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Napalm – Fosforo

Aggiornamento all’articolo “Falluja e le armi di distruzione di massa”. Attenzione il post è lungo ma vale la pena di leggerlo tutto, vi farete un’idea di come è nato lo scoop di RAINWES

Vorrei ricordare per chi ancora non lo avesse capito che cosa è il napalm :

Il Napalm è un derivato dell’acido naftenico o naftoico e dall’acido palmitico (si trova nelle noci di cocco).

E’ prodotto dalla saponificazione tramite alluminio dei due acidi, precipitano saponi di alluminio che vengono usati per preparare un gel altamente infiammabile.

E’ usato per costruire bombe, mine e combustibile per i lanciafiamme.
La preparazione risale al secondo conflitto mondiale precisamente nel 1942. Il nome Napalm deriva proprio da NAftenico e PALMitico che sono i maggiori costituenti.
Maggiori informazioni possono essere trovate consultando:”Encyclopedia of Chemical Tecnology” (Interscience – New York 1964) p. 888

Quindi quando mangiate il cocco e bevete dalla lattina di alluminio state facendo il di Napalm!

Per chi ancora non avesse capito : questo è quello che resta di Dresda dopo il bombardamento con il napalm, subito nella II guerra mondiale, non mi sembra che si possa paragonare a falluja.

Dresda dopo il bombardamento con il napalm
Dresda dopo il bombardamento con il napalm

 

Queste sono esplosioni del Napalm

Esplosione di una bomba al napalm
Esplosione di una bomba al napalm

 

Bombardamento con Napalm
Bombardamento con Napalm

 

Altro bombardamento al napalm in vietnam
Altro bombardamento al napalm in vietnam

 

bombardamento con napalm
bombardamento con napalm

 

Lanciatore napalm
Lanciatore napalm

 

effetti del napalm sul corpo umano
effetti del napalm sul corpo umano

Credete che se a Falluja fosse stato usato il napalm sarebbe passato inosservato? Il napalm è un liquido ed è appiccicoso, il fosforo è un metallo ed farinoso, una polverina.

Il Napalm lascia tracce di idrocarburi (riconoscibile dal tipico odore), il fosforo è inodore ( l’odore che si sente deriva dal supporto sul quale è stato depositato) e lascia depositi di fosforina che è fluorescente (avete presenti i braccialetti e le collanine che i vù gumbrà vi voglio rifilare?).

E questo è il Fosforo…bella differenza vero?

Truppe al riparo dalla cortina fumogena alimentata col fosforo
Truppe al riparo dalla cortina fumogena alimentata col fosforo

 

Soldato segnala la sua posizione con fumogeno al fosforo
Soldato segnala la sua posizione con fumogeno al fosforo

 

fosforo bianco cortina fumogena
fosforo bianco cortina fumogena

 

fosforo bianco segnalazione posizione
fosforo bianco segnalazione posizione

 

fosforo bianco lancio con artiglieria
fosforo bianco lancio con artiglieria

 

fosforo bianco lancio notturno
fosforo bianco lancio notturno

Counterinsurgency, la Battaglia di Baghdad

mappa aree con problemi di terrorismo
mappa aree con problemi di terrorismo

Sono passate solo poche settimane da quando il presidente Bush si presentò di fronte alle telecamere per annunciare “una nuova strategia” in Iraq. L’annuncio era particolarmente atteso perchè faceva seguito alle elezioni di mid-term, alle dimissioni del segretario alla Difesa Donald Rumsfeld e alla pubblicazione del rapporto Baker-Hamilton con le sue conclusioni circa un possibile disimpegno americano.

Il presidente Bush scelse un’altra strada: rimanere in Iraq e cambiare l’approccio al problema. La stampa si è dilungata nel descrivere gli aspetti di carattere politico sia in riferimento alle dinamiche politiche interne americane che a quelle internazionali. La decisione di Bush venne riassunta sottolineando l’invio di un contingente aggiuntivo di circa 21mila uomini e l’inizio di una operazione chiamata sulla stampa occidentale Baghdad Security Plan ma il cui vero nome è operazione Fadr al-Qanoon. Solo in pochi sottolinearono il significativo cambio della squadra al comando delle operazioni e il passaggio a una strategia squisitamente counterinsurgency.

