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Sulla libertà d'opinione

Abbiamo scelto i più recenti ed in qualche modo “eclatanti”, provvedimenti legislativi, poichè incidono tutti, per un verso o per l’altro, sulla libertà  di ricerca storica o sulle opinioni culturali dei singoli e dei gruppi più o meno organizzati.
Tratti formalmente comuni sembrano essere il razzismo e la xenofobia (purtroppo non abbiamo conoscenza di altre leggi estere a soggetto diverso, sul modello – ad esempio – dei vari delitti italiani di “vilipendio”), ma non bisogna limitarsi alle apparenze. In realtà , al di là  del merito delle singole opinioni conculcate, ciò che rileva e che si vuol punire già  solo l’atto del manifestare un’idea “sgradita”, non una condotta materiale di aggressione fisica contro terzi individui o loro beni.
In ciò sta l’obbrobrio di queste leggi, nel fatto che giustificano una presunta “prevenzione” al dilagare di idee magari aberranti mettendosi di fatto sul loro stesso piano, se non peggio.
In uno Stato c.d. “dittatoriale” si sa fin da subito cosa aspetta gli oppositori, e nel suo dichiarato assolutismo sta la radice della sua inaccettabilità  negli ordinamenti che per un verso o per l’altro cedono al moderno “comunismo degli antifascisti”, invece, si prostituisce l’idea di una “libertà  solidale” con l’ipocrita volontà  del pensiero unico, senza neppure avere il coraggio o la dignità  di ammettere che si è solo in presenza di un altro totalitarismo, sia pure di colore diverso …

SPAGNA: Capitolo II° (Delitti di genocidio)
Articolo 607 Codice Penale:

1) Coloro i quali, al fine di distruggere in modo parziale o totale un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso commetteranno alcuni dei seguenti atti saranno puniti:

A) Con il carcere da 15 a 20 anni se uccideranno un suo membro. Se nel commettere il fatto interverranno due o più circostanze aggravanti verrà  applicata la pena di grado superiore.

B) Con il carcere da 15 a 20 anni se verrà  portata violenza sessuale ad un suo membro o saranno arrecate le lesioni previste all’ art. 149.

C) Con il carcere da 8 a 15 anni se imporranno al gruppo o ad uno dei suoi membri condizioni di esistenza che mettano in pericolo la vita o pregiudichino gravemente la salute o  quando produrranno le lesioni previste all’art. 150.

D) Con la medesima pena se verranno effettuati spostamenti forzosi del gruppo o dei suoi membri, se verrà  adottata qualunque misura atta ad impedire il loro modo di vita o riproduzione o tradurranno a forza individui da un gruppo un altro.

E) Con il carcere da 4 a 8 anni se arrecheranno qualsiasi  altra lesione diversa da quelle indicate alle lettere B e C del presente comma.

2) La diffusione, comunque effettuata, di idee o dottrine che neghino o giustifichino i delitti specificati al comma precedente di questo articolo o pretendano la riabilitazione di regimi o istituzioni che favoriscano pratiche propedeutiche agli stessi, sarà  punita con il carcere da 1 a 2 anni.

ITALIA: La c.d. “LEGGE MANCINO” [Decreto Legge 25/6/93, n. 205]
(Misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa) (*)

Articolo 1 (Discriminazione, odio o violenza per motivi razziali,etnici, nazionali o religiosi):

Comma 1.

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, anche ai fini dell’attuazione della disposizione del l’articolo 4 della convenzione, è punito:

A) con la reclusione sino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità  o sull’odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi;

B) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

C) è’ vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attività , è punito, per il solo fatto della partecipazione o dell’assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni.
Coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da uno a sei anni.

Comma 1-bis.

Con la sentenza di condanna per uno dei reati previsti dall’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, o per uno dei reati previsti dalla legge 9 ottobre 1967, n. 962, il tribunale può altresì disporre una o più delle seguenti sanzioni accessorie:

A) obbligo di prestare un’attività  non retribuita a favore della collettività  per finalità  sociali o di pubblica utilità  , secondo le modalità  stabilite ai sensi del comma 1-ter;

B) obbligo di rientrare nella propria abitazione o in altro luogo di privata dimora entro un’ora determinata e di non uscirne prima di altra ora prefissata, per un periodo non superiore ad un anno;

C) sospensione della patente di guida, del passaporto e di documenti di identificazione validi per l’espatrio per un periodo non superiore ad un anno, nonchè divieto di detenzione di armi proprie di ogni genere;

D) divieto di partecipare, in qualsiasi forma, ad attività  di propaganda elettorale per le elezioni politiche o amministrative successive alla condanna, e comunque per un periodo non inferiore a tre anni.

Comma 1-ter.

Entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, il Ministro di Grazia e Giustizia determina, con proprio decreto, le modalità  di svolgimento dell’attività  non retribuita a favore della collettività  di cui al comma 1-bis, lettera A).

Comma 1-quater.

L’attività  non retribuita a favore della collettività  , da svolgersi al termine dell’espiazione della pena detentiva per un periodo massimo di dodici settimane, deve essere determinato dal giudice con modalità  tali da non pregiudicare le esigenze lavorative, di studio o di reinserimento sociale del condannato.

Comma 1-quinquies.

Possono costituire oggetto dell’attività  non retribuita a favore della collettività  : la prestazione di attività  lavorativa per opere di bonifica e restauro degli edifici danneggiati, con scritte, emblemi o simboli propri o usuali delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui al comma 3 dell’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654; lo svolgimento di lavoro a favore di organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato, quali quelle operanti nei confronti delle persone handicappate,dei tossicodipendenti, degli anziani o degli extracomunitari; la prestazione di lavoro per finalità  di protezione civile, di tutela del patrimonio ambientale e culturale, e per altre finalità  pubbliche individuate con il decreto di cui al comma 1-ter.

Comma 1-sexies.

L’attività  può essere svolta nell’ambito e a favore di strutture pubbliche o di enti ed organizzazioni privati.

Articolo 2. (Disposizioni di prevenzione)

1. Chiunque, in pubbliche riunioni compia manifestazioni esteriori od ostenti emblemi o simboli propri o usuali delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui all’articolo 3 della legge 13 ottobr
e 1975, n.65
4, è punito con la pena della reclusione fino a tre anni e con la multa da lire duecentomila a lire cinquecentomila.

2. è vietato l’accesso ai luoghi dove si svolgono competizioni agonistiche alle persone che vi si recano con emblemi o simboli di cui al comma 1 Il contravventore è punito con l’arresto da tre mesi ad un anno.

3. Nel caso di persone denunciate o condannate per uno dei reati previsti dall’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, per uno dei reati previsti dalla legge 9 ottobre 1967, n. 962, o per un reato aggravato ai sensi dell’articolo 3 del presente decreto, nonchè di persone sottoposte a misure di prevenzione perchè ritenute dedite alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo la sicurezza o la tranquillitè pubblica, ovvero per i motivi di cui all’articolo 18, primo comma, n. 2-bis), della legge 22 maggio 1975, n. 152, si applica la disposizione di cui all’articolo 6 della legge 13 dicembre 1989, n. 401, e il divieto di accesso, conserva efficacia per un periodo di cinque anni, salvo che venga emesso provvedimento di archiviazione, sentenza di non luogo a procedere o di proscioglimento o provvedimento di revoca della misura di prevenzione, ovvero se è concessa la riabilitazione ai sensi dell’articolo 178 del codice penale o dell’articolo 15 della legge 3 agosto 1988, n. 327.

Articolo 3. (Circostanza aggravante)

1. Per i reati punibili con pena diversa da quella dell’ergastolo commessi per finalità  di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso, ovvero al fine di agevolare l’attività  di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che hanno tra i loro scopi le medesime finalità  , la pena è aumentata fino alla metà .

Articolo 4. (Modifiche a disposizioni vigenti)

1.Il secondo comma dell’articolo 4 della legge 20 giugno 1952, n. 645, è sostituito dal seguente:

“Alla stessa pena di cui al primo comma soggiace chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità  antidemocratiche. Se il fatto riguarda idee o metodi razzisti, la pena è della reclusione da uno a tre anni e della multa da uno a due milioni.”

Articolo 5. (Perquisizioni e sequestri)

1. Quando si procede per un reato aggravato ai sensi dell’ articolo 3 o per uno dei reati previsti dall’articolo 3, commi 1, lettera b), e 3, della legge 13 ottobre 1975, n. 654, e dalla legge 9 ottobre 1967, n. 962, l’autorità  giudiziaria dispone la perquisizione dell’immobile rispetto al quale sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che l’autore se ne sia avvalso come luogo di riunione, di deposito o di rifugio o per altre attività  comunque connesse al reato. Gli ufficiali di polizia giudiziaria, quando ricorrano motivi di particolare necessità  ed urgenza che non consentano di richiedere l’autorizzazione telefonica del magistrato competente possono altresì procedere a perquisizioni dandone notizia, senza ritardo e comunque entro quarantotto ore, al procuratore della Repubblica, il quale, se ne ricorrono i presupposti, le convalida entro le successive quarantotto ore.

2. E’ sempre disposto il sequestro dell’immobile di cui al comma 1 quando in esso siano rinvenuti armi, munizioni, esplosivi od ordigni esplosivi o incendiari ovvero taluni degli oggetti indicati nell’articolo 4 della legge 18 aprile 1975, n. 110. E’ sempre disposto, altresì, il sequestro degli oggetti e degli altri materiali sopra indicati nonchè degli emblemi o materiali di propaganda propri o usuali di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui alle leggi 9 ottobre 1967, n. 962, e 13 ottobre 1975, n. 654, rinvenuti nell’ immobile. Si osservano le disposizioni di cui agli articoli 324 e 355 del codice di procedura penale. Qualora l’immobile sia in proprietà , in godimento o in uso esclusivo a persona estranea al reato, il sequestro non può protrarsi per oltre trenta giorni.

3. Con la sentenza di condanna o con la sentenza di cui all’articolo 444 del codice di procedura penale, il giudice, nei casi di particolare gravità  ,dispone la confisca dell’immobile di cui al comma 2 del presente articolo, salvo che lo stesso appartenga a persona estranea al reato. E’ sempre disposta la confisca degli oggetti e degli altri materiali indicati nel medesimo comma 2.

Articolo 6. (Disposizioni processuali)

1. Per i reati aggravati dalla circostanza di cui all’art. 3, comma 1, si procede in ogni caso d’ufficio.

2. Nei casi di flagranza, gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria hanno facoltà  di procedere all’arresto per uno dei reati previsti dai commi quarto e quinto dell’articolo 4 della legge 18 aprile 1975, n. 110, nonchè quando ricorre la circostanza di cui all’articolo 3, comma 1, del presente decreto, per uno dei reati previsti dai commi primo e secondo del medesimo articolo 4 della legge n. 110 del 1975.

2-bis. All’articolo 380, comma 2, lettera l), del codice di procedura penale, sono aggiunte, in fine, le parole: delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui all’articolo 3, comma 3, della legge 13 ottobre 1975, n. 654.

3. Per i reati aggravati dalla circostanza di cui all’articolo 3, comma 1, che non appartengono alla competenza della corte di assise è competente il tribunale.

4. Il tribunale è altresì competente per i delitti previsti dall’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654.

5. Per i reati indicati all’articolo 5, comma 1, il pubblico ministero procede al giudizio direttissimo anche fuori dei casi previsti dall’articolo 449 del codice di procedura penale, salvo che siano necessarie speciali indagini.

Articolo 7. (Sospensione cautelativa e scioglimento)

1. Quando si procede per un reato aggravato ai sensi dell’articolo 3 o per uno dei reati previsti dall’articolo 3, commi 1, lettera b), e 3, della legge 13 ottobre 1975, n. 654, o per uno dei reati previsti dalla legge 9 ottobre 1967, n. 762, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che l’attività  di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi favorisca la commissione dei medesimi reati, può essere disposta cautelativamente, ai sensi dell’articolo 3 della legge 25 gennaio 1982, n. 17, la sospensione di ogni attività  associativa. La richiesta è presentata al giudice competente per il giudizio in ordine ai predetti reati. Avverso il provvedimento è ammesso ricorso ai sensi del quinto comma del medesimo articolo 3 della legge n. 17 del 1982.

2. Il provvedimento di cui al comma 1 è revocato in ogni momento quando vengono meno i presupposti indicati al medesimo comma.

3. Quando con sentenza irrevocabile sia accertato che l’attività  di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi abbia favorito la commissione di taluno dei reati indicati nell’articolo 5, comma 1, il Ministro dell’interno, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, ordina con decreto lo scioglimento dell’organizzazione, associazione, movimento o gruppo e dispone la confisca dei beni. Il provvedimento è pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.

Articolo 8. (Disposizioni finali)

1. Il settimo comma dell’articolo 4 della legge 18 aprile 1975, n. 110, è abrogato.

2. Le disposizioni dei commi da 1 a 5 dell’articolo 6 si applicano solo per i fatti commessi successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto.

AMATO – MANCINO – CONSO
Visto, il Guardasigilli: CONSO

Del decreto Mastella, sappiamo tutti di cosa tratta ma vorrei far notare una cosa : L’articolo 21 della Costituzione afferma c
he
tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
Questa formula costituzionale, che costituisce uno dei pilastri della nostra carta fondamentale, non ammette limitazioni di questo genere
.

(* ) Benchè si tratti dell’esempio più noto e “politicamente orientato”, non è certo l’unico caso di coazione delle opinioni nell’ordinamento giuridico italiano: basti ricordare, in generale, tutti i delitti “di vilipendio”, moltissime figure di “attentato”, vari illeciti c.d. “ostativi a pericolo presunto”, la formulazione tecnicamente aberrante del delitto di “banda armata” (che in buona sostanza si concreta nell’indossare delle “uniformi” e basta, l’uso di armi essendo un semplice optional aggravante!), il ricorso spesso improprio al c.d. “dolo specifico” ed al “pericolo astratto”, la definizione “omnibus” di “ricostituzione del partito fascista” così come “tratteggiata” dalla legge 13 ottobre 1975, n. 654 (una “formula magica” politicamente corretta, del tutto indifferente alle caratteristiche storiche del fenomeno che pretende di reprimere ma in compenso buona per ogni occasione, dal momento che – praticamente – così com’è stata redatta si presta a farvi cadere dentro di tutto …), etc. Non a caso questa legge illiberale e successive sono tutte emanazioni del centrosinistra.

