsi raggiunti, lascio V.E. libera di accettare onorevole resa. A voi e agli eroici superstiti della Prima Armata rinnovo il mio ammirato vivissimo elogio “.

Subito dopo, Messe via radio inviò al comando alleato la richiesta di resa con gli onori delle armi. Gli alleati risposero che avrebbero accettato solo una resa incondizionata. Messe prese tempo. Solo quando nella serata giunse da Roma l’ordine di cessare il combattimento (insieme alla nomina di Messe a Maresciallo d’Italia), Messe inviò suoi emissari al comando alleato per ricevere le condizioni di resa. Nello stesso tempo, il neo Maresciallo d’Italia ordinò la distruzione di tutte le armi pesanti e automatiche, per evitarne l’utilizzo da parte del nemico.

Il 13 maggio 1943 la 1^ Armata Italo-Tedesca si arrendeva a Capo Bon.

Gli ultimi colpi prima della resa, furono sparati dai “Giovani Fascisti” e dai paracadutisti, a Nabeul.

Alle 12,30 del 13 maggio, Messe comunicò al comando alleato l’accettazione delle condizioni di resa e a Roma la fine delle ostilità. Prigioniero, prima di essere portato via, una fonte americana definì il Maresciallo Messe “triste e serio” mentre in piedi su un’autovettura scoperta alleata salutava per l’ultima volta i suoi soldati che avevano combattuto e difeso strenuamente l’ultimo lembo d’Africa. Ben gli si attaglia il detto: “I vecchi soldati non muoiono mai”.

Per alleviargli il dolore della cattura Mussolini promuove Messe Maresciallo d’Italia per meriti di guerra. Ma lui non segue i prigionieri, vola a Londra come ospite di riguardo degli inglesi, mentre i suoi soldati furono scaraventati nel Sud Africa, in Rhodesia e torneranno dalla prigionia nel 1946. Umiliati perché avevano perso, offesi perché si erano arresi, disprezzati perché gli onori in quel periodo (1946 e successivi) erano riservati tutti ai partigiani che invece di combattere per la Patria erano scappati dalle caserme per tornare a casa e poi sui monti.

Qui potete trovare la stessa storia raccontata dai reduci neozelandesi. C’è anche una bellissima bacheca fotografica.

NOTA:
Il Generale CAVALLERO, rimosso come Capo di Stato Maggiore, finirà in galera prima dell’8 settembre 1943, accusato da Badoglio di essere antiamericano. Si difese con un memoriale affermando che era stato invece sempre anti-tedesco. Ma lasciato libero l’8 settembre (prima della fuga di Badoglio e il Re) il memoriale finì in mano tedesca (Badoglio lo lasciò sulla sua scrivania). Ovviamente seguì l’arresto immediato di Cavallero che dopo 24 ore era già morto con un colpo di pistola alla tempia destra. Peccato che lui fosse mancino.
Cavallero aveva sostituito sul fronte greco Badoglio che fu radiato dal comando per incapacità manifesta sul campo. Cioè fu allora stroncata la carriera di Badoglio. Non ebbe più nessun incarico. Si prese la rivincita su Cavallero il 25 luglio ’43
.
Il Generale MESSE, rimosso dal comando dell’Armir in Russia, successivamente fu inviato in Africa dopo la partenza di Rommel (Assumendo prima il comando delle truppe italiane poi – con la partenza di Rommel- anche quelle tedesche. Dopo la sua cattura in Tunisia e dopo l’8 settembre ’43, rientrò dalla prigionia dall’Inghilterra (Sic!) in Italia nel novembre del ’43. Unitosi al Re e a Badoglio fu nominato Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Italiane fino al 1945. Una carriera splendida per un nemico degli Alleati e prigioniero di guerra dopo una resa! Infatti, Messe, dopo la resa, volò a Londra a raccogliere onori, e dopo l’8 settembre fu nominato da Badoglio Capo di Stato Maggiore (ovviamente per combattere i tedeschi, e unirsi agli anglo-americani). Quando lo vennero a sapere nei campi di concentramento, furono molti a capire tante cose. E che il suo fono a Mussolini, con la frase “condividerò la sorte dei miei soldati, anche con la prigionia se necessario” era una gran balla. A Londra si stava meglio che a Bulawajo!

Ancora : quando chiesero un’opinione sull’armistizio firmato dall’Italia, Montgomery: rispose semplicemente “Il più grande voltafaccia della storia”. Allora gli spiegarono pazientemente che gli italiani, diventavano un’altra cosa, che non erano più nemici. Lui se ne uscì con una battuta lapidaria “Cobelligeranza? Che roba è?”

Come potete vedere la classe dirigente di allora non era molto diversa da quella di oggi mentre i militari, quelli “veri” non i “politicanti” hanno conservato tutto l’antico latino valore.