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L’Europa è in caduta libera

L’Europa è in caduta libera. Nessuno può più metterlo in dubbio. In effetti, l’Europa è simultaneamente vittima di diversi problemi cruciali ognuno dei quali potrebbe potenzialmente diventare catastrofico. Esaminiamoli individualmente.

I 28 membri dell’Unione Europea non hanno, nel loro insieme, una giustificazione logica.
Il problema più evidente per l’UE è che non ha assolutamente alcun senso a partire dall’economia. Inizialmente, nei primi anni 1950, c’era un piccolo gruppo di nazioni non troppo dissimili che decisero di integrare le proprie economie. Erano i cosiddetti Sei Interni che hanno fondato la Comunità europea (CE): Belgio, Francia, Germania occidentale, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi.
Nel 1960 a questo “gruppo ristretto” vennero aggiunti altri sette Paesi. I quali non volevano aderire alla CE, ma volevano partecipare a una Associazione europea di libero scambio (AELS). Erano, Austria, Danimarca, Norvegia, Portogallo, Svezia, Svizzera e Regno Unito. Insieme, questi Paesi hanno formato quello che potrebbe vagamente chiamarsi “la maggior parte dell’Europa occidentale”. Pure con i loro difetti, questi trattati riflettevano una realtà — che i Paesi partecipanti avevano molto in comune e che i loro popoli volevano unire le forze.
Dopo il 1960, la storia dell’integrazione europea ed espansione è diventata molto complicato e ha progredito in zig-zag con regolari battute d’arresto. Poi, alla fine, il processo si è trasformato in una crescita incontrollata, come un tumore maligno.
Oggi l’Unione europea comprende 28 Stati membri, ivi inclusi quelli appartenenti all’Europa un tempo chiamata “centrale” e “orientale” (!) — Anche le Repubbliche baltiche ex sovietiche sono ora parte di questa nuova unione. Il problema è che, mentre tale espansione era attraente per le élite europee per ragioni ideologiche, dal punto di vista dell’economia non ha alcun senso. Cos’hanno in comune Svezia, Germania, Lettonia, Grecia e Bulgaria? Ben poco, naturalmente.

Angela Merkel
“Angela Merkel ha sprecato l’occasione per diventare leader dell’Europa”

Adesso le crepe si vedono bene. La crisi greca e la minaccia di una “Grexit” ha il potenziale di creare un effetto domino che coinvolge il resto dei cosiddetti “PIGS” (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna). Anche la Francia è minacciata dalle conseguenze di queste crisi.
La moneta europea — l’euro — è una “moneta senza una missione”: dovrebbe sostenere l’economia tedesca o quella greca? Nessuno lo sa, almeno ufficialmente. In realtà, naturalmente, tutti capiscono che la signora Merkel ha in mano la regia. Soluzioni Quickfix, che è quello che i Euroburocrati stanno offrendo, prendendo tempo prima di arrivare al redde rationem, ma non offrono alcuna soluzione a quello che è chiaramente un problema sistemico, vale a dire la natura completamente artificiale di una EU con 28 membri.
La soluzione più ovvia, cioè rinunciare al sogno folle di un’Unione Europa con 28 membri, è così politicamente inaccettabile che non sarà nemmeno discussa anche se tutti la temono

L’UE è sull’orlo di un collasso sociale e culturale. La realtà innegabile è tanto semplice quanto forte: L’UE non può assorbire così tanti rifugiati. L’UE non ha i mezzi per fermarli.

Barcone di migranti
“L’Europa deve dire ai migranti di non poter accogliere tutti”

Un massiccio afflusso di rifugiati rappresenta un problema di sicurezza molto complesso che i Paesi dell’UE non sono in grado di affrontare. Tutti gli Stati dell’UE hanno tre strumenti chiave per proteggersi da agitazioni, disordini, crimini o invasioni: i servizi speciali di sicurezza, le forze di polizia e i militari. Il problema è che nessuno di tali servizi possono affrontare una crisi di rifugiati.
I servizi speciali / sicurezza sono numericamente troppo pochi quando si tratta di una crisi dei rifugiati. Inoltre, i loro tipici bersagli (criminali di carriera, spie, terroristi) sono pochi e mescolati in una tipica ondata di rifugiati. Inoltre, i rifugiati sono spesso famiglie, anche estese, e mentre possono includere bande criminali, è ben lungi che sia sempre così.

“All’ONU serve adottare una risoluzione unica sulla lotta contro il terrorismo”

A differenza dei poliziotti che hanno un certo vantaggio. Infatti sono letteralmente ovunque e in genere hanno una buona padronanza del cosiddetto “battere sulla strada”.
Tuttavia, i loro poteri sono molto limitati e devono ottenere un ordine del tribunale per eseguire la maggior parte delle loro operazioni.

Consiglio di Sicurezza ONU
“All’ONU serve adottare una risoluzione unica sulla lotta contro il terrorismo”

I poliziotti, per lo più, si occupano di criminali locali, mentre la maggior parte dei rifugiati non sono né locali, né criminali. La triste realtà è che il maggior contributo dei poliziotti nella crisi dei rifugiati è di fornire forze antisommossa — che non può essere una soluzione per tutte le situazioni e quindi finisce di risolvere niente.
Per quanto riguarda le forze armate, il meglio che possono fare è cercare di aiutare a bloccare le frontiere. Qualche volta possono assistere le forze di polizia in caso di disordini civili, ma è tutto.

Così i vari membri dell’UE non hanno né i mezzi per trincerare i loro confini e per deportare la maggior parte dei rifugiati — né hanno i mezzi per controllarli. Certo, ci saranno sempre i politici che promettono di rimandare i rifugiati a casa loro, ma è una immigrazionebugia crassa e sfacciata. La stragrande maggioranza dei rifugiati fugge da guerra, fame e povertà e non v’è alcun modo di rimandarli a casa.

Anche mantenerli, tuttavia, è impossibile, almeno in senso culturale. Nonostante la propaganda buonista per integrare razze, religioni e culture, la realtà è che l’Unione europea non ha assolutamente nulla da offrire a questi rifugiati per far desiderar loro di integrarsi.

Sergei Chuzavkov
Presidente Repubblica Ceca: costretti a provvedere da soli alla sicurezza delle frontiere

Sia pure con tutti i problemi e limiti, almeno gli Stati Uniti propongono un “sogno americano”, che, per quanto falso sia, ispira ancora la gente in tutto il mondo, soprattutto i pochi sofisticati e i poco istruiti. Non solo, ma la società statunitense è di per sé già in gran parte a-culturale.
Chiedetevi che cosa sia la “cultura americana”, per cominciare? Semmai, è davvero un “melting pot” in contrapposizione ad un’ “insalata rimestata” — il che significa che quando qualcuno è gettato in nel melting pot perde la sua identità originale, mentre la miscela che finisce nella pentola (della “melting pot”) non riesce a produrre una vera e propria cultura indigena, almeno non nel senso europeo della parola.

L’Europa è, o dovrei dire era, radicalmente diversa dagli Stati Uniti. Esistevano profonde differenze culturali tra le varie regioni e province all’interno di ciascun Paese europeo. Un basco non è certamente un catalano, un marsigliese non è un bretone, etc. E le differenze tra un tedesco e un greco sono semplicemente enormi.

Il risultato dell’attuale crisi dei rifugiati è che tutte le culture europee sono ora direttamente minacciate nella loro identità e nel loro stile di vita.

migranti
“I migranti e profughi vogliono l’Inghilterra”

La colpa viene data all’Islam, ma in realtà i cristiani africani non si integrano meglio — e nemmeno gli zingari cristiani, tra l’altro. Quindi scontri avvengono letteralmente ovunque — nei negozi, strade, scuole, etc. Non c’è un solo paese in Europa in cui questi scontri non minaccino l’ordine sociale. Gli scontri quotidiani provocano crimine, repressione, la violenza e la ghettizzazione sia dei migranti che degli abitanti che lasciano le loro periferie tradizionali e si muovono in zone meno sature di immigrati.

Nota ai miei lettori americani che potrebbero pensare “Va bene, ma anche noi abbiamo ghetti negli Stati Uniti”, rispondo che quelle che i francesi chiamano “zones de non-droit” (zone fuori dal diritto), sono di gran lunga peggiori di quanto si può vedere negli Stati Uniti. E bisogna tenere a mente che nessun paese in Europa ha il tipo di enormi forze di polizia militarizzate, in dotazione in ogni grande città degli Stati Uniti. Né vi è l’equivalente della Guardia Nazionale degli Stati Uniti. Nella migliore delle ipotesi, ci sono le forze anti-sommossa, come il CRS francese, ma non possono fare più di tanto.

Migranti siriani in marcia verso confine serbo-ungherese
Migranti, il dramma in diretta in Europa

Il livello di frustrazione sofferto da molti, se non dalla maggior parte, degli europei, derivante direttamente da questa crisi immigratoria, è difficile a descriversi per chi non l’abbia visto. E dal momento in cui si esprimono queste frustrazioni si passa per “razzista” o “xenofobo”, nella definizione dei poteri forti (almeno fino a poco tempo fa — c’è un cambiamento progressivo). Il profondo risentimento è in gran parte tenuto nascosto, ma è comunque percepibile. E gli immigrati certamente lo sentono ogni giorno. Quindi, va ripetuto ancora, questo è il motivo per cui il concetto di “melting pot” in Europa non si materializza. L’unica cosa che l’Europa può offrire alle centinaia di migliaia di rifugiati è un’ostilità silenziosa alimentata da paura, indignazione, disgusto e impotenza. Anche quanti erano essi stessi rifugiati in passato (gli immigrati dal Nord Africa, per esempio) sono ora disgustati e molto ostili alla nuova ondata di profughi in arrivo. E, naturalmente, nessun rifugiato in arrivo in Europa crede in un “sogno europeo”.

Infine, ma non meno importante, è il fatto che questi rifugiati rappresentano un enorme onere per le economie locali e per i servizi sociali, mai progettati per far fronte a un tale afflusso di “clienti” bisognosi.

Per il prossimo futuro la prognosi è chiara: più dello stesso, ma solo in peggio, forse molto peggio.

L’Unione europea è soltanto una colonia degli Stati Uniti, incapace di difendere i propri interessi. L’Unione europea è governata da una classe di persone completamente vendute agli Stati Uniti. Esempio tipico e classico è stata la debacle libica, dove gli Stati Uniti e la Francia hanno completamente distrutto il paese più sviluppato in Africa. Ottenendo che centinaia di migliaia di profughi attraversino il Mediterraneo e cerchino rifugio dalla guerra in Europa.

Aylan Kurdi
Un Europa che affoga nell’ipocrisia

Tale risultato avrebbe potuto essere molto facile da prevedere, e tuttavia i paesi europei non ha fatto nulla per impedirlo. In realtà, tutte le cosiddette Obamawars (Libia, Siria, Afghanistan, Iraq, Yemen, Somalia, Pakistan) hanno portato a enormi flussi di rifugiati. Si aggiunga anche il caos in Egitto, Mali e la povertà in tutta l’Africa. Assistiamo a un esodo di massa che nessun muro-frontiera, fosso di scavo o bombe lacrimogene fermeranno.

Se non bastasse, l’UE ha realizzato quello che può solo essere chiamato un suicidio politico ed economico, consentendo all’Ucraina di esplodere in una guerra civile che coinvolge 45 milioni di persone, che ha distrutto completamente un’economia e installato al potere un vero e proprio regime nazista. Anche questo risultato era facile da prevedere. Ma la reazione degli Euroburocrati è stata di imporre sanzioni economiche masochiste alla Russia. Il che che ha finito per creare esattamente le condizioni e l’incentivo necessario per l’economia russa a diversificare e a produrre localmente invece di importare tutto dall’estero.

La scelta di accogliere a prescindere è quella che rende l’Italia porta per l’immigrazione selvaggia verso l’Europa
Emergenza immigrati verso l’Europa che non c’è

Vale la pena di ricordare che alla fine della Seconda Guerra Mondiale l’Europa era praticamente un territorio occupato. I sovietici avevano la parte centro-orientale, mentre gli Stati Uniti/Regno Unito avevano la parte occidentale. Siamo stati condizionati a pensare che le persone che vivevano sotto “l’oppressione” di ciò che la propaganda degli Stati Uniti ha denominato il “Patto di Varsavia” (in realtà chiamato il Organizzazione del Trattato di Varsavia”) siano stati meno liberi rispetto a quelli che vivevano sotto la “protezione” del Trattato Nord Atlantico.

A parte il fatto che il termine “Nord Atlantico” è stato coniato deliberatamente per legare l’Europa occidentale agli Stati Uniti, la questione centrale è che mentre in molti modi le persone in Occidente hanno avuto più libertà rispetto a quelli in Oriente, gli Stati Uniti/Gran Bretagna occupavano parte di un’Europa che non si è mai ripresa la propria sovranità. E proprio come i sovietici hanno coltivato un’élite compradora locale in ogni paese dell’Europa orientale, così hanno fatto gli Stati Uniti in Occidente.

La grande differenza è apparsa solo alla fine degli anni ’80 e ai primi ’90, quando l’intero sistema a conduzione sovietica è crollato mentre il sistema gestito dagli Stati Uniti è uscito rafforzato a seguito del crollo sovietico. Sicché, a partire dal 1991, la morsa di ferro degli Stati Uniti sopra l’UE è diventata ancora più forte di prima.

