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Nigel Farage

Nigel Farage
Nigel Farage

Nigel Farage è Presidente del partito per l’indipendenza del Regno Unito (UKIP) e membro del Parlamento Europeo (MEP).
La sua posizione euroscettica e fortemente critica sull’Unione Europea e sull’Euro, che ritiene essere un vero e proprio fallimento, ha attirato su di lui le antipatie degli “architetti del disastro Europeo; responsabili di aver creato una; prigione economica per gli stati come l’Italia, la Grecia ed il Portogallo.

Di seguito pubblichiamo una sequenza di video da cui si evincono le posizioni dell’eurodeputato con i discorsi tenuti all’eoroparlamento ed un’intervista nella quale parla di Monti e della goldman sachs

Il giorno 06/05/2010 Nigel Farage è vittima di un incidente aereo e si salva miracolosamente insieme al pilota dell’ultraleggero. Ma già a poco più di un mese dall’incidente l’eurodeputato torna ad attaccare Van Rompuy, Barroso e gli ;architetti;del disastro chiamato;Unione Europea; in cui 500 milioni di persone sono;guidate; da un perfetto sconosciuto di cui non si sa la provenienza e il modo della sua elezione alla carica di Presidente.

Ecco i video:

1) PE -13 gennaio 2009 – Considerazioni sul fallimento dell’Euro in occasione del 10° anniversario della sua introduzione.

2) 24 febbraio 2010 – N. Farage si rivolge al Pres. UE Van Rompuy: Chi è lei? Chi lo ha votato?

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3) Londra 6 maggio 2010 – Nigel Farage sopravvive ad un;incidente; aereo

http://youtu.be/bSopD0Ixtx0

4) PE 17 giugno 2010 – Farage interviene al Parlamento Europeo dopo l’incidente di maggio

5) PE 16 novembre 2011 – Farage descrive con lucidità e precisione quello che è accaduto al governo Greco e a quello italiano sostituiti con un colpo di mano non democratico.

http://youtu.be/SwN8t8–0HQ

Nigel Farage: “Bene, eccoci qui, sulla soglia di un disastro finanziario e sociale, e in questa sala, oggi, abbiamo i 4 uomini che dovrebbero ritenersi responsabili.
Eppure abbiamo ascoltato i discorsi più tediosi e tecnocratici mai sentiti e continuate ancora a negare, a dispetto di ogni considerazione obbiettiva, che l’euro sia un fallimento.
E chi è l’effettivo responsabile?
Chi è responsabile fra di voi?
Ovviamente la risposta è ‘NESSUNO DI VOI’, perchè nessuno di voi è stato eletto, nessuno di voi ha in effetti qualsivoglia legittimità democratica per ricoprire i ruoli di cui siete attualmente incaricati all’interno di questa crisi. E in questo ‘vuoto’ stato di cose, non di certo con riluttanza, è entrata Angela Merkel. E stiamo ora vivendo, stiamo ora vivendo in un Europa dominata dalla Germania. Questione a cui il progetto europeo avrebbe dovuto, in effetti, mettere fine. Questione per cui coloro che ci hanno preceduto hanno pagato caro, con le loro vite, al fine di evitarla. Io non voglio vivere in un Europa dominata dalla Germania, né lo vogliono i cittadini europei.
Ma voi Signori avete giocato un ruolo in questi eventi, perchè quando il Signor Papandreou si è fatto avanti pronunciando il termine ‘Referendum’, o quando lei Signor Rehn, lo ha descritto come un ‘abuso di fiducia’, e i vostri amici qui si son riuniti, come un branco di iene, per scagliarsi su Papandreou, l’avete fatto rimuovere e l’avete sostituito con un governo fantoccio.
E’ stato uno spettacolo assolutamente disgustoso.
E non soddisfatti da ciò, avete deciso che anche Berlusconi dovesse andarsene. Così lui è stato rimosso e sostituito dal Signor Monti, un ex commissario europeo, un ‘fratello architetto’ di questo euro-disastro e un uomo che non era nemmeno un membro del Parlamento.
Sta diventando un racconto alla Agatha Christie, dove stiamo cercando di capire chi sarà la prossima vittima ad essere fatta fuori.
La differenza è che sappiamo chi sono i criminali.
Voi dovreste essere tutti ritenuti responsabili per ciò che avete fatto. Dovreste essere tutti licenziati.
E… devo dire, Signor Van Rompuy, 18 mesi fa, quando ci siamo incontrati per la prima volta, mi sono sbagliato sul suo conto… Avevo detto che sarebbe stato un assassino ‘silenzioso’ della democrazia degli stati-nazione, ma non è più silenzioso, lei è piuttosto rumoroso a proposito, non è così? Lei, un uomo NON eletto, si è recato in Italia dicendo: “L’Italia ha bisogno di riforme, non di elezioni!”
COSA, IN NOME DI DIO, LE DA IL DIRITTO DI DIRE CIO’ AL POPOLO ITALIANO?”

6) 16 Febbraio 2012 – Nigel Farage intervistato dal “The Alex Jones Show” parla del suo incontro con il nominato e non eletto premier italiano Mario Monti il quale sostiene che la democrazia dev’essere sospesa, “per un breve periodo, così da poter risolvere tutto”.

Nuovo ordine mondiale

Agnelli nel 1975 disse : “I regimi tecnocrati di domani ridurranno la libertà, ma non sarà un male”

E’ giunto il momento di prendere in considerazione alcuni fenomeni che negli ultimi anni hanno subito un’accelerazione incredibile (attenzione alle date) minacciando di cambiare radicalmente il mondo e la nostra vita, così come la conosciamo oggi.
Non si tratta di religione, superstizione o complottismo ma si tratta di affrontare con intelligenza gli strumenti che la storia ci ha dato. Tante coincidenze e quando le coincidenze sono troppe c’è motivo di avere un sospetto.
Qualche centinaio di anni fà un tipo chiamato Giovanni scrisse un libro ,l’ultimo delle sacre scritture.
Al di là delle credenze  e delle superstizioni è stupefacente come in un passato tanto remoto, una persona tutto sommato ignorante abbia descritto fenomeni che stanno avvenendo oggi.
Riporto per chi non conosce alcuni passi in cui si parla del Marchio della Bestia è citato per 7 volte e tutte nel Libro dell’Apocalisse di San Giovanni Apostolo:

Apocalisse 13:16-18
Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d’uomo. E tal cifra è seicentosessantasei.

