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Bieldeberg vuole più coppie miste

disinformazione-1 Nella riunione annuale di Bildeberg tenutasi pochi mesi fa, c’era come sempre anche Bernabè, gran commis di Telecom e dei poteri forti.
L’ordine annuale di Bieldeberg ai suoi accoliti è stato quello di propagandare, negli ambiti in cui sono attivi, le unioni miste e le coppie interrazziali. Bernabè è stato uno dei più svelti nel dare forma alla consegna.

E quale modo migliore, se non quello di inserire il messaggio ‘interrazziale è bello’ in una pubblicità della telefonia, prodotto che può raggiungere le giovani generazioni? Ecco lo spot TIM:

https://www.youtube.com/watch?v=www.youtube.com/embed/TT0g0izSOXk

Ragazzo ‘europeo’ con africana, e ragazza ‘europea’ con asiatico. Ovviamente non un caso, ma qualcosa di voluto.

Non è la prima volta che il gruppo Telecom – sempre guidato dal fanatico Bieldeberg – utilizza le proprie pubblicità per propagandare il messaggio ‘multietnico’ e antirazzista. E’ evidente, solo i centri sociali e i rivoluzionari della domenica non l’hanno capito: l’obiettivo delle multinazionali è la destrutturazione della società attraverso l’immigrazione. Ancora meglio se questa destrutturazione arriva all’interno di quella che è la ‘cellula primaria’ della società: la famiglia, con la distruzione dell’identità attraverso rapporti interrazziali.

Questo per la sola Italia. Ma alla riunione c’era ovviamente lo stato generale della multinazionale par excellence, Mc Donald’s. E anche loro:

http://youtu.be/cC2uhas6uAo

Anche qui, la solita dose di propaganda entropica. Con l’aggiunta del gaysmo e della xenofilia, alla coppia interrazziale.

L’identità è il nemico peggiore delle multinazionali. Perché è l’unico ostacolo tra loro e l’uomo che nasce-consuma-crepa senza fare e farsi domande. Chi combatte l’identità è la mosca cocchiera delle multinazionali.

PS fatevi venire il sangue rancido : http://www.antiwhitemedia.com/

Kyenge : “Sostituire gli italiani con giovani immigrati”

373033_178560228973871_107891661_n«Il reato di ingresso clandestino e di soggiorno illegale dovrebbe essere abolito in sede di revisione del Testo Unico sull’immigrazione da parte dei ministeri dell’Interno – calabraghe Alfano già prende appunti – e della Giustizia e dal Parlamento”.
È quanto ha chiesto il ministro per l’Integrazione Cecile Kyenge, intervenendo a Roma, a palazzo Giustiniani, alla presentazione del Rapporto su “La criminalizzazione dell’immigrazione irregolare».
Solita marchetta.
Non basta, i clandestini devono essere liberi di gozzovigliare per l’Italia – stile Kabobo per intenderci – per la congolese infatti «il trattenimento delle persone da espellere nei Cie dovrebbe rappresentare solo l’estrema ratio e comunque 18 mesi sono un periodo eccessivamente lungo».
Ma attenzione, perché il suo obiettivo ‘finale’, è la soppressione etnica del popolo italiano: « La priorità, è il ringiovanimento demografico dell’Italia».
Tradotto: l’Italia è da considerarsi un paese di vecchi e per ringiovanirla occorrono altri milioni di immigrati, che però con le leggi vigenti faticherebbero ad entrare. Per la sostituzione rapida del vecchio col nuovo (il ringiovanimento) occorre aprire le frontiere a tutti.
Chi critica è un egoista razzista da mettere al bando.
Dicasi, ‘sostituzione etnica‘. Anche detto: genocidio.
E’ la stessa strategia utilizzata da Stalin, lo usano i cinesi in Tibet per la distruzione etnica del popolo tibetano attraverso l’immigrazione di Cinesi etnici, gli Han e dai laburisti nel regno unito con l’immigrazione massiccia e da tutte le nazioni europee con governi di sinistra.
E’ la strategia de Il piano Kalergi: il genocidio dei popoli europei
conclude il ministro “L’immigrazione deve essere vista in un’ottica europea”… appunto, come già riportato sopra!
Abbiamo visto gli effetti dell’immigrazione e dell’integrazione nella ex jugoslavia, in sudan, in Ruanda, in nigeria.
Adesso è il turno dell’Italia.
Quando si dimette, la ministra che vuole la ‘rivoluzione demografica in Italia’?

