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In Germania è scoppiato l’Inferno: Invasione di delinquenza senza freni

“L’Inferno è scoppiato” in Germania, registriamo una invasione di criminalità di massa nelle forme più gravi come i furti, le rapine, gli stupri, la riduzione in schiavitù, l’imposizione della sharia”, questo è stato il drammatico avvertimento che ha fatto il Presidente Federale della polizia tedesca, Rainer Wendt.

 

In una significativa intervista fatta la canale N24 del servizio della Televisione tedesca, Wendt ha inoltre avvertito che le attività delittuose non sono state il risultato di invasori di colore stretti in luoghi angusti, ma piuttosto opera di fanatici religiosi e di lotte di alcuni gruppi per ottenere il sopravvento sugli altri.

“Le situazioni devono sempre arrivare ad incendiarsi prima che i politici reagiscano”.

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© AFP 2015/ ATTILA KISBENEDEK Germania, migranti: errore politico senza precedenti

“Nei nostri accampamenti per dare asilo ai rifugiati è scoppiata tutta una situazione infernale, nella frontiera con il sud della Germania e nello Stato federale della Baviera in particolare. E’ un girone infernale ed i nostri colleghi da quelle parti devono lavorare interrottamente senza neanche potersi più togliere gli stivali”, ha detto riferedosi al lavoro costante e senza interruzioni che deve svolgere la polizia tedesca per cercare di fare fronte alle altre invasioni di masse di rifugiati.

“Da mesi le forze di polizia sono state sopraffatte da questa invasione ed adesso i politici stanno mostrandosi come se ne fossero totalmente sorpresi, questo però non può essere”.

“Abbiamo dovuto constatare le risse fra immigrati nei campi di accoglienza, abbiamo dovuto verificare una quantità di furti nelle tende di generi alimentari. C’è una forte criminalità tra i rifugiati, il che significa che avvengono stupri di donne e bambini, uso massiccio di violenza, attività delittive come sfruttamento e schiavitù, vediamo che tutto questo avviene in quei posti. Non si tratta certo di piccoli alterchi fra persone che stanno vivendo in uno spazio ridotto, questi sono piuttosto conflitti territoriali, lotte per il dominio. Ci sono fanatici e gruppi religiosi che non si possono facilmente separare. Il nostro personale di sicurezza è del tutto sovrastato da queste situazioni”.

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© REUTERS/ Soe Zeya Tun Attenzione agli immigrati che vogliono adottare la shariah in Italia e nell’intera Europa

Rispetto all’enorme numero di invasori, migranti e profughi che si sono sparsi in Germania, dopo che la cancelliera Angela Merkel li ha invitati a venire, Wendt ha detto che quelli che sono arrivati hanno portato con loro la “sharia” (legge islamica).

“Loro non ripettano le nostre leggi. Per istinto sanno che le nostre leggi sono deboli sanno che non importa come si comportano male, perchè questo non apporta nessuna conseguenza sul loro status di diritto di asilo. Possono fare più o meno quello che gli piace e lo stato appena reagisce”.

Il potere giudiziale e la parte politica dello Stato dovrebbero rendere molto chiaro a questa gente, fin dal principio, che in questo paese, la sharia come legge non si applica, o qualsiasi altra norma religiosa, ma qui si deve applicare l’obbligo delle leggi tedesche e che noi siamo pronti per far rispettare questo principio”.

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© AFP 2015/ JEAN-CHRISTOPHE MAGNENET In Repubblica Ceca tendenze fasciste a seguito dell’emergenza profughi in Europa

“Queste non sono dispute familiari; stiamo parlando di crimini gravi, delitti penali di estrema gravità, dobbiamo dimostrare che coloro che commettono tali azioni cambiano il loro status da rifugiati in persecutori ed il nostro stato di diritto deve reagire. Queste persone devono essere mandate fuori immediatamente e per questo dobbiamo riaprire un’altra volta le astrutture di deportazione. Queste persone devono essere rinviate da dove sono venute e non devono avere il diritto di attendere l’esito della procedura di asilo in libertà”.

E’ stato inoltre chiesto a Wendt se può essere una buona idea separare (in base al gruppo religioso/etnico) gli invasori, profughi e richiedenti asilo per cercare di ridurre la violenza: Wendt ha risposto che il ragionamento che sottintende a questa proposta è, secondo lui, un segno di impotenza della società. Sarebbe appena possibile praticare una separazione anche se per motivi religiosi.
“Chi vorreste separare? I sunniti separati dagli sciiti, i salafiti moderati dai salafiti radicali? Quando alla fine sono tutti seguaci delle credenze mussulmane, questo non risulta possibile”, ha dichiarato Wendt.

