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Populismo

Perché Europa e Obama farebbero bene a cercare di capire i vari Putin e Orban anziché trattarli da mostri

Mondiali 2014, Finele: Germany Argentina

L’infornata di sanzioni Ue contro Mosca appena approvata dai governi europei era inevitabile ed è appropriata: a prescindere da ogni altra considerazione di politica e di diplomazia internazionali, chi destabilizza un paese confinante armandone i ribelli con sistemi bellici così sofisticati che costoro non sono capaci di usarli, e finiscono per abbattere un aereo civile uccidendo 300 innocenti, merita una punizione. Non ci sono giustificazioni per fatti del genere, come non ce ne sono quando l’artiglieria israeliana colpisce le scuole dell’Onu dove hanno cercato riparo i civili palestinesi e non ce ne sono quando i razzi palestinesi seminano il terrore nelle cittadine israeliane.

putin-assadTrovo invece patetica la crescente demonizzazione di Vladimir Putin, indicato sempre più come l’uomo da abbattere affinché tutto torni alla normalità, e la cooperazione fra Russia, Usa e Unione Europea in vista del trionfo universale della convivenza pacifica, della liberaldemocrazia e dell’economia di mercato globalizzata ricominci come ai bei tempi della presidenza Eltsin.

Le esperienze del passato sembrano non avere insegnato nulla: l’opinione pubblica occidentale ha creduto che bastasse sbarazzarsi di Saddam Hussein, di Mubarak o di Gheddafi per vedere trionfare la libertà e la democrazia nel mondo arabo, salvo poi scoprire che le cose erano meno semplici di quanto pareva dall’esterno. Il conflitto israelo-palestinese? Una volta fuori gioco Sharon e Arafat, nemici che si reggevano reciprocamente, israeliani e palestinesi più flessibili dei loro due capi avrebbero trovato la quadratura del cerchio. Infatti… Adesso si pensa la stessa cosa di Putin, di Bashar el Assad e persino di Erdogan, capo di governo turco eletto e rieletto ogni volta con maggioranze sempre più ampie.

L’idea che un dittatore o un leader autoritario o semi-autoritario siano espressione di una specifica e irripetibile costellazione storica, sociale, culturale, politica ed economica continua a non sfiorare le menti della maggior parte dei commentatori e della gente comune. Per l’americano e l’europeo medi, intrisi di cultura individualista, il dittatore o l’uomo forte sono espressione di se stessi e di una volontà di potenza individuale, niente di più. Quando il loro modo di fare politica crea dei problemi all’Occidente, la cosa da fare perché spariscano quei problemi è far sparire il disturbatore in persona. Certo, ci sono pur sempre politici e intellettuali di alto profilo – come Henry Kissinger, Mikhail Gorbaciov, Stephen Cohen – che spiegano che in realtà il leader del Cremlino fa quello che qualunque capo di Stato russo avrebbe fatto in circostanze analoghe, perché nessun governante moscovita può permettere che l’Ucraina scivoli nell’area politico-militare della Nato. Ma sono in minoranza e le loro idee non vengono prese in considerazione.

Viktor OrbanQualcosa però si sta muovendo, e merita attenzione e approfondimento, senza giudizi precipitosi: le situazioni si stanno evolvendo sotto i nostri occhi. Ha fatto scalpore un discorso del premier ungherese Viktor Orban (foto a sinistra) pronunciato il 26 luglio scorso. Dopo aver premesso che l’esperienza della crisi finanziaria internazionale dimostra che «gli stati liberaldemocratici non sono in grado di restare competitivi a livello globale», ha affondato un colpo sbalorditivo: «Non credo che la nostra appartenenza all’Unione Europea ci precluda la possibilità di edificare un nuovo stato illiberale, basato sulle nostre fondamenta nazionali», ha detto.

Il progetto avrebbe due motivazioni. Una di tipo identitario: «l’Ungheria non è un’ammucchiata di individui, è una nazione», ha detto il primo ministro. Mentre libertà e democrazia devono continuare a prevalere, l’ottica dei diritti individuali dovrebbe lasciare posto all’etica dei doveri verso il proprio popolo. Poi ci sono motivi economici. La globalizzazione economica e la liberaldemocrazia individualistica sono un binomio che sembra non funzionare: con la relativa eccezione degli Usa, che sono pur sempre la potenza dominante, e della Germania favorita dall’architettura dell’euro, i paesi che sembrano reggersi meglio non appartengono all’Occidente: «Oggi il mondo cerca di capire la natura di sistemi che non sono occidentali, che non sono liberali e fore non sono nemmeno democrazie, ma che hanno successo». I nomi? Orban menziona Singapore, Cina, India, Russia e Turchia. Sono alcuni dei paesi i cui leader sono maggiormente criticati nella stampa europea e statunitense.