Default Italia

Ragnatela del debito in Europa
Ragnatela del debito in Europa

Ecco perché dichiarare default e uscire dall’euro.
Quando si dice “default”, immediatamente agli italiani vengono in mente le scene viste nel caso argentino, dando la scorretta impressione che in caso di default succeda automaticamente quanto avvenuto nel paese sudamericano.
Pochi sanno, per esempio, che il default dei conti pubblici e’ gia’ avvenuto diverse volte in Europa, per esempio in Spagna.
Anche l’Italia nel 1992 (XI Legislatura 23 aprile 1992 – 16 gennaio 1994 Governo Ciampi – Governo Amato) , andò in default, con miliardi di lire spesi nel tentativo di placare la speculazione internazionale e la nostra espulsione dallo Sme insieme alla Gran Bretagna.
E non si sono viste scene argentine!
In realta’ un default ha effetti devastanti sono in precise condizioni valutarie, come quelle che l’ Argentina ha ottenuto seguendo le politiche assurde dell’ FMI. Senza tali condizioni, il default produce semplicemente l’impossibilita’ del governo di pagare tutte le spese correnti, nonche’ tutti i titoli di stato, che vengono normalmente pagati solo in piccole percentuali e solo delazionati nel tempo.
Di conseguenza, un default italiano (i cui prodromi fanno capolino in questo periodo sul mercato dei titoli) non sarebbe necessariamente un disastro di tipo argentino ma quel che e’ peggio, potrebbe essere il miglior regalo fatto alle giovani generazioni.
Vediamo perche’.
Il primo concetto da capire e’ che agli attuali tassi di interesse e di crescita l’ Italia non ha NESSUNA possibilita’ di pagare il proprio debito.
E neanche di ridurlo.
MAI.
Puo’ rientrare nei parametri di Maastrich riguardo alla sua crescita, ma solo per pochi anni , dopodiche’ l’esigenza di investimenti lo rendera’ impossibile.
La grande menzogna, sostenuta da tutti i governi di ottuagenari signori della rendita, e’ che con una buona gestione si potra’ tenere il debito almeno “sotto controllo”. Ma un oggetto che cresce mentre non puoi investire in innovazione su vasta scala, prima o poi andra’ fuori controllo. E’ una palla l’idea che un governo qualsiasi, per quanto virtuoso, possa pagare il debito o sperare di ridurlo fino ai livelli europei. O anche sperare di ridurlo e basta.
E’ ora di dire basta a questo mito della buona gestione: nessuno puo’ pagare o recuperare o “controllare” quel debito nel medio e lungo termine.
Ed e’ ora di dire chiaramente che piu’ questi tentativi di fare l’impossibile si ripetono nel tempo, piu’ il debito divora pezzi di Italia impedendo gli investimenti.
E’ ora di smettere di procrastinare l’inevitabile, nella speranza che siano tutti cazzi dei posteri.
Chiarito che non sia possibile liberarsi di questa maledizione biblica pagando i debiti , (gli interessi sono superiori all’aumento annuo del PIL) e’ chiaro che il default e’ tra le opzioni praticabili. Anzi, l’unica.
Il motivo per cui non si fa e’ che una classe dirigente di ottuagenari non permettera’ mai che i vecchi paghino di tasca propria il debito, senza invece continuare a spassarsela per poi accollarlo alle generazioni future.
Vorrei chiarire tre cose.
Un eventuale default italiano puo’ inficiare il valore dell’ Euro, al massimo, dell’entita’ complessiva della partecipazione italiana alla BCE, ovvero il 14%.
Non puo’ avvenire quindi un effetto Argentina.
Nel caso di uscita dall’ eurozona, l’ Italia potrebbe reagire al default svalutando la moneta per rendere conveniente l’export. Non avendo piu’ debiti per via del default e’ persino possibile una svalutazione del 50%. Il che e’ un’incubo per tutti i concorrenti europei, che NON permetteranno MAI,neanche in caso di default, che l’ Italia possa usare strumenti simili.
Disponendo di imprese in grande quantita’, una svalutazione del 50% di un’eventuale nuova lira produrrebbe la distruzione del manufatturiero di tutti i paesi mediterranei , Spagna , Francia e Turchia incluse, a favore dell’ Italia. Con questo rischio, nessuno ci fara’ mai uscire dall’eurozona, non vi preoccupate.
Il 50% del debito pubblico e’ in mani straniere, il che significa che immediatamente i governi inizierebbero a trattare per avere una restituzione anche parziale del credito. Poiche’ esso viene usato principalmente ai fini pensionistici, diversi governi sono disposti a fare di tutto perche’ almeno il 30% del debito sia pagato, come nel caso argentino.
Le cifre sono troppo alte.
E quando dico “a fare di tutto” intendo proprio “di tutto”.
In Italia, i titoli di stato sono in mano a quell’economia della rendita che e’ fatta di altrettanti ottuagenari e dei signori della rendita che si basano su di essi. Andare in default significa di fatto dare fiato alle nuove generazioni togliendo loro l’incubo di un debito ormai impossibile da pagare, a spese delle generazioni che tale debito lo hanno creato.