Una delle caratteristiche peculiari delle operazioni di counterinsurgency è che esse si dispiegano su un orizzonte temporale molto lungo e progressi sostanziali non possono essere attesi prima che sia trascorso un lasso di tempo importante, che renda possibile alle forze impegnate nella campagna di impadronirsi in profondità  delle rispettive zone di operazione. I teorici sottolineano l’importanza strategica, per il counterinsurgent che comincia una campagna, del raggiungimento di un immediato successo tattico. Per questo in linea generale viene preferito un approccio che va dal facile al difficile permettendo così di guadagnare rapidamente in fiducia e in propaganda spendibile. Tuttavia questo approccio è possibile solo se l’insorgenza non ha già  guadagnato quel quantum di energia che rende il tempo una risorsa scarsa. Nell’Iraq di inizio 2007 il tempo è ormai agli sgoccioli e le diverse insorgenze in atto sono decisamente in grado di minacciare lo Stato.

In Iraq esistono contemporaneamente diverse insorgenze con caratteristiche assai specifiche; nel Paese esiste una grande differenza tra le singole provincie per quanto concerne la pericolosità  e la virulenza dell’insorgenza e la capacità  delle autorità  del governo Iracheno di esercitare la propria sovranità . Si sarebbe potuto teoricamente scegliere come mossa iniziale di focalizzarsi su una diversa regione, come ad esempio la provincia di Al-Anbar oppure attaccare direttamente le forze del cosiddetto Esercito del Mahdi fedele a Moqtada al-Sadr e responsabile di gran parte della violenza settaria che colpisce i sunniti.

Tuttavia, come i francesi decisero di dare priorità  alla stabilizzazione di Algeri in modo prioritario, così per diversi motivi, alcune evidenti altri probabilmente legati a motivazioni più tecniche, la scelta strategica si è focalizzata su Baghdad, una vera e propria megalopoli con circa sei milioni di abitanti. L’aumento della violenza settaria legata alla contrapposizione tra sunniti e sciiti è emersa nell’ultimo anno come la principale minaccia alla stabilità  ed alla legittimità  del nuovo governo Iracheno. L’operato delle squadre della morte sciite, la pulizia etnica dei diversi quartieri e la nascita di milizie di quartiere di autoprotezione, l’evidente incapacità  della polizia irachena di contribuire a ristabilire l’ordine in quanto pesantemente infiltrata dalle milizie sciite costituiscono fattori determinanti nel creare il rischio di una guerra civile indiscriminata e generalizzata che potrebbe incendiare l’intera area del Golfo.

Questa è stata sicuramente la valutazione di carattere generale che ha fatto scegliere Baghdad, ma a queste valutazioni va aggiunto il fatto che il controllo di aree urbane assorbe generalmente meno uomini di vaste aree e che solo a Baghdad sono ancora attive le principali catene televisive e giornali che avrebbero potuto permettere quella vittoria propagandistica tanto necessaria. Nel resto del Paese la coalizione metterà  in atto una strategia difensiva con operazioni aventi lo scopo di limitare i danni legati al probabile arrivo di elementi in fuga da Baghdad.

Le operazioni a Baghdad sono cominciate all’inizio del mese di febbraio. Dopo un grande battage pubblicitario, hanno visto un lento ma costante aumento della presenza di truppe americane e irachene prima nelle periferie e in seguito nella città  stessa. La lentezza delle operazioni iniziali sembrerebbe cercata nel tentativo di incoraggiare la fuga dei principali gruppi attivi nelle azioni di guerriglia. L’ottica parrebbe quella di evitare il più possibile scontri armati all’interno della città  per cercare un rapido passaggio a operazioni di vera e propria pacificazione, un modus operandi che dovrebbe evitare scenari tipo Falluja o Tal Afar.