La realtà è triste e semplice: l’Unione europea è una colonia degli Stati Uniti, gestita da marionette degli Stati Uniti che non sono in grado di lottare per gli interessi fondamentali ed evidenti degli europei.

L’Unione europea si trova in una profonda crisi politica

Fino alla fine degli anni ’80, c’era, più o meno ‘reale’, un’ opposizione di ‘sinistra’ in Europa. Infatti, in Italia e Francia i comunisti quasi salirono al potere. Ma non appena il sistema sovietico è crollato, tutti i partiti dell’opposizione europei, o sono scomparsi, o sono stati rapidamente cooptati dal sistema.

E, proprio come negli Stati Uniti, gli ex trotzkisti divennero dei neocon da un giorno all’altro. Di conseguenza, l’Europa ha perso la poca opposizione all’Impero Anglo-Sassone ed è diventata una terra ‘politicamente pacificata’.

L’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini
Crisi in Europa: mentre ognuno pensa a se, il vero problema non viene affrontato

Vale a dire si è instaurato quelli che i francesi chiamano “la pensée unique”” o il “pensiero unico” — trionfante, almeno a giudicare dai media di regime. La politica si è trasformata in un reality show nel quale i vari attori fingono di affrontare problemi reali quando in realtà sono inventati e creati artificialmente. “Problemi” che poi “risolvono” (il matrimonio tra omosessuali è l’esempio perfetto). L’unica forma di politica significativa rimasta nell’UE è il separatismo (scozzese, basco, catalano, ecc), ma fino ad ora, non si è vista alcuna alternativa.

In tale “nuovo mondo coraggioso” di finzione politica, nessuno si occupa di problemi reali, mai affrontati direttamente, ma spinti solo sotto il tappeto fino alle prossime elezioni — il che, provoca un peggioramento generale. Per quanto riguarda i super-signori AngloSassoni dell’UE, a loro quanto succede non importa, a meno che i loro interessi siano direttamente colpiti.

Si potrebbe dire che il Titanic sta affondando e l’orchestra continua a suonare, e l’immagine si approssima alla realtà. Tutti odiano il capitano e l’equipaggio, ma nessuno sa con chi sostituirli.

Articolo tratto da Sputnik

Missili antisatellite Cinesi e scudo antimissile in basi europee

Il primo lancio operativo di un missile antisatellite cinese e l’avvio delle installazioni europee per il programma di difesa antimissile USA riaprono la questione della militarizzazione dello spazio e pone nuovamente l’accento sulle crescenti capacità militari di Pechino anche nei settori a maggiore sofisticazione tecnologica nei quali fino ad oggi operavano solo statunitensi e, con capacità più limitate, russi ed europei. Un missile KT-2, lanciato da una postazione terrestre situata nel centro spaziale Xichiang, nella provincia di Sichuan, ha distrutto l’11 gennaio un vecchio satellite FY-1C in orbita dal 1999.
Washington ha espresso disappunto ma non sorpresa per il test cinese dal momento che il Pentagono ha sempre tenuto sotto stretta osservazione i progressi cinesi nei settori missilistico e spaziale. Lo sviluppo del KT-2 rientra nel più vasto programma di aggiornamento tecnologico dell’apparato militare cinese, che include la realizzazione di una portaerei e di una flotta con capacità oceaniche e l’ingresso in servizio di nuovi jet da combattimento J-10, ma apre anche pericolosi interrogativi circa la capacità di Pechino di contrastare la supremazia spaziale di Washington.

Del resto la Casa Bianca ha sempre respinto le proposte russe e cinesi per una messa al bando delle attività militari spaziali e nell’ottobre scorso ha reso nota una nuova dottrina strategica che prevede la possibilità di impedire l’accesso allo spazio a paesi ostili.
La sfida cinese non riguarda tanto le caratteristiche tecnologiche del missile quanto la sua capacità di distruggere i sofisticati satelliti da osservazione statunitensi (ma anche europei, israeliani, russi e giapponesi) che tengono sotto costante controllo la Repubblica Popolare e soprattutto i suoi siti militari e industriali.
Dalle prime indiscrezioni il KT-2 sembrerebbe essere un grande e pesante vettore derivato da un missile balistico a medio raggio, lanciabile quindi solo da grandi rampe terrestri facilmente vulnerabili in caso di guerra.
Nulla a che vedere con il missile antisatellite ASAT sviluppato dagli statunitensi per l’imbarco sui caccia intercettori F-15 Eagle nella seconda metà degli anni ’80. Forse nel vettore cinese c’è qualcosa della tecnologia sovietica che sviluppò missili sperimentali antisatellite a partire dagli anni ’70. Armi ufficialmente mai entrate in servizio attivo e tecnologicamente rese superate dai nuovi sistemi laser, in fase avanzata di sviluppo negli USA anche per abbattere missili balistici, considerati più efficaci e precisi per accecare o distruggere satelliti.
A preoccupare non è quindi la sofisticazione del vettore cinese che ha comunque colpito il bersaglio a 530 miglia dalla Terra ma la raggiunta capacità di Pechino, se non di competere con i suoi potenziali rivali spaziali, quanto meno di poterne ostacolare militarmente le attività.
Reazioni preoccupate al lancio del KT-2 si registrano anche in Gran Bretagna, Australia, Giappone Canada, Corea del Sud e Israele; alcuni di questi paesi hanno in passato fornito, insieme alla Russia, tecnologie “dual use” a Pechino applicabili ai sistemi spaziali e missilistici.

Riflessi strategici
Al di là degli aspetti tecnici del riuscito test cinese restano da interpretare gli effetti strategici. Pechino punta probabilmente a impressionare Washington per indurre la Casa Bianca a negoziare il disarmo dello spazio ma non è detto che il lancio del KT-2 non ottenga l’effetto opposto, accelerando i programmi statunitensi di difesa strategica allargati ai principali alleati.
Un rischio non trascurabile riguarda il possibile export della tecnologia del KT-2 in altri paesi, in particolare l’Iran di cui Pechino è il principale fornitore di equipaggiamenti militari e che soffre particolarmente il sorvolo dei satelliti spia occidentali sui suoi siti nucleari. La vicenda potrebbe poi imporre una nuova analisi della lunga crisi nucleare in atto con la Corea del Nord che ha catalizzato l’attenzione e la preoccupazione non solo di Washington ma anche di Tokyo e Seul. Il regime di Pyongyang dipende in toto dalla Cina per la sua sopravvivenza e non è detto che il tira e mola sulle armi atomiche non abbia costituito un diversivo utile alla Cina per distogliere almeno parzialmente l’attenzione internazionale dai suoi programmi militari. A conferma di questa ipotesi è giunta il 13 febbraio la firma, proprio a Pechino, dell’accordo con il quale Pyongyang si è impegnata a smantellare il suo arsenale nucleare in cambio di aiuti energetici.
Dall’intera vicenda poi dovrebbero trarre qualche buon insegnamento alcuni paesi europei, Italia in testa, che per concludere buoni affari premono per abrogare l’embargo sulle tecnologie militari alla Cina.

Lo “scudo” USA in Est EuropaNon è forse un caso che il test cinese abbia coinciso con l’iniziativa USA di stringere i tempi per la realizzazione di due basi nell’Europa orientale per i sistemi antimissile balistici. Le richieste di Washington ai governi di Repubblica Ceca e Polonia sono giunte dopo oltre due anni di negoziati e le ispezioni effettuate nell’estate scorsa da un team di 22 esperti americani in numerose installazioni nei due paesi membri della NATO. Repubblica Ceca e Polonia si erano resi disponibili, insieme all’Ungheria, ad ospitare basi del sistema di difesa antimissile concepito per difendere gli Stati Uniti e gli alleati dalla minaccia portata dai missili strategici che imbarcano testate chimiche, biologiche o nucleari. Armi sempre più diffuse anche presso potenze emergenti e stati potenzialmente ostili come Iran e Corea del Nord. Il premier ceco Mirek Topolanek, ha confermato la disponibilità ad ospitare (a Jince, vicino Praga, o nell’ex base militare di Libava, in Moravia) una stazione radar in grado di individuare rapidamente la presenza di missili balistici in volo: un’installazione che “servirà a rafforzare la sicurezza dell’Europa”.
Una richiesta analoga è stata inviata dagli Stati Uniti anche alla Polonia per realizzare, probabilmente a Wick Morski, nella Pomerania occidentale, una base di missili intercettori Ground Based Interceptor. Vettori già schierati nelle due basi americane di Fort Greeley (Alaska) e Vandenberg (California), custoditi in silos di lancio sotterranei e capaci di colpire in volo e a lunga distanza i missili balistici.
Il progetto di allargare ai partners della NATO la copertura del National Missile Defense, più noto come “scudo antimissile”, caldeggiato da anni da Washington, ha finora raccolto un cauto interessamento dagli alleati europei alcuni dei quali rivestono però una particolare importanza territoriale per gli Stati Uniti proprio per l’installazione di radar d’allarme precoce capaci di individuare la minaccia missilistica. Richieste per realizzare stazioni radar di questo tipo sono state poste alla Gran Bretagna e alla Danimarca, quest’ultima per una base da costruire in Groenlandia, oltre ai due siti in Repubblica Ceca e Polonia che risultano però troppo vicini ai confini orientali dell’Alleanza Atlantica per non preoccupare Russia e Bielorussia.
Mosca, già infastidita dall’ampliamento della NATO agli stati Baltici e agli ex membri del Patto di Varsavia aveva già definito le basi americane “una seria minaccia per la sicurezza nazionale” ritenendo che radar ad elevate prestazioni come quello che sarà istallato i Repubblica Ceca consentano soprattutto di controllare in profondità ogni movimento nei cieli russi. La reazione del Cremlino è stata definita “pura propaganda”da Topolanek ma non c’è dubbio che incuta serie preoccupazioni anche a Varsavia. Il ministro della difesa polacco, Radoslaw Sikorski ha affermato che “se Varsavia accetterà la proposta americana, dovrà essere certa che il livello di sicurezza nazionale verrà incrementato”. Un chiaro riferimento alla richiesta di ottenere da Washington ampie garanzie contro possibile reazioni di Mosca, maggiori forniture militari e soprattutto batterie antimissile Patriot in grado di difendere la Polonia anche dalla monaccia dei missili balistici a breve raggio russi.

Scudo allargato
Le costruzione delle due basi richiederà almeno tre anni e investimenti superiori ai 4 miliardi di dollari ma porterà alla creazione di mille posti di lavoro solo in Repubblica Ceca e notevoli ricadute economiche.
La piena operatività dipenderà però dal completamento del programma NMD previsto per il 2012 con un costo complessivo stimato in 100 miliardi di dollari.
Prima ancora di aver dimostrato la sua validità operativa, il programma di difesa antimissile sta modificando a vantaggio degli Stati Uniti alcuni equilibri strategici. Washington punta a coinvolgere nell’ombrello antimissile anche gli alleati del Pacifico. Lo sviluppo dell’arsenale strategico nordcoreano e la crescente potenza cinese anche nel settore spaziale ha indotto Giappone, Australia, e Corea del Sud ad aderire al programma nel quale vorrebbe essere pienamente integrata anche Taiwan. Un’adesione vista con interesse anche da Tokyo, interessata a contenere la potenza cinese, ma che ha già provocato la dura reazione di Pechino.

Da

Oriana Fallaci : il suo ultimo scritto

Oriana Fallaci
Oriana Fallaci

L’Europa in guerra il nemico ce l’ha in casa. E Churchill disse: verseremo lacrime e sangue

Ora mi chiedono: “Che cosa dice, che cosa ha da dire, su quello che è successo a Londra?”. Me lo chiedono a voce, per fax, per email, spesso rimproverandomi perchè finoggi sono rimasta zitta. Quasi che il mio silenzio fosse stato un tradimento. E ogni volta scuoto la testa, mormoro a me stessa: cos’ altro devo dire?!? Sono quattr’ anni che dico. Che mi scaglio contro il Mostro deciso ad eliminarci fisicamente e insieme ai nostri corpi distruggere i nostri principii e i nostri valori. La nostra civiltà . Sono quattr’ anni che parlo di nazismo islamico, di guerra all’ Occidente, di culto della morte, di suicidio dell’ Europa. Un’ Europa che non è più Europa ma Eurabia e che con la sua mollezza, la sua inerzia, la sua cecità , il suo asservimento al nemico si sta scavando la propria tomba. Sono quattr’ anni che come una Cassandra mi sgolo a gridare “Troia brucia, Troia brucia” e mi dispero sui Danai che come nell’ Eneide di Virgilio dilagano per la città  sepolta nel torpore. Che attraverso le porte spalancate accolgono le nuove truppe e si uniscono ai complici drappelli. Quattr’ anni che ripeto al vento la verità  sul Mostro e sui complici del Mostro cioè sui collaborazionisti che in buona o cattiva fede gli spalancano le porte. Che come nell’ Apocalisse dell’ evangelista Giovanni si gettano ai suoi piedi e si lasciano imprimere il marchio della vergogna.