La cosa che bisogna capire e’ che quando Amato dice “l’ Euro ci ha salvati , negli anni ‘90, non riuscivo piu’ a vendere i Bot”, sta infatti omettendo di specificare DA CHE COSA l’ Euro ci abbia salvati.
Quando andiamo a vedere il curriculum vitae di Amato, scopriamo che il buon socialista era in quei governi CAF che il debito lo hanno creato: Amato dice che l’ Euro ci ha salvato dalle conseguenze del SUO STESSO operato , in praticaAmato ci dice che l’ Euro ci ha salvati da Amato.
Lo stesso dicasi per Ciampi, che ci ha ricordato come l’ Euro ci abbia “salvati” dal disastro, senza menzionare chi ci fosse a dirigere la banca nazionale mentre quel disastro veniva prodotto: come Amato, anche l’ex presidente Ciampi ha perfettamente ragione. Come nel caso di Amato,Ciampi ci informa che l’ Euro ci ha salvati da Ciampi.

Potrei anche menzionare i governi “tecnici” appoggiati dal centrosinistra, la cui disastrosa gestione dei conti pubblici (sacrificare la crescita economica e il risparmio delle famiglie al bilancio non e’ mai un bene, al bilancio si sacrificano gli sprechi) ha contribuito anch’essa al disastro corrente: persino  Prodi, inteso come capo delle forze uliviste, potrebbe essere rinfacciato il fatto che l’ Euro, da lui voluto, ci ha salvati da lui medesimo.
In definitiva, credo che l’opzione Default andrebbe valutata. In primis perche’ libererebbe il paese di un fardello che, e’ inutile nasconderlo, e’ impossibile da pagare o da rimpicciolire. Si potra’ scendere fino al 100% o al 99% del PIL. E poi? In pochi mesi gli interessi lo riporterebbero al punto di prima.
Bisogna rassegnarsi al fatto che senza provvedimenti drastici, come il Default, ai nostri figli lascieremo un debito che non potranno pagare, ed al quale dovranno sacrificare l’intero futuro. E lo stesso dicasi per i nipoti.
Il secondo concetto, ed e’ il motivo per il quale la classe di ottuagenari che abbiamo al potere sostiene la leggenda del “deficit che puo’ rientrare”, e’ che il default finirebbe per colpire quasi esclusivamente i baroni dello stato, i grandi professionisti dello stato, i superconsulenti dello stato, e l’economia della rendita gerontocratica.

Dichiarare un default sarebbe un brutto colpo per 5-10 anni. Ovviamente il fabbisogno pubblico dovrebbe calare enormemente, con un taglio gigantesco della pubblica amministrazione, un taglio come Brunetta non immagina neppure. Non sarebbe piu’ possibile finanziare nulla se non entro il 45% di pressione fiscale nazionale: no other assets.

Ma nell’arco di 20 anni,un paese liberato dal debito avrebbe la possibilita’ di crescere con un’economia che non ingoia interessi al ritmo del 4% del PIL annuo, (contro una crescita dell’ 1-2%), non avrebbe il fardello di 7/8 dei soldi del paese che dormono congelati in cartacce di titoli di stato, e specialmente potrebbe parlare ai propri figli e nipoti con la coscienza pulita.
Il motivo per il quale si resistera’ a questa idea di dichiarare default, che ormai ci viene consigliata persino da autorevoli economisti di tutto il mondo, e’ che questo processo sarebbe tutto a vantaggio delle nuove generazioni e del futuro, mentre andrebbe a venir pagato quasi esclusivamente dalle generazioni che hanno creato il buco.
Questa e’ la ragione per la quale fanno terrorismo mediatico raccontando che un default in Italia otterrebbe i risultati dell’ Argentina omettendo però che invece furono proprio loro a causare il bico con i loro malcostumi economici.
Per quanto mi riguarda, il governo italiano dovrebbe iniziare a valutare con la BCE un eventuale default ufficiale, in modo da limitare gli effetti sull’economia europea, e a fottere chi ha comprato 800 miliardi di merda.
Se lo fanno quelli di Lehman, possiamo farlo anche noi, o no?
Fonte: Wolfsteep