A parte la disinvoltura con cui Orban mette insieme sistemi che si possono definire democratici con altri che non lo sono minimamente, è vero che un numero crescente di paesi che non appartengono all’Occidente e che spesso non condividono i suoi valori stanno ottenendo successi politici e/o economici. A volte anche quando l’economia rallenta, il consenso per i governi resta alto. Il tasso di approvazione di Vladimir Putin, il nuovo “uomo nero” dei media occidentali, all’inizio di giugno aveva toccato il massimo storico dell’83 per cento. Anche Erdogan, che nei mesi delle proteste di piazza Taksim era sceso dal 59 del 2013 al 39 per cento, è risalito oltre il 50 per cento ed è il favorito assoluto per le presidenziali del 10 agosto. Nell’aprile scorso Viktor Orban, la bestia nera della Commissione europea e del Parlamento europeo, ha vinto un nuovo mandato da primo ministro col 44,5 per cento dei voti.

Cena di gala per Merkel e Obama al castello di CharlottenburgEffettivamente siamo in presenza di due problemi. Il primo è che il modello politico occidentale, presentato come la sintesi perfetta di prosperità, giustizia sociale, economia di mercato, libertà pubbliche e private, sistema politico democratico non attira più come in passato. Gli europei per primi avvertono i suoi limiti. In un mondo dominato dai movimenti dei grandi capitali e dalla finanziarizzazione dell’economia, dove tutti i paesi sono costretti a praticare le stesse politiche economiche e sociali fin nei dettagli per non veder esplodere il debito sovrano, dove il margine di manovra dei parlamenti nazionali si fa sempre più stretto perché l’80-90 per cento delle norme viene decisa non democraticamente a Bruxelles, dove le sentenze dei tribunali costituzionali, delle Corti europee e delle Corti d’appello stabiliscono quali leggi possono essere approvate dalla volontà popolare e quali no, dove le varie leggi nazionali sulle varie “fobie” riducono costantemente lo spazio della libertà di parola, viene da interrogarsi se quella che vige sia democrazia sostanziale e se le libertà siano formali o reali.

Le leggi e la pressione del conformismo culturale ci obbligano a parlare in un certo modo e ci puniscono con l’emarginazione o con sanzioni penali se deroghiamo, i giudici cassano le leggi che abbiamo approvato votando per un certo partito (per esempio quella sulla fecondazione eterologa; e a Strasburgo stavano per mettere fuorilegge i crocefissi nelle scuole, se non fosse intervenuta la Grand Chambre), i mercati finanziari e i vincoli della moneta unica europea decidono al posto dei governi cosa si può fare e cosa non si può fare. È ancora democrazia questa? È ancora libertà?

Poi c’è l’altra grande questione: l’incapacità di guardare agli altri come altri, di dare un significato all’alterità. Così il russo è solo un euro-asiatico politicamente immaturo, che si è lasciato sedurre e manipolare dal proprio capo supremo. Liberiamo il minorenne russo, incline a credere a tutto ciò che la propaganda di Stato gli propina, dal suo tutore, e Mosca diventerà come Belgrado: una capitale di tradizione slavo-ortodossa desiderosa di omologarsi in tutto e per tutto ai canoni dell’Unione Europea.

milosevicIl paragone fra la Serbia di Milosevic e la Russia di Putin l’ho letto nelle pagine dell’autorevolissimo New York Times: secondo Roger Cohen bisogna trattare Putin come Milosevic, e la Russia farà lo stesso percorso che ha fatto la Serbia. Forse Cohen farebbe bene a ricordarsi come trattammo la Russia al tempo della crisi del Kosovo. A Mosca c’era Eltsin, che pur protestando molto di fatto dette il via libera ai bombardamenti Nato su Belgrado e sulle truppe serbe in Kosovo, perché non minacciò un intervento militare. Quando Belgrado capitolò, Mosca fece da mediatrice fra la Serbia e la Nato per le decisioni relative all’ingresso delle truppe euroatlantiche in Kosovo e chiese di potere avere un ruolo. Venne tenuta fuori come un lebbroso. Eltsin dovette mandare i suoi parà nottetempo all’aeroporto di Pristina, in una specie di blitz insensato – i parà russi erano un’isoletta circondata dai militari degli altri paesi- per dare al mondo l’impressione che la Russia stava sorvegliando le attività della Nato in Kosovo.

Con questi precedenti – oltre alle promesse tradite fatte a suo tempo a Gorbaciov di non accogliere nella Nato i paesi che uscivano dal Patto di Varsavia – non c’è da stupirsi della politica di Putin. L’ex ufficiale del Kgb ha fatto quello che qualunque altro presidente russo avrebbe fatto. Dopo avere rimesso un po’ in piedi la Russia dal punto di vista economico e del funzionamento delle istituzioni (al tempo di Eltsin c’era una bellissima libertà di parola e di stampa, ma più povertà che sotto il comunismo e la paralisi completa dei servizi pubblici) il nuovo leader ha cercato di restaurare la forza della Russia come grande potenza e di bloccare l’espansione della Ue e della Nato in direzione di Mosca.