Chi ha intelligenza CALCOLI il numero della bestia…

… Se prendete un qualsiasi codice a barre vi accorgerete che esistono diversi tipi di barre che corrispondono ad un numero, sono tutti uguali e tutti fatti nello stesso modo, cambiano solo i numeri.
All’inizio, al centro e alla fine di ogni codice a barre noterete una barretta più lunga delle altre. Il numero corrispondente a quella barretta è il 6. Prendento le tre barrette si ottiene 666.

Codice a barre
Codice a barre

 Complottismo? Superstizione?
Strano ma quel numeretto è presente in tutti i codici a barre. Incredibile che abbiano scelto come “virgola” il numero sei. E perchè non il cinque o il sette?
Cerchiamo di analizzare l’anatomia del barcode UPC (Universal Product Code).
Guardando quindi l’immagine , soffermiamoci sulle 3 barre di controllo, ad occhio sono identiche, giusto?
Detto questo, come si rappresenta il numero “6” nel codice “UPC”?
E’ di questi giorni la notizia che entro il 2013 tutti gli americani avranno impiantato nella mano un microcip. Dicono per motivi strettamente sanitari ma dato che lavoro nel campo dell’elettronica posso affermare con certezza che l’utilizzo è molteplice.
Con la tecnologia che abbiamo a disposizione sarà anche possibile comprare e vendere senza l’utilizzo di banconote, ma accreditando il denaro in un conto nel microchip. Naturalmente nel microchip sarà presente il codice a barre, ovvero il marchio della bestia.
In buona sostanza, un numero (perchè i codici a barre sono numerici) viene sempre codificato con una sequenza di 7 “bit”, per così dire.
Un segno nero equivale ad un “uno” ed uno spazio bianco ad uno “zero”. Il nostro beneamato “6” quindi, sarà “101”.
Le barre di controllo iniziali e finali, (estrema sinistra ed estrema destra) anche se non sembra, a livello di dati contano come un “101”. Il marker mediano è uno “01010”… quindi dato che lo zero vale zero abbiamo 3 volte un numero intero 101=6. Strano vero? Un pò come la carica dei 101 🙂
Torniamo un’attimo indietro e cerchiamo di spiegare sbrigativamente il perchè il 6 è il numero della bestia.
Nella Bibbia il numero sei è messo in relazione con i nemici di Geova (ok, ok, se non avete mai letto e meditato la Bibbia, prendetelo per buono).
Il 6 è inferiore al sette ma il sette rappresenta la completezza dal punto di vista di Dio (il creato, finito, ha richiesto 7 giorni, prendete per buono anche questo). Quindi il triplice sei è simbolo di grossa imperfezione.
Il che dà risalto all’imperfezione e alle carenze di ciò che la bestia rappresenta o raffigura (ricordate che la Bibbia è scritta per essere capita da tutti quindi non critichiamo ma cerchiamo di capire con la nostra intelligenza).
Il numero della bestia, 666 è chiamato un numero d’uomo ad indicare che ha a che fare con l’uomo imperfetto, decaduto, debole e sembra simboleggiare l’imperfezione di ciò che è rappresentato dalla bestia.
Perciò il nome serve a ribadire che la bestia è terrena e simboleggia il governo umano.
Quindi niente diavoli, complotti o superstizioni. In fin dei conti quando conosciamo una persona … che non ci piace diciamo … quello è una bestia!
Adesso saltiamo ad un tempo più vicino a noi ed esattamente nel 2005.
Dal 1° gennaio 2005, in Italia è obbligatorio, inserire negli animali che debbono essere registrati, un microchip per il loro riconoscimento. L’inserimento è sotto cutaneo. Questo è servito come test e collaudo per poterlo inserire nelle persone. E’ stato un test tecnico, sanitario e psicologico ma anche di preparazione mentale per questo metodo infallibile di riconoscimento.

barcellona chip sottopelle per pagamenti
barcellona chip sottopelle per pagamenti

Perchè dico così? Perchè nel lontano 1990 succedeva che in Europa l’impianto giuridico era già pronto, mediante direttive e rapporti ufficiali, come ad esempio la direttiva 385/CEE del 1990 del Consiglio Europeo, sull’armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri sulla legislazione dei dispositivi medici impiantabili, destinati all’identificazione, alla raccolta di informazioni e alla localizzazione delle persone. L’Europa già decenni parla di dispositivi RFID e chip sottopelle per accumulare le informazioni del paziente.
La VeriChip, utilizzata come una carta intelligente, per automatizzare gli acquisti o controllare i delinquenti in libertà vigilata, per le notizie finanziarie, la sicurezza dei trasporti pubblici, l’accesso agli edifici o installazioni sensibili è già in uso ma voi non lo sapevate, vero?
Tra i tanti meccanismi classici contemplati dalla Commissione Europea figurano anche i “dispositivi scatenanti un orgasmo femminile con la semplice pressione su un bottone”, con brevetto depositato in USA nel gennaio 2004. Sull’onda di tali direttive arriviamo al 2007 e leggiamo sul sito della banca d’italia che l’europa ha emanato una normativa, la SEPA, sui pagamenti europei.
La realizzazione del progetto SEPA è un obiettivo prioritario dell eurosistema per permettere di sfruttare appieno nei pagamenti al dettaglio, i vantaggi della moneta unica.
Si tratta di consentire agli oltre 300 milioni di cittadini dell’area dell’euro di effettuare o ricevere pagamenti con strumenti diversi dal contante in tutta l’area, da un singolo conto e alle stesse condizioni di base, indipendentemente dal luogo in cui si risiede, utilizzando i diversi strumenti con la stessa facilità, efficienza e sicurezza su cui si può contare nel contesto nazionale. Il superamento delle segmentazioni fra mercati nazionali, la migliore fruibilità degli strumenti di pagamento più avanzati contribuiranno ad accrescere la concorrenza, ad abbassare i costi unitari dei servizi bancari, a ridurre i costi di transazione delle attività produttive.
In parole povere uno strumento che non sia una moneta, funzioni come essa e che funzioni ovunque. A voi cosa viene in mente?
Tutto bello, tutto stupendo ed atto invogliare a far dire alle persone : che ficata!
Ed infatti già dal 2004/2005 immediatamente c’è chi si è adeguato facendo pagare l’ingresso nei locali notturni a persone che hanno un chip sottopelle dal quale possono scaricare l’importo dovuto. Non ci credete? In Spagna e Francia già accade, fate una ricerchina sul web e ve ne accorgerete.
Così come scoprirete che per motivi di sicurezza tutti i messicani sono stati indotti a farsi “inoculare” un chip sottopelle.
Nuovo ordine mondiale? Chissà però a scremare le dichiarazioni di banchieri e politici c’è da riflettere sul nostro futuro.