l’armeria del GOI

targa gruppo operativo incursori
targa gruppo operativo incursori

L’ armeria del GOI raccoglie probabilmente quasi ogni sistema d’ arma esistente al mondo. Questo più per la necessità di saper riconoscere, tanto quanto utilizzare, le armi che potrebbero essere in mano al nemico.
Il GOI fa ampio uso delle carabine Colt M4 A1, in cal.5,56, dopo aver lungamente utilizzato l’ Heckler & Koch G-41, l’ M-16 ed il Beretta SC ed SCP 70-90. L’ M4 puó essere equipaggiato con una serie di accessori, quali il lancia granate M-203 da 40mm. L’ M4 A1 puó anche essere dotato del kit SOPMOD (Special Operations Peculiar Modification), e che comprende un’ impugnatura anteriore (quando non è in uso l’ M-203),puntatori laser ed all’ infrarosso, mirini ad intensificazione di luminescenza ed olografici, e silenziatore.
E’ probabile che il reparto, seguendo la tendenza inaugurata dal SOCOM statunitense, stia valutando l’ impiego di fucili d’ assalto in cal7.62mm, dotati di maggior potere d’ arresto.
Per quanto riguarda le pistole mitragliatrici, il GOI fa uso della serie MP5 della tedesca Heckler & Koch, adottata ad inizio anni ’70 per sostituire le Beretta M-12. Le MP5 sono presenti in tutte le loro varianti, tra le quali ricordiamo la SD (silenziata) e la K, versione compatta spesso usata per incarichi di protezione ravvicinata. Le MP5 montano torce Sure Fire, e dispositivi di puntamento Trijicon ACOG, Trijicon Reflex II ed EOTech Holosight .
Quale arma da fianco, il GOI fa uso della Beretta 92FS, in cal. 9mm Parabellum, con caricatore bifilare da 15 colpi. La pistola è utilizzata quale back up: in caso di inceppamento dell’ arma principale, e qualora sia impossibile risolvere il malfunzionamento in tempi rapidi, l’ operatore estrae la sua Beretta, continuando nel compito assegnatogli (questa e’ una tecnica spesso impiegata nel combattimento ravvicinato in ambienti ristretti). E’ probabile che, accanto alla Beretta 92FS, si stia affermando l’ uso nel reparto anche della austriaca Glock 17, in cal. 9mm Parabellum.
Importante, nel combattimento ravvicinato, è anche l’ impiego di fucili a canna liscia.
Il GOI ha utilizzato per lungo tempo lo SPAS-12 e 15 della Franchi. Piú recente l’ impiego dei fucili a pompa Beretta 202 ed M-3, che possono essere utilizzati con diverso tipo di munizionamento, incluso quello non letale, meno che letale e a palla frangibile (per la distruzione di cardini e serrature di porte).
Dopo un lungo periodo nel quale il GOI ha fatto uso dell’ Heckler & Koch G-3 SG/1 quale fucile di precisione, il reparto fa oggi ampiamente uso del SAKO SSR Mk.3 (con silenziatore integrato Vaime) e TRG-21, e degli Accuracy International AW (Arctic Warfare) in cal. 7,62x51mm.
Preponderante anche l’ impiego di fucili per il tiro di precisione “pesante”. Al Barrett cal.50mm Light Fifty Modello 82 A1, introdotto alla fine degli anni’80, è andato a sostituirsi il McMilan M-87R, dello stesso calibro del predecessore ma del peso di 9,5kg contro i 12kg del Barrett. Il McMillan è’ in grado di ingaggiare bersagli fino a 2000 metri e oltre ad essere impiegato contro personale nemico è utilizzato per il tiro anti materiale, vale a dire la disabilitazione di mezzi ruotati (compresi blindati leggeri), aerei ed elicotteri al parcheggio, ma anche la distruzione di ordigni inesplosi.
Per quanto riguarda le mitragliatrici leggere, sulla scia dei SEALs, anche il GOI ha impiegato, a partire dal dispiegamento in Afghanistan, della M-60 A4 in cal. 7,62x51mm, versione accorciata della M-60. Dotata di una caricatore a scatola da 50 o 100 copi e di un’ impugnatura anteriore, l’ M-60 A4 è facilmente trasportabile e puó essere utilizzata anche dal fianco. Altre mitragliatrici leggere in uso sono la FN Minimi in 5,56x45mm e la Heckler & Koch 21 in 7,62mm, anch’essa dotata di impugnatura anteriore.
l’ Instalaza C-90 ed il Panzerfaust 3 sono i lanciarazzi del reparto oramai da diverso tempo. Oltre che per la lotta contro carro, entrambi i sistemi d’ arma sono impiegati per la difesa delle unità navali contro attacchi da parte di barchini suicidi. In uso anche il missile filo guidato MILAN. Ricordiamo infine la pistola lancia dardi Heckler & Koch P-11, un’ arma per impieghi speciali, utilizzabile tanto su terra quanto sott’ acqua (a seconda della cartuccia). La P-11 impiega cartucce da 7.62 x 36mm, e la portata di tiro teorica è di 30 metri fuori dell’acqua e 15 in immersione, anche se la portata effettiva in acqua è in realtà di circa 10 metri. L’ arma è particolarmente adatta per l’ eliminazione silenziosa di personale nemico, anche se il suo impiego deve essere parsimonioso, dato che la ricarica puó essere effettuata solo dalla ditta costruttrice, ad un costo di circa 25 Euro per arma. Il GOI ha anche considerato l’ uso di balestre, ma la loro dimensione non ne ha fatto un’ arma agevolmete impiegabile in teatro. Quando la discrezione è una necessità, meglio quindi utilizzare i pugnali, le MP5 SD od i fucili di precisione silenziati.
Per quanto concerne il settore bombe a mano, il GOI impiega ordigni di fabbricazione nazionale, facendo anche uso di granate stordenti Flashbang. Esse vengono spesso impiegate negli interventi di liberazione ostaggi ed unitamente alle maschere Antigas Avon SF-10 che, oltre a proteggere da agenti chimici, permettono, grazie a lenti scure, di non essere accecati dallo scoppio delle Flashbang.
Per quanto riguarda l’equipaggiamento subacqueo, il reparto utilizza autorespiratori ARA, impiegabili fino a sessanta metri, ARO a circolo di ossigeno “chiuso” (in pratica l’ossigeno respirarato viene riciclato) ed ARM, con miscele di azoto/ossigeno, utilizzato oltre i cinquanta metri.
Nel parco mezzi acquatici, oltre a quelli per impieghi speciali, il GOI fa uso dei potenti gommoni a chiglia rigida Hurricane. Lunghi 7,33m e propulsi da due motori silenziati fuoribordo da 200 cavalli, questi gommoni sono in grado di trasportare un intero distaccamento, piú due membri d’ equipaggio, raggiungedo una velocità di 35 nodi.
Per quanto riguarda i mezzi ruotati, tanto in Iraq quanto in Aghanistan, il GOI ha fatto inizialmente utilizzato gli Iveco VM-90, muniti di mitragliatrice pesante Browning M-2 in cal.50, un’ arma micidiale in grado di sviluppare un’ impressionante volume di fuoco. In uso anche Land Rover munite di Browning M-2 o lancia granate da MK-19 da 40mm. Recentemente sono entrate in servizio le nuove Toyota Hilux, anch’ esse equipaggiate di Browning M-2.