Nota: Questa intervista non è stata divulgata dalla maggior parte dei media intenti a dare una versione “buonista” e caritatevole dell’arrivo delle masse di profughi in Europa dei quali, una buona parte si professano siriani, anche se è noto che i documenti siriani si acquistano sul mercato nero ad un prezzo fra i 500 ed i 1500 dollari (secondo il tipo di documento) e questo permette a molti pakistani, Afghani e di altre etnie, di farsi passare per siriani.

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Flusso di migranti gestito dagli USA? In Europa alcuni ne sono convinti

Quello che dice fuori dai denti il responsabile della Polizia Federale tedesca è molto indicativo ed attesta quello che si sapeva: l’invasione non è casuale ma è pianificata, con la complicità della Turchia e di varie organizzazioni ONG che finanziano ed incentivano i viaggi, vi sono prove documentate di questo ed hanno indagato su tale aspetto anche i servizi di intelligence dell’Austria che hanno documentato queste complicità. L’invasione non è pacifica ma finalizzata a prendere piede per un futuro di dominio di masse islamiche wahabite e salafite, radicalizzate su parti del territorio dei paesi europei, come già si riscontra in vari paesi del Nord Europa dove, in alcune zone, è vigente la saharia come norma applicata di fatto fra gli immigrati. Vedi: InfoDirekt, Vienna: gli Usa finanziano il traffico di migranti

Dietro questa invasione ci sono i finanziamenti dell’Arabia Saudita, paese da sempre ispiratore e istigatore del radicalismo islamico di impronta wahabita, intollerante e assolutista, portatore di violenza e sopraffazione verso le altre confessioni. L’Arabia Saudita si è già offerta di finanziare la realizzazione di altre 200 moschee in Germania. L’Arabia S. è un paese alleato di ferro con gli Stati Uniti e con Israele ed al centro di tutte le trame (incluso il finanziamento dei gruppi terroristi) nel Medio Oriente per rovesciare i regimi laici, nazionalisti o di fede sciita ed alawita (vedi Libia, Iraq, Siria). “I paesi occidentali si sono inchinati al potere ed al denaro della dinastia dei Saud (detto dal patriarca cattolico siriano,Ignatius Joseph III Younan).

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Shengen addio, welcome migranti!

La cancelliera Angela Merkel, la stessa che pochi mesi prima aveva negato (durante una diretta TV) ad una profuga palestinese radicata in Germania, la possibilità di rimanere, provocando il pianto della ragazzina, ha deciso improvvisamente di aprire le porte all’invasione dichiarando che la Germania avrebbe accolto tutti i siriani, scatenando una invasione di massa che ha messo in crisi paesi come la Serbia, l’Ungheria, la Croazia e la Slovenia. Un comportamento apparentemente strano ma che trova la sua spiegazione in un preciso ordine o direttiva a cui la Merkel ha voluto obbedire ed adeguarsi.
Possiamo indovinare da quale centrale sia arrivata tale direttiva. Niente avviene per caso.

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AFP 2015/ LEHTIKUVA/Panu Pohjola Intesa tra UE e Turchia per limitare l’afflusso di migranti

La stessa cancelliera Merkel si è recata, la scorsa settimana, ad Ankara dal presidente turco Erdogan (il nuovo “sultano”) per trattare con lui di detenere il flusso dei migranti in cambio di concessioni, aiuti finanziari ed il possibile ingresso della Turchia nella UE.
Naturalmente tratta la questione lei per conto di tutti i “sudditi” europei che non hanno voce in capitolo. Anche di queste eventuali decisioni se ne vedranno presto gli esiti negli stessi paesi europei.

Originariamente pubblicato sul sito Controinformazione.info

Populismo

Perché Europa e Obama farebbero bene a cercare di capire i vari Putin e Orban anziché trattarli da mostri

Mondiali 2014, Finele: Germany Argentina

L’infornata di sanzioni Ue contro Mosca appena approvata dai governi europei era inevitabile ed è appropriata: a prescindere da ogni altra considerazione di politica e di diplomazia internazionali, chi destabilizza un paese confinante armandone i ribelli con sistemi bellici così sofisticati che costoro non sono capaci di usarli, e finiscono per abbattere un aereo civile uccidendo 300 innocenti, merita una punizione. Non ci sono giustificazioni per fatti del genere, come non ce ne sono quando l’artiglieria israeliana colpisce le scuole dell’Onu dove hanno cercato riparo i civili palestinesi e non ce ne sono quando i razzi palestinesi seminano il terrore nelle cittadine israeliane.

putin-assadTrovo invece patetica la crescente demonizzazione di Vladimir Putin, indicato sempre più come l’uomo da abbattere affinché tutto torni alla normalità, e la cooperazione fra Russia, Usa e Unione Europea in vista del trionfo universale della convivenza pacifica, della liberaldemocrazia e dell’economia di mercato globalizzata ricominci come ai bei tempi della presidenza Eltsin.