Incominciai con “La Rabbia e l’ Orgoglio”. Continuai con “La Forza della Ragione”. Proseguii con “Oriana Fallaci intervista sé stessa” e con “L’ Apocalisse”. E tra l’ uno e l’ altro la predica “Sveglia, Occidente, sveglia”. I libri, le idee, per cui in Francia mi processarono nel 2002 con l’ accusa di razzismo-religioso e xenofobia. Per cui in Svizzera chiesero al nostro ministro della Giustizia la mia estradizione in manette. Per cui in Italia verrò processata con l’ accusa di vilipendio all’ Islam cioè reato di opinione. (Reato che prevede tre anni di galera, quanti non ne riceve l’ islamico sorpreso con l’ esplosivo in cantina). Libri, idee, per cui la Sinistra al Caviale e la Destra al Fois Gras ed anche il Centro al Prosciutto mi hanno denigrata vilipesa messa alla gogna insieme a coloro che la pensano come me. Cioè insieme al popolo savio e indifeso che nei loro salotti viene definito dai radical-chic “plebaglia-di-destra”. Sì, è vero: sui giornali che nel migliore dei casi mi opponevano farisaicamente la congiura del silenzio ora appaiono titoli composti coi miei concetti e le mie parole. Guerra-all’ Occidente, Culto-della-Morte, Suicidio-dell’ Europa, Sveglia-Italia-Sveglia. Sì, è vero: sia pur senza ammettere che non avevo torto l’ ex segretario della Quercia ora concede interviste nelle quali dichiara che questi-terroristi-vogliono-distruggere-i-nostri-valori, che questo- stragismo-è-di-tipo-fascista-ed-esprime-odio-per-la-nostra-civiltà .

Sì, è vero: parlando di Londonistan, il quartiere dove vivono i ben settecentomila musulmani di Londra, i giornali che prima sostenevano i terroristi fino all’ apologia di reato ora dicono ciò che dicevo io quando scrivevo che in ciascuna delle nostre città  esiste un’ altra città . Una città  sotterranea, uguale alla Beirut invasa da Arafat negli anni Settanta. Una città  straniera che parla la propria lingua e osserva i propri costumi, una città  musulmana dove i terroristi circolano indisturbati e indisturbati organizzano la nostra morte. Del resto ora si parla apertamente anche di terrorismo-islamico, cosa che prima veniva evitata con cura onde non offendere i cosiddetti musulmani moderati. Sì, è vero: ora anche i collaborazionisti e gli imam esprimono le loro ipocrite condanne, le loro mendaci esecrazioni, la loro falsa solidarietà  coi parenti delle vittime. Si, è vero: ora si fanno severe perquisizioni nelle case dei musulmani indagati, si arrestano i sospettati, magari ci si decide ad espellerli. Ma in sostanza non è cambiato nulla. Nulla. Dall’ antiamericanismo all’ antioccidentalismo al filoislamismo, tutto continua come prima. Persino in Inghilterra. Sabato 9 luglio cioè due giorni dopo la strage la BBC ha deciso di non usare più il termine “terroristi”, termine-che-esaspera-i-toni-della-Crociata, ed ha scelto il vocabolo “bombers”. Bombardieri, bombaroli. Lunedì 11 luglio cioè quattro giorni dopo la strage il Times ha pubblicato nella pagina dei commenti la vignetta più disonesta ed ingiusta ch’ io abbia mai visto. Quella dove accanto a un kamikaze con la bomba si vede un generale anglo-americano con un’ identica bomba. Identica nella forma e nella misura. Sulla bomba, la scritta: “Killer indiscriminato e diretto ai centri urbani”. Sulla vignetta, il titolo: “Spot the difference, cerca la differenza”.

Quasi contemporaneamente, alla televisione americana ho visto una giornalista del Guardian, il quotidiano dell’ estrema sinistra inglese, che assolveva l’ apologia di reato manifestata anche stavolta dai giornali musulmani di Londra. E che in pratica attribuiva la colpa di tutto a Bush. Il-criminale, il- più-grande-criminale-della-Storia, George W. Bush. “Bisogna capirli”. Cinguettava “la politica americana li ha esasperati”. Se non ci fosse stata la guerra in Iraq…?. (Giovanotta, l’ 11 settembre la guerra in Iraq non c’ era. L’ 11 settembre la guerra ce l’ hanno dichiarata loro. Se n’ è dimenticata?). E contemporaneamente ho letto su Repubblica un articolo dove si sosteneva che l’ attacco alla subway di Londra non è stato un attacco all’ Occidente. E’ stato un attacco che i figli di Allah hanno fatto contro i propri fantasmi. Contro l’ Islam “lussurioso” (suppongo che voglia dire “occidentalizzato”) e il cristianesimo “secolarizzato”. Contro i pacifisti inda¹ e la-magnifica-varietà -che-Allah-ha-creato. Infatti, spiegava, in Inghilterra i musulmani sono due milioni e nella metropolitana di Londra non-trovi-un-inglese-nemmeno-a-pagarlo-oro. Tutti in turbante, tutti in kefiah. Tutti con la barba lunga e il djellabah. Se-ci-trovi-una-bionda-con-gli-occhi-azzurri-è-una-circassa. (Davvero?!? Chi l’ avrebbe mai detto!!! Nelle fotografie dei feriti non scorgo nè turbanti nè kefiah, nè barbe lunghe nè djellabah. E nemmeno burka e chador. Vedo soltanto inglesi come gli inglesi che nella Seconda Guerra Mondiale morivano sotto i bombardamenti nazisti. E leggendo i nomi dei dispersi vedo tutti Phil Russell, Adrian Johnson, Miriam Hyman, più qualche tedesco o italiano o giapponese. Di nomi arabi, finoggi, ho visto soltanto quello di una giovane donna che si chiamava Shahara Akter Islam).

Continua anche la fandonia dell’ Islam “moderato”, la commedia della tolleranza, la bugia dell’ integrazione, la farsa del pluriculturalismo. Vale a dire delle moschee che esigono e che noi gli costruiamo. Nel corso d’ un dibattito sul terrorismo, al consiglio comunale di Firenze lunedì 11 luglio il capogruppo diessino ha dichiarato: “E’ ora che anche a Firenze ci sia una moschea”. Poi ha detto che la comunità  islamica ha esternato da tempo la volontà  di costruire una moschea e un centro culturale islamico simili alla moschea e al centro culturale islamico che sorgeranno nella diessina Colle val d’ Elsa. Provincia della diessina Siena e del suo filo-diessino Monte dei Paschi, già  la banca del Pci e ora dei Ds. Bè, quasi nessuno si è opposto. Il capogruppo della Margherita si è detto addirittura favorevole. Quasi tutti hanno applaudito la proposta di contribuire all’ impresa coi soldi del municipio cioè dei cittadini, e l’ assessore all’ urbanistica ha aggiunto che da un punto di vista urbanistico non ci sono problemi. “Niente di più facile”. Episodio dal quale deduci che la città  di Dante e Michelangelo e Leonardo, la culla dell’ arte e della cultura rinascimentale, sarà  presto deturpata e ridicolizzata dalla sua Mecca. Peggio ancora: continua la Political Correctness dei magistrati sempre pronti a mandare in galera me e intanto ad assolvere i figli di Allah. A vi
etarne l’ espulsione, ad annullarne le (rare) condanne pesanti, nonchè a tormentare i carabinieri o i poliziotti che con loro gran dispiacere li arrestano. Milano, pomeriggio dell’ 8 luglio cioè il giorno dopo la strage di Londra. Il quarantaduenne Mohammed Siliman Sabri Saadi, egiziano e clandestino, viene colto senza biglietto sull’ autobus della linea 54. Per effettuare la multa i due controllori lo fanno scendere e scendono con lui. Gli chiedono un documento, lui reagisce ingaggiando una colluttazione. Ne ferisce uno che finirà  all’ ospedale, scappa perdendo il passaporto, ma la Volante lo ritrova e lo blocca. Nonostante le sue resistenze, dinanzi a una piccola folla lo ammanetta e nello stesso momento ecco passare una signora che tutta stizzita vuole essere ascoltata come testimone se il poverino verrà  processato ed accusato di resistenza. I poliziotti le rispondono signora-ci-lasci-lavorare, e allora lei allunga una carta di identità  dalla quale risulta che è un magistrato. Sicchè un po’ imbarazzati ne prendono atto poi portano Mohammed in questura e qui… Bè, invece di portarlo al centro di permanenza temporanea dove (anzichè in galera) si mettono i clandestini, lo lasciano andare invitandolo a presentarsi la prossima settimana al processo cui dovrà  sottoporsi per resistenza all’ arresto e lesioni a pubblico ufficiale. Lui se ne va, scompare (lo vedremo mai più?) e indovina chi è la signora tutta stizzita perchè lo avevano ammanettato come vuole la prassi.

La magistrata che sette mesi fa ebbe il suo piccolo momento di celebrità  per aver assolto con formula piena tre musulmani accusati di terrorismo internazionale e per aver aggiunto che in Iraq non c’ è il terrorismo, c’ è la guerriglia, che insomma i tagliateste sono Resistenti. Sì, proprio quella che il vivace leghista Borghezio definì “una vergogna per Milano e per la magistratura”. E indovina chi anche oggi la loda, la difende, dichiara ha-fatto-benissimo. I diessini, i comunisti, e i soliti verdi. Continua anche la panzana che l’ Islam è una religione di pace, che il Corano predica la misericordia e l’ amore e la pietà . Come se Maometto fosse venuto al mondo con un ramoscello d’ ulivo in bocca e fosse morto crocifisso insieme a Gesa¹. Come se non fosse stato anche lui un tagliateste e anzichè orde di soldati con le scimitarre ci avesse lasciato san Matteo e san Marco e san Luca e san Giovanni intenti a scrivere gli Evangeli. Continua anche la frottola dell’ Islam vittima-dell’ Occidente. Come se per quattordici secoli i musulmani non avessero mai torto un capello a nessuno e la Spagna e la Sicilia e il Nord Africa e la Grecia e i Balcani e l’ Europa orientale su su fino all’ Ucraina e alla Russia le avesse occupate la mia bisnonna valdese. Come se ad arrivare fino a Vienna e a metterla sotto assedio fossero state le suore di sant’ Ambrogio e le monache Benedettine. Continua anche la frode o l’ illusione dell’ Islam Moderato. Con questa, il tentativo di farci credere che il nemico è costituito da un’ esigua minoranza e che quella esigua minoranza vive in paesi lontani.

Bè, il nemico non è affatto un’ esigua minoranza. E ce l’ abbiamo in casa. Ce l’ avevamo in casa l’ 11 settembre del 2001 cioè a New York. Ce l’ avevamo in casa l’ 11 marzo del 2004 cioè a Madrid. Ce l’ avevamo in casa l’ 1, il 2, il 3 settembre del medesimo anno a Beslan dove si divertirono anche a fare il tiro a segno sui bambini che dalla scuola fuggivano terrorizzati, e di bambini ne uccisero centocinquanta. Ce l’ avevamo in casa il 7 luglio scorso cioè a Londra dove i kamikaze identificati erano nati e cresciuti. Dove avevano studiato finalmente qualcosa, erano vissuti finalmente in un mondo civile, e dove fino alla sera precedente s’ eran divertiti con le partite di calcio o di cricket. Ce l’ abbiamo in casa da oltre trent’ anni, perdio. Ed è un nemico che a colpo d’ occhio non sembra un nemico. Senza la barba, vestito all’ occidentale, e secondo i suoi complici in buona o in malafede perfettamente-inserito-nel-nostro-sistema-sociale. Cioè col permesso di soggiorno. Con l’ automobile. Con la famiglia. E pazienza se la famiglia è spesso composta da due o tre mogli, pazienza se la moglie o le mogli le fracassa di botte, pazienza se non di rado uccide la figlia in blue jeans, pazienza se ogni tanto suo figlio stupra la quindicenne bolognese che col fidanzato passeggia nel parco. E’ un nemico che trattiamo da amico. Che tuttavia ci odia e ci disprezza con intensità . Tale intensità  che verrebbe spontaneo gridargli: se siamo così brutti, così cattivi, così peccaminosi, perchè non te ne torni a casa tua? Perchè stai qui? Per tagliarci la gola o farci saltare in aria? Un nemico, inoltre, che in nome dell’ umanitarismo e dell’ asilo politico (ma quale asilo politico, quali motivi politici?) accogliamo a migliaia per volta anche se i Centri di Accoglienza straripano, scoppiano, e non si sa più dove metterlo. Un nemico che in nome della “necessità  (ma quale necessità , la necessità  di riempire le strade coi venditori ambulanti e gli spacciatori di droga?)” invitiamo anche attraverso l’ Olimpo Costituzionale. “Venite, cari, venite. Abbiamo tanto bisogno di voi”. Un nemico che per partorire non ha bisogno della procreazione assistita, delle cellule staminali. Il suo tasso di natalità  è cos? alto che secondo il National Intelligence Council alla fine di quest’ anno la popolazione musulmana in Eurabia risulterà  raddoppiata. Un nemico che le moschee le trasforma in caserme, in campi di addestramento, in centri di reclutamento per i terroristi, e che obbedisce ciecamente all’ imam (però guai se arresti l’ imam.