Da corpi d’elite.net

Egitto e la distruzione delle chiese

attentato di capodanno alla chiesa copta di alessandria
attentato di capodanno alla chiesa copta di alessandria

Negli ultimi giorni le chiese cristiane sono state attaccate in almeno due paesi,  Nigeria ed Egitto, mentre imballaggi contenenti ordigni esplosivi rudimentali sono stati posti sulla porta di casa delle famiglie cristiane in Iraq. Gli attacchi contro i cristiani non sono rari nel mondo islamico ma non è chiaro se questi ultimi avvenimenti sono stati realizzati da piccoli gruppi e quindi sono semplicemente una coincidenza e non una minaccia ad un nuovo livello che indica l’esistenza di un’iniziativa internazionale coordinata.
Eppure è strana la quasi perfetta tempistica degli eventi in tre paesi lontani tra loro. Certo, i servizi segreti egiziani sono alla ricerca di eventuali collegamenti regionali (ad esempio, se operatori iracheni hanno reclutato attentatori egiziani). I precedenti attentati in Egitto sono stati tutti contro i turisti e mai contro i cristiani e le chiese.
Ciò che è importante è capire che se i recenti attacchi non sono casuali, allora c’è una conduzione coordinata contro le chiese cristiane. Se fosse così, saremmo in presenza di una rete terroristica che ha eluso la sorveglianza da parte dei servizi di sicurezza e di intelligence.
Ovviamente, queste sono supposizioni.
Ciò che è chiaro, tuttavia è che l’attacco a una chiesa in un paese come l’Egitto è tutt’altro che comune e tra l’altro questo è stato particolarmente distruttivo.
L’Egitto, in termini di terrorismo è una nazione relativamente tranquilla anche se ultimamente ci sono stati alcuni attacchi contro la grande popolazione cristiana copta che conta il 10% di tutta la popolazione.
Il governo egiziano, nel passato è stato efficace nell’usare una spietata repressione dell’estremismo islamico e da diversi anni è attivo nella condivisione delle informazioni sul terrorismo con americani, israeliani e altri governi musulmani.
Il suo apparato di intelligence è stato uno dei pilastri degli sforzi per limitare il terrorismo, nonché a mantenere l’opposizione interna sotto controllo.
Pertanto, l’attacco in Egitto è significativo ed evidenzia una falla nella sicurezza egiziana. Anche errori sono inevitabili, ciò che ha reso questo fallimento degno di nota è l’attacco che si è verificato in sequenza stretta con più obiettivi cristiani in Iraq e in Nigeria. Avvenimenti che seguono una minaccia di al Qaeda, fatto il mese scorso, contro i copti egiziani.
Questo avvertimento aumenta le probabilità di convincimento in un’azione coordinata.