Le esperienze del passato sembrano non avere insegnato nulla: l’opinione pubblica occidentale ha creduto che bastasse sbarazzarsi di Saddam Hussein, di Mubarak o di Gheddafi per vedere trionfare la libertà e la democrazia nel mondo arabo, salvo poi scoprire che le cose erano meno semplici di quanto pareva dall’esterno. Il conflitto israelo-palestinese? Una volta fuori gioco Sharon e Arafat, nemici che si reggevano reciprocamente, israeliani e palestinesi più flessibili dei loro due capi avrebbero trovato la quadratura del cerchio. Infatti… Adesso si pensa la stessa cosa di Putin, di Bashar el Assad e persino di Erdogan, capo di governo turco eletto e rieletto ogni volta con maggioranze sempre più ampie.

L’idea che un dittatore o un leader autoritario o semi-autoritario siano espressione di una specifica e irripetibile costellazione storica, sociale, culturale, politica ed economica continua a non sfiorare le menti della maggior parte dei commentatori e della gente comune. Per l’americano e l’europeo medi, intrisi di cultura individualista, il dittatore o l’uomo forte sono espressione di se stessi e di una volontà di potenza individuale, niente di più. Quando il loro modo di fare politica crea dei problemi all’Occidente, la cosa da fare perché spariscano quei problemi è far sparire il disturbatore in persona. Certo, ci sono pur sempre politici e intellettuali di alto profilo – come Henry Kissinger, Mikhail Gorbaciov, Stephen Cohen – che spiegano che in realtà il leader del Cremlino fa quello che qualunque capo di Stato russo avrebbe fatto in circostanze analoghe, perché nessun governante moscovita può permettere che l’Ucraina scivoli nell’area politico-militare della Nato. Ma sono in minoranza e le loro idee non vengono prese in considerazione.

Viktor OrbanQualcosa però si sta muovendo, e merita attenzione e approfondimento, senza giudizi precipitosi: le situazioni si stanno evolvendo sotto i nostri occhi. Ha fatto scalpore un discorso del premier ungherese Viktor Orban (foto a sinistra) pronunciato il 26 luglio scorso. Dopo aver premesso che l’esperienza della crisi finanziaria internazionale dimostra che «gli stati liberaldemocratici non sono in grado di restare competitivi a livello globale», ha affondato un colpo sbalorditivo: «Non credo che la nostra appartenenza all’Unione Europea ci precluda la possibilità di edificare un nuovo stato illiberale, basato sulle nostre fondamenta nazionali», ha detto.

Il progetto avrebbe due motivazioni. Una di tipo identitario: «l’Ungheria non è un’ammucchiata di individui, è una nazione», ha detto il primo ministro. Mentre libertà e democrazia devono continuare a prevalere, l’ottica dei diritti individuali dovrebbe lasciare posto all’etica dei doveri verso il proprio popolo. Poi ci sono motivi economici. La globalizzazione economica e la liberaldemocrazia individualistica sono un binomio che sembra non funzionare: con la relativa eccezione degli Usa, che sono pur sempre la potenza dominante, e della Germania favorita dall’architettura dell’euro, i paesi che sembrano reggersi meglio non appartengono all’Occidente: «Oggi il mondo cerca di capire la natura di sistemi che non sono occidentali, che non sono liberali e fore non sono nemmeno democrazie, ma che hanno successo». I nomi? Orban menziona Singapore, Cina, India, Russia e Turchia. Sono alcuni dei paesi i cui leader sono maggiormente criticati nella stampa europea e statunitense.

A parte la disinvoltura con cui Orban mette insieme sistemi che si possono definire democratici con altri che non lo sono minimamente, è vero che un numero crescente di paesi che non appartengono all’Occidente e che spesso non condividono i suoi valori stanno ottenendo successi politici e/o economici. A volte anche quando l’economia rallenta, il consenso per i governi resta alto. Il tasso di approvazione di Vladimir Putin, il nuovo “uomo nero” dei media occidentali, all’inizio di giugno aveva toccato il massimo storico dell’83 per cento. Anche Erdogan, che nei mesi delle proteste di piazza Taksim era sceso dal 59 del 2013 al 39 per cento, è risalito oltre il 50 per cento ed è il favorito assoluto per le presidenziali del 10 agosto. Nell’aprile scorso Viktor Orban, la bestia nera della Commissione europea e del Parlamento europeo, ha vinto un nuovo mandato da primo ministro col 44,5 per cento dei voti.