Questa modalità  di comportamento sembra sottolineare una strategia volta soprattutto a raggiungere i cittadini di Baghdad invece che a colpire terroristi e squadre della morte. L’aumento delle forze è costante e ormai si contano dieci brigate dell’Iraqi Army, otto brigate dell’Iraqi Police, cinque battaglioni completi Usa più unità  inquadrate come consiglieri nelle unità  irachene per complessivi 17.500 uomini. Circa 17 battaglioni in tutto. L’invio di truppe è ancora ben lungi dall’essere completato sia da parte irachena che da quella americana, tuttavia è certo che anche nell’ipotesi in cui tutte le forze destinate a operare a Baghdad possano essere effettivamente schierate non sarà  in alcun modo possibile raggiungere un rapporto tra popolazione e counterinsurgent vicino all’ottimale 1.000/50.

La lentezza nel concentramento è inoltre imputabile anche ad altri due fattori: capire dove andranno a rischierarsi le forze avversarie che sono uscite da Baghdad e avere il tempo per mettere a punto tecniche e procedure operative che vengono costantemente aggiornate ‘sul tamburo’ man mano che l’esperienza insegna. Uno degli aspetti di novità  è la creazione delle Joint Security Station (Jss) ossia acquartieramenti joint composti da compagnie di polizia irakena, esercito irakeno, esercito americano. Le Jss (ne sono previste 32 e ne sono già  state impiantate 15) saranno responsabili di un preciso quartiere in modo permanente e la presenza mista delle tre forze dovrebbe assicurare un controllo reciproco per evitare abusi o collusioni.

Dalle Jss si muovono continue pattuglie anch’esse miste che, nella migliore tradizione della counterinsurgency, vanno a rischiare la vita su ogni singolo marciapiede. Si tratta – come si intuisce facilmente – di operazioni molto pericolose e decisamente in contrasto con quanto realizzato finora. Le Jss, che – sia detto per inciso – ricordano molto la situazione della sfortunata base Animal House dei Carabinieri a Nassiriya, sono all’opposto di quella logica di Force Protection che ha impedito una capillare presenza delle forze della Coalizione sul terreno, comprese di quelle italiane, per cercare di limitare le perdite rinunciando però a una significativa azione di counterinsurgency.

Per il momento i risultati sono ancora limitati e questo non sorprende. Come espresso da Kilcullen in un suo recente intervento su un blog dedicato alla counterinsurgency “si tratta di una maratona non di uno sprint”. Le diverse insorgenze in atto hanno risposto secondo logiche differenti. Al-Qaeda pare voler screditare fin dalle prime fasi l’operazione puntando su una campagna di autobombe, alcune anche dotate di cariche chimiche rudimentali (The Reach of Waw; Iraq Insurgents Employ Chlorine in Bomb Attacks, New York Times, 22 febbraio 2007). Tuttavia questo comportamento potrebbe contribuire in modo sostanziale alla sua emarginazione – peraltro già  in atto – rispetto alla popolazione irachena, come testimonia il progressivo aumento delle tribù sunnite che combattono al-Qaeda nella provincia di al-Anbar e le vendette della stessa organizzazione ben testimoniate dal camion bomba destinato a eliminare un imam sunnita ad Habbaniya.

Le squadre della morte legate all’esercito del Mahdi hanno ridotto in modo sensibile le proprie operazioni. Tuttavia, la precipitosa fuga di Moqtada al-Sadr in Iran (e probabilmente di parte della dirigenza) ha sicuramente comportato un calo dell’attivismo. L’insorgenza sunnita, peraltro decisamente indebolita a Baghdad dalle azioni delle squadre della morte sciite, parrebbe sulla difensiva in città . I numeri relativi a sospetti catturati o uccisi sono molto inaffidabili e non costituiscono il più corretto metodo di misura dell’andamento dell’operazione. Anzi, una delle principali preoccupazioni del team di studiosi ed esperti di counterinsurgency (tra cui spiccano il colonnello HR McMaster, il tenente colonnello Dave Kilcullen, il colonnello Meese e il colonnello Mansoor, conosciuti come il Baghdad Brains Trust) è proprio quello di identificare modelli interpretativi capaci di dare chiare indicazioni sulla bontà  dell’operato.

