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Nuovi poveri, cresce l’allarme in Europa

43_mp5-stringere-la-cinghiaL’organizzazione di beneficenza internazionale Oxfam che di solito è specializzata nella fornitura di assistenza ai paesi più poveri del terzo mondo, ha richiamato l’attenzione sull’Europa. L’Oxfam esorta a non moltiplicare all’interno dell’Ue il numero dei cosiddetti “nuovi poveri”.

È la conclusione generale di una nuova relazione secondo cui entro il 2025 in seno all’Ue ci potranno essere 25 milioni di persone sull’orlo della povertà.

Nei paesi alle prese con una crisi, facenti parte della zona Euro, nonché in alcuni altri paesi dell’Europa unita, sono in espansione gli umori di malcontento e di irritazione per le politiche di austerità.

Il problema principale si riduce alla soluzione del seguente dilemma: uno slancio economico mediante un più forte restringimento della cinghia o, al contrario, attraverso il graduale abbandono di questa linea mediante l’elevamento del tenore di vita della popolazione e, quindi, mediante l’aumento della domanda interna come stimolo di ravvivamento dei settori produttivi dell’economia. A giudicare dai fatti, per il momento è ancora molto presto dire chi uscirà vincitore dalle polemiche in merito.

Intanto, l’Oxfam con sede nella britannica Oxford, ha una sua visione del problema. La conclusione principale dello studio che ha fatto è che se le attuali politiche in questo campo saranno portate avanti, entro il 2025 in seno all’Europa unita ci saranno fino a 25 milioni di persone sull’orlo della povertà. Paesi come Grecia, Irlanda, Italia, Spagna, Portogallo e Gran Bretagna – ossia i paesi in cui sta avvenendo il taglio più aggressivo dei bilanci nazionali, rischiano di integrare già in un prossimo futuro la fila degli Stati che presentano la peggiore situazione economica.

Dice Ulrich Thielemann, direttore del Centro dell’Etica Economica, schierato su una posizione radicale in questo senso:

Il salvataggio delle Banche è sempre stato il salvataggio dei ricchi. Nell’arco di 20 anni abbiamo seguito la linea neoliberale che consisteva nel coltivare in ogni modo il comparto imprenditoriale. Ma questo capitale non genera posti di lavori ma comporta un ulteriore aumento della concorrenza cui gli imprenditori impegnati nel settore produttivo non sono in grado di reggere.

Ivan Rodionov, professore della Scuola Superiore di Economia della Russia, per il momento non vede un’alternativa alla linea dell’austerità economica:

Chi oggi vorrà risparmiare, che non vorrà aumentare le sue spese, i pagamenti sociali, in sostanza, ne ricaverà un vantaggio!,- dice il professore. – È chiaro che una simile pratica non può durare a lungo, non è una tendenza per molti anni, è una manovra tattica. Ma, secondo me, l’austerità economica è una via giusta!

Chi ha ragione e chi ha torto nelle polemiche sull’austerità economica e sulla crescita? Il primo ministro greco Antonis Samaras sullo sfondo delle massicce azioni di protesta si propone di dimostrare nella sede dell’Ue che la linea diretta a portare avanti la politica di rigore economico non ha prospettive.

Il trattato di Osimo

confini
confini orientali nei periodi 1866 – 1918 – 1975

L’articolo 5 della Costituzione recita «la Repubblica è una e indivisibile». Allora perché è bastato un passaggio parlamentare ordinario e non speciale per ratificare il distacco della “Zona B” previsto da quel Trattato, avallando di fatto una modifica alla Costituzione stessa? Altro che Osimo in dubbio per la fine dell’ex Jugoslavia, cioè uno dei due soggetti firmatari, come si dibatteva dopo il ’92.

MA andiamo per ordine.

 10 Febbraio 1947: firma, a Parigi, del Trattato di Pace tra l’Italia e le nazioni vincitrici della seconda guerra mondiale. Un atto fortemente contestato, anche da personalità non certo accusabili di filofascismo (per tutte Benedetto Croce), un trattato che viene imposto all’Italia senza alcuna possibilità negoziale (sarà definito, per tale ragione, “Diktat”) e che segna in maniera drammatica le sorti del confine orientale italiano: cessione alla Jugoslavia di Zara, di Fiume e di gran parte dell’Istria, costituzione di uno stato cuscinetto, tra Italia e Jugoslavia, definito T.L.T. – Territorio Libero di Trieste, affidato alla tutela dell’ONU (che dovrà nominarne il Governatore) – e comprendente Trieste, il territorio ad essa immediatamente limitrofo ed una parte dell’Istria, corrispondente a circa un quarto della penisola.
All’epoca, non meno che in tutti i decenni che ne sono seguiti, il Diktat del ’47 è stato ripetutamente bollato per la sua ingiustizia ed iniquità: giudizio di certo sacrosanto se è vero, come è vero, che esso andò a sancire quel drammatico esodo di centinaia di migliaia di Italiani che abbandonarono le proprie terre, le proprie attività, i propri morti, pur di continuare ad essere Italiani; un Trattato che andò a premiare il criminale operato dei comunisti di Tito che, con le foibe, gli eccidi, il terrore di massa, realizzarono la “pulizia etnica” degli Italiani, in qualche modo anticipatrice di quelle “pulizie” che, decenni dopo, segneranno la dissoluzione della Jugoslavia.
Il Trattato di Parigi, però, fu qualcosa di più che un atto di ingiustizia, fu soprattutto un fatto macroscopico di stupidità (e ciò in politica è bene più grave): perché nel ’47 pretese affrontare e risolvere certi problemi, ignorando del tutto che oramai la situazione non era quella del ’45. L’Europa infatti non era più divisa tra paesi fascisti ed antifascisti, bensì tra blocco occidentale e blocco orientale. Fu proprio questa “stupidità” a costituire la causa specifica del fenomeno dell’Esodo. Infatti sia gli Italiani dell’Istria che quelli di Briga e Tenda si videro ceduto ad uno stato straniero e sempre a causa dello stesso Trattato di Parigi: i primi finirono sotto la Jugoslavia comunista, i secondi sotto la Francia democratica ed occidentale. L’esodo, le foibe, gli eccidi riguardarono però solo il confine orientale d’Italia, non certo quello ad occidente. Tutto ciò non era stato peraltro previsto dal Trattato di Pace che, scandalosamente, aveva ignorato che il mondo ormai si divideva tra paesi comunisti e paesi democratici e che, pertanto, ben diversa era la conseguenza di uno spostamento di confini quando realizzato a cavallo della linea divisoria tra i due blocchi.
Un secondo esempio di tale “stupidità”: il meccanismo della nascita dello stato cuscinetto del Territorio Libero di Trieste era ormai tanto fuori dalla realtà da morire prima ancora di nascere e ciò per la banalissima ragione che l’Onu non riuscì mai a mettersi d’accordo neppure sul nome del designando Governatore. Ogni nome proposto dalle nazioni occidentali incappò nel veto di Mosca e viceversa. Sempre perché nel ’47 (e così per lunghi successivi decenni) la situazione politica sarebbe stata ormai totalmente condizionata da una logica (quella dei blocchi) che il trattato di Parigi aveva preteso di totalmente ignorare.

5 ottobre 1954: a Londra, Francia, Inghilterra e Stati Uniti siglano con Italia e Jugoslavia un “Memorandum d’intesa” in forza del quale la parte del costituendo Territorio Libero amministrata dagli Alleati viene restituita all’amministrazione dell’Italia. E l’atto che permetterà, il 26 ottobre dello stesso anno, il ritorno definitivo di Trieste alla madrepatria.
Il Memorandum non ebbe mai la natura di un trattato internazionale, tanto che non venne neppure sottoposto a ratifica del parlamento italiano. Fu semplicemente un accordo di natura pratico-amministrativa che si contava sulla constata impossibilità di dare attuazione a ciò che il Trattato di Parigi aveva previsto e cioè la nascita del nuovo staterello.
Tale constatazione non si tradusse peraltro in quella che doveva essere la logica sua conseguenza e cioè restituire all’Italia tuffo ciò che non era possibile dare ad uno stato mai nato e che mai sarebbe esistito. La restituzione si realizzò solo limitatamente a Trieste, nel mentre la cosiddetta “zona B”, vale a dire la parte dell’Istria del previsto T.L.T., continuò a subire l’amministrazione della Jugoslavia, amministrazione che aveva il suo solo fondamento giuridico nell’occupazione militare del ’45 e che era in pieno contrasto con i confini della Jugoslavia, così come fissati dal Trattato di Parigi.
La conseguenza, umana, di tutto ciò che fu proprio il Memorandum di Londra segnò la spinta finale perché Capodistria, Isola, Pirano, Buie, Umago e Ciffanova vedessero trasformarsi i propri cittadini in Esuli in Italia, così come già era awenuto per i fratelli di Zara, di Fiume, di Pola e del resto dell’Istria.

10 novembre 1975: nella cittadina marchigiana di Osimo il ministro degli Esteri italiano, Mariano Rumor, e quello jugoslavo, Milos Minic, firmano un trattato meritevole di entrare nel Guinness dei primati. Uno dei due contraenti, il governo di Roma, paga una serie di prezzi non da poco: la rinuncia alla sovranità italiana sulla zona B, la concessione di una zona franca italo-jugoslava, a cavallo del confine di Trieste, che apre a Belgrado una porta verso il Mercato Comune, più altri vantaggi materiali. L’altro contraente, la Jugoslavia, non dà contropartite di alcun genere, si limita ad incassare i lauti benefici.
Una sorta di curioso patto leonino, nel quale tutti i vantaggi vanno alla parte più debole, Belgrado, e tutti i danni a quella più forte, Roma. Siamo infatti in un momento nel quale l’Italia ha ormai il rango di quinta o di sesta potenza economica mondiale, nel mentre la Jugoslavia risulta già un paese economicamente allo sbando e segnato politicamente dalla generale previsione che, alla morte dell’ormai anziano dittatore Tito, tutto il suo castello politico sarà destinato alla crisi e forse allo sfascio.
Con il Trattato di Osimo si realizza tra l’altro un fatto politico-costituzionale di rilevanza assoluta: l’Italia accetta, tranquillamente, di sacrificare la sua integrità territoriale, senza che il mondo politico (salvo poche eccezioni) sembri quasi accorgersene. Bossi e le sue pretese di secessione possono ben vantare, in quel Trattato, un valido precedente a cui potersi richiamare nella loro volontà di spezzare il territorio nazionale!