Cena di gala per Merkel e Obama al castello di CharlottenburgEffettivamente siamo in presenza di due problemi. Il primo è che il modello politico occidentale, presentato come la sintesi perfetta di prosperità, giustizia sociale, economia di mercato, libertà pubbliche e private, sistema politico democratico non attira più come in passato. Gli europei per primi avvertono i suoi limiti. In un mondo dominato dai movimenti dei grandi capitali e dalla finanziarizzazione dell’economia, dove tutti i paesi sono costretti a praticare le stesse politiche economiche e sociali fin nei dettagli per non veder esplodere il debito sovrano, dove il margine di manovra dei parlamenti nazionali si fa sempre più stretto perché l’80-90 per cento delle norme viene decisa non democraticamente a Bruxelles, dove le sentenze dei tribunali costituzionali, delle Corti europee e delle Corti d’appello stabiliscono quali leggi possono essere approvate dalla volontà popolare e quali no, dove le varie leggi nazionali sulle varie “fobie” riducono costantemente lo spazio della libertà di parola, viene da interrogarsi se quella che vige sia democrazia sostanziale e se le libertà siano formali o reali.

Le leggi e la pressione del conformismo culturale ci obbligano a parlare in un certo modo e ci puniscono con l’emarginazione o con sanzioni penali se deroghiamo, i giudici cassano le leggi che abbiamo approvato votando per un certo partito (per esempio quella sulla fecondazione eterologa; e a Strasburgo stavano per mettere fuorilegge i crocefissi nelle scuole, se non fosse intervenuta la Grand Chambre), i mercati finanziari e i vincoli della moneta unica europea decidono al posto dei governi cosa si può fare e cosa non si può fare. È ancora democrazia questa? È ancora libertà?

Poi c’è l’altra grande questione: l’incapacità di guardare agli altri come altri, di dare un significato all’alterità. Così il russo è solo un euro-asiatico politicamente immaturo, che si è lasciato sedurre e manipolare dal proprio capo supremo. Liberiamo il minorenne russo, incline a credere a tutto ciò che la propaganda di Stato gli propina, dal suo tutore, e Mosca diventerà come Belgrado: una capitale di tradizione slavo-ortodossa desiderosa di omologarsi in tutto e per tutto ai canoni dell’Unione Europea.

milosevicIl paragone fra la Serbia di Milosevic e la Russia di Putin l’ho letto nelle pagine dell’autorevolissimo New York Times: secondo Roger Cohen bisogna trattare Putin come Milosevic, e la Russia farà lo stesso percorso che ha fatto la Serbia. Forse Cohen farebbe bene a ricordarsi come trattammo la Russia al tempo della crisi del Kosovo. A Mosca c’era Eltsin, che pur protestando molto di fatto dette il via libera ai bombardamenti Nato su Belgrado e sulle truppe serbe in Kosovo, perché non minacciò un intervento militare. Quando Belgrado capitolò, Mosca fece da mediatrice fra la Serbia e la Nato per le decisioni relative all’ingresso delle truppe euroatlantiche in Kosovo e chiese di potere avere un ruolo. Venne tenuta fuori come un lebbroso. Eltsin dovette mandare i suoi parà nottetempo all’aeroporto di Pristina, in una specie di blitz insensato – i parà russi erano un’isoletta circondata dai militari degli altri paesi- per dare al mondo l’impressione che la Russia stava sorvegliando le attività della Nato in Kosovo.

Con questi precedenti – oltre alle promesse tradite fatte a suo tempo a Gorbaciov di non accogliere nella Nato i paesi che uscivano dal Patto di Varsavia – non c’è da stupirsi della politica di Putin. L’ex ufficiale del Kgb ha fatto quello che qualunque altro presidente russo avrebbe fatto. Dopo avere rimesso un po’ in piedi la Russia dal punto di vista economico e del funzionamento delle istituzioni (al tempo di Eltsin c’era una bellissima libertà di parola e di stampa, ma più povertà che sotto il comunismo e la paralisi completa dei servizi pubblici) il nuovo leader ha cercato di restaurare la forza della Russia come grande potenza e di bloccare l’espansione della Ue e della Nato in direzione di Mosca.