Ok, così comè il post è già abbastanza lungo ma se volete, continuo ma me lo dovete chiedere altrimenti tutto resta così, appeso a metà e non saprete mai chi c’è dietro al nuovo ordine mondiale ed ai loro collegamenti ai riferimenti biblici 🙂

Discount Italia

sessantamilioni di pecore
sessantamilioni di pecore

Per decenni l’Italia è stato un Paese a “sovranità limitata” con una politica estera e di Difesa coordinata e in molti casi imposta dai nostri principali alleati e soprattutto dagli statunitensi. Dal dopoguerra non era però mai successo che il nostro Paese si trovasse guidato da un “governo d’occupazione” che rispondesse direttamente alle “potenze occupanti” come accade oggi con il cosiddetto governo tecnico imposto dai franco-tedeschi e dalla nomenklatura della Ue e messo insieme dal Quirinale consultandosi anche con la Casa Bianca che ha suggerito i ministri di Esteri e Difesa. Due figure di sicura fede atlantista come l’ambasciatore a Washington Giulio Terzi e il chairman del Comitato Militare della Nato, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola. Uomini idonei a garantire che l’Italia resterà un fedele alleato dell’America e manterrà i suoi impegni militari in Afghanistan. Nella sua prima audizione in Parlamento, Di Paola ha infatti confermato questo impegno mentre il titolare della Farnesina (ormai un mito per la stampa italiana perché usa Twitter) ha esordito sulla crisi iraniana dichiarando che “l’Italia sostiene con piena convinzione il piano di sanzioni economiche nei confronti dell’Iran annunciato dall’Amministrazione statunitense”. Più appiattiti di così! Dopo l’attacco all’ambasciata britannica a Teheran, Terzi ha ritirato il nostro ambasciatore nonostante sul piano commerciale l’Italia abbia molti interessi in Iran. Nel timore di apparire poco filo-americano si è poi recato in Turchia a perorare la causa dell’ingresso di Ankara nella Ue, come chiedono da tempo gli Usa. Posizioni che ci auguriamo siano state negoziate in cambio di robuste contropartite ma che temiamo costituiscono un pedaggio obbligato e gratuito nei confronti delle potenze occupanti. A Washington saranno certo soddisfatti ma per ora Terzi assomiglia più a un sottosegretario di Hillary Clinton che a un ministro italiano. Del resto Obama non ne poteva più di Silvio Berlusconi che aveva avuto (forse l’unica iniziativa degna di nota del suo governo) l’ardire di sviluppare una politica energetica e strategica con la Russia  di Putin e la Libia di Gheddafi che ci garantiva ampia autonomia, forse troppa per i nostri “tutori”.  Sia chiaro, la classe politica è indifendibile e la sua colpa più grave non è solo di aver consentito questa nuova forma d’invasione straniera ma di esserne in qualche modo complice. Le opposizioni e parte della stessa ex maggioranza non hanno fatto altro che ripetere che l’Europa  (parola pronunciata sempre con tono solenne, come faceva Romano Prodi) e “i mercati” volevano le dimissioni di Silvio Berlusconi. Nessuno che abbia avuto il coraggio di affermare che i governi italiani vengono fatti cadere dagli elettori italiani, non dalle banche, dagli speculatori, dagli stranieri e dai burocrati di Bruxelles. Invece sono tutti in ginocchio davanti a loro, divinità supreme ma sobrie. Nella migliore tradizione italiana, “Franza o Spagna purché se magna”.

Eppure i vertici del mondo bancario e della Ue non sono più credibili dei nostri politici. Numerose inchieste hanno dimostrato lo sperpero di miliardi di euro da parte di Bruxelles e Strasburgo, gli eurodeputati costano di più e hanno più privilegi di quelli nazionali e la Bce nel 2008 alzò il costo del denaro nonostante gli evidenti sintomi di crisi dell’economia per rallentare  un’inflazione immaginaria determinata solo dal petrolio che aveva superato i 140 dollari al barile. Jean Claude Trichet ci ha riprovato nella primavera scorsa, ancora una volta confondendo l’inflazione con il petrolio alle stelle a causa della guerra libica. Ha alzato di nuovo il costo del denaro (e dei nostri mutui)  nonostante di ripresa si parlasse solo nelle preghiere. Giusto per dare un senso di continuità alle iniziative della Bce il nuovo presidente, Mario Draghi, ha deciso di riabbassarli dello 0,25 per cento la settimana scorsa. E poi ve lo ricordate il sobrio professor Monti magnificare all’Infedele di Gad Lerner il successo dell’euro che aveva costretto la Grecia ad assimilare “la cultura della stabilità”? Chi ci impone regole, governi e programmi economici non sembra brillare per competenza e autorevolezza. La costruzione dell’Europa del resto non ha mai avuto molto a che fare con il consenso popolare. Nessuno ha mai chiesto agli italiani e a molti altri popoli se volessero l’adesione all’Unione o all’euro. La Ue non è riuscita neppure ad avere uno straccio di Costituzione poiché quella messa a punto è stara bocciata negli unici due referendum indetti in Olanda e Francia. Poco amate dagli elettori europei (che eleggono i parlamentari nazionali da inviare a Strasburgo ma non i membri della Commissione) le elefantiache e costosissime caste che guidano la Ue e la Bce detestano referendum e suffragi popolari.  Quando in Grecia il premier Papandreu ha “osato” proporre un referendum per chiedere ai cittadini se volevano i sacrifici per restare nell’euro è stato “fucilato”  da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy , quest’ultimo lo ha anche insultato in uno dei suoi ormai consueti “fuori onda programmati”. Pochi giorni dopo il premier greco è stato costretto a dimettersi dalla defezione (casuale?) di quattro deputati del suo partito e a guidare  il nuovo governo (ovviamente tecnico) è stato chiamato un banchiere, Lucas Demetrios Papademos, ex governatore della Banca Centrale greca ed ex numero due della Bce. Dovrà gestire un programma di austerity nel quale i saldi di Stato consentiranno ottimi affari per la grande finanza, i grandi investitori, gli speculatori e i grandi gruppi internazionali, soprattutto quelli franco-tedeschi perché le banche di Parigi e Berlino detengono buona parte del debito greco.

