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La scomparsa dei cristiani in Medio Oriente

Pezzo in lingua originale inglese: Disappearing Christians in the Middle East

Il trasferimento dei poteri su Betlemme da Israele all’Autorità palestinese, poco prima del Natale 1995, ispirò una serie di articoli [1] sul calo della presenza cristiana a Betlemme. In questi articoli si rileva che in un luogo in cui non molto tempo fa si registrava la presenza dell’80 per cento di cristiani, oggi solo un terzo degli abitanti è di fede cristiana. Per la prima volta in quasi due millenni, la città che rappresenta la culla del cristianesimo non è più a maggioranza cristiana. E lo stesso dicasi per altre due città come Nazareth e Gerusalemme. A Nazareth, i cristiani sono passati dal 60 per cento del 1946 al 40 per cento nel 1983. Nel 1922, i cristiani di Gerusalemme superavano di poco i musulmani (15.000 contro 13.000); [2] oggi, essi costituiscono meno del 2 per cento dell’intera popolazione urbana.

La situazione non è diversa in altre zone di Israele. Un pezzo riguardante Turan, un villaggio della Galilea, riporta quanto asserito da un commerciante cristiano: “La maggior parte dei cristiani se ne andrà presto da qui, non appena riusciremo a vendere le nostre case e i nostri negozi. Non possiamo più vivere tra questa gente [i musulmani]”.[3] Un giornalista trae le seguenti conclusioni: “La comunità cristiana in Cisgiordania è in via di estinzione”.[4]

Ed anche i territori che rientrano nello Stato di Israele devono fare i conti con questa situazione. I cristiani stanno abbandonando tutto il Medio Oriente. Il processo migratorio ebbe inizio subito dopo la Prima guerra mondiale, per poi subire un incremento lo scorso decennio. Nel 1920, in Turchia, i cristiani erano 2 milioni, oggi se ne contano solo poche migliaia. Il problema è così preoccupante che il Patriarcato ortodosso di Istanbul rischia di sparire per la mancanza di un adeguato numero di candidati. Prima dell’inizio di questo secolo i cristiani costituivano circa un terzo della popolazione siriana; oggi, sono meno del 10 per cento. Nel 1932, essi costituivano il 55 per cento della popolazione libanese; oggi, la loro percentuale è inferiore al 30 per cento. Più della metà dei cristiani ha abbandonato l’Iraq. Dopo la rivoluzione del 1952, i copti presero massicciamente a lasciare l’Egitto.

Sono due le principali cause del declino della popolazione cristiana: l’emigrazione e il calo demografico.

L’Emigrazione rappresenta la fine di un lungo processo di esclusione e persecuzione. In Cisgiordania, il problema risiede in un pressoché costante boicottaggio degli esercizi commerciali gestiti da cristiani da parte dei musulmani. In Egitto, i fondamentalisti musulmani prendono costantemente di mira i cristiani. In sintesi, la guerra civile libanese del 1975-90 fu un tentativo fruttuoso da parte dei musulmani di ridurre il potere esercitato dai cristiani nel paese. Ma la situazione di gran lunga peggiore è quella del Sudan, dove la guerra civile scatenatasi a partire dal 1956 ha portato a delle atrocità di massa.

In tutta la regione si può rilevare un calo demografico. Ad esempio, in Israele il tasso di natalità tra i musulmani si attesta al 37 per mille e tra i cristiani a un mero 22 per mille. [5] Inoltre, un piccolo numero di cristiani arriva a sposare dei musulmani, il che di fatto significa che essi perdono i contatti con la loro comunità.

Andando avanti di questo passo, i 12 milioni di cristiani oggi presenti in Medio Oriente nel 2020 saranno probabilmente scesi a 6 milioni. Col passare del tempo, i cristiani finiranno per sparire dalla regione come forza culturale e politica. Come riportato da un articolo “vivono più palestinesi a Bayt Jala in Cile che nella stessa Bayt Jala [in Cisgiordania]”. [6] Perfino il Principe El-Hassan bin Talal ravvisa tale problema poiché “vi sono oggi più cristiani di Gerusalemme (…) che vivono a Sidney, in Australia, piuttosto che nella stessa Gerusalemme”.

Per parecchi anni, il mondo esterno non ha prestato molta attenzione alla difficile situazione in cui versano i cristiani del Medio Oriente. Coloro che in passato avevano preso a cuore i loro interessi – i governi britannico, francese, russo e greco, come pure il Vaticano – hanno distolto lo sguardo dai problemi attuali.