Peggio ancora, se qualche agente della Cia te lo toglie dai piedi col tacito consenso dei nostri servizi segreti). Un nemico che in virt๠della libera circolazione voluta dal trattato di Schengen scorrazza a suo piacimento per l’ Eurabia sicchè per andare da Londra a Marsiglia, da Colonia a Milano o viceversa, non deve esibire alcun documento. Può essere un terrorista che si sposta per organizzare o materializzare un massacro, può avere addosso tutto l’ esplosivo che vuole: nessuno lo ferma, nessuno lo tocca. (Ma quando in seguito alla strage di Londra la Francia denuncia il trattato di Schengen e perfino la Spagna zapatera pensa di imitarla, l’ Italia e gli altri paesi europei rispondono scandalizzati no no). Un nemico che appena installato nelle nostre città  o nelle nostre campagne si abbandona alle prepotenze ed esige l’ alloggio gratuito o semi-gratuito nonchè il voto e la cittadinanza. Tutte cose che ottiene senza difficoltà . Un nemico che protetto dalla Sinistra al Caviale e dalla Destra al Fois Gras e dal Centro al Prosciutto ciancia, appunto, di integrazione e pluriculturalismo ma intanto ci impone le proprie regole e i propri costumi. Che bandisce il maiale dalle mense delle scuole, delle fabbriche, delle prigioni. Che aggredisce la maestra o la preside perchè una scolara bene educata ha gentilmente offerto al compagno di classe musulmano la frittella di riso al marsala cioè “col liquore”. E-attenta-a-non-ripeter-l’ oltraggio. Un nemico che negli asili vuole abolire anzi abolisce il Presepe e Babbo Natale. Che il crocifisso lo toglie dalle aule scolastiche, lo getta giù dalle finestre degli ospedali, lo definisce “un cadaverino ignudo e messo lì per spaventare i bambini musulmani”. (Parlo, s’ intende, dell’ arabo con la cittadinanza italiana che mi ha denunciato per vilipendio all’ Islam. Che contro di me ha scritto un lercio e sgrammaticato libello dove elencando quattro sure del Corano chiede ai suoi correligionari di eliminarmi, che per le sue malefatte non è mai stato o non ancora processato). Un nemico che in Inghilterra s’ imbottisce le scarpe di esplosivo onde far saltare in aria il jumbo del volo Parigi-Miami. (Parlo, s’ intende, dell’ arabo con la cittadinanza inglese che per puro miracolo beccarono sulla American Airlines).

Un nemico che ad Amsterdam uccide Theo van Gogh colpevole di girare documentari sulla
schiavit๠delle musulmane e che dopo averlo ucciso gli apre il ventre, ci ficca dentro una lettera con la condanna a morte della sua migliore amica. (Parlo, s’ intende, dell’ arabo con cittadinanza olandese che probabilmente anzi spero verrà  condannato all’ ergastolo e che al processo ha sibilato alla mamma di Theo: “Io non provo alcuna pietà  per lei. Perchè lei è un’ infedele”). Il nemico, infine, per il quale trovi sempre un magistrato clemente cioè pronto a scarcerarlo. E che i governi eurobei (ndr: non si tratta d’ un errore tipografico, voglio proprio dire eurobei non europei) non espellono neanche se è clandestino. Continua anche il discorso sul Dialogo delle due Civiltà . Ed apriti cielo se chiedi qual’è l’ altra civiltà , cosa c’ è di civile in una civiltà  che non conosce neanche il significato della parola libertà . Che per libertà , hurryya, intende “emancipazione dalla schiavit๔?. Che la parola hurryya la coniò soltanto alla fine dell’ Ottocento per poter firmare un trattato commerciale. Che nella democrazia vede Satana e la combatte con gli esplosivi, le teste tagliate. Che dei Diritti dell’ Uomo da noi tanto strombazzati e verso i musulmani scrupolosamente applicati non vuole neanche sentirne parlare. Infatti rifiuta di sottoscrivere la Carta dei Diritti Umani compilata dall’ Onu e la sostituisce con la Carta dei Diritti Umani compilata dalla Conferenza Araba. Apriti cielo anche se chiedi che cosa c’è di civile in una civiltà  che tratta le donne come le tratta.

L’ Islam è il Corano, cari miei. Comunque e dovunque. E il Corano è incompatibile con la Libertà , E’ incompatibile con la Democrazia, è incompatibile con i Diritti Umani. E’ incompatibile col concetto di civiltà . E visto che ho toccato questo argomento mi ascolti bene, signor giudice di Bergamo che ha voluto incriminarmi per vilipendio all’ Islam ma che non ha mai incriminato il mio persecutore per vilipendio al Cristianesimo. Nonchè per istigazione all’ omicidio. (Il mio). Mi ascolti e mi condanni pure. Mi infligga pure quei tre anni di reclusione che i magistrati italiani non infliggono nemmeno ai terroristi islamici beccati con l’ esplosivo in cantina. Il suo processo è inutile. Finchè avrò un filo di fiato io ripeterò ciò che ho scritto nei miei libri e che riscrivo qui. Non mi sono mai fatta intimidire, non mi faccio mai intimidire dalle minacce di morte e dalle persecuzioni, dalle denigrazioni, dagli insulti contro i quali Lei si è guardato bene dal proteggermi anche come semplice cittadino. Quindi si figuri se mi faccio intimidire da Lei che mi nega il costituzionale diritto di pensare ed esprimere la mia opinione. Però, prima del processo, una curiosità  me la deve togliere. Nella cella mi ci terrà  tutta sola o coi carabinieri che lo Stato Italiano mi ha cortesemente imposto affinchè non venga ammazzata come Biagi o come Theo van Gogh? Glielo chiedo perchè il ministro degli Interni dice che nelle nostre carceri oltre il cinquanta per cento dei detenuti sono musulmani, e suppongo che di quei carabinieri avrei più bisogno in galera che a casa mia. (Quanto a voi, signori del Parlamento, congratulazioni per aver respinto la proposta del ministro della Giustizia: abolire il reato di opinione. E particolari congratulazioni all’ onorevole di Alleanza Nazionale che oltre ad aver gestito quel rifiuto ha chiesto di abolire il reato d’ apologia del fascismo). Continua anche l’ indulgenza che la Chiesa Cattolica (del resto la maggiore sostenitrice del Dialogo) professa nei riguardi dell’ Islam. Continua cioè la sua irremovibile irriducibile volontà  di sottolineare il “comune patrimonio spirituale fornitoci dalle tre grandi religioni monoteistiche”. Quella cristiana, quella ebraica, quella islamica. Tutte e tre basate sul concetto del Dio Unico, tutte e tre ispirate da Abramo. Il buon Abramo che per ubbidire a Dio stava per sgozzare il suo bambino come un agnello. Ma quale patrimonio in comune?!?

Allah non ha nulla in comune col Dio del Cristianesimo. Col Dio padre, il Dio buono, il Dio affettuoso che predica l’ amore e il perdono. Il Dio che negli uomini vede i suoi figli. Allah è un Dio padrone, un Dio tiranno. Un Dio che negli uomini vede i suoi sudditi anzi i suoi schiavi. Un Dio che invece dell’ amore insegna l’ odio, che attraverso il Corano chiama cani-infedeli coloro che credono in un altro Dio e ordina di punirli. Di soggiogarli, di ammazzarli. Quindi come si fa a mettere sullo stesso piano il cristianesimo e l’ islamismo, come si fa a onorare in egual modo Gesa¹ e Maometto?!? Basta davvero la faccenda del Dio Unico per stabilire una concordia di concetti, di principii, di valori?!? E questo è il punto che nell’ immutata realtà  del dopo-strage di Londra mi turba forse di più. Mi turba anche perchè sposa quindi rinforza quello che considero l’ errore commesso da papa Wojtyla: non battersi quanto avrebbe a mio avviso dovuto contro l’ essenza illiberale e antidemocratica anzi crudele dell’ Islam. Io in questi quattr’ anni non ho fatto che domandarmi perchè un guerriero come Wojtyla, un leader che come lui aveva contribuito più di chiunque al crollo dell’ impero sovietico e quindi del comunismo, si mostrasse così debole verso un malanno peggiore dell’ impero sovietico e del comunismo. Un malanno che anzitutto mira alla distruzione del cristianesimo. (E dell’ ebraismo). Non ho fatto che domandarmi perchè egli non tuonasse in maniera aperta contro ciò che avveniva (avviene) ad esempio in Sudan dove il regime fondamentalista esercitava (esercita) la schiavità¹. Dove i cristiani venivano eliminati (vengono eliminati) a milioni. Perchè tacesse sull’ Arabia Saudita dove la gente con una Bibbia in mano o una crocetta al collo era (?) trattata come feccia da giustiziare. Ancora oggi quel silenzio io non l’ ho capito e…

Naturalmente capisco che la filosofia della Chiesa Cattolica si basa sull’ ecumenismo e sul comandamento Ama-il-nemico-tuo-come-te-stesso. Che uno dei suoi principii fondamentali è almeno teoricamente il perdono, il sacrificio di porgere l’ altra guancia. (Sacrificio che rifiuto non solo per orgoglio cioè per il mio modo di intendere la dignità , ma perchè lo ritengo un incentivo al Male di chi fa del male). Però esiste anche il principio dell’ autodifesa anzi della legittima difesa, e se non sbaglio la Chiesa Cattolica vi ha fatto ricorso più volte. Carlo Martello respinse gli invasori musulmani alzando il crocifisso. Isabella di Castiglia li cacciò dalla Spagna facendo lo stesso. E a Lepanto c’ erano anche le truppe pontificie. A difendere Vienna, ultimo baluardo della Cristianità , a romper l’ assedio di Kara Mustafa, c’ era anche e soprattutto il polacco Giovanni Sobienski con l’ immagine della Vergine di Chestochowa. E se quei cattolici non avessero applicato il principio dell’ autodifesa, della legittima difesa, oggi anche noi porteremmo il burka o il jalabah. Anche noi chiameremmo i pochi superstiti cani-infedeli. Anche noi gli segheremmo la testa col coltello halal. E la basilica di San Pietro sarebbe una moschea come la chiesa di Santa Sofia a Istanbul. Peggio: in Vaticano ci starebbero Bin Laden e Zarkawi. Così, quando tre giorni dopo la nuova strage Papa Ratzinger ha rilanciato il tema del Dialogo, sono rimasta di sasso. Santità , Le parla una persona che La ammira molto. Che Le vuole bene, che Le da  ragione su un mucchio di cose. Che a causa di questo viene dileggiata coi nomignoli atea-devota, laica-baciapile, liberal-clericale. Una persona, inoltre, che capisce la politica e le sue necessità . Che comprende i drammi della leadership e i suoi compromessi. Che ammira l’ intransigenza della fede e rispetta le rinunce o le prodigalità  a cui essa costringe. Però il seguente interrogativo devo porlo lo stesso: crede davvero che i musulmani accettino un dialogo coi cristiani, anzi con le altre religioni o con gli atei come me? Crede davvero che possano cambiare, ravvedersi, smettere di seminar bombe? Lei è un uomo tanto erudito, Santità . Tanto colto. E li conosce bene. Assai meglio di me. M
i spieghi dunque: quando mai nel corso della loro storia, una storia che dura da millequattrocento anni, sono cambiati e si sono ravveduti? Oh, neanche noi siamo stati e siamo stinchi di santo: d’ accordo. Inquisizioni, defenestrazioni, esecuzioni, guerre, infamie di ogni tipo. Nonchè guelfi e ghibellini a non finire. E per giudicarci severamente basta pensare a quel che abbiamo combinato sessanta anni fa con l’ Olocausto. Ma poi abbiamo messo un po’ di giudizio, perbacco. Ci abbiamo dato una pensata e se non altro in nome della decenza siamo un po’ migliorati. Loro, no.

La Chiesa Cattolica ha avuto svolte storiche, Santità . Anche questo lei lo sa meglio di me. A un certo punto si è ricordata che Cristo predicava la Ragione, quindi la scelta, quindi il Bene, quindi la Libertà , e ha smesso di tiranneggiare. D’ ammazzare la gente. O costringerla a dipinger soltanto Cristi e Madonne. Ha compreso il laicismo. Grazie a uomini di prim’ ordine, un lungo elenco di cui Lei fa parte, ha dato una mano alla democrazia. Ed oggi parla coi tipi come me. Li accetta e lungi dal bruciarli vivi (io non dimentico mai che fino a quattro secoli fa il Sant’ Uffizio mi avrebbe mandato al rogo) ne rispetta le idee. Loro, no. Ergo con loro non si può dialogare. E ciò non significa ch’ io voglia promuovere una guerra di religione, una Crociata, una caccia alle streghe, come sostengono i mentecatti e i cialtroni. (Guerre di religione, Crociate, io ?!? Non essendo religiosa, figuriamoci se voglio incitare alle guerre di religione e alle Crociate. Cacce alle streghe io?!? Essendo considerata una strega, un’ eretica, dagli stessi laici e dagli stessi liberals, figuriamoci se voglio accendere una caccia alle streghe. Ciò significa, semplicemente, che illudersi su di loro è contro ragione. Contro la Vita, contro la stessa sopravvivenza, e guai a concedergli certe familiarità .