Nonostante l’Italia rappresenti l’ottava potenza economica mondiale non è stata trattata meglio. Anche Berlusconi ha avuto i suoi “traditori” e i suoi” avvertimenti”.  Come l’attacco borsistico a Mediaset (meno 12 per cento in un sol giorno) che ha “consigliato”  il premier di  ritirare l’idea di posticipare le dimissioni e appoggiare la candidatura di Monti, nominato poche ore dopo senatore a vita dal Quirinale. Fino a pochi anni or sono sarebbe bastato molto meno per denunciare minacce alla democrazia o ingerenze esterne nella vita politica italiana. Appena  nominato il sobrio premier Mario Monti è andato in ginocchio dal presidente della commissione europea Josè Manuel Barros a farsi indicare le priorità della sua agenda, poi dal presidente del consiglio europeo Herman van Romupuy, da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy a promettere che “farà i compiti a casa” e a “impressionare” la cancelliera tedesca per le misure che adotterà delle quali non aveva però ancora informato né il Parlamento né l’opinione pubblica. Ora però che la nuova manovra da 25 miliardi di euro sta prendendo corpo siamo impressionati anche noi ma non certo in positivo. Di fatto solo tasse per tutti, una stangata più che una manovra che sembra voler affossare ogni possibilità di sviluppo rendendoci ancora più sudditi e meno cittadini. E’ questa la rivoluzione liberale dei professori/banchieri? E’ questa la svolta che ridarà fiato all’economia italiana? Roba che non era più una novità già ai tempi dei governi Andreotti. Per attuare queste misure non c’era bisogno di scomodare i luminari della Bocconi o il gotha dei banchieri, bastava e avanzava la nostra penosa classe politica. Infatti queste misure rivoluzionarie hanno soddisfatto la Merkel e Sarkozy che hanno espresso a Monti “fiducia e sostegno”, forse perché il professore ha accettato di trasformare l’Italia in un bel discount grazie all’impegno ad abrogare la “golden share”, il meccanismo che ha finora permesso allo Stato di conservare il controllo di aziende strategiche nei settori energetico, comunicazioni e difesa: Eni, Snam rete gas, Enel, Telecom e Finmeccanica. Una questione di libertà di mercato sottolineano alla Ue e alla Bce, dove le pressioni sull’Italia in tal senso sono fortissime ma dove nessuno sembra aver fretta di demolire meccanismi simili presenti in Germania, Francia e altri Paesi dell’area euro per impedire “scalate” agli asset strategici nazionali. Ma è possibile che con l’euro che rischia di andare a fondo Ue e Bce non abbiano di meglio a cui pensare che alla “golden share” italiana?  Possibile che tutte le misure urgenti per le quali il governo Berlusconi era inadeguato e che dovevano essere adottate immediatamente (pena la catastrofe) non se ne sia vista nemmeno una ma si parli di “golden share”? Il motivo pare evidente e lascia aperti molti sospetti circa il perché all’Italia, con i conti per molti versi più in ordine di quelli francesi (che possono rifiutare il controllo di Bruxelles sul loro bilancio) o britannici (che hanno avuto la scaltrezza di restare fuori dalla truffa dell’euro), non sia stato concesso il privilegio di andare al voto come la Spagna. Prima di tornare ad essere un Paese democratico dobbiamo vendere, anzi svendere considerati i chiari di luna borsistici, le nostre aziende di punta agli stranieri, o per meglio dire ai nostri concorrenti. Quei Paesi (dagli Usa alla Gran Bretagna, dalla Francia alla Germania) che come si è visto chiaramente in questi ultimi tempi (dalle questioni finanziarie alla guerra in Libia) possono venire definiti partner solo da chi è in affari con loro.

Perché è evidente che nell’attuale situazione, con Finmeccanica che dopo il recente (casuale?) mega crollo borsistico ha una capitalizzazione di appena due miliardi ( solo i suoi beni immobili valgono il doppio), abrogare entro un mese la “golden share” significa consentire ai colossi anglo-americani e franco-tedeschi della Difesa (Thales e EADS  in testa) di inglobare il gruppo italiano o le sue aziende più competitive. Pochi giorni or sono a Berlino è stato firmato un accordo di militare tra Italia e Germania  che dovrebbe  bilanciare l’asse franco-britannico nel campo della Difesa (a proposito di Europa unita !) e che prevede una stretta cooperazione industriale in diversi settori ma che potrebbe trasformarsi in sudditanza tecnologica dell’Italia se svendessimo le nostre aziende del settore. I segnali in questo senso ci sono tutti e un documentato articolo della Stampa ( I francesi di Thales vogliono i gioielli dell’industria bellica) ha evidenziato il concreto interesse della francese Thales ad acquisire Oto Melara e Wass.  Fino a un anno or sono coi francesi si discuteva di joint ventures paritetiche, oggi i Galli calano in Italia al grido di “guai ai vinti” come fece Brenno un po’ di tempo fa. Certo il sobrio Mario Monti ha detto subito, nel discorso di presentazione del suo governo in Parlamento, che si offende a sentire parlare di “poteri forti”, di governo dei banchieri che ha usurpato il potere al popolo benché proprio la grande finanza sia stata all’origine della crisi nella quale ci dibattiamo dal 2008.  Peccato che mentre la stampa italiana si è sdraiata adorante ai suoi sobri piedi a Parigi il quotidiano “Le Monde” abbia ricordato in un articolo del 14 novembre dal titolo eloquente ”Goldman Sachs, le trait d’union entre Mario Draghi, Mario Monti et Lucas Papadémos”  che gli uomini al governo senza il  consenso elettorale  in Italia, Grecia e alla Banca centrale europea sono consulenti della grande banca statunitense la cui formidabile influenza in Europa sembra essere sfuggita a molti. Monti del resto ha ragione quando afferma che di poteri forti purtroppo non ne esistono in Italia. Infatti il nostro Paese è oggi in mano a poteri forti stranieri e non certo amichevoli. Non si spiega infatti perché le banche italiane siano sotto osservazione dalla Bce ma non lo siano invece quelle tedesche e francesi che, a differenza delle nostre, sono letteralmente zeppe di titoli-spazzatura. Molte banche greche, altro Paese sotto occupazione, sono in svendita e i grandi gruppi bancari internazionali sono già pronti a mangiarsele. Probabilmente molto presto i professori ci diranno sobriamente che le nostre aziende e banche vanno vendute agli stranieri, sacrificate  sull’altare della riduzione del deficit e nel nome di un liberismo che è ufficialmente un  dogma per tutti ma che i forti non applicano in casa loro e i deboli subiscono. Dopo aver fatto man bassa al “discount Italia” le potenze occupanti potrebbero anche farci tornare a votare, come un lander tedesco o un dipartimento d’oltremare francese.