16 gennaio 1992: morto da qualche anno il Maresciallo Tito, crollato il sistema dei regimi comunisti dell’Est, anche la Jugoslavia è giunta al capolinea ed al disfacimento. Al suo posto sono nate nuove realtà statuali. Sotto la pressante spinta di Bonn, due di questi nuovi stati, Slovenia e Croazia, vengono riconosciute dai paesi europei e tra questi anche dall’Italia.
Con questo atto di riconoscimento tutte le precedenti vicende, relative ai confini orientali d’italia (Trattato di Pace, Memorandum di Londra, Trattato di Osimo), risultano dunque superate e ciò proprio dall’accettazione italiana dei nuovi confini sloveni. L’Istria entra così inequivocabilmente ad essere parte o della Slovenia o della Croazia.
I negoziatori italiani pongono almeno due limitazioni, all’atto del riconoscimento: l’impegno di Croazia e Slovenia a garantire la tutela e l’unitarietà della minoranza italiana in Istria e, poi, la questione aperta della restituzione agli Esuli italiani dei beni immobili espropriati dal regime di Tito.
Sarà proprio su questi due temi (minoranza italiana e restituzione delle case) che si incentrerò, negli anni successivi, il contenzioso tra Roma, Lubiana e Zagabria. Contenzioso che con il ministro Martino, del Governo Berlusconi, arriverò a concretizzarsi nel veto italiano, a livello europeo, all’ingresso di Lubiana nell’Unione Europea; veto che verrà mantenuto dal successore di Martino, Susanna Agnelli, ed anzi fatto recepire dagli stessi organismi comunitari. Sarà infatti Bruxelles a ribadire che le porte europee resteranno sbarrate per la Slovenia, se Lubiana non avrò prima risolto il contenzioso con l’Italia.

Maggio 1996: siamo ormai all’ultimo atto. A Roma è stato appena formato il governo Prodi. Sottosegretario agli Esteri figura l’on. Piero Fassino il quale, prima ancora che il Senato abbia votato la fiducia al Governo di cui fa parte, si precipita a Lubiana per incontrare i governanti sloveni (tutti, come lui, ex comunisti doc) per consegnare alla Slovenia il bel pacco dono: la rinuncia italiana ad ogni veto, affinché le porte d’Europa si possano spalancare per Lubiana. Il tutto senza ottenere, e nemmeno chiedere niente di niente in contropartita.
La minoranza italiana e la sua unitarietà restano così in balia dei governanti sloveni; quanto ai beni rapinati agli Esuli il prode Fassino ottiene la vaga promessa che essi quei beni forse potranno ricomprarseli (da coloro che glieli hanno rubati). Promessa che, proveniente da un governo balcanico e di ex comunisti, ha comunque un grado di probabilità di realizzarsi che è molto prossimo allo zero.
Certo è che, trascorso ormai un anno da quel fulmineo viaggio lubianese del nostro sottosegretario, da parte slovena non si è visto passo di alcun genere. I segnali che giungono dalla Slovenia sono anzi decisamente di segno contrario (si parla di inesistenti limiti costituzionali, di ipotesi di referendum e così via), tanto da motivare espliciti interventi di richiamo da parte delle autorità europee (evidentemente poco inclini a prendersi in casa soggetti così poco affidabili). Ben più a ragione il presidente Prodi ed il viceministro Fassino dovrebbero farsi sentire e protestare con gli amici sloveni, ma così non è. Considerano, chiaramente, che con Lubiana, dopo aver ceduto tutto ed anche di più, non esiste ormai questione di sorta. Si limitano quindi ad uno stanco negoziato con la Croazia, nel quale è a tutti più che evidente che non ci potrò essere esito diverso da quello già realizzato con la Slovenia: una bella e solenne rinuncia, da parte italiana, ad ogni richiesta di giustizia per gli Esuli, ad ogni impegno di tutelare per gli italiani rimasti.
Sarà la conclusione coerente di una lunga vicenda di oltre cinquant’anni. Una vicenda nata male, proseguita peggio e conclusa in modo pessimo: con la bancarotta, totale e fraudolenta, della politica estera italiana sul confine orientale :

L’incontro tra Slovenia, Croazia e Italia, finalmente è arrivato a sancire ufficialmente la fine di una situazione di confine ingarbugliata da anni. Bene ha fatto, pertanto, il nostro Presidente Napolitano a presenziare a quell’atto dovuto alla Storia.
Ma a titolo di commento amaro, c’è da sottolineare che l’Italia è sempre quella che, internazionalmente, alla fine di un qualsiasi avvenimento sia guerresco che politico, a posteriori, ci rimette sempre a tavolino.
Dopo la “vittoria rubata” della prima guerra mondiale, questa volta la “pace rubata” parte da Osimo dove, nel ’75, il sottaciuto “Trattato” fu firmato tra Italia e Jugoslavia, caldeggiato dall’allora PCI che costrinse il governo Moro a cedere la zona “B” istriana all’amico Tito, in contropartita di un tacito sostegno allo stesso governo. (e finalmente ottennero quello che volevano fin dal 1945).
Fino a quell’anno, infatti, l’Istria era territorialmente ancora italiana, anche se amministrata in “via temporanea” dalla Jugoslavia. L’Italia si accontentò solo di qualche promessa a favore degli esuli, ma una volta definito l’abbandono (denunciato come un Atto di tradimento contro la Nazione), la Jugoslavia arrivò a vietare “solo” agli italiani di acquistare immobili e terre!

Nel trattato, però, Tito accettò una clausola: l’Istria sarebbe stata indivisibile, pena il decadimento dell’accordo stesso. Certo, il Maresciallo non immaginava una frammentazione federale postuma, ma l’Istria è stata divisa tra Slovenia e Croazia e quindi vi sarebbero state tutte le premesse per sollevare un’’istanza di revisione internazionale. Potrebbe sembrare non attuale, oggi, in tempi d’Europa Unita, riparlare di un vecchio Trattato del ’75, ma sta di fatto che c’’è e proprio noi, italiani, non dobbiamo aver paura di nominarlo, proprio perché siamo noi a volerlo superare, esigendo però, almeno,  rispetto dall’’altra parte e quanto meno non diffidenza o ritorsioni psicologiche… (come per esempio, al rovescio, in Alto Adige). Se poi dicessero, i confinanti, che non riconoscono Osimo, in quanto firmato con  la Jugoslavia, allora non sarebbe valido nessun trattato post-bellico imposto da quei presuntuosi alleati anglofoni e torneremmo alla Serenissima Venezia, dove comandava il commercio…

EUSSR

Gli archivi segreti dell'URSS
Gli archivi segreti dell’URSS

Il  27. 02. 2006 Vladimir Bukovsky rilasciava alcune dichiarazioni che oggi sono più che mai attuali e profetiche :
“Per quasi 50 anni abbiamo vissuto insieme un grande pericolo, all’ombra dell’Unione Sovietica, un paese aggressore che voleva imporre il suo modello politico a tutto il mondo. Diverse volte nella mia vita ho visto per puro miracolo sventare il sogno dell’Urss. Poi abbiamo visto la bestia contorcersi e morire davanti ai nostri occhi.
Ma invece di esserne felici, siamo andati a crearci un altro mostro. Questo nuovo mostro è straordinariamente simile a quello che abbiamo appena seppellito.

Che cos’era l’URSS? Un’unione di repubbliche socialiste.
Che cos’è l’UE? Un’unione di repubbliche socialiste. Tutti i paesi dell’Unione europea tranne la Spagna e l’Austria hanno governi socialisti. E guardate cos’è successo all’Austria, quando non ha voluto un governo socialista.

Chi governava l’URSS? Quindici persone, non elette, che si sceglievano fra di loro
Chi governa l’UE? Venti persone non elette che si scelgono fra di loro

Come fu creata l’URSS? Soprattutto con la forza militare, ma anche costringendo le repubbliche a unirsi con la minaccia finanziaria, facendo loro paura economicamente.
Come viene creata l’UE? Costringendo le repubbliche a unirsi con la minaccia finanziaria, facendo loro paura economicamente.

Per la politica ufficiale dell’URSS le nazioni non esistevano, esistevano solo i “cittadini sovietici”. L’URSS Creò una nuova entità, chiamato popolo sovietico.
L’UE non vuole le nazioni, vuole solo i cosiddetti “europei”.

In teoria, ogni repubblica dell’URSS aveva il diritto di secessione. In pratica, non esisteva alcuna procedura che consentisse di uscirne.
Nessuno ha mai detto che non si può uscire dall’Europa. Ma se qualcuno dovesse cercare di uscirne, troverà che non è prevista nessuna procedura.

Nell’Urss esisteva la corruzione tipica di una repubblica socialista: una corruzione organizzata dall’alto.
Nell’UE i sintomi della corruzione sono uguali, tipicamente sovietici.

L’UE promette più uguaglianza, più equità, più giustizia. Questa è una promessa bolscevica.
Nell’Urss, che prometteva le stesse cose, si creò una classi di nomenklatura, e la disparità di condizioni era più grande che negli Stati Uniti.

L’Urss aveva i gulag.
L’UE non ha dei gulag che si vedono, non c’è persecuzione tangibile. Ma nonostante l’ideologia della sinistra di oggi sia “soft”, l’effetto è lo stesso: ci sono i gulag intellettuali. Gli oppositori sono completamente isolati e marchiati come intoccabili sociali. Sono messi a tacere, gli si impedisce di pubblicare, di fare carriera universitaria ecc. Questo è il loro modo di trattare con i dissidenti. I risultati del Gulag intellettuali sono gli stessi del Gulag visibile. E i loro piani prevedono che alla polizia europea sia concessa l’immunità, una cosa che non era garantita neanche al KGB!

Urss era aggressiva. Poteva sopravvivere solo annettendo nuovi paesi.
L’UE è lo stesso vicolo cieco. E non è a vantaggio dell’Europa.

