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Gli USA prima potenza petrolifera

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Gli Stati Uniti diverranno nei prossimi anni i maggiori produttori mondiali di petrolio e gas, materie prime di cui saranno presto anche esportatori.
La notizia, destinata a modificare radicalmente gli equilibri geopolitici internazionali e probabilmente la percezione stessa dell’America nel mondo, è stata ufficializzata dal recente rapporto World Energy Outlook redatto dall’Agenzia Internazionale dell’Energia. “Il Nord America è in prima linea di una trasformazione radicale della produzione di petrolio e gas che interesserà tutte le regioni del mondo“ ha dichiarato il direttore esecutivo dell’AIE, Maria van der Hoeven.
L’analisi evidenzia il culmine di un mutamento che in vent’anni ha visto Washington passare dal top della classifica mondiale dei consumatori di energia e importatori di petrolio al primo posto tra i produttori, anticamera della piena autosufficienza energetica.
I primi a vedersi sorpassare dagli americani saranno i russi che nel 2015 scenderanno al secondo posto tra i produttori mondiali di gas ma due anni dopo toccherà ai sauditi perdere il primato tra i produttori di greggio.
“Attorno al 2017, gli Stati Uniti diventeranno il principale produttore di petrolio, superando l’Arabia Saudita – ha sottolineato Fatih Birol, economista dell’agenzia.
Le previsioni indicano che nel 2030 gli Stati Uniti produrranno petrolio sufficiente a soddisfare il fabbisogno interno e ne diventeranno esportatori.
A premiare gli sforzi statunitensi sul fronte energetico non contribuiscono solo l’aumento della produzione interna e le tecniche estrattive improntate alla massima efficienza ricavando il metano dalle argille (shale gas) e combinando la perforazione orizzontale con la fratturazione idraulica.
Anche le politiche di contenimento dei consumi e l’adozione di misure concrete per il risparmio energetico e lo sviluppo di biocarburanti per veicoli e aerei contribuiscono a ridurre il fabbisogno e la dipendenza dalle importazioni.
I dati di oggi rivelano la tendenza definita dal rapporto: nei primi nove mesi di quest’anno  gli Stati Uniti hanno estratto circa 6,2 milioni di barili di greggio, 1,2 milioni in più del 2008.
“Nel 2011, per la prima volta dal 1949, gli Stati Uniti sono divenuti esportatori netti di prodotti raffinati, mentre la dipendenza dalle importazioni di petrolio greggio ha conosciuto un’inattesa inversione, scendendo in cinque anni dal 60 al 42 per cento grazie all’aumento della produzione (20 per cento dal 2008) e al declino dei consumi dopo il picco toccato nel 2007 ” ha scritto su “Affari Internazionali”  Alberto Clò, professore ordinario di Economia industriale all’Università di Bologna e Direttore della Rivista Energia.
“L’aumento della produzione di shale gas, salita al 40% della complessiva offerta, ha reso il paese sostanzialmente indipendente, creando oltre un milione di posti di lavoro e generando un surplus d’offerta che ha fatto crollare i prezzi interni del metano a livelli 3-4 volte inferiori a quelli del 2008 e a quelli oggi praticati in Europa” ha aggiunto Clò.”
La produzione americana di greggio è prevista aumentare entro il 2020 da 9,0 sino a quasi 16,0 milioni barili/giorno e quella di gas metano da 575 sino a 709 miliardi metri cubi nel 2030.
Citigroup ne stima il complessivo impatto incrementale sulla ricchezza americana nell’ordine di 2-3 punti percentuali, con un drastico taglio dell’energy bill con l’estero, che conta per oltre la metà delle complessive importazioni; un ulteriore rafforzamento del dollaro; forte crescita dell’industria e dell’occupazione.”
Nello stesso periodo in cui gli Stati Uniti raggiungeranno la piena autosufficienza energetica, l’AIE prevede che l’Asia continui a sostenere la domanda globale di petrolio, destinata a crescere di 7 milioni di barili al giorno entro il 2020 e a raggiungere i 100 milioni di barili al giorno nel 2035 contro  gli 87 milioni di barili del 2011.
I cambiamenti sul mercato dell’oro nero indicati dall’agenzia non riguardano solo gli Stati Uniti. L’Iraq ad esempio è destinato ad aumentare del 45 per cento la sua produzione entro il 2035 superando la Russia per livello di esportazioni.
Difficile valutare l’impatto sui prezzi poiché i fattori che lo determinano possono variare rapidamente e non dipendere solo dal nuovo ruolo degli Stati Uniti,  ma secondo l’AIE il costo del greggio salirà dai 108 dollari al barile di oggi a circa 125 dollari  (in termini di valore costante al netto dell’inflazione, pari a 215 dollari in termini reali) anche se negli ultimi tempi gli sbalzi sono stati vertiginosi: da un dollaro e mezzo al barile del 1970 agli 8 dollari del 1974,  dai 147 dollari del 2008 ai 50 dell’anno successivo.
Le stime sui prezzi dei prossimi 20 anni non tengono conto infatti delle variabili rappresentate da conflitti e tensioni nelle aree di maggior produzione di petrolio e gas che, dal Medio Oriente all’Asia Centrale all’Africa, sono in buona parte ben poco stabili o già destabilizzate.
Sui prezzi dipenderà inoltre il mantenimento di accordi tra i produttori come quelli in vigore oggi nell’ambito dell’Organizzazione dei Paesi produttori di petrolio (OPEC) o quello stipulato tra Stati Uniti e Arabia Saudita per garantire stabilità nelle forniture e nei prezzi ai mercati internazionali.
Il primato statunitense potrebbe cambiare radicalmente gli equilibri del mercato energetico portando i produttori a dirigere i flussi sempre di più verso l’Asia che con i suoi colossi economici e industriali avranno sempre più bisogno di energia.
L’AIE valuta che Cina, India e Medio Oriente assorbiranno oltre il 60 per cento dell’aumento del fabbisogno di energia nei prossimi anni. Un processo del resto previsto da tempo e in parte già in atto mentre il ruolo degli Stati Uniti tra i produttori di gas e petrolio potrebbe rendere più improbabile il distacco delle quotazioni energetiche dal dollaro propugnato oggi da Iran e Cina.
Al di là dell’impatto benefico sull’economia nazionale e sulla bilancia dei pagamenti, l’autonomia energetica potrebbe influire pesantemente sulle priorità strategiche di Washington e sulla percezione e difesa dei suoi interessi nazionali.