Storia moderna

L’Egitto, con una popolazione di circa 80 milioni di cittadini è il più grande paese arabo. IlCairo è il centro storico della cultura araba ed è stato il nucleo della risposta araba al crollo degli imperi britannico e francese.
Sotto Gamal Abdul Nasser, il fondatore politico della lega Pan-araba (al contrario di Pan-islamico) l’Egitto era il motore militarizzato della regione.
Quando nel 1956, l’Egitto, si alleò con l’Unione Sovietica ridefinì la strategia geopolitica della regione del Mediterraneo. Cambiando alleanza nel 1970 anche la sua geopolitica è cambiata, più che in ogni altro paese arabo.
L’ultima mossa importante da parte dell’Egitto è stata la firma di un accordo di pace con Israele nel 1979 che ha smilitarizzato la penisola del Sinai e la rimozione della minaccia strategica a sud di Israele. La conseguenza è stata che a sua volta ha liberato Israele facendolo concentrare sui propri interessi primari al nord ed a sviluppare la sua economia. Le conseguenze del trattato di pace sono state enormi definendo la geopolitica della regione lasciando isolata la Siria e rendendola dipendente dall’Iran.
La morte del presidente Anwar Sadat nel 1982 e la conseguente elezione di Hosni Mubarak portò ad un periodo di congelamento nella strategia estera nazionale.
Il rapporto con gli Stati Uniti assicurò il fronte esterno. Tuttavia, la morte di Sadat, ha dimostrato che il trattato con Israele ha generato forti resistenze all’interno dell’Egitto.
Considerando che il regime egiziano proveniva da una visione laico arabista è facile capire che la pace con Israele ha posto problemi teologici e non ideologici. L’opposizione ruotante attorno alla Fratellanza Musulmana è stata un’opposizione di tipo islamista e quindi contraria al trattato su basi teologiche.
L’assassinio di Sadat ha avviato un periodo di intensa attività da parte delle forze di sicurezza egiziane al fine di distruggere l’organizzazione degli assassini e delle forze islamiste che si opponevano sia al regime che al trattato con Israele.
La coordinazione tra gli spietati servizi segreti e servizi di sicurezza, la disorganizzazione degli islamisti e le profonde divisioni nella società egiziana ha ridotto la minaccia islamista ad una debole forza politica e il terrorismo ad un evento piuttosto raro.
Però questo concentrarsi sulla sicurezza interna ha congelato la politica estera egiziana.
Le considerazioni fatte dai politici furono : In primo luogo, condurre una vigorosa politica estera, avendo contemporaneamente un fronte interno col terrorismo, era pericoloso se non impossibile.
In secondo luogo, la lotta contro il radicalismo islamico è una guerra di intelligence e l’Egitto necessitava la cooperazione con i servizi segreti di altri paesi, soprattutto gli Stati Uniti e Israele.
Le conseguenze furono che la minaccia interna non soltanto ha congelato la politica estera dell’Egitto ma ha anche contribuito alla disuguaglianza sociale ed economica.
Il risultato della combinazione di questi fattori è che l’Egitto è apparso agli occhi delle altre nazioni islamiche come scomparso dalla storia, ripiegato su se stesso.
Le notizie dal Cairo, negli anni dal 1950 al 1970, galvanizzavano il mondo arabo ma dal 1980 l’Egitto cessava di essere la nazione leader della regione.
Anche dopo il 2001, quando tutti gli alleati americani sono stati mobilitati nella guerra contro l’Islam militante, il ruolo dell’Egitto si è limitato al controllo del movimento terroristico all’interno di se stesso. Riuscire a controllare il terrorismo è stato un enorme vantaggio per gli Stati Uniti e l’Egitto è diventato il paese di cui né gli USA né gli israeliani avevano di cui preoccuparsi. Al contrario, se in Egitto il terrorismo si fosse radicalizzato per cli USA si sarebbe creata una grande sfida strategica.