BELGIO: MINISTERO DELLA GIUSTIZIA: F 95-755 (23 Marzo 1995)
Legge volta a reprimere la negazione, la minimizzazione, la giustificazione o l’approvazione del genocidio perpetrato dal regime nazional-socialista tedesco durante la seconda guerra mondiale.

Alberto II Re dei belgi:

Le camere hanno adottato e Noi ratifichiamo quanto segue:

Art. 1) è punito con il carcere da otto giorni ad un anno e con una ammenda da ventisei a cinquemila franchi chi, in una delle circostanze previste dall’art. 444 del codice penale, neghi, minimizzi grossolanamente, cerchi di giustificare o approvi il genocidio perpetrato dal regime nazional-socialista tedesco durante la seconda guerra mondiale. Per l’applicazione del comma precedente, con il termine genocidio si intende quanto espresso all’art. 2 della convenzione internazionale del 9 dicembre 1948 per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio.
In caso di recidiva il condannato può, inoltre, essere sottoposto all’interdizione ai sensi dell’art. 33 del codice penale (
* ).

Art. 2) In caso di condanna, per quanto previsto dalla presente legge, può essere ordinata la pubblicazione del giudizio, integrale o per estratto, su uno o più giornali, a spese del condannato.

Art. 3 ) Sono applicabili alla presente legge il capo VII del libro I del codice penale e l’art. 85 del medesimo codice.

Art. 4) Il centro per le pari opportunità  e la lotta contro i razzismi, al pari di tutte le associazioni, aventi personalità  giuridica da almeno cinque anni, e che si propongano, come da statuto, di difendere gli interessi morali e l’onore della resistenza o dei deportati, possono costituirsi parte civile in tutti quei processi originati dalla presente legge.

Art. 5) La presente legge entra in vigore il giorno della sua pubblicazione sul monitore belga.

Promulghiamo la presente legge e ordiniamo che sia munita del sigillo di stato e pubblicata sul monitore belga.

Data a Bruxelles il 23 Marzo 1995

Alberto

Per il Re:

Il Ministro della Giustizia M. Wathelet

è munito del Sigillo di Stato.

Il Ministro della Giustizia M. Wathelet


(
* ) Val la pena ricordare che, stante la specificità  della norma, non rischia invece  assolutamente nulla chi eventualmente neghi il genocidio armeno ad opera dei turchi o i milioni di vittime del comunismo (ovvero ancora tessa l’apologia di questi o altri massacri …)

Commentario [favorevole] alle riforme del 2003 in tema di incitamento alla xenofobia, etc.



SVIZZERA: Art. 261 bis (*) del Codice Penale

Chiunque incita pubblicamente all’odio o alla discriminazione contro una persona o un gruppo di persone per la loro razza, etnia o religione;
chiunque propaga pubblicamente un’ideologia intesa a discreditare o calunniare sistematicamente i membri di una razza, etnia o religione;
chiunque, nel medesimo intento, organizza o incoraggia azioni di propaganda o vi partecipa;
chiunque, mediante parole, scritti, immagini, gesti, vie di fatto o in modo comunque lesivo della dignità  umana, discredita o discrimina una persona o un gruppo di persone per la loro razza, etnia o religione o che, per le medesime ragioni, disconosce, minimizza grossolanamente o cerca di giustificare il genocidio o altri crimini contro l’umanità ;
chiunque rifiuta ad una persona o a un gruppo di persone, per la loro razza, etnia o religione, un servizio da lui offerto e destinato al pubblico, è punito, con la detenzione o con la multa.

(*)
Introdotto dall’art. 1 della Legge Federale del 18 giugno 1993, in vigore dal 1à‚° gennaio 1995 (RU 1994 2887 2889; FF 1992 II 217 )

FRANCIA: la c.d. “Legge Gayssot” (legge n. 615 del 1990)

Successiva alla c.d. Legge Pleven del 01.07.1972 [che istituì il principio secondo cui interi gruppi di persone – e quindi, in pratica, quei gruppi di pressione che se ne dichiarassero portavoce – diventavano soggetti giuridici in ragione della loro appartenenza o meno ad una determinata etnia, religione, etc. In base alla legge tali gruppi, a partire dal 1° luglio 1972, possono dichiararsi diffamati, cioè esser soggetti od oggetti di un reato contro l’onore e la reputazione. L’effetto pratico, al di là  della forma, è la creazione procedurale di un gigantesco reato d’opinione. Da quella data, infatti, è proibito rivolgere critiche non a singoli individui – come è la norma – ma ad interi gruppi sociali o culturali, genericamente intesi: ad esempio i musulmani, gli omosessuali, i Norvegesi, i satanisti, etc.

Per consultare il testo della successiva Legge Gayssot, in francese, cliccare qui:si segnalano solo due punti interessanti, ovverosia l’assunto del primo articolo, per cui “Ogni tipo di discriminazione fondata sull’appartenenza o meno ad una nazione, razza, etnia o religione è proibita”, ed il successivo art. 9, che introduce un dogma di insindacabilità  storiografica: “Saranno puniti con le pene previste … coloro che avranno contestato, attraverso uno dei mezzi enunciati dall’art. 23, l’esistenza di uno o più crimini contro l’umanità , così come sono definiti dall’art. 6 dello Statuto del Tribunale Militare Internazionale annesso all’Accordo di Londra dell’8 agosto 1945 …”. In sintesi: col primo principio si fa una dichiarazione totalmente contraddittoria, tant’è che la stessa Costituzione francese, a questo punto, sarebbe illegale. Infatti esclude dal diritto di voto in Francia chi non sia cittadino francese, con ciò sancendo una macroscopica discriminazione sulla base della nazionalità . Le sanzioni principali consistono nella perdita dei diritti civili e politici del condannato, il che evidenzia in modo tranciante la natura puramente politico – ideologica di tale normativa. L’art. 9, invece, al di là  del merito è in netto conflitto con i principi irrinunciabili – in una società  liberale – delle libertà  di espressione ed informazione

(sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che non a caso si contrappone moralmente ai totalitarismi omicidi del XX secolo),

poichè con esso il legislatore vuole fissare una volta per tutte un giudizio definitivo su un periodo storico, proibendo per sempre di contestarlo. Oggetto delle sanzioni di questa norma sono, infatti, tutti gli studi storici (non gli atti di violenza fisica, la corruzione pubblica, etc.) c.d. “non allineati“, ovverosia il libri proibiti.



UNIONE EUROPEA: il c.d. “Mandato di Cattura Europeo” (Decisione Consiglio UE 13.6.02)
Di recente introduzione, prevede l’abbattimento delle procedure garantiste di estradizione del cittadino in un’ampia serie di casi, tra cui i principali reati d’opinione

(per inciso, in quanto a figura giuridica astratta sono incompatibili non solo con le libertà  fondamentali formalmente affermate dalla Costituzione italiana, ma direttamente con l’art. 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo).

Per un’efficace sintesi, al contempo tecnica e divulgativa, ci si può innanzitutto riferire al testo dell’Agnoli, scaricabile da altro sito web in formato .pdf (Acrobat Reader file), cliccando qui.

Manifesto contro il Mandato d’Arresto Europeo e per la difesa dei diritti civili
Un approfondimento di documentata riflessione tecnica, a fronte di una realtàƒ interna ed internazionale (tanto politica quanto culturale) degenerata ed inquietante.

Altri links internazionali sulla libertà  d’opinione:

* Stop Internet Censorship! Blue Ribbon Campaign
* Article 19: The Global Campaign For Free Expression
* OCSE: Freedon For The Media
* IFEX
* Reporters Sans Frontieres

*L’inserimento di questa rassegna normativa, ovviamente, non prelude ad alcuna condivisione o apprezzamento degli ideali dei gruppi sociali apparentemente censurati dalle predette leggi, gruppi che si richiamino (nella forma o nella sostanza) ad ideologie di qualunque genere, e che propugnino in qualsiasi modo la violenza o la negazione dello Stato di diritto liberale.

Semplicemente è un fermo monito a non fidarsi di chi, eventualmente, cerchi di instaurare un regime politico oppressivo in cui esiste una sola Verità  consentita, mentre tutto il resto è vietato.

Un sistema liberale non ha bisogno del carcere e della violenza per esistere, poichè rappresenta l’essenza stessa della convivenza tra simili in uno Stato politico. Viceversa quest’esigenza è connaturata a chiunque lo voglia sovvertire, prima o poi, per impedire a tutti gli altri di esprimere liberamente la propria identità  di esseri umani razionali. E ciò fa, spesso e volentieri, proprio iniziando a dichiararsi

“paladino intransigente di un’aleatoria solidarietà  universale ..”  Universale come può esserlo solo la morte.

Le vittime italiane dei gulag di Tito

Questo articolo è il seguito di quelli già fatti sui gulag comunisti, buona lettura

Premessa

-Giuseppe Spano aveva 24 anni e molta fame. In poco più di un mese aveva perso oltre 20 chili ed era diventato pelle e ossa. Quel 14 giugno 1945 non resistette e rubò un po’ di burro. Fu fucilato al petto per furto.
-Ferdinando Ricchetti aveva 25 anni ed era pallido, emaciato. Il 15 giugno 1945 si avvicinò al reticolato per raccogliere qualche ciuffo d’erba da inghiottire. Fu fucilato al petto per tentata fuga.
-Pietro Fazzeri aveva 22 anni e la sua fame era pari a quella di centinaia di altri compagni. Ma aveva paura di rubare e terrore di avvicinarsi al reticolato. Il 15 luglio 1945 morì per deperimento organico.
In quale campo della morte sono state scritte queste storie? A Dachau, a Buchenvald oppure a Treblinka? No, siamo fuori strada: da uno di questi lager di Tito.
Borovnica, Skofja Loka, Osseh. E ancora Stara Gradiska, Siska, e poi Goh Otok, l’Isola Calva. Pochi conoscono il significato di questi nomi. Dachau e Buchenvald sono certamente più noti, eppure sono la stessa cosa. Solo che i primi erano in Jugoslavia e gli internati erano migliaia di italiani, deportati dalla Venezia Giulia alla fine del secondo conflitto mondiale e negli anni successivi, a guerra finita, durante l’occupazione titina.

I deportati dimenticati in nome della politica “atlantica”

Una verità negata sempre, per ovvi motivi, dal regime di Belgrado, ma inspiegabilmente tenuta nascosta negli archivi del nostro ministero della Difesa. Oggi il Borghese è entrato in possesso dei documenti segreti che, oltre a fornire l’ennesima prova dell’Olocausto italiano sui confini orientali, sono un terribile atto di accusa non solo nei confronti di Tito, ma soprattutto verso tutti i governi che si sono succeduti dal 1945 in poi. Partendo da quello di Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti, per finire con gli ultimi di Silvio Berlusconi., Lamberto Dini e Romano Prodi. Perchè nessuno ha parlato? Perché nessuno ha tolto il segreto ai documenti che provano (con tanto di fotografie) il massacro e le torture di migliaia di italiani? Semplice: la verità è stata sacrificata alla ragion di Stato. Vediamo perché.

Belgrado, nell’immediato dopoguerra, si avvia sulla strada dello strappo con Mosca ed il nascente blocco occidentale vuole a ogni costo che quel divorzio si consumi. Ma il costo l’ha pagato solo il nostro Paese il cui governo, per codardia, accetta supinamente di sacrificare sull’altare della politica atlantica migliaia di giuliani, istriani, fiumani, dalmati. Colpevoli solo di essere italiani.

“Condizioni degli internati italiani in Jugoslavia con particolare riferimento al campo di Borovnica (40B-D2802) e all’ospedale di Skofjia Loka (11-D-2531) ambedue denominati della morte” titola il rapporto del 5 ottobre 1945, con sovrastampato “Segreto”, dei Servizi speciali del ministero della Marina. Il documento, composto di una cinquantina di pagine, contiene le inedite testimonianze e le agghiaccianti fotografie dei sopravvissuti, accompagnate da referti medici e dichiarazioni dell’Ospedale della Croce Rossa di Udine, in cui questi ultimi erano stati ricoverati dopo la liberazione, e da un elenco di prigionieri deceduti a Borovnica. Il colonnello medico Manlio Cace, che in quel periodo ha collaborato con la Marina nel redigere la relazione che, se non è stata distrutta, è ancora gelosamente custodita negli archivi del ministero della Difesa, lasciò fotografie e copia del documento al figlio Guido, il quale lo ha consegnato alle redazioni del Borghese e di Storia Illustrata.

Orrore: il carabiniere Damiano Scocca, classe 1921 fotografato all’ospedale di Udine nell’agosto del 1945 dopo la liberazione dal lager jugoslavo.

 

Manca il cibo ma abbondano le frustate.

“Le condizioni fisiche degli ex internati”, premette il rapporto, “costituiscono una prova evidente delle condizioni di vita nel campi Jugoslavi ove sono ancora rinchiusi numerosi italiani, molti dei quali possono rimproverarsi solamente di aver militato nelle fila dei partigiani di Tito in fraterna collaborazione con i loro odierni aguzzini…”

Ai primi di maggio del ’45, dopo la capitolazione tedesca, i partigiani di Tito controllano l’intera Istria, giungendo a Trieste e Gorizia prima degli anglo-americani. Sono i giorni del terrore, del calvario delle foibe, ma anche dell’altra terribile faccia della “pulizia etnica”: le deportazioni. Sono migliaia gli italiani internati nei lager jugoslavi e poche centinaia faranno ritorno a casa, dopo aver subito terribili sofferenze.

“Il vitto era pessimo e insufficiente”, racconta nel rapporto il carabiniere Damiano Scocca, 24 anni, preso dai titini il 1° marzo 1945 nella caserma del Cln di Trieste, “e consisteva in due pasti giornalieri composti da due mestoli di acqua calda con poca verdura secca bollita… A Borovnica non si faceva economia di bastonate; durante il lavoro sul ponte ferroviario nelle vicinanze del campo chi non aveva la forza di continuare a lavorare vi veniva costretto con frustate … “.