Una montagna di merda

La teoria della montagna di merda®

 Montagna-di-merdaA grande richiesta, mi chiedono di ripostare la “Teoria della montagna di merda” dal vecchio blog. Essa risale a qualche anno fa. Eccola qui. Alcune persone godono nel particolare hobby di fare “debunking“. Il debunking e’ l’abitudine di dimostrare, punto per punto, che le teorie cospirazioniste (UFO, HAARP, rettiliani & co) siano false. Non ho voglia di spiegare che la cosa piu’ difficile da dimostrare al mondo sono proprio le verita’ piu’ semplici, direi quasi gli assiomi, se non fosse che non si dimostrano affatto, ci si limita a constatare che siano assiomi e che siano necessari o presenti, per chi si occupa di matematica inversa.
Quanto piu’ vicini siamo alle evidenze ed agli assiomi, quanto piu’ complesso sara’ dimostrare qualcosa, nella media. I problemi sulle qualita’ di base dei numeri sono quelli che, come la congettura di Riemann, resistono di piu’ all’assalto intellettuale dei dimostratori.
Allo stesso modo, dimostrare che nessuna industria farmaceutica ci stia irrorando gratis di anticoncezionali perche’ agli azionisti piace venderli, e’ di una complessita immensa; entrerebbero in gioco Peano e Pareto, e come scrive qualcuno tutti mi darebbero immediatamente del fascista.
Il guaio e’ un altro: cento milioni di scimmie che battano tasti a casaccio su cento milioni di macchine da scrivere per cento milioni di anni probabilmente scriveranno l’opera magna della letteratura di ogni tempo e luogo. Il problema e’ che produrranno anche una cataclismica, spaventosa, leviatanica, galattica Montagna di Merda.
La proporzione tra le due cose, catastroficamente a favore della merda, e’ tale che normalmente si danno le macchine da scrivere in mano a persone delle quali si presume che scriveranno qualcosa di buono. Il motivo e’ molto semplice: se anche le nostre scimmie scrivessero l’opera magna di ogni tempo e di ogni luogo, il tempo necessario a scartare tutte le altre opere sarebbe infame. Questo e’ alla base di quella che io chiamo “La teoria della montagna di merda“.
Essa dice, in sostanza, che un idiota puo’ produrre piu’ merda di quanta tu non possa spalarne. Prendiamo per esempio il famoso motore di Schietti.
Si tratta di una bufala catastrofica; e’ vero che i palloncini saliranno in alto, ma per gonfiarli in fondo al cilindro abbiamo usato piu’ dell’energia che otterremo. Questa cosa e’ stata fatta presente a chietti, dicendogli che un certo Boyle e un certo Mariotte hanno detto delle cose sensate qualche tempo fa. Il risultato e’ stato che lo Schietti se n’e’ uscito con un ulteriore delirio “Schietti dimostra falsa la legge di Boyle-Mariotte“.
La cosiddetta dimostrazione consiste nell’introdurre ulteriore complessita’: una macchina fatta di due componenti e’ difficile da falsificare, una macchina composta da stantuffi, leve, ingranaggi, miliardi di circuiti logici, eccetera, e’ dialetticamente impossibile da debunkare completamente, perche’ mancano le competenze. Prendiamo per esempio il processore del vostro PC: si potrebbe dire che possa parlare con l’aldila’. Se siamo ciarlatani, intendo. A quel punto arriverebbe un tizio che lavora in Verilog o in VHDL e ci spiegherebbe che niente in un processore parla con l’aldila’. La risposta del cialtrone a quel punto sara’ qualcosa di relativo alla fisica del silicio.
Il guaio e’ che a quel punto l’esperto di Verilog esaurisce la sua competenza, perche’ la parte al silicio gli e’ nota solo in parte (quel tanto che serve a scrivere codice eseguibile dall’hardware nei tempi previsti), ma se andiamo allo stato dell’arte ci saranno esperti di fisica della materia che passano la vita sul silicio, e chi ha visto la modellazione matematica di un singolo nucleo di idrogeno (un delirio di operatori hermitiani) sa bene che “l’atomo di Silicio” non e’ per nulla una cosa semplice. In pratica, se facciamo affermazioni riferite allo stato dell’arte ci vorra’ un intero team di esperti per contraddirci, a patto di riferirci ad una complessita’ abbastanza grande di fenomeni fisici.
Non esiste una sola persona in grado di discutere allo stato dell’arte di una CPU, ci vuole una squadra intera. Il problema e’ che radunare la suddetta squadra ci costera’ uno sforzo immenso rispetto a quello che costa al cialtrone affermare di pingare la madonna in persona attraverso la sua VPN. In pratica, economicamente parlando vinceranno sempre i cialtroni, perche’ la competenza costa piu’ dell’incompetenza. Ma c’e’ un motivo di tipo umano che mi impedisce di darmi a quest’attivita’. Il fatto, cioe’, che queste persone siano arrabbiate. Oh, non arrabbiate come mi arrabbio io con il cane se mi scava una pianta di susini per seppellirci il pane. Sono arrabbiate come stile di vita, nel senso adleriano del termine. (1) La rabbia per loro e’ una condizione permanente, ontologica, e’ un metodo di ricerca: la tal cosa e’ vera nella misura in cui pensarla sostiene la mia rabbia.
Poiche’ molte delle verita’ che sono passate alla storia sono state inizialmente scomode (2), queste persone ritengono che ogni affermazione che suscita rabbia sia scomoda, ergo vera. Il problema e’ che esse non suscitano una vera e propria rabbia, e non sono nella media nemmeno “scomode“: si tratta quasi esclusivamente di affermazioni fastidiose. Fastidiose perche’ il buon Schietti si ostina ad ammorbare i commenti dei blog di mezzo mondo con la sua parafilosofia. La strategia di queste persone e’ di ammorbare la vita alla gente con la propaganda delle loro idiozie. Poiche’ ad un certo punto ricevono una reazione di fastidio, deducono che la loro “verita‘” sia “scomoda” anziche’ capire che il problema sta nella loro fastidiosa presenza, e non nella loro scomoda verita’. Lo scopo e’ quello di arrivare ad uno scontro, appunto, rabbioso.
E questo e’ dovuto molto semplicemente al fatto che, come ho gia’ scritto, la rabbia e’ la loro condizione esistenziale: rabbia perche’ si sentono impotenti di fronte a banche e multinazionali, rabbia perche’ non riescono a realizzarsi, rabbia perche’ si sentono maltrattati dalla societa’, eccetera. La colpa di tutto questo, ovvero delle loro disgrazie ultime, sta proprio nelle leggende, nei mulini a vento che combattono; e verso i quali rivolgono la loro rabbia. Ma il fatto che la rabbia sia la loro condizione ontologica fa si che essa non sia l’effetto dei mulini a vento,ma la causa. La loro condizione esistenziale e’ di essere arrabbiati, soprattutto, prima di ogni cosa ed a prescindere. Di fatto questi individui si sono aggirati per il mondo, digrignando bile e vomitando odio astioso, con una vocina dentro che chiedeva loro “perche’ tanto odio?” Perche’ tanta ingiustificata rabbia? Improvvisamente arriva il ciarlatano e gli dice: ecco qui, puoi scegliere tra “sono arrabbiato perche’ mi nascondono la verita’ sull’ 11 settembre“, “sono arrabbiato perche’ ci stanno uccidendo con le scie chimiche“, “sono arrabbiato perche’ la free energy viene nascosta al mondo“, eccetera.
In altre parole, le teorie cospirazioniste sono solo un vestito, una copertura che serve a dare una motivazione apparente per una rabbia che altrimenti non si spiega; Blondet e’ arrabbiato perche’ come giornalista e’ una sega fritta, perche’ non ha credito in alcun ambiente giornalistico serio, denunciare il grande complotto degli ebrei gli serve perche’ dire “sono arrabbiato perche’ la mia carriera di giornalista e’ una montagna di letame” suona male, mentre “sono arrabbiato perche’ gli ebrei dominano il mondo e vogliono tagliare un pezzo di pisello a tutti” suona meglio: non contiene un’ammissione di implicito fallimento esistenziale. Ora, qual’e’ la realizzazione massima della rabbia? Contrariamente a quanto si pensa, la massima realizzazione e’ la sua stessa diffusione; perche’ ogni volta che l’arrabbiato vede che qualcuno si arrabbia con lui trae conferma del fatto che fa bene ad arrabbiarsi, e quando qualcuno si arrabbia contro di lui, ha conferma del fatto che le sue teorie sono scomode (quando invece e’ la sua presenza ad essere fastidiosa). Come scriveva Adler in Psicologia Individuale, “il nevrotico trovera’ nella propria nevrosi le energie per sostenere la nevrosi stessa, per quante ne siano necessarie“. (3) O, tradotto in soldoni, essi produrranno sempre piu’ rabbia di quanta ne possiate sopportare; piu’ provocazioni di quanto possiate mantenere la calma, piu’ fastidio di quanto possiate tollerare: l’energia libidica a loro disposizione, la grandezza della forza che li spinge in questo processo ha la cardinalita’ del continuo.
C’e’ un solo modo di neutralizzare questa gente: stabilito che lo scopo principe di queste persone sia di perpetuare e di diffondere lo stato di rabbia “a priori” che produce il loro stato esistenziale, il solo modo di fermarli e’ di evitare i contatti con loro. Essi sono profondamente malati, di una malattia invisibile che si chiama rabbia. Lo scopo ultimo di questa malattia e’ il contagio, e nient’altro che il contagio; non cambierebbe nulla nell’esistenza materiale di queste persone se si scoprisse che la CIA ha demolito le torri gemelle, ne’ se si scoprisse che gli USA vogliono sacrificare la quinta flotta alla guerra contro l’Iran come dice Blondet, in entrambi i casi la nostra italianissima esistenza ne sarebbe inficiata assai poco, ne sarebbero inficiati poco i nostri successi ed insuccessi personali, eccetera. Lo scopo ultimo della rabbia e’ propagarsi. E la sua sconfitta e’ il fatto che gli altri abbiano una vita serena, gioiosa, per nulla arrabbiata. Quindi, caro Schietti, ti dico una cosa: il tuo motore funziona alla perfezione, la free energy e’ alla portata di tutti, la pila di Zamboni potrebbe produrre energia gratis per tutti, (4) ma io sono felice cosi’. E siccome sono felice, non voglio nulla di quanto dici. E sempre sia lodato iptables.

pl3Uriel (1) Ok, ok. Ho conosciuto psicologi adleriani capaci di mettere a posto, in pochi mesi, anni di disastri di apprendisti stregoni. Siccome sono un tecnico, la prima cosa che ho fatto e’ stata di ficcare le mani nella scatola, e ho letto un sacco di cose di Adler. (2) Nella maggior parte dei casi la verita’ e’ comodissima. Sono salito sulla metro stamattina pensando che mi avrebbe portato qui. Era vero. Sarebbe stato peggio se fosse stato falso, e io sbagliando il senso di marcia mi fossi trovato a Cascina Gobba. In questo caso, la verita’ sarebbe comoda mentre la falsita’ sarebbe un rompimento di coglioni. (3) Adler contestava l’affermazione freudiana secondo la quale la rappresentazione della nevrosi di fronte all’analista fosse uno sfogo energetico, un calo libidico sufficiente a fermarla. (4) Non lo penso davvero, ma si tratta di un’affermazione che Schietti non puo’ contestare, visto che gli da’ ragione. La sua rabbia non avra’ quindi espressione, e il meccanismo di tossicita’ della rabbia sara’ fermato.

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LINKS
Fonte: La Teoria Della Montagna Di Merda (di Uriel Fanelli)
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Discount Italia

sessantamilioni di pecore
sessantamilioni di pecore

Per decenni l’Italia è stato un Paese a “sovranità limitata” con una politica estera e di Difesa coordinata e in molti casi imposta dai nostri principali alleati e soprattutto dagli statunitensi. Dal dopoguerra non era però mai successo che il nostro Paese si trovasse guidato da un “governo d’occupazione” che rispondesse direttamente alle “potenze occupanti” come accade oggi con il cosiddetto governo tecnico imposto dai franco-tedeschi e dalla nomenklatura della Ue e messo insieme dal Quirinale consultandosi anche con la Casa Bianca che ha suggerito i ministri di Esteri e Difesa. Due figure di sicura fede atlantista come l’ambasciatore a Washington Giulio Terzi e il chairman del Comitato Militare della Nato, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola. Uomini idonei a garantire che l’Italia resterà un fedele alleato dell’America e manterrà i suoi impegni militari in Afghanistan. Nella sua prima audizione in Parlamento, Di Paola ha infatti confermato questo impegno mentre il titolare della Farnesina (ormai un mito per la stampa italiana perché usa Twitter) ha esordito sulla crisi iraniana dichiarando che “l’Italia sostiene con piena convinzione il piano di sanzioni economiche nei confronti dell’Iran annunciato dall’Amministrazione statunitense”. Più appiattiti di così! Dopo l’attacco all’ambasciata britannica a Teheran, Terzi ha ritirato il nostro ambasciatore nonostante sul piano commerciale l’Italia abbia molti interessi in Iran. Nel timore di apparire poco filo-americano si è poi recato in Turchia a perorare la causa dell’ingresso di Ankara nella Ue, come chiedono da tempo gli Usa. Posizioni che ci auguriamo siano state negoziate in cambio di robuste contropartite ma che temiamo costituiscono un pedaggio obbligato e gratuito nei confronti delle potenze occupanti. A Washington saranno certo soddisfatti ma per ora Terzi assomiglia più a un sottosegretario di Hillary Clinton che a un ministro italiano. Del resto Obama non ne poteva più di Silvio Berlusconi che aveva avuto (forse l’unica iniziativa degna di nota del suo governo) l’ardire di sviluppare una politica energetica e strategica con la Russia  di Putin e la Libia di Gheddafi che ci garantiva ampia autonomia, forse troppa per i nostri “tutori”.  Sia chiaro, la classe politica è indifendibile e la sua colpa più grave non è solo di aver consentito questa nuova forma d’invasione straniera ma di esserne in qualche modo complice. Le opposizioni e parte della stessa ex maggioranza non hanno fatto altro che ripetere che l’Europa  (parola pronunciata sempre con tono solenne, come faceva Romano Prodi) e “i mercati” volevano le dimissioni di Silvio Berlusconi. Nessuno che abbia avuto il coraggio di affermare che i governi italiani vengono fatti cadere dagli elettori italiani, non dalle banche, dagli speculatori, dagli stranieri e dai burocrati di Bruxelles. Invece sono tutti in ginocchio davanti a loro, divinità supreme ma sobrie. Nella migliore tradizione italiana, “Franza o Spagna purché se magna”.