Attuale clima politico dell’Egitto

Mubarak è vecchio e secondo alcuni soffre di cancro. Egli sperava che suo figlio, Gamal, lo sostituisse ma questo desiderio ha incontrato la resistenza da parte dell’apparato politico e militare che sostiene il presidente. Apparato che deriva direttamente dal regime fondato da Nasser.
Il regime ha l’appoggio di una parte della popolazione, in particolare dei dipendenti pubblici. Allo stesso tempo, però, ci sono laici che vogliono un regime più liberale orientato al business. I desideri dei liberali sono sempre stati controllati con la scusa della minaccia dei radicali islamici che al momento attuale è vista come esaurita.
Ci sono tutte le ragioni per giudicare l’attacco alla chiesa come un’evento importante importante. L’argomento che la minaccia islamista è stata soppressa decade con l’attacco dell’altra notte e con esso decade la tesi secondo cui la continua focalizzazione su uno stato di sicurezza è ormai superata.
Nel caso del reiterarsi degli attacchi terroristici, la politica di Mubarak è legittimata e può essere trasmessa a chi dovesse succedergli alla presidenza.
Questo ci porta al cuore della questione, non è chiaro cosa si sta muovendo sotto la superficie ma qualunque cosa sia deve essere necessariamente prudente. Consideriamo che l’islamismo radicale, per varie ragioni, ha catturato l’immaginazione della gente in altri paesi musulmani e non è irragionevole supporre che non sia così anche in Egitto. Possiamo supporre che anche se Mubarak ha fatto di tutto per sopprimere l’islamismo, esso sia ancora in Egitto anche se dormiente.
Il momento più vulnerabile per la nazione dei faraoni è il periodo immediatamente precedente all’uscita di scena di Mubarak.
Se gli islamisti radicali alzassero la testa ora, potrebbero  attirare l’ira dei servizi di sicurezza e in ogni caso, essi non starebbero peggio di quanto non stessero prima e non sarebbero una minaccia. Ma se la crisi di successione dovesse dividere uno stato già sclerotico si potrebbe aprire la porta a una rinascita dell’islamismo radicale.

Futuro politico egiziano

Abbiamo due possibilità :

A) l’Egitto entra in un periodo di lotte interne e d’instabilità. Il regime non riesce a reprimere gli islamisti ed essi non riescono a prendere il potere.

B) un movimento di massa islamista ripudia il patrimonio nasseriano e stabilisce una repubblica islamica in Egitto.

Ci sono molte forze contrarie alla seconda ipotesi anche se nel lungo periodo non è uno scenario impossibile da immaginare.

C’è, naturalmente, un terzo scenario che prevede una successione ordinata.
Consideriamo per un momento uno scenario con uno stato islamista in Egitto.
Il Mediterraneo che per anni è stato una regione strategica tranquilla, prenderebbe improvvisamente vita. Gli Stati Uniti dovrebbero ridisegnare la propria strategia e Israele dovrebbe riprendere in considerazione la sua strategia geopolitica al sud dei suoi confini.
La Turchia dovrebbe prendere sul serio una nuova potenza islamica nel Mediterraneo e non sottovalutarne la leadership ma la cosa più importante è che un Egitto islamista darebbe impulso drammatico all’Islam radicale in tutto il mondo arabo.
E ancora, uno dei perni della politica americana ed europea andrebbe perduto irrimediabilmente. La trasformazione dell’Egitto in un paese islamico sarebbe per l’occidente una catastrofe mentre assumerebbe rilevanza nel mondo islamico, al di là dei problemi iraniani, cambiando completamente al volto sociopolitico/geopolitico della regione così come la vediamo oggi.
Se questi problemi esistessero in qualsiasi altro paese islamico avrebbero scarsa importanza ma l’Egitto è sempre stato la potenza dominante ed riferimento degli arabi della regione. Gli ultimi 20 anni di assenza di leadership sono stati, a mio parere, un periodo anormale.
Il racchiudersi su se stessi, divenendo evanescenti nel mondo arabo è stato dovuto ad uno sforzo per reprimere gli islamisti radicali ed ha assorbito dall’interno tutta l’energia del regime.
La dinamica interna dell’Egitto sta certamente cambiando gli approcci della successione ed il recente attacco alla chiesa è stato un raro fallimento della sicurezza egiziana.
Se la sicurezza interna dovesse fallire ancora e poi ancora, sarebbe difficile prevedere gli esiti per un paese importante come l’Egitto, è una questione che va presa sul serio.
Certamente non è chiaro, come e dove nella complessa situazione politica della nazione è da collocare l’attacco terroristico alla chiesa ma se è l’inizio di qualcosa di più grave si scoprirà solo osservando qualcosa fuori dal comune dal normale trend della vita del paese.
Se si notassero derive o fenomeni strani, bisognerà prendere sul serio la situazione, se non altro perché questo è l’Egitto ed esso conta politicamente più di altri paesi. l’Egitto sta cambiando ed è da tenere sotto osservazione.

Egypt and the Destruction of Churches: Strategic Implications is republished with permission of STRATFOR.

Cristianità e cultura occidentale

Libro copiato dagli amanuensi
Libro copiato dagli amanuensi

A fronte dell’ultima trovata della Commissione Europea nel perseguire la cancellazione del cristianesimo iniziata con la rimozione del crocifisso dai luoghi pubblici, voglio rinfrescare un pò la memoria dei miei lettori ma sopratutto quella dei politici europei ed italiani.