di Gianandrea Gaiani : TEMPO DI SALDI AL DISCOUNT ITALIA ?, Foto Bastardidentro

Effetto Monti lo spread oltre 520

spread
spread

Quello che ai più sfugge è che il differenziale tra Btp e Bundtedeschi oltre la soglia psicologica dei 500 punti base con rendimento al 7% non può far altro che obbligare il governo a varare entro breve un’altra manovra economica per riuscire a pagare quegli stessi interessi da capogiro che servono allo Stato per “piazzare” sul mercato i propri titoli

Oggi come ad ottobre: nulla è cambiato. Basta dare un’occhiata al grafico dell’ultimo trimestre per capire che le dimissioni di Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi non sono servite a niente. Adesso, però, le cassandre della sinistra tacciono, i giornali progressisti volano bassi e l’intellighentia dei poteri forti rivede le proprie posizioni. Perché non c’è più il Cavaliere da impallinare per una crisi economica che non nasce in Italia e che l’Italia non può risolvere (guarda il grafico interattivo).

Ci credevano davvero tutti quanti: cacciato Berlusconi tutto si sistemerà. Era diventato un mantra, una vera ossessione. Il leader Pd Pierluigi Bersani lo diceva una volta al giorno, manco gliel’avesse ordinato il medico. Da Repubblica al Fatto Quotidiano, dall’Economist al Financial Times: tutti a puntare il dito, sputare in faccia, accusare. Berlusconi capro espiatorio di una finanza che ha divorato i risparmi degli italiani. Non dev’essergli sembrato vero a tutti gli antiberlusconiani di poter addossare sulle spalle del Cavaliere le stregonerie dello spread. Già il 14 luglio l’Economist profetizzava il crollo del Belpaese e accusava l’allora presidente del Consiglio di aver dato un messaggio al mercato internazionale: “Picchiate noi perché siamo i più deboli”. Già in estate la sinistra furoreggiava. E dalle kermesse agostane di partito i vari leader assicuravano che solo le dimissioni di Berlusconi avrebbero salvato l’Italia. Da allora gli attacchi si sono fatti sempre più efficaci. Il 27 novembre il Times ha dipinto il Cavaliere come un clown e gli ha intimato di farsi da parte. Il 6 novembre, invece, il Financial Times lo ha accusato di ignorare la crisi del debito con il direttore Lionel Barber che lo ammoniva: “Nel nome di Dio, dell’Italia e dell’Europa, vattene“.

Le tesi antiberlusconiane che circolavano in autunno sui quotidiani esteri, più che fondarsi sull’andamento dei titoli a Piazza Affari e sullo spread, scopiazzavano pedissequamente gli starnazzamenti dei vari leader all’opposizione. Il 25 ottobre il differenziale già galoppava verso la soglia record dei 400 punti base. Da lì l’idea di Bersani di usarlo come cavallodi Troia per tentare la spallata.  “Ora non c’è più tempo per crogiolarsi con le favole – diceva – per far ripartire l’Italia ha bisogno di un colpo di reni, di discontinuità sul piano politico”.

Con novembre lo spread è balzato dai 390 ai 560 punti base. Un vero e proprio sussulta. E giù attacchi al Cavaliere. Ai primi del mese Massimo D’Alema assicurava: “E’ bastata la voce delle sue dimissioni per far calare di colpo i tassi d’interesse, mentre quando ha smentito gli interessi sono cresciuti. E’ la dimostrazione di quanto costa Berlusconi agli italiani”. E la laeder degli industriali Emma Marcegaglia gli faceva eco chiedendo – prepotente – l’intervento del capo dello Stato: “Se ci saranno le condizioni, dovrà intervenire”. Secondo la Confindustria uno spread oltre i 500 punti sarebbe costato al Paese quasi 9 miliardi di euro. A condire l’assalto al Cavaliere ci pensava anche Repubblica che, negli stessi giorni, invitava Berlusconi a seguire le orme di José Luis Zapatero: “Il mercato si interroga sul valore dell’addio di Berlusconi, almeno in termini di interessi sul debito pubblico. Secondo gli analisti un’uscita di scena del premier vale almeno 100 punti base sullo spread tra i btp decennali italiani e i bund tedeschi. Tradotto in soldoni, è un risparmio di 15 miliardi di euro in tre anni”. Il Fatto Quotidiano arrivava addirittura a inventarsi la “tassa Berlusconi”: “Il differenziale sui Bund tedeschi sta costando molto caro alle banche e a chi, in questo periodo, deve chiedere un finanziamento”.

Dallo spauracchio all’ossessione il passo è stato davvero breve.E’ infatti bastata una prima pagina del Sole 24Ore per mandare tutti nel panico. “Fate presto” il titolo scelto dal direttore Roberto Napoletano riprendendo il titolo apparso sul Mattino di Napoli tre giorni dopo il terremoto del 23 novembre del 1980 che sconvolse l’Irpinia. Leggere il quotidiano della Confindustria e ascoltare i panegirici di Giorgio Napolitano era la stessa cosa: appelli all’unità nazionale, richieste di sacrifici per tutti e, sotto sotto, il diktat “Berlusconi deve dimettersi”. Tanto che il 12 novembre le dimissioni del Cavaliere sono arrivate. Un gesto di responsabilità istituzionale che è stato accolto dai fischi e dagli insulti degli anti berlusconiani che per due giorni si sono dati ai festeggiamenti.

Caroselli nelle strade di Roma, brindisi nelle scuole occupate, scritte ingiuriose sui muri della Capitale. Una festa di liberazione, insomma. “Il dittatore di Arcore è caduto”, gridavano mentre in via del Nazareno i democratici festeggiavano vestendo i panni dei partigiani trionfatori.