Quello che alla fine farà  la differenza saranno i cittadini iracheni. Se saranno capaci di avere ancora fiducia nella nascita di un nuovo Stato, come dimostrato nel corso delle elezioni del 2005, allora tra alcuni mesi si dovrebbe cominciare a vedere i primi segnali di inversione di tendenza con un naturale aumento dell’intelligence disponibile e un conseguente aumento dell’efficacia. Ma come tutti gli esperti di counterinsurgency sanno bene, la lotta si vince a livello politico e coerentemente con queste premesse sia il governo iracheno che quello americano stanno cercando di sbloccare la dinamica politica ed economica per poter offrire un futuro più incoraggiante alla popolazione e cercare così di sottrarla alla estremizzazione.

A livello politico interno il recente accordo tra gli esponenti delle diverse componenti per la suddivisione delle entrate petrolifere apre nuove possibilità  per il futuro legate alla possibilità  di nuove concessioni che potrebbero riguardare la stessa provincia di al-Anbar prospettando così un futuro meno incerto anche per i sunniti. Inoltre si notano i primi tentativi di dividere l’esercito del Mahdi approfittando del momentaneo vuoto di potere, come testimoniano le affermazioni dello stesso comando della coalizione. A livello regionale la nuova svolta in ottica counterinsurgency viene accompagnata dalla organizzazione di una conferenza internazionale che dovrebbe vedere la partecipazione diretta anche di Siria e Iran.

Gli stessi comandi americani impegnati in questa fondamentale operazione sono ben consci delle difficoltà  e dei pericoli enormi che dovranno affrontare. Il numero di truppe della coalizione, nonostante le unità  aggiuntive inviate dal presidente Bush, rimangono decisamente insufficienti e l’annunciato ritiro delle unità  britanniche dal sud non fa che peggiorare le cose, esponendo la coalizione al rischio che le unità  di al-Sadr allontanatesi da Baghdad possano sferrare attacchi proprio nel sud sciita. Inoltre, le stesse unità  americane, soprattutto quelle il cui turno annuale è stato esteso per far fronte a questa nuova operazione, comincerebbero a dare segni di abbassamento nel morale dei soldati. Esiste grande preoccupazione per la grande difficoltà  con cui le agenzie civili stanno cercando di implementare tutte quelle attività  che costituiscono il vero sforzo capace di attirare la spaventata popolazione civile verso la protezione e il controllo del governo.

Ma soprattutto il comando americano teme una crisi nel supporto politico alla operazione quando inevitabilmente le perdite cominceranno a salire man mano che l’operazione procederà . In questo senso uno dei passi decisivi sarà  la progressiva penetrazione in Sadr City, che per il momento è rimasta ancora ai margini delle attività . Inoltre, come tutti gli insorgenti della storia anche quelli iracheni cercheranno di approfittare del calo della presenza delle forze armate della coalizione per attaccare in località  lontano da Baghdad nel tentativo di attirare le forze impegnate nella Battaglia di Baghdad nuovamente verso altre provincie. Già  circola la notizia che al-Qaeda abbia alzato la sua bandiera nera su Samarra annunciando che è nato l’Emirato di Samarra.

I mass media definiscono come data limite per poter dare un giudizio definitivo su questa nuova strategia la fine dell’estate, concedendo così sei mesi al generale Petraeus per raggiungere risultati significativi, come attestato dal recente articolo del Guardian (Military chiefs give US six months to win Iraq war, The Guardian, 28 febbraio 2007). Ma questa scadenza, di natura tutta politica, è troppo ravvicinata per essere realistica dal punto di vista della teoria della counterinsurgency, come chiaramente esposto dallo stesso Kilcullen in un post pubblicato nel forum di Small Wars Journal a commento dell’articolo (Guardian Article Misrepresents the Advisers’ View – leggi anche post introduttivo: The Baghdad Marathon) e potrebbe essere fonte di grandi problemi, prestandosi a facili strumentalizzazioni da parte della guerriglia irachena che, concentrando i propri attacchi proprio allo scadere del periodo, condannerebbe l’operazione alla sconfitta mediatica.