Di recente, però, delle organizzazioni americane hanno sposato la causa dei cristiani perseguitati nel mondo, in particolar modo nel mondo musulmano e nei paesi comunisti. Ovunque, in America vi sono segnali a riguardo. Il Senato americano conduce udienze su questo argomento [7] e nel 1999 il Dipartimento di Stato ha iniziato a pubblicare studi sulla persecuzione religiosa nel mondo attraverso l’Annual Report on International Religious Freedom. Un politico di spicco ha proposto che la città di New York non acquisti merci dalle grandi imprese che intrattengono rapporti commerciali coi paesi in cui i cristiani sono perseguitati. [8] Una schiera di organizzazioni [9] e di individui [10] si occupano di questo problema.

Ciò è tanto di guadagnato perché portare l’attenzione internazionale e americana verso questa triste situazione potrebbe essere un significativo passo per apportare miglioramenti. Ma nessuno di questi gruppi è esperto di Medio Oriente o islam. Per contribuire a fornire ad essi e ad altri ragguagli in merito, il Middle East Quarterly dedica una particolare attenzione alla questione della scomparsa dei cristiani dal Medio Oriente.

[1] Si veda ad esempio: Andrew Aciman, “In the Muslim City of Bethlehem”, The New York Times Magazine, Dec. 24, 1995, e Sue Fishkoff, “A Prayer in Bethlehem”, The Jerusalem Post International Edition, Dec. 30, 1997.
[2] Anglo-American Commettee of Inquiry, A Survey of Palestine (reprinted, Washington: Institute for Palestine Studies, 1991), vol.1, p.148.
[3] The Jerusalem Report, July 10, 1997.
[4] David Rosenberg, “The Christian Exodus”, The Jerusalem Report, Nov. 15, 1990.
[5] The Jerusalem Report, Dec. 26, 1991; cfr. Abraham Ashkenasi, Palestinian Identities and Preferences: Israel’s and Jerusalem’s Arabs (New York: Praeger, 1992), p. 46.
[6] Ha’aretz, Aug. 12, 1994.
[7] Per gli estratti della testimonianza resa da Steven Coffey, cfr. Middle East Quarterly, Sept. 1997, pp. 77-80.
[8] The New York Times, June 15, 1997.
[9] Tra esse spiccano: Christian Solidarity International, la Coalition for the Defence of Human Rights under Islamization, Freedom House, la International Fellowship of Christians and Jews, il Puebla Institute of Freedom House, e il Rutherford Institute.
[10] In particolar modo: Sam Brownback, Michael Horowitz, A. M. Rosenthal, Arlen Specter, Frank Wolf e Bat Ye’or

Aggiornato al 17 dicembre 2006: Secondo un articolo apparso nel Daily Mail di Londra, “O città musulmana di Betlemme…” la città natale di Gesù ha visto sempre più diminuire la proporzione della sua popolazione cristiana passando “dall’85 per cento nel 1948 al 12 per cento dei suoi 60.000 abitanti nel 2006. Ci sono dei rapporti sulle persecuzioni religiose, sotto forma di omicidi, percosse e appropriazioni di terreni”.

Aggiornato al 22 dicembre 2006: In un articolo titolato “Tutti i membri del mio personale sono stati uccisi in chiesa: sono scomparsi”, il Times di Londra pubblica un grafico tratto dal sito web DanielPipes.org:

1472811441-7231-largeIl crollo delle popolazioni cristiane in Medio Oriente: dal sito web DanielPipes.org.

Aggiornato al 31 marzo 2007: La stessa storia in Libano:

In un sondaggio che verrà pubblicato il mese prossimo in esclusiva sul The Sunday Telegraph, quasi la metà della popolazione di tutti i maroniti, la più vasta confessione cristiana nel Paese, afferma di aver preso in considerazione la possibilità di emigrare. Di questi, oltre 100.000 hanno presentato domanda di visto alle ambasciate straniere. Il loro esodo potrebbe avere un effetto devastante sul Paese, privandolo di una minoranza influente che agisce da importante contrappeso alle forze dell’estremismo islamico. Circa 60.000 cristiani hanno già abbandonato il Libano da quando la scorsa estate è scoppiata la guerra tra Israele e Hezbollah.

Aggiornato al 4 dicembre 2007: In un’intervista al Jerusalem Post, Justus Reid Weiner del Jerusalem Center for Public Affairs si dice molto pessimista in merito al futuro dei cristiani che vivono sotto l’Autorità palestinese. Egli prevede che, se non si farà qualcosa rapidamente, nell’arco di 15 anni non ci saranno più comunità cristiane nei territori palestinesi. “I leader cristiani sono costretti ad abbandonare i loro discepoli alle forze dell’Islam radicale”.