Eppure i vertici del mondo bancario e della Ue non sono più credibili dei nostri politici. Numerose inchieste hanno dimostrato lo sperpero di miliardi di euro da parte di Bruxelles e Strasburgo, gli eurodeputati costano di più e hanno più privilegi di quelli nazionali e la Bce nel 2008 alzò il costo del denaro nonostante gli evidenti sintomi di crisi dell’economia per rallentare  un’inflazione immaginaria determinata solo dal petrolio che aveva superato i 140 dollari al barile. Jean Claude Trichet ci ha riprovato nella primavera scorsa, ancora una volta confondendo l’inflazione con il petrolio alle stelle a causa della guerra libica. Ha alzato di nuovo il costo del denaro (e dei nostri mutui)  nonostante di ripresa si parlasse solo nelle preghiere. Giusto per dare un senso di continuità alle iniziative della Bce il nuovo presidente, Mario Draghi, ha deciso di riabbassarli dello 0,25 per cento la settimana scorsa. E poi ve lo ricordate il sobrio professor Monti magnificare all’Infedele di Gad Lerner il successo dell’euro che aveva costretto la Grecia ad assimilare “la cultura della stabilità”? Chi ci impone regole, governi e programmi economici non sembra brillare per competenza e autorevolezza. La costruzione dell’Europa del resto non ha mai avuto molto a che fare con il consenso popolare. Nessuno ha mai chiesto agli italiani e a molti altri popoli se volessero l’adesione all’Unione o all’euro. La Ue non è riuscita neppure ad avere uno straccio di Costituzione poiché quella messa a punto è stara bocciata negli unici due referendum indetti in Olanda e Francia. Poco amate dagli elettori europei (che eleggono i parlamentari nazionali da inviare a Strasburgo ma non i membri della Commissione) le elefantiache e costosissime caste che guidano la Ue e la Bce detestano referendum e suffragi popolari.  Quando in Grecia il premier Papandreu ha “osato” proporre un referendum per chiedere ai cittadini se volevano i sacrifici per restare nell’euro è stato “fucilato”  da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy , quest’ultimo lo ha anche insultato in uno dei suoi ormai consueti “fuori onda programmati”. Pochi giorni dopo il premier greco è stato costretto a dimettersi dalla defezione (casuale?) di quattro deputati del suo partito e a guidare  il nuovo governo (ovviamente tecnico) è stato chiamato un banchiere, Lucas Demetrios Papademos, ex governatore della Banca Centrale greca ed ex numero due della Bce. Dovrà gestire un programma di austerity nel quale i saldi di Stato consentiranno ottimi affari per la grande finanza, i grandi investitori, gli speculatori e i grandi gruppi internazionali, soprattutto quelli franco-tedeschi perché le banche di Parigi e Berlino detengono buona parte del debito greco.

Nonostante l’Italia rappresenti l’ottava potenza economica mondiale non è stata trattata meglio. Anche Berlusconi ha avuto i suoi “traditori” e i suoi” avvertimenti”.  Come l’attacco borsistico a Mediaset (meno 12 per cento in un sol giorno) che ha “consigliato”  il premier di  ritirare l’idea di posticipare le dimissioni e appoggiare la candidatura di Monti, nominato poche ore dopo senatore a vita dal Quirinale. Fino a pochi anni or sono sarebbe bastato molto meno per denunciare minacce alla democrazia o ingerenze esterne nella vita politica italiana. Appena  nominato il sobrio premier Mario Monti è andato in ginocchio dal presidente della commissione europea Josè Manuel Barros a farsi indicare le priorità della sua agenda, poi dal presidente del consiglio europeo Herman van Romupuy, da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy a promettere che “farà i compiti a casa” e a “impressionare” la cancelliera tedesca per le misure che adotterà delle quali non aveva però ancora informato né il Parlamento né l’opinione pubblica. Ora però che la nuova manovra da 25 miliardi di euro sta prendendo corpo siamo impressionati anche noi ma non certo in positivo. Di fatto solo tasse per tutti, una stangata più che una manovra che sembra voler affossare ogni possibilità di sviluppo rendendoci ancora più sudditi e meno cittadini. E’ questa la rivoluzione liberale dei professori/banchieri? E’ questa la svolta che ridarà fiato all’economia italiana? Roba che non era più una novità già ai tempi dei governi Andreotti. Per attuare queste misure non c’era bisogno di scomodare i luminari della Bocconi o il gotha dei banchieri, bastava e avanzava la nostra penosa classe politica. Infatti queste misure rivoluzionarie hanno soddisfatto la Merkel e Sarkozy che hanno espresso a Monti “fiducia e sostegno”, forse perché il professore ha accettato di trasformare l’Italia in un bel discount grazie all’impegno ad abrogare la “golden share”, il meccanismo che ha finora permesso allo Stato di conservare il controllo di aziende strategiche nei settori energetico, comunicazioni e difesa: Eni, Snam rete gas, Enel, Telecom e Finmeccanica. Una questione di libertà di mercato sottolineano alla Ue e alla Bce, dove le pressioni sull’Italia in tal senso sono fortissime ma dove nessuno sembra aver fretta di demolire meccanismi simili presenti in Germania, Francia e altri Paesi dell’area euro per impedire “scalate” agli asset strategici nazionali. Ma è possibile che con l’euro che rischia di andare a fondo Ue e Bce non abbiano di meglio a cui pensare che alla “golden share” italiana?  Possibile che tutte le misure urgenti per le quali il governo Berlusconi era inadeguato e che dovevano essere adottate immediatamente (pena la catastrofe) non se ne sia vista nemmeno una ma si parli di “golden share”? Il motivo pare evidente e lascia aperti molti sospetti circa il perché all’Italia, con i conti per molti versi più in ordine di quelli francesi (che possono rifiutare il controllo di Bruxelles sul loro bilancio) o britannici (che hanno avuto la scaltrezza di restare fuori dalla truffa dell’euro), non sia stato concesso il privilegio di andare al voto come la Spagna. Prima di tornare ad essere un Paese democratico dobbiamo vendere, anzi svendere considerati i chiari di luna borsistici, le nostre aziende di punta agli stranieri, o per meglio dire ai nostri concorrenti. Quei Paesi (dagli Usa alla Gran Bretagna, dalla Francia alla Germania) che come si è visto chiaramente in questi ultimi tempi (dalle questioni finanziarie alla guerra in Libia) possono venire definiti partner solo da chi è in affari con loro.

Perché è evidente che nell’attuale situazione, con Finmeccanica che dopo il recente (casuale?) mega crollo borsistico ha una capitalizzazione di appena due miliardi ( solo i suoi beni immobili valgono il doppio), abrogare entro un mese la “golden share” significa consentire ai colossi anglo-americani e franco-tedeschi della Difesa (Thales e EADS  in testa) di inglobare il gruppo italiano o le sue aziende più competitive. Pochi giorni or sono a Berlino è stato firmato un accordo di militare tra Italia e Germania  che dovrebbe  bilanciare l’asse franco-britannico nel campo della Difesa (a proposito di Europa unita !) e che prevede una stretta cooperazione industriale in diversi settori ma che potrebbe trasformarsi in sudditanza tecnologica dell’Italia se svendessimo le nostre aziende del settore. I segnali in questo senso ci sono tutti e un documentato articolo della Stampa ( I francesi di Thales vogliono i gioielli dell’industria bellica) ha evidenziato il concreto interesse della francese Thales ad acquisire Oto Melara e Wass.  Fino a un anno or sono coi francesi si discuteva di joint ventures paritetiche, oggi i Galli calano in Italia al grido di “guai ai vinti” come fece Brenno un po’ di tempo fa. Certo il sobrio Mario Monti ha detto subito, nel discorso di presentazione del suo governo in Parlamento, che si offende a sentire parlare di “poteri forti”, di governo dei banchieri che ha usurpato il potere al popolo benché proprio la grande finanza sia stata all’origine della crisi nella quale ci dibattiamo dal 2008.  Peccato che mentre la stampa italiana si è sdraiata adorante ai suoi sobri piedi a Parigi il quotidiano “Le Monde” abbia ricordato in un articolo del 14 novembre dal titolo eloquente ”Goldman Sachs, le trait d’union entre Mario Draghi, Mario Monti et Lucas Papadémos”  che gli uomini al governo senza il  consenso elettorale  in Italia, Grecia e alla Banca centrale europea sono consulenti della grande banca statunitense la cui formidabile influenza in Europa sembra essere sfuggita a molti. Monti del resto ha ragione quando afferma che di poteri forti purtroppo non ne esistono in Italia. Infatti il nostro Paese è oggi in mano a poteri forti stranieri e non certo amichevoli. Non si spiega infatti perché le banche italiane siano sotto osservazione dalla Bce ma non lo siano invece quelle tedesche e francesi che, a differenza delle nostre, sono letteralmente zeppe di titoli-spazzatura. Molte banche greche, altro Paese sotto occupazione, sono in svendita e i grandi gruppi bancari internazionali sono già pronti a mangiarsele. Probabilmente molto presto i professori ci diranno sobriamente che le nostre aziende e banche vanno vendute agli stranieri, sacrificate  sull’altare della riduzione del deficit e nel nome di un liberismo che è ufficialmente un  dogma per tutti ma che i forti non applicano in casa loro e i deboli subiscono. Dopo aver fatto man bassa al “discount Italia” le potenze occupanti potrebbero anche farci tornare a votare, come un lander tedesco o un dipartimento d’oltremare francese.

di Gianandrea Gaiani : TEMPO DI SALDI AL DISCOUNT ITALIA ?, Foto Bastardidentro

Quando Bersani faceva accordi sul nucleare e voleva privatizzare l’acqua

L’accordo di Bersani con gli USA per il nucleare

L'accordo di Bersani con gli USA per il nucleare
L’accordo di Bersani con gli USA per il nucleare

L’ennesimo cable di Wikileaks riguarda il testo di un accordo bilaterale, ‘Partnership Globale sull’Energia Nucleare-GNEP’, firmato nel dicembre del 2007 dall’allora Ministro per lo Sviluppo Economico Pierluigi Bersani e dal Segretario dell’Energia degli Stati Uniti d’America Bodman, nel quale si programma e si mette nero su bianco la cooperazione nucleare tra Italia e Usa.

Nel cable (firmato dall’ex Amabasciatore Usa a Roma Ronald Spogli) si riporta come l’attuale Segretario del PD Bersani si impegni, e impegni il nostro paese, a riprendere la strada del nucleare, e arrivi a minimizzare il risultato del Referendum sul nucleare del 1987, sostenendo che “Il risultato de Referendum non esclude l’Italia dalla generazione di energia nucleare, l’ha solo sospesa”.

Infine, come riporta il cable, Bersani al momento della firma dell’agreement sostiene che l’accordo GNEP “può giocare un ruolo importante nel modificare gli atteggiamenti italiani nei confronti dell’energia nucleare“. da : L espresso, Repubblica, wiki leaks italia

E Bersani disse: ‘Futuro nucleare’

Novembre 2007: l’allora responsabile dello Sviluppo Economico incontra il ministro dell’energia Usa. E gli assicura: «Il programma atomico in Italia è solo sospeso, non chiuso». E al termine firma un accordo che «può cambiare l’atteggiamento degli italiani verso le centrali»

da : l’Espresso

CODICE DATA CLASSIFICAZIONE FONTE
07ROME2438 7/12/2007 UNCLASSIFIED Embassy Rome
VZCZCXYZ0002
PP RUEHWEB

DE RUEHRO #2438/01 3411151
ZNR UUUUU ZZH
P 071151Z DEC 07
FM AMEMBASSY ROME
TO RHEBAAA/DEPT OF ENERGY WASHDC PRIORITY
RUEHC/SECSTATE WASHDC PRIORITY 9505
INFO RUEHBS/AMEMBASSY BRUSSELS PRIORITY 1734
UNCLAS ROME 002438

SIPDIS

DEPARTMENT PASS TO DOE
DEPARTMENT FOR L/T
BRUSSELS FOR USEU – THOMAS SMITHAM

E.O. 12958: N/A
TAGS: ENRG, PREL, IT
OGGETTO: IL SEGRETARIO BODMAN E IL MINISTRO ITALIANO FIRMANO ACCORDI SU RICERCA E SVILUPPO NEL SETTORE ENERGETICO E SULLA PARTNERSHIP GLOBALE SULL’ENERGIA NUCLEARE (GNEP)
RIF: ROME 2317

1. (U) Sommario: In un incontro del 13 novembre il Segretario all’Energia e il Ministro italiano dello Sviluppo Economico Bersani hanno discusso il futuro dell’energia nucleare in Italia, la Partnership Globale sull’Energia Nucleare (GNEP) e la cooperazione bilaterale sulla ricerca e sviluppo in campo energetico. Bersani ha firmato la Dichiarazione di Principi sulla GNEP alla fine dell’incontro. Bodman e Bersani hanno anche firmato un accordo bilaterale sulla cooperazione nella ricerca e sviluppo (testo al paragrafo 5). Fine sommario.