Poi è arrivato Mario Monti. Poi è arrivato il governo tecnico. E qualcosa è cambiato? Eccome. La stampa progressista ha svelenito il clima e si è scordata di informare i lettori che tra il 14 e il 15 novembre lo spread tra Btp e Bund è tornato a salire a 540 punti base per poi tornare a scendere a fine mese a 483. Una vera e propria altalena che non guarda in faccia nessuno. Ma col Professore al governo l’Unione europea si è fatta sorniona, la stampa internazionale si è scordata della crisi del debito italiano e la Confindustria è andata in letargo. Con dicembre, infatti, i soloni non pointificavano già più di finanza e di economia. Qualcuno si è fatto sentire all’Immacolata quando il differenziale ha tirato un sospiro di sollievo ed è sceso a quota 358 punti. Un miraggio. Nessuno ci credeva realmente. Tanto che sono bastate un paio di settimane per far tornare tutto come era prima. Cos’è successo nel mentre? La manovra è stata approvata alla Camera (16 dicembre) e al Senato (22 dicembre).

Oggi come ieri, dunque.

Tre mesi di differenziale tra Btp e Bund
Tre mesi di differenziale tra Btp e Bund

Inutili le dimissioni di Berlusconi. I soli effetti della manovra “salva Italia”si sono sentiti nel magro Natale. Con le associazioni dei consumatori che hanno calcolato un calo degli acquisti per 400 milioni di euro. Qualcuno ha parlato del “peggior Natale degli ultimi dieci anni”. E, al ritorno dalle vacanze, l’andamento di Piazza Affari resta incerto anche a causa dello spread che questa mattina è tornato a varcare la soglia psicologica dei 500 punti toccando quota 522 per poi ripiegare sotto i 490 grazie alla boccata d’ossigeno data dall’asta sui Bot. Il successo ottenuto dal Tesoro non riesce ad alleviare le tensioni sui titoli di stato. Tanto che nel giro di poche ore il differenziale è tornato a salire oltre i 510 punti base.Adesso, però, nessuno più parla. Nessuno chiede dimissioni. A Bersani non passa nemmeno per la testa l’idea di pretendere un passo indietro dal governo tecnico. La Confindustria non si sbraccia a dettare la ricetta per salvare il Paese. I vari Economist e Financial Times non pontificano più sul futuro dell’Italia e sulla tenuta della moneta unica. I vertici di Bruxelles non caldeggiano, a cadenza quotidiana, misure più incisive. Più che i cori di Natale, si sentono sospiri da Quaresima. Tra i palazzi capitolini si bisbiglia appena. Columnist ed editorialisti hanno riposto la stilografica nel taschino: per l’occasione stanno imparando a fare gli equilibristi con le parole. In giro non si vedono più falchi e leoni, soltanto candidi agnelli. Amen, e così sia.

Da il Giornale, di Andrea Indini – 28 dicembre 2011, 21:30

Governo Berlusconi

amici di Consorte unipol bersani d'alema
amici di Consorte unipol bersani d’alema

Bersani dice : «Possiamo tirare qualche somma dopo 16 anni di Berlusconi? Il bilancio è disastroso, di-sa-stro-so»

Evidentemente Bersani era parlamentare in un’altra repubblica oppure il suo odio nei confronti di Berlusconi gli ha completamente annebbiato il cervello, o meglio aveva la testa tra le nuvole!
Vediamo un pò cosa ne dicono sul sito ufficiale del governo :

XVI Legislatura (dal 29 aprile 2008) elezioni politiche 13 e 14 aprile 2008 Governo Berlusconi IV (dall’8 maggio 2008)
XV Legislatura (28 aprile 2006 – 6 febbraio 2008) elezioni politiche 9 e 10 aprile 2006 Governo Prodi II (dal 17 maggio 2006 al 6 maggio 2008)
XIV Legislatura (dal 30 maggio 2001 – 27 aprile 2006) elezioni politiche il 13 maggio 2001 Governo Berlusconi III (dal 23 aprile 2005 al 17 maggio 2006) Governo Berlusconi II (dall’11 giugno 2001 al 23 aprile 2005)
XIII Legislatura (dal 9 maggio 1996 – 9 marzo 2001) elezioni politiche il 21 aprile 1996
Governo Amato II
Governo D’Alema II
Governo D’Alema
Governo Prodi
XII Legislatura (dal 15 aprile 1994 – 16 febbraio 1996) elezioni politiche il 27 marzo 1994 Governo Dini, Governo Berlusconi

Oibò, scopriamo che non sono sedici anni! Bè almeno adesso sappiamo che non sa far di conto (o che è un gran bugiardo) e che i sinistri che gli credono sono davvero dei coglioni

Le vittime italiane dei gulag di Tito

Questo articolo è il seguito di quelli già fatti sui gulag comunisti, buona lettura

Premessa

-Giuseppe Spano aveva 24 anni e molta fame. In poco più di un mese aveva perso oltre 20 chili ed era diventato pelle e ossa. Quel 14 giugno 1945 non resistette e rubò un po’ di burro. Fu fucilato al petto per furto.
-Ferdinando Ricchetti aveva 25 anni ed era pallido, emaciato. Il 15 giugno 1945 si avvicinò al reticolato per raccogliere qualche ciuffo d’erba da inghiottire. Fu fucilato al petto per tentata fuga.
-Pietro Fazzeri aveva 22 anni e la sua fame era pari a quella di centinaia di altri compagni. Ma aveva paura di rubare e terrore di avvicinarsi al reticolato. Il 15 luglio 1945 morì per deperimento organico.
In quale campo della morte sono state scritte queste storie? A Dachau, a Buchenvald oppure a Treblinka? No, siamo fuori strada: da uno di questi lager di Tito.
Borovnica, Skofja Loka, Osseh. E ancora Stara Gradiska, Siska, e poi Goh Otok, l’Isola Calva. Pochi conoscono il significato di questi nomi. Dachau e Buchenvald sono certamente più noti, eppure sono la stessa cosa. Solo che i primi erano in Jugoslavia e gli internati erano migliaia di italiani, deportati dalla Venezia Giulia alla fine del secondo conflitto mondiale e negli anni successivi, a guerra finita, durante l’occupazione titina.

I deportati dimenticati in nome della politica “atlantica”

Una verità negata sempre, per ovvi motivi, dal regime di Belgrado, ma inspiegabilmente tenuta nascosta negli archivi del nostro ministero della Difesa. Oggi il Borghese è entrato in possesso dei documenti segreti che, oltre a fornire l’ennesima prova dell’Olocausto italiano sui confini orientali, sono un terribile atto di accusa non solo nei confronti di Tito, ma soprattutto verso tutti i governi che si sono succeduti dal 1945 in poi. Partendo da quello di Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti, per finire con gli ultimi di Silvio Berlusconi., Lamberto Dini e Romano Prodi. Perchè nessuno ha parlato? Perché nessuno ha tolto il segreto ai documenti che provano (con tanto di fotografie) il massacro e le torture di migliaia di italiani? Semplice: la verità è stata sacrificata alla ragion di Stato. Vediamo perché.