In Ucraina sta perdendo la partita, come tutti capiscono sin dai giorni dell’occupazione della Crimea. Ma se Putin dovesse uscire di scena perché l’Ucraina scivola definitivamente verso Washington, le probabilità che a ciò corrisponda una democratizzazione e liberalizzazione della vita politica russa sono pari quasi a zero. Ha scritto George Friedman su Stratfor, il principale sito internet americano di geopolitica: «Coloro che pensano che Putin sia allo stesso tempo il più repressivo e il più aggressivo leader russo immaginabile dovrebbero riflettere che le cose non stanno così. Lenin, per esempio, faceva paura. Ma Stalin fu molto peggio. Potrebbe venire un tempo in cui il mondo guarderà a Putin come a un tempo di liberalità. Perché se la lotta di Putin per sopravvivere e dei suoi sfidanti interni per spodestarlo dovesse diventare più intensa, la disponibilità di tutti a diventare più brutali potrebbe ugualmente crescere».

isilLa Russia sta destabilizzando l’Ucraina, su questo non ci piove. Ma anche la Ue e la Nato stanno destabilizzando la Russia, consapevolmente o inconsapevolmente. Non stanno semplicemente osteggiando un leader autoritario: stanno mettendo in pericolo l’esistenza politica e istituzionale della Russia. Gli europei probabilmente sono in buona fede, e credono di poter fare della Russia un’altra Serbia, convertita all’europeismo dopo la caduta di Milosevic; ma gli americani pensano a una Russia serbizzata in un altro senso: un’entità politica smembrata di diritto o di fatto, gestita da oligarchi ai quali sarebbero affidati spazi territoriali specifici, la quale non costituirebbe più una minaccia geopolitica per gli Usa.

Insomma, all’amministrazione Obama non dispiacerebbe se la Russia andasse in pezzi, come ci stanno andando Siria e Iraq. Ai tempi di G.W. Bush la linea ufficiale consisteva nell’esportazione della democrazia, che avrebbe trasformato i nemici in amici. Al tempo di Obama, più realisticamente si mira a disintegrare dall’interno i nemici. Resteranno nemici, ma non nuoceranno più. Nella democrazia come sistema universale prima di tutto sembrano non crederci più gli americani, cioè quelli che l’hanno inventata.

densità popolazione

img1024-700_dettaglio2_Densita-popolazione-italiana-provinceQuando si pensa alla sovrappopolazione, di solito l’Italia, se paragonata all’America centrale e del sud, all’Africa e al Medio Oriente, non viene considerata fra i paesi più popolosi del mondo; anzi, stando ai mass-media l’Italia avrebbe una natalità in costante diminuzione.
Niente di più falso.

Stando ai dati dell’Atlante Geografico DeAgostini del 2003 (quindi la popolazione e la densità attuali saranno maggiori):

ITALIA
Superficie: 301.338 kmq
Popolazione: 57.056.000 ab.
Densità: 189 ab./kmq

Ora passerò in rassegna alcuni stati del mondo, tenete d’occhio il rapporto superficie/popolazione e la densità.

AMERICA DEL SUD

ARGENTINA
Superficie: 2.780.272 kmq
Popolazione: 36.695.000 ab.
Densità: 13 ab./kmq

CILE
Superficie: 756.096 kmq
Popolazione: 15.116.435 ab.
Densità: 20 ab./kmq

COLOMBIA
Superficie: 1.141.748 kmq
Popolazione: 43.616.000 ab.
Densità: 38 ab./kmq

L’Italia non avrebbe problemi a passare per una nazione fra le più popolose dell’America Latina.

AMERICA CENTRALE E DEL NORD

MESSICO
Superficie: 1.958.201 kmq
Popolazione: 101.223.000 ab.
Densità: 52 ab./kmq

CANADA
Superficie: 9.970.610 kmq
Popolazione: 30.277.000 ab.
Densità: 3 ab./kmq

Il Messico, che è circa sei volte l’Italia, ha una popolazione poco più del doppio di quella Italiana! Per non parlare del fatto che ci sono più italiani in Italia che canadesi in Canada, tenendo presente che il Canada e circa trentatre volte l’Italia…

AFRICA

CONGO
Superficie: 342.000 kmq
Popolazione: 3.205.000 ab.
Densità: 9 ab./kmq

ETIOPIA
Superficie: 1.133.882 kmq
Popolazione: 66.039.000 ab.
Densità: 58 ab./kmq

MAROCCO
Superficie: 458.730 kmq
Popolazione: 29.355.000 ab.
Densità: 64 ab./kmq

Si parla tanto dell’Africa come se fosse “la regina indiscussa della sovrappopolazione” quando in realtà l’Italia non è da meno, anzi…

MEDIO ORIENTE

ARABIA SAUDITA
Superficie: 2.248.000 kmq
Popolazione: 23.102.000 ab.
Densità: 10 ab./kmq

IRAN
Superficie: 1.645.258 kmq
Popolazione: 64.540.000 ab.
Densità: 40 ab./kmq

PAKISTAN
Superficie: 796.096 kmq
Popolazione: 143.768.000 ab.
Densità: 181 ab./kmq

Anche nei confronti dei paesi arabi, che hanno la fama di essere super-affollati, l’Italia non sfigura.