La strage toccherà  davvero anche a noi, la prossima volta toccherà  davvero a noi? Oh, si. Non ne ho il minimo dubbio. Non l’ ho mai avuto. Anche questo lo dico da quattro anni. E aggiungo: non ci hanno ancora attaccato in quanto avevano bisogno della landing-zone, della testa di ponte, del comodo avamposto che si chiama Italia. Comodo geograficamente perchè è il più vicino al Medio Oriente e all’ Africa cioè ai paesi che forniscono il grosso della truppa. Comodo strategicamente perchè a quella truppa offriamo buonismo e collaborazionismo, coglioneria e viltà . Ma presto si scateneranno. Lo stesso Bin Laden ce lo ha promesso. In modo esplicito, chiaro, preciso. Più volte. I suoi luogotenenti (o rivali), idem. Lo stesso Corriere lo dimostra con l’ intervista a Saad Al-Faqih, l’ esiliato saudita diventato amico di Bin Laden durante il conflitto coi russi in Afghanistan, e secondo i servizi segreti americani finanziatore di Al Qaeda. “E’ solo questione di tempo. Al Qaeda vi colpirà  presto” ha detto Al-Faqih aggiungendo che l’ attacco all’ Italia è la cosa più logica del mondo. Non è l’ Italia l’ anello più debole della catena composta dagli alleati in Iraq? Un anello che viene subito dopo la Spagna e che è stato preceduto da Londra per pura convenienza. E poi: Bin Laden ricorda bene le parole del Profeta. Voi-costringerete-i-romani-alla-resa. E vuole costringere l’ Italia ad abbandonare l’ alleanza con l’ America. Infine, sottolineando che operazioni simili non si fanno appena sbarcati a Lampedusa o alla Malpensa bensì dopo aver maturato dimestichezza con il paese, essere penetrati nel suo tessuto sociale: “Per reclutare gli autori materiali, c’ è solo l’ imbarazzo della scelta”.

Molti italiani non ci credono ancora. Nonostante le dichiarazioni del ministro degli Interni, a rischio Roma e Milano, all’ erta anche Torino e Napoli e Trieste e Treviso nonchè le città  d’ arte come Firenze e Venezia, gli italiani si comportano come i bambini per cui la parola Morte non ha alcun significato. O come gli scriteriati cui la morte sembra una disgrazia che riguarda gli altri e basta. Nel caso peggiore, una disgrazia che li colpirà  per ultimi. Peggio: credono che per scansarla basti fare i furbi cioè leccarle i piedi. Ha ragione Vittorio Feltri quando su Libero scrive che la decadenza degli occidentali si identifica con la loro illusione di poter trattare amichevolmente il nemico, nonchè con la loro paura. Una paura che li induce ad ospitare docilmente il nemico, a tentar di conquistarne la simpatia, a sperare che si lasci assorbire mentre è lui che vuole assorbire. Questo senza contare la nostra abitudine ad essere invasi, umiliati, traditi. Come dico nell’ “Apocalisse”, l’ abitudine genera rassegnazione. La rassegnazione genera apatia. L’ apatia genera inerzia. L’ inerzia genera indifferenza, ed oltre a impedire il giudizio morale l’ indifferenza soffoca l’ istinto di autodifesa cioè l’ istinto che induce a battersi. Oh, per qualche settimana o qualche mese lo capiranno si d’ essere odiati e disprezzati dal nemico che trattano da amico e che è del tutto refrattario alle virt๠chiamate Gratitudine, Lealtà , Pietà . Usciranno si dall’ apatia, dall’ inerzia, dall’ indifferenza. Ci crederanno sìe agli annunci di Saad al-Faqih e agli espliciti, chiari, precisi avvertimenti pronunciati da Bin Laden and Company. Eviteranno di prendere i treni della sotterranea. Si sposteranno in automobile o in bicicletta. (Ma Theo van Gogh fu ammazzato mentre si spostava in bicicletta). Attenueranno il buonismo o il servilismo. Si fideranno un po’ meno del clandestino che gli vende la droga o gli pulisce la casa. Saranno meno cordiali col manovale che sventolando il permesso di soggiorno afferma di voler diventare come loro ma intanto fracassa di botte la moglie, le mogli, e uccide la figlia in blue jeans. Rinunceranno anche alle litanie sui Viaggi della Speranza, e forse realizzeranno che per non perdere la Libertà  a volte bisogna sacrificare un po’ di libertà . Che l’ autodifesa è legittima difesa e la legittima difesa non è una barbarie. Forse grideranno addirittura che la Fallaci aveva ragione, che non meritava d’ essere trattata come una delinquente. Ma poi riprenderanno a trattarmi come una delinquente. A darmi di retrograda xenofoba razzista eccetera. E quando l’ attacco verrà , udiremo le consuete scemenze. Colpa-degli-americani, colpa-di-Bush.

Quando verrà , come avverrà  quell’attacco? Oddio, detesto fare la Cassandra. La profetessa. Non sono una Cassandra, non sono una profetessa. Sono soltanto un cittadino che ragiona e ragionando prevede cose che secondo logica accadranno. Ma che ogni volta spera di sbagliarsi e, quando accadono, si maledice per non aver sbagliato. Tuttavia riguardo all’ attacco contro l’ Italia temo due cose: il Natale e le elezioni. Forse supereremo il Natale. I loro attentati non sono colpacci rozzi, grossolani. Sono delitti raffinati, ben calcolati e ben preparati. Prepararsi richiede tempo e a Natale credo che non saranno pronti. Però saranno pronti per le elezioni del 2006. Le elezioni che vogliono vedere vinte dal pacifismo a senso unico. E da noi, temo, non si accontenteranno di massacrare la gente. Perchè quello è un Mostro intelligente, informato, cari miei. Un Mostro che (a nostre spese) ha studiato nelle università , nei collegi rinomati, nelle scuole di lusso. (Coi soldi del genitore sceicco od onesto operaio). Un Mostro che non s’ intende soltanto di dinamica, chimica, fisica, di aerei e treni e metropolitane: s’ intende anche di Arte. L’ arte che il loro presunto Faro-di-Civiltà  non ha mai saputo produrre. E penso che insieme alla gente da noi vogliano massacrare anche qualche opera d’ arte. Che ci vuole a far saltare in aria il Duomo di Milano o la Basilica di San Pietro? Che ci vuole a far saltare in aria il David di Michelangelo, gli Uffizi e Palazzo Vecchio a Firenze, o il Palazzo dei Dogi a Venezia? Che ci vuole a far saltare in aria la Torre di Pisa, monumento conosciuto in ogni angolo del mondo e perciò assai più famoso delle due Torri Gemelle? Ma non possiamo scappare o alzare bandiera bianca. Possiamo soltanto affronta
re il mostro con onore, coraggio, e ricordare quel che Churchill disse agli inglesi quando scese in guerra contro il nazismo di Hitler. Disse: “Verseremo lacrime e sangue”. Oh, si: pure noi verseremo lacrime e sangue. Siamo in guerra: vogliamo mettercelo in testa, si o no?!? E in guerra si piange, si muore. Punto e basta. Conclusi così anche quattro anni fa, su questo giornale.

Oriana Fallaci

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Dal Sionismo ad Israele

OBIETTIVO DEL SIONISMO

Theodor-Herzl
Theodor Herzl

L’obiettivo del SIONISMO politico fu formulato mezzo secolo prima da THEODOR HERZL (lui il fondatore; famoso il suo libro Der Judenstaat – Lo Stato degli Ebrei – 1896).Sosteneva che perdurando l’odio verso gli ebrei anche dopo un’eventuale assimilazione, l’unica soluzione della questione ebraica doveva essere cercata nella formazione di uno stato nazionale ebraico. (una tesi già avanzata da MOSES MONTEFIOREe da altri). Il progetto suscitò immediato interesse tra gli ebrei dell’Europa orientale, tanto che già l’anno dopo, nel 1897 si potè organizzare a Basilea il primo congresso sionista. Herzl con il suo carisma, la sua intensa attività diplomatica, anda² a creare un organismo quasi permanente, che assunse – con il “Programma di Basilea” il carattere di un’assemblea costituente. Herzl acquistò così tanto prestigio che era ormai paragonabile a quello di un capo di stato; capo di un “popolo senza terra” che Herzl voleva trasferire in una “terra senza popolo”. Il suo progetto “nazionale” dalla forte carica ideologica, tendeva a combattere l’antisemitismo mediante il trasferimento degli ebrei in una sede autonoma garantita dal diritto internazionale; un modello laico, nazionalista, in luogo delle motivazioni religiose (“Ritorno a Sion” Terra Promessa). Quindi piuttosto pragmatico, e forse proprio per questo avversato apertamente dai religiosi ferventi che giudicavano blasfemo il tentativo di ricostruire uno stato ebraico prima del ritorno del Messia. Herzl voleva comunque trasformare in realtà il suo progetto, e per realizzarlo si rivolse al Kaiser Guglielmo II nella speranza che esercitasse pressioni sull’impero ottomano per una soluzione palestinese; poi si rivolse allo stesso sultano Abdulhamid II, infine nel 1903 alla Russia. Ma nel 1904 morì, lasciando in eredità il suo grande progetto politico. Quello dell’italiano Montefiore (1784- 1885- pentato lord inglese) era solo un piccolo progetto; puntando sulla piccola comunità ebraica già esistente (5000 nel 1770 – 10.000 all’inizio dell’Ottocento) il suo era più che altro una colonizzazione economica; infatti acquistò dei terreni costruendoci un villaggio; in buona parte con capitali britannici. Contemporaneamente nel 1882 in risposta alle frequenti persecuzioni religiose antiebraiche sorsero in Russia, Polonia, Romania numerose società di “Amanti di Sion” (Howevei Zion) che ebbero un discreto successo fondando in Giudea realmente la prima colonia sionista; quella di Rishon. Seguirono poi altri insediamenti, ma sempre sovvenzionati da ricchi ebrei europei, tra i quali i Rothschild (imparentato con Montefiore) e i von Hirsch. La svolta sionistica politica però avvenne con il sopra accennato Herzl. Ma come già accennato gli oppositori non mancarono. Oltre ostili per motivi religiosi (destra religiosa), c’erano i fautori dell’ebraismo riformista, forti in Germania e in Ungheria, favorevoli piuttosto all’integrazione degli ebrei negli stati di appartenenza; quindi svincolati da fattori storico-geografici. Della stessa idea gli esponenti dell’ebraismo americano, che addirittura sostenevano che erano gli Usa la terra promessa. I seguaci di Herzl non si scoraggiarono, rimasero legati al suo progetto, lo ratificarono al VII Congresso di Basilea nel 1905, poi la svolta fu nel 1917, grazie alla Dichiarazione di Balfur, fatta propria dalla Società delle Nazioni. Terminata come sappiamo la Grande Guerra, alla Gran Bretagna vincitrice nel 1922 fu affidato il mandato sulla Palestina. Questo sancì il principio di collaborazione tra sionismo (in buona parte inglese) e l’amministrazione britannica. Tra gli attivissimi dirigenti sionisti troviamo Ben Gurion, Weizman e David, che si dedicarono alacremente a gettare le fondamenta del futuro stato ebraico. L’Inghilterra -conoscendo i famosi progetti autonomistici di Herzl – iniziò a preoccuparsi. Ed ecco infatti il manifestarsi dei primi contrasti. Gli inglesi non desideravano la nascita di uno stato (che ormai era già di fatto) tutto ebraico, ma lo voleva integrato con la popolazione araba. Solo così (con questo dualismo) avrebbe potuto mantenere il suo protettorato. Ora se già nei primi anni del secolo l’immigrazione era già considerevole, quando negli anni Trenta, con l’avvento del nazismo, questa aumentò, e riversa² in terra promessa un numero considerevole di favorevoli allo stato “binazionale”. E fra questi i marxisti di Hashomer Hatsair che dal 1935 in poi misero infatti in minoranza gli altri. Dopo gli sconvolgenti anni della seconda guerra mondiale, a ritornare sulla breccia (dopo essere usciti proprio nel ’35 dall’Organizzazione sionista mondiale) furono ancora una volta quelli che volevano la creazione di una maggioranza ebraica e uno stato ebraico in terra promessa, da realizzarsi mediante un massiccio confluire di esuli nella Terra di Israele, che avrebbe permesso di creare con l’alto numero una unità di popolo ebraico molto forte. Definizione degli scopi di questa unità e dentro questa unità il ruolo dei sionisti del movimento mondiale, crearono molti contrasti negli anni precedenti e i seguenti alla nascita dello stato di Israele. Ben Gurion (e il rabbino statunitense Habba Hillel Silver) pur di raggiungere il suo scopo, iniziò a prendere le distanze dal movimento sionista mondiale. Non desiderava da questo una tutela, anche se riceveva da ogni parte del mondo aiuti economici ed ogni altra forma di assistenza. Infatti Ben Gurion riuscì a fare un distinguo sul movimento. Tutti gli ebrei della dispora sparsi per il mondo erano sì “sionisti” cioè “Amici di Israele”, ma considerava sionisti in senso stretto soltanto gli ebrei che si erano trasferiti o si volevano trasferire in terra promessa. Inutile dire che queste dispute di carattere politico e religioso (appoggiando il nuovo governo una o l’altra fazione) crearono pisioni dentro lo stesso stato di Israele mentre era in fase di realizzazione la grande opera concepita da Herzl.”Guarda la terra di Canaan, dice il Signore, che io darò in possesso ai figli di Israele… questa è la terra che io giurai ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe dicendo ‘Io la darò alla tua progenie’”. Sono le quattro del pomeriggio del 14 maggio 1948 e queste parole, che Mosè ascoltò dall’alto del monte Nebo prima di morire (Antico Testamento, Deuteronomio). Per il popolo ebreo, condannato ad errare nel mondo per secoli, perseguitato, umiliato, carcerato nei mostruosi e pestilenziali ghetti, privato dei più elementari diritti umani, vittima dei massacri perpetrati dalle legioni romane, dalle pie schiere dei Crociati, dalle orde musulmane e infine da quella macchina criminale rappresentata dalle SS germaniche, questo è un momento di profonda, inesprimibile commozione. Eretz Israel (la Terra d’Israele, ndr.) fu la culla del popolo ebraico. Fu qui che si plasmò la sua identità spirituale, religiosa e politica. Fu qui che gli ebrei formarono il loro Stato, crearono valori d’importanza nazionale e universale e diedero al mondo il Libro dei Libri. Dopo esser stato esiliato con la forza dalla sua terra, il popolo ebraico mantenne la propria fede per tutta la diaspora e non cessa² mai di pregare e sperare di poter, un giorno, far ritorno nella sua patria e riottenervi la sua libertà politica”. “Legati da questi vincoli storici e tradizionali, gli ebrei, una generazione dopo l’altra, lottarono per stabilirsi nell’antica patria. Negli ultimi decenni sono tornati in massa. Pionieri, maapilim (gli immigrati giunti in Israele infrangendo le leggi restrittive, ndr.) e difensori hanno fatto fiorire il deserto, hanno riportato a nuova vita la lingua ebraica, costruito villaggi e città e creato una prospera comunità che controlla la propria economia e la propria cultura, che ama la pace ma è in grado di difendersi, che reca i benefici del progresso a tutti gli abitanti del paese e aspira all’indipendenza… Il 29 novembre 1947 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò una risoluzione che sanciva la costituzione di uno Stato ebraico in Eretz Israel; l’Assemblea generale chiese agli abitanti di Eretz Israel di compiere tutti i passi che da parte loro fossero necessari per l’applicazione di tale risoluzione. Il riconoscimento da parte dell’ONU del diritto del popolo ebraico alla fondazione del proprio Stato è irrevocabile”. “Questo è un diritto naturale del popolo ebraico: il diritto di poter disporre del proprio destino, come tutti gli altri popoli, nel proprio Stato sovrano”.