2. (U) Il Ministro Bersani ha aperto l’incontro dando il benvenuto al Segretario Bodman e dichiarandosi pronto a firmare l’accordo bilaterale e Dichiarazione di Principi sulla GNEP. Bersani ha osservato che l’accordo copre “le tecnologie energetiche più significative” e produrrà risultati concreti. Ha detto che c’è bisogno di trovare nuove soluzioni alle sfide energetiche che si trovano di fronte la UE e gli Stati Uniti e che il carbone pulito e l’energia nucleare probabilmente avranno un ruolo importante nel soddisfare le future necessità energetiche. Riferendosi al referendum del 1987 che aveva di fatto bandito la generazione di energia nucleare in Italia ha detto che l’ “Italia non è esclusa dalla generazione di energia nucleare, è stato solo sospesa”. Secondo Bersabni la GNEP può giocare un ruolo importante nel modificare gli atteggiamenti italiani nei confronti dell’energia nucleare.

3. (U) Il Segretario Bodman ha fatto notare la necessità far seguire azioni concrete alla firma dell’accordo bilaterale. Ha proposto che il governo italiano invii scienziati a visitare il Laboratorio Nazionale delle Energie Rinnovabili (NREL) e il Laboratorio Nazionale della Tecnologia Energetica per conoscere le ricerche che stanno conducendo gli scienziati USA in aree coperte dall’accordo bilaterale. Bodman ha concordato sul fatto che la GNEP può giocare un ruolo importante nel superare lo scetticismo italiano nel confronti dell’energia nucleare. La domanda globale di elettricità aumenterà del 50% nel corso dei prossimi vent’anni e l’energia nucleare svolgerà un ruolo importante nel soddisfare la domanda crescente. Bodman ha sottolineato che uno degli obiettivi della GNEP è di consentire la generazione di energia nucleare limitando nel contempo le occasioni di proliferazione degli armamenti nucleari. Dopo le osservazioni di Bodman, Bersani e Bodman hanno firmato di fronte alla stampa l’accordo bilaterale e la Dichiarazione di Principi sulla GNEP.
4. (U) In incontri separati con il capo della procedura per la Riunione dei Maggiori Economie sulla Sicurezza Energetica e il Cambiamento Climatico (MEM), dott. Valeria Termini e con dirigenti della società elettrica parastatale italiana ENEL, Assistente Vicesegretario Capo del Dipartimento dell’Energia, John Mizroch, ha dato il benvenuto alle visite di ricercatori italiani (del governo italiano o di associazioni di aziende) alle strutture del Dipartimento dell’Energia nella sua area di programma, compresa il NREL. La parte italiana, che comprendeva, in entrambi gli incontri,  collaboratori dell’Ufficio del Primo Ministro, ha reagito positivamente al suggerimento di Mizroch.

5. (U) Inizia il testo dell’accordo bilaterale sulla cooperazione nella ricerca e sviluppo in campo energetico.

ACCORDO TRA IL DIPARTIMENTO DELL’ENERGIA DEGLI STATI UNITI D’AMERICA E IL MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO DELLA REPUBBLICA ITALIANA  NEL CAMPO DELLA RICERCA E SVILUPPO NEL SETTORE ENERGETICO

Considerato che il Governo degli Stati Uniti d’America e il Governo della Repubblica Italiana sono parti nell’Accordo sulla Cooperazione Scientifica e Tecnologica del 1 aprile 1988, così come modificato e integrato (l’ “Accordo S & T”);

Considerato che il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti e il Ministero dell’Industria, Commercio e Artigianato della Repubblica Italiana hanno stipulato un Memorandum d’Intesa nel campo della Ricerca e Sviluppo nel settore dell’Energia il 5 dicembre 1985, inclusi gli Accordi Attuativi del 2 maggio 1990 sulla consultazione riguardo alle politiche energetiche e l’ampliamento della collaborazione congiunta e dello scambio di informazioni (di seguito “l’Accordo del 1985”) che è scaduto il 5 dicembre 1991;

Considerato che Il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti e il Ministero dell’Industria, Commercio e Artigianato della Repubblica Italiana hanno stipulato un Memorandum d’Intesa il 26 maggio 1995 sulle consultazioni in politica energetica e sull’ampliamento della collaborazione congiunta e lo scambio di informazioni (di seguito l’ “accordo del 1995”) che è scaduto il 26 maggio 2005;

Considerato che il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti (di seguito “DOE”) e il Ministero dello Sviluppo Economico della Repubblica Italiana (di seguito “MSE”) (collettivamente, di seguito, “le Parti”) ritengono che le attività di cooperazione nel campo della ricerca e sviluppo, scambio di informazioni e consultazioni sulla politica energetica intraprese in conformità all’accordo del 1985, agli Accordi Attuativi del 1990 e all’accordo del 1995 sono di mutuo beneficio;

Considerato che le Parti hanno un interesse comune a continuare le attività intraprese in conformità all’accordo del 1985, agli Accordi Attuativi del 1990 e all’accordo del 1995 e a intraprendere nuove attività di cooperazione nel campo delle ricerca e sviluppo nel settore energetico;

Tutto ciò considerato le Parti convengono quanto segue:

 ARTICOLO I

1. L’obiettivo della cooperazione secondo questo Accordo consiste nel:

– continuare, a mutuo beneficio delle Parti, l’equilibrato scambio di informazioni sulla tecnologia energetica relative a vari settori energetici, quali l’energia da carbone pulito, idrogeno, l’energia nucleare, la bioenergia e altre scienze energetiche fondamentali;

–  condurre le relative ricerche e sviluppo congiunti e attività congiunte di pianificazione che saranno ulteriormente definite nel progetto allegato a questo Accordo; e

– continuare periodiche consultazioni bilaterali sulla politica energetica attraverso riunioni annuali di sottocomitati per ciascuna delle attività programmate così come definite negli allegati a questo Accordo.

2. Questo Accordo è soggetto al e disciplinato dall’Accordo S&T.

ARTICOLO II

La cooperazione in conformità a questo accordo può includere, senza esservi limitata, quanto segue:

1. Scambio su base periodica  di informazioni scientifiche e tecniche e di risultati e metodi di ricerca e sviluppo nelle modalità concordate dai Coordinatori designati dall’Articolo III;

2. Organizzazione di seminari e di altri incontri su temi energetici concordati nelle aree enumerate nell’Articolo secondo le modalità concordate dai Coordinatori;

3. Visite di verifica da parte di specialisti di una Parte a strutture o progetti di ricerca energetica dell’altra Parte su invito dell’istituzione ospite;

4, Scambio di materiali, strumenti, componenti e attrezzature per la sperimentazione;

5. Scambi di personale per la partecipazione ad attività concordate di ricerca, sviluppo, dimostrazioni, analisi, progettazione, sperimentazione e formazione;

6. Progetti congiunti sotto forma di esperimenti, prove, analisi di progetti o altre attivitàdi collaborazione tecnica;

7. Finanziamento congiunto di specifici progetti di ricerca e sviluppo che possono essere intrapresi in collegamento con altre organizzazioni o persone qualificate secondo le modalità concordate dai Coordinatori;

8. Finanziamento congiunto di specifiche attività di dimostrazione e di diffusione dei risultati di tali progetti; e

9. Altre analoghe forme di cooperazione quali possono essere proposte e concordate per iscritto tra le Parti.

ARTICOLO III

1. Ciascuna Parte designerà un Coordinatore per la supervisione dell’attuazione di questo Accordo. Come concordato reciprocamente, i Coordinatori si incontreranno per valutare tutti gli aspetti della cooperazione prevista da questo Accordo. Tali incontri si terranno alternativamente negli Stati Uniti e in Italia.

2. Sotto la direzione delle Parti, i Coordinatori approveranno e verificheranno tutte le attività di cooperazione da condurre sulla base di questo Accordo.

3- I Coordinatori esamineranno e valuteranno ogni nuova attività proposta e lo stato della cooperazione previsti da questo Accordo. Essi assicureranno anche una guida e indirizzi appropriati ai gruppi di lavoro, come definiti dall’Articolo III, paragrafo 4, e ai direttori di progetto delle attività sviluppate in conformità a questo Accordo. Se così richiesti, i Coordinatori possono consigliare le Parti riguardo ai progressi e al futuro delle attività cooperative stabilite da questo Accordo.

4. I Coordinatori, se necessario e appropriato, creeranno gruppi di lavoro informali in ciascuna delle aree di cooperazione previste da questo Accordo per facilitare l’attuazione dei progetti che possano essere intrapresi in tali aree.

5. Almeno annualmente, i Coordinatori informeranno il Coordinatore dell’Accordo S&T circa lo stato delle attività di collaborazione intraprese secondo questo Accordo.

ARTICOLO IV

1. Proposte di cooperazione in base a questo Accordo possono essere presentate ai Coordinatori per l’approvazione da ciascuna delle Parti o da loro rappresentati designati.

2. Ciascuna attività di cooperazione identificata nell’Articolo II, paragrafi 4-8, che sia approvata dai Coordinatori sarà descritta per iscritto in un Progetto Allegato a questo Accordo. Tali Allegati conterranno procedure dettagliate per l’attuazione dell’attività di cooperazione, compreso, ma non limitatamente ad essi, i contributi di ciascuna Parte (costi e suddivisione dei costi), calendari e responsabilità di ciascuna Parte.

3. Ciascun Progetto Allegato concluso tra le Parti sarà soggetto  e riferito a questo Accordo.

ARTICOLO V

Le seguenti previsioni si applicheranno agli scambi di attrezzature secondo questo Acccordo:

1. Per mutuo accordo, una Parte potrà fornire attrezzature da utilizzare in un’attività congiunta. In tal caso la Parte conferente fornirà, appena possibile, alla Parte ospite una lista dettagliata delle attrezzature e della documentazione tecnica appropriata relativa all’utilizzo, manutenzione e riparazione dell’attrezzatura.