 

di Daniel Pipes
Middle East Quarterly
Inverno 2001

Imparare dagli omicidi di boston

maratona-boston-bomba-tuttacronacaQuale sarà l’impatto a lungo termine dell’attentato alla maratona di Boston e della conseguente caccia all’uomo in stile film d’azione svoltasi fra il 15 e il 19 aprile, in cui hanno perso la vita quattro persone e 265 sono rimaste ferite? Cominciamo con quelli che non saranno gli effetti di quest’atto terroristico. Esso non unificherà l’opinione pubblica americana; se lo slogan”United We Stand”, “restiamo uniti”, è durato pochi mesi dopo l’11 settembre, il consenso dopo quanto accaduto a Boston sarà ancor più irraggiungibile. La violenza non spingerà gli Stati Uniti a prendere delle misure di sicurezza simili a quelle israeliane. Né indurrà a una maggiore preparazione nel gestire una letale violenza scoppiata a causa di “un’improvvisa sindrome da jihad instinct”. Non porrà fine alla disputa sulle motivazioni che si celano dietro la violenza musulmana indiscriminata contro i non-musulmani. E di certo non aiuterà a risolvere gli attuali dibattiti sull’immigrazione o sulla vendita delle armi.  Quello che farà è molto importante: quanto accaduto indurrà alcuni occidentali ad arguire che l’islamismo è una minaccia al loro modo di vivere. Infatti, ogni atto di aggressione musulmana contro i non-musulmani, sia esso violento o culturale, recluta un maggior numero di attivisti a favore della causa anti-jihad, porta più voti ai partiti riottosi, mobilita più manifestanti ai cortei contro l’immigrazione e più donatori alle cause anti-islamiste. “Imparare dagli omicidi” è come ho definito nel 2002 questo processo; noi che viviamo in Paesi democratici impariamo meglio la lezione sull’islamismo quando il sangue scorre nelle strade. I musulmani hanno cominciato col beneficiare di un’enorme dose di benevolenza, perché nel Dna degli occidentali è presente la solidarietà per gli stranieri, le minoranze, i poveri e per la gente di colore. Gli islamisti poi hanno vanificato questa benevolenza lasciandosi andare alle atrocità o mostrando atteggiamenti di supremazia. Gli atti terroristici eclatanti in Occidente – come gli attentati dell’11 settembre, di Bali, di Madrid, di Beslan e di Londra – scuotono l’opinione pubblica più di qualunque altra cosa.

Io lo so perché ho avuto modo di esperire direttamente questo processo. Seduto a un tavolo di un ristorante in Svizzera, nel 1990, Bat Ye’or mi parlò dei suoi timori riguardo alle ambizioni islamiste in Europa ma io pensai che fosse allarmista. Nel 1994, Steven Emerson mi telefonò per raccontarmi del Council on American-Islamic Relations, ma inizialmente concessi al Cair il beneficio del dubbio. Come gli altri, anch’io ho avuto bisogno di tempo per rendermi perfettamente conto della portata della minaccia islamista in Occidente. Gli occidentali stanno davvero prendendo coscienza di questa minaccia. Lo si può capire guardando gli sviluppi nei Paesi europei, che in fatto di immigrazione, Islam, musulmani, islamismo e Shari’a (legge islamica) sono più avanti dell’America del Nord e dell’Australia di circa vent’anni. Un segnale di questo cambiamento è la crescita dei partiti politici focalizzata su tali questioni, come nel caso del Partito per l’indipendenza del Regno Unito (Ukip), il Fronte nazionale in Francia, il Partito del Popolo in Svizzera, il Partito per la Libertà fondato da Geert Wilder nei Paesi Bassi, il Partito del progresso in Norvegia e i Democratici svedesi. Nelle recenti elezioni suppletive di Eastleigh, l’Ukip è arrivato secondo, aumentando la sua porzione di voti e passando dal 4 al 28 per cento, creando così una crisi nel partito conservatore.