NASCITA DELLO STATO D’ISRAELE

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Mappa Israele (1000, 950 AC), come si nota la palestina non esiste

Poche ore dopo la dichiarazione di indipendenza riprendono in grande stile i mai interrotti attacchi contro la comunità ebraica in terra promessa. Questa volta — il 15 maggio — si forma una “grande armata” nella quale sono riuniti gli eserciti egiziano, giordano, irakeno, siriano e libanese, affiancati da un contingente dell’Arabia Saudita. Con la massiccia aggressione, portata all’interno del nuovo Stato, gli arabi vogliono dimostrare in modo clamoroso il loro rifiuto del Piano di spartizione approvato dall’Onu nel novembre del 1947. La guerra, che viene combattuta in perse riprese, dura tredici mesi. Le Forze di difesa israeliane, che sono male armate e inferiori numericamente ma perfettamente addestrate, respingono la “grande armata” fuori dai confini di Eretz Israel. E nel luglio del 1949 il giovane Stato firma accordi separati di armistizio con l’Egitto, la Giordania, il Libano e la Siria. Come ha potuto questo David-Israel — 650.000 abitanti, un esercito popolare di qualche decina di migliaia di soldati — sostenere il colpo d’ariete del Golia arabo?

Per rispondere alla domanda, prima di continuare questa breve storia dello Stato ebraico, è necessario retrocedere nel tempo di oltre un centinaio d’anni. Partiamo dal 1840, che vede Israele ancora inglobato nel già declinante impero ottomano. Le condizioni di vita degli ebrei che sono rimasti nella loro terra d’origine — sono poche migliaia — migliorano lentamente e la situazione favorisce l’immigrazione dall’Europa. Nascono nuovi insediamenti ma Gerusalemme, Nablus e Haifa continuano a essere i maggiori poli di attrazione. Con l’aiuto degli ebrei che sono sparsi in tutto il mondo vengono acquistati persi terreni agricoli. Non sono certo terre “buone”: gli effendi, i latifondisti che vivono al Cairo, a Damasco o a Beirut vendono — e a caro prezzo — soltanto dune e paludi, non le fertili terre della Samaria. Ma lentamente quei fondi si trasformano e il duro lavoro dei nuovi proprietari li rende fecondi. Per impostare l’attività in modo più razionale e aumentare quindi la produttività , viene fondata a Mikveh Israel la prima scuola di agricoltura.

E’ il periodo in cui si forma l’ossatura dell’Yshuv, ossia l’insediamento ebraico organizzato. Nel 1860 appare anche la prima stampa ebraica. Questo lento e sofferto momento storico è la matrice dalla quale nasce il “grande sogno”: la costituzione di uno Stato. La prima proposta viene lanciata già nel 1839 da sir Moses Montefiore, finanziere ebreo inglese di origine italiana, che contribuisce generosamente agli sforzi dei suoi fratelli di fede che ogni giorno compiono il miracolo di far fiorire la vita dalla nemica sabbia del deserto. E se non uno Stato — dice sir Moses — almeno una comunità autonoma. Ma chi fa scattare il meccanismo inarrestabile che porterà alla realizzazione del sogno — quanto antico! — è il giornalista ebreo francese Theodor Herzl. Nel 1896 scrive un libretto che, pur accolto da qualcuno e da qualche ambiente come “un documento bizzarro, una curiosità storica più che un programma di azione”, cade come una scintilla in una situazione combustibilissima. L’Yshuv sta irrobustendosi. Nel 1878 ha cominciato a prendere una fisionomia precisa con la fondazione di Petah Tikva, madre degli insediamenti agricoli ebraici.

Nel 1887 la popolazione aumenta sensibilmente con l’arrivo della massa di ebrei della prima alià (letteralmente la “salita” alla terra promessa): sono coloro che fuggono dai grandi pogrom scatenati in Russia e Romania contro le comunità “giudee”, pogrom che vengono presentate come “furia spontanea di popolo”, ma che in realtà sono ispirati dalle autorità per scaricare i malumori di una popolazione vessata dalla spietata tirannide dello zar. E queste “furie spontanee” si lasciano dietro negozi distrutti, case bruciate, sinagoghe devastate e saccheggiate, donne violentate, morti e feriti; dal 1881 al 1921 si contano oltre duemila pogrom duemila massacri, duemila fiumi di sangue che inondano la società civile di tutto il mondo. La comunità fuggita dall’inferno russo si sparpaglia nei villaggi agricoli esistenti e ne fonda di nuovi nella Giudea (Rishon le Zion, Ekron, Edera), in Samaria (Zichron Ya’acov) e in Alta Galilea. Una parte va a vivere in città . E il lavoro per la ricostruzione dell’identità , nazionale e personale, prende impulso anche grazie a questi profughi provati nel corpo ma non nello spirito, perchè nei loro miserabili ghetti hanno tenuto accesa la fiamma della cultura nazionale, della religione, hanno continuato a insegnare ai loro figli la dotta lingua ebraica, la gloriosa storia dei regni e dei re dell’antica terra di Israele.

Nell’Yshuv la lingua ebraica torna a vivere per tutti, e penta elemento unificante, riscoperta dell’ebraicità . Nel 1892 un’assemblea di insegnanti fissa i termini ebraici da usare nella matematica e nelle scienze naturali e progetta un piano di studi scolastici unificato. Dopo circa dieci anni l’ebraico penta la principale lingua di una comunità che prima comunicava faticosamente attraverso i vari dialetti o quella specie di neolingua rappresentata dall’yiddish, un cocktail di ebraico e tedesco nato dalla diaspora. Tuttavia l’Yshuv vive una vita dura. La popolazione è scarsa e dispersa, le comunicazioni e i trasporti carenti e insicuri, gran parte del suolo ancora in un profondo stato di abbandono, la malaria è endemica per la presenza di molte paludi, l’atteggiamento dell’amministrazione turco-ottomana è ostile e oppressivo. All’inizio del 1882 viene emessa una legge che vieta l’insediamento degli ebrei dell’Europa orientale. L’acquisto delle terre viene sottoposto a restrizioni, penta impossibile la costruzione di edifici senza uno speciale permesso che deve essere richiesto a Costantinopoli. L’opprimente politica del governo ottomano rende più difficile lo sviluppo agricolo e produttivo dell’Yshuv, ma non lo ferma. Anzi. La situazione è un terreno fecondo per la crescita dell’idea lanciata da Herzl nell’ironizzato libretto che corre nel mondo con quel suo esaltante titolo:”Lo Stato ebraico”.

Nel 1897 Theodor Herzl organizza il primo congresso sionista e fonda a Basilea l’Organizzazione sionista mondiale. In questo movimento viene organizzata e prende forza la millenaria pulsione del popolo ebraico a ritornare alla sua terra. Il sionismo, movimento di liberazione nazionale, penta la risposta moderna a secoli di discriminazione e ostracismo, di oppressione e persecuzione omicida e alla crescente coscienza che il popolo ebraico può liberarsi soltanto con l’autodeterminazione. Gli scopi dell’Osm sono precisi: ritorno degli ebrei alla terra d’Israele; rinascita, sul suolo patrio, della vita nazionale ebraica; raggiungimento di una dimora riconosciuta e legalmente assicurata agli ebrei nella loro patria storica. Da quell’anno la marcia verso la vittoria finale si fa più rapida. L’Yshuv riceve nuova linfa dall’arrivo di migliaia di ebrei che, delusi dal fallimento della rivoluzione russa del 1905, costituiscono la seconda ondata di immigrazione nel paese. Socialisti e sionisti entusiasti puntano a dar vita a una classe operaia ebraica, a riscattare la terra con “il sudore della fronte” e a impegnarsi in ogni tipo di lavoro manuale al fine di edificare una società pienamente produttiva e autosufficiente. L’influenza dei gruppi socialisti è determinante: la comunità ebraica comincia a darsi un’organizzazione politica.

Il primo kibbutz (così viene definita la colonia agricola collettiva di grandi proporzioni) viene fondato nel 1909 sulla riva meridionale del lago Kinneret (Tiberiade) sulla terra acquistata dal Keren Kayemet (Fondo nazionale ebraico). Quasi contemporaneamente viene fondato il primo gruppo ebraico di autodifesa, l’Hashomer (il Guardiano) che si assume la responsabilità della sicurezza dei nuovi villaggi ebraici dagli attacchi degli arabi. E’ l’embrione di un futuro esercito che darà lezioni di tattica e strategia al mondo intero. Qualche tempo dopo, sulle dune a nord di Jaffa, sorge Tel Aviv. La vita degli uomini dell’Yshuv è dura, da pionieri; molti dei nuovi arrivati ripartono alla ricerca di una condizione meno stressante, ma la maggioranza resta a battersi. E’ il 1914 e in Eretz Israel ci sono 85.000 ebrei. Nel 1800 erano 10.000. Il 1914 è un anno nefasto per il mondo e per la comunità ebraica che vive in terra d’Israele. Scoppia la prima guerra mondiale che investe anche il Medio Oriente, dove sono in gioco grossi interessi europei: uno dei più importanti è rappresentato dal canale di Suez. E la situazione d’emergenza — sono in marcia le truppe russe, inglesi e francesi — fa scattare i primi provvedimenti. Nel dicembre del 1914 il governo turco da ordine di deportare gli ebrei stranieri, nella primavera successiva il sionismo viene messo fuori legge e i suoi sostenitori condannati all’esilio. Fra coloro che vengono cacciati vi sono David Ben Gurion e Ytzhak Ben-Zvi, futuro presidente della repubblica.

Alla fine del 1915 circa 12.000 ebrei sono costretti ad abbandonare Eretz Israel: La maggioranza finisce ammassata nei campi profughi dell’Egitto, 500 si arruolano nel Corpo sionista mulattieri che combatte con gli Alleati a Gallipoli. Non è il solo contributo che gli ebrei danno alla guerra contro i turchi. Del corpo di spedizione inglese, comandato dal generale Allenby, fa parte anche la Legione ebraica, formata da due battaglioni di fucilieri reali (il 38º London e il 39º American). E c’è un terzo battaglione, formato da 850 volontari locali, il First Judean. L’11 dicembre 1917 questi soldati assieme agli ebrei di tutto il mondo vivono un altro dei grandi momenti storici che nel giro di pochi anni modificheranno il destino del “popolo errante”: il generale Allenby entra in Gerusalemme alla testa dei suoi uomini.