Si tratta solo di somiglianze superficiali? Dopo aver fatto alcune ricerche sono arrivato alla decisa conclusione che non si tratta di coincidenze.
Semplicemente parlando, la storia dell’Europa del dopoguerra è una lotta di Bolscevichi contro Menscevichi, cioè di Comunisti contro Socialisti.
Ma i Comunisti/Bolscevichi vogliono da sempre reclutare i Menscevichi/Socialisti per farne la principale forza trainante e ottenere così finanziamenti e forza politica.
I Menscevichi/Socialisti hanno sempre lo stesso sogno, che un giorno i bolscevichi possano ammorbidirsi.
E quando i Bolscevichi si trovano in difficoltà danno sempre ad intendere che ritorneranno alla socialdemocrazia. Questo stratagemma ha sempre funzionato: sotto Lenin, Stalin, Kruscev, Breznev, Andropov.
E alla fine è diventata una teoria.
I comunisti e i socialisti hanno cospirato per attuare una “convergenza” dei due sistemi, per creare “una casa comune europea”.
Il piano era fallito prima, all’est con l’implosione dell’URSS ma è continuato all’ovest con la formazione di un’Unione europea così concepita.

Vladimir Bukovsky, un ex dissidente sovietico di 63 anni, teme che Unione Europea stia trasformandosi in un’altra Unione Sovietica. In un discorso tenuto a Bruxelles la scorsa settimana Bukovsky ha definito l’UE un “mostro” che deve essere abbattuto al più presto, prima che si trasformi in un vero e proprio stato totalitario.

Bukovsky ha fatto visita al Parlamento Europeo a seguito dell’invito del Fidesz, il maggior partito di opposizione ungherese. Il Fidesz, componente del gruppo Democratico Cristiano Europeo, aveva invitato l’ex dissidente sovietico dall’Inghilterra, dove vive, in occasione del cinquantesimo anniversario della rivolta ungherese del 1956. Dopo l ’incontro in mattinata con gli ungheresi, Bukovsky nel pomeriggio ha tenuto un discorso in un ristorante polacco ubicato in Trier straat, nei pressi della sede del Parlamento Europeo, dove in passato aveva già tenuto un altro discorso a seguito dell’invito del Partito per l’Indipendenza del Regno Unito, di cui è un attivista.

Nel suo discorso Bukovsky ha fatto riferimento a documenti classificati rinvenuti negli archivi segreti sovietici che ha potuto visionare nel 1992. Questi documenti confermerebbero l’esistenza di una “cospirazione” col fine di trasformare l’Unione Europea in una entità statuale di tipo socialista. Ero presente alla riunione ed ho registrato il suo discorso, la cui trascrizione è riportata di seguito. Inoltre ho avuto l’occasione di fargli una breve intervista. Anche la trascrizione dell’intervista è riportata di seguito. L’intervista sull’Unione Europea è stata bruscamente interrotta perché Bukovsky aveva altri impegni. Vladimir Bukovsky l’avevo già intervistato venti anni prima, nel 1986, quando l’Unione Sovietica, il primo “mostro” che così coraggiosamente aveva combattuto, era ancora vivo e vegeto.

Bukovsky è uno degli eroi del ventesimo secolo. Da giovane aveva denunciato l’uso del ricovero psichiatrico coatto dei prigionieri politici nell’ex URSS (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, 1917-1991) ed è stato per ben dodici anni (dal 1964 al 1976), e cioè dall’età di 22 anni all’età di 34, nelle prigioni sovietiche, in campi di lavoro e in strutture ospedaliere psichiatriche. Nel 1976 i sovietici lo espulsero dal paese e si rifugiò in occidente. Nel 1992 fu invitato dal governo russo in qualità di esperto per testimoniare nel processo tenutosi a Mosca con lo scopo di stabilire se il partito comunista sovietico fosse stata un’istituzione criminale. Per dargli la possibilità di prepararsi per il processo, Bukovsky fu autorizzato ad accedere ad una notevole quantità di documenti presenti negli archivi segreti sovietici. Egli è pertanto uno dei pochi che hanno potuto visionare questi documenti, che ancora oggi sono segreti. Con un piccolo scanner e un computer portatile ne riuscì anche a copiare molti (alcuni “top secret”), compresi i rapporti del KGB allo stesso governo sovietico.

Professor Bukovskij, dieci anni fa, abbattuto il muro di Berlino, eravamo convinti che fosse stato inferto un colpo mortale allo statalismo e all’ideologia. Sembra però che le cose non siano andate così, le parole d’ordine saranno cambiate ma la sostanza resta quella. Per esempio, lei dice che l’Unione Europea altro non è che un’altra Unione Sovietica…

La mentalità comunista
La mentalità comunista

“Precisamente, e non è un’affermazione campata in aria. Ci sono motivazioni storiche precise: l’ideale europeista si afferma negli anni Sessanta, quando comincia ad arrivare in Occidente l’eco delle violazioni dei diritti umani compiute in nome del socialismo reale. Questo diede serissimi problemi, ovviamente, alla Sinistra, che rispose disegnando uno scenario inedito, e irrealizzabile. L’idea era di costruire una “casa comune europea” per i Paesi dell’Est e dell’Ovest: gli uni, i Paesi dell’Est, avrebbero nel frattempo dovuto abbracciare i diritti umani. Gli altri, i Paesi dell’Ovest, dovevano intanto incamminarsi sulla strada della socialdemocrazia. Quando entrambe queste previsioni si fossero avverate, sarebbe stato possibile dar vita a un’unica, grande Europa socialista. Però il vaticinio s’è realizzato a metà…”

Cioé?

“I Paesi dell’Est non si sono mai aperti ai diritti umani. E quando ci hanno provato, era ormai troppo tardi: compiuti settant’anni, il comunismo ha mostrato tutte le proprie, intrinseche debolezze. Tengo a precisare che l’era Gorbaciov, come ho scritto ne “Gli archivi segreti di Mosca”, rappresentò tutto fuorché un’apertura ai diritti civili, questa è solo un’altra falsificazione della stampa di sinistra… Morti di causa naturale i Paesi socialisti, la socialdemocrazia occidentale però non ha certo gettato la spugna: così oggi noi viviamo sì in un’Europa senza più il muro di Berlino, ma dove nella quasi totalità dei Paesi ci sono al governo dei politici comunisti! Che continuano a perseguire quegli ideali: l’Europa unita è disegnata a immagine e somiglianza dell’URSS.”

Quali sono le somiglianze più evidenti?

“Anzitutto, il sistema politico, che è accentrato e burocratico. Irrispettoso delle differenze fra Stati e individui. Oppressivo, nel suo concepire ogni possibile regolamentazione per strozzare gli uomini liberi. Ma soprattutto, l’UE ricorda l’Unione Sovietica nel controllo ideologico che gli eurocrati tentano di esercitare su di noi: il fatto che non esista una ‘Pravda’ non significa che il mondo dell’informazione, e quello della cultura, non siano condizionati al punto da esercitare alla fin fine la stessa funzione. Basti pensare al politicamente corretto, che è una specie di religione laica.”

Ecco, il fenomeno del politicamente corretto, se ci si pensa, è curioso. I luoghi comuni di questa nuova ideologia sono talmente radicati e “potenti” da arrivare a condizionare il lessico e la sintassi della comunicazione politica. Qualcuno in America ha azzardato: è un nuovo marxismo…

“Non penso che nessuno possa accusarmi di aver mai nutrito simpatie marxiste, ma se posso dirlo… è molto peggio. Almeno Marx era un pensatore con un capo e una coda, c’era una logica in quanto scriveva. Le idee erano sbagliate, ma c’era un filo conduttore. Il politicamente corretto invece non sta in piedi: nasce dall’esigenza della Sinistra di far convivere la proprietà privata con un’impostazione di fondo che resta socialista. Si sono accorti che senza proprietà privata non può esistere una società “civile”, però hanno preferito non ammettere il fallimento dell’intero edificio concettuale comunista. Così, adesso tentano di conciliare la proprietà con un’impostazione ‘di sinistra’, il che è assurdo, perché la proprietà ha bisogno di essere circondata e fortificata da altre istituzioni (la famiglia, per esempio). Comunque, la tattica del “politicamente corretto” è molto semplice: s’inventano delle “minoranze”, e poi per “difenderle”, sempre fra virgolette, riescono a giustificare ogni e qualsiasi intervento governativo.”

Per esempio?

“Basta guardare all’America, il femminismo dopotutto è questo. Una montagna di bugie declamate non in nome delle donne, ma per ampliare ancora una volta “la sfera pubblica”, l’interventismo statale. Perché la Sinistra è favorevole all’immigrazione selvaggia? Proprio per questo motivo, per coltivarsi “minoranze” sempre nuove, un ulteriore bacino elettorale. E poi c’è la madre di tutte le battaglie… quella contro il tabacco. L’isterismo anti-fumo non è una questione che abbia un particolare retroterra teorico. Però è stata il banco di prova della ‘political correctness’: l’hanno usata per vedere se era possibile imporre a tutto il mondo una nuova forma di controllo sugli individui. Ce l’hanno fatta, pensate che se devo andare Oltreoceano e voglio fumare in volo, l’unica compagnia aerea che me lo permette è la Cenerentola dei cieli, la Kuwait-air. Con il divampare del salutismo, la Sinistra ci ha dimostrato che oggi riesce (purtroppo) a condizionare tutto il mondo occidentale.

Lei è un ex dissidente sovietico conosciuto in tutto il mondo. Recentemente ha evidenziato una inquietante somiglianza dell’Unione Europea con l’ex Unione Sovietica. Può chiarirci meglio il suo pensiero?

Mi riferisco alle istituzioni, ad una certa ideologia, ai programmi, alla direzione intrapresa, all’inevitabile espansione, all’annullamento delle diverse nazionalità. Ciò è anche stato lo scopo della stessa Unione Sovietica. La maggior parte della gente non si rende conto di quanto sta accadendo. Gli europei non lo sanno, noi invece sì perché siamo stati educati in Unione Sovietica, in cui abbiamo dovuto studiare l’ideologia sovietica sia nelle scuole superiori sia all’università .  Lo scopo finale dell’Unione Sovietica era quello di generare una nuova entità storica, il “popolo sovietico”,  in tutto il mondo intero. Lo stesso scopo è oggi perseguito dall’UE. Stanno tentando di generare un nuovo popolo. Lo chiamano il “popolo europeo”, qualunque sia il significato attribuito a questa espressione.

Secondo la dottrina comunista così come in molte derivazioni del pensiero socialista, lo stato, lo stato-nazione, è destinato a scomparire. In URSS lo stato sovietico divenne molto potente e le diverse nazionalità che lo costituivano furono obliterate. Ma al momento del crollo avvenne il processo contrario. I sentimenti soffocati di identità nazionale riemersero nuovamente e hanno quasi distrutto il paese. E’ stato davvero terribile.

Pensa che la stessa cosa possa accadere quando l’Unione Europea collasserà?