Il soldato Elio Sandri fotografato all’ospedale di Udine.

“…Durante tali lavori”, afferma il finanziere Roberto Gribaldo, in servizio alla Legione di Trieste e “prelevato” il 2 maggio, “capitava sovente che qualche compagno in seguito alla grande debolezza cadesse a terra e allora si vedevano scene che ci facevano piangere. lì guardiano, invece di permettere al compagno caduto di riposarsi, gli somministrava ancora delle bastonate e tante volte di ritorno al campo gli faceva anche saltare quella specie di rancio”.
Le mire di Tito sul finire del conflitto sono molto chiare: ripulire le zone conquistate dalla presenza italiana e costituire la settima repubblica jugoslava annettendosi la Venezia Giulia e il Friuli orientale fino al fiume Tagliamento.

Il soldato Mario Palmarin (estate 1945).

Notare il particolare del braccio

martoriato (a destra).

Antonio Garbin, classe 1918, é soldato di sanità a Skilokastro, in Grecia. L’8 settembre 1943 viene internato dai tedeschi e attende la “liberazione” da parte delle truppe jugoslave a Velika Gorica. Ma si accorge presto di essere nuovamente prigioniero. “Eravamo circa in 250. Incolonnati e scortati da sentinelle armate che ci portarono a Lubiana dove, dicevano, una Commissione apposita avrebbe provveduto per il rimpatrio a mezzo ferrovia. Giunti a Lubiana ci avvertirono che la commissione si era spostata…”. I prigionieri inseguono la fantomatica commissione marciando di città in città fino a Belgrado.

Prigionieri uccisi perché incapaci di rialzarsi.

“In 20 giorni circa avevamo coperto una distanza di circa 500 chilometri, sempre a piedi”, racconta ancora Garbin ai Servizi speciali della Marina italiana. “La marcia fu dura, estenuante e per molti mortale. Durante tutto il periodo non ci fu mai distribuita alcuna razione di viveri. Ciascuno doveva provvedere per conto proprio, chiedendo un pezzo di pane ai contadini che si incontravano… Durante la marcia vidi personalmente uccidere tre prigionieri italiani, svenuti e incapaci di rialzarsi. I morti però sono stati molti di più… Ci internarono nel campo di concentramento di Osseh (vicino Belgrado, ndr). Avevamo già raggiunto la cifra di 5 mila fra italiani, circa un migliaio, tedeschi, polacchi, croati…”.
Chi appoggia Tito nel perseguire il suo obiettivo di egemonia sulla Venezia Giulia? Naturalmente il leader del Pci Palmiro Togliatti, che il 30 aprile 1945, quando i partigiani titini sono alle porte di Trieste, firma un manifesto fatto affiggere nel capoluogo giuliano:

Lavoratori di Trieste, il vostro dovere è accogliere le truppe di Tito come liberatrici e di collaborare con loro nel modo più assoluto“.

A confermare che la pulizia etnica é continuata anche a guerra finita sono le affermazioni di Milovan Gilas, segretario della Lega comunista jugoslava, che, in un’intervista di sei anni fa a un settimanale italiano, ammette senza giri di parole: “Nel 1946 io ed Edvard Kardelj andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana… bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni di ogni tipo. Cosi fu fatto”.

Il soldato Mario Cena,

classe 1924.

Skofja Loka, l’ospedale chiamato “cimitero”.

E nei campi di concentramento finiscono anche i civili, come Giacomo Ungaro, prelevato dai titini a Trieste il 10 maggio 1945. “Un certo Raso che attualmente trovasi al campo di Borovnica”, è la dichiarazione di Ungaro, “per aver mandato fuori un biglietto è stato torturato per un’intera nottata; è stato poi costretto a leccare il sangue che perdeva dalla bocca e dal naso; gli hanno bruciacchiato il viso e il petto così che aveva tutto il corpo bluastro. Sigari accesi ci venivano messi in bocca e ci costringevano ad ingoiarli”.
I deperimenti organici, la dissenteria, le infezioni diventano presto compagni inseparabili dei prigionieri. “…Fui trasferito all’ospedale di Skotja Loka. Ero in gravissime condizioni”, è il lucido resoconto del soldato di sanità Alberto Guarnaschelli, “ma dovetti fare egualmente a piedi i tre chilometri che separano la stazione ferroviaria dall’ospedale. Eravamo 150, ammassati uno accanto all’altro, senza pagliericcio, senza coperte. Nella stanza ve ne potevano stare, con una certa comodità, 60 o 70. Dalla stanza non si poteva uscire neppure per fare i bisogni corporali. A tale scopo vi era un recipiente di cui tutti si dovevano servire. Eravamo affetti da diarrea, con porte e finestre chiuse. Ogni notte ne morivano due, tre, quattro. Ricordo che nella mia stanza in tre giorni ne morirono 25. Morivano e nessuno se ne accorgeva…”.

il soldato Ezio Vito.

“Non dimenticherò mali maltrattamenti subiti”, è la testimonianza del soldato Giuseppe Fino, 31 anni, deportato a Borovnica ai primi di giugno 1945, “le scudisciate attraverso le costole perché sfinito dalla debolezza non ce la facevo a lavorare. Ricorderò sempre con orrore le punizioni al palo e le grida di quei poveri disgraziati che dovevano stare un’ora o anche due legati e sospesi da terra; ricorderò sempre con raccapriccio le fucilazioni di molti prigionieri, per mancanze da nulla, fatte la mattina davanti a tutti…”.
“Le fucilazioni avvenivano anche per motivi futili…”, scrive il rapporto segreto riportando il racconto dei soldati Giancarlo Bozzarini ed Enrico Radrizzali, entrambi catturati a Trieste il 1° maggio 1945 e poi internati a Borovnica.

Per ore legati ad un palo con il filo di ferro.

«La tortura al palo consisteva nell’essere legato con filo di ferro ad ambedue le braccia dietro la schiena e restare sospeso a un’altezza di 50 cm da terra, per delle ore. Un genovese per fame rubò del cibo a un compagno, fu legato al palo per più di tre ore. Levato da quella posizione non fu più in grado di muovere le braccia giacché, oltre ad avere le braccia nere come il carbone, il filo di ferro gli era entrato nelle carni fino all’osso causandogli un’infezione. Senza cura per tre giorni le carni cominciarono a dar segni di evidente materia e quindi putrefazione. Fu portato a una specie di ospedale e precisamente a Skoija Loka. Ma ormai non c’era più niente da fare, nel braccio destro già pul­lulavano i vermi… Al campo questo ospedale veniva denominato il Cimitero…»

Antonio Foschi

visto di spalle.

Nel lager di Borovnica furono internati circa 3 mila italiani, meno di mille faranno ritorno a casa. A questi ultimi i soldati di Tito imposero di firmare una dichiarazione attestante il «buon trattamento» ricevuto. «I prigionieri (liberati, ndr) venivano diffidati a non parlare», racconta ancora Giacomo Ungaro, liberato nell’agosto 1945 «e a non denunziare le guardie agli Alleati perché in tal caso quelli che rimanevano al campo avrebbero scontato per gli altri».

Il bersagliere

Gino Santamaria.

I principali sistemi di tortura.

Per conoscere gli orrori di un campo di concentramento titino è opportuno riassumere i vari tipi di punizione, come emergono dai racconti dei sopravvissuti. La prima è la fucilazione decretata per la tentata fuga o per altri fatti ritenuti gravi da chi comanda il campo, il quale commina pena sommarie. Spesso il solo avvicinarsi al reticolato viene considerato un tentativo d’evasione. L’esecuzione avviene al mattino, di fronte a tutti gli internati.
C’è poi il “palo” che è un’asta verticale con una sbarra fissata in croce: ai prigionieri vengono legate le braccia con un fil di ferro alla sbarra in modo da non toccare terra con i piedi. Perdono così l’uso degli arti superiori per un lungo tempo se la punizione non dura troppo a lungo. Altrimenti per sempre.
Altra pena è il “triangolo” che consiste in tre legni legati assieme al suolo a formare la figura geometrica al centro della quale il prigioniero è obbligato a stare ritto sull’attenti pungolato dalle guardie finché non sviene per lo sfinimento.
Infine, c’è la “fossa“, una punizione forse meno violenta ma sempre terribile, che consiste in una stretta buca scavata nel terreno dell’esatta misura di un uomo. Il condannato, che vi deve rimanere per almeno mezza giornata, non ha la possibilità né di piegarsi né di fare alcun movimento.

Uno dei tanti militari internati nei campi di concentramento titini.

QUESTO ERA IL TRATTAMENTO CHE I PACIFICI COMUNISTI RISERVAVANO AI PRIGIONIERI NEI LORO LAGER!

Queste persone, questi martiri, non hanno avuto (stranamente) una Anna Frank o un Primo Levi che li ricordasse, che testimoniasse l’orrore dei campi di concentramento comunisti. Alle vittime dei Nazisti non manca un solo quartiere che non abbia una strada a loro dedicata.
Le vittime dei regimi Comunisti passano da sempre inosservate… E già, Anna Frank e Primo Levi erano ebrei, quindi le vittime delle guerre sono sempre e unicamente loro: gli ebrei.
Le foto che seguono sono la testimonianza che le Stragi e le Deportazioni di massa, ad opera dei post-titini (Milosevic per citare il nome più conosciuto), esistono ancora:

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RICORDATEVI: NON C’E’ STATA SOLO AUSCHWITZ

Articolo tratto da : Musagetenero

I cittadini sovietici nei gulag

portale gulag sovietico
portale gulag sovietico

I campi di concentramento sovietici, attivi già dal 1918, si moltiplicarono negli anni Trenta per le note repressioni ordinate da Stalin, ma anche negli anni del secondo conflitto mondiale, quando vi finirono milioni di prigionieri di guerra e con loro grandi masse di cittadini sovietici, deportati da intere regioni.
In Crimea, per esempio, la popolazione era stata deportata perchè non fu capace di resistere ai tedeschi.
Furono comunque milioni i semplici cittadini deportati nei campi per i più svariati motivi.
Nel 1937 fu stampato in Polonia il racconto di un sopravvissuto ad uno dei tanti campi sovietici:
“[…] Il convoglio, per stimolare i ritardatari o quelli che non potevano lavorare per causa dell’esaurimento, si serviva del calcio del fucile e di un semplice bastone e bastonavano senza pietà  tanto i simulatori che quelli che cascavano giù sotto il peso del lavoro
[…] Come castigo per diverse mancanze, e specialmente per quella di subordinazione, facevano spogliare i colpevoli e li facevano stare al gelo una mezz’ora ed anche di più
[…] Succedeva anche che gli impazziti si tagliassero tutta la mano destra”.

Alla fine degli anni Quaranta l’O.N.U. raccolse varie testimonianze di cittadini sovietici reclusi in precedenza nei campi di lavoro forzato: “I prigionieri venivano picchiati sul lavoro e nei dormitori, picchiati con i pugni, con bastoni, e con i calci dei fucili
[…] ogni tanto le guardie uccidevano dei prigionieri. Ci sono stati dei casi in cui decine di prigionieri venivano bastonati a morte
[…] il ferirsi e mutilarsi volontariamente continuò. In questa maniera i prigionieri cercavano di sfuggire al lavoro e di avere un po’ di riposo all’ospedale
[…] dal 1930 in poi l’alimentazione peggiorò rapidamente. Prima era raro che i prigionieri soffrissero la fame
[…] Così, a volte, quelli che si rifiutavano di lavorare, quelli che lavoravano male e quelli che sistematicamente non arrivavano a fare il lavoro assegnato, venivano riuniti e fucilati a gruppi di 30 o 40, per scoraggiare gli altri dal simulare malattia
[…] C’erano inoltre i campi d’isolamento dove si tenevano i prigionieri che erano puniti per mancanze nel campo; queste includevano il rifiutare o non fare tutto il lavoro. Nei campi d’isolamento i prigionieri erano tenuti in condizioni terribili e quasi del tutto privi di cibo; la maggioranza dei puniti generalmente moriva
[…] Nel tracciato Vym-Ust Ukhta lavoravano circa 20.000 persone; nuovi prigionieri rimpiazzavano via via i morti. Circa 9.000 di loro morirono

prigionieri inviati ai gulag
prigionieri inviati ai gulag

[…] Sapevo che nessuno poteva sentire le mie sofferenze al di là  delle pareti dell’ufficio del Procuratore, e molto depresso, dopo 10 giorni passati sempre seduto su una sedia, firmai tutto quello che il giudice voleva
[…] Di un gruppo di 1.000 caucasiani, colà  inviato, alla fine dell’inverno ne sopravvivevano solo 10
[…] Durante l’estate nell’isola di Popov venivano scavati dei grandi crateri per 2.000 o 3.000 persone ognuno. Durante l’inverno li riempivano di cadaveri, l’estate dopo scavavano degli altri crateri”.
La vita all’interno dei gulag era condizionata dal terrore: ad esempio, in uno dei tanti campi sparsi sul territorio, il comandante a titolo di avvertimento decise di fucilare trecento prigionieri; furono uccisi tutti con un colpo alla testa.
Oppure nel campo di Vorkuta, millecinquecento prigionieri vennero liquidati con il solito colpo alla nuca, mentre entravano in una capanna, convinti di andare a fare il bagno.
I prigionieri vecchi e malati, comunque inutilizzabili nei vari campi di lavoro, venivano eliminati con un sistema che nulla aveva da invidiare a quelli utilizzati dai nazisti con gli ebrei: uomini e donne venivano ammassati su vecchie navi che poi venivano fatte affondare nel Mar Bianco, portando con sé tutti gli sventurati.

Il deportato nel lagher sovietico

Gulag
Il solo gulag di Karaganda, in Asia centrale era esteso quanto gli odierni Paesi Bassi. Gulag come Karaganda o Vorkuta pare abbiano ospitato fino a trecentomila internati ciascuno.