2. La titolarità dell’attrezzatura e delle necessarie parti di ricambio fornite dalla Parte conferente alla Parte ospite per l’utilizzo in attività congiunte rimarrà della Parte conferente e la proprietà sarà restituita alla Parte conferente al completamento dell’attività congiunta, a meno di accordi diversi.

3. L’attrezzatura fornita in base a questo Accordo sarà resa operativa presso lo stabilimento ospite solo su accordo tra le Parti.

4. Lo stabilimento ospite fornirà i locali necessari per l’attrezzatura, fornirà i servizi necessari quali energia elettrica, acqua e gas e normalmente fornirà i materiali da sottoporre a prova in accordo con le specifiche tecniche concordate.

5. La responsabilità e le spese di trasporto dell’attrezzatura e dei materiali dagli Stati Uniti d’America a mezzo aereo o nave a un porto autorizzato d’ingresso in Italia adatto alla destinazione finale, e anche la responsabilità per la custodia e l’assicurazione del trasporto, rimarranno del Dipartimento dell’Energia.

6. La responsabilità e le spese di trasporto dell’attrezzatura e dei materiali dall’Italia  a mezzo aereo o nave a un porto autorizzato d’ingresso negli Stati Uniti d’America  adatto alla destinazione finale, e anche la responsabilità per la custodia e l’assicurazione del trasporto, rimarranno delle organizzazioni italiane designate dal MSE per ciascun Allegato.

7. L’attrezzatura fornita in conformità a questo Accordo per essere utilizza in attività congiunte sarà considerata di tipo scientifico e non avrà carattere commerciale.

ARTICOLO VI

Le seguenti previsioni si applicheranno alle assegnazioni o scambi di personale in base a questo Accordo:

1. Ogni qualvolta sia contemplata un’assegnazione o uno scambio di personale, ciascuna Parte garantirà la selezione di personale qualificato con le capacità e l’esperienza necessarie per condurre le attività pianificate in base a questo Accordo. Ciascuna di tali assegnazioni o scambi di personale sarà concordata mutuamente in anticipo mediante uno scambio di lettere tra le Parti, con riferimento a questo Accordo alle pertinenti previsioni riguardanti la proprietà intellettuale.
2. La Parte mittente sarà responsabile dei salari, delle assicurazioni e delle indennità da corrispondersi a tale personale o ai suoi appaltatori.

3. La Parte mittente pagherà il viaggio e le spese di vitto del suo personale o dei suoi appaltatori durante il loro soggiorno presso lo stabilimento della Parte ospite, salvo che non sia concordato diversamente.

4. La Parte ospite assisterà nell’individuare alloggi adeguati per il personale della Parte mittente o dei suoi appaltatori (e delle loro famiglie) su una base di mutua  soddisfazione e reciprocità.

5. La Parte ospite fornirà tutta l’assistenza necessaria al personale della Parte mittente o ai suoi appaltatori per quanto riguarda le formalità amministrative, quali l’organizzazione dei viaggi.

6. La Parte mittente informerà il proprio personale e i propri appaltatori della necessità di adeguarsi alle norme generali di lavoro e alle regole di sicurezza in vigore presso lo stabilimento ospite.

ARTICOLO VII

1. Salvo che sia altrimenti concordato, tutti i costi derivanti dalla cooperazione in base a questo Accordo saranno responsabilità della parte che vi incorre.

2. Ciascuna Parte condurrà le attività previste dal questo Accordo,  e dai suoi Allegati, nel rispetto delle proprie leggi e regolamenti applicabili; le attività in base e in funzione di questo Accordo e degli Allegati saranno subordinate alla disponibilità di fondi appropriati.

ARTICOLO VIII

Tutte le informazioni, il materiale e le attrezzature trasferite in base a questo Accordo e a ogni Allegato relativo saranno appropriati e accurati al meglio della conoscenza e della convinzione della Parte trasferente, ma la Parte trasferente non garantisce l’idoneità delle informazioni, materiale o attrezzature trasferite in rapporto a ogni uso o applicazione particolare ad opera della Parte ricevente o di qualsiasi parte terza. Le informazioni, il materiale o le attrezzature sviluppati congiuntamente dalle Parti saranno appropriati e accurati al meglio della conoscenza e della convinzione delle Parti che li sviluppano. Nessuna Parte garantisce l’accuratezza delle informazioni sviluppate congiuntamente o l’idoneità del materiale o delle attrezzature per ogni uso o applicazione particolare ad opera di qualsiasi Parte o di qualsiasi parte terza.

ARTICOLO IX

1. Questo Accordo entrerà in vigore all’atto della sua firma e rimarrà in vigore per cinque (5) anni. L’Accordo sarà rinnovato automaticamente per un ulteriore periodo di cinque anni salvo che una delle Parti non informi per iscritto l’altra almeno sei (6) mesi prima della data di scadenza.

2. Questo Accordo può essere modificato o ampliato mediante accordo scritto tra le Parti.
3. Questo Accordo può essere rescisso da ciascuna delle parti con un preavviso scritto di un (1) anno.

4. Tutti gli sforzi e gli esperimenti congiunti non completati alla scadenza o alla data di rescissione di questo Accordo possono essere proseguiti fino al loro completamento secondo i termini di questo Accordo.

FATTO a Roma, oggi, tredicesimo giorno di Novembre 2007, in due esemplari nel testo in lingua inglese che sarà il testo autentico. Una traduzione dell’Accordo in lingua italiana sarà preparato dal Ministero dello Sviluppo Economico e sarà considerato ugualmente autentico in base a uno scambio di lettere tra le Parti che ne confermi la conformità con il testo in lingua inglese.

PER IL DIPARTIMENTO DELL’ENERGIA DEGLI STATI UNITI D’AMERICA

PER IL MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO DELLA REPUBBLICA ITALIANA

Fine del testo dell’Accordo

Bersani vs. Bersani sull’acqua pubblica

“L’acqua è un bene pubblico, certo, ma come facciamo in modo che si perda meno acqua? Come facciamo a gestirla meglio? Devo chiamare qualcuno che sappia fare bene quel mestiere lì. In Francia ci sono società grandissime che gestiscono l’acqua in maniera eccellente”

e aggiungeva

“L’acqua bene comune è un dibattito che è arrivato persino da Porto Alegre, un po’ da terzomondismo, da Teologia della Liberazione. In Brasile effettivamente ci sono i padroni dell’acqua, che te la danno se vogliono loro. Noi in Italia abbiamo il problema degli acquedotti che perdono metà dell’acqua, che è un altro film.”

E che sono le argomentazioni sostenute, oggi, dalla destra.

Mentre, parallelamente, lo stesso Pd, il 16 novembre 2010, promuoveva questa proposta di legge, che all’art. 10 riporta

“L’Autorità definisce la metodologia per la determinazione della tariffa per usi civili e industriali tenendo conto b) del costo delle opere e degli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria; e) della remunerazione dell’attività industriale, secondo i criteri stabiliti dalla medesima Autorità; f) della quota della tariffa da destinare agli investimenti ecc.ecc.

cioè, proprio il testo del quesito referendario che oggi si vuole abrogare.

E diventa sfizioso poter confrontare, attraverso i due documenti video, la tranquillità manifestata dal segretario Pd il 28 settembre 2008 a Carpi, prima, e nello spot di questi giorni, poi, nel riuscire a trovare argomentazioni sempre convincenti per affermare concetti antitetici, a distanza di meno di tre anni.

Ma c’è una chicca anche nel 2007 e che riguarda il nucleare, sul quale l’opinione del ‘Pierluigi nazionale’ è, per amor di convenienza, esattamente opposta a quello che ribadisce in queste settimane, assicurando gli States che il programma atomico italiano “è solo sospeso, non chiuso”.

Il 13 novembre 2007, infatti, ci fu a Roma un accordo bilaterale nominato ‘Partnership Globale sull’Energia Nucleare-GNEP’, siglato tra l’allora Ministro per lo Sviluppo Economico Pieruigi Bersani e il Segretario dell’Energia degli Stati Uniti d’America Bodman, nel quale si programmava, mettendo nero su bianco, la cooperazione nucleare tra Italia e Usa. La cronaca riporta che “Il Ministro Bersani ha aperto l’incontro dando il benvenuto al Segretario Bodman e dichiarandosi pronto a firmare l’accordo bilaterale e Dichiarazione di Principi sulla GNEP. Bersani ha osservato che l’accordo copre “le tecnologie energetiche più significative” e produrrà risultati concreti. Ha detto che

c’è bisogno di trovare nuove soluzioni alle sfide energetiche che si trovano di fronte la UE e gli Stati Uniti e che il carbone pulito e l’energia nucleare probabilmente avranno un ruolo importante nel soddisfare le future necessità energetiche.

Riferendosi al referendum del 1987 che aveva di fatto bandito la generazione di energia nucleare in Italia ha detto che

l’ “Italia non è esclusa dalla generazione di energia nucleare, è stata solo sospesa”.

Secondo Bersani la GNEP può giocare un ruolo importante nel modificare gli atteggiamenti italiani nei confronti dell’energia nucleare.” Dopo le osservazioni di Bodman, Bersani e Bodman hanno firmato di fronte alla stampa l’accordo bilaterale e la Dichiarazione di Principi sulla GNEP.

E proprio nell’ultima puntata di Annozero, ci si aspettava una replica all’evidente defaillance, ma lo stesso Bersani, incalzato dal ministro Brunetta, non è riuscito a dare una spiegazione esauriente sulle sue proprie opposte posizioni. Sarebbe utile capire, però. Senza polemica. Pacatamente.

Lo abbiamo imparato vedendo le interviste alle decine di Michele Misseri o leggendo le false affermazioni di presunte ragazze violentate: mentire è diventata una moda che anche categorie insospettabili, come ragazzini o analfabeti, riescono a mettere a punto da veri esperti consumati, capaci di depistare inquirenti e specialisti. Si mente per scagionarsi da un reato, per un vantaggio economico, ma anche semplicemente per noia o “per vedere di nascosto l’effetto che fa”. Figuriamoci quando c’è di mezzo il potere!

E allora, questa volta, siamo d’accordo, tutti zitti, perché abbiamo deciso che ‘un altro ventennio’ abbia fatto il suo tempo. Salviamo la causa, ma la questione rimane: come poter continuare a prendere decisioni importanti sulla base di semplici dichiarazioni? E come verificare una notizia con la sicurezza sufficiente che le fonti a disposizione siano affidabili? E oggi, come essere certi che i Sì e No del 12 e 13 giugno prossimi andranno davvero a beneficio nostro e delle generazioni a venire?

Bersani a favore della privatizzazione dell’acqua QUI
Bersani contro la privatizzazione dell’acqua QUI

Da : Agorà VOX

Versione PDF del disegno di legge firmato da Bersani e Dipietro sulla privatizzazione dell’acqua

Ovviamente i “moralmente superiori” applaudivano prima ed hanno esultato adesso. Ma si può essere più cretini di così?