Se Baghdad sarà  definitivamente pacificata e riportata sotto controllo, sarà  possibile impostare il progressivo allargamento della strategia di counterinsurgency anche nelle altre zone contestate. Se la Battaglia di Baghdad verrà  persa, allora si aprirà  sicuramente un nuovo capitolo della campagna americana in Iraq: quello della ritirata. Le cui conseguenze potrebbero essere difficilmente prevedibili. Per la prima volta nella storia, una battaglia, che potrebbe essere considerata decisiva alla stregua di Midway e Stalingrado, verrà  combattuta secondo i dettami e la complessa logica della counterinsurgency, attestando chiaramente quanto sia cambiata la guerra contemporanea.

Claudio Buzzi, 5 marzo 2007

Situazione in Iraq – seconda ed ultima parte

 Inaffidabilità irachena

Il punto debole dello strumento di sicurezza iracheno resta quindi la scarsa affidabilità nella repressione delle milizie che hanno infiltrato molti reparti governativi. Un problema che riguarda soprattutto le forze di polizia, sulla carta 200 mila unità, che hanno in più occasioni mostrato una forte inclinazione alla corruzione e alla collaborazione con le milizie. Un recente rapporto stilato dagli istruttori americani nei commissariati di Baghdad evidenzia il sospetto che una buona parte degli agenti siano infiltrati dalle milizie sciite mentre altri subirebbero intimidazioni. I dati emersi nelle ultime settimane non sono però tutti negativi.
I
l ministero dell’Interno iracheno ha confermato che con la fine del Ramadan le violenze settarie a Baghdad sono diminuite del 41 per cento e il numero degli attentati con ordigni esplosivi lungo le strade ha toccato il livello più basso degli ultimi sette mesi
.
Lo stesso ministero ha annunciato di voler sostituire i comandanti dei corpi di polizia ed ha rimosso in ottobre 3.000 funzionari accusati di corruzione, violazioni dei diritti umani o di far parte delle “quadre della morte” sciite responsabili dell’uccisione di molti civili sunniti.

Una situazione che contribuito a indurre Bush ad autorizzare l’apertura di trattative dirette e segrete (ad Amman) con i gruppi di ribelli sunniti senza la mediazione del governo di Baghdad. L’iniziativa, che innervosisce al Maliki e parte della maggioranza sciita, rovescia la posizione tenuta finora dal comando USA che ha sempre rifiutato ogni concessione a quanti avevano ucciso soldati americani.

Washington punta a isolare i terroristi di al-Qaeda attivi nel centro-nord e chiudere il conflitto con le milizie sunnite, consapevole che la vera sfida per il futuro dell’Iraq si giocherà nel contrastare le milizie jihadiste sciite, quinta colonna dell’Iran.

Più aiuti agli iracheni

La “strigliata” di Bush ad al Maliki sembra aver sortito alcuni effetti la cui validità dovrà però trovare conferma nei prossimi mesi. Le autorità irachene si sono impegnate ad assumere la responsabilità diretta della sicurezza in 8 delle 18 delle province entro la fine dell’anno, pur mantenendo la presenza delle forze della Coalizione.
Attualmente solo due province del sud sono sotto il controllo iracheno, Muthanna e Dhiqar, ma soprattutto in quest’ultima (da dove le truppe italiane stanno completando il ritiro sostituite dagli australiani) la situazione resta precaria con continui attentati stradali e lanci di razzi contro le basi alleate da parte dei miliziani filo-iraniani.
Al rinnovato impegno di Baghdad per assumere un ruolo sempre più incisivo Washington ha risposto con un nuovo piano, redatto dal generale George Casey che guida le forze alleate, per arruolare altri 100.000 iracheni, 31.000 nell’esercito e 69.000 nella polizia, al costo di almeno un miliardo di dollari. L’obiettivo è istituire altri 21 battaglioni dell’Iraqi Army da impiegare nelle aree più calde, rimpolpare i ranghi dei reparti già costituiti e soprattutto arruolare un numero crescente di sunniti per bilanciare lo strapotere delle forze sciite nelle nuove forze armate irachene.