Assolutamente si, la psicologia umana è come un elastico che può essere tirato, però non oltre un certo limite. Un elastico può essere tirato sempre di più, ma non bisogna mai dimenticare che nel frattempo sta accumulando l’energia per ritornare alla sua forma originaria. La psicologia umana è come un elastico che tende sempre a ritornare rapidamente alla sua forma originaria.

Però tutti questi paesi che si sono uniti nell’Unione Europea lo hanno fatto volontariamente.

No, non stanno così le cose. Si guardi per esempio alla Danimarca che ha votato due volte contro il trattato di Maastricht. Si guardi all’Irlanda [che ha votato contro il trattato di Nizza]. Si guardi a tutti gli altri paesi, sono tutti sotto pressione. E’ come una specie di ricatto. La Svizzera è stata costretta a votare cinque volte sullo stesso quesito referendario. Tutte e cinque le volte è stato respinto, ma non si sa cosa accadrà la sesta o la settima volta. E’ sempre la stessa storia. E’ un semplice trucchetto. L’elettorato viene fatto votare fino a quando non vota nel modo voluto. A questo punto non gli viene più chiesto di votare. Perché si fermano? Si continui a votare. L’Unione Europea sembra un matrimonio contratto sotto la minaccia di una pistola puntata alla tempia.

Cosa pensa che i giovani dovrebbero fare riguardo all’Unione Europea? Su cosa si dovrebbe puntare, sulla democratizzazione dell’istituzione o si dovrebbe invece cercare di eliminarla del tutto?

Penso che l’Unione Europea, come l’Unione Sovietica, non possa essere democratizzata. Gorbachev provò a farlo, e ciò malgrado si è dissolta. Questo genere di strutture politico-istituzionali non possono essere democratizzate.

Però abbiamo un Parlamento Europeo scelto dalla gente.

Il Parlamento Europeo è eletto sulla base di un sistema elettorale di tipo proporzionale, che non è però garanzia di rappresentatività. E poi su cosa vota? Sulla percentuale di grasso nello yogurt, quel genere di cose. E’ ridicolo. Ha le stesse funzioni del Soviet Supremo. Un parlamentare europeo in media parla sei minuti all’anno in Parlamento. Non è un vero e proprio Parlamento.

TRASCRIZIONE DEL DISCORSO DI BUKOVSKY TENUTO A BRUXELLES

Nel 1992 ho avuto una possibilità di accesso senza precedenti a documenti segreti del Comitato Centrale e del Politburo. Questi documenti, che da 30 anni sono ancora tenuti segreti, fanno molto chiaramente riferimento ad un “progetto comune” tra i partiti della sinistra europei e Mosca secondo il quale il mercato comune europeo si sarebbe trasformato in uno stato federale. Mikhail Gorbachev nel 1988-89 si riferiva ad esso come a “la nostra casa comune europea”.

L’idea era semplice. Venne alla luce negli anni 1985-86, quando i comunisti italiani fecero visita a Gorbachev, seguiti dai socialdemocratici tedeschi. Costoro temevano i mutamenti politici che stavano avvenendo nel mondo, specialmente dopo le privatizzazioni introdotte dalla Thatcher e le liberalizzazioni economiche. Questi mutamenti stavano minacciando le “conquiste” di generazioni di socialismo e di socialdemocrazia, stavano minacciando di invertire completamente il corso della storia. Di conseguenza si stabilì che l’unico modo per affrontare questo rigurgito di “capitalismo selvaggio” era quello di tentare di introdurre gli stessi obiettivi socialisti in tutti i paesi di colpo. Prima di ciò, i partiti della sinistra e l’Unione Sovietica si erano sempre fortemente opposti all’integrazione europea perché veniva percepita come un mezzo per frapporre un ostacolo al socialismo. Dal 1985 in poi cambiarono completamente opinione. I Sovietici giunsero infine ad un accordo con i partiti della sinistra dell’Europa occidentale: se avessero lavorato insieme avrebbero potuto assumere il controllo dell’intero progetto europeo e modificarlo completamente. L’area di libero scambio sarebbe stata trasformata in uno stato federale.

Secondo documenti segreti sovietici, gli anni 1985-86 rappresentarono il punto di svolta. Ho pubblicato la maggior parte di questi documenti. I colloqui trascritti in questi documenti sono davvero illuminanti. Si intuisce che ci fu una “cospirazione”, il che è abbastanza comprensibile, in quanto stavano cercando tutti di salvarsi politicamente la pelle. Nei paesi dell’est i sovietici avevano bisogno di un cambiamento dei rapporti con l’Europa perché stavano entrando in una crisi strutturale prolungata e molto profonda; in occidente i partiti di sinistra avevano timore di essere spazzati via e di perdere la loro influenza e prestigio. Così c’è stata una vera e propria cospirazione, evidentemente da loro stessi messa in piedi, nella quale tutti erano d’accordo e alla quale tutti hanno lavorato.

Nel gennaio del 1989, per esempio, una delegazione della Commissione Trilaterale fece visita a Gorbachev. C’era [l’ ex Primo Ministro giapponese Yasuhiro] Nakasone, [l’ex presidente francese Valèry] Giscard d’Estaing, [il banchiere americano David] Rockefeller e [l’ex Segretario di Stato USA Henry] Kissinger. Essi ebbero una conversazione molto schietta durante la quale fecero presente a Gorbachev che la Russia sovietica avrebbe dovuto integrarsi nelle istituzioni finanziarie del mondo, quale il GATT, l’FMI e la Banca Mondiale.

Nel bel mezzo dei colloqui Giscard d’ Estaing prese improvvisamente la parola e disse: “Signor presidente, non posso dirle esattamente quando accadrà – probabilmente fra 15 anni – ma l’Europa si sta avviando ad essere uno stato federale e dovete incominciare a prepararvi. Dovete lavorare con noi ed i leader politici europei sulla reazione che avrete quando ciò accadrà, su come consentirete ai paesi dell’est europeo di interagire con questo nuovo stato federale e su come voi stessi diventerete parte di esso. Dovete essere pronti”.

Era il gennaio 1989, un momento in cui il trattato di Maastricht [1992] neppure era stato abbozzato per sommi capi. Come diavolo ha potuto Giscard d’ Estaing sapere cosa sarebbe accaduto nei 15 anni successivi? E sorpresa, sorpresa, come mai è diventato l’estensore della costituzione europea [nel 2002-03]? Una domanda molto interessante. Si sente odore di cospirazione, è vero?

Fortunatamente per noi la parte sovietica di questa cospirazione è collassata prima e Mosca non si è trovata nel momento in cui avrebbe potuto influenzare il corso degli eventi. Ma l’idea originale fu di creare ciò che fu chiamata una “convergenza”, in base alla quale l’Unione Sovietica avrebbe dovuto ammorbidirsi verso posizioni più socialdemocratiche, mentre Europa occidentale sarebbe passata da un regime politico di tipo socialdemocratico ad un regime di tipo più rigidamente socialista. Allora si sarebbe realizzata la convergenza. Le strutture politiche delle due entità si sarebbero adattate con precisione l’una all’altra. Ecco come le istituzioni politiche dell’Unione Europea inizialmente furono progettate: allo scopo di adattarsi successivamente alle istituzioni sovietiche. Ecco anche perché sono così simili nella loro struttura e nel loro funzionamento.

Non è un caso che il Parlamento Europeo, per esempio, faccia venire alla mente il Soviet Supremo. Funziona come il Soviet Supremo perché è stato progettato nello stesso modo. Idem per quanto riguarda la Commissione Europea. che assomiglia al Politburo. Voglio dire che è simile in tutto e per tutto, tranne che per il fatto che la Commissione oggi ha 25 membri mentre il Politburo ne aveva 13/15. A parte questo hanno le medesime funzioni, non rispondono a nessuno, i membri che la compongono non sono scelti direttamente dai cittadini. Quando si esamina questa strana attività dell’Unione Europea con le sue 80.000 pagine di regolamentazioni sembra il Gosplan. Quest’ultima istituzione pianificava qualunque dettaglio in campo economico, anche la forma e la dimensione dei dadi e bulloni, fino a cinque anni prima. La stessa identica cosa sta avvenendo nell’UE. Quando guardate il tipo di decadimento della UE, si tratta esattamente dello stesso tipo sovietico di decadimento, che si propaga dall’alto al basso piuttosto che il contrario.

Se si esaminano le istituzioni e le caratteristiche di questo mostro europeo che sta emergendo si può notare che sempre più assomiglia all’Unione Sovietica. Naturalmente, è una versione più edulcorata dell’Unione Sovietica. Per favore, non fraintendetemi. Non sto dicendo che in Europa ci sono i Gulag. Non c’è nemmeno il KGB – non ancora – ma sono da osservare con molta attenzione strutture quali per esempio la Europol. Ciò che più preoccupa è che questa polizia avrà probabilmente maggiori poteri di quelli del KGB. Avrà l’immunità diplomatica. Immaginate un KGB con immunità diplomatica. Svolgerà la sua funzione poliziesca per reprimere e perseguire 32 tipi di reato – due dei quali sono particolarmente preoccupanti. Uno è il razzismo, l’altro è la xenofobia. Nessuna legislazione penale sulla terra considera perseguibili questi comportamenti [con l’eccezione del Belgio]. Quindi: questi sono due nuovi reati, e siamo avvertiti. Qualcuno del governo britannico ha già detto che coloro che faranno obiezioni all’immigrazione incontrollata dal terzo mondo saranno considerati razzisti. Coloro che si opporranno ad una ulteriore espansione ed integrazione europea saranno considerati xenofobi. E’ stata Patricia Hewitt che ha fatto queste dichiarazioni ed i fatti sono sotto gli occhi di tutti.

Quindi siamo avvertiti. Nel frattempo stanno ideologizzando sempre più il sistema. L’Unione Sovietica si è retta in piedi grazie all’ideologia. L’ideologia dell’Unione Europea è socialdemocratica, statalista, con una buona dose di “political correctness”. Si osservi come il “political correctness” si diffonde e si trasforma in un’ideologia oppressiva. Per non parlare poi del fatto che ormai è proibito fumare quasi dappertutto. Si consideri la persecuzione di persone come quel pastore svedese che è stato perseguito per parecchi mesi per aver detto che la Bibbia non approva l’omosessualità. La Francia ha approvato leggi contro l’istigazione all’odio nei confronti degli omosessuali. La Gran Bretagna si accinge a varare leggi che sanzionano penalmente espressioni del pensiero contrarie alle relazioni interrazziali e relative a questioni religiose e così via. Ciò che emerge, in prospettiva, è che questo tipo di ideologia viene sistematicamente inglobata nella legislazione penale. E’ questa ideologia che sarà quindi in futuro fatta rispettare coercitivamente. Questo sembra che sia lo scopo prevalente dell’Europol. A cosa servirebbe altrimenti ? l’Europol mi insospettisce molto. Guardo con molta attenzione quando c’è qualcuno che viene perseguito da essa. Mi chiedo quali siano i motivi e cosa sta davvero accadendo. E’ un campo in cui sono un esperto. So bene come si generano i Gulag.