EUROPA

FRANCIA
Superficie: 543.965 kmq
Popolazione: 59.183.000 ab.
Densità: 109 ab./kmq

SVEZIA
Superficie: 449.964 kmq
Popolazione: 8.925.000 ab.
Densità: 20 ab./kmq

POLONIA
Superficie: 312.685 kmq
Popolazione: 38.626.000 ab.
Densità: 124 ab./kmq

Anche in Europa siamo in “buona” posizione.

SUD EST ASIATICO E ESTREMO ORIENTE

MYANMAR (BIRMANIA)
Superficie: 676.577 kmq
Popolazione: 46.298.000 ab.
Densità: 68 ab./kmq

VIET NAM
Superficie: 331.690 kmq
Popolazione: 79.759.000 ab.
Densità: 240 ab./kmq

GIAPPONE
Superficie: 372.824 kmq
Popolazione: 127.435.000 ab.
Densità: 342 ab./kmq

Se siete stati attenti, il Viet Nam e il Giappone sono gl’unici paesi che hanno una densità superiore a quella italiana. Nel caso del Giappone, la sua densità supera perfino quella della Cina (134 ab./kmq) e dell’ India (317 ab.kmq). Questo significa che se il Giappone fosse grande come la Cina sarebbe circa tre volte più popoloso.

OCEANIA

AUSTRALIA
Superficie: 7.703.429 kmq
Popolazione: 19.704.500 ab.
Densità: 3 ab./kmq

NUOVA ZELANDA
Superficie: 268.021 kmq
Popolazione: 3.942.000 kmq
Densità: 15 ab./kmq

PAPUA NUOVA GUINEA
Superficie: 462.840 kmq
Popolazione: 5.491.000 ab.
Densità: 12 ab./kmq

Dopo questo mastodontico post, sfido chiunque a dire che la sovrappopolazione è “un problema dei paesi poveri” o “del Terzo Mondo” e non italiano.

ius sanguinis e ius soli

Jus_soli_world2
Mappa delle nazioni con lo Jus soli

Per l’ordinamento italiano la cittadinanza è automatica solo per i figli di cittadini italiani. Gli immigrati possono richiedere la cittadinanza dopo dieci anni di residenza mentre i figli di immigrati nati in Italia possono richiederla al compimento del 18° anno d’età.

L’imposizione dello ius soli ”tout court”, come vorrebbe l’inguaribile logorroico Napolitano sarebbe un unicum nell’ordinamento politico europeo.
Almeno che non si voglia una pulizia etnica tranite l’immigrazione selvaggia.

Ebbene sì, nessun paese europeo basa la cittadinanza esclusivamente sullo ius soli, tutti i paesi europei si basano sullo ius sanguinis mentre lo ius soli è tipico dei paesi americani. Lo ius sanguinis è quindi tipico dei paesi e dei popoli caratterizzati da solide basi storiche e culturali, lo ius soli è invece tipico di popoli di recente formazione e di incerta cultura ed identità. Diamo comunque un’occhiata a come funziona da altre parti nel nostro continente.

Francia

Nell’Esagono la cittadinanza è concessa dallo ius sanguinis. E’ francese il cittadino nato da uno o ambo i genitori di cittadinanza francese. Quando si dice nel dibattito comune che in Francia vige lo “ius soli” si dice una cosa non vera. Lo ius soli è previsto dall’ordinamento francese solo se almeno uno dei genitori è nato sul suolo francese. In Francia quindi non esiste quindi il diritto alla cittadinanza per nascita “tout court” e la normativa sullo ius soli rende de facto totale lo ius sanguinis dato che per scattare è necessario che almeno uno dei due genitori sia nato in Francia. In sostanza a parole Sarkozy la cittadinanza te la concede pure ma nei fatti non è così. De iure c’è una possibilità di far scattare lo ius soli, ma è una possibilità assai remota, se sei figlio di immigrati non nati in Francia (cioè quasi tutti) e vuoi la cittadinanza francese devi pedalare.

Germania

Anche in Germania il principio della cittadinanza si basa sullo ius sanguinis. E’ cittadino tedesco il figlio di cittadini tedeschi. Nel 2.000 è stata introdotta una correzione allo ius sanguinis stabilendo che la cittadinanza è automatica per i figli di immigrati nati in Germania ma solo se almeno uno dei genitori risiede in Germania da almeno otto anni (che in Germania è il limite minimo per poter far richiesta di cittadinanza, e ottenerla non è semplice per nulla, anzi). La normativa dello ius soli comunque è soggetta a una restrizione abbastanza pesante. Difatti il figlio nato da immigrati che acquisisca la cittadinanza dei genitori per ius sanguinis ha tempo massimo cinque anni per decidere se mantenere la cittadinanza dei genitori o tenere quella tedesca. Insomma, per i tedeschi la cittadinanza la puoi acquisire ma non puoi tenere il piede in due scarpe ed è tua responsabilità individuale decidere se vuoi quella tedesca o quella del paese d’origine dei tuoi genitori, Frau Merkel nella sua infinità magnanimità accoglie chi si vuole integrare ma non sopporta chi tiene il piede in due scarpe e in ogni caso chi vuole i diritti deve pedalare.