Gulag

Complessi carcerari dai quali NESSUNO è riuscito ad uscirne vivo, neanche dopo aver scontato la pena.”La rasatura delle teste degli uomini conferisce loro l’uniformità  nell’aspetto esteriore: li rende austeri ed impersonali. Ma anche un osservatore superficiale è colpito dalla espressione delle facce, comune a tutti :sempre all’erta, prive di affabilità , senza alcuna benevolenza, facilmente aggressive e perfino crudeli. L’espressione dei loro visi fa pensare che siano stati fusi in un materiale aspro, quasi non di carne, ma di bronzo scuro per poter camminare continuamente controvento, quasi aspettando ad ogni passo di essere colpiti ora da sinistra ora da destra… Se sarà  costretto a guardarvi, vi colpirà  il suo sguardo ottuso e inebetito.
Notiamo che parlando di questo popolo non riusciamo quasi a raffigurarci degli individui o dei nomi singoli. Non è un vizio del nostro metodo; rispecchia il modo di vivere da mandria cui è dedito lo strano popolo… Condizione essenziale di successo nella lotta per la vita è la circospezione. Il loro carattere, le loro intenzioni sono tenuti nascosti; devono nascondere le loro azioni ai datori di lavoro, ai sorveglianti, ai delatori… Devono celare i progetti, i calcoli, le speranze… aprirsi significa sempre perdersi.Con gli anni lo zek si abitua a tal punto a nascondere tutto che non gli costa più nessun sforzo; gli si atrofizza il normale desiderio umano di far parte a qualcuno di ciò che sente. Esiste infine una legge che le riassume tutte: Non credere, non temere, non chiedere! Diventato indifferente verso il proprio dolore e anche verso i castighi che gli impongono i tutori della tribù, addirittura quasi indifferente verso tutta la sua vita, lo zek non prova compassione neppure per il dolore altrui. La visione del mondo più diffusa tra di loro è il fatalismo: è inutile cercare di ottenere qualcosa con troppa insistenza o rifiutarne un’altra; ad esempio il trasferimento in un’altra baracca, in un’altra brigata, in un altro lager. Potrebbe essere per il meglio come potrebbe esser per il peggio.

Gli zek amano in generale l’umorismo… è il loro costante alleato senza il quale, forse, la vita nell’Arcipelago sarebbe del tutto intollerabile. Se domandi a uno zek da quanto tempo è nell’Arcipelago, non risponderà ma. “E’ dura?” domandi. Quello facendo lo spiritoso, risponde :”Sono duri soltanto i primi dieci anni”. Parlando di qualcuno che è partito dall’Arcipelago, risponderà  :”Gli avevano dato tre anni, ne ha scontati cinque, ha avuto la scarcerazione anticipata”

LA CONDIZIONE DEL DEPORTATO NEL GULAG

Prigionieri dei gulag morti per sfinimento
Prigionieri dei gulag morti per sfinimento

“Meditate se anche questo… è un uomo?”

Viene spontaneo parafrasare la nota frase all’inizio del libro di Primo Levi, leggendo la condizione dei deportati nei gulag della Siberia o del Circolo Polare.
Crediamo però che non sia appropriato scomodare Primo Levi perchè per quanto Gulag e Lager nazisti siano accomunati dallo stesso delirio di onnipotenza cioè voler creare l’Uomo Nuovo pur tuttavia una differenza c’era: il comunismo voleva instaurare la Giustizia sulla Terra mentre i nazisti la Loro, quella della razza padrona.
Pertanto ci viene in mente un pensiero di Karl Popper che è davvero indicativo:
<<Tra tutte le idee politiche, il desiderio di rendere gli uomini perfetti e felici è forse la più pericolosa. Il tentativo di realizzare il paradiso sulla terra ha sempre prodotto l’inferno>>

Proponiamo qui una sintesi, necessariamente parziale e schematica della vita nel gulag preceduta da un’analisi del vol. II di “Arcipelago Gulag”.

CHI CI “FINIVA”?

– ci poteva “finire” chiunque; all’inizio vi andavano i “cinquantotto” cioè quelli condannati in base all’art. 58 (“attività  contro lo Stato”);poi anche i CR cioè i controrivoluzionari, quindi i Kulaki
– si poteva essere arrestati per nulla! ciò era strategico all’obbiettivo di creare il terrore.
– ospiti del gulag furono scienziati ed artisti.

VITA

Persone condannate ai lavori forzati nei Gulag per reati di OPINIONE o per aver rubato per FAME. Nessuno di loro ne uscirà vivo.
Persone condannate ai lavori forzati nei Gulag per reati di OPINIONE o per aver rubato per FAME. Nessuno di loro ne uscirà vivo.

– si nascondono i morti sotto i pancacci per avere la loro razione;

– all’eremo del Golgota su richiesta dei moribondi il medico somministra stricnina agli inguaribili;

– i creduloni aspettavano la fine della pena di tre anni, i previdenti capivano che non avrebbero riavuto la libertà  né fra tre né fra ventitrè anni!

– ai teppisti ed ai ladri furono assegnati tutti i posti di comando… si permetteva loro di derubare, picchiare e perfino sgozzare i deportati;

– in estate si lavorava 14 ore al giorno, non si lavorava soltanto a partire da 55° sottozero!

– lo scorbuto mieteva tante vittime da essere una forma di sterminio!

– per approfondire, soprattutto la differenza tra servi della gleba sotto lo Zar e deportati sotto i Soviet.

EPISODI

– alla fine della giornata lavorativa sul cantiere rimangono dei cadaveri. La neve ricopre le loro facce. Qualcuno si è rannicchiato sotto una carriola capovolta; ha nascosto le mani in tasca ed è morto così. Là  sono congelati in due, appoggiati uno alla schiena dell’altro.
– nel lager Mariinskij non si aveva tempo di uccidere i pidocchi… esplose il tifo e in poco tempo 15 mila morti furono buttati in una fossa, rattrappiti, nudi dopo aver tagliato per economia anche le mutande.
– le note fucilazioni di Garanin…
– episodi di fame…
– nel dicembre 1928 in Karelia i detenuti furono lasciati per punizione a pernottare nella foresta e 150 uomini morirono congelati.

PUNIZIONI

Queste persone, fra le quali c'è anche un BAMBINO, non stanno riposando o prendendo il sole: queste persone sono morte per FAME nei Gulag dell' "eden comunista" dell'ex Unione Sovietica.
Queste persone, fra le quali c’è anche un BAMBINO, non stanno riposando o prendendo il sole: queste persone sono morte per FAME nei Gulag dell’ “eden comunista” dell’ex Unione Sovietica.

– Alle isole Solovki, il lager sorge sul Monte Sekira, ricavato da un ex-monastero. Nella Cattedrale a due piani sono stati sistemati le celle. I detenuti sono trattati così: da un muro all’altro sono infisse delle pertiche dello spessore di un braccio e si ordina ai detenuti di starvi seduti tutto il giorno!
Le pertiche sono ad un altezza tale che i piedi non toccano per terra. Non è facile mantenere l’equilibrio, da mattina a sera il detenuto si sforza di non cadere.
Se cade i secondini arrivano di corsa e lo percuotono.

– Sempre al Monte Sekira una lunga scala di 365 ripidi scalini unisce la Cattedrale, in cima al monte, al lago. Fu fatta dai monaci. Portano le persone sulla scala, le legano per il lungo ad una trave per dargli maggior peso e lo spingono giù: non c’è un pianerottolo e i gradini sono così ripidi che la trave non rallenta mai!

– SIZO era l’isolatore di punizione, un edificio al freddo, umido, buio, senza cibo, senza vetri: la “sbobba” veniva data al 3°, al 6° e al 9° giorno della reclusione; bisogni corporali in cella.
per finire al SIZO era sufficiente:

1) non aver salutato a modo;
2) non essersi coricato o alzato per tempo;
3) essere passato per il vialetto sbagliato;
4 )non essere vestito come si doveva;
5 )fumare in luoghi proibiti;
6) avere oggetti superflui in baracca.

ALIMENTAZIONE GIORNALIERA

– 350 gr. di pane appiccicoso come l’argilla;
– sbobba liquida con qualche lisca di pesce.

BOIA CRIMINALI

Una delle oltre 100.000 FOSSE COMUNI utilizzate dai sovietici per cercare di nascondere l'enorme quantitativo di cadaveri il risultato della politica di Stalin.
Una delle oltre 100.000 FOSSE COMUNI utilizzate dai sovietici per cercare di nascondere l’enorme quantitativo di cadaveri il risultato della politica di Stalin.

A parte Stalin e Beria, capo della polizia e suo lacchè si distinsero:
a) N. Aronovic FRENKEL
b) Mamulov
c) Garanin
d) Ermolov
e) Tatiana MERKULOVA, “la donna – belva”
f)Gromov

h) Kirilko, il boia delle isole Solovki, di lui era nota la minaccia e la messa in pratica: Vi farò succhiare il moccio dei cadaveri.

Della repressione comunista e delle vittime dei gulag nell’ex Unione Sovietica:
– 80.000 fucilati senza essere stati sottoposti a giudizio e massacro di centinaia di migliaia di contadini e operai insorti tra il 1918 e il 1922;
– 5.000.000 di morti a causa della carestia indotta alla popolazione rurale agli inizi degli anni ’20;
– deportazione ed eliminazione dei Cosacchi del Don;
– assassinio programmato di 10.000.000 di persone nei gulag fra il 1918 e il 1930;
– eliminazione di quasi 1.000.000 di persone durante la “Grande Purga” del 1937-1938;
– deportazione ed eliminazione di di 2.000.000 di kulak o presunti tali nel 1930-1932;
– sterminio programmato di 6.000.000 di ukraini nel 1933 per carestia indotta e non soccorsa;
– deportazione e sterminio dei tedeschi del Volga nel 1941;
– deportazione e sterminio dei tatari della Crimea nel 1943;
– deportazione e sterminio dei ceceni nel 1944;

Di tutto questo orrore non si sapeva nulla o si sapeva assai poco; le notizie arrivavano all’occidente e all’Italia distorte, spesso falsate a causa di oscuri personaggi che appoggiavano la politica di Stalin. L’assoluta chiusura degli archivi nei paesi comunisti, il totale controllo della stampa, dei mass-media e di tutte le vie di comunicazione con l’estero, la propaganda sui presunti “successi” del regime stalinista, tutto questo blocco dell’informazione mirava in primo luogo a impedire che si facesse chiarezza sulla repressione operata sistematicamente in Unione Sovietica.

Sistema dei Gulag e distribuzione sul territori dell’ex URSS

complesso carcerario sovietico

 

sistema gulag

brano tratto da “Arcipelago Gulag” vol.II di A. Solzenicyn

La facciata buona del comunismo

Morti di malattia e sfinimento
Deportati dal comunismo morti per fame e sfinimento

I seguaci di questa filosofia della morte hanno con le loro menzogne adulterato completamente la realtà. A sentire loro, il ‘900 è stato il secolo delle dittature “cattive”. Scagliandosi contro il nazismo ed il fascismo, sono riusciti a passare per buoni. Non è così, il comunismo non è buono, non lo è mai stato e mai lo sarà. Delle tre dittature del ‘900, forse, quella più umana (se così si può dire) è stata quella fascista. Lo sterminio di compatrioti o di dissidenti che è stato perpetrato dal comunismo prima e dal nazismo poi non ha conosciuto la stessa ferocia e determinazione nel fascismo. Le nostre generazioni, cresciute nella menzogna comunista, non sono capaci di fare distinzioni sulla qualità e sulla quantità della ferocia della peggior dittatura-filosofia di vita che sia esistita sulla faccia della terra. E’ pazzesco come la pianificazione dell’eliminazione di tutti i dissenzienti non abbia creato nelle coscienze umane lo stesso sdegno ed orrore che hanno provocato quelle naziste. Si parla sempre dei 6 milioni di ebrei sterminati dal nazismo e mai se non sporadicamente e sottovoce dei 100 milioni di morti fatti dal comunismo su tutto il pianeta e non confinati in una sola nazione.

E’ aberrante come i giovani d’oggi vogliano sottolineare ad ogni 2 x 3 di essere antifascisti e non sottolineano con la stessa veemenza il loro ripudio del comunismo. I paesi dell’ex unione sovietica hanno messo al bando il comunismo, la comunità europea ha fatto altrettanto, solo nel nostro paese è possibile avere 4 partiti comunisti. La falce ed il martello sono stati messi al bando, così come i simboli fascisti, solo in Italia si continuano a vedere ed in più sono simboli di partiti di governo. Tutto questo lo si deve all’avvelenamento che la gente ha subito dalla menzogna comunista, dal distrarre l’attenzione su di se e rivolgerlo sul fascismo. Il creare come bersaglio un’idea, un movimento morto più di 60 anni fa. Il fascismo non esiste più ma i comunisti ne mantengono viva la memoria per tenere le masse intimorite, impaurite da un qualcosa che non tornerà mai più. Loro hanno bisogno di un avversario, senza di quello mostrerebbero la pochezza della loro ideologia, si verrebbe a conoscere il fallimento di infiniti esperimenti dal sociale al politico che hanno avuto in tutti i luoghi dove hanno avuto la possibilità di governare.