Viviamo in un periodo di veloce, sistematico e costante smantellamento della democrazia. Si prenda per esempio questo Legislative and Regulatory Reform Bill [progetto di legge di riforma legislativa e normativa]. I ministri diventano legislatori che possono legiferare senza preoccuparsi di dare conto al Parlamento o a chicchessia. La mia reazione immediata è: perché tutto questo? La Gran Bretagna è sopravvissuta a due guerre mondiali, alla guerra con Napoleone, all’ Armata Spagnola, per non parlare della guerra fredda, di quel periodo in cui ci veniva detto che in qualsiasi momento sarebbe potuta scoppiare una guerra mondiale nucleare. Nel passato non è mai stata evidenziata l’esigenza di introdurre questo tipo di legislazione oppure di sospendere le libertà civili o di introdurre poteri di emergenza. Perché ne abbiamo bisogno proprio ora? Tutto questo può trasformarsi in una dittatura in qualunque momento.

La situazione attuale è molto seria. I partiti politici più importanti sono stati completamente cooptati nel progetto della nuova UE. Nessuno di essi realmente si oppone a questo progetto. I partiti sono diventate istituzioni decadenti. Chi difenderà le nostre libertà? Sembra che ci stiamo dirigendo verso il collasso, la crisi del sistema. Il risultato più probabile è che ci sarà un collasso economico in Europa, che avverrà a tempo debito e che accadrà a causa di questa crescita a dismisura delle spese e delle tasse. L’incapacità di generare un ambiente competitivo, la regolamentazione eccessiva dell’economia, la burocratizzazione, tutto questo porterà al collasso economico. Specialmente l’introduzione dell’euro è stata un’idea pazzesca. La moneta non dovrebbe essere mai politicamente imposta.

A tal proposito non ho alcun dubbio. Ci sarà un collasso della Unione Europea, così come è avvenuto per l’Unione Sovietica. Ma non dimentichiamoci che quando questi momenti della storia avvengono lasciano dietro di sè una tale devastazione che ci vuole una generazione affinché si richiudano le ferite. Pensiamo a cosa accadrà quando ci sarà la crisi del sistema. Emergeranno forti tensioni fra le nazioni. Potrebbe saltare tutto. Guardiamo all’enorme numero di immigranti dai paesi di terzo mondo che ora vivono in Europa. Tutto ciò è stato voluto dall’ Unione Europea. Cosa sarà di loro se ci sarà un crollo economico? Probabilmente alla fine ci saranno, come nell’Unione Sovietica, tante di quelle dispute etniche che il loro numero è oggi difficile da immaginare. In nessun altro paese ci sono state tante tensioni etniche come in Unione Sovietica, con l’eccezione probabilmente della ex Iugoslavia. Accadrà la stessa cosa qui. Dobbiamo tenerci pronti. Questa enorme struttura burocratica sta per crollarci addosso.

Voglio essere molto schietto a questo proposito: prima si chiude con l’UE, meglio è. Prima collasserà, meno danni farà a noi e agli altri paesi. Ma dobbiamo essere rapidi perché gli eurocrati stanno muovendosi molto velocemente. Sarà difficile affrontarli. Oggi è ancora relativamente più semplice. Se per esempio un milione di persone marcia su Bruxelles oggi questi individui se ne scapperanno via alle Bahamas. Se domani la metà della popolazione britannica si rifiuterà di pagare le tasse, non accadrà niente di drammatico e sicuramente nessuno andrà in prigione. Ancora oggi una iniziativa del genere si può abbastanza tranquillamente intraprendere. Ma non so cosa accadrà domani con una Europol che nel frattempo si sarà completamente sviluppata e riempita di ex agenti della Securitate o della Stasi. Può succedere di tutto.

Stiamo perdendo tempo. Dobbiamo batterli. Dobbiamo fermarci a riflettere ed elaborare la strategia più efficace per ottenere il massimo effetto. Altrimenti sarà troppo tardi. Cosa vi posso dire? Le mie conclusioni non sono ottimiste. Per adesso, nonostante ci siano alcuni movimenti anti-UE in quasi ogni paese, non sono sufficienti. Per adesso siamo perdenti e stiamo sprecando tempo.

Fonte: http://www.brusselsjournal.com

Link:  http://www.brusselsjournal.com/node/865″

 

Discount Italia

sessantamilioni di pecore
sessantamilioni di pecore

Per decenni l’Italia è stato un Paese a “sovranità limitata” con una politica estera e di Difesa coordinata e in molti casi imposta dai nostri principali alleati e soprattutto dagli statunitensi. Dal dopoguerra non era però mai successo che il nostro Paese si trovasse guidato da un “governo d’occupazione” che rispondesse direttamente alle “potenze occupanti” come accade oggi con il cosiddetto governo tecnico imposto dai franco-tedeschi e dalla nomenklatura della Ue e messo insieme dal Quirinale consultandosi anche con la Casa Bianca che ha suggerito i ministri di Esteri e Difesa. Due figure di sicura fede atlantista come l’ambasciatore a Washington Giulio Terzi e il chairman del Comitato Militare della Nato, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola. Uomini idonei a garantire che l’Italia resterà un fedele alleato dell’America e manterrà i suoi impegni militari in Afghanistan. Nella sua prima audizione in Parlamento, Di Paola ha infatti confermato questo impegno mentre il titolare della Farnesina (ormai un mito per la stampa italiana perché usa Twitter) ha esordito sulla crisi iraniana dichiarando che “l’Italia sostiene con piena convinzione il piano di sanzioni economiche nei confronti dell’Iran annunciato dall’Amministrazione statunitense”. Più appiattiti di così! Dopo l’attacco all’ambasciata britannica a Teheran, Terzi ha ritirato il nostro ambasciatore nonostante sul piano commerciale l’Italia abbia molti interessi in Iran. Nel timore di apparire poco filo-americano si è poi recato in Turchia a perorare la causa dell’ingresso di Ankara nella Ue, come chiedono da tempo gli Usa. Posizioni che ci auguriamo siano state negoziate in cambio di robuste contropartite ma che temiamo costituiscono un pedaggio obbligato e gratuito nei confronti delle potenze occupanti. A Washington saranno certo soddisfatti ma per ora Terzi assomiglia più a un sottosegretario di Hillary Clinton che a un ministro italiano. Del resto Obama non ne poteva più di Silvio Berlusconi che aveva avuto (forse l’unica iniziativa degna di nota del suo governo) l’ardire di sviluppare una politica energetica e strategica con la Russia  di Putin e la Libia di Gheddafi che ci garantiva ampia autonomia, forse troppa per i nostri “tutori”.  Sia chiaro, la classe politica è indifendibile e la sua colpa più grave non è solo di aver consentito questa nuova forma d’invasione straniera ma di esserne in qualche modo complice. Le opposizioni e parte della stessa ex maggioranza non hanno fatto altro che ripetere che l’Europa  (parola pronunciata sempre con tono solenne, come faceva Romano Prodi) e “i mercati” volevano le dimissioni di Silvio Berlusconi. Nessuno che abbia avuto il coraggio di affermare che i governi italiani vengono fatti cadere dagli elettori italiani, non dalle banche, dagli speculatori, dagli stranieri e dai burocrati di Bruxelles. Invece sono tutti in ginocchio davanti a loro, divinità supreme ma sobrie. Nella migliore tradizione italiana, “Franza o Spagna purché se magna”.

Eppure i vertici del mondo bancario e della Ue non sono più credibili dei nostri politici. Numerose inchieste hanno dimostrato lo sperpero di miliardi di euro da parte di Bruxelles e Strasburgo, gli eurodeputati costano di più e hanno più privilegi di quelli nazionali e la Bce nel 2008 alzò il costo del denaro nonostante gli evidenti sintomi di crisi dell’economia per rallentare  un’inflazione immaginaria determinata solo dal petrolio che aveva superato i 140 dollari al barile. Jean Claude Trichet ci ha riprovato nella primavera scorsa, ancora una volta confondendo l’inflazione con il petrolio alle stelle a causa della guerra libica. Ha alzato di nuovo il costo del denaro (e dei nostri mutui)  nonostante di ripresa si parlasse solo nelle preghiere. Giusto per dare un senso di continuità alle iniziative della Bce il nuovo presidente, Mario Draghi, ha deciso di riabbassarli dello 0,25 per cento la settimana scorsa. E poi ve lo ricordate il sobrio professor Monti magnificare all’Infedele di Gad Lerner il successo dell’euro che aveva costretto la Grecia ad assimilare “la cultura della stabilità”? Chi ci impone regole, governi e programmi economici non sembra brillare per competenza e autorevolezza. La costruzione dell’Europa del resto non ha mai avuto molto a che fare con il consenso popolare. Nessuno ha mai chiesto agli italiani e a molti altri popoli se volessero l’adesione all’Unione o all’euro. La Ue non è riuscita neppure ad avere uno straccio di Costituzione poiché quella messa a punto è stara bocciata negli unici due referendum indetti in Olanda e Francia. Poco amate dagli elettori europei (che eleggono i parlamentari nazionali da inviare a Strasburgo ma non i membri della Commissione) le elefantiache e costosissime caste che guidano la Ue e la Bce detestano referendum e suffragi popolari.  Quando in Grecia il premier Papandreu ha “osato” proporre un referendum per chiedere ai cittadini se volevano i sacrifici per restare nell’euro è stato “fucilato”  da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy , quest’ultimo lo ha anche insultato in uno dei suoi ormai consueti “fuori onda programmati”. Pochi giorni dopo il premier greco è stato costretto a dimettersi dalla defezione (casuale?) di quattro deputati del suo partito e a guidare  il nuovo governo (ovviamente tecnico) è stato chiamato un banchiere, Lucas Demetrios Papademos, ex governatore della Banca Centrale greca ed ex numero due della Bce. Dovrà gestire un programma di austerity nel quale i saldi di Stato consentiranno ottimi affari per la grande finanza, i grandi investitori, gli speculatori e i grandi gruppi internazionali, soprattutto quelli franco-tedeschi perché le banche di Parigi e Berlino detengono buona parte del debito greco.