Italia sovrapopolata

popden
Densità delle popolazioni a livello mondiale.

Un approccio globale soffre però di gravi difetti: chi non dispone di una formazione specifica spesso si trova in difficoltà di fronte al compito di cogliere appieno il significato di un quadro così vasto. È una evidente ovvietà il fatto che, quando le cifre in gioco diventano astronomiche, la mente di noi persone comuni fatica ad afferrare il significato quantitativo di numeri “fuori portata” e perde il senso delle proporzioni. [1] Ciò appare ancor più vero e preoccupante alla luce dei rapporti del PISA (“Programme for International Student Assessment”) sullo stato dell’istruzione. [2]

Tra i fenomeni per i quali occorre impiegare numeri non certo valutabili con l’aritmetica delle dieci dita, si colloca anche il trascurato, sminuito e spesso mistificato problema del rapporto tra l’estensione di un territorio e la popolazione che vi dimora. Nella consapevolezza che la ricerca di soluzioni per un problema parte dal riconoscere l’esistenza e la natura del problema stesso, e allo scopo di ricondurre ad una dimensione più umana numeri che purtroppo richiedono l’uso di dieci cifre, mi occuperò qui (senza pretesa di rigore scientifico) esclusivamente degli aspetti nazionali della questione.


La superficie globale del territorio italiano, è di 301.230 chilometri quadrati. [3]
La popolazione umana censita ivi residente sfonda ormai il tetto dei 59.000.000 individui. [4] Come è ovvio, questo dato non comprende gli individui illegalmente dimoranti sul territorio, alias i cosiddetti “clandestini”, la presenza dei quali rende imprecise per difetto quelle rilevazioni che potrebbero altrimenti avere valenza assoluta.
In questo scritto, fingerò che il fenomeno della clandestinità non esista (il lettore tenga ben presente questa precisazione).Anche per i nostri quindicenni, per quanto vituperati dal PISA, sarebbe molto semplice ricavare la quantità di superficie territoriale “lorda” disponibile per ogni abitante: 0,51 ettari [5] (il dato lordo mondiale è di 2,27 ettari pro-capite). [6] Il dato lordo costituisce già un buon indicatore sullo stato di affollamento “fisico” del nostro territorio, ma non è veramente indicativo della quantità di territorio produttivo a disposizione di ciascuno di noi.
Fin dalla terza elementare ci viene insegnato che “l’Italia ha un territorio prevalentemente montuoso”, senza però soffermarsi più di tanto sulle implicazioni di questa apparentemente bucolica affermazione. Una prima implicazione è che la presenza di una così ampia percentuale di territori montuosi, insieme ad altri fattori quale l’urbanizzazione del territorio, abbatte la quantità di terreno produttivo disponibile per ciascuno di noi. La SAU (Superficie Agricola Utilizzata) italiana, secondo i dati rilevati nel censimento del 2000, era di soli 132.000 chilometri quadrati. [7] Calcolatrice alla mano, considerando la popolazione di quell’anno, [8] ciò si traduceva in 0,232 ettari di terreno agricolo produttivo pro-capite. [9] Per maggiore precisione, 2.317 m2 a testa. Secondo diverse fonti, la disponibilità mondiale si attesterebbe su una quantità attorno ai 2.150 m2 pro-capite. [10]
Sono cifre che dovrebbero indurre alla riflessione: ci si sente spesso ricordare che il pianeta è sovrappopolato, ma mai l’Italia viene inclusa tra i Paesi più affollati, neppure nei libri di testo scolastici. Viene da chiedersi quale forma di censura o autocensura possa essere così forte da indurre a celare un dato di fatto tanto arido quanto incontestabile.
Già, i dati di fatto… Secondo l’ISTAT, [11] mentre nell’ultimo quinquennio il saldo naturale è divenuto moderatamente vantaggioso (con un lieve calo complessivo valutabile intorno alle 70.000 unità), l’incremento dovuto all’immigrazione (regolare) è andato crescendo progressivamente, vanificando la virtuosa continenza riproduttiva interna. Come risultato, nel periodo 2001-2006, la popolazione in Italia è purtroppo ulteriormente cresciuta di oltre due milioni di individui. [12]
Che è accaduto alla SAU nel frattempo? Non sono riuscito a reperire dati più aggiornati di quelli già a mia disposizione. Una semplice osservazione relativa all’ampliamento delle superfici urbanizzate o comunque cementificate negli ultimi tre anni, sotto gli occhi di chiunque non intenda fingersi cieco, mi induce a credere empiricamente che essa si sia ulteriormente ridotta. L’impressione parrebbe confermata da Maria Cristina Treu, che afferma: «Secondo i dati Eurostat, in Italia […] ogni anno si consumano 100.000 ettari di campagna […]». [13] Dando credito alle sue parole, mi limiterò a sottrarre alla SAU censita nel 2000 gli ettari sacrificati annualmente alla follia cementificatrice. I 13.200.000 ettari di SAU si riducono così a 12.600.000.
Ho ancora accanto la mia calcolatrice. Rapportando la popolazione attuale con la SAU così aggiornata, si ottiene una superficie produttiva utile di 0,213 ettari pro-capite. Più precisamente, 2.135 metri quadrati a testa. Parrebbe che, dal 2000 ad oggi, abbiamo già perso almeno 180 metri quadrati di superficie produttiva a testa. In soli sei anni e secondo un calcolo molto prudente. Ma, come già ammesso, potrebbe essere che i calcoli non siano il mio forte, quindi…
…tralasciamo per un attimo i dati e lanciamoci lungo la china della riflessione qualitativa piuttosto che di quella quantitativa.
Potrebbe venirvi in mente che vaste superfici di territorio collinare e montano anticamente destinate all’agricoltura sono state abbandonate, per cui potreste essere indotti a pensare che sarebbe sufficiente recuperare ai fini agricoli quelle aree per risolvere il problema. Sarebbe effettivamente così, se non si dovessero fare i conti con la situazione idrogeologica del nostro territorio.
La precarietà dei nostri monti è nota. [14] I più diffusi luoghi comuni la attribuiscono al degrado del territorio conseguente all’abbandono di quelle zone da parte della popolazione che un tempo vi risiedeva. Quello che quei luoghi comuni non tengono in considerazione sono le condizioni e lo stile di vita di quegli antichi residenti, molto diversi dalle nostre abitudini odierne, e gli effetti a lungo termine della loro presenza su quei territori. Osservazioni empiriche di prima mano mi permettono di affermare che il degrado e il dissesto non avvengono a causa dell’abbandono, ma a causa delle attività precedenti a quell’abbandono: in primo luogo le attività agricole. Se pensiamo ai mezzi che i nostri antenati impiegavano per coltivare i propri piccoli campi sparsi lungo i pendii e li confrontiamo con quelli oggi a nostra disposizione, ci rendiamo conto di due cose: 1) l’agricoltura moderna è molto più aggressiva nei confronti del territorio di quanto non fosse quella antica e 2) la coltivazione in ambienti montani e collinari non può essere neppure lontanamente produttiva quanto quella in ambienti di pianura (se non forse nel caso di produzioni di nicchia inadatte ad alimentare una popolazione di 59 milioni di individui), mentre una sua pratica di tipo industriale ha come risultato effetti devastanti in termini di erosione e dissesto. Questo taglia la testa al toro: le aree montane e collinari non possono costituire una valvola di sfogo per le nostre esigenze di produzione alimentare. Ma, abbiamo veramente bisogno di una maggiore produzione alimentare? Un altro luogo comune vuole che venga posta la classica obiezione: «Se davvero abbiamo una produzione tanto deficitaria, perché ogni anno vengono distrutti a causa della sovrapproduzione tonnellate di arance e pomodori?»
Il fatto è che non esiste sovrapproduzione, anzi…
Ancora una volta, l’ISTAT può offrire spunti sui quali spendere qualche pensiero, [15] nonostante i dati siano solitamente strutturati secondo un taglio economico che si rivela poco funzionale ad un’analisi per la quale sarebbe più utile disporre di dati relativi al tonnellaggio delle merci scambiate, piuttosto che di quelli relativi al loro valore in euro o in dollari. Parrebbe comunque che gran parte dei prodotti agricoli di maggior importazione rientrino tra quelli “di base” (cereali, olive, carne e pesce, latte, uova, zucchero), mentre tra i prodotti agricoli per i quali parrebbe che ci si possa considerare autosufficienti rientrano una quantità di merci altamente deperibili che in gran parte supponiamo non vengano impiegate per l’alimentazione ma finiscano nella pattumiera per una serie di ragioni “logistiche”. [16]
…e invece no, perché gli sprechi, per quanto riguarda quel particolare tipo di produzione, sono in certa misura fisiologici. Certo, una loro riduzione è possibile con un grande sforzo di ottimizzazione, ma non si può trattare di una riduzione drastica, a causa delle caratteristiche intrinseche del sistema di produzione e distribuzione che, già oggi, risulta favorito dall’impiego di notevoli quantità di conservanti, dalle tecniche di refrigerazione, da mezzi di trasporto efficienti e veloci.
Vi renderete sicuramente conto che la questione, anche affrontandola ad un livello così superficiale, sta diventando tremendamente complicata.
Già, perché non abbiamo ancora considerato che l’agricoltura italiana, per la natura della tecnologia impiegata, ha oggigiorno una produttività per unità di superficie veramente strepitosa, in costante crescita da diversi decenni.
Questo parrebbe lasciar ben sperare: basterebbe tagliare gli sprechi…

Ecco alcuni esempi, scelti a caso tra i dati forniti dalla FAO: [17]

  1961 (q/h) 2002 (q/h)
variazione %
frumento 19,103 32,320 +69,188%
mais 32,882 95,597 +190,727%
fagioli 52,003 88,374 +69,940%
mele 206,972 363,252 +75,508%
albicocche 46,154 136,533 +195,821%
eccetera…