Ma come è potuto succedere che popolazioni intere abbiano abbracciato il comunismo per poi lasciarsi massacrare? Non è difficile capirlo, il comunismo mostra la sua faccia buona ed ecco che “libera” gli omosessuali per poi rinchiuderli in manicomio una volta al potere. Parla al cuore dei meno fortunati, a quelli che la sorte ha dato un fisico imperfetto, ai diseredati per poi eliminarli perché non c’è spazio perché non “produttivi”. Ecco, che le promesse di “felicità” (gratis) fanno presa sulla gente che acclama, vuole il comunismo e non si accorge che dietro la caramella, la faccina sorridente c’è un cobra che aspetta solo di azzannarti. Mi domando come è possibile che dopo quello che si è saputo dell’ex URSS, della Cina, di Cuba, della Corea, di tutti gli sventurati paesi che hanno conosciuto il comunismo ci sia ancora qualcuno che additi al fascismo come il “male” quando il comunismo è ancora tra di noi. Mi rivolgo a tutti i giovani che sono “caduti nella tela del ragno”, svegliatevi che continuando così, prima o poi toccherà anche a voi …

Il comunismo italiano

MACICCHINI EVA
Milano 17 gennaio 1947 il corpo di Eva Maciacchini uccisa dalla volante rossa, rinvenuto in un prato presso lambrate

Fu costituito a Livorno, il 21 gennaio 1921 col nome di Partito Comunista d’Italia, mutato poi in quello di Partito Comunista Italiano nel corso della II guerra mondiale . La fondazione del P.C.I. fu opera di gruppi dell’estrema sinistra del Partito Socialista. Il P.C.I., guidato nei primi anni da Bordiga e Gramsci, perseguì come compito immediato quello di crearsi un’organizzazione fortemente centralizzata e rigida per guidare il proletariato all’attacco di uno Stato borghese sommamente indebolito dal conflitto mondiale, respingendo qualsiasi collusione col Partito Socialista che aveva fallito la prova rivoluzionaria . La nuova linea di fronte unico venne portata avanti dal gruppo gramsciano, che tra il 1923 e il 1925 capovolse i rapporti di forza all’interno del partito ed emarginò gli uomini della precedente maggioranza. L’alleanza con le forze socialiste, diventata indispensabile di fronte alla reazione del fascismo (passato alla fine del 1926 al regime totalitario), costringeva intanto il P.C.I., incarcerato Antonio Gramsci, ad agire nella clandestinità. Palmiro Togliatti, dall’estero, assunse assunse la guida del partito (1927) sotto la tutela moscovita. Il partito fu così partecipe, al vertice, degli scontri di frazione nel P.C.U.S. che videro vincitore Stalin e che non mancarono di avere profonda eco tra i comunisti italiani. Le divergenze sulla strategia unitaria e i comportamenti specifici del partito in Italia portarono a lacerazioni ed espulsioni. Ciò non impedì a Togliattidi spingere il partito a moltiplicare i suoi collegamenti di massa durante il periodo della grande crisi economica (1929-34) e successivamente a sviluppare l’azione unitaria. Sono di questo periodo l’organizzazione di scioperi in alcune fabbriche e nelle campagne, la stipulazione dei patti di unità col Partito Socialista, i collegamenti col movimento di “Giustizia e Libertà”, la partecipazione alla guerra di Spagna nelle Brigate internazionali. L’opposizione al fascismo, sempre più incisiva, portò alla preparazione degli scioperi del 1943 e alla lotta partigiana. Togliatti, tornato in Italia nella primavera del 1944, preferì alla via rivoluzionaria l’alleanza con gli altri movimenti di massa per creare insieme uno Stato democratico e progressista ad ampia base popolare. Partecipe della coalizione di governo fino al maggio 1947, il P.C.I. fu costretto all’opposizione dalla spaccatura del mondo in due blocchi ideologici e dalla rottura dell’alleanza politica antifascista espressa dai C.L.N. Ciò non impedì al P.C.I. di riproporre il suo programma per assumere responsabilità dirette nella gestione della cosa pubblica, anche in presenza di gravi tensioni interne di crisi serie nel movimento comunista internazionale.

Comunismo

dislocazione dei campi di lavoro cubani
dislocazione dei campi di lavoro cubani

Mai nessuna epoca e civiltà aveva teorizzato e messo in opera un progetto tanto globale ed ordinato di “rieducazione” dell’uomo o di “eliminazione” di ogni dissenso come il Novecento! Il termine “campo di concentramento” è d’invenzione sovietica: fu usato per la prima volta in una circolare del 4 giugno 1918 dopo la rivoluzione d’Ottobre in Russia, con Lenin. Il lager sovietico è conosciuto come gulag, termine che significa “amministrazione generale dei campi di lavoro correzionale”; si deve alla monumentale opera di denuncia svolta da Aleksandr Solzenicyn l’aver fatto conoscere al mondo il lager comunista. Là finirono la loro esistenza zaristi, cosacchi e dissidenti della prima ora come gli insorti di Kronstadt.

Con la caduta dell’URSS si sono aperti gli archivi politici dell’impero sovietico e ora si cominciano a pubblicare nel mondo i segreti su Lenin, il fondatore dell’unione sovietica. Una commissione parlamentare russa presieduta dallo storico Dimitri Volkogonov composta di una ventina tra storici e deputati, in due anni ha lavorato togliendo il segreto a circa 78 milioni di dossier.

Fosse comuni nei gulag
Fosse comuni nei gulag

Interessantissimo il fascicolo riguardante Lenin, un complesso di 3.724 documenti tra lettere, appunti e direttive “tutti autografi”. I documenti “sono terribili. Portano le prove che la storiografia ufficiale non era che una trama di menzogne. Vladimir Il’ic Lenin, il semi-dio che la gente ha venerato per 70 anni non era la guida magnanime ma un tiranno cinico, pronto a tutto pur “di prendere e conservare il potere”. Ad esprimersi in questi termini è lo stesso Volkogonov. Ma continua lo storico: “Un documento che ho letto decine e decine di volte per convincermi che a scriverlo era stato proprio quel Lenin che avevo tanto ammirato e rispettato, è una direttiva indirizzata ai bolscevichi affinché reprimano – nell’estate 1918- una rivolta di Kulaki (i contadini russi) contro le confische. Scrive Lenin: “Impiccare – e dico impiccare in modo che la gente lo veda – non meno di cento kulaki, ricconi, sanguisughe riconosciute(…) Fatelo in modo che la gente tremi a centinaia di chilometri da lì e dica : -Questi fanno sul serio…”

Perciò fu Lenin – e non già Stalin – il vero padre del Terrore rosso e dello stesso gulag. Nel suo libro, pubblicato in Francia dal titolo Il vero Lenin Volkogonov dimostra- documenti alla mano – che il primo campo di concentramento venne aperto a soli otto mesi dalla rivoluzione ,nel luglio del 1918.Era a Sviajsk, nella regione di Kazan.

Dislocazione dei campi "gulag" sul territorio dell'URSS
Dislocazione dei campi “gulag” sul territorio dell’URSS

Poi ne comparvero a centinaia come i funghi dopo la pioggia. Così il 20 aprile 1920,il Politburo presieduto da Lenin approvò la costruzione di un campo destinato a dieci – ventimila prigionieri a Ukta nel grande Nord. Ma la Sezione punitiva del Commissariato del popolo su una duplice direttiva di Lenin aveva emanato già il 23.7.1918,ad appena nove mesi dalla Rivoluzione d’ottobre, le “Istruzioni provvisorie sulla privazione della libertà” con la quale noi oggi datiamo l’inizio ufficiale dei gulag. Lenin giustificava le sue direttive sulla base di due considerazioni:

a) “Salvaguardare la Rivoluzione Sovietica dai nemici di classe isolando questi in campi di concentramento”(viene in mente Robespierre che per salvare la Rivoluzione Francese instaura il Terrore…e decreta lo sterminio della Vandea!) ;

b) “Rinchiudere i sospetti (non i colpevoli ma i sospetti! Anche qui viene in mente che la Convenzione aveva votato una legge dei sospetti) in un campo di concentramento fuori della città”. [Cfr.Lenin,Opere complete,ed. russa e Raccolta di leggi, 1918,n.65 pag.710]

Nel complesso si calcola che sotto Lenin siano morti nei gulag o giustiziati per antisovietismo un milione di persone. Il calcolo è approssimativo. Non bisogna però scordare che la guerra civile orchestrata da Lenin uccise tredici milioni di persone fra il 1918 e il 1921. Tredici milioni in soli tre anni (Corriere del 7.6.1995)

Kurganov,professore di statistica emigrato negli USA ha calcolato che la repressione interna sia costata dall’inizio della Rivoluzione d’Ottobre del ’17al 1959 circa 66 milioni di persone! [cfr.vol.II di “Arcipelago Gulag”,ed.Mondadori]

Le testimonianze dai lager sovietici richiederebbero una scelta e una indagine ben più ampie della presente, sia in considerazione del fatto che il comunismo ha funestato la storia per un arco di tempo decisamente più lungo rispetto al nazismo,(dal 1917 al 1990) sia perché i lager sovietici presentavano una variegata molteplicità di forme repressive : carcere a regime duro, trattamento psichiatrico…
Le testimonianze che seguono esprimono il “positivo” e le “energie” insospettate di cui l’uomo è capace…anche nel gulag ! Fin dal suo primo sorgere, il lager sovietico ha avuto come scopo quello di piegare l’ insopprimibile anelito alla libertà che alberga il cuore umano fondato su realtà più forti dell’istinto di conservazione come la coscienza o la fede. E’ una scelta che l’uomo sente di dover fare : “servire” la menzogna o “essere” un “uomo”, consci che finendo nel gulag, il rischio di perdere vita, salute, carriera e affetti è assicurato! Il fenomeno stesso del dissenso è irriducibile ad una semplice opposizione di tipo politico: esso rimane nella storia a testimonianza di un quid che nell’uomo non si può comprimere in un’idea né in un desiderio di “pace” senza verità (pax sovietica)

Campo di lavoro in Siberia
Campo di lavoro in Siberia

Nello sviluppo dei gulag si possono osservare tre fasi: la prima, dal 1920 al 1929. E’ il periodo più “facile”: nei campi si mangia poco ma non si muore di fame, c’è qualche spazio di libertà, il lavoro è di 8 ore. La seconda fase, dal 1929 al 1940. Il regime individua nei detenuti un’enorme riserva di forza lavoro gratuita che deve essere usata per lanciare i “grandi cantieri dell’edificazione socialista”. L’industrializzazione forzata del paese e la collettivizzazione delle campagne viene perseguita oltre che col terrore sfruttando il lavoro dei prigionieri. Il detenuto da questo momento è sfruttato al massimo. All’orario di lavoro si sostituisce la <> una quantità assegnata di lavoro quotidiano che deve essere portata a termine ad ogni costo. Ad esempio, fra il 1930 e il 1933 viene scavato dai detenuti il canale Mar Baltico – Mar Bianco: 227 km in due anni e mezzo( mentre per Suez, 160 km ci avevano messo 10 anni) ma il costo è di 250 mila vittime! Allo stesso modo vennero costruiti parte della Transiberiana, le due centrali idroelettriche maggiori del paese, la metropolitana e l’università di Mosca. Terza fase, 1941/1953 è il periodo più duro. A causa della guerra i viveri scarseggiano, lo sfruttamento è estremo! Oltre il Circolo Polare Artico vengono aperti molti campi per sfruttare le miniere d’oro e di diamanti. Questi campi vengono chiamati il “crematorio bianco” dove lo sterminio avviene senza il bisogno delle camere a gas e dei forni crematori.(Questi ultimi dati si trovano nella rivista La nuova Europa a cura di Dall’Asta)