In Ucraina sta perdendo la partita, come tutti capiscono sin dai giorni dell’occupazione della Crimea. Ma se Putin dovesse uscire di scena perché l’Ucraina scivola definitivamente verso Washington, le probabilità che a ciò corrisponda una democratizzazione e liberalizzazione della vita politica russa sono pari quasi a zero. Ha scritto George Friedman su Stratfor, il principale sito internet americano di geopolitica: «Coloro che pensano che Putin sia allo stesso tempo il più repressivo e il più aggressivo leader russo immaginabile dovrebbero riflettere che le cose non stanno così. Lenin, per esempio, faceva paura. Ma Stalin fu molto peggio. Potrebbe venire un tempo in cui il mondo guarderà a Putin come a un tempo di liberalità. Perché se la lotta di Putin per sopravvivere e dei suoi sfidanti interni per spodestarlo dovesse diventare più intensa, la disponibilità di tutti a diventare più brutali potrebbe ugualmente crescere».

isilLa Russia sta destabilizzando l’Ucraina, su questo non ci piove. Ma anche la Ue e la Nato stanno destabilizzando la Russia, consapevolmente o inconsapevolmente. Non stanno semplicemente osteggiando un leader autoritario: stanno mettendo in pericolo l’esistenza politica e istituzionale della Russia. Gli europei probabilmente sono in buona fede, e credono di poter fare della Russia un’altra Serbia, convertita all’europeismo dopo la caduta di Milosevic; ma gli americani pensano a una Russia serbizzata in un altro senso: un’entità politica smembrata di diritto o di fatto, gestita da oligarchi ai quali sarebbero affidati spazi territoriali specifici, la quale non costituirebbe più una minaccia geopolitica per gli Usa.

Insomma, all’amministrazione Obama non dispiacerebbe se la Russia andasse in pezzi, come ci stanno andando Siria e Iraq. Ai tempi di G.W. Bush la linea ufficiale consisteva nell’esportazione della democrazia, che avrebbe trasformato i nemici in amici. Al tempo di Obama, più realisticamente si mira a disintegrare dall’interno i nemici. Resteranno nemici, ma non nuoceranno più. Nella democrazia come sistema universale prima di tutto sembrano non crederci più gli americani, cioè quelli che l’hanno inventata.

Inutile dialogare con l’islam

Intervista a Edward Luttwak di Andrea Cuomo

michigan protesters - no democracy we want just islam
michigan protesters – no democracy we want just islam

Professor Edward Luttwak, l’attentato di Bengasi ria­pre il conflitto tra l’islam e gli Stati Uniti?

«Il conflitto non è tra il mondo islamico e gli Stati Uniti, ma tra il mondo islami­co e l’intero mondo non islamico. A Mindanao attaccano i filippini cristiani, il Paki­stan è in conflit­to con l’India, ovunque c’è l’islam in contatto con il non-islam, l’incitamento alla violenza da par­te dei predicatori ha il suo effetto.
Per fortuna in pochi ricorrono al­la violenza, ma tutti gli altri stan­no a guardare, compresi eserciti e forze dell’ordine».

È molto carico l’economista sta­tunitense di origine romena, 69 anni, conosciuto per le sue pub­blicazioni sulla strategia militare e la geopolitica, che segue con grande attenzione le vicende ita­liane e parla benissimo la nostra lingua.
Pessimista e provocatorio lo è sempre stato; che sia contra­rio al buonismo del dialogo con i sordi e alle missioni di pace in genere non è certo una novità.
Eppu­re stavolta c’è qualcosa di più: a migliaia di chilometri di distanza da noi, la sua rabbia serena, se si può dire così, stavolta si percepisce anche attraverso il filo del tele­fono.
Forte e chiara.
Per lui ogni sforzo di venire a patti con l’islami­smo è sciocco e va­no.
E inutilmente cercheremo rag­gi di luce nel cor­so dell’intervista.

Un quadro cupo, il suo…

«Ma non è mica un quadro cu­po, è la realtà».

Dove potrà arrivare la reazio­ne degli Stati Uniti?

«Guardi, c’è un macrotrend evi­dente, che è quello di lasciare gli islamici cuocere nel loro brodo.
Gli Stati Uniti sono riluttanti a in­tervenire in Libia, in Siria, perché è chiara ormai l’inutilità di certe azioni.
Basti pensare all’Irak, al­l’Afghanistan. Grandi spese, nes­sun risultato. Una perdita di soldi e di tempo.
Me lo lasci dire, in alcu­ni casi si tratta di barbari che go­vernano selvaggi.
È tutto inutile.
L’ambasciatore Chris Stevens rappresentava quell’entusiasmo per la questione mediorientale che ora, con la sua uccisione, sarà sempre meno convincente e avrà sempre meno riscontro nella real­tà ».

Questo è il macrotrend, come lo chiama lei. Ma nell’imme­diato qualcosa l’Occidente può fare?

«Certo: possiamo liberarci del linguaggio falsificante.
Ad esem­pio non c’è una nuova democra­zia in Libia, perché se non c’è ri­spetto della persona non può es­serci democrazia.
E non credo che le cose potranno cambiare per un secolo o due.
Per ora islam e democrazia sono due parole in­compatibili ».