Regno Unito

Nel Regno Unito vige lo ius sanguinis. Fino agli anni ’80 vigeva lo ius soli, ma dal 1981 lo ius soli è stato abolito per passare allo ius sanguinis. Un figlio di stranieri nato nel Regno Unito che non hanno ottenuto la cittadinanza può acquisire la cittadinanza ma deve richiederlo espressamente e deve dimostrare di aver risieduto nel Regno Unito per almeno 10 anni successivi alla sua nascita senza essersi assentato per periodi superiori ai 90 giorni. In ogni caso nel Regno Unito, come in Italia e in Germania la concessione non è automatica ma deve essere richiesta dalla persona in questione. Il richiedente deve prendersi la responsabilità e chiedere la cittadinanza. Sua altezza regale Elisabetta II nella sua infinita magnanimità è contenta di accogliere nuovi sudditi tra le sue braccia, ma la cittadinanza del Regno Unito non la regala per beneficenza se la vuoi devi pedalare.

Spagna

Chiudiamo con la Spagna. In Spagna vige una legge simile a quella francese, ovvero è spagnolo il figlio di genitori spagnoli o chi è nato in Spagna da genitori non spagnoli ma nati in Spagna. Una norma particolare riguarda i figli di cittadini il cui paese non riconosce lo ius sanguinis ma solo lo ius soli, questi sono automaticamente spagnoli. Comunque chi nasce in Spagna può richiedere la cittadinanza, ma anche in questo caso vale la norma di cui sopra. Sua altezza regale Juan Carlos nella sua infinita magnanimità accoglie nuovi sudditi a braccia aperte ma non regala niente a nessuno e chi vuole i diritti deve pedalare.

In sostanza l’applicazione dello ius soli tout court sarebbe un unicum nel panorama europeo e la rottura di una tradizione del nostro intero continente che vuole l’acquisizione della cittadinanza come un’assunzione di responsabilità individuale del singolo che si impegna per avere i requisiti necessari e che, se interessato alla stessa pedala e chiede di poter essere accolto ed integrato definitivamente nella comunità che è assolutamente disposta ad accogliere chi si impegna per integrarsi del tutto. Nessun paese del nostro continente applica norme di questo genere e la nostra sarebbe una vistosa eccezione tra l’altro, credo, non ben vista dalle autorità europee a cui, nonostante i proclami verbali e le lezioncine spocchiose sul politicamente corretto, già il doversi sobbarcare gli ex galeotti di Ben Alì con permessi temporanei non ha fatto proprio piacere. Lo ius soli come abbiamo detto è tipico dei paesi americani e proprio negli Stati Uniti s’è ormai scoperto che lo ius soli per l’immigrazione è come il miele per le mosche. Già il Canada a suo tempo ha posto un vistoso limite allo ius soli togliendo la possibilità di acquisizione della cittadinanza per diritto di nascita ai figli di irregolari e clandestini e ora anche gli Stati Uniti stanno cominciando a muoversi in questo senso. Lo ius soli ha prodotto in Canada e negli Stati Uniti un triste fenomeno, quello dell’immigrazione delle puerpere che varcano il confine per partorire. Una volta partorito il figlio questi diventa cittadino et voilà, la puerpera può chiedere il ricongiungimento familiare. Il Canada come abbiam detto la pezza l’ha già messa da qualche anno chiudendo la pratica dello ius soli per i figli di irregolari e clandestini. Negli Stati Uniti la questione è sul tavolo da tempo. Diversi stati confinanti col Messico come ad esempio l’Arizona e il Texas stanno valutando di adottare la norma canadese nell’ordinamento statale e pure Mitt Romney ha velatamente lasciato intendere di poter procedere in tal senso a livello federale se eletto. Tenete poi presente che la questione dello ius soli è alla base del surreale dibattito che per anni ha caratterizzato la politica statunitense sul certificato di nascita di Barack Obama. Se la questione dell’eleggibilità del presidente fosse disciplinata dallo ius sanguinis e non dallo ius soli tutta la polemica sul certificato di nascita di Obama non avrebbe nemmeno avuto ragione di esistere, ha avuto ragione di esistere solo per il fatto che l’eleggibilità del presidente è legata allo ius soli.

Chi vuole cambiare la norma italiana per permettere lo ius soli deve tenere ben presente quanto accaduto in Nordamerica con la migrazione delle puerpere e tenere ben presente che saremo presi d’assalto pure noi se procedessimo in tal senso. Tenete ben presente che questo paese ha 60 milioni di abitanti e una densità di 202 abitanti al km/quadrato, tasso di disoccupazione al 12%, un tasso di disoccupazione giovanile al 40%, un debito pubblico che da vent’anni è oltre il 100% del PIL ed è in piena crisi economica (confronto con altre nazioni). Secondo la vostra modesta opinione è tollerabile cambiare la norma dello ius sanguinis per attuare lo ius soli, rendendo così l’Italia un polo d’attrazione per una potenziale migrazione in massa di puerpere tra l’altro rompendo così la secolare tradizione europea che si basa quasi esclusivamente sullo ius sanguinis?