Belgrado, nell’immediato dopoguerra, si avvia sulla strada dello strappo con Mosca ed il nascente blocco occidentale vuole a ogni costo che quel divorzio si consumi. Ma il costo l’ha pagato solo il nostro Paese il cui governo, per codardia, accetta supinamente di sacrificare sull’altare della politica atlantica migliaia di giuliani, istriani, fiumani, dalmati. Colpevoli solo di essere italiani.

“Condizioni degli internati italiani in Jugoslavia con particolare riferimento al campo di Borovnica (40B-D2802) e all’ospedale di Skofjia Loka (11-D-2531) ambedue denominati della morte” titola il rapporto del 5 ottobre 1945, con sovrastampato “Segreto”, dei Servizi speciali del ministero della Marina. Il documento, composto di una cinquantina di pagine, contiene le inedite testimonianze e le agghiaccianti fotografie dei sopravvissuti, accompagnate da referti medici e dichiarazioni dell’Ospedale della Croce Rossa di Udine, in cui questi ultimi erano stati ricoverati dopo la liberazione, e da un elenco di prigionieri deceduti a Borovnica. Il colonnello medico Manlio Cace, che in quel periodo ha collaborato con la Marina nel redigere la relazione che, se non è stata distrutta, è ancora gelosamente custodita negli archivi del ministero della Difesa, lasciò fotografie e copia del documento al figlio Guido, il quale lo ha consegnato alle redazioni del Borghese e di Storia Illustrata.

Orrore: il carabiniere Damiano Scocca, classe 1921 fotografato all’ospedale di Udine nell’agosto del 1945 dopo la liberazione dal lager jugoslavo.

 

Manca il cibo ma abbondano le frustate.

“Le condizioni fisiche degli ex internati”, premette il rapporto, “costituiscono una prova evidente delle condizioni di vita nel campi Jugoslavi ove sono ancora rinchiusi numerosi italiani, molti dei quali possono rimproverarsi solamente di aver militato nelle fila dei partigiani di Tito in fraterna collaborazione con i loro odierni aguzzini…”

Ai primi di maggio del ’45, dopo la capitolazione tedesca, i partigiani di Tito controllano l’intera Istria, giungendo a Trieste e Gorizia prima degli anglo-americani. Sono i giorni del terrore, del calvario delle foibe, ma anche dell’altra terribile faccia della “pulizia etnica”: le deportazioni. Sono migliaia gli italiani internati nei lager jugoslavi e poche centinaia faranno ritorno a casa, dopo aver subito terribili sofferenze.

“Il vitto era pessimo e insufficiente”, racconta nel rapporto il carabiniere Damiano Scocca, 24 anni, preso dai titini il 1° marzo 1945 nella caserma del Cln di Trieste, “e consisteva in due pasti giornalieri composti da due mestoli di acqua calda con poca verdura secca bollita… A Borovnica non si faceva economia di bastonate; durante il lavoro sul ponte ferroviario nelle vicinanze del campo chi non aveva la forza di continuare a lavorare vi veniva costretto con frustate … “.

Il soldato Elio Sandri fotografato all’ospedale di Udine.

“…Durante tali lavori”, afferma il finanziere Roberto Gribaldo, in servizio alla Legione di Trieste e “prelevato” il 2 maggio, “capitava sovente che qualche compagno in seguito alla grande debolezza cadesse a terra e allora si vedevano scene che ci facevano piangere. lì guardiano, invece di permettere al compagno caduto di riposarsi, gli somministrava ancora delle bastonate e tante volte di ritorno al campo gli faceva anche saltare quella specie di rancio”.
Le mire di Tito sul finire del conflitto sono molto chiare: ripulire le zone conquistate dalla presenza italiana e costituire la settima repubblica jugoslava annettendosi la Venezia Giulia e il Friuli orientale fino al fiume Tagliamento.

Il soldato Mario Palmarin (estate 1945).

Notare il particolare del braccio

martoriato (a destra).

Antonio Garbin, classe 1918, é soldato di sanità a Skilokastro, in Grecia. L’8 settembre 1943 viene internato dai tedeschi e attende la “liberazione” da parte delle truppe jugoslave a Velika Gorica. Ma si accorge presto di essere nuovamente prigioniero. “Eravamo circa in 250. Incolonnati e scortati da sentinelle armate che ci portarono a Lubiana dove, dicevano, una Commissione apposita avrebbe provveduto per il rimpatrio a mezzo ferrovia. Giunti a Lubiana ci avvertirono che la commissione si era spostata…”. I prigionieri inseguono la fantomatica commissione marciando di città in città fino a Belgrado.

Prigionieri uccisi perché incapaci di rialzarsi.

“In 20 giorni circa avevamo coperto una distanza di circa 500 chilometri, sempre a piedi”, racconta ancora Garbin ai Servizi speciali della Marina italiana. “La marcia fu dura, estenuante e per molti mortale. Durante tutto il periodo non ci fu mai distribuita alcuna razione di viveri. Ciascuno doveva provvedere per conto proprio, chiedendo un pezzo di pane ai contadini che si incontravano… Durante la marcia vidi personalmente uccidere tre prigionieri italiani, svenuti e incapaci di rialzarsi. I morti però sono stati molti di più… Ci internarono nel campo di concentramento di Osseh (vicino Belgrado, ndr). Avevamo già raggiunto la cifra di 5 mila fra italiani, circa un migliaio, tedeschi, polacchi, croati…”.
Chi appoggia Tito nel perseguire il suo obiettivo di egemonia sulla Venezia Giulia? Naturalmente il leader del Pci Palmiro Togliatti, che il 30 aprile 1945, quando i partigiani titini sono alle porte di Trieste, firma un manifesto fatto affiggere nel capoluogo giuliano:

Lavoratori di Trieste, il vostro dovere è accogliere le truppe di Tito come liberatrici e di collaborare con loro nel modo più assoluto“.

A confermare che la pulizia etnica é continuata anche a guerra finita sono le affermazioni di Milovan Gilas, segretario della Lega comunista jugoslava, che, in un’intervista di sei anni fa a un settimanale italiano, ammette senza giri di parole: “Nel 1946 io ed Edvard Kardelj andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana… bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni di ogni tipo. Cosi fu fatto”.