Ma ci sono esempi di islam de­mocratico, pensi alla Turchia…

«Certo, ma lì c’è democrazia nella misura in cui ci sono regimi anti-islamici. Ma appena sale al potere un partito islamico, e con Erdogan ci siamo quasi, bye-bye alla democrazia turca».

L’attentato all’ambasciata Usa a Bengasi ha colpito l’Occidente senza varcare i confini li­bici. Possiamo attenderci di es­sere colpiti prossimamente anche all’interno dei nostri confini? Ci potrebbe essere un altro 11 settembre?

«Solo nei limiti delle possibilità degli islamisti, che per fortuna so­lo limitate.
Del resto l’11 settem­bre è stato “fabbricato” in Occidente, basti pensare a Mohammed ’Atta, uno degli attentatori, un ingegnere egiziano che lavora­va in Germania.
Quando invece gli attentati sono progettati in que­sti Paesi non arrivano a questo li­vello di organizzazione.
Gli isla­mici sono incapaci anche nella violenza».

Neanche l’Italia corre rischi a suo giudizio?

«L’Italia e tutta l’Europa non hanno nulla da temere, soprattut­to se agiranno con moderazione ».

Ecco, qual è il ruolo in tutto questo dei Paesi che affaccia­no sul Mediterraneo e in parti­colare dell’Italia?

«Nessun ruolo.
I Paesi del Medi­terraneo hanno solo la sfortuna di essere più vicini geografica­mente all’islam, dovranno turar­si il naso per non sentire la puzza di integralismo, di ideologia, di selvaggeria. Mentre noi negli Stati Uniti abbiamo il lusso di essere lontani da tutto ciò».

Beh, c’è sempre la diploma­zia. Possibile non possa fare nulla?

«Certo, bisogna essere diplo­matici, ma non cretini.
Quando trattiamo con i Paesi islamici è giu­sto essere cauti e moderati.
Ma quando parliamo tra di noi occi­entali è meglio non prenderci in giro, almeno nell’uso delle parole ».

da “Il Giornale” del 14 settembre

Mavi Marmara

La copertina del libro di Sefik Dinc
La copertina del libro di Sefik Dinc

Il 24 settembre, il giornalista turco Sefik Dinc ha concesso un’intervista al Canale televisivo 1. Dinc ha personalmente assistito al confronto che c’è stato sulla Mavi Marmara ed ha descritto l’incidente in un libro intitolato Kanli Mavi Marmara.

Il suo racconto è abbastanza equilibrato, dando un peso considerevole agli eventi che personalmente ha visto e vissuto (1).

Nell’intervista concessa a Channel 1, Dinc ribadito un punto fondamentale che ha riportato nel suo libro.

Ha detto che aveva visto con i propri occhi che i soldati dell’IDF discesi dagli elicotteri non hanno sparato sui passeggeri.
Secondo Dinc, i soldati non hanno sparato fino a quando i non si sono resi conto che alcuni colleghi erano in pericolo di vita (2)
Le descrizioni e le osservazioni aggiuntive fornite dal libro e nell’intervista sono coerenti con le testimonianze dei soldati israeliani che sbarcarono sul Mavi Marmara.

Esse sono in totale contraddizione con la ricostruzione fatta dall’ IHH sugli eventi della flottiglia e che si basa sulle testimonianze di parte di attivisti che erano a bordo.
Su tali testimonianze e pregiudiziali si è basato il rapporto unilaterale compilato dal Consiglio dei diritti umani e presumiamo che sarà la base della relazione della Turchia alla missione d’inchiesta delle Nazioni Unite.

After the three soldiers landed on the ship, they were beaten and taken to the ship’s interior.
After the three soldiers landed on the ship, they were beaten and taken to the ship’s interior.

Dinc è stato intervistato da Rafael Sadi, il portavoce dell’Organizzazione degli immigrati turchi in Israele. L’intervista è stata trascritta dal ITIC.

Intervistatore : Nel suo interessante libro, lei scrive che il governo turco non avrebbe dovuto lasciar salpare la flotta, perché?

Dinç: Israele ha dichiarato più volte che non avrebbe lasciato che le navi forzassero il blocco. Alla luce di tali dichiarazioni, noi tutti non abbiamo mai creduto che le navi potrebbero raggiungere Gaza. Le navi non avrebbe dovuto salpare dalla Turchia, ma le cose siano andate in quel modo dopo tutto.

Intervistatore : Secondo la sua testimonianza oculare, i soldati dell’IDF hanno aperto il fuoco solo quando hanno ritenuto che la loro vita o la vita dei loro commilitoni fosse in pericolo

Dinç: sapete, ero a bordo. Ho visto con i miei occhi che quando i soldati si sono calati dagli elicotteri e ha iniziato lo sbarco sulla nave non hanno sparato un colpo. E’ stato così fino a quando i soldati sono stati affrontati con violenza e si sono resi conto che alcuni di loro erano in pericolo di vita, allora hanno iniziato ad utilizzare munizioni vere.