Dopo quattro secoli l’impero ottomano deve rinunciare al dominio sulla Terra Santa

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Mappa impero ottomano nel 1683, come si nota la palestina non esiste

Questa vittoria segna una svolta. Già nei primi mesi della guerra Herbert Samuel, un ministro del governo, Herbert Asquith aveva dimostrato ai suoi colleghi che l’Inghilterra e gli ebrei avevano un interesse comune a staccare la terra promessa dall’impero turco, ragion per cui le aspirazioni sioniste andavano incoraggiate. Nel 1917 il ministro degli Esteri inglese, lord Balfour, formula la sua famosa dichiarazione nella quale viene riconosciuto il legame storico del popolo ebraico con la terra promessa e che impegna l’Inghilterra ad appoggiare l’insediamento in terra promessa di un national home (focolare nazionale). Questi punti vengono approvati dai vari governi alleati e nel giugno del 1922 vengono ribaditi da una risoluzione del Congresso degli Stati Uniti. Nel luglio dello stesso anno la Società delle Nazioni conferisce ufficialmente alla Gran Bretagna un mandato del quale la dichiarazione Balfour fa parte integrante.

Anche se costantemente in stato di allarme per le continue incursioni e le azioni di disturbo degli arabi, l’Yshuv, ossia l’insediamento ebraico organizzato, continua a costruirsi una patria. Tra il 1919 e il 1929 la popolazione ebraica quasi raddoppia, raggiungendo la quota dei 160.000 abitanti. Sono stati acquistati 120.000 ettari di terra e da Metulla al nord e da Be’er Tuvia al sud vi è una fascia continua di territorio che, popolata da ebrei, costituisce già un vero e proprio territorio nazionale, anche se di ridotte dimensioni. E a poco a poco l’insediamento prende i connotati di un piccolo Stato organizzato. La cultura, classica e scientifica (che gli ebrei della diaspora hanno sempre considerato come valore primario, un valore che è stato un prezioso strumento di sopravvivenza morale e materiale) viene coltivata febbrilmente e con la stessa cura con la quale vengono coltivati i campi strappati al deserto. Letteratura, giornali e teatro ebraico sono una realtà : l’università ebraica di Gerusalemme e il Technion (il politecnico) di Haifa sono in piena attività .

Nel 1927 l’Yshuv viene riconosciuto come entità a sé e di conseguenza si da le istituzioni tipiche di uno stato democratico: l’assemblea rappresentativa e quella esecutiva, il consiglio nazionale i cui membri vengono scelti dall’assemblea rappresentativa. L’Agenzia Ebraica, impiegando i fondi raccolti all’estero, finanzia l’immigrazione, assicura il sistema scolastico, da forte impulso all’agricoltura, all’industria e al commercio e coordina il lavoro dell’organizzazione medica Hadassah, la cassa malattie, e di altre organizzazioni sanitarie.

Nel 1920 viene fondata l’Haganà , una nuova organizzazione di autodifesa, per proteggere la comunità durante le rivolte arabe di Gerusalemme e di Haifa: decisione necessaria, considerato che l’Yshuv non può contare sulla protezione delle truppe inglesi dato che il governo britannico del momento da corda alle sommosse arabe. Proprio per le contraddittorie posizioni assunte dagli inglesi nel corso del mandato, gli ebrei di Eretz Israel prendono coscienza che per conquistare l’indipendenza debbono difendersi su due fronti. Il terrorismo arabo, infatti, non conosce soste: il 24 agosto 1929, un sabato, gruppi di musulmani assassinano a sangue freddo 67 ebrei di Hebron — uomini, donne e bambini — e distruggono le sinagoghe, mettendo fine alla permanenza della comunità ebraica in quella città dei patriarchi dov’era vissuta per duemila anni. Quanto al governo inglese, cede sempre più all’aggressività degli arabi e raggiunge il limite quando blocca l’immigrazione degli ebrei in terra promessa, impedendo addirittura lo sbarco di 4.500 reduci dai campi di sterminio nazisti giunti davanti alla costa palestinese, davanti alla Terra Promessa, a bordo del piroscafo battezzato simbolicamente “Exodus 47”.

Exodus 47

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Nave Exodus piena di ex deportati dei campi di sterminio nazisti (1947) che fu rispedita in Germania

La nave viene rimandata sotto scorta ad Amburgo. Un fatto che lascia esterrefatti gli stessi tedeschi. Un episodio che porta l’Yshuv alla decisione inevitabile: organizzare la resistenza per liberare il territorio dal dominio inglese. E’ l’unico modo per conquistare l’indipendenza definitiva e dar modo agli ebrei della diaspora, ai vari profughi, di tornare in Israele. E resistenza è, dura e decisa: la conducono l’Haganà , l’Irgun Zvai Leumi (Organizzazione militare nazionale) e il Lohamei Herut àŒsrael (Combattenti d’Israele per la libertà ). Le organizzazioni agiscono indipendentemente, ma ognuna di loro conduce con maestria una guerriglia che, per la fulminea mobilità dei commandos, per l’intelligenza tattico-strategica con la quale questa task force si muove sui terreni più difficili, mette in ginocchio le truppe inglesi e porta a quel grande giorno che è il 14 maggio del 1948. Da queste tre organizzazioni, quando l’appena sorto stato ebraico si trova davanti all’attacco arabo, nascono le Forze di difesa israeliane che, l’abbiamo visto, anche se dotate di potenza di fuoco e mezzi decisamente minori rispetto alla “grande armata” scatenata contro Israele, hanno dalla loro la velocità d’intervento e un tipo di addestramento prezioso: non quello acquistato nelle caserme o nelle scuole militari, ma quello appreso sul campo di battaglia. Ecco dunque le ragioni di questa incredibile vittoria. Dopo lo scontro del 1948 Israele gode di qualche anno di relativa pace e si dedica al perfezionamento delle sue istituzioni e della propria organizzazione in generale. Viene riconosciuto il diritto di ogni ebreo di vivere in Israele. àˆ un punto fondamentale della legge dello stato ebraico: la “legge del ritorno” del 1950 accorda piena e automatica cittadinanza a ogni nuovo immigrato ebreo.

Alla fine del 1951 l’Yshuv raddoppia la popolazione con l’arrivo di oltre 750.000 persone: la metà sono ebrei fuggiti dai paesi musulmani. Di fronte a questo massiccio aumento della popolazione il pionierismo agricolo penta una necessità , quindi viene dato forte impulso all’agricoltura e alle scienze funzionali a questo settore produttivo. Il paese da dimostrazione di una grande capacità creativa nell’elaborare tecniche di ogni genere per superare gli ostacoli dati da un terreno arido e che nessuno prima aveva tentato di far rendere (e a questo proposito va ricordato un documento del 1937 stilato dalla Commissione inglese Peel nel quale si constatava che la Palestina, tradizionalmente paese di emigrazione araba, era pentato un paese di immigrazione araba a causa del rapido sviluppo economico ebraico). Vengono risolti persi problemi sociali. La Knesset (il parlamento) vara come prima misura la legge sull’istruzione obbligatoria e nel 1951 viene sancita l’eguaglianza dei diritti delle donne. E’ il periodo che vede presidente del consiglio BEN GURION e presidente della repubblica CHAIM WEIZMANN, illustre scienziato vissuto in Inghilterra che ha avuto una grande influenza su lord Balfour, l’autore della famosa dichiarazione. Altro passo importante, la creazione della scuola di stato. Questo periodo di pace e di intenso lavoro, che vede impegnato ogni israeliano alla crescita della nazione, non dura molto.

Terrorismo arabo contro gli ebrei

Si moltiplicano le azioni terroristiche scatenate dai feddayn, i guerriglieri arabi addestrati in Egitto. Le moderne armi con le quali i feddayn uccidono provengono dall’arsenale militare egiziano, massicciamente rifornito dall’Unione Sovietica. Sul conflitto israelo-arabo la posizione del Cremlino è bizantina: all’epoca dello scontro del 1948 la Pravda ha scritto che “l’Urss sostiene l’indipendenza dei popoli arabi, ma dev’essere però chiaro che gli arabi non si battono oggi per i loro interessi nazionali e per la loro indipendenza ma contro il diritto degli ebrei a costituire un loro stato indipendente. L’opinione pubblica sovietica non può quindi che condannare l’aggressione araba contro Israele”. La situazione è tesissima. La propaganda sugli arabi rimasti in territorio israeliano è tambureggiante e ha un certo gioco soprattutto a causa di un tragico incidente accaduto nella notte del 9-10 aprile 1948.

L’episodio è annotato in “Israele: quarant’anni di storia”, un ottimo libro scritto da Fausto Coen con ritmo giornalistico e rigore storico. In quella notte “nel villaggio arabo di Deir Yassin forze miste dell’Irgun e del gruppo Stern si macchiarono di un grave crimine uccidendo 250 arabi fra armati e civili. Il villaggio di Deir Yassin si trovava lungo la strada di Gerusalemme non lontano da Castel ma non era considerato posizione strategica vitale. Il fatto è però che le due formazioni autonome, la Irgun e la Stern volevano ottenere un loro successo personale in battaglia. Gli attaccanti lasciarono un corridoio nel villaggio per consentire alla popolazione non armata — avvisata con altoparlanti — di uscire. Più di 200 abitanti lo fecero e coloro che erano rimasti finsero di arrendersi. Quando però i reparti dell’Irgun avanzarono, vennero accolti da un fuoco nutrito scatenato dalle case piene di armi e di munizioni.

I reparti ebraici, che non si aspettavano l’agguato, perdono il quaranta per cento dei loro effettivi. E perdono anche la testa. La reazione è a questo punto violenta e irragionevole ma non premeditata. Gli uomini dell’Irgun investono il villaggio sparando all’impazzata. Molti civili rimangono uccisi. Tra i 250 cadaveri, al termine della battaglia, si scoprono anche i corpi di donne e bambini. Fu l’unica atrocità della guerra di indipendenza e anche l’azione che aveva meno giustificazioni tattiche. “L’Haganà , per ordine di Ben Gurion che già mal sopportava le due formazioni irregolari, entrò nel villaggio ingiungendo all’Irgun di abbandonarlo.
Più tardi Ben Gurion scioglierà le due formazioni incorporandole nell’esercito. La radio ebraica è la prima a dare l’annuncio: “Non vogliamo più vittorie come quella di Deir Yassin”. Ben Gurion telegrafa all’emiro Abdullah di Transgiordania esprimendo “la sua profonda riprovazione” per il massacro e il Gran Rabbino di Gerusalemme ne maledice gli autori. “Nonostante la deplorazione ufficiale da parte ebraica e la sincera unanime condanna che si levò dal paese, pochi giorni dopo, il 13 aprile, forze arabe davano una risposta non meno crudele.
A un convoglio di medici e infermieri che si stavano recando all’ospedale di Monte Scopus, che domina la città di Gerusalemme, fu teso un agguato. Circondati, furono tutti massacrati con bombe a mano e fucili mitragliatori. Restarono sul terreno 77 morti, tutti ebrei, tutti medici e sanitari che correvano in soccorso di malati e feriti. Molti degli uccisi erano miracolosamente sfuggiti ai campi di sterminio nazisti (come l’italiana Anna Di Gioacchino Cassuto) e alcuni di essi erano giunti da pochi giorni in terra d’Israele. Fra le vittime un illustre pioniere della psicanalisi italiana, il fiorentino professor Enzo Bonaventura”. Gli arabi sfruttano la strage di Deir Yassin per seminare il terrore nella popolazione musulmana e convincerla ad abbandonare i territori controllati dagli ebrei. àˆ un grande esodo. Lunghe colonne di arabi lasciano Haifa, Safed, Tiberiade, Jaffa: dal 15 aprile al 15 maggio del 1948 fuggono 250.000 arabi. Che non saranno certo sistemati dignitosamente, non avranno condizioni di vita civili, ma verranno ammassati in campi profughi dove vegeteranno in condizioni penose, privi di avvenire.
Naturalmente il malcontento, la tensione provocate da questa situazione verranno indirizzate dalla propaganda degli alti comandi arabi verso l’Yshuv.

Nel 1956 l’attività dei feddayn si fa sempre più intensa e feroce, aleggia la minaccia di un’offensiva congiunta fra Egitto, Siria e Giordania. Con un rapido attacco, tipico delle Forze di difesa israeliane, vengono eliminate le basi dei feddayn dalla striscia di Gaza e l’esercito irrompe nella penisola del Sinai. Resta aperto il problema della libertà di navigazione nel canale di Suez, che il presidente egiziano Nasser ha nazionalizzato nel luglio di quell’anno, un problema che interessa non soltanto Israele ma anche molte altre nazioni, soprattutto Francia e Inghilterra. Dopo un intenso lavoro di mediazione diplomatica al quale prendono parte le grandi potenze, Israele accetta di ritirarsi purchà© gli vengano date precise garanzie. Siamo agli inizi del 1957. Viene creata una zona cuscinetto fra Egitto e Israele sorvegliata da una forza di emergenza delle Nazioni Unite. A Israele viene assicurato che le forze egiziane non torneranno nella striscia di Gaza: il giorno dopo l’accordo le truppe di Nasser marciano nuovamente sulla striscia. A Israele viene assicurato che il canale rimarrà aperto al passaggio delle merci da e per Israele, ma la promessa resta sulla carta. Di fronte a questa posizione gli Stati Uniti e altri quattordici paesi marittimi dichiarano pubblicamente il diritto di Israele al libero passaggio attraverso il golfo di Eilat (piso dal canale di Suez dalla penisola del Sinai). Israele ammonisce che considererà un casus belli ogni interferenza contro questa libertà e alla Knesset viene sottolineato il diritto all’autodifesa nazionale garantito dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. La campagna del Sinai è durata tre giorni. E stata diretta dal generale Moshe Dayan: le chiavi di volta della sua vittoria sono state rapidità e audacia. La blitzkrieg è costata ad Israele 180 morti e quattro prigionieri.