Nel programma è prevista anche la consegna di armi pesanti alle forze irachene che finora hanno sempre lamentato la scarsa disponibilità di veicoli protetti e armi più potenti dei kalashnikov e delle mitragliatrici distribuiti finora ai reparti.
Anche sul fronte della ricostruzione gli USA puntano a dare nuovo vigore alle iniziative civili dopo aver speso 38 miliardi di dollari con i quali è stata portata l’acqua corrente a 4,6 milioni di persone, sono state distribuite sementi agli agricoltori, 5mila scuole sono state riparate, la capacità elettriche sono tornata ai livelli prebellici e 4,6 milioni di bambini sono stati vaccinati per la polio.

Tre quarti della somma è stata spesa e il resto serve a completare i progetti in corso.

L’88% dei progetti previsti, circa 1200, è stato completato. Ma restano i problemi della sicurezza e dei sabotaggi, che hanno vanificato molti lavori portati a termine. Sono state riparate 86 delle 98 stazioni ferroviarie distrutte, ma i treni non passano per motivi di sicurezza. Inoltre molti temono che una volta partiti gli americani, gli iracheni non avranno nè il personale addestrato nè il denaro per far funzionare quanto è stato costruito.

Le forze alleate in Iraq

Attualmente sono schierati in Iraq 164 mila militari della Coalizione: 150.000 statunitensi, 7.200 britannici, 2.200 sudcoreani, 900 polacchi, 850 georgiani, 500 australiani, 450 danesi, 550 rumeni, 380 salvadoregni e 1.500 tra albanesi, azeri, lettoni, estoni, mongoli, slovacchi, armeni, kazachi, macedoni, cechi e lituani.

Situazione in Iraq

Le elezioni di mid-term negli Stati Uniti sono state caratterizzate, come del resto tutti gli appuntamenti elettorali degli ultimi cinque anni, da un ampio e feroce dibattito politico incentrato soprattutto sui temi relativi alla difesa e alla sicurezza nazionale, Iraq in primis, anche se altri elementi hanno contribuito alla sconfitta del Partito Repubblicano.
Come era prevedibile la situazione bellica in Afghanistan e soprattutto in Iraq hanno costituito terreno fertile per scambi di accuse tra democratici e repubblicani non inferiori a quelli che caratterizzarono il duello tra Bush e Kerry nelle ultime elezioni presidenziali.
Come allora però il Partito Democratico non è riuscito ad andare oltre la sterile critica alle iniziative militari della casa Bianca e del Pentagono senza proporre nuove strategie per la vittoria in Iraq.
Non è un caso che, benché Bush abbia dovuto sostituire Donald Rumsfeld con Robert Gates, i candidati “pacifisti” e liberal non sono stati in molti casi eletti ed anzi si può affermare che il Partito Democratico abbia visto premiati i suoi candidati più “di destra”.
A influenzare il dibattito politico statunitense, offrendo argomenti al Partito Democratico, hanno provveduto anche al-Qaeda e i gruppi della guerriglia iracheni che nelle ultime settimane hanno concentrato attentati e imboscate proprio sui soldati americani che hanno registrato ben 108 caduti in ottobre e 18 nella prima settimana di novembre.
Una conferma dell’attenzione con la quale i jihadisti guardano alle vicende politiche occidentali che si era già manifestata in più occasioni con attentati e attacchi in concomitanza con tornate elettorali.

Le perdite aumentano

Dal marzo 2003 al 15 novembre, quando prese il via l’operazione “Iraqi Freedom” i caduti statunitensi sono stati 2.867 e quasi 21.000 i feriti ai quali si aggiungono altri 350 caduti in cinque anni di guerra in Afghanistan.
In termini militari non si tratta di perdite eccessive soprattutto se si tiene conto dell’intensità dei combattimenti e che solo negli attentati dell’11 settembre 2001 a New York e Washington perirono poco più di 3.000 persone. Sul piano politico e mediatico invece, il numero di caduti rappresenta sempre di più la conferma di quanto la stabilizzazione dell’Afghanistan e soprattutto dell’Iraq siano ancora lontane e che la presenza delle forze statunitensi e alleate sarà ancora necessaria per lungo tempo con l’inevitabile conseguenza di ulteriori perdite.
I riflessi sul dibattito politico statunitense hanno determinato a fine ottobre alcuni cambiamenti nell’iniziativa militare americana e qualche alterco tra la Casa Bianca e il premier iracheno Nouri al Maliki, spronato da Washington a disarmare le milizie sciite legate alle fazioni più estremiste.