Intervistatore : Ti sei accorto dell’uso di coltelli o comunque di sbarre di ferro?

The soldiers who rappelled from the helicopters were met with resistance from the passengers. The first three soldiers were caught, beaten with iron bars and wooden clubs, and taken to the space below the captain’s command bridge.
The soldiers who rappelled from the helicopters were met with resistance from the passengers. The first three soldiers were caught, beaten with iron bars and wooden clubs, and taken to the space below the captain’s command bridge.

Dinç: In realtà, non ho visto usare coltelli. Ho visto usare barre di ferro.

Intervistatore : nel suo libro lei descrive alcuni casi di trattamento umano da parte dei soldati dell’IDF, ai passeggeri detenuti, come la rimozione delle manette. Lei ha avuto anche un interessante incontro con un soldato Ebreo di origine turca che vi ha dato il suo cellulare.

Dinc : I soldati tolsero le manette ad alcune persone che avevano difficoltà, agli anziani in particolare, le donne e la gente che non aveva agito in modo aggressivo. Per quanto riguarda il poliziotto israeliano, il suo turco è stata eccellente, abbiamo parlato, e lui mi disse che era immigrato in Israele da Istanbul. Mi chiese se avevo contattato la mia famiglia e se avevo un telefono per effettuare una chiamata. Gli ho detto di no e lui mi ha dato il suo telefono cellulare per permettermi di chiamare la mia famiglia.

Intervistatore : Il suo libro è equilibrato e meno unilaterale. Non teme che non possa piacere al governo turco e che sarà oggetto di critiche?

Dinc : Quando ho iniziato a scrivere il libro, sapevo che a molti elementi in Turchia non sarebbe piaciuto come ai membri del IHH, il governo turco, ed anche al governo israeliano.

Intervistatore : la ringrazio molto e le auguro successo come giornalista imparziale.

(1) See September 15 Information Bulletin: “Preparations made by IHH for confrontation with the IDF and the violence exercised by that organization’s operatives as photographed and documented in a book by Şefik Dinç, a Turkish journalist who took part in the Mavi Marmara flotilla”.

(2) In his book, Dinç says that the first shots were heard only after three IDF soldiers were taken hostage and brought to the lower deck. (Nel suo libro, Dinc dice che i primi colpi sono stati sentiti solo dopo tre soldati israeliani sono stati presi in ostaggio e portati al ponte inferiore)

(3) ITIC emphasis throughout.

L’intervista in lingua originale

La Turchia torna al passato

Teste di Armeni
Teste di Armeni

Il Genocidio Armeno : Tra il 1915 e il 1916 un milione e mezzo di armeni furono eliminati o lasciati morire di fame e stenti. Scrissi tanto tempo fa, questo articolo : La Turchia di Atatürk verso lo scontro tra laicità  e islamismo. Tutti sappiamo che la nazione Anatolica, a fronte del suo laicismo (conquistato e difeso dai militari) voleva entrare in Europa.  Purtroppo le cose non sono andate come speravamo. Il laicismo è stato sconfitto e la Turchia è caduta nelle mani degli islamisti. Gli ultimi avvenimenti, con gli accordi con l’Iran, l’avvicinamento alla Siria, allontanano la possibilità di un qualsiasi ingresso in Europa … almeno dal mio punto di vista.

Aspettiamoci che anche i Turchi a breve si mettano ad odiarci. Prendiamone atto e comportiamoci di conseguenza.

Intanto rinfreschiamoci la memoria e rinfreschiamola anche alla Turchia. E visto che ci siamo ricordiamo anche l’organizzazione dei fratelli musulmani, quella che si sta dando tanto da fare per il califfato mondiale (Sayyd Qutb). Essa nasce in Egitto nel marzo 1928, con la riunione di un gruppo ristretto di persone nella villa egiziana d’Ismaliya, vicino al Canale di Suez. Alla loro testa stava un giovane precettore, un fervente religioso dall’eloquio eccezionale: Hassan al Banna (nato nel 1906 quando l’Egitto faceva parte dell’impero britannico). A dispetto della giovane età, Hassan si scagliava contro la rilassatezza dei costumi che, a sentire lui, stava corrodendo e mandando in rovina la società egiziana. L’Egitto di allora era una monarchia semicoloniale sotto la protezione inglese, dove nepotismo, istituzioni medievali e povertà spadroneggiavano incontrastate. Hassan al Banna era deciso a modernizzare il paese e a liberarlo dal giogo coloniale, attraverso un ritorno collettivo alle fonti della religione musulmana. Fondò un’associazione che incoraggiava il risveglio dell’islam presso gli egiziani, la società dei Fratelli musulmani: una creazione ibrida tra il partito politico, l’associazione religiosa e il movimento di massa organizzato in struttura militaresca.