Analizzare dati riferiti ad annate precedenti al 1961, porterebbe agli anni nei quali la cosiddetta Rivoluzione Verde non aveva ancora avuto luogo, e il divario si farebbe ancora più evidente (e comunque, la FAO non riportava quei dati nel sito da me consultato).
Cosa porta a una produzione tanto elevata? La tecnologia e l’impiego dei combustibili fossili, questi ultimi tanto sotto forma di energia quanto sotto forma di fertilizzanti e di pesticidi
.
Perché preoccuparsi, allora? La tecnologia, da sempre, va migliorando, per cui la produzione aumenterà ancora, e ancora…
Non è così, purtroppo. La tecnologia avanza “a balzi” e talora, se le condizioni non sono favorevoli al suo sviluppo, retrocede. Ebbene, stiamo entrando in una fase tutt’altro che favorevole allo sviluppo della tecnologia. Quando inizierà il calo della produzione petrolifera, [18] parallelamente alla crescita della domanda determinata dallo sviluppo dei Paesi emergenti, ci troveremo di fronte a seri e repentini problemi non solo di ordine energetico, ma anche di ordine alimentare. La tecnologia non è in grado di sostituirsi alla mera disponibilità di terreno agricolo.
La nostra agricoltura, privata delle basi tecnologiche e, soprattutto, delle materie prime per implementarle concretamente, si troverebbe costretta a retrocedere verso livelli di produzione per unità di superficie simili a quelli del periodo anteguerra.
Chiedete a qualche anziano contadino di vostra conoscenza quali erano i livelli di produzione e il carico di lavoro necessario per ottenerli, e cominciate a preoccuparvi seriamente. Contare sull’alta tecnologia come mezzo di sopravvivenza non è mai un buon modo di procedere.
La valutazione del grado di sovrappopolamento dell’Italia non può prescindere dall’esame di altri aspetti non meno importanti di quelli fin qui citati. Ritengo che molte altre questioni dovrebbero entrare a far parte dell’analisi parziale e approssimativa che vi ho proposto. La sempre più pressante crisi idrica con la quale già oggi ci troviamo a misurarci (spesso uscendone cronicamente perdenti). L’inquinamento, che riduce ulteriormente, contaminandolo, un territorio già fisicamente limitato. La congestione, che rende sempre più tormentosa la mobilità. L’affollamento, che riduce i nostri spazi di libertà costringendoci ad accettare regole sempre più vincolanti. L’inflazionamento dell’individuo, il cui valore viene eroso e reso risibile dal crescere della cosiddetta “massa”…
Ecco come Fabrizio Argonauta, cofondatore del MIDD [19], propone alcune tematiche di rilievo per suggerire opportuni spunti d’indagine:

  1. ACQUA — Siamo portati a pensare che la penuria d’acqua sia un problema di Paesi altri dal nostro ma sono ormai anni che il fiume Po tocca in estate i minimi idrometrici mentre alcune zone del nostro meridione soffrono la siccità da ancora più tempo. L’inverno 2006/07 ha avuto temperature estive senza precipitazioni nevose di rilievo — che sono la riserva idrica alpina per la pianura Padana popolata da decine di milioni di abitanti per i quali la disponibilità d’acqua è una necessità primaria — e l’estate che verrà è prevista la più asciutta a memoria d’uomo. I cambiamenti climatici portano con sé una variazione del regime delle precipitazioni, mentre la popolazione continua ad aumentare accrescendo le esigenze e riducendo le disponibilità idriche pro-capite. Due tendenze che non tarderanno a rendere drammatiche le crisi idriche già ricorrenti su tutto il territorio italiano.
  2. ARIA — La concentrazione massima consentita di polveri sottili nell’aria delle nostre città è superata costantemente e la miscela di veleni che respiriamo è per lo più causato dalle industrie, dagli impianti di riscaldamento e dal parco veicoli circolanti. La pianura Padana vista dal satellite è come un catino colmo di veleni mentre la sua popolazione continua ad aumentare accrescendo in modo direttamente proporzionale le emissioni industriali, quelle degli impianti di riscaldamento e quelle del parco veicoli circolanti. Non possiamo qui tacere sul grave fatto che l’Italia pur avendo sottoscritto il trattato di Kyoto sulla riduzione delle emissioni in atmosfera le ha aumentate anno dopo anno invece di ridurle. Vorremmo che i sostenitori della crescita
    spiegassero come l’aggiunta ogni quinquennio di una nuova metropoli delle dimensioni di Milano dovrebbe aiutare a migliorare la situazione.
  3. ENERGIA — Energeticamente parlando l’Italia è un Paese ricco solo di sole e con la crisi energetica mondiale all’orizzonte risulta facile comprendere che non è possibile alcun piano energetico rassicurante a popolazione stabile, figuriamoci a popolazione crescente! Anche riuscendo ipoteticamente a contenere l’impiego pro capite d’energia, l’aumento degli utilizzatori inevitabilmente vanificherebbe ogni sforzo aumentando la richiesta e l’impiego energetici complessivi.
  4. GIUTIZIA — Lo sfacelo del sistema giuridico italiano è regolarmente raccontato nei dettagli ad ogni apertura di anno giudiziario per voce della stessa magistratura e sappiamo che i crimini aumentano con l’aumentare della popolazione, specie di quella giunta disperata clandestinamente. Con l’aumentare della popolazione la crisi della giustizia diverrà una disfatta ed il rischio vero è quello di perdere la pacifica convivenza.
  5. LAVORO — Il combinato disposto dell’automazione e della delocalizzazione industriale verso paesi esteri riduce i posti di lavoro mentre contemporaneamente l’aumentare della popolazione dimorante in Italia aumenta il numero di lavoratori disoccupati così come di quelli schiavizzati. Interessante a proposito notare come la creazione di posti di lavoro aumenti col tempo il numero assoluto dei disoccupati. Anche se sembra un paradosso, pensate ad una città con un tasso di disoccupazione per esempio del 10% nella quale un nuovo insediamento industriale riducesse della metà la disoccupazione (5%). Si da il caso però che la mobilità di chi è in cerca di lavoro porterà in città (urbanizzazione) molte persone sino a ricondurre la disoccupazione al 10% ma sarà un 10% su di un numero totale maggiore e dunque i disoccupati saranno aumentati in numero assoluto rispetto al passato. Il famoso esercito di riserva a disposizione dei condottieri d’industria.
  6. LIBERTÀ — Assumendo il principio liberale che prevede un limite alle libertà personali solo quando infrangono le libertà altrui diviene intuitivo comprendere che le libertà personali di ognuno sono inversamente proporzionali al numero delle persone coinvolte in uno spazio dato. In altre parole, e per fare un esempio su tutti, pensate alla mobilità urbana: semafori, divieti, sanzioni, restrizioni, limitazioni d’ogni tipo — tutte cose che restringono la libertà personale di movimento — esistono perché le strade sono sovraffollate e le restrizioni aumentano con l’aumentare dei veicoli circolanti. Più siamo e minori sono le libertà di ognuno, in ogni campo.
  7. PAESAGGIO — “L’occhio vuole la sua parte”. Su questo motto si fonda buona parte della nostra industria turistica. Peccato che nell’ultimo mezzo secolo siamo talmente cresciuti in numero e desiderio di disponibilità materiali che abbiamo scientificamente lavorato alla distruzione del Bel Paese. È come se stessimo segando il ramo sul quale siamo seduti. Gli
    scricchiolii e le oscillazioni che sentiamo sono il chiaro segnale del danno che abbiamo già apportato. Ogni ulteriore colpo di sega è un evidente segno di autolesionismo acefalo. Non resta che smettere di
    segare, ovvero di crescere.
  8. RIFIUTI — Quella dei rifiuti solidi urbani, specie nel Sud, è una conclamata emergenza nazionale. Non vogliamo qui entrare nel merito della diatriba termovalorizzatori sì o termovalorizzatori no. Riduzione degli imballaggi sì o riduzione degli imballaggi no. Noi vogliamo qui semplicemente segnalare che l’aumento del numero di individui presenti sul nostro territorio, con i propri desideri e le proprie necessità, annullerà i benefici di ogni soluzione adottata a prescindere dal suo grado d’efficienza o dalle sue controindicazioni. Agli attuali tassi di crescita della popolazione dimorante in Italia non si scorge una soluzione al costante aumento dei rifiuti. Non a caso il napoletano, che ha un tasso record in Italia di abitanti per chilometro quadrato, è il luogo dove il problema si manifesta più drammaticamente.
  9. SALUTE — Carenza di acqua e aria pure, prodotti agricoli e zootecnici contenenti veleni, vittime della strada, montagne di rifiuti anche tossici, ricomparsa di malattie infettive un tempo debellate e comparsa di nuovi ceppi virali sono tutte condizioni imposte dal sovraffollamento. È normale che oltre un certo livello di sovraffollamento la salute pubblica risulti minata. Già sentiamo i commenti dei lietopensanti che ci dicono che la durata della vita media è aumentata e dunque quelli sulla salute sono allarmi ingiustificati. Invece no: anche se la tecnologia applicata alla scienza medica riesce a mantenere in vita nonostante i danni causati alla salute dal sovraffollamento che vita è? Vita per noi è aria pulita, acqua pura, cibo sano, la massima libertà individuale possibile, spazio vitale pro capite a disposizione ed integrità psicofisica. Non una condizione più o meno acuta di patologie fisiche e psicologiche che ci accompagnano sino a tarda età costringendoci ad una sequenza di cure per tirare avanti alla meno peggio e per di più ingrassando le industrie farmaceutiche. Questa per noi non è salute, questa per noi non è vita auspicabile.

Le generazioni che ci hanno preceduto, ci hanno coinvolto in una spirale impazzita. Il motore che spinge quella spirale è stato troppo a lungo lasciato senza controlli di sorta, accumulando un’inerzia che rende difficile arrestarne il moto. Stiamo parlando dello sbilanciamento tra l’entità numerica e lo stile di vita di una popolazione, e l’estensione e la capacità rigenerativa del territorio che la ospita. Che risulti da rigorose analisi scientifiche o dall’intuito e dalla saggezza popolare, è evidente: siamo troppi in Italia e siamo troppi nel mondo.
S’è fatto uso ed abuso del termine sostenibilità [20]. È opportuno ed urgente semplificare e condividere il vero significato di quel termine, e ritengo che quel significato debba necessariamente implicare l’inderogabile necessità di un consistente decremento demografico. Tutti conosciamo bene la natura delle soluzioni indispensabili per poter perseguire in ogni realtà locale il decremento demografico e con esso la sostenibilità, ma manca l’onestà intellettuale necessaria per riconoscerne pubblicamente l’opportunità e per proporne pubblicamente l’implementazione. Un aiuto a comprendere quanto quelle soluzioni siano urgenti può venire dall’approfondire personalmente i temi che ho appena sfiorato in questa pagina, a partire dalla superficie agricola pro-capite disponibile in Italia, in calo di circa 30 metri quadrati all’anno.

Contate con me: 2.130… 2.100… 2.070… 2.040…

Aldo Carpanelli

Note e riferimenti

[1] Vedi http://www.oilcrash.com/italia/bart_ape.htm
[2] Su http://ospitiweb.indire.it/adi/Pisa2003/Pisa2003_commento.htm, per citare una fonte tra le tante (non necessariamente la più autorevole) si legge: «Nella prova di matematica, il campione italiano è nettamente al di sotto della media OCSE e si colloca al quart’ultimo posto, […]. Peggio dell’Italia figurano solo […] Portogallo, Grecia, Turchia e Messico.» Poco oltre si legge: «Nei test relativi al problem solving non si va meglio. Questo test è una novità che permette di valutare le capacità degli studenti di combinare apprendimenti di varia natura, non correlati ai programmi d’insegnamento, per risolvere problemi […]. In questo esercizio gli studenti italiani si situano al quart’ultimo posto fra i 29 paesi dell’OCSE.»
[3] http://it.wikipedia.org/wiki/Italia, come al 21/02/2007.
[4] Al 31 dicembre 2005 (ultimo dato confermato come definitivo dall’ISTAT) la popolazione regolarmente registrata ammontava a 58.751.711 individui. Il dato tendenziale fornito dall’ISTAT per il giugno 2006 era salito a 58.883.958 (dato provvisorio). Una estrapolazione prudenziale ricavata con un semplice calcolo aritmetico suggerirebbe, a inizio 2007, una popolazione di almeno 59.016.000 individui. Ai quali occorrerebbe aggiungere i dimoranti non registrati che, come sappiamo, sono alquanto numerosi anche se per loro stessa natura non esattamente quantificabili.
[5] Un calcolo analogo, nel 2004, aveva dato come risultato un valore più elevato: 0,52 ettari pro-capite.
[6] Terre emerse totali: 14.940.000 km2 (http://www.matematicamente.it/mazzucato/TavoleGlobo.pdf).