Nonostante l’Italia rappresenti l’ottava potenza economica mondiale non è stata trattata meglio. Anche Berlusconi ha avuto i suoi “traditori” e i suoi” avvertimenti”.  Come l’attacco borsistico a Mediaset (meno 12 per cento in un sol giorno) che ha “consigliato”  il premier di  ritirare l’idea di posticipare le dimissioni e appoggiare la candidatura di Monti, nominato poche ore dopo senatore a vita dal Quirinale. Fino a pochi anni or sono sarebbe bastato molto meno per denunciare minacce alla democrazia o ingerenze esterne nella vita politica italiana. Appena  nominato il sobrio premier Mario Monti è andato in ginocchio dal presidente della commissione europea Josè Manuel Barros a farsi indicare le priorità della sua agenda, poi dal presidente del consiglio europeo Herman van Romupuy, da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy a promettere che “farà i compiti a casa” e a “impressionare” la cancelliera tedesca per le misure che adotterà delle quali non aveva però ancora informato né il Parlamento né l’opinione pubblica. Ora però che la nuova manovra da 25 miliardi di euro sta prendendo corpo siamo impressionati anche noi ma non certo in positivo. Di fatto solo tasse per tutti, una stangata più che una manovra che sembra voler affossare ogni possibilità di sviluppo rendendoci ancora più sudditi e meno cittadini. E’ questa la rivoluzione liberale dei professori/banchieri? E’ questa la svolta che ridarà fiato all’economia italiana? Roba che non era più una novità già ai tempi dei governi Andreotti. Per attuare queste misure non c’era bisogno di scomodare i luminari della Bocconi o il gotha dei banchieri, bastava e avanzava la nostra penosa classe politica. Infatti queste misure rivoluzionarie hanno soddisfatto la Merkel e Sarkozy che hanno espresso a Monti “fiducia e sostegno”, forse perché il professore ha accettato di trasformare l’Italia in un bel discount grazie all’impegno ad abrogare la “golden share”, il meccanismo che ha finora permesso allo Stato di conservare il controllo di aziende strategiche nei settori energetico, comunicazioni e difesa: Eni, Snam rete gas, Enel, Telecom e Finmeccanica. Una questione di libertà di mercato sottolineano alla Ue e alla Bce, dove le pressioni sull’Italia in tal senso sono fortissime ma dove nessuno sembra aver fretta di demolire meccanismi simili presenti in Germania, Francia e altri Paesi dell’area euro per impedire “scalate” agli asset strategici nazionali. Ma è possibile che con l’euro che rischia di andare a fondo Ue e Bce non abbiano di meglio a cui pensare che alla “golden share” italiana?  Possibile che tutte le misure urgenti per le quali il governo Berlusconi era inadeguato e che dovevano essere adottate immediatamente (pena la catastrofe) non se ne sia vista nemmeno una ma si parli di “golden share”? Il motivo pare evidente e lascia aperti molti sospetti circa il perché all’Italia, con i conti per molti versi più in ordine di quelli francesi (che possono rifiutare il controllo di Bruxelles sul loro bilancio) o britannici (che hanno avuto la scaltrezza di restare fuori dalla truffa dell’euro), non sia stato concesso il privilegio di andare al voto come la Spagna. Prima di tornare ad essere un Paese democratico dobbiamo vendere, anzi svendere considerati i chiari di luna borsistici, le nostre aziende di punta agli stranieri, o per meglio dire ai nostri concorrenti. Quei Paesi (dagli Usa alla Gran Bretagna, dalla Francia alla Germania) che come si è visto chiaramente in questi ultimi tempi (dalle questioni finanziarie alla guerra in Libia) possono venire definiti partner solo da chi è in affari con loro.

Perché è evidente che nell’attuale situazione, con Finmeccanica che dopo il recente (casuale?) mega crollo borsistico ha una capitalizzazione di appena due miliardi ( solo i suoi beni immobili valgono il doppio), abrogare entro un mese la “golden share” significa consentire ai colossi anglo-americani e franco-tedeschi della Difesa (Thales e EADS  in testa) di inglobare il gruppo italiano o le sue aziende più competitive. Pochi giorni or sono a Berlino è stato firmato un accordo di militare tra Italia e Germania  che dovrebbe  bilanciare l’asse franco-britannico nel campo della Difesa (a proposito di Europa unita !) e che prevede una stretta cooperazione industriale in diversi settori ma che potrebbe trasformarsi in sudditanza tecnologica dell’Italia se svendessimo le nostre aziende del settore. I segnali in questo senso ci sono tutti e un documentato articolo della Stampa ( I francesi di Thales vogliono i gioielli dell’industria bellica) ha evidenziato il concreto interesse della francese Thales ad acquisire Oto Melara e Wass.  Fino a un anno or sono coi francesi si discuteva di joint ventures paritetiche, oggi i Galli calano in Italia al grido di “guai ai vinti” come fece Brenno un po’ di tempo fa. Certo il sobrio Mario Monti ha detto subito, nel discorso di presentazione del suo governo in Parlamento, che si offende a sentire parlare di “poteri forti”, di governo dei banchieri che ha usurpato il potere al popolo benché proprio la grande finanza sia stata all’origine della crisi nella quale ci dibattiamo dal 2008.  Peccato che mentre la stampa italiana si è sdraiata adorante ai suoi sobri piedi a Parigi il quotidiano “Le Monde” abbia ricordato in un articolo del 14 novembre dal titolo eloquente ”Goldman Sachs, le trait d’union entre Mario Draghi, Mario Monti et Lucas Papadémos”  che gli uomini al governo senza il  consenso elettorale  in Italia, Grecia e alla Banca centrale europea sono consulenti della grande banca statunitense la cui formidabile influenza in Europa sembra essere sfuggita a molti. Monti del resto ha ragione quando afferma che di poteri forti purtroppo non ne esistono in Italia. Infatti il nostro Paese è oggi in mano a poteri forti stranieri e non certo amichevoli. Non si spiega infatti perché le banche italiane siano sotto osservazione dalla Bce ma non lo siano invece quelle tedesche e francesi che, a differenza delle nostre, sono letteralmente zeppe di titoli-spazzatura. Molte banche greche, altro Paese sotto occupazione, sono in svendita e i grandi gruppi bancari internazionali sono già pronti a mangiarsele. Probabilmente molto presto i professori ci diranno sobriamente che le nostre aziende e banche vanno vendute agli stranieri, sacrificate  sull’altare della riduzione del deficit e nel nome di un liberismo che è ufficialmente un  dogma per tutti ma che i forti non applicano in casa loro e i deboli subiscono. Dopo aver fatto man bassa al “discount Italia” le potenze occupanti potrebbero anche farci tornare a votare, come un lander tedesco o un dipartimento d’oltremare francese.