Rinforzi

Bush ha ribadito che gli USA si ritireranno solo dopo aver conseguito la vittoria e, rispondendo alle disperate richieste del governo di Baghdad per una conferma dell’impegno militare statunitense almeno fino al 2008, ha inviato tra il Tigri e l’Eufrate altri 10.000 riportando così il totale delle forze di “Iraqi Freedom” a 150.000 effettivi.
I motivi di crisi tra americani e iracheni non riguardano soprattutto l’inadeguatezza dell’impegno delle forze governative di Baghdad che a dispetto degli investimenti finanziari e addestrativi non sembrano ancora in grado di far fronte autonomamente alla duplice minaccia rappresentata da al Qaeda e dalla guerriglia sunnita e dalle milizie sciite e filo-iraniane che hanno portato l’Iraq sull’orlo della guerra civile.
Due casi emblematici confermano questa situazione. Nella provincia di al Anbar, confinante con la Siria (che da tre anni consente l’infiltrazione dei “volontari” jihadisti diretti ad alimentare le milizie terroristiche) la situazione è quasi del tutto fuori controllo e il ruolo dei militari iracheni è del tutto marginale rispetto a quello dei marines americani che proprio qui registrano la gran parte dei caduti.
Nella città meridionale di Amarah, che i britannici hanno lasciato in agosto alle truppe irachene, l’insurrezione dei miliziani dell’Esercito del Mahdi, sostenuti dall’Iran, ha portato a una tregua con  le autorità locali che si sono rifiutate di lanciare una controffensiva per stanare i miliziani ribelli.

Il seguito a domani


Nassirya 12 novembre 2003

Nassirya 12 novembre 2003
Il Comando dell’Italian Joint Task Force (IJTF) si trovava a 7 chilometri da Nasiriyya, in una base denominata “White Horse”, distante circa 4 chilometri dal Comando USA di Tallil. Il Reggimento MSU/IRAQ, composto da personale dei Carabinieri Italiani e dalla Polizia Militare Romena (a cui poi si aggiungeranno, a fine Novembre 2003 120 uomini della Guardia Nazionale Portoghese), era diviso su due postazioni: la base “Maestrale” e la “Libeccio”, entrambe poste al centro dell’abitato di Nasiriyya. Presso la base “Maestrale” (nota anche con il termine “Animal House”), era acquartierata l’Unità di Manovra. Presso la “Libeccio” aveva sede, sia il Battaglione MSU che, il Comando del Reggimento MSU/IRAQ.
In memoria di questi Italiani dimenticati e disprezzati.
Voi sarete sempre nelle nostre menti.

DOMENICO INTRAVAIA: carabiniere

ORAZIO MAJORANA: carabiniere

GIUSEPPE COLETTA: carabiniere

GIOVANNI CAVALLARO: carabiniere

ALFIO RAGAZZI: carabiniere

IVAN GHITTI: carabiniere

DANIELE GHIONE: carabiniere

ENZO FREGOSI: carabiniere

ALFONSO TRINCONE: carabiniere

MASSIMILIANO BRUNO: carabiniere

ANDREA FILIPPA: carabiniere

FILIPPO MERLINO: carabiniere

MASSIMO FICUCIELLO: soldato

SILVIO OLLA: soldato

EMANUELE FERRARO: soldato

ALESSANDRO CARRISI: soldato

MARCO BECI : civile

STEFANO ROLLA : civile

Intanto negli USA si celebra il giorno dei veterani

Capperi! E adesso chi lo dice ai pacifinti senzabretelle?

Riprendo un post di “The Right Nation“. Sono finalmente state trovate le famose armi di distruzione di massa. Non che avessimo dubbi, visto che saddam le aveva già  usate ma bisognava a vere la canna fumante :-).
Adesso verranno fuori i soliti troll e pacifinti senzabretelle che diranno che le ha messe la CIA che è un complotto e blablabla…