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Nessuno lo dice ma in Iraq e Siria è guerra di religione


img-_innerArt-_taglia22Che fare in Iraq e Siria? Che l’Occidente non abbia una strategia per affrontare il rapido precipitare della guerra irachena e di quella siriana, ormai unificate, è un fatto reso ancor più evidente dalle timide e incerte iniziative di europei e statunitensi. Abbiamo rimosso la guerra dal nostro linguaggio e anche se disponiamo paradossalmente della più sofisticata tecnologia bellica mai posseduta dall’umanità siamo del tutto incapaci sul piano politico e sociale di impiegarla per vincere i conflitti. Questo Occidente non è più neppure in grado di chiamare le guerre col loro nome. In Iraq e in Siria è in atto un conflitto tra sunniti e sciti che vede lo Stato Islamico (IS) controllare territori abitati dalla popolazione sunnita combattere contro eserciti e milizie scite di  Baghdad e Damasco. Al fianco dell’IS vi sono Paesi  e ambienti finanziari e politici di Paesi sunniti quali la Turchia e le monarchie del Golfo. Con le forze regolari siriane e irachene sono saldamente schierati l’Iran e il movimento scita libanese Hezbollah .

Perché allora non definire il conflitto in atto una guerra di religione?

61561Image11Siamo forse così schiacciati dal peso delle parole e delle convenzioni ipocrite che ci siamo autoimposti negli ultimi 40 anni nel nome della correttezza politica da non riuscire a pronunciarle per paura di dover affrontare la realtà? Dopo 13 anni abbiamo già rimosso tutte le lezioni apprese dall’11 settembre 2001 per paura di dover accettare le conseguenze di una guerra che è inevitabilmente, come lo sono state molte delle più grandi e lunghe guerre dell’umanità, uno scontro di civiltà.

Inutile fingere di meravigliarsi. La guerra di religione, lo scontro tra sunniti e sciti, era un obiettivo dichiarato di Osama bin Laden e di Musayb al-Zarqawi, leader di al-Qaeda in Mesopotamia, organizzazione jihadista che ha poi originato l’ISIS e oggi lo Stato Islamico. Anche l’eliminazione fisica delle minoranze come cristiani e yazidi rientra da sempre nei programmi pubblicamente annunciati dai jihadisti e del resto le violenze contro i cristiani in Iraq (e in tutto il mondo sunnita) e il loro esodo da Mosul non sono certo cominciati il mese scorso.

2014-08-17-Situation-Report-HIGH-012Così come non sono certo iniziate con l’uccisione di James Foley le barbare esecuzioni di ostaggi occidentali da parte di militanti islamici. Ne abbiamo visti tanti di video del genere negli anni scorsi ma li abbiamo rimossi imponendoci di credere che fossero la risposta “all’imperialismo di George Bush” invece che una dimostrazione di odio, un atto di guerra nei confronti nostri e della nostra civiltà. Che l’Islam sia un problema per il mondo intero è sotto gli occhi di tutti, soprattutto perché se gli estremisti si fanno notare molto bene, i cosiddetti “moderati” sembrano avere  voce flebile. Eppure, come ha evidenziato Massimo Introvigne  sulla Nuova Bussola Quotidiana,  l’Occidente  è pieno di studiosi dell’Islam pronti a sostenere interpretazioni buoniste e introspettive della parola “jihad”.

L’Europa finge di accorgersi solo oggi che ci sono islamici che sterminano cristiani per non dover fare i conti con la sua coscienza e con il dovere di armarli o difenderli con le sue potenti, deboli armi: potenzialmente devastanti e tecnologicamente avanzate ma inutili perché non abbiamo il coraggio di impiegarle né soprattutto ideali per i quali riteniamo necessario combattere.

Abbiamo perso a tal punto ogni senso d’appartenenza nazionale e culturale da non trovare un solo motivo, valore o interesse  per cui valga la pena fare una guerra? Se è così l’IS ha già vinto perché i suoi miliziani (che sono sempre di più anche in Europa) sono pronti a uccidere e morire per la loro causa.  Sarebbe sufficiente leggere, sempre sulla NBQ,  l’analisi di Luigi Santambrogio sui jihadisti in Europa per comprendere che dobbiamo svegliarci e anche in fretta.