di Gianandrea Gaiani : TEMPO DI SALDI AL DISCOUNT ITALIA ?, Foto Bastardidentro

la Germania e il fallimento del multiculturalismo

Angela Merkel
Angela Merkel

Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha dichiarato in una riunione del 16 ottobre, ai giovani membri del suo partito,  l’Unione Cristiano-Democratica, che il multiculturalismo, o Multikulti, come i tedeschi usno dire “è fallito completamente.”
Horst Seehofer, ministro-presidente della Baviera e il presidente di un’altro partito di centro, ha detto nella stessa riunione che le due parti erano “impegnate per una cultura dominante tedesca unica opposta ad una multiculturale».
La Merkel ha anche detto che è la marea degli immigrati a frenare l’economia tedesca perchè la Germania ha bisogno di specialisti altamente qualificati invece di bassa manovalanza in cerca di vantaggi economici.
Le dichiarazioni sono state sorprendenti nella loro schiettezza e nella loro disponibilità a parlare di una cultura dominante tedesca, un concetto che per ovvie ragioni è stato assopito nei tedeschi a causa dalla seconda guerra mondiale.
La dichiarazione deve essere presa con la massima serietà ed attenzione considerando le sue implicazioni sociali e geopolitiche. Va inoltre considerata nel contesto più ampio della risposta europea in materia di immigrazione.
Le origini dell’immigrazione in Germania iniziano con le origini del problema. Dopo la seconda guerra mondiale la Germania ha dovuto affrontare una grave penuria di lavoro per due ragioni: un bacino di lavoratori impoverito dalla guerra devastante, dal gran numero di prigionieri e il miracolo economico che ha avuto inizio sul finire del 1950.
Inizialmente, la Germania è stata in grado di compensare alla penuria di uomini attraverso l’immissione di cittadini di etnia tedesca in fuga dall’Europa centrale e dalla Germania Est comunista ma l’afflusso ha contribuito solo a mitigare la perdita di popolazione della Seconda Guerra Mondiale e non a risolverlo.
La Germania aveva bisogno di più lavoratori per sfamare la sua fiorente industria d’esportazione ed in particolare di lavoratori qualificati per la fabbricazione e la costruzione di altre industrie. Per risolvere la carenza di lavoratori ci si rivolse a una serie di operazioni successive di assunzioni in primo luogo con l’Italia (1955). Prosciugatosi il bacino italiano, a causa della ripresa economica in Italia, la Germania si rivolse alla Spagna (1960), alla Grecia (1960), alla Turchia (1961) e poi alla Jugoslavia (1968).
Il reclutamento di manodopera da queste nazioni ha portato nella società tedesca un massiccio afflusso di “Gastarbeiter”, in tedesco : “lavoratori ospiti”. I tedeschi non si sono mai preoccupati di questo afflusso d’immigranti come di un qualcosa che avrebbe cambiato la loro società perché  essi sono stati sempre considerati come ospiti o manovalanza temporanea e non immigranti nel vero senso della parola.
Quindi escudendo “l’immigrazione vera” si supponeva che i lavoratori ospiti sarebbero tornati ai loro paesi di origine (come fecero molti spagnoli, italiani e portoghesi).
I lavoratori europei si occupavano prevalentemente di lavorare e quindi andavano e venivano e questo non ha mai creato problemi ai tedeschi perché semplicemente non si aspettavano che l’immigrazione per lavoro divenisse un problema a lungo termine.
I tedeschi non ritenevano di dover assimilare questi migranti ed il tema fù raramente dibattuto in politica. Nel frattempo però, nel corso del 1960 la presenza del lavoro migrante permise a milioni di tedeschi di passare da lavori non qualificati a lavori più qualificati.
Purtroppo un rallentamento dell’attività economica nel 1966 e la recessione dopo lo shock petrolifero del 1973 cambiarono le condizioni. La Germania non aveva più bisogno di quel flusso continuo di manodopera non qualificata e si trovò di fronte al problema della disoccupazione degli autoctoni e dei i migranti portando alla “Anwerbestopp,” in tedesco “fermare il lavoro di reclutamento”.
Nel frattempo, intorno al 1970, erano arrivati migliaia di migranti non lavoratori a causa delle “ricongiunzioni familiari” ed il governo tedesco una volta accortasi si affrettò a chiudere la lacuna legislativa in merito. Così successe che gli italiani, gli spagnoli e i portoghesi tornarono a casa lasciando però che i turchi musulmani diventassero la stragrande maggioranza degli immigrati anche perché essi erano proprio quelli che avevano sfruttato le leggi sull’ “l’asilo” ed il “ricongiungimento familiare” anche se non erano in fuga da persecuzioni.
La Germania, col senso di colpa per l’Olocausto, aveva leggi d’asilo particolarmente aperte che diedero una scappatoia ai migranti turchi che le sfruttarono in massa. Così i migranti si trasformarono da una esigenza temporanea in una comunità multi-generazionale.
Il popolo tedesco non voleva che i migranti diventassero parte della Germania ma i turchi non avevano nessuna intenzione di andarsene e quindi Berlino si trovò a doversi assicurare che i migranti diventassero fedeli alla Germania e venissero assorbiti dalla società.
L’onere dell”assimilazione nella società tedesca però provocò il malcontento musulmano (troppe differenze culturali e di religione). Nel medio-tardo 1980, i governi tedeschi trovarono una soluzione/compromesso tra il multiculturalismo ed la concezione liberale/umanistica offrendo ai migranti un patto: tu mantieni la tua cultura ma dai fedeltà allo Stato che ti accoglie.
Con questo patto si esimevano gli immigrati turchi musulmani dal’ assimilazione della cultura tedesca permettendo loro di mantenere la propria compresa la lingua e la religione. Tutto questo nella speranza che i musulmani potessero coesistere con la cultura autoctona tedesca ma con il risultato che attualmente, in Germania, ci sono un gran numero di tedeschi che non parlano il tedesco e non condividono i valori tedeschi ed europei. Pur di rispettare la diversità la politica ci si dimenticò dell’importanza della lealtà dei migranti ma sopratutto che il popolo tedesco non voleva assimilare culturalmente, linguisticamente, religiosamente e moralmente persone troppo diverse da loro.
Il multiculturalismo, alla resa dei fatti, non rappresentava il rispetto per la diversità, quanto un modo per sfuggire alla questione di cosa significasse essere tedesco e di cosa avrebbero dovuto fare gli stranieri per diventare tedeschi.
Tutto questo ci riporta al concetto europeo di “Nazione” che è sostanzialmente diverso dal concetto americano.
Gli Stati Uniti, a causa della loro storia, vedono se stessi come una nazione di immigrati ma con una cultura di base che gli immigrati arricchivano in un processo multiculturale. Chiunque poteva diventare un americano, bastava accettarne la lingua e la cultura dominante del momento. Questo modo di fare ha lasciato spazio per le unicità ma con alcuni valori condivisi. Però la cittadinanza diventò un concetto giuridico e per ottenerla era necessario un semplice giuramento sui valori condivisi, addirittura la si poteva acquisire pagandola.
Al contrario essere Italiano, polacco o greco significa non solo che hai imparato le rispettive lingue e adottati i loro valori ma vuol dire che sei Italiano, polacco o greco perché i tuoi genitori lo erano così come lo erano i loro genitori e tutti gli antenati. Discendenza diretta non migrazione.
Essere cittadini di una nazione europea significa avere una storia comune di sofferenza e di vittorie ed una cultura comune o quasi sviluppata nei secoli. Non si può acquisire tutto questo con un’atto giuridico perché è impossibile acquisire la discendenza di sangue.
Per gli europei il multiculturalismo non è un concetto liberale ed il rispetto umano per le altre culture che esso pretende di essere, esso è un modo di affrontare la realtà di un’invasione di migranti invitati in qualità di lavoratori.
Il multiculturalismo è stato un grande patto, destinato a costringere nella lealtà alla nazione ospite i migranti, in cambio del permesso di mantenere la loro cultura e per proteggere la cultura autoctona da influenze straniere.
I tedeschi hanno fallito nel cercare di avere al tempo stesso lavoratori immigrati ed una identità tedesca e il multiculturalismo ha portato alla alienazione permanente degli immigrati perché permettendo la conservazione della loro identità, essi, non avevano e non hanno alcun interesse comune al destino della Germania.
I migranti hanno continuato ad identificarsi con il paese di provenienza molto più che con la Germania perché per loro “casa” era la Turchia e non la Germania. Per loro non c’era legame affettivo con la Germania ma solo convenienza.
Ne consegue che la lealtà era ed è rivolta alla propria casa e non alla Germania. L’idea superficiale e semplicistica dei politici era che un impegno al rispetto della cultura “aliena” fosse compatibile con la lealtà politica a quella della nazione ospite. Le cose non hanno funzionano e non funzionano così.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti : la Germania non ha semplicemente una massa estranea al suo interno ma vista l’attuale situazione tra il mondo islamico e l’Occidente i musulmani con nazionalità tedesca sono impegnati nel terrorismo islamico.
Il multiculturalismo crea profonde divisioni e questo è ormai assodato ed è interessante constatare il fatto che tra i leader europei sia stato il cancelliere tedesco ad essere stato il più aggressivo nel mettere in chiaro il fallimento dell’ideologia del siamo tutti uguali e possiamo convivere in pace.
Le ragioni, politiche e sociali, sono evidenti ma bisogna anche ricordare che la Germania ha affrontato il problema dell’Olocausto (e bisogna riflettere molto su questo punto e sull’umiliazioni subite). Nei 65 anni trascorsi dalla fine della seconda guerra mondiale, i tedeschi sono stati estremamente attenti ad evitare discussioni su questo problema ed i dirigenti tedeschi non si sono mai impegnati in dibattiti su una cultura dominante tedesca in Germania. Quanto detto ci obbliga a guardare al fallimento del multiculturalismo in Germania da un’altra ottica e cioè da quella di una Germania che sta tornando indietro nella storia ritrovando il suo orgoglio e la sua identità nazionale.
Essa ha trascorso gli ultimi 65 anni cercando disperatamente di non affrontare la questione della identità nazionale e dei diritti delle minoranze, dimenticando completamente il proprio interesse di Nazione.
I tedeschi si sono integrati in gruppi multinazionali come l’Unione Europea e la NATO per cercare di evitare una discussione interna su un concetto semplice e profondo: il nazionalismo.
Due cose hanno determinato il riemergere della coscienza nazionale tedesca :
La prima è naturalmente il rigetto di una massa indigesta di turchi e di altri musulmani
La seconda è la partecipazione alle organizzazioni multinazionali che hanno limitato il nazionalismo tedesco come  la NATO che è un’alleanza militare costituita principalmente da paesi privi di forze armate e degne di nota e lo stato dell’Unione europea.
Dopo la crisi economica greca le certezze di una Europa unita non sono poi più così fondate. La nazione tedesca non si considera più il garante delle finanze dell’Unione europea e questo costringe il governo a pensare ad una Germania al di là delle sue relazioni con l’Europa. (vedi le ultime visite in Russia).
E’ impossibile, per la Germania, rivedere la sua posizione sul multiculturalismo senza al tempo stesso affermare il principio di nazione tedesca. Una volta che esiste il principio di “Nazione”, esiste anche un interesse nazionale ed una volta che esiste l’interesse nazionale la Germania è nel contesto dell’Unione europea solo come ciò che Goethe definì un ‘”affinità elettiva”. Quindi così come è già stato durante la guerra fredda, l’Europa diventa un’opzione e non una soluzione.
Se l’Europa diventa solo un’opzione significa che la nazione tedesca sta tornando alle origini storiche ma dato che la Germania è la prima potenza europea anche la storia nazionale europea ricomincia con essa perché condizionata. Questo non vuol dire che la Germania debba seguire una politica estera diversa dall’Europa ma possono scegliere molti percorsi, al di là della polemica sul multiculturalismo. Un attacco al multiculturalismo è una affermazione di identità nazionale tedesca.
Adesso consideriamo che la Merkel ha dichiarato che la Germania ha bisogno di 400.000 specialisti. Consideriamo inoltre che la Germania ha estremo bisogno dei lavoratori di tutti i tipi e che non siano musulmani (che creano problemi e non ultimo quello dell’incremento demografico).
Se per la Germania non è possibile importare lavoratori per ragioni sociali è però possibile esportare le fabbriche, i call center, i laboratori di analisi mediche, il supporto IT etc.
Non lontano ad est si trova la Russia che ha grandi capacità lavorative e se si tratta di contare sui lavoratori russi e a sua volta la Russia deve fare affidamento sugli investimenti tedeschi allora la mappa d’Europa potrebbe essere ridisegnata.
In questa ottica, ancora una volta, la storia europea torna indietro agli anni 30.
La dichiarazione della Merkel è quindi di enorme importanza su due livelli :
In primo luogo ha detto ad alta voce ciò che i leader europei sanno ma non hanno il coraggio di dire e cioè che il multiculturalismo può diventare una catastrofe nazionale.
In secondo luogo affermandolo mette in moto altri processi che potrebbero avere un profondo impatto non solo sulla Germania e in Europa ma anche nell’equilibrio globale del potere.
Non è chiaro in questo momento quale sia il suo intento. Potrebbe essere quello di aumentare la popolarità al suo governo di coalizione di centro destra ma potrebbe anche essere il riaffermarsi di un nazionalismo che vuole una Germania dominante in Europa.

La traduzione dell’articolo Germany and the Failure of Multiculturalism è pubblicata ed adattata con il permesso di STRATFOR.

Afganistan – paracadutisti in azione

Bene, finalmente si fa qualcosa da militari che non lucidare gli ottoni e fare i fattorini per le ONG. Finalmente ai nostri soldati sono state tolte le pastoie e da adesso si combatte veramente.

La differenza? Che senso ha stare in una guerra se non si può fare la guerra? A che serve morire facendo le belle statuine? Tantovale starsene a casa! Questo governo è riuscito dove gli altri hanno fallito miseramente : ridare dignità ai nostri soldati.