Perché care le mie prefiche del politicamente corretto, puerpere e nascituri che arriveranno come mosche sul miele qualora passassimo allo ius soli qualcuno li dovrà mantenere. Perché le strutture per l’assistenza a puerpere e nascituri qualcuno le dovrà pur pagare, non sono gratuite. Perché i nascituri da qualche parte li dovremmo mettere, e a spese di chi secondo voi? Bene, ho detto la mia, ora care le mie prefiche del politicamente corretto linciatemi pure, ma questa è la realtà dei fatti, checchè ne dicano nella loro sconfinata ignoranza e malafede i politici di sinistra ed i loro ministri africani.

Quindi miei cari amanti del meticciato a tutti i costi, insistendo, non fate altro che confermare che esiste un piano per distruggere la popolazione autoctona a tutto vantaggio de Il piano Kalergi: il genocidio dei popoli europei

La legge di Obama : vietato criticare i talebani

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Studentesse afgane in coda per imparare a votare in vista delle elezioni presidenziali. È solo la seconda volta che si vota nel Paese e la commissione elettorale indipendente ha organizzato un corso di quattro giorni per spiegare il meccanismo e l’importanza del voto.

Un manuale per i militari Usa voluto dalla casa Bianca si adatta al verbo degli integralisti, legittimando pedofilia e violenze sulle donne Fa discutere il nuovo decalogo di istruzioni del ministero della Difesa Usa sulle buone maniere che dovrebbero seguire i marines in Afghanistan verso i poliziotti locali, di fatto giustificando questi ultimi quando uccidono i soldati americani che li addestrano perché si sentono «offesi» da ciò che dicono sta facendo scandalo. «Citare la pedofilia e i diritti delle donne per dire che i soldati non dovrebbero menzionare quelle parole è come ammettere tacitamente che questi concetti sono davvero una parte della religione islamica», ha commentato Robert Spencer, fondatore dell’osservatorio Jihad Watch. E Clare Lopez, studiosa del pensatoio Center for Security Policy, ha definito oltraggioso accusare i soldati americani per gli attacchi che subiscono da membri delle forze di polizia locali. «Far credere che i nostri soldati vengono ammazzati a causa della loro insensibilità per la cultura islamica è come dire che è colpa loro perché non sono stati abbastanza gentili verso i locali. Il rifiuto fondamentale di riconoscere che il nemico ci combatte per quello che dice a chiare lettere di volersi battere, che è l’Islam, è il fallimento di leadership dei nostri vertici dal ministro della Difesa Leon Panetta in giù. A causa di ciò, non abbiamo una strategia». In realtà, la «strategia» della sottomissione culturale obamiana viene da lontano. Tutto cominciò nel 2009 con l’epurazione del termine «atti di terrorismo islamico» dal materiale ufficiale del dipartimento della Sicurezza Nazionale di Janet Napolitano, poco dopo che il neoeletto Barack Hussein Obama la nominò ministro e le diede istruzioni di «correttezza politica». Al suo posto i solerti funzionari coniarono gli «eventi causati dall’uomo», ma era un’espressione tanto ridicola che non riuscì a imporsi nella cronaca della realtà degli anni successivi, zeppi di atti di terrorismo nel mondo, e sempre ad opera di musulmani. Ora gli scribacchini del Pentagono hanno redatto un manuale di guida su come comportarsi con la popolazione, con i talebani, e con i colleghi della polizia e dell’esercito di Kabul. Alla base del testo c’è un’idea distorta, che è tipica della filosofia liberal sposata da Obama: accusare gli Usa di tutte le colpe nei rapporti con gli altri, che sono sempre vittime a prescindere, così da giustificare chi attacca e uccide gli americani: dai 3mila delle Torri Gemelle dell’11/9/2001 al povero ambasciatore libico Chris Stevens ucciso l’11/9/2012 tutti, in fondo, se la sono un po’ cercata. Ci sono stati finora quest’anno 63 militari Usa ammazzati da poliziotti e soldati afghani?

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la 15enne Sahar Gul, data in sposa dai genitori contro la sua volontà per ripagare un debito di gioco, fu ritrovata dalla polizia afgana nello scantinato dei suoceri, dove era stata rinchiusa, privata di cibo e torturata per cinque mesi come punizione per il suo rifiuto a prostituirsi.