A partire dal 313 d.C., data che sancisce l’emanazione dell’ editto di Costantino che proclamava la libertà di culto per i cristiani, si assiste ad un rapido e consistente sviluppo del testo scritto e, di conseguenza, dello studio della scrittura (maometto muore nel 632 d C quindi tre secoli dopo l’editto che anticipa di circa 500 anni l’età d’oro dell’islam).
Per poter studiare, si rese quindi necessaria la riproduzione dei libri e , poiché a quel tempo non era ancora stata inventata la stampa, i libri potevano essere riprodotti solo copiandoli a mano: nasce così la figura degli amanuensi, umili ed anonimi monaci che avevano il compito di riprodurre pazientemente a mano le Sacre Scritture, opere greche e latine, testi di grandi storici, poeti e naturalisti, codici e, grazie al romano Cassiodoro, consapevole di quanto fosse importante che la cultura e le tradizioni delle antiche civiltà non andassero perdute, anche testi profani.

I libri ricopiati servivano ai monaci per la lettura e l’insegnamento. Era nei monasteri infatti che la cultura veniva custodita e tramandata ed alcuni di questi monasteri avevano biblioteche in cui erano custoditi i preziosi libri salvati dalla distruzione dei barbari.
I monaci che si dedicavano a questa attività studiavano le arti liberali (grammatica, dialettica, retorica, aritmetica, geometria, musica, astronomia) e spesso, nel lavoro di esegesi e nelle traduzioni, assumevano l’arbitrio di apporre interpolazioni o estrapolazioni allo scopo di dare un senso cristiano alla quasi totalità dei concetti e a tale proposito aggiungevano , a volte, anche una breve preghiera alla fine del libro.

Libreria di un monastero
Libreria di un monastero

Grazie all’opera degli Amanuensi, sono arrivati sino a noi tanti capolavori che altrimenti sarebbero andati perduti ed è per questo che i monasteri possono essere considerati dei veri e propri centri di promozione culturale oltre che di fede e spiritualità.
Il lavoro di copiatura era molto lungo e faticoso tanto è vero che, per ricopiare la Bibbia, era necessario un intero anno di lavoro fatto da più persone e vi erano persino dei testi così estesi e complicati che spesso non bastava l’ intera vita di un Amanuense per realizzarne una copia.
Proprio per questo, nei testi dei secoli IX e X, si trovano spesso affermazioni come questa: “L’approdo non è più gradito al marinaio di quanto non sia l’ultima riga del manoscritto allo stanco amanuense”.
La media di copiatura era di 10-12 pagine al giorno nonostante di solito gli amanuensi fossero esonerati dalle preghiere della terza, sesta e nona ora proprio per non dover interrompere il loro lavoro nelle ore di luce. Gli amanuensi erano costretti a stare chiusi per ore ed ore nello scriptorium ( dal latino: luogo dove si scrive), fermi nella stessa posizione, con le dita e la mano che si irrigidivano per i crampi.
Ecco, il sacrificio ed il lavoro di questi amanuensi hanno permesso alla cultura, la nostra cultura e le nostre tradizioni di non andare perduta e di sopravvivere alla barbarie.
Sarà per un caso del destino che Gutenberg, per pubblicizzare l’invenzione della stampa a caratteri mobili, pubblicò la famosa bibbia delle 42 linee? ( chiamata cosi perché conta 42 righe per colonna per un totale di 1282 pagine e 180 totali)
C’è da riflettere!
E c’è da riflettere anche sul perché in meno di 300 anni il cristianesimo è numericamente passato dai dodici apostoli a quasi 300 milioni di fedeli e perché alla faccia di atei, musulmani e politicanti di sinistra continua ad espandesi mentre l’islam si contrae:
Impennata di vocazioni sacerdotali in Inghilterra e Galles
(13/12/10)
La Chiesa e le vocazioni crescono abbondanti anche in Guinea-Bissau
(10/12/10)
I cristiani nell’Africa Subsahariana sono arrivati a 470 milioni (9/5/10)
In continuo aumento i cristiani in Africa (17/4/10)
I cattolici nel mondo crescono dell’11,54% rispetto al 2000
(27/4/10)
Anche Benedetto XVI conferma: la Chiesa nel mondo è in costante crescita
(30/11/10)
Ultime statistiche: in un anno i cattolici crescono di 19 milioni
(26/10/10)
Crescono notevolmente i cattolici nella Penisola Arabica
(27/10/10)
Timor Est: crescita esponenziale dei fedeli e dei sacerdoti cattolici
(20/10/10)
Cresce costantemente la comunità cattolica in Malesia
(24/8/2010)
India: in aumento le vocazioni religiose e sacerdotali (18/8/10).
Crescono i cattolici in Corea del Sud: 116mila in più nel 2009 (23/6/10)
I cattolici nel mondo crescono dell’11,54% rispetto al 2000 (27/4/10)
Nuove conversioni e battesimi pasquali anche in Nepal (6/4/10)