ISISmappa1Come ha sottolineato sabato Edward Luttwak in un’intervista a Il Giornale, l’opinione pubblica in Italia e in Europa si è mobilitata per i civili palestinesi di Gaza ma non si è contata neppure una manifestazione per i cristiani iracheni. Merito certo di decenni di cultura terzomondista e di relativismo culturale ma anche un sintomo evidente di come le leadership e i popoli occidentali non abbiano neppure la percezione di quali siano gli interessi strategici da difendere.

Certo gli Stati Uniti possono avere molti vantaggi a “giocare sporco” anche in questa crisi per favorire il caos nelle aree energetiche nel momento in cui si avviano diventare il più grande esportatore di gas e petrolio. Ma noi europei di quel gas e petrolio in Medio Oriente e Nord Africa abbiamo e avremo bisogno: non possiamo permetterci di non avere una strategia, di non combattere o di non scegliere da che parte stare.

isis-640Eppure proprio questo stiamo facendo, favorendo l’affermazione dei jihadisti dalla Libia all’Iraq, come se la questione non ci riguardasse. Per questo oggi non armiamo i cristiani iracheni e aiutiamo i curdi così blandamente da risultare ininfluenti, con l’ossessione di non irritare Baghdad e Ankara che temono un Kurdistan indipendente. Al tempo stesso esitiamo a mobilitarci contro l’IS per non irritare le monarchie sunnite del Golfo che hanno investito centinaia di miliardi di dollari in Europa e oggi influenzano in modo sempre più imbarazzante la nostra politica estera.

Fingiamo così di non sapere che la Turchia, nostro alleato nella NATO, è anche il Paese che ha ospitato e fornito aiuti alle milizie jihadiste dell’attuale Stato Islamico per sostenerle nella guerra contro il regime siriano. Cosa che abbiamo fatto anche noi europei insieme agli americani ponendoci in antagonismo alla Russia, unico grande Paese rimasto a difendere la cristianità e i valori occidentali contro l’islamismo.

ISISS1_673769S11Meno di un anno or sono Washington e alcuni alleati europei erano pronti a bombardare Damasco per abbattere Bashar Assad come avevano abbattuto Muammar Gheddafi spianando la strada ai jihadisti. Oggi in Libia qaedisti e Fratelli Musulmani stanno vincendo grazie anche al disinteresse dell’Europa e dell’Italia mentre  in Siria rifiutiamo di riconoscere i nostri errori ma saremo costretti ad aiutare Assad a combattere l’IS. Non perché il regime siriano sia composto da cherubini ma semplicemente perché è nei nostri interessi farlo e perché in Medio Oriente e Africa ci conviene fare i conti con regimi laici, anche se non del tutto simili alla democrazia svizzera, piuttosto che con Emirati e Califfati che decapitano e torturano gli infedeli.

images5Nella storia il pragmatismo ha sempre indotto gli Stati a modificare alleanze e schieramenti, sport in cui l’Italia è stata “maestra” nei due conflitti mondiali fino al tradimento del Trattato di amicizia con Gheddafi nel 2011. Basti ricordare che la Seconda guerra mondiale iniziò nel 1939 con i sovietici che si spartivano la Polonia con gli alleati tedeschi e termino con l’Armata Rossa che occupava Berlino. Allora però c’erano statisti a guidare le nazioni non gli improvvisati di esile spessore che guidano oggi le cancellerie europee.

Il realismo militare impone di valutare che solo i curdi e le truppe siriane sono in grado di fermare lo Stato Islamico.

L’esercito iracheno è allo sbando, non regge il campo di battaglia mentre nessun Paese occidentale sembra intenzionato a mandare i suoi soldati a combattere i jihadisti. Come hanno sottolineato esponenti militari a Londra e Washington la guerra non si vince se non si combattono le forze di Abu Bakr al-Baghdadi anche in Siria.

“L’IS deve essere sconfitto in Iraq e in Siria prima che si espanda in tutta la regione”, ha detto Lord Dannatt ex capo di stato maggiore dell’esercito britannico. Infatti la gran parte dei mezzi pesanti catturati dai jihadisti falle truppe irachene sono stati portati nelle basi in Siria strappate all’esercito di Assad, al riparo dai cacciabombardieri americani. In questi giorni jet americani, iracheni e siriani hanno bombardato le milizie dell’IS ma lo hanno fatto in ordine sparso, senza coordinamento e in settori diversi esercitando così una pressione limitata sui jihadisti. Abu Bakr al-Baghdadi ringrazia.

di Gianandrea Gaiani 28 agosto 2014, da La Nuova Bussola Quotidiana

Populismo

Perché Europa e Obama farebbero bene a cercare di capire i vari Putin e Orban anziché trattarli da mostri