Nel 2009, l’elettorato svizzero approvò un referendum che vieta i minareti con un margine di 58 a 42, un voto più significativo per il suo risultato piuttosto che per le sue implicazioni politiche, che furono quasi nulle. A quell’epoca, i sondaggi d’opinione rilevarono che altri europei condividevano questi punti di vista pressappoco nelle stesse percentuali. I sondaggi registrano altresì nel corso degli anni un marcato inasprimento delle posizioni su quegli stessi argomenti. Qui di seguito (e ringrazio Maxime Lépante) alcuni sondaggi recenti condotti in Francia:
•    Il 67 per cento degli intervistati ritiene che i valori islamici siano incompatibili con quelli della società francese.
•    Il 70 per cento sostiene che ci sono troppi stranieri.
•    Il 73 per cento vede l’Islam in modo negativo.
•    Il 74 per cento considera l’Islam intollerante.
•    L’84 per cento è contrario all’uso dell’hijab in spazi privati aperti al pubblico.
•    L’86 per cento è favorevole a inasprire il divieto sul burqa.

Come osserva Soeren Kern, opinioni simili sull’Islam sono state espresse anche in Germania. Un recente rapporto diffuso dall’Institut für Demoskopie Allensbach ha chiesto agli intervistati quali sono le caratteristiche che i tedeschi associano all’Islam:
•    Il 56 per cento ha risposto: la lotta per l’influenza politica.
•    Il 60 per cento: la vendetta e le ritorsioni.
•    Il 64 per cento: la violenza.
•    Il 68 per cento: l’intolleranza verso le altre fedi religiose.
•    Il 70 per cento: il fanatismo e il radicalismo.
•    L’83 per cento: la discriminazione contro le donne.

Al contrario, solo il 7 per cento dei tedeschi associa l’Islam all’apertura, alla tolleranza o al rispetto dei diritti umani.Queste percentuali sono più alte rispetto agli anni precedenti, il che denota in Europa un inasprimento delle posizioni che diventeranno ancor più ostili all’islamismo col passare del tempo. In questo modo, l’aggressione islamista garantisce che l’anti-islamismo in Occidente vinca la sua corsa con l’islamismo. Gli eclatanti attacchi di matrice islamica come l’attentato che ha sconvolto Boston esacerbano questa tendenza. È proprio questa la sua importanza strategica. Il che spiega il mio cauto ottimismo riguardo al fatto di respingere la minaccia islamista.

di Daniel Pipes da The Washington Times 24 aprile 2013 http://it.danielpipes.org/12824/imparare-dagli-omicidi-di-boston
Pezzo in lingua originale inglese: “Education by Murder in Boston”

Un altro attacco islamista all’occidente servile

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Consolato

di Daniel Pipes da Liberal del 15 settembre 2012
Articolo in lingua originale inglese: “Another Islamist Assault, Another Western Cringe”

Gli attacchi di martedì 11 settembre contro le missioni americane al Cairo e a Bengasi rientrano in uno schema abituale di intimidazione islamista e di appeasement occidentale che risale all’affare Salman Rushdie del 1989. La risposta indolente dell’amministrazione Obama all’uccisione dei diplomatici americani aumenta le probabilità che episodi del genere possano presto ripetersi. La crisi Rushdie scoppiò improvvisamente quando l’Ayatollah Khomeini emise un editto di morte contro lo scrittore indiano (ma naturalizzato britannico), “colpevole” di avere scritto “Versetti satanici”, un’opera di carattere fantastico ma comunque realista, dichiarando che il libro era «contro l’Islam, il Profeta e il Corano». La sua fatwa fu solo la prima di una lunga serie capace di scatenare l’ira islamista. Ricordiamo, fra le altre, quelle scoppiate in risposta a: un fregio della Corte Suprema Usa nel 1997 (raffigurante Maometto in veste di legislatore che decora la sala, ndt); il leader evangelico americano Jerry Falwell, nel 2002 (che durante la trasmissione 60 minutes definì il Profeta un terrorista, ndr); il settimanale Newsweek nel 2005; le vignette satiriche su Maometto pubblicate dal quotidiano danese Jyllands-Posten nel 2006; Papa Benedetto XVI, sempre nel 2006; il predicatore della Florida Terry Jones, nel 2010 (che bruciò pubblicamente il Corano, ndr) e i soldati americani in Afghanistan, all’inizio del 2012 (sempre per aver bruciato il libro sacro dei musulmani, ndr). In ognuno di questi casi, la percepita offesa all’Islam ha portato ad atti di violenza commessi molte volte contro gli occidentali, e assai più spesso contro gli stessi musulmani.
In effetti, l’episodio di violenza del 2010 in seguito al rogo del Corano da parte di Terry Jones causò circa 19 morti in Afghanistan, spingendo David Goldman, che allora scriveva per la rivista First Things, a osservare che «un pazzo che porta con sé dei fiammiferi e una copia del Corano può recare più danno al mondo musulmano di quanto possa fare un autobus pieno di attentatori suicidi.… Continua su Analisi Difesa