Dal Sionismo ad Israele

OBIETTIVO DEL SIONISMO

Theodor-Herzl
Theodor Herzl

L’obiettivo del SIONISMO politico fu formulato mezzo secolo prima da THEODOR HERZL (lui il fondatore; famoso il suo libro Der Judenstaat – Lo Stato degli Ebrei – 1896).Sosteneva che perdurando l’odio verso gli ebrei anche dopo un’eventuale assimilazione, l’unica soluzione della questione ebraica doveva essere cercata nella formazione di uno stato nazionale ebraico. (una tesi già avanzata da MOSES MONTEFIOREe da altri). Il progetto suscitò immediato interesse tra gli ebrei dell’Europa orientale, tanto che già l’anno dopo, nel 1897 si potè organizzare a Basilea il primo congresso sionista. Herzl con il suo carisma, la sua intensa attività diplomatica, anda² a creare un organismo quasi permanente, che assunse – con il “Programma di Basilea” il carattere di un’assemblea costituente. Herzl acquistò così tanto prestigio che era ormai paragonabile a quello di un capo di stato; capo di un “popolo senza terra” che Herzl voleva trasferire in una “terra senza popolo”. Il suo progetto “nazionale” dalla forte carica ideologica, tendeva a combattere l’antisemitismo mediante il trasferimento degli ebrei in una sede autonoma garantita dal diritto internazionale; un modello laico, nazionalista, in luogo delle motivazioni religiose (“Ritorno a Sion” Terra Promessa). Quindi piuttosto pragmatico, e forse proprio per questo avversato apertamente dai religiosi ferventi che giudicavano blasfemo il tentativo di ricostruire uno stato ebraico prima del ritorno del Messia. Herzl voleva comunque trasformare in realtà il suo progetto, e per realizzarlo si rivolse al Kaiser Guglielmo II nella speranza che esercitasse pressioni sull’impero ottomano per una soluzione palestinese; poi si rivolse allo stesso sultano Abdulhamid II, infine nel 1903 alla Russia. Ma nel 1904 morì, lasciando in eredità il suo grande progetto politico. Quello dell’italiano Montefiore (1784- 1885- pentato lord inglese) era solo un piccolo progetto; puntando sulla piccola comunità ebraica già esistente (5000 nel 1770 – 10.000 all’inizio dell’Ottocento) il suo era più che altro una colonizzazione economica; infatti acquistò dei terreni costruendoci un villaggio; in buona parte con capitali britannici. Contemporaneamente nel 1882 in risposta alle frequenti persecuzioni religiose antiebraiche sorsero in Russia, Polonia, Romania numerose società di “Amanti di Sion” (Howevei Zion) che ebbero un discreto successo fondando in Giudea realmente la prima colonia sionista; quella di Rishon. Seguirono poi altri insediamenti, ma sempre sovvenzionati da ricchi ebrei europei, tra i quali i Rothschild (imparentato con Montefiore) e i von Hirsch. La svolta sionistica politica però avvenne con il sopra accennato Herzl. Ma come già accennato gli oppositori non mancarono. Oltre ostili per motivi religiosi (destra religiosa), c’erano i fautori dell’ebraismo riformista, forti in Germania e in Ungheria, favorevoli piuttosto all’integrazione degli ebrei negli stati di appartenenza; quindi svincolati da fattori storico-geografici. Della stessa idea gli esponenti dell’ebraismo americano, che addirittura sostenevano che erano gli Usa la terra promessa. I seguaci di Herzl non si scoraggiarono, rimasero legati al suo progetto, lo ratificarono al VII Congresso di Basilea nel 1905, poi la svolta fu nel 1917, grazie alla Dichiarazione di Balfur, fatta propria dalla Società delle Nazioni. Terminata come sappiamo la Grande Guerra, alla Gran Bretagna vincitrice nel 1922 fu affidato il mandato sulla Palestina. Questo sancì il principio di collaborazione tra sionismo (in buona parte inglese) e l’amministrazione britannica. Tra gli attivissimi dirigenti sionisti troviamo Ben Gurion, Weizman e David, che si dedicarono alacremente a gettare le fondamenta del futuro stato ebraico. L’Inghilterra -conoscendo i famosi progetti autonomistici di Herzl – iniziò a preoccuparsi. Ed ecco infatti il manifestarsi dei primi contrasti. Gli inglesi non desideravano la nascita di uno stato (che ormai era già di fatto) tutto ebraico, ma lo voleva integrato con la popolazione araba. Solo così (con questo dualismo) avrebbe potuto mantenere il suo protettorato. Ora se già nei primi anni del secolo l’immigrazione era già considerevole, quando negli anni Trenta, con l’avvento del nazismo, questa aumentò, e riversa² in terra promessa un numero considerevole di favorevoli allo stato “binazionale”. E fra questi i marxisti di Hashomer Hatsair che dal 1935 in poi misero infatti in minoranza gli altri. Dopo gli sconvolgenti anni della seconda guerra mondiale, a ritornare sulla breccia (dopo essere usciti proprio nel ’35 dall’Organizzazione sionista mondiale) furono ancora una volta quelli che volevano la creazione di una maggioranza ebraica e uno stato ebraico in terra promessa, da realizzarsi mediante un massiccio confluire di esuli nella Terra di Israele, che avrebbe permesso di creare con l’alto numero una unità di popolo ebraico molto forte. Definizione degli scopi di questa unità e dentro questa unità il ruolo dei sionisti del movimento mondiale, crearono molti contrasti negli anni precedenti e i seguenti alla nascita dello stato di Israele. Ben Gurion (e il rabbino statunitense Habba Hillel Silver) pur di raggiungere il suo scopo, iniziò a prendere le distanze dal movimento sionista mondiale. Non desiderava da questo una tutela, anche se riceveva da ogni parte del mondo aiuti economici ed ogni altra forma di assistenza. Infatti Ben Gurion riuscì a fare un distinguo sul movimento. Tutti gli ebrei della dispora sparsi per il mondo erano sì “sionisti” cioè “Amici di Israele”, ma considerava sionisti in senso stretto soltanto gli ebrei che si erano trasferiti o si volevano trasferire in terra promessa. Inutile dire che queste dispute di carattere politico e religioso (appoggiando il nuovo governo una o l’altra fazione) crearono pisioni dentro lo stesso stato di Israele mentre era in fase di realizzazione la grande opera concepita da Herzl.”Guarda la terra di Canaan, dice il Signore, che io darò in possesso ai figli di Israele… questa è la terra che io giurai ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe dicendo ‘Io la darò alla tua progenie’”. Sono le quattro del pomeriggio del 14 maggio 1948 e queste parole, che Mosè ascoltò dall’alto del monte Nebo prima di morire (Antico Testamento, Deuteronomio). Per il popolo ebreo, condannato ad errare nel mondo per secoli, perseguitato, umiliato, carcerato nei mostruosi e pestilenziali ghetti, privato dei più elementari diritti umani, vittima dei massacri perpetrati dalle legioni romane, dalle pie schiere dei Crociati, dalle orde musulmane e infine da quella macchina criminale rappresentata dalle SS germaniche, questo è un momento di profonda, inesprimibile commozione. Eretz Israel (la Terra d’Israele, ndr.) fu la culla del popolo ebraico. Fu qui che si plasmò la sua identità spirituale, religiosa e politica. Fu qui che gli ebrei formarono il loro Stato, crearono valori d’importanza nazionale e universale e diedero al mondo il Libro dei Libri. Dopo esser stato esiliato con la forza dalla sua terra, il popolo ebraico mantenne la propria fede per tutta la diaspora e non cessa² mai di pregare e sperare di poter, un giorno, far ritorno nella sua patria e riottenervi la sua libertà politica”. “Legati da questi vincoli storici e tradizionali, gli ebrei, una generazione dopo l’altra, lottarono per stabilirsi nell’antica patria. Negli ultimi decenni sono tornati in massa. Pionieri, maapilim (gli immigrati giunti in Israele infrangendo le leggi restrittive, ndr.) e difensori hanno fatto fiorire il deserto, hanno riportato a nuova vita la lingua ebraica, costruito villaggi e città e creato una prospera comunità che controlla la propria economia e la propria cultura, che ama la pace ma è in grado di difendersi, che reca i benefici del progresso a tutti gli abitanti del paese e aspira all’indipendenza… Il 29 novembre 1947 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò una risoluzione che sanciva la costituzione di uno Stato ebraico in Eretz Israel; l’Assemblea generale chiese agli abitanti di Eretz Israel di compiere tutti i passi che da parte loro fossero necessari per l’applicazione di tale risoluzione. Il riconoscimento da parte dell’ONU del diritto del popolo ebraico alla fondazione del proprio Stato è irrevocabile”. “Questo è un diritto naturale del popolo ebraico: il diritto di poter disporre del proprio destino, come tutti gli altri popoli, nel proprio Stato sovrano”.

NASCITA DELLO STATO D’ISRAELE

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Mappa Israele (1000, 950 AC), come si nota la palestina non esiste

Poche ore dopo la dichiarazione di indipendenza riprendono in grande stile i mai interrotti attacchi contro la comunità ebraica in terra promessa. Questa volta — il 15 maggio — si forma una “grande armata” nella quale sono riuniti gli eserciti egiziano, giordano, irakeno, siriano e libanese, affiancati da un contingente dell’Arabia Saudita. Con la massiccia aggressione, portata all’interno del nuovo Stato, gli arabi vogliono dimostrare in modo clamoroso il loro rifiuto del Piano di spartizione approvato dall’Onu nel novembre del 1947. La guerra, che viene combattuta in perse riprese, dura tredici mesi. Le Forze di difesa israeliane, che sono male armate e inferiori numericamente ma perfettamente addestrate, respingono la “grande armata” fuori dai confini di Eretz Israel. E nel luglio del 1949 il giovane Stato firma accordi separati di armistizio con l’Egitto, la Giordania, il Libano e la Siria. Come ha potuto questo David-Israel — 650.000 abitanti, un esercito popolare di qualche decina di migliaia di soldati — sostenere il colpo d’ariete del Golia arabo?

Per rispondere alla domanda, prima di continuare questa breve storia dello Stato ebraico, è necessario retrocedere nel tempo di oltre un centinaio d’anni. Partiamo dal 1840, che vede Israele ancora inglobato nel già declinante impero ottomano. Le condizioni di vita degli ebrei che sono rimasti nella loro terra d’origine — sono poche migliaia — migliorano lentamente e la situazione favorisce l’immigrazione dall’Europa. Nascono nuovi insediamenti ma Gerusalemme, Nablus e Haifa continuano a essere i maggiori poli di attrazione. Con l’aiuto degli ebrei che sono sparsi in tutto il mondo vengono acquistati persi terreni agricoli. Non sono certo terre “buone”: gli effendi, i latifondisti che vivono al Cairo, a Damasco o a Beirut vendono — e a caro prezzo — soltanto dune e paludi, non le fertili terre della Samaria. Ma lentamente quei fondi si trasformano e il duro lavoro dei nuovi proprietari li rende fecondi. Per impostare l’attività in modo più razionale e aumentare quindi la produttività , viene fondata a Mikveh Israel la prima scuola di agricoltura.

E’ il periodo in cui si forma l’ossatura dell’Yshuv, ossia l’insediamento ebraico organizzato. Nel 1860 appare anche la prima stampa ebraica. Questo lento e sofferto momento storico è la matrice dalla quale nasce il “grande sogno”: la costituzione di uno Stato. La prima proposta viene lanciata già nel 1839 da sir Moses Montefiore, finanziere ebreo inglese di origine italiana, che contribuisce generosamente agli sforzi dei suoi fratelli di fede che ogni giorno compiono il miracolo di far fiorire la vita dalla nemica sabbia del deserto. E se non uno Stato — dice sir Moses — almeno una comunità autonoma. Ma chi fa scattare il meccanismo inarrestabile che porterà alla realizzazione del sogno — quanto antico! — è il giornalista ebreo francese Theodor Herzl. Nel 1896 scrive un libretto che, pur accolto da qualcuno e da qualche ambiente come “un documento bizzarro, una curiosità storica più che un programma di azione”, cade come una scintilla in una situazione combustibilissima. L’Yshuv sta irrobustendosi. Nel 1878 ha cominciato a prendere una fisionomia precisa con la fondazione di Petah Tikva, madre degli insediamenti agricoli ebraici.

Nel 1887 la popolazione aumenta sensibilmente con l’arrivo della massa di ebrei della prima alià (letteralmente la “salita” alla terra promessa): sono coloro che fuggono dai grandi pogrom scatenati in Russia e Romania contro le comunità “giudee”, pogrom che vengono presentate come “furia spontanea di popolo”, ma che in realtà sono ispirati dalle autorità per scaricare i malumori di una popolazione vessata dalla spietata tirannide dello zar. E queste “furie spontanee” si lasciano dietro negozi distrutti, case bruciate, sinagoghe devastate e saccheggiate, donne violentate, morti e feriti; dal 1881 al 1921 si contano oltre duemila pogrom duemila massacri, duemila fiumi di sangue che inondano la società civile di tutto il mondo. La comunità fuggita dall’inferno russo si sparpaglia nei villaggi agricoli esistenti e ne fonda di nuovi nella Giudea (Rishon le Zion, Ekron, Edera), in Samaria (Zichron Ya’acov) e in Alta Galilea. Una parte va a vivere in città . E il lavoro per la ricostruzione dell’identità , nazionale e personale, prende impulso anche grazie a questi profughi provati nel corpo ma non nello spirito, perchè nei loro miserabili ghetti hanno tenuto accesa la fiamma della cultura nazionale, della religione, hanno continuato a insegnare ai loro figli la dotta lingua ebraica, la gloriosa storia dei regni e dei re dell’antica terra di Israele.

Nell’Yshuv la lingua ebraica torna a vivere per tutti, e penta elemento unificante, riscoperta dell’ebraicità . Nel 1892 un’assemblea di insegnanti fissa i termini ebraici da usare nella matematica e nelle scienze naturali e progetta un piano di studi scolastici unificato. Dopo circa dieci anni l’ebraico penta la principale lingua di una comunità che prima comunicava faticosamente attraverso i vari dialetti o quella specie di neolingua rappresentata dall’yiddish, un cocktail di ebraico e tedesco nato dalla diaspora. Tuttavia l’Yshuv vive una vita dura. La popolazione è scarsa e dispersa, le comunicazioni e i trasporti carenti e insicuri, gran parte del suolo ancora in un profondo stato di abbandono, la malaria è endemica per la presenza di molte paludi, l’atteggiamento dell’amministrazione turco-ottomana è ostile e oppressivo. All’inizio del 1882 viene emessa una legge che vieta l’insediamento degli ebrei dell’Europa orientale. L’acquisto delle terre viene sottoposto a restrizioni, penta impossibile la costruzione di edifici senza uno speciale permesso che deve essere richiesto a Costantinopoli. L’opprimente politica del governo ottomano rende più difficile lo sviluppo agricolo e produttivo dell’Yshuv, ma non lo ferma. Anzi. La situazione è un terreno fecondo per la crescita dell’idea lanciata da Herzl nell’ironizzato libretto che corre nel mondo con quel suo esaltante titolo:”Lo Stato ebraico”.

Nel 1897 Theodor Herzl organizza il primo congresso sionista e fonda a Basilea l’Organizzazione sionista mondiale. In questo movimento viene organizzata e prende forza la millenaria pulsione del popolo ebraico a ritornare alla sua terra. Il sionismo, movimento di liberazione nazionale, penta la risposta moderna a secoli di discriminazione e ostracismo, di oppressione e persecuzione omicida e alla crescente coscienza che il popolo ebraico può liberarsi soltanto con l’autodeterminazione. Gli scopi dell’Osm sono precisi: ritorno degli ebrei alla terra d’Israele; rinascita, sul suolo patrio, della vita nazionale ebraica; raggiungimento di una dimora riconosciuta e legalmente assicurata agli ebrei nella loro patria storica. Da quell’anno la marcia verso la vittoria finale si fa più rapida. L’Yshuv riceve nuova linfa dall’arrivo di migliaia di ebrei che, delusi dal fallimento della rivoluzione russa del 1905, costituiscono la seconda ondata di immigrazione nel paese. Socialisti e sionisti entusiasti puntano a dar vita a una classe operaia ebraica, a riscattare la terra con “il sudore della fronte” e a impegnarsi in ogni tipo di lavoro manuale al fine di edificare una società pienamente produttiva e autosufficiente. L’influenza dei gruppi socialisti è determinante: la comunità ebraica comincia a darsi un’organizzazione politica.

Il primo kibbutz (così viene definita la colonia agricola collettiva di grandi proporzioni) viene fondato nel 1909 sulla riva meridionale del lago Kinneret (Tiberiade) sulla terra acquistata dal Keren Kayemet (Fondo nazionale ebraico). Quasi contemporaneamente viene fondato il primo gruppo ebraico di autodifesa, l’Hashomer (il Guardiano) che si assume la responsabilità della sicurezza dei nuovi villaggi ebraici dagli attacchi degli arabi. E’ l’embrione di un futuro esercito che darà lezioni di tattica e strategia al mondo intero. Qualche tempo dopo, sulle dune a nord di Jaffa, sorge Tel Aviv. La vita degli uomini dell’Yshuv è dura, da pionieri; molti dei nuovi arrivati ripartono alla ricerca di una condizione meno stressante, ma la maggioranza resta a battersi. E’ il 1914 e in Eretz Israel ci sono 85.000 ebrei. Nel 1800 erano 10.000. Il 1914 è un anno nefasto per il mondo e per la comunità ebraica che vive in terra d’Israele. Scoppia la prima guerra mondiale che investe anche il Medio Oriente, dove sono in gioco grossi interessi europei: uno dei più importanti è rappresentato dal canale di Suez. E la situazione d’emergenza — sono in marcia le truppe russe, inglesi e francesi — fa scattare i primi provvedimenti. Nel dicembre del 1914 il governo turco da ordine di deportare gli ebrei stranieri, nella primavera successiva il sionismo viene messo fuori legge e i suoi sostenitori condannati all’esilio. Fra coloro che vengono cacciati vi sono David Ben Gurion e Ytzhak Ben-Zvi, futuro presidente della repubblica.