Popolazione totale (stima 21/02/2007, h 18:10): 6.577.788.590 (http://www.census.gov/).

[7] L’ultimo censimento in merito risale al 2000. Un sunto delle sue risultanze è reperibile su http://censagr.istat.it/principalirisultati.pdf
[8] Nel 2000, la popolazione italiana residente assommava a 56.960.692 individui. (ISTAT)
[9] Lo stesso calcolo, nel 2004, aveva dato un risultato di 0,228 ettari pro-capite.
[10] Le fonti di più facile accesso sono scarsamente attendibili. Giova infatti notare che sulla superficie agricola globale, evidentemente si hanno le idee un po’ confuse circa il vero valore e significato dei numeri.


A puro titolo di esempio, per spiegare questa affermazione, riporto che, a fronte di un totale di 14.940.000 km2 di terre emerse globali, su http://www.agrometeorologia.it/notizie.shtml c’è chi ha l’ardire di affermare perentoriamente che “Per far fronte al continuo aumento della richiesta di produzione globale sarà necessario migliorare le tecniche colturali e razionalizzare l’utilizzo dell’acqua, che attualmente interessa solo il 20% circa della superficie agricola mondiale (stimata in circa 5 miliardi di ettari).” Netto e secco. Eppure, un semplice calcolo permetterebbe di rilevare che 5 miliardi di ettari corrispondono a ben 50 milioni di km2, ovvero oltre tre volte più del totale delle terre emerse del globo. Staremmo dunque coltivando non solo anche i deserti e le terre antartiche, ma pure una bella fetta di oceani!
All’estremo opposto, su http://www.progettogaia.it/materiali/mostra.pdf , veniamo informati che “Il picco di superficie agricola mondiale si è avuto infatti nel 1981 con 732 milioni di ettari, da allora la superficie è scesa a 656 milioni di ettari.” Con la popolazione globale attuale, ciò significherebbe una ben poco realistica superficie agricola pro-capite di 990 mq. Se avete un minimo di dimestichezza con l’agricoltura, non faticherete a comprendere quanto anche questo dato sia difficilmente attendibile.

Volendo accettare il presupposto della buona fede di chi scrive simili “stranezze”, vale la pena di rileggere le affermazioni circa i rilevamenti del PISA. L’alternativa è rimanere scandalizzati di fronte ad un uso così spregiudicato e fuorviante dei numeri.

[11] http://demo.istat.it
[12] 2002: +325.326; 2003: +567.175; 2004: +574.130; 2005: +289.336; 2006: +132.247 (primo semestre; dato provvisorio); ai dati ufficiali ISTAT appena riportati occorre aggiungere l’incremento del secondo semestre del 2006 ed un numero imprecisato di immigrati illegali non registrati e quindi non censibili.
[13] Su http://www.aspoitalia.net/index.php?option=com_content&task=view&id=123&Itemid=38 si riporta da una relazione di Maria Cristina Treu che: “Secondo i dati Eurostat, in Italia […] ogni anno si consumano 100.000 ha di campagna […]”. Il curriculum di Maria Cristina Treu, utile per valutarne l’attendibilità, è reperibile su http://www.fondazionepolitecnico.it/pagine/pagina.aspx?ID=Maria_Cristi001&L=IT
[14] Buona lettura: http://www.google.it/search?hl=it&q=%22dissesto+idrogeologico%22+italia&btnG=Cerca+con+Google&meta=
[15] A questo proposito è interessante consultare gli annuari, particolarmente ai capitoli “Commercio con l’estero”.
[16] Un calcolo prudenziale e che va preso con puro valore indicativo, parrebbe suggerire che ciascuno di noi disponga ogni giorno di circa due chilogrammi e mezzo di alimenti. Dato che immagino che ben pochi tra voi ingurgitino due chilogrammi e mezzo di cibarie al giorno, la “ipotesi pattumiera” è tutt’altro che peregrina.
[17] http://faostat.fao.org/
[18] http://www.aspoitalia.net/index.php
[19] http://www.oilcrash.com/italia/midd_inv.htm
[20] Si considerino, a questo proposito, le ponderate riflessioni di Albert Bartlett, disponibili in italiano presso http://www.oilcrash.com/italia/bartlet2.htm

di Aldo Carpanelli (revisione del 21/02/2007)

L’EU si inchina alla madre patria

Settantaquattro militari uccisi, 19 dispersi e 171 feriti da parte russa, 115 soldati morti tra i georgiani. E’ sufficiente il bilancio delle perdite in quattro giorni di guerra in Georgia per comprendere  il motivo dell’ennesima figuraccia dell’Europa. Neppure tutti insieme i paesi della Ue sarebbero in grado di subire 74 caduti (non in quattro giorni ma neppure in un anno) per difendere la Georgia.

Nessun governo dell’Europa Occidentale è pronto a “morire per Tbilisi” né a spiegare alla propria opinione pubblica che occorre combattere per la libertà , la democrazia e soprattutto per i nostri interessi energetici nel Caucaso.

La posta in gioco in quella regione non ha nulla a che fare con la simpatia o meno per il presidente georgiano Mikhail Saakashvili, né con il sostegno alle rivendicazioni georgiane su Abkhazia e Ossezia del Sud che proprio l’Occidente ha reso discutibili riconoscendo un’indipendenza raffazzonata e traballante al Kosovo. L’Europa dovrebbe però difendere la Georgia principalmente per interesse.

Oltre a essere filo-occidentale al punto da inviare in Iraq 2.000 soldati e da aver chiesto l’adesione alla NATO, la Georgia è attraversata da pipeline che costituiscono l’unica via di approvvigionamento energetico proveniente dai giacimenti dell’Asia Centrale che non si sviluppi sul territorio russo.

Questo significa che difendere l’indipendenza di Tbilisi è di interesse strategico prioritario per tutti noi se non vogliamo dipendere completamente da Medvedev e Putin che utilizzano gas e petrolio per riportare Mosca ai fasti di grande potenza.

I russi, come i georgiani, sanno combattere e morire per i loro interessi nazionali. Noi non più e non ce ne vergogniamo neppure. Mentre i russi violavano l’accordo di cessate il fuoco firmato il 12 agosto scatenando i tagliagole dei battaglioni ceceni nei villaggi georgiani (lo confermano i media internazionali e Human Rights Watch) i ministri degli esteri della Nato si sono riuniti solo il 19 (su richiesta urgente di Washington), per discutere del conflitto concludendo i lavori con un documento debolissimo che critica Mosca senza però varare serie contromisure contro il neo-imperialismo di Putin.

Se Mosca lo ordinerà , i tank della 58a Armata potrebbero espugnare Tbilisi prima che dall’Europa qualcuno si decida ad alzare la voce e a farsi garante dell’indipendenza del piccolo paese caucasico. Eppure a fine luglio erano presenti in Georgia  1.800 soldati e una flotta della Nato, navi impegnate in esercitazioni ma dileguatesi ora che c’è da fare sul serio, per esempio impedendo alla flotta di russa di attuare un blocco illegale ai porti georgiani.
Mentre i russi demolivano le infrastrutture militari georgiane e il porto di Poti la Ue farneticava di una missione, ovviamente di pace, con 2/5.000 soldati sotto le insegne dell’Osce o delle Nazioni Unite.
Tutta aria fritta  ma se anche tale missione avesse un senso non potrebbe essere varata prima di due mesi. Intanto i militari russi e le milizie irregolari ossete e abhkaze hanno terrorizzato la popolazione e saccheggiato case e villaggi portando via persino i sanitari, gli infissi e i rivestimenti.
Scene già  viste quindici anni or sono a Vukovar, nelle Krajine e poi in Bosnia. Nel cortile di casa di un’Europa all’epoca imbelle davanti al conflitto jugoslavo e oggi infastidita dalla crisi caucasica di ferragosto, quasi che il neo imperialismo russo non fosse affare nostro.
Ad abbassare ulteriormente il profilo dell’eventuale intervento europeo, nel timore ossessivo di irritare Mosca, il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, ha dichiarato che si tratterebbe di “osservatori e facilitatori europei ma non parlerei di una forza di pace”.
Eppure con 2,2 milioni di soldati (il doppio dei russi) e un bilancio della Difesa complessivo di 200 miliardi di euro (sette volte quello russo) gli europei avrebbero potuto inviare rapidamente a Tbilisi almeno una brigata di paracadutisti, una ventina di caccia da difesa aerea e una forza navale sufficienti a scoraggiare Mosca dal penetrare in territorio georgiano. Invece Jim Murphy, sottosegretario britannico agli Affari Europei, ha dichiarato il 12 agosto che “l’offensiva russa in Georgia è brutale ma l’invio di truppe occidentali a sostegno di Tbilisi è fuori discussione”.
Un bel regalo al comando russo, incoraggiato anche dal ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier secondo il quale “l’Unione europea deve avere buone relazioni con tutti, anche con i russi”.
Un’affermazione salomonica ma pericolosa per un’organizzazione che aspira almeno a parole a ricoprire un ruolo chiave negli equilibri strategici mondiali e, proprio per questo, non potrà  andare sempre d’accordo con tutti. Oltre a registrare l’ennesima figuraccia di un’Europa codarda c’è da stupirsi nel costatare quanto sia degradato negli ultimi due decenni lo spessore dei politici del Vecchio Continente, timorosi quanto impreparati o forse timorosi proprio a causa della propria incapacità .
Non c’è da stupirsi se a Tbilisi la delusione per il “tradimento” di UE e Nato porta a fare paragoni con le invasioni sovietiche di Ungheria e Cecoslovacchia, paralleli che a noi suonano anacronistici perchè non ci siamo mai trovati i cosacchi ad abbeverare i cavalli nelle nostre fontane.
A Tbilisi e nell’est Europa hanno avuto esperienze diverse e infatti per trovare un sussulto di dignità  europea bisogna spostarsi a oriente dove le tre Repubbliche Baltiche e la Polonia (che di invasioni russe se ne intendono) hanno criticato pesantemente il piano di pace del presidente francese Nicolas Sarkozy, non solo perchè i russi non lo rispettano, ma perchè non vi è menzionato il diritto della Georgia all’integrità  territoriale.
Una “dimenticanza” sufficiente a dimostrare quanto la Ue abbia calato le braghe davanti all’orso russo.

di Gianandrea Gaiani