Perchè dignità? Perchè è umiliante per un miltare non poter difendere i civili che dovrebbe proteggere. Restare nelle caserme o girovagare in carovana per distribuire cibo non permette di fare quelle operazioni necessarie al contrasto ed al controllo del territorio ma solo a veder morire i civili con la pancia piena.
Aspettare che i “cattivi” vengano da te per farsi ammazzare è un sogno che solo la sinistra può fare. I cattivi vanno cercati, stanati ed annientati!
Serch and destroy, così si chiama.

Tutti gli alleati, tranne alcuni, partecipano ed hanno partecipato attivamente nell’aiutare quelle povere popolazioni cercando di liberarle dai fanatici con la barba e la gonnella.
Ormai è già da tempo che i nostri partecipano attivamente alle operazioni belliche. Finalmente i nostri elicotteristi possono far valere la loro perizia e mettere in mostra la potenza dei mezzi che hanno a disposizione. Ci sono anche due Tornado che partecipano, uffialmente come ricognitori.

E così dopo diversi rastrellamenti ed azioni di contrasto dinamiche, in contemporanea alla grande offensiva che sta avendo luogo in questo momento da parte degli americani, i nostri in scala minore mobilitano 500 Parà (grazie ai rinforzi tanto promessi nel passato)per colpire direttamente al bersaglio grosso i talebani.
Non che io sia felice di questo. Dovremo mettere in conto grossi dispiaceri ma delle due una : o a casa tutti o a fare il lavoro per il quale si è pagati.

Di seguito troverete gli articoli di persone molto più brave di me nell’illustrare la situazione e qui la mappa della zona delle operazioni:

di Gianandrea Gaiani
Non ci saranno ulteriori rinforzi italiani in Afghanistan se non quelli già previsti ai quali potrebbero aggiungersi un altro centinaio di carabinieri, ma il nostro contingente combatterà i talebani senza limitazioni. La visita di Berlusconi a Washington aveva scatenato indiscrezioni giornalistiche circa la disponibilità di Roma a inviare in Afghanistan altri 400 militari con aerei ed elicotteri ma di fatto si trattava delle forze già messe a disposizione nel marzo scorso per aumentare il dispositivo di sicurezza durante le elezioni afgane e destinate ad arrivare a Herat in luglio. Il ministro della Difesa, Ignazio la Russa, ha dichiarato in un’informativa alla Camera che i 400 militari di rinforzo non sono ancora partiti ma resteranno in Afghanistan “a seconda che ci sia o meno il ballottaggio, fino a settembre o a ottobre”. Si tratta di due compagnie di paracadutisti e del personale tecnico che si occuperà dei 3 elicotteri AB-412 che costituiranno la “task force Grifon” schierata nella base di Farah e dei 2 aerei cargo C-27J o C-130J che verranno basati a Herat dove giungeranno presto i due bombardieri Tornado oggi dislocati a Mazar-i-Sharif più gli altri due, ancora in Italia, che completeranno il reparto di bombardieri impiegato al momento solo per missioni di ricognizione e intelligence. L’unico incremento possibile rispetto a quanto previsto potrebbe riguardare la componente dei carabinieri destinata ad addestrare le unità antisommossa e antiguerriglia della polizia afgana, una cinquantina dei quali sono già operativi nella base di Adrashkan, a sud di Herat.. “E’previsto un incremento fino a 200 unità del numero di carabinieri con funzioni di addestratori” ha sottolineato La Russa che ha annunciato anche lo studio di contromisure per offrire maggiore protezione ai mitraglieri dei veicoli Lince, militari già in più occasioni rimasti feriti in battaglia perchè costretti a combattere allo scoperto. Una soluzione già adottata da altri mezzi più grandi prevede l’installazione di una torretta dotata di mitragliatrice comandata dall’interno del mezzo protetto. La reale novità che sembra emergere dal vertice tra Berlusconi e Obama potrebbe riguardare invece i “caveat”, cioè le limitazioni poste all’impiego delle truppe italiane, già in parte rimosse nei mesi scorsi salvo quella che impediva agli italiani di condurre azioni offensive e soprattutto di andare a cercare i talebani per eliminarli, le cosiddette operazioni “cerca e distruggi”. La Russa, in visita ieri al contingente italiano in Kosovo, ha annunciato che “i caveat che la Nato chiede di ridurre in Afghanistan non sono riferiti a noi italiani, che di fatto non ne abbiamo più. Abbiamo invece un remark, una nota, che ci consente di essere informati con sei ore di anticipo e di dare il nostro assenso, ove venisse richiesto, all’uso delle nostre forze fuori dalla zona Ovest, cosa già avvenuta ma in pochissime occasioni”. Semmai, ha aggiunto il ministro “è la zona Ovest ad avere bisogno di maggiori apporti, visto l’aumentata pericolosità e l’incremento degli scontri nell’area. Per questo abbiamo già dispiegato al massimo la potenzialità del nostro contingente”. Come hanno confermato anche le offensive dei giorni scorsi scatenate dai paracadutisti nel settore di Bala Murghab il contingente italiano sembra assumere l’iniziativa militare come mai aveva fatto prima d’ora, combattendo “senza se e senza ma”.

di G. Gaiani
Era dai tempi di El Alamein che i paracadutisti della Folgore non combattevano così intensamente. Fortunatamente, il bilancio di oltre un mese di guerra nell’Afghanistan occidentale finora registra solo una decina di feriti mentre tra dati ufficiali, indiscrezioni e stime sembra che alle forze italiane nell’ovest sia da attribuire l’eliminazione di oltre 250 talebani solo dall’inizio di giugno. Gli ultimi scontri si sono verificati l’11 giugno a Bala Buluk, uno dei distretti più caldi della provincia di Farah, a due passi da Helmand. Una colonna composta da truppe afgane appoggiate dai parà del 187° reggimento e da alcuni mezzi corazzati Dardo del 1° reggimento bersaglieri è stata attaccata al termine di un’operazione di rastrellamento. L’agguato è avvenuto sulla strada 517, una pista sterrata che unisce Farah City a Bala Buluk sulla quale i talebani effettuano regolarmente imboscate e attentati con ordigni improvvisati. Nel violento scontro a fuoco tre paracadutisti sono rimasti feriti mentre elevate sarebbero le perdite subite dai talebani: la colonna si è sganciata evacuando i feriti nell’ospedale militare americano di Farah ma il fuoco dei cingolati Dardo, armati di potenti cannoni a tiro rapido da 25 millimetri, ha avuto un effetto devastante sulle postazioni dei miliziani prese sul fianco dalla manovra dei mezzi. L’area di Farah è interessata da oltre un mese da un’escalation delle operazioni alleate tese a eliminare le forze talebane e i miliziani di al-Qaeda che dalla vicina provincia di Helmand si sono trasferiti soprattutto nei distretti di Delaram, Gulistan e Bakwa. In quest’area, ceduta il mese scorso dal comando  italiano del settore Ovest al controllo delle forze statunitensi, è stato istituito un “box” nel quale operano i marines che con aerei ed elicotteri stanno bersagliando le postazioni talebane. I “box” costituiscono di fatto delle aree chiuse, una sorta di riserva di caccia degli americani che vi applicano le regole d’ingaggio “search and destroy” tipiche dell’operazione Enduring Freedom., dalle quali solitamente le forze Nato si tengono lontane anche per evitare i rischi del “blue on blue”, il fuoco amico. Gli italiani, che a Farah City hanno schierato una parte della Task Force 45 di forze speciali, un paio di elicotteri da attacco Mangusta e il Battle Group South del colonnello Gabriele Toscani De Col con oltre 400 paracadutisti del 187° reggimento, controllano il territorio a ovest del “box” facendo perno sulla base avanzata “Tobruk” di Bala Buluk. La pressione dei marines, che a Farah hanno schierato quasi 2.000 soldati della Expeditionary Brigade, costringe i talebani a cercare scampo lungo la Ring Road e la strada 517 presidiate dalle truppe italiane e dai reparti del 207° corpo dell’esercito afgano.
Diverso, ma non meno cruento, lo scenario della battaglia in corso da settimane nella provincia di Badghis, a nord di Herat, dove i paracadutisti del 183° reggimento Nembo combattono quotidianamente al fianco delle truppe afgane e americane nell’area di Bala Murghab, ultima sacca di resistenza talebana nell’area montuosa lungo il confine con il Turkmenistan. Qui sono gli italiani ad aver assunto l’iniziativa affiancando e guidando in azione il 1° e il 10° battaglione di fanteria afgano; reparti addestrati dai consiglieri militari italiani che per la prima volta sono stati impegnati in operazioni ad ampio respiro. Gli afgani hanno dimostrato buone capacità di comando e controllo, coordinando sul terreno l’azione congiunta dei reparti a terra, il fuoco dell’artiglieria e il supporto degli aerei alleati de degli elicotteri Mangusta, quattro dei quali sono stati rischierati da Herat nella vicina base spagnola di Qal-i-now per fornire appoggio alle operazioni. Dopo aver subito attacchi alla base di Bala Murghab e imboscate alle pattuglie in perlustrazione, i paracadutisti del colonnello Marco Tuzzolino hanno condotto le prime vere operazioni offensive italiane dall’inizio della missione in Afghanistan strappando metro per metro il territorio ai talebani. Nella battaglia combattuta il 9 giugno per oltre cinque ore e definita dal comando Nato di Kabul “una vittoria decisiva per le forze afgane e alleate”, i parà hanno snidato il nemico con manovre accerchianti supportate da mortai, lanciarazzi ed elicotteri Mangusta senza subire perdite (solo 5 feriti lievi tra le truppe governative) ma uccidendo circa 90 miliziani inclusi due comandanti. Due dei quattro Mangusta hanno incassato alcuni colpi di armi automatiche senza subire danni. Da tempo i talebani cercano di elaborare tattiche idonee a contrastare i velivoli alleati. Nei mesi scorsi sono stati intercettati convogli che trasportavano parti di missili contraerei spalleggiabili SA-18 provenienti dall’Iran e a Hellmand i britannici hanno distrutto alcune mitragliere contraeree a quattro canne da 14,5 millimetri. Nel settore italiano i talebani hanno impiegato tiratori scelti che da postazioni elevate sopra il campo di battaglia cercano di colpire i due uomini d’equipaggio dei Mangusta, protetti dalla vetratura anti-proiettile dell’abitacolo.