Alla fine del 1915 circa 12.000 ebrei sono costretti ad abbandonare Eretz Israel: La maggioranza finisce ammassata nei campi profughi dell’Egitto, 500 si arruolano nel Corpo sionista mulattieri che combatte con gli Alleati a Gallipoli. Non è il solo contributo che gli ebrei danno alla guerra contro i turchi. Del corpo di spedizione inglese, comandato dal generale Allenby, fa parte anche la Legione ebraica, formata da due battaglioni di fucilieri reali (il 38º London e il 39º American). E c’è un terzo battaglione, formato da 850 volontari locali, il First Judean. L’11 dicembre 1917 questi soldati assieme agli ebrei di tutto il mondo vivono un altro dei grandi momenti storici che nel giro di pochi anni modificheranno il destino del “popolo errante”: il generale Allenby entra in Gerusalemme alla testa dei suoi uomini.

Dopo quattro secoli l’impero ottomano deve rinunciare al dominio sulla Terra Santa

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Mappa impero ottomano nel 1683, come si nota la palestina non esiste

Questa vittoria segna una svolta. Già nei primi mesi della guerra Herbert Samuel, un ministro del governo, Herbert Asquith aveva dimostrato ai suoi colleghi che l’Inghilterra e gli ebrei avevano un interesse comune a staccare la terra promessa dall’impero turco, ragion per cui le aspirazioni sioniste andavano incoraggiate. Nel 1917 il ministro degli Esteri inglese, lord Balfour, formula la sua famosa dichiarazione nella quale viene riconosciuto il legame storico del popolo ebraico con la terra promessa e che impegna l’Inghilterra ad appoggiare l’insediamento in terra promessa di un national home (focolare nazionale). Questi punti vengono approvati dai vari governi alleati e nel giugno del 1922 vengono ribaditi da una risoluzione del Congresso degli Stati Uniti. Nel luglio dello stesso anno la Società delle Nazioni conferisce ufficialmente alla Gran Bretagna un mandato del quale la dichiarazione Balfour fa parte integrante.

Anche se costantemente in stato di allarme per le continue incursioni e le azioni di disturbo degli arabi, l’Yshuv, ossia l’insediamento ebraico organizzato, continua a costruirsi una patria. Tra il 1919 e il 1929 la popolazione ebraica quasi raddoppia, raggiungendo la quota dei 160.000 abitanti. Sono stati acquistati 120.000 ettari di terra e da Metulla al nord e da Be’er Tuvia al sud vi è una fascia continua di territorio che, popolata da ebrei, costituisce già un vero e proprio territorio nazionale, anche se di ridotte dimensioni. E a poco a poco l’insediamento prende i connotati di un piccolo Stato organizzato. La cultura, classica e scientifica (che gli ebrei della diaspora hanno sempre considerato come valore primario, un valore che è stato un prezioso strumento di sopravvivenza morale e materiale) viene coltivata febbrilmente e con la stessa cura con la quale vengono coltivati i campi strappati al deserto. Letteratura, giornali e teatro ebraico sono una realtà : l’università ebraica di Gerusalemme e il Technion (il politecnico) di Haifa sono in piena attività .

Nel 1927 l’Yshuv viene riconosciuto come entità a sé e di conseguenza si da le istituzioni tipiche di uno stato democratico: l’assemblea rappresentativa e quella esecutiva, il consiglio nazionale i cui membri vengono scelti dall’assemblea rappresentativa. L’Agenzia Ebraica, impiegando i fondi raccolti all’estero, finanzia l’immigrazione, assicura il sistema scolastico, da forte impulso all’agricoltura, all’industria e al commercio e coordina il lavoro dell’organizzazione medica Hadassah, la cassa malattie, e di altre organizzazioni sanitarie.

Nel 1920 viene fondata l’Haganà , una nuova organizzazione di autodifesa, per proteggere la comunità durante le rivolte arabe di Gerusalemme e di Haifa: decisione necessaria, considerato che l’Yshuv non può contare sulla protezione delle truppe inglesi dato che il governo britannico del momento da corda alle sommosse arabe. Proprio per le contraddittorie posizioni assunte dagli inglesi nel corso del mandato, gli ebrei di Eretz Israel prendono coscienza che per conquistare l’indipendenza debbono difendersi su due fronti. Il terrorismo arabo, infatti, non conosce soste: il 24 agosto 1929, un sabato, gruppi di musulmani assassinano a sangue freddo 67 ebrei di Hebron — uomini, donne e bambini — e distruggono le sinagoghe, mettendo fine alla permanenza della comunità ebraica in quella città dei patriarchi dov’era vissuta per duemila anni. Quanto al governo inglese, cede sempre più all’aggressività degli arabi e raggiunge il limite quando blocca l’immigrazione degli ebrei in terra promessa, impedendo addirittura lo sbarco di 4.500 reduci dai campi di sterminio nazisti giunti davanti alla costa palestinese, davanti alla Terra Promessa, a bordo del piroscafo battezzato simbolicamente “Exodus 47”.

Exodus 47

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Nave Exodus piena di ex deportati dei campi di sterminio nazisti (1947) che fu rispedita in Germania

La nave viene rimandata sotto scorta ad Amburgo. Un fatto che lascia esterrefatti gli stessi tedeschi. Un episodio che porta l’Yshuv alla decisione inevitabile: organizzare la resistenza per liberare il territorio dal dominio inglese. E’ l’unico modo per conquistare l’indipendenza definitiva e dar modo agli ebrei della diaspora, ai vari profughi, di tornare in Israele. E resistenza è, dura e decisa: la conducono l’Haganà , l’Irgun Zvai Leumi (Organizzazione militare nazionale) e il Lohamei Herut àŒsrael (Combattenti d’Israele per la libertà ). Le organizzazioni agiscono indipendentemente, ma ognuna di loro conduce con maestria una guerriglia che, per la fulminea mobilità dei commandos, per l’intelligenza tattico-strategica con la quale questa task force si muove sui terreni più difficili, mette in ginocchio le truppe inglesi e porta a quel grande giorno che è il 14 maggio del 1948. Da queste tre organizzazioni, quando l’appena sorto stato ebraico si trova davanti all’attacco arabo, nascono le Forze di difesa israeliane che, l’abbiamo visto, anche se dotate di potenza di fuoco e mezzi decisamente minori rispetto alla “grande armata” scatenata contro Israele, hanno dalla loro la velocità d’intervento e un tipo di addestramento prezioso: non quello acquistato nelle caserme o nelle scuole militari, ma quello appreso sul campo di battaglia. Ecco dunque le ragioni di questa incredibile vittoria. Dopo lo scontro del 1948 Israele gode di qualche anno di relativa pace e si dedica al perfezionamento delle sue istituzioni e della propria organizzazione in generale. Viene riconosciuto il diritto di ogni ebreo di vivere in Israele. àˆ un punto fondamentale della legge dello stato ebraico: la “legge del ritorno” del 1950 accorda piena e automatica cittadinanza a ogni nuovo immigrato ebreo.

Alla fine del 1951 l’Yshuv raddoppia la popolazione con l’arrivo di oltre 750.000 persone: la metà sono ebrei fuggiti dai paesi musulmani. Di fronte a questo massiccio aumento della popolazione il pionierismo agricolo penta una necessità , quindi viene dato forte impulso all’agricoltura e alle scienze funzionali a questo settore produttivo. Il paese da dimostrazione di una grande capacità creativa nell’elaborare tecniche di ogni genere per superare gli ostacoli dati da un terreno arido e che nessuno prima aveva tentato di far rendere (e a questo proposito va ricordato un documento del 1937 stilato dalla Commissione inglese Peel nel quale si constatava che la Palestina, tradizionalmente paese di emigrazione araba, era pentato un paese di immigrazione araba a causa del rapido sviluppo economico ebraico). Vengono risolti persi problemi sociali. La Knesset (il parlamento) vara come prima misura la legge sull’istruzione obbligatoria e nel 1951 viene sancita l’eguaglianza dei diritti delle donne. E’ il periodo che vede presidente del consiglio BEN GURION e presidente della repubblica CHAIM WEIZMANN, illustre scienziato vissuto in Inghilterra che ha avuto una grande influenza su lord Balfour, l’autore della famosa dichiarazione. Altro passo importante, la creazione della scuola di stato. Questo periodo di pace e di intenso lavoro, che vede impegnato ogni israeliano alla crescita della nazione, non dura molto.

Terrorismo arabo contro gli ebrei

Si moltiplicano le azioni terroristiche scatenate dai feddayn, i guerriglieri arabi addestrati in Egitto. Le moderne armi con le quali i feddayn uccidono provengono dall’arsenale militare egiziano, massicciamente rifornito dall’Unione Sovietica. Sul conflitto israelo-arabo la posizione del Cremlino è bizantina: all’epoca dello scontro del 1948 la Pravda ha scritto che “l’Urss sostiene l’indipendenza dei popoli arabi, ma dev’essere però chiaro che gli arabi non si battono oggi per i loro interessi nazionali e per la loro indipendenza ma contro il diritto degli ebrei a costituire un loro stato indipendente. L’opinione pubblica sovietica non può quindi che condannare l’aggressione araba contro Israele”. La situazione è tesissima. La propaganda sugli arabi rimasti in territorio israeliano è tambureggiante e ha un certo gioco soprattutto a causa di un tragico incidente accaduto nella notte del 9-10 aprile 1948.

L’episodio è annotato in “Israele: quarant’anni di storia”, un ottimo libro scritto da Fausto Coen con ritmo giornalistico e rigore storico. In quella notte “nel villaggio arabo di Deir Yassin forze miste dell’Irgun e del gruppo Stern si macchiarono di un grave crimine uccidendo 250 arabi fra armati e civili. Il villaggio di Deir Yassin si trovava lungo la strada di Gerusalemme non lontano da Castel ma non era considerato posizione strategica vitale. Il fatto è però che le due formazioni autonome, la Irgun e la Stern volevano ottenere un loro successo personale in battaglia. Gli attaccanti lasciarono un corridoio nel villaggio per consentire alla popolazione non armata — avvisata con altoparlanti — di uscire. Più di 200 abitanti lo fecero e coloro che erano rimasti finsero di arrendersi. Quando però i reparti dell’Irgun avanzarono, vennero accolti da un fuoco nutrito scatenato dalle case piene di armi e di munizioni.

I reparti ebraici, che non si aspettavano l’agguato, perdono il quaranta per cento dei loro effettivi. E perdono anche la testa. La reazione è a questo punto violenta e irragionevole ma non premeditata. Gli uomini dell’Irgun investono il villaggio sparando all’impazzata. Molti civili rimangono uccisi. Tra i 250 cadaveri, al termine della battaglia, si scoprono anche i corpi di donne e bambini. Fu l’unica atrocità della guerra di indipendenza e anche l’azione che aveva meno giustificazioni tattiche. “L’Haganà , per ordine di Ben Gurion che già mal sopportava le due formazioni irregolari, entrò nel villaggio ingiungendo all’Irgun di abbandonarlo.
Più tardi Ben Gurion scioglierà le due formazioni incorporandole nell’esercito. La radio ebraica è la prima a dare l’annuncio: “Non vogliamo più vittorie come quella di Deir Yassin”. Ben Gurion telegrafa all’emiro Abdullah di Transgiordania esprimendo “la sua profonda riprovazione” per il massacro e il Gran Rabbino di Gerusalemme ne maledice gli autori. “Nonostante la deplorazione ufficiale da parte ebraica e la sincera unanime condanna che si levò dal paese, pochi giorni dopo, il 13 aprile, forze arabe davano una risposta non meno crudele.
A un convoglio di medici e infermieri che si stavano recando all’ospedale di Monte Scopus, che domina la città di Gerusalemme, fu teso un agguato. Circondati, furono tutti massacrati con bombe a mano e fucili mitragliatori. Restarono sul terreno 77 morti, tutti ebrei, tutti medici e sanitari che correvano in soccorso di malati e feriti. Molti degli uccisi erano miracolosamente sfuggiti ai campi di sterminio nazisti (come l’italiana Anna Di Gioacchino Cassuto) e alcuni di essi erano giunti da pochi giorni in terra d’Israele. Fra le vittime un illustre pioniere della psicanalisi italiana, il fiorentino professor Enzo Bonaventura”. Gli arabi sfruttano la strage di Deir Yassin per seminare il terrore nella popolazione musulmana e convincerla ad abbandonare i territori controllati dagli ebrei. àˆ un grande esodo. Lunghe colonne di arabi lasciano Haifa, Safed, Tiberiade, Jaffa: dal 15 aprile al 15 maggio del 1948 fuggono 250.000 arabi. Che non saranno certo sistemati dignitosamente, non avranno condizioni di vita civili, ma verranno ammassati in campi profughi dove vegeteranno in condizioni penose, privi di avvenire.
Naturalmente il malcontento, la tensione provocate da questa situazione verranno indirizzate dalla propaganda degli alti comandi arabi verso l’Yshuv.