Mondiali 2014, Finele: Germany Argentina

L’infornata di sanzioni Ue contro Mosca appena approvata dai governi europei era inevitabile ed è appropriata: a prescindere da ogni altra considerazione di politica e di diplomazia internazionali, chi destabilizza un paese confinante armandone i ribelli con sistemi bellici così sofisticati che costoro non sono capaci di usarli, e finiscono per abbattere un aereo civile uccidendo 300 innocenti, merita una punizione. Non ci sono giustificazioni per fatti del genere, come non ce ne sono quando l’artiglieria israeliana colpisce le scuole dell’Onu dove hanno cercato riparo i civili palestinesi e non ce ne sono quando i razzi palestinesi seminano il terrore nelle cittadine israeliane.

putin-assadTrovo invece patetica la crescente demonizzazione di Vladimir Putin, indicato sempre più come l’uomo da abbattere affinché tutto torni alla normalità, e la cooperazione fra Russia, Usa e Unione Europea in vista del trionfo universale della convivenza pacifica, della liberaldemocrazia e dell’economia di mercato globalizzata ricominci come ai bei tempi della presidenza Eltsin.

Le esperienze del passato sembrano non avere insegnato nulla: l’opinione pubblica occidentale ha creduto che bastasse sbarazzarsi di Saddam Hussein, di Mubarak o di Gheddafi per vedere trionfare la libertà e la democrazia nel mondo arabo, salvo poi scoprire che le cose erano meno semplici di quanto pareva dall’esterno. Il conflitto israelo-palestinese? Una volta fuori gioco Sharon e Arafat, nemici che si reggevano reciprocamente, israeliani e palestinesi più flessibili dei loro due capi avrebbero trovato la quadratura del cerchio. Infatti… Adesso si pensa la stessa cosa di Putin, di Bashar el Assad e persino di Erdogan, capo di governo turco eletto e rieletto ogni volta con maggioranze sempre più ampie.

L’idea che un dittatore o un leader autoritario o semi-autoritario siano espressione di una specifica e irripetibile costellazione storica, sociale, culturale, politica ed economica continua a non sfiorare le menti della maggior parte dei commentatori e della gente comune. Per l’americano e l’europeo medi, intrisi di cultura individualista, il dittatore o l’uomo forte sono espressione di se stessi e di una volontà di potenza individuale, niente di più. Quando il loro modo di fare politica crea dei problemi all’Occidente, la cosa da fare perché spariscano quei problemi è far sparire il disturbatore in persona. Certo, ci sono pur sempre politici e intellettuali di alto profilo – come Henry Kissinger, Mikhail Gorbaciov, Stephen Cohen – che spiegano che in realtà il leader del Cremlino fa quello che qualunque capo di Stato russo avrebbe fatto in circostanze analoghe, perché nessun governante moscovita può permettere che l’Ucraina scivoli nell’area politico-militare della Nato. Ma sono in minoranza e le loro idee non vengono prese in considerazione.

Viktor OrbanQualcosa però si sta muovendo, e merita attenzione e approfondimento, senza giudizi precipitosi: le situazioni si stanno evolvendo sotto i nostri occhi. Ha fatto scalpore un discorso del premier ungherese Viktor Orban (foto a sinistra) pronunciato il 26 luglio scorso. Dopo aver premesso che l’esperienza della crisi finanziaria internazionale dimostra che «gli stati liberaldemocratici non sono in grado di restare competitivi a livello globale», ha affondato un colpo sbalorditivo: «Non credo che la nostra appartenenza all’Unione Europea ci precluda la possibilità di edificare un nuovo stato illiberale, basato sulle nostre fondamenta nazionali», ha detto.

Il progetto avrebbe due motivazioni. Una di tipo identitario: «l’Ungheria non è un’ammucchiata di individui, è una nazione», ha detto il primo ministro. Mentre libertà e democrazia devono continuare a prevalere, l’ottica dei diritti individuali dovrebbe lasciare posto all’etica dei doveri verso il proprio popolo. Poi ci sono motivi economici. La globalizzazione economica e la liberaldemocrazia individualistica sono un binomio che sembra non funzionare: con la relativa eccezione degli Usa, che sono pur sempre la potenza dominante, e della Germania favorita dall’architettura dell’euro, i paesi che sembrano reggersi meglio non appartengono all’Occidente: «Oggi il mondo cerca di capire la natura di sistemi che non sono occidentali, che non sono liberali e fore non sono nemmeno democrazie, ma che hanno successo». I nomi? Orban menziona Singapore, Cina, India, Russia e Turchia. Sono alcuni dei paesi i cui leader sono maggiormente criticati nella stampa europea e statunitense.

A parte la disinvoltura con cui Orban mette insieme sistemi che si possono definire democratici con altri che non lo sono minimamente, è vero che un numero crescente di paesi che non appartengono all’Occidente e che spesso non condividono i suoi valori stanno ottenendo successi politici e/o economici. A volte anche quando l’economia rallenta, il consenso per i governi resta alto. Il tasso di approvazione di Vladimir Putin, il nuovo “uomo nero” dei media occidentali, all’inizio di giugno aveva toccato il massimo storico dell’83 per cento. Anche Erdogan, che nei mesi delle proteste di piazza Taksim era sceso dal 59 del 2013 al 39 per cento, è risalito oltre il 50 per cento ed è il favorito assoluto per le presidenziali del 10 agosto. Nell’aprile scorso Viktor Orban, la bestia nera della Commissione europea e del Parlamento europeo, ha vinto un nuovo mandato da primo ministro col 44,5 per cento dei voti.

Cena di gala per Merkel e Obama al castello di CharlottenburgEffettivamente siamo in presenza di due problemi. Il primo è che il modello politico occidentale, presentato come la sintesi perfetta di prosperità, giustizia sociale, economia di mercato, libertà pubbliche e private, sistema politico democratico non attira più come in passato. Gli europei per primi avvertono i suoi limiti. In un mondo dominato dai movimenti dei grandi capitali e dalla finanziarizzazione dell’economia, dove tutti i paesi sono costretti a praticare le stesse politiche economiche e sociali fin nei dettagli per non veder esplodere il debito sovrano, dove il margine di manovra dei parlamenti nazionali si fa sempre più stretto perché l’80-90 per cento delle norme viene decisa non democraticamente a Bruxelles, dove le sentenze dei tribunali costituzionali, delle Corti europee e delle Corti d’appello stabiliscono quali leggi possono essere approvate dalla volontà popolare e quali no, dove le varie leggi nazionali sulle varie “fobie” riducono costantemente lo spazio della libertà di parola, viene da interrogarsi se quella che vige sia democrazia sostanziale e se le libertà siano formali o reali.

Le leggi e la pressione del conformismo culturale ci obbligano a parlare in un certo modo e ci puniscono con l’emarginazione o con sanzioni penali se deroghiamo, i giudici cassano le leggi che abbiamo approvato votando per un certo partito (per esempio quella sulla fecondazione eterologa; e a Strasburgo stavano per mettere fuorilegge i crocefissi nelle scuole, se non fosse intervenuta la Grand Chambre), i mercati finanziari e i vincoli della moneta unica europea decidono al posto dei governi cosa si può fare e cosa non si può fare. È ancora democrazia questa? È ancora libertà?

Poi c’è l’altra grande questione: l’incapacità di guardare agli altri come altri, di dare un significato all’alterità. Così il russo è solo un euro-asiatico politicamente immaturo, che si è lasciato sedurre e manipolare dal proprio capo supremo. Liberiamo il minorenne russo, incline a credere a tutto ciò che la propaganda di Stato gli propina, dal suo tutore, e Mosca diventerà come Belgrado: una capitale di tradizione slavo-ortodossa desiderosa di omologarsi in tutto e per tutto ai canoni dell’Unione Europea.

milosevicIl paragone fra la Serbia di Milosevic e la Russia di Putin l’ho letto nelle pagine dell’autorevolissimo New York Times: secondo Roger Cohen bisogna trattare Putin come Milosevic, e la Russia farà lo stesso percorso che ha fatto la Serbia. Forse Cohen farebbe bene a ricordarsi come trattammo la Russia al tempo della crisi del Kosovo. A Mosca c’era Eltsin, che pur protestando molto di fatto dette il via libera ai bombardamenti Nato su Belgrado e sulle truppe serbe in Kosovo, perché non minacciò un intervento militare. Quando Belgrado capitolò, Mosca fece da mediatrice fra la Serbia e la Nato per le decisioni relative all’ingresso delle truppe euroatlantiche in Kosovo e chiese di potere avere un ruolo. Venne tenuta fuori come un lebbroso. Eltsin dovette mandare i suoi parà nottetempo all’aeroporto di Pristina, in una specie di blitz insensato – i parà russi erano un’isoletta circondata dai militari degli altri paesi- per dare al mondo l’impressione che la Russia stava sorvegliando le attività della Nato in Kosovo.

Con questi precedenti – oltre alle promesse tradite fatte a suo tempo a Gorbaciov di non accogliere nella Nato i paesi che uscivano dal Patto di Varsavia – non c’è da stupirsi della politica di Putin. L’ex ufficiale del Kgb ha fatto quello che qualunque altro presidente russo avrebbe fatto. Dopo avere rimesso un po’ in piedi la Russia dal punto di vista economico e del funzionamento delle istituzioni (al tempo di Eltsin c’era una bellissima libertà di parola e di stampa, ma più povertà che sotto il comunismo e la paralisi completa dei servizi pubblici) il nuovo leader ha cercato di restaurare la forza della Russia come grande potenza e di bloccare l’espansione della Ue e della Nato in direzione di Mosca.

In Ucraina sta perdendo la partita, come tutti capiscono sin dai giorni dell’occupazione della Crimea. Ma se Putin dovesse uscire di scena perché l’Ucraina scivola definitivamente verso Washington, le probabilità che a ciò corrisponda una democratizzazione e liberalizzazione della vita politica russa sono pari quasi a zero. Ha scritto George Friedman su Stratfor, il principale sito internet americano di geopolitica: «Coloro che pensano che Putin sia allo stesso tempo il più repressivo e il più aggressivo leader russo immaginabile dovrebbero riflettere che le cose non stanno così. Lenin, per esempio, faceva paura. Ma Stalin fu molto peggio. Potrebbe venire un tempo in cui il mondo guarderà a Putin come a un tempo di liberalità. Perché se la lotta di Putin per sopravvivere e dei suoi sfidanti interni per spodestarlo dovesse diventare più intensa, la disponibilità di tutti a diventare più brutali potrebbe ugualmente crescere».

isilLa Russia sta destabilizzando l’Ucraina, su questo non ci piove. Ma anche la Ue e la Nato stanno destabilizzando la Russia, consapevolmente o inconsapevolmente. Non stanno semplicemente osteggiando un leader autoritario: stanno mettendo in pericolo l’esistenza politica e istituzionale della Russia. Gli europei probabilmente sono in buona fede, e credono di poter fare della Russia un’altra Serbia, convertita all’europeismo dopo la caduta di Milosevic; ma gli americani pensano a una Russia serbizzata in un altro senso: un’entità politica smembrata di diritto o di fatto, gestita da oligarchi ai quali sarebbero affidati spazi territoriali specifici, la quale non costituirebbe più una minaccia geopolitica per gli Usa.

Insomma, all’amministrazione Obama non dispiacerebbe se la Russia andasse in pezzi, come ci stanno andando Siria e Iraq. Ai tempi di G.W. Bush la linea ufficiale consisteva nell’esportazione della democrazia, che avrebbe trasformato i nemici in amici. Al tempo di Obama, più realisticamente si mira a disintegrare dall’interno i nemici. Resteranno nemici, ma non nuoceranno più. Nella democrazia come sistema universale prima di tutto sembrano non crederci più gli americani, cioè quelli che l’hanno inventata.

Il terrorismo in Siria dei ‘nuovi italiani’

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Haisam detto Abu Omar

Haisam detto Abu Omar arrestato e subito dopo rilasciato a Roma il 10 febbraio 2012 dopo che insieme ad Ammar Bacha il quale e’ legato alla famiglia di Nour Dachan presidente emerito dell’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia, immortalato in compagnia di Bersani ad una manifestazione romana e altri 10 “attivisti” legati al “Coordinamento dei siriani liberi di Milano” avevano attaccato l’ambasciata siriana nella capitale come si puo vedere in questo video; qui il terrorista rilascia dichiarazioni dopo la sua scarcerazione; qui l’attacco all’ambasciata ripreso dagli stessi e caricato sui canali degli oppositori siriani in Italia.
Dopo quei fatti, i militanti “pro democrazia” furono identificati, interrogati e infine ascoltati dal giudice monocratico Marina Finiti che li ha rinviati a giudizio per direttissima il 15 marzo 2012 imponendo loro l’obbligo di firma, essendo infatti indagati per danneggiamento aggravato, violazione di domicilio e violenza privata aggravata. Quest’ultima imputazione si riferiva all’aggressione dei due vigilanti in servizio all’interno dell’ambasciata.
Intanto a Roma il ginecologo Feisal al Mohammed dissidente siriano capitolino a capo dell’Unione dei coordinamenti per il sostegno della rivoluzione in Siria, dopo essere stato avvertito da una telefonata alle sei del mattino dei “fratelli milanesi”, si occupo’ anche della loro difesa, rintracciando gli avvocati Simonetta Crisi e Amedeo Boscaino.
Qui in seguito i commenti della giornalista anconetana e figlia del presidente emerito dell’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia: “Il prossimo 15 marzo a Roma verrà giudicato il gruppo di attivisti per i diritti umani in Siria che il 10 febbraio scorso ha assalito l’ambasciata di Damasco nella capitale italiana. Il gesto, dall’alto valore simbolico, è stato fatto in nome del diritto alla vita del popolo siriano ed è stato dedicato alle donne, ai bambini, ai giovani, all’intero popolo, che sta pagando con la vita la scelta della libertà e della democrazia. L’ambasciata siriana rappresenta il governo siriano, quindi coloro che stanno massacrando il nostro popolo e, di conseguenza, non rappresenta chi crede nel diritto alla sacralità della vita umana. La bandiera dell’indipendenza, invece, ci rappresenta, mi rappresenta, rappresenta il futuro di pace e libertà della Siria. Asmae Dachan”.
Dopo il 15 marzo non si hanno notizie certe sull’esito della sentenza delle autorità italiane ma poco dopo come si puo’ notare in questo video alcuni dei 12 attivisti si recarono in Siria per imbracciare le armi al fianco dei terroristi che la insanguinano con i loro massacrando la popolazione civile.
Nel video ottenuto dal “The New York Time” girato vicino Idlib in Siria nell’aprire 2013  dove si vedono sette uomini a torso nudo, inginocchiati e con la faccia rivolta verso il suolo. Dietro di loro, altri nove uomini tra i quali si può notare sulla sinistra Haisam “Abu Omar”, vestiti e armati di ak-47 che rivolgono contro i corpi dei sette. Inizia così il video che un ex ribelle siriano ha fatto recapitare al New York Times alcuni giorni fa. Le immagini mostrano in diretta l’esecuzione di sette soldati dell’esercito di Assad. Nelle immagini si vede il leader di questo commando, il trentasettenne Abdul Samad Issa, ordinare ai suoi compagni l’uccisione dei sette ufficiali. Ci chiediamo come le autorità italiane abbiano permesso la fuga di questo terrorista dal proprio territorio nazionale permettendoli di continuare a commettere crimini.

Svizzera: valanga di “si” per giro di vite sui “profughi”, sconfitte le “boldrini”

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carceri sovraffollate grazie agli immigrati

Ovunque si vota. Ovunque vi sia possibilità di incidere direttamente con i referendum – in Svizzera sono legge e non abrogativi – i popoli europei votano per meno immigrazione, più controlli e contro il business dell’Asilo Politico.

I voti favorevoli all’indurimento delle norme che prevedono la concessione dell’Asilo hanno sfiorato l’80%.

Il referendum era stato presentato da partiti di sinistra e organizzazioni xenofile. Sconfitti.

I richiedenti asilo che non rispettano la sicurezza e l’ordine pubblico potranno essere sistemati in centri speciali.

Con la nuova normativa viene poi abolita la possibilità di depositare domande d’asilo nelle ambasciate all’estero.

I provvedimenti, dichiarati urgenti, sono già in vigore. Secondo noi sono provvedimenti piuttosto morbidi che hanno comunque “sconvolto” le boldrini d’oltralpe.

Fate fare un referendum agli italiani, semplice: “volete voi accogliere a casa vostra chi sbarca a Lampedusa, o rispedirlo a casa sua?”. Dai, fatelo. E’ democrazia.

Come i “radical chic” distruggono la società

lavoro-1Analizzando l’attuale situazione delle galere, abbiamo un’occasione per comprendere appieno quanto gli autodefinitesi “intellettuali”, danneggino la società, prima creando continui problemi, e poi proponendo soluzioni ancora peggiori dei problemi di partenza.
Ma procediamo con ordine.
Oggigiorno, si fa un gran parlare nei media, delle “inumane” situazioni dei detenuti, del sovraffollamento carcerario; diversi personaggi “illuminati”, dall’alto del loro magistero morale, ci narrano dell’evento con toni struggenti.
Quello che ovviamente dimenticano sempre di menzionare, è che tale sovraffollamento è frutto di quell’immgirazione che tanto decantano.
Difatti, il numero di detenuti in Italia, attualmente, è poco meno di 67.500; di questi, 20.000 sono di troppo http://voxnews.info/2013/02/02/pd-indulto-amnistia-e-pene-piu-miti/.
Ebbene, il tasso di immigrati tra i detenuti ( e visto il loro influsso sulla criminalità non poteva essere altrimenti http://xn--identit-fwa.com/blog/2013/02/01/criminalita-limpatto-devastante-dellimmigrazione-dati-e-numeri/è intorno al 40% ( con punte anche dell’85% nelle carceri del nord Italia) http://luccanews.tv/carceri_superaffollateil_40_per_cento_dei_detenuti_e_straniero-5841.html e http://www.programmaintegra.it/modules/news/article.php?storyid=3234.
Facendo quindi un semplice calcolo aritmetico, il numero di immigrati detenuti è intorno a 27.000 ; ergo, se essi non ci fossero, le carceri tornerebbero (guarda caso) ad essere utilizzate anche al di sotto della propria capienza.
Ora, appurato che il sovraffollamento carcerario ( che ovviamente è anche economicamente costoso) è un altro regalo dell’immigrazione, cosa propongono i vari radical chic per risolvere tale problema, da loro creato?
Interrompere i flussi migratori?
Espellere e bandire dall’Italia i vari “migranti” stupratori e spacciatori?
No, ovviamente; riconoscere i propri errori e far qualcosa di giusto, non fa parte della loro “forma mentis”.
Decidono dunque di sfruttare un problema da loro creato, per tentare di compiere altre assurdità, degne della loro ideologia. In particolare, il sovraffollamento carcerario, diviene il paravento per portare a compimento scellerate riforme.
Il Pd ( uno dei luoghi di ritrovo dei peggior “illuminati”) ha già a più riprese ricordato come, punti chiave della sua agenda saranno indulti, amnistie, e poi anche: lotta all’ergastolo ostativo, “ammorbidimento” nel trattamento dei recidivi, diminuzione generale delle pene, e altre “belle cose” http://voxnews.info/2013/02/02/pd-indulto-amnistia-e-pene-piu-miti/.
Insomma, la gente chiede maggiore garanzia della pena, visto che stupratori e spacciaotori ( tra premi, buone condotte, riti abbreviati, ecc.) già spesso scontano pochi anni, e il Pd, invece, si preoccupa di rendere il tutto ancor più blando…
Del resto, se c’è una categoria di cui proprio il Pd sembra non preoccuparsi, è costituita dalla maggioranza per bene; se non nella misura in cui, grazie alla pseudo democrazia in cui ci ritroviamo, può obbligarla a subire le conseguenze dei propri deliri.
I cirminali, sono invece, una di quelle categorie che i piddini hanno sempre in mente. Non ci sorprendiamo; “coccolare” i criminali, è un comportamento tipico degli “intellettualoidi”, e riflette caratteristiche che sempre più permeano la decadente società contemporanea: l’indifferenza, il buonismo e la sua ostentazione, il determinismo ambientale, la deresponsabilizzazione.
Difatti, come sempre, è essenzialmente l’indifferenza a facilitare il buonismo (la bontà slegata dalla ragione): non si guarda dunque l’insieme, ma si rimane imbambolati dalla pietà provata verso il detenuto, compiacendosi nel poter così mostrare d’avere un grande “bontà d’animo”. 
A ciò si aggiunge il solito grezzo determinismo ambientale in questo caso, è l’idea di Rousseau, per cui l’uomo nasce buono ed è la società a corromperlo e quindi la deresponsabilizzazione: non vi sono uomini “cattivi”, ma solo società che “mettono sulla cattiva strada”.
Quest’ultimo punto in particolare, rende dogma l’idea che un criminale possa essere “rieducato”. E via dunque con le riduzioni delle pene, e col cianciare che “la prima funzione della galera sia la ‘rieducazione’”.
No, la prima funzione della galera, è quella di tenere lontani elementi pericolosi dalla società civile; la seconda, è quella di punire tali elementi, perché da che mondo è mondo, chi sbaglia paga.
Non vogliamo negare, che poi vi debba essere anche una terza funzione, “rieducativa”; ma è certo che essa vada applicata tenendo ben presenti almeno un paio di punti, dettati dal semplice buonsenso:

  1.  l’eventuale sincero pentimento di un criminale non deve inficiare sulla lunghezza della pena,
  2. secondo, bisogna tenere ben presente che “rieducare” un boss mafioso di 70 anni, o un serial killer, sia una chimera.

Cosa accade, invece, se questo semplice buonsenso non è utilizzato? Per l’ennesima volta, per non ripetere gli stessi errori, ci basterebbe guardare cosa è accaduto ai paesi che prima di noi hanno intrapreso certe deliranti strade.
In questo caso, ci basterebbe, come esempio, guardare cosa è accaduto in un paese come l’Austria, dove, fino a un paio di decenni fa, si era diffusa tra gli “intellettualoidi” la convinzione che davvero pochi anni di carcere “ben fatto”, potessero rieducare anche il peggior criminale.
Sulla scia di tale convinzione, un folto gruppo di suddetti “intellettualoidi”, firmò una petizione che provocò, nel 1990, la concessione della grazia a Jack Unterwger.http://www.elapsus.it/home1/index.php/letteratura/scrittori/631-jack-unterweger-lo-scrittore-serial-killer.
Jack Unterweger era stato in galera per poco più di 10 anni, per aver brutalmente ucciso una ragazza. Durante la sua detenzione, aveva scritto qualche libro, in particolare un’autobiografia sul suo percorso di riabilitazione, che aveva fatto breccia nelle piccole menti dei frequentanti i salottini mondani.
Fu grazie a tale autobiografia, che l’individuo partecipò anche a diversi programmini televisivi, nei quali disquisiva, con “saggezza”, della rieducazione dei detenuti. Peccato, che poco dopo il suo rilascio, diverse donne della zona iniziarono ad essere uccise, per mezzo di strangolamento effettuato coi propri indumenti ( stesso modo, in in cui il serial killer “rieducato” aveva compiuto l’omicidio per cui era stato condannato).
Nonostante l’evidente somiglianza, gli stessi poliziotti erano così “imbevuti” del lavaggio di testa fatto dai media sul tema della rieducazione, che per i primi tempi, neppure minimamente, sospettarono che il colpevole potesse essere Jack Unterweger.
Unterwger, per conto dei programmi televisivi in cui “lavorava”, addirittura intervistò il commissario cui era stato assegnato il caso.
Per scoprire, dunque, che il colpevole era proprio Unterwger, passarono alcuni anni, e almeno 11 donne persero la vita in maniera efferata. Logicamente, vedere gli effetti che comportamenti privi di buonsenso, promossi dai “benpensanti”sulla questione carceri, hanno avuto in altri paesi, non impedirà ai “benpensanti” nostrani di ripetere gli stessi errori.

Li manda Soros: referendum radicale contro reato clandestinità

George-Soros-and-his-evil-empireI radicali, mosche cocchiere dei poteri globalisti, hanno depositato in Cassazione la richiesta per un referendum di abrogazione del reato di clandestinità “per ingresso e soggiorno illegale” degli immigrati.
Il comunicato della Cassazione è apparso sulla Gazzetta Ufficiale di ieri.
L’ennesima dimostrazione di quanto gli adepti della setta pannelliana siano, negli ultimi anni, totalmente scollegati dalla realtà che li circonda e completamente inconsapevoli della volontà dei cittadini che infatti, non li votano.
Tutti sanno chi finanzia i Radicali e chi ha finanziato la carriera – e i poteri sovranazionali che ne hanno imposta la presenza nel governo attuale – della Bonino.
Uno di questi generosi finanziatori è l’apolide George Soros che attraverso la sua Open Society sovvenziona il partito radicale e una miriade di siti internet legati all’antirazzismo e all’immigrazione di massa.
Soros, il finanziatore di tutti i colpi di stato colorati in giro per il globo terraqueo che, dietro la falsa maschera della democrazia, avevano come unico scopo quello di ampliare l’avanzata degli interessi di un ristretto gruppo di affaristi.
Ciò detto, i radicali prenderanno l’ennesima tranvata popolare.
Loro hanno successo finché il popolo non è chiamato ad esprimersi.
Resta stupefacente e ogni riferimento è puramente voluto, come lo scendiletto di Pannella sia potuto divenire ministro degli Esteri dopo avere raccolto alle ultime elezioni un consenso elettorale dello 0,3%: come se Fini fosse diventato ministro degli Interni.
Il motivo è semplice: santi in paradiso. Un paradiso fatto di poteri che agiscono nell’ombra, la stessa ombra dalla quale è stato tratto il nipote di Letta.