La colpa è dell’ignoranza dei marines della cultura locale: non conoscendo e non rispettando la mentalità della gente, la offendono e ne provocano, nei soggetti più «sensibili», la furia omicida. «Una migliore consapevolezza e comprensione della cultura afghana aiuterà il soldato ad essere un miglior partner e a evitare conflitti culturali che portano alla violenza», si legge nel testo. Di qui le 75 pagine di consigli che, se applicati, secondo gli estensori sarebbero una polizza sulla vita dei soldati. «Molti dei contrasti capitano per l’ignoranza o per la mancanza di empatia verso le norme della cultura musulmana e/o afghana, e il risultato sono le violente reazioni dei membri delle forze di sicurezza afghane», ha riportato il Wall Street Journal che ha avuto accesso alla bozza del manuale. Lo studio, basato su interviste con 600 poliziotti locali e con 200 soldati americani che mostrano l’abissale scontro di vedute tra i due mondi, si conclude con avvertenze di resa ai militari Usa. In sostanza, devono evitare di toccare gli argomenti tabù, di cui viene fornita una dettagliata lista nera: «Mai fare commenti offensivi sui talebani», «non esporsi a difendere i diritti delle donne», «evitare ogni critica della pedofilia», «non indirizzare critiche contro gli afghani», «mai menzionare l’omosessualità o ogni condotta omosessuale», e «non citare nulla in relazione all’Islam». Gli attentati e gli attacchi letali alle forze della coalizione da parte di personale in divisa afghana, insomma, non sarebbero un problema di infiltrazioni dei talebani, ma di galateo linguistico, anzi di prevaricazione della cultura occidentale su quella locale, diversa e da rispettare in ossequio al multiculturalismo ideologico mascherato da precauzione «operativa». L’anticipazione del testo, con il coro di critiche che ha subito scatenato, potrebbe «congelare» il manuale. Il comandante in capo dei marines in Afghanistan, John Allen, ancora sotto inchiesta nell’ambito dello scandalo delle donnine di Petraeus, l’ha bocciato senza mezzi termini. «Non lo sponsorizza e ha respinto la richiesta di fare la prefazione», ha detto il suo portavoce. «Non approva i suoi contenuti».

Svezia: euro? No, grazie

korona euro

Mentre l’eurozona fa di tutto per riuscire a sconfiggere la crisi del debito che sta affogando i paesi periferici, e mentre l’Unione Europea si sforza per raggiungere una maggiore “integrazione”, la Svezia inizia ad avere dei ripensamenti: mai prima d’ora c’era stata tanta ostilità nei confronti dell’euro.

La Svezia è un caso speciale. È entrata a far parte dell’UE nel 1995, dopo che ai suoi cittadini fu gentilmente permesso di esprimere la propria volontà in un referendum nel 1994, con 52,3% dei voti a favore. Come ogni paese che entra a far parte dell’UE, la Svezia ha firmato un trattato di adesione che la obbliga ad adottare l’euro, ma senza una data di scadenza. Quindi nel 2003, il governo pensò che fosse arrivato il momento di darsi una mossa; e così ha chiesto ai cittadini, in un referendum non vincolante, se volevano aderire all’eurozona. Era il 14 Settembre.

No all’euro

I cittadini si ribellarono. Demolirono l’euro, con il 55,9% dei voti contrari e il 42% favorevoli. Non volevano scambiare la loro adorata krona con il nuovo “moderno” euro. Non volevano rinunciare alla sovranità sulla loro politica monetaria. Questo al tempo scosse eurocrati, membri dei governi, membri delle finanze, e capi di stato di tutto il continente.
E la struttura di potere europeo imparò una lezione: non lasciare la decisione alla “gentaglia”; questa è stata l’ultima volta in cui è stato permesso ai cittadini dell’UE di votare sull’euro.

Opposizione da record

Ma in Svezia, l’euro è in negoziazione due volte l’anno attraverso un sondaggio dell’Agenzia di Statistica svedese che chiede alle persone cosa voterebbero se fosse indetto oggi un referendum su una nuova adesione all’euro. I risultati del sondaggio effettuato a Novembre sono appena usciti. Risultati che fanno riflettere: l’82,3% voterebbe contro l’adesione all’euro, e solo il 9,6% voterebbe a favore, mentre ancora l’8% si sente un po’ da una parte un po’ dall’altra. La discesa dell’euro nell’inferno dell’impopolarità stabilisce un nuovo record.

C’è stato un drastico cambiamento nella mente di chi nel sondaggio di Maggio aveva votato a favore dell’euro: il 52% è passato al no, l’11% si è spostato verso l’indecisione. La disillusione si sta diffondendo anche tra i sostenitori dell’euro di un tempo. Solo il 37% è rimasto della stessa idea. Tra gli oppositori di Maggio, tuttavia, il 95% è rimasto contrario.

Nel 2010 in Svezia, l’economia è rimbalzata vigorosamente. Il deficit di bilancio è sceso e quasi scomparso per il 2012. Nel frattempo, nell’eurozona la crisi del debito e il suo “malvagio gemello”, l’austerità, si diffondevano in lungo e in largo. Queste ultime hanno straziato i paesi periferici, schiacciato la crescita del Pil in altri paesi dell’eurozona e hanno iniziato a “rosicchiare” anche la Germania che si considerava al di sopra della mischia. L’opposizione svedese all’euro è salita alle stelle.