Nel 1956 l’attività dei feddayn si fa sempre più intensa e feroce, aleggia la minaccia di un’offensiva congiunta fra Egitto, Siria e Giordania. Con un rapido attacco, tipico delle Forze di difesa israeliane, vengono eliminate le basi dei feddayn dalla striscia di Gaza e l’esercito irrompe nella penisola del Sinai. Resta aperto il problema della libertà di navigazione nel canale di Suez, che il presidente egiziano Nasser ha nazionalizzato nel luglio di quell’anno, un problema che interessa non soltanto Israele ma anche molte altre nazioni, soprattutto Francia e Inghilterra. Dopo un intenso lavoro di mediazione diplomatica al quale prendono parte le grandi potenze, Israele accetta di ritirarsi purchà© gli vengano date precise garanzie. Siamo agli inizi del 1957. Viene creata una zona cuscinetto fra Egitto e Israele sorvegliata da una forza di emergenza delle Nazioni Unite. A Israele viene assicurato che le forze egiziane non torneranno nella striscia di Gaza: il giorno dopo l’accordo le truppe di Nasser marciano nuovamente sulla striscia. A Israele viene assicurato che il canale rimarrà aperto al passaggio delle merci da e per Israele, ma la promessa resta sulla carta. Di fronte a questa posizione gli Stati Uniti e altri quattordici paesi marittimi dichiarano pubblicamente il diritto di Israele al libero passaggio attraverso il golfo di Eilat (piso dal canale di Suez dalla penisola del Sinai). Israele ammonisce che considererà un casus belli ogni interferenza contro questa libertà e alla Knesset viene sottolineato il diritto all’autodifesa nazionale garantito dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. La campagna del Sinai è durata tre giorni. E stata diretta dal generale Moshe Dayan: le chiavi di volta della sua vittoria sono state rapidità e audacia. La blitzkrieg è costata ad Israele 180 morti e quattro prigionieri.

All’Egitto oltre mille caduti e seimila prigionieri e la perdita quasi totale dell’arsenale bellico. Tre giorni di guerra fruttano quasi dieci anni di pace. Gli atti terroristici in questo periodo non mancano ma pur in questa atmosfera di continuo allarme, di provvisorietà , di inquietudine, Israele progredisce velocemente. Il tenore di vita dei circa tre milioni di abitanti è abbastanza buono. Il paese non solo produce ma esporta — scrive Coen nel libro citato — e la bilancia dei pagamenti, per uno stato costretto a sostenere l’onerosa spesa di un esercito efficiente e sempre all’erta, è meno catastrofica di quanto potrebbe essere. “E soprattutto in agricoltura si fanno grandi cose. Le terre produttive non solo si sono estese ma, grazie alla ricerca, si fanno grandi progressi nella qualità , Israele riesce a produrre già l’85 per cento di quanto consuma e riesce a esportare sui mercati esteri frutta e ortaggi sempre più apprezzati”.

Ma la grande impresa, quella che da linfa vitale al corpo di questo piccolo stato, è il completamento della costruzione dell’acquedotto nazionale che assicura l’approvvigionamento idrico a vaste zone per secoli deserte. Con un paziente lavoro diplomatico, aiutato soprattutto dalla stima e dal peso che la guerra-lampo del Sinai hanno dato al paese, i rapporti con la Francia e l’Inghilterra — che assicurano notevoli forniture di materiale militare per controbilanciare i massicci invii di armi sovietiche e cecoslovacche ai paesi arabi — e con gli Stati Uniti pentano più stretti.
Vengono stabilite relazioni anche con l’Etiopia, la Turchia e l’Iran. E Coen mette in evidenza un fatto inaspettato. “Fu soprattutto con i paesi in via di sviluppo che Israele riuscì in questo periodo a creare stretti legami.

Scrive Ben Gurion che molti temevano che la campagna del Sinai suscitasse l’antagonismo dei popoli asiatici e africani mentre al contrario “Israele si è conquistato il rispetto e l’ammirazione di questi popoli”.
Prima la Birmania e il Ghana, poi via via in Africa, in Asia, in America centrale ben presto 65 paesi non solo allacciarono relazioni diplomatiche, ma soprattutto intense collaborazioni specialmente in campo agricolo. Israele per questi paesi era non solo un grande esempio di sviluppo tecnologico ma anche la dimostrazione di come un piccolo paese nato da un’atroce esperienza poteva “farsi da solo”.
La preparazione dell’esercito fu in quegli anni un compito preminente. Prima con Ben Gurion e forse ancor più con colui che gli succedette, Levi Eshkol, il sistema di difesa israeliano venne potenziato e altamente modernizzato”. Ma nel corso di questi anni la propaganda araba non ha smesso di lavorare. Nasser, che ha condotto l’Egitto sull’orlo della crisi economica, capisce che l’unico modo per distogliere l’attenzione di critici e oppositori e del paese stesso dai suoi errori è quello di ritirare fuori dal solaio il consunto ma sempre valido spauracchio del “pericolo ebreo”. Nel 1964 il leader egiziano riesce a promuovere un vertice che ha come fine quello di impedire il completamento dell’acquedotto nazionale israeliano. Un giornale di Tel Aviv scrive che per gli arabi quel “giocare con l’acqua vuol dire giocare col fuoco”. E ai convenuti si fa capire chiaramente che non sarebbe tollerata la minacciata deviazione delle fonti del fiume che alimentano l’acquedotto, fonti che si trovano in Siria e in Libano.

Nascita dell’OLP

Un successivo vertice si conclude in modo più preciso: viene costituita l’ OLP, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina. Nell’atto costitutivo il gruppo si pone due obiettivi: primo, liberare dal regime di re HUSSEIN la Giordania, paese abitato in grande maggioranza da palestinesi; secondo, spazzare dal territorio lo stato di Israele sgretolandolo in tempi anche lunghi con l’azione terroristica. Ma nell’Olp è subito discordia e dalla contrapposizione di due correnti nasce AL FARTAH, gruppo giovane e fortemente politicizzato che guiderà il movimento e alla cui testa si pone YASSER ARAFAT. Dopo questi vertici nel giro di qualche anno la situazione precipita. Al Fatah comincia a svolgere il suo programma di incursioni terroristiche avendo come basi Siria, Libano e Giordania.

Nel 1966 la Siria proclama la “guerra popolare di liberazione contro Israele”. Nel frattempo Nasser concentra il meglio del suo esercito nel Sinai e chiede che le forze d’emergenza delle Nazioni Unite vengano ritirate. Stranamente, considerata la situazione, la sua richiesta viene soddisfatta il 16 maggio del 1967. La marcia verso il conflitto assume tempi sempre più brevi. Il 22 maggio il presidente egiziano annuncia che lo stretto di Tiran viene chiuso alla navigazione da e per Israele. Subito dopo gli eserciti giordani, iracheni e siriani si ammassano lungo i confini israeliani. Alla fine di maggio re Hussein di Giordania respinge un’offerta di neutralità formulata dal primo ministro israeliano Eshkol e mette le sue truppe a disposizione dell’alto comando egiziano.

Ed è la “guerra dei sei giorni”. Il generale MOSHE DAYAN, nominato ministro della Difesa, ordina l’intervento difensivo-preventivo. E’ la mattina del 5 giugno. L’aviazione israeliana piomba fulmineamente sugli aeroporti egiziani, siriani e giordani: distruggendo a terra l’intera armata aerea di Nasser e alleati, conquista l’assoluto controllo dello spazio aereo. A terra la situazione è allarmante. La Giordania attacca Israele sul fianco orientale e la Siria scatena un’offensiva dal nord. Ma gli israeliani rispondono con una velocissima controffensiva e in pochi giorni travolgono i tre fronti e assumono il controllo della Giudea-Samaria, della zona di Gaza e del Sinai, delle alture del Golan. Viene riunificata Gerusalemme, prima pisa in zona ebraica e araba, il famoso “muro del pianto” è restituito alla fede di tutti gli ebrei. Davanti a quell’antichissimo resto si vedono soldati con le lacrime agli occhi. Yael Dayan, soldato delle Forze di difesa, figlia del generale, scrive sul suo diario: “Era la gioia che faceva piangere i soldati più incalliti? L’orgoglio o il senso della storia?”. Davanti a quel muro — ricorda Coen — Moshe Dayan dice: “Siamo tornati nei nostri luoghi più sacri. E tendiamo la mano ancora oggi ai nostri vicini arabi e con più solennità che mai”.

Alla fine di questa fulminea operazione militare viene riaperto alla navigazione lo stretto di Tiran. Ma in Israele si continua ancora a vivere sotto tensione. Alla fine del vertice di Khartum del 1º settembre 1967 gli arabi rispondono con tre secche negazioni: “No al riconoscimento dello Stato di Israele No alle trattative No alla pace”. E sarà di nuovo guerra.

1970 : l’OLP scatena il terrorismo anche tra gli stati arabi

Nella guerra civile che ne segue L’OLP ha il supporto della Siria che invia in territorio giordano una forza di circa 200 carri armati. Gli scontri avvengono principalmente tra forze giordane edOLP sebbene gli USA dislochino la sesta flotta nel mediterraneo dell’est e Israele metta a disposizione della Giordania alcuni reparti militari. Il 24 settembre l’esercito giordano riesce a prevalere e l’OLP è costretto a chiedere una serie di cessate il fuoco. Durante le azioni militari l’esercito giordano attacca anche i campi profughi dove i civili palestinesi si sono rifugiati dopo la Guerra dei sei giorni: le vittime sono migliaia. Questo massacro viene ricordato dai palestinesi come “il settembre nero”. In seguito alla sconfitta, l’OLP si sposta dalla Giordania al Libano. Grazie alla debolezza del governo centrale libanese, l’OLP potà© operare in uno stato virtualmente indipendente (chiamato infatti da Israele Terra di Fatah). L’OLP inizia ad usare il territorio libanese per lanciare attacchi di artiglieria contro Israele e come base per le infiltrazioni di guerriglieri. A queste azioni corrispondono attacchi di ritorsione israeliani in Libano. Nel settembre 1972 il gruppo “Settembre Nero” (che si ritiene, peraltro senza alcuna prova certa, aver avuto la copertura di Al Fatah) rapisce ed uccide undici atleti israeliani durante i Giochi Olimpici di Monaco di Baviera. La condanna internazionale per l’attacco porta Arafat a dissociarsi pubblicamente da tali atti.

Lo Yom Kippur

Dopo una relativa quiete di tre anni nell’ottobre del 1973, nel giorno del kippur (una ricorrenza sacra per gli ebrei, dedicata all’espiazione) l’Egitto e la Siria investono con un’offensiva a sorpresa i fronti di Suez e del Golan. Nei primi tre giorni di guerra le forze israeliane si trovano in difficoltà . Il rapporto numerico gioca a favore degli arabi nella misura di 1 a 12 poichà©, non essendo stato previsto l’attacco, le riserve non sono ancora state mobilitate. Ma appena la forza d’urto dell’esercito viene ricostituita, la reazione si scatena con una serie di azioni tattiche che costringono gli arabi in posizione di stallo. L’intervento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite intima il cessate il fuoco e chiede l’applicazione della Risoluzione 242 con la perentoria richiesta di negoziati fra le parti. C’è una schiarita. Gli accordi con l’Egitto, l’avversario più temibile e potente, vengono perfezionati tra il 1974 e il 1975 e sfoceranno nel trattato di pace israelo-egiziana firmato a Washington fra il primo ministro israeliano Menahem BEGIN e il presidente egiziano Anwar SADAT il 26 marzo del 1979. Con gli altri stati arabi solo accordi formali: una situazione ancora nebulosa per la quale si può parlare, sostanzialmente, di non belligeranza.

Resta operante l’Organizzazione per la liberazione della Palestina che a un certo punto si installa nel, Libano meridionale stabilendo basi militari nel territorio adiacente alla regione settentrionale di Israele, la Galilea.

Nel 1974, Arafat ordina all’OLP di sospendere qualsiasi azione militare al di fuori di Israele, della West Bank (la riva ovest del Giordano, o Cisgiordania) e della striscia di Gaza. Nello stesso anno il leader palestinese piene il primo rappresentante di un’organizzazione non governativa a parlare ad una sessione generale delle Nazioni Unite.
Intanto continuavano a ripetersi, da alcune parti, le accuse verso Arafat di una dissociazione solo di facciata dal terrorismo. Sta di fatto che il movimento Al Fatah continuò a lanciare attacchi contro obiettivi israeliani.
Gli anni Settanta furono caratterizzati in Medio Oriente dalla comparsa di numerosi gruppi palestinesi estremisti pronti a compiere attacchi sia in Israele che altrove. Israele dichiarò che dietro tutti questi gruppi vi era Arafat il quale però smentì sempre tali ipotesi.
In Libano, intanto, la situazione degenera in una vera e propria guerra civile tra la componente cristiano maronita e quella musulmana appoggiata dell’OLP.
I cristiano maroniti accusano Arafat e l’OLP di essere responsabili della morte di decine di migliaia di membri del loro popolo. Israele si allea con i cristiano maroniti mettendo in atto due azioni di invasione del Libano: la prima (nel 1978), chiamata Operazione Litani porterà una stretta striscia di terra (detta fascia di sicurezza) ad essere conquistata ed annessa con l’aiuto del IDF e dell’esercito sud-libanese (ELB); la seconda (nel 1982), detta Pace in Galilea, vedrà Israele occupare la maggior parte del sud del Libano per ritirarsi poi, tre anni dopo, nella fascia di sicurezza.

I Palestinesi attaccano Damour, 1976

La strage di Damour è la più feroce e ignobile fra le molte commesse dai palestino-comunisti.
Questo villaggio si trova a 25 km a sud dalla capitale, a metà strada tra Beirut e la principale città del sud, Sidone. I suoi abitanti, fra cui si potevano contare numerosi progressisti, erano fieri di coesistere con i vicini musulmani (drusi, sciiti e sanniti). Ma ciò non bastò a placare la rabbia omicida dei palestinesi, che attaccarono il villaggio il 13 gennaio 1976, assediandolo con più di 10.000 uomini, armati dalle perse organizzazioni palestinesi, in particolar modo dalla Saika, pro-siriana, e appoggiati da musulmani e progressisti (comunisti camuffati).
Il 16 ed il 18 settembre 1982 i cristiano-libanesi per ritorsione alle stragi nei villaggi cristiani operati dalle truppe siriano-palestinesi dell’OLP attaccano e massacrano la popolazione di Sabra e Chatila.
Le truppe Israeliane che controllano il territorio non intervengono per mettere fine ai massacri. Il resto è storia conosciuta ma se volete do seguito al post scrivendo sulle cause della mancata costituzione dello stato di Palestina.