All’Egitto oltre mille caduti e seimila prigionieri e la perdita quasi totale dell’arsenale bellico. Tre giorni di guerra fruttano quasi dieci anni di pace. Gli atti terroristici in questo periodo non mancano ma pur in questa atmosfera di continuo allarme, di provvisorietà , di inquietudine, Israele progredisce velocemente. Il tenore di vita dei circa tre milioni di abitanti è abbastanza buono. Il paese non solo produce ma esporta — scrive Coen nel libro citato — e la bilancia dei pagamenti, per uno stato costretto a sostenere l’onerosa spesa di un esercito efficiente e sempre all’erta, è meno catastrofica di quanto potrebbe essere. “E soprattutto in agricoltura si fanno grandi cose. Le terre produttive non solo si sono estese ma, grazie alla ricerca, si fanno grandi progressi nella qualità , Israele riesce a produrre già l’85 per cento di quanto consuma e riesce a esportare sui mercati esteri frutta e ortaggi sempre più apprezzati”.

Ma la grande impresa, quella che da linfa vitale al corpo di questo piccolo stato, è il completamento della costruzione dell’acquedotto nazionale che assicura l’approvvigionamento idrico a vaste zone per secoli deserte. Con un paziente lavoro diplomatico, aiutato soprattutto dalla stima e dal peso che la guerra-lampo del Sinai hanno dato al paese, i rapporti con la Francia e l’Inghilterra — che assicurano notevoli forniture di materiale militare per controbilanciare i massicci invii di armi sovietiche e cecoslovacche ai paesi arabi — e con gli Stati Uniti pentano più stretti.
Vengono stabilite relazioni anche con l’Etiopia, la Turchia e l’Iran. E Coen mette in evidenza un fatto inaspettato. “Fu soprattutto con i paesi in via di sviluppo che Israele riuscì in questo periodo a creare stretti legami.

Scrive Ben Gurion che molti temevano che la campagna del Sinai suscitasse l’antagonismo dei popoli asiatici e africani mentre al contrario “Israele si è conquistato il rispetto e l’ammirazione di questi popoli”.
Prima la Birmania e il Ghana, poi via via in Africa, in Asia, in America centrale ben presto 65 paesi non solo allacciarono relazioni diplomatiche, ma soprattutto intense collaborazioni specialmente in campo agricolo. Israele per questi paesi era non solo un grande esempio di sviluppo tecnologico ma anche la dimostrazione di come un piccolo paese nato da un’atroce esperienza poteva “farsi da solo”.
La preparazione dell’esercito fu in quegli anni un compito preminente. Prima con Ben Gurion e forse ancor più con colui che gli succedette, Levi Eshkol, il sistema di difesa israeliano venne potenziato e altamente modernizzato”. Ma nel corso di questi anni la propaganda araba non ha smesso di lavorare. Nasser, che ha condotto l’Egitto sull’orlo della crisi economica, capisce che l’unico modo per distogliere l’attenzione di critici e oppositori e del paese stesso dai suoi errori è quello di ritirare fuori dal solaio il consunto ma sempre valido spauracchio del “pericolo ebreo”. Nel 1964 il leader egiziano riesce a promuovere un vertice che ha come fine quello di impedire il completamento dell’acquedotto nazionale israeliano. Un giornale di Tel Aviv scrive che per gli arabi quel “giocare con l’acqua vuol dire giocare col fuoco”. E ai convenuti si fa capire chiaramente che non sarebbe tollerata la minacciata deviazione delle fonti del fiume che alimentano l’acquedotto, fonti che si trovano in Siria e in Libano.

Nascita dell’OLP

Un successivo vertice si conclude in modo più preciso: viene costituita l’ OLP, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina. Nell’atto costitutivo il gruppo si pone due obiettivi: primo, liberare dal regime di re HUSSEIN la Giordania, paese abitato in grande maggioranza da palestinesi; secondo, spazzare dal territorio lo stato di Israele sgretolandolo in tempi anche lunghi con l’azione terroristica. Ma nell’Olp è subito discordia e dalla contrapposizione di due correnti nasce AL FARTAH, gruppo giovane e fortemente politicizzato che guiderà il movimento e alla cui testa si pone YASSER ARAFAT. Dopo questi vertici nel giro di qualche anno la situazione precipita. Al Fatah comincia a svolgere il suo programma di incursioni terroristiche avendo come basi Siria, Libano e Giordania.

Nel 1966 la Siria proclama la “guerra popolare di liberazione contro Israele”. Nel frattempo Nasser concentra il meglio del suo esercito nel Sinai e chiede che le forze d’emergenza delle Nazioni Unite vengano ritirate. Stranamente, considerata la situazione, la sua richiesta viene soddisfatta il 16 maggio del 1967. La marcia verso il conflitto assume tempi sempre più brevi. Il 22 maggio il presidente egiziano annuncia che lo stretto di Tiran viene chiuso alla navigazione da e per Israele. Subito dopo gli eserciti giordani, iracheni e siriani si ammassano lungo i confini israeliani. Alla fine di maggio re Hussein di Giordania respinge un’offerta di neutralità formulata dal primo ministro israeliano Eshkol e mette le sue truppe a disposizione dell’alto comando egiziano.

Ed è la “guerra dei sei giorni”. Il generale MOSHE DAYAN, nominato ministro della Difesa, ordina l’intervento difensivo-preventivo. E’ la mattina del 5 giugno. L’aviazione israeliana piomba fulmineamente sugli aeroporti egiziani, siriani e giordani: distruggendo a terra l’intera armata aerea di Nasser e alleati, conquista l’assoluto controllo dello spazio aereo. A terra la situazione è allarmante. La Giordania attacca Israele sul fianco orientale e la Siria scatena un’offensiva dal nord. Ma gli israeliani rispondono con una velocissima controffensiva e in pochi giorni travolgono i tre fronti e assumono il controllo della Giudea-Samaria, della zona di Gaza e del Sinai, delle alture del Golan. Viene riunificata Gerusalemme, prima pisa in zona ebraica e araba, il famoso “muro del pianto” è restituito alla fede di tutti gli ebrei. Davanti a quell’antichissimo resto si vedono soldati con le lacrime agli occhi. Yael Dayan, soldato delle Forze di difesa, figlia del generale, scrive sul suo diario: “Era la gioia che faceva piangere i soldati più incalliti? L’orgoglio o il senso della storia?”. Davanti a quel muro — ricorda Coen — Moshe Dayan dice: “Siamo tornati nei nostri luoghi più sacri. E tendiamo la mano ancora oggi ai nostri vicini arabi e con più solennità che mai”.

Alla fine di questa fulminea operazione militare viene riaperto alla navigazione lo stretto di Tiran. Ma in Israele si continua ancora a vivere sotto tensione. Alla fine del vertice di Khartum del 1º settembre 1967 gli arabi rispondono con tre secche negazioni: “No al riconoscimento dello Stato di Israele No alle trattative No alla pace”. E sarà di nuovo guerra.

1970 : l’OLP scatena il terrorismo anche tra gli stati arabi

Nella guerra civile che ne segue L’OLP ha il supporto della Siria che invia in territorio giordano una forza di circa 200 carri armati. Gli scontri avvengono principalmente tra forze giordane edOLP sebbene gli USA dislochino la sesta flotta nel mediterraneo dell’est e Israele metta a disposizione della Giordania alcuni reparti militari. Il 24 settembre l’esercito giordano riesce a prevalere e l’OLP è costretto a chiedere una serie di cessate il fuoco. Durante le azioni militari l’esercito giordano attacca anche i campi profughi dove i civili palestinesi si sono rifugiati dopo la Guerra dei sei giorni: le vittime sono migliaia. Questo massacro viene ricordato dai palestinesi come “il settembre nero”. In seguito alla sconfitta, l’OLP si sposta dalla Giordania al Libano. Grazie alla debolezza del governo centrale libanese, l’OLP potà© operare in uno stato virtualmente indipendente (chiamato infatti da Israele Terra di Fatah). L’OLP inizia ad usare il territorio libanese per lanciare attacchi di artiglieria contro Israele e come base per le infiltrazioni di guerriglieri. A queste azioni corrispondono attacchi di ritorsione israeliani in Libano. Nel settembre 1972 il gruppo “Settembre Nero” (che si ritiene, peraltro senza alcuna prova certa, aver avuto la copertura di Al Fatah) rapisce ed uccide undici atleti israeliani durante i Giochi Olimpici di Monaco di Baviera. La condanna internazionale per l’attacco porta Arafat a dissociarsi pubblicamente da tali atti.

Lo Yom Kippur

Dopo una relativa quiete di tre anni nell’ottobre del 1973, nel giorno del kippur (una ricorrenza sacra per gli ebrei, dedicata all’espiazione) l’Egitto e la Siria investono con un’offensiva a sorpresa i fronti di Suez e del Golan. Nei primi tre giorni di guerra le forze israeliane si trovano in difficoltà . Il rapporto numerico gioca a favore degli arabi nella misura di 1 a 12 poichà©, non essendo stato previsto l’attacco, le riserve non sono ancora state mobilitate. Ma appena la forza d’urto dell’esercito viene ricostituita, la reazione si scatena con una serie di azioni tattiche che costringono gli arabi in posizione di stallo. L’intervento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite intima il cessate il fuoco e chiede l’applicazione della Risoluzione 242 con la perentoria richiesta di negoziati fra le parti. C’è una schiarita. Gli accordi con l’Egitto, l’avversario più temibile e potente, vengono perfezionati tra il 1974 e il 1975 e sfoceranno nel trattato di pace israelo-egiziana firmato a Washington fra il primo ministro israeliano Menahem BEGIN e il presidente egiziano Anwar SADAT il 26 marzo del 1979. Con gli altri stati arabi solo accordi formali: una situazione ancora nebulosa per la quale si può parlare, sostanzialmente, di non belligeranza.

Resta operante l’Organizzazione per la liberazione della Palestina che a un certo punto si installa nel, Libano meridionale stabilendo basi militari nel territorio adiacente alla regione settentrionale di Israele, la Galilea.

Nel 1974, Arafat ordina all’OLP di sospendere qualsiasi azione militare al di fuori di Israele, della West Bank (la riva ovest del Giordano, o Cisgiordania) e della striscia di Gaza. Nello stesso anno il leader palestinese piene il primo rappresentante di un’organizzazione non governativa a parlare ad una sessione generale delle Nazioni Unite.
Intanto continuavano a ripetersi, da alcune parti, le accuse verso Arafat di una dissociazione solo di facciata dal terrorismo. Sta di fatto che il movimento Al Fatah continuò a lanciare attacchi contro obiettivi israeliani.
Gli anni Settanta furono caratterizzati in Medio Oriente dalla comparsa di numerosi gruppi palestinesi estremisti pronti a compiere attacchi sia in Israele che altrove. Israele dichiarò che dietro tutti questi gruppi vi era Arafat il quale però smentì sempre tali ipotesi.
In Libano, intanto, la situazione degenera in una vera e propria guerra civile tra la componente cristiano maronita e quella musulmana appoggiata dell’OLP.
I cristiano maroniti accusano Arafat e l’OLP di essere responsabili della morte di decine di migliaia di membri del loro popolo. Israele si allea con i cristiano maroniti mettendo in atto due azioni di invasione del Libano: la prima (nel 1978), chiamata Operazione Litani porterà una stretta striscia di terra (detta fascia di sicurezza) ad essere conquistata ed annessa con l’aiuto del IDF e dell’esercito sud-libanese (ELB); la seconda (nel 1982), detta Pace in Galilea, vedrà Israele occupare la maggior parte del sud del Libano per ritirarsi poi, tre anni dopo, nella fascia di sicurezza.

I Palestinesi attaccano Damour, 1976

La strage di Damour è la più feroce e ignobile fra le molte commesse dai palestino-comunisti.
Questo villaggio si trova a 25 km a sud dalla capitale, a metà strada tra Beirut e la principale città del sud, Sidone. I suoi abitanti, fra cui si potevano contare numerosi progressisti, erano fieri di coesistere con i vicini musulmani (drusi, sciiti e sanniti). Ma ciò non bastò a placare la rabbia omicida dei palestinesi, che attaccarono il villaggio il 13 gennaio 1976, assediandolo con più di 10.000 uomini, armati dalle perse organizzazioni palestinesi, in particolar modo dalla Saika, pro-siriana, e appoggiati da musulmani e progressisti (comunisti camuffati).
Il 16 ed il 18 settembre 1982 i cristiano-libanesi per ritorsione alle stragi nei villaggi cristiani operati dalle truppe siriano-palestinesi dell’OLP attaccano e massacrano la popolazione di Sabra e Chatila.
Le truppe Israeliane che controllano il territorio non intervengono per mettere fine ai massacri. Il resto è storia conosciuta ma se volete do seguito al post scrivendo sulle cause della mancata costituzione dello stato di Palestina.