The Armenian Genocide

http://youtu.be/MSuEeSW0Fys

Però il centrodestra ha solo una cosa da imparare : Berlusconi faccia come Erdogan

La Turchia di Atatürk verso lo scontro tra laicità  e islamismo

Dopo il No della Grande Assemblea Nazionale Turca di Ankara, il primo maggio è arrivato il verdetto della Corte Costituzionale, la Yüce Divan, a fermare la corsa di del ministro degli Esteri Abdullah Gül alla presidenza della Repubblica della Turchia. A decidere l’esito della votazione parlamentare è stata l’opposizione laica che, boicottando la seduta, ha fatto mancare il numero legale e ha reso vano lo scrutinio. I 357 voti, 354 dei quali espressi dal Partito islamico della giustizia e dello sviluppo (Apk) e tre di deputati indipendenti, non sono bastati a sancire la vittoria del candidato filo-islamico appoggiato dal premier Tayyip Erdogan. AI termine della chiamata sono stati contati 361 deputati sui 550 eletti, sei in meno del numero minimo richiesto, e questo ha dato modo ai socialdemocratici del Partito del popolo repubblicano (Chp) di presentare ricorso alla Corte Costituzionale, la quale ha dichiarato nullo il primo turno delle controverse elezioni presidenziali ( tanto per confermare che la sinistra è alleata con i fondamentalisti, NdB).

Il verdetto della Yüce Divan, dove sette membri su 11 sono laici eletti dall’attuale presidente della Repubblica, è stato chiaro: i poteri dello Stato sono laici. Ma in parlamento e per le strade lo scontro con gli islamici potrebbe segnare profondamente il futuro della Turchia. L’opposizione vede in Gül un vero pericolo per la laicità dello Stato, principio fondamentale ispirato al pensiero ideologico del fondatore della Repubblica, Mustafa Kemal Atatürk, il Padre dei Turchi. Il Kemalismo, così venne chiamato il pensiero riformista dello statista turco, abolì il califfato, riconobbe la parità dei sessi, adottò l’alfabeto latino, il calendario gregoriano e il sistema metrico decimale, diede l’impulso decisivo che portò la Turchia verso Europa trasformandola in uno Paese laico ispirato all’Occidente. Un modello del quale i militari sono stati da sempre custodi e al quale non vogliono rinunciare.

L’esercito turco, che lo stesso Atatürk aveva posto a baluardo della laicità della Repubblica, ha giocato un ruolo centrale nella storia moderna del Paese e non ha esitato a intervenire nelle complesse dinamiche parlamentari, incluso l’intervento militare avvenuto in tre diverse circostanze: 1960, 1971, 1980. Alla fine degli anni 90 ha impedito nuovamente che la Turchia fosse consegnata agli islamici e, avvalendosi del Consiglio di sicurezza nazionale (Mgk), ha applicato la propria influenza affinché questo venisse disciolto. Nell’attuale crisi politica potrebbe avvenire la stesa cosa; il 12 aprile scorso infatti il generale Yasar Buyukanit, capo si stato maggiore dell’esercito, ha fatto capire che le forze armate mal gradirebbero un rappresentante islamico alla presidenza della Repubblica.

Dando ragione all’opposizione laica, la Corte non ha comunque risolto la crisi politica e non sembra aver evitato l’elezione di un candidato dell’Apk. Il premier Erdogan, conscio del fatto che da uno scontro con l’esercito gli islamici uscirebbero sicuramente sconfitti e il Paese rischierebbe il tracollo, sembra pronto a trovare nuove soluzioni. Come riportato dall’agenzia Turkishpress, dalla una riunione tra il Premier e i vertici di partito, tenutasi dopo la decisione della Corte Costituzionale, sono scaturite alcune soluzioni che potrebbero cambiare il quadro generale della situazione: riduzione del mandato presidenziale da sette a cinque anni, eleggibilità al parlamento ridotta a 25 anni di età, elezione del presidente della Repubblica con voto popolare.

Erdogan sembra quindi aver rinunciato allo scontro diretto, preferendo rimandare alla piazza il duello con i laici. Uno scontro politico che lo vede sicuramente vincente ma le sorti del Paese sono anche legate alle decisioni dell’esercito, ultimo baluardo della secolarità e della laicità, elementi fondamentali della Repubblica Turca rimessi in discussione a 84 anni dalla sua costituzione.

Eugenio Roscini Vitali, 2 maggio 2007