Islam e libertà religiosa

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Uno dei Buddha di Bamiyan distrutti dai talebani per motivazioni religiose

Non molto tempo fa, il Dipartimento di Stato americano ha soddisfatto una richiesta del Congresso e ha reso pubblico il suo primo Rapporto Annuale sulla Libertà Religiosa Internazionale. Si tratta di un grosso lavoro, di oltre un migliaio di pagine, che copre 194 Paesi. Ad esso hanno lavorato centinaia di persone per più di diciotto mesi. Da una lettura del rapporto emerge che i 21 Stati del Medio Oriente (in più l’Autorità Palestinese) non hanno rivali a livello internazionale, quando si arriva a dire alla gente come pregare e vivere. Iniziamo proprio dal gradino più basso: questa regione vanta l’unico Stato al mondo – l’Arabia Saudita – che il rapporto descrive come un luogo dove “non esiste assolutamente la Libertà Religiosa”. E ne spiega il motivo: “l’Islam è la religione ufficiale e tutti i cittadini devono essere musulmani… Il governo proibisce la pratica pubblica delle altre religioni”. È così! Alla fine del 1990, mentre centinaia di migliaia di truppe statunitensi stazionavano in Arabia Saudita, per proteggerla dall’Iraq, il presidente Bush andò in visita ai soldati, per festeggiare con loro la festa americana del Ringraziamento. Ma poiché egli voleva rendere grazie al Signore prima di sedersi a festeggiare, dovette consumare quel pasto a bordo di una nave, al largo della costa saudita. Alcune settimane dopo, le truppe americane non poterono partecipare alle funzioni religiose del Natale sul suolo saudita, funzioni che vennero celebrate in tende mimetizzate o nelle mense. Le autorità saudite insistono altresì sul tipo di Islam. Perseguono gli sciiti e permettono solo uno specifico tipo di Islam sunnita. Il rapporto spiega in modo delicato ma anche inquietante: “in genere la pratica islamica è limitata a quella dell’ordine wahhabita”, il più gretto tra tutti, e “vengono scoraggiate le pratiche contrarie a questa interpretazione”. I Paesi vicini peggiori sono il Sudan, l’Iraq e l’Afghanistan, tutti descritti come luoghi in cui le autorità pongono delle “severe” restrizioni ai diritti religiosi. L’Afghanistan è il posto in cui un uomo ai vertici della gerarchia militare dice che le statue di Budda, risalenti a duemila anni fa, devono essere distrutte perché “non sono islamiche”. In Iraq, è l’ordinaria storia della repressione stalinista: “il governo bahatista controllato da Saddam Hussein, per decenni, ha condotto una brutale campagna di stragi, di esecuzioni sommarie e di prolungate detenzioni arbitrarie ai danni di capi religiosi e di seguaci, appartenenti alla popolazione musulmana sciita”. Il Sudan ha mosso un’orrenda guerra contro la popolazione non-musulmana, provocando ciò che probabilmente è il peggiore disastro umanitario del mondo odierno. A un livello meno terribile, si trovano l’Iran e la Libia, dove il governo semplicemente “limita” i diritti religiosi. In Iran, le principali vittime, che si stima siano un terzo di un milione di Baha’is, insieme ai musulmani sunniti e ad altri sentono il peso maggiore della furia di regime. In Libia, un Paese più omogeneo, stiano attenti coloro che dissentono le eccentriche opinioni sulla devozione religiosa, nutrite da Mu’ammar al-Qadhdhafi: “Sono messi all’indice i gruppi islamici le cui convinzioni e pratiche religiose sono in disaccordo con i precetti di Stato”. Segue, poi, la maggior parte di Stati mediorientali, caratterizzati da due tratti distintivi: l’Islam come religione di Stato e una teorica libertà religiosa. Un esempio tipico ne è l’Egitto: “sono proibite le pratiche religiose in contrasto con la legge islamica”.

Egipt, Muslim Destroy St.George Coptic Church – Egitto, Musulmani distruggono la Chiesa copta di S.Giorgio

http://youtu.be/N-IeVJCGWVw
In Algeria, in Giordania e in Kuwait, c’è all’incirca la stessa situazione. In questi e in un’altra decina di Stati, l’Islam è privilegiato, mentre le altre religioni esistono a malapena.
Alla fine del rapporto il Dipartimento di Stato encomia brevemente un quintetto inverosimile: Tunisia, Israele, Siria