Il soldato Mario Cena,

classe 1924.

Skofja Loka, l’ospedale chiamato “cimitero”.

E nei campi di concentramento finiscono anche i civili, come Giacomo Ungaro, prelevato dai titini a Trieste il 10 maggio 1945. “Un certo Raso che attualmente trovasi al campo di Borovnica”, è la dichiarazione di Ungaro, “per aver mandato fuori un biglietto è stato torturato per un’intera nottata; è stato poi costretto a leccare il sangue che perdeva dalla bocca e dal naso; gli hanno bruciacchiato il viso e il petto così che aveva tutto il corpo bluastro. Sigari accesi ci venivano messi in bocca e ci costringevano ad ingoiarli”.
I deperimenti organici, la dissenteria, le infezioni diventano presto compagni inseparabili dei prigionieri. “…Fui trasferito all’ospedale di Skotja Loka. Ero in gravissime condizioni”, è il lucido resoconto del soldato di sanità Alberto Guarnaschelli, “ma dovetti fare egualmente a piedi i tre chilometri che separano la stazione ferroviaria dall’ospedale. Eravamo 150, ammassati uno accanto all’altro, senza pagliericcio, senza coperte. Nella stanza ve ne potevano stare, con una certa comodità, 60 o 70. Dalla stanza non si poteva uscire neppure per fare i bisogni corporali. A tale scopo vi era un recipiente di cui tutti si dovevano servire. Eravamo affetti da diarrea, con porte e finestre chiuse. Ogni notte ne morivano due, tre, quattro. Ricordo che nella mia stanza in tre giorni ne morirono 25. Morivano e nessuno se ne accorgeva…”.

il soldato Ezio Vito.

“Non dimenticherò mali maltrattamenti subiti”, è la testimonianza del soldato Giuseppe Fino, 31 anni, deportato a Borovnica ai primi di giugno 1945, “le scudisciate attraverso le costole perché sfinito dalla debolezza non ce la facevo a lavorare. Ricorderò sempre con orrore le punizioni al palo e le grida di quei poveri disgraziati che dovevano stare un’ora o anche due legati e sospesi da terra; ricorderò sempre con raccapriccio le fucilazioni di molti prigionieri, per mancanze da nulla, fatte la mattina davanti a tutti…”.
“Le fucilazioni avvenivano anche per motivi futili…”, scrive il rapporto segreto riportando il racconto dei soldati Giancarlo Bozzarini ed Enrico Radrizzali, entrambi catturati a Trieste il 1° maggio 1945 e poi internati a Borovnica.

Per ore legati ad un palo con il filo di ferro.

«La tortura al palo consisteva nell’essere legato con filo di ferro ad ambedue le braccia dietro la schiena e restare sospeso a un’altezza di 50 cm da terra, per delle ore. Un genovese per fame rubò del cibo a un compagno, fu legato al palo per più di tre ore. Levato da quella posizione non fu più in grado di muovere le braccia giacché, oltre ad avere le braccia nere come il carbone, il filo di ferro gli era entrato nelle carni fino all’osso causandogli un’infezione. Senza cura per tre giorni le carni cominciarono a dar segni di evidente materia e quindi putrefazione. Fu portato a una specie di ospedale e precisamente a Skoija Loka. Ma ormai non c’era più niente da fare, nel braccio destro già pul­lulavano i vermi… Al campo questo ospedale veniva denominato il Cimitero…»

Antonio Foschi

visto di spalle.

Nel lager di Borovnica furono internati circa 3 mila italiani, meno di mille faranno ritorno a casa. A questi ultimi i soldati di Tito imposero di firmare una dichiarazione attestante il «buon trattamento» ricevuto. «I prigionieri (liberati, ndr) venivano diffidati a non parlare», racconta ancora Giacomo Ungaro, liberato nell’agosto 1945 «e a non denunziare le guardie agli Alleati perché in tal caso quelli che rimanevano al campo avrebbero scontato per gli altri».

Il bersagliere

Gino Santamaria.

I principali sistemi di tortura.

Per conoscere gli orrori di un campo di concentramento titino è opportuno riassumere i vari tipi di punizione, come emergono dai racconti dei sopravvissuti. La prima è la fucilazione decretata per la tentata fuga o per altri fatti ritenuti gravi da chi comanda il campo, il quale commina pena sommarie. Spesso il solo avvicinarsi al reticolato viene considerato un tentativo d’evasione. L’esecuzione avviene al mattino, di fronte a tutti gli internati.
C’è poi il “palo” che è un’asta verticale con una sbarra fissata in croce: ai prigionieri vengono legate le braccia con un fil di ferro alla sbarra in modo da non toccare terra con i piedi. Perdono così l’uso degli arti superiori per un lungo tempo se la punizione non dura troppo a lungo. Altrimenti per sempre.
Altra pena è il “triangolo” che consiste in tre legni legati assieme al suolo a formare la figura geometrica al centro della quale il prigioniero è obbligato a stare ritto sull’attenti pungolato dalle guardie finché non sviene per lo sfinimento.
Infine, c’è la “fossa“, una punizione forse meno violenta ma sempre terribile, che consiste in una stretta buca scavata nel terreno dell’esatta misura di un uomo. Il condannato, che vi deve rimanere per almeno mezza giornata, non ha la possibilità né di piegarsi né di fare alcun movimento.

Uno dei tanti militari internati nei campi di concentramento titini.

QUESTO ERA IL TRATTAMENTO CHE I PACIFICI COMUNISTI RISERVAVANO AI PRIGIONIERI NEI LORO LAGER!

Queste persone, questi martiri, non hanno avuto (stranamente) una Anna Frank o un Primo Levi che li ricordasse, che testimoniasse l’orrore dei campi di concentramento comunisti. Alle vittime dei Nazisti non manca un solo quartiere che non abbia una strada a loro dedicata.
Le vittime dei regimi Comunisti passano da sempre inosservate… E già, Anna Frank e Primo Levi erano ebrei, quindi le vittime delle guerre sono sempre e unicamente loro: gli ebrei.
Le foto che seguono sono la testimonianza che le Stragi e le Deportazioni di massa, ad opera dei post-titini (Milosevic per citare il nome più conosciuto), esistono ancora:

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RICORDATEVI: NON C’E’ STATA SOLO AUSCHWITZ

Articolo tratto da : Musagetenero