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sondaggio 2012 gradimento euro in svezia

 

Propensione alll’UE in calo

Le statistiche svedesi hanno chiesto poi alla gente cosa voterebbero se fosse indetto un referendum “oggi” sul rimanere o meno nell’UE. La popolarità dell’UE, dopo una fase iniziale un po’ difficile, era cresciuta nel corso degli anni per poi stabilizzarsi dalla fine del 2008 al 2011 con circa il 55% di cittadini favorevoli. Ma la crisi del debito, senza alcuna effettiva soluzione, i sacrifici soprattutto da parte dei livelli più bassi della società hanno avuto alla fine un impatto. Ora i voti a favore sono quasi spariti. Nel sondaggio di Novembre, solo il 45% ha votato per l’adesione e il 26% ha votato contro. E ha stabilito un record: il 29% non è riuscito a decidere.

Anche l’adesione all’UE sta diventando impopolare in Svezia. E l’euro è disprezzato. Non un buon auspicio. I mali dell’euro hanno infettato la maggior parte dei paesi e la loro coesione. Le persone hanno espresso la propria rabbia in proteste di massa. Ora, anche gli sforzi per mantenere compatta l’eurozona stanno venendo meno, e il primo ad uscire potrebbe essere il Regno Unito.

Traduzione italiana a cura di Erika Di Dio. Fonte: Naked Capitalism
da leggere anche : Sacrificing The Will Of The People On The Altar of The Euro

rapporto debito pubblico PIL

Il debito pubblico italiano, quando e chi lo ha formato

rapporto debito pubblico PIL
rapporto debito pubblico PIL

Il debito pubblico, che si manifesta come le obbligazioni emesse dal Tesoro, si forma perché le spese dello Stato sono maggiori delle sue entrate – il deficit pubblico. La differenza, se non è finanziata con l’emissione di moneta, è coperta con l’emissione di obbligazioni. Si deve perciò andare alla ricerca della fonte: come si è formato il deficit.

debito-pubblico
andamento del debito pubblico dal 1870

Più o meno tutti i Paesi sviluppati hanno visto crescere smisuratamente la spesa pubblica a partire dagli anni Sessanta. Quelli che hanno registrato una crescita delle imposte non troppo distante dalla crescita della spesa, hanno oggi dei debiti contenuti. Altri, invece, hanno speso velocemente, con le imposte che crescevano lentamente. Da qui i grossi deficit, che cumulati, hanno prodotto un gran debito.

La spesa pubblica si divide in spesa pubblica “per lo Stato minimo”, e in quella “per lo Stato sociale”. La prima finanzia la polizia, i magistrati, i soldati. Ossia l’ordine, la giustizia, la difesa. La seconda finanzia i medici, gli infermieri, le medicine, gli insegnanti, ecc. Ossia l’istruzione e la salute. Le pensioni sono ambigue, perché sono pagate – attraverso un apposito organismo – a chi è in pensione da chi lavora, quindi sono un trasferimento, non proprio una spesa.

Premesso ciò, la spesa per lo stato minimo è rimasta all’incirca la stessa nel secondo dopoguerra, mentre è esplosa quella per lo stato sociale. Ed è qui il punto. Quest’esplosione è avvenuta in tutti i Paesi europei. Negli Stati Uniti un po’ meno, ma non troppo meno, se si fanno dei conti sofisticati. Dunque non è un fenomeno solo italiano. O meglio, l’Italia spende più di alcuni altri Paesi, ma non “troppo di più”. Il punto è che ha incassato di meno per troppo tempo. (I conti comparati sulla spesa pubblica per lo stato minimo e per quello sociale vanno fatti escludendo la spesa per interessi sul debito, che è il frutto del cumularsi dei deficit nel corso del tempo e non della spesa corrente).

Abbiamo così a che fare con un fenomeno storico. Se abbiamo a che fare con un fenomeno storico, allora la crescita del debito non è attribuibile – se non in minima parte – a un bravo o cattivo presidente del consiglio dei ministri. Il protagonista è il “Processo” e non l’“Eroe”.

In conclusione, l’Italia ha speso più di quanto incassasse per troppo tempo, e si trova oggi ad avere un gran debito pubblico. Fino a quando ha speso più di quanto incassasse? Fino a prima dell’ultimo governo Andreotti. Il conto è fatto guardando la spesa pubblica meno le entrate prima del pagamento degli interessi (il saldo primario). Intorno al 1990 il bilancio dello Stato va in pareggio prima del pagamento degli interessi. In altre parole, non genera un nuovo deficit prima di pagare gli interessi sul cumulato dei deficit prodotti nel corso della storia (il debito).

Da allora il saldo primario è stato o in avanzo, o in leggero disavanzo. Il deficit è stato il figlio del pagamento degli interessi sul debito cumulato. I deficit solo finanziari hanno però prodotto altro debito. La crescita economica (la variazione del PIL) non è mai stata troppo robusta, e perciò il rapporto debito su Pil o è rimasto stabile, o è appena sceso, o è cresciuto. Ultimamente il rapporto è cresciuto molto, perché il PIL (il denominatore) è caduto molto nel biennio 2008/2009 e non si è ancora ripreso.

*Direttore di Lettera economica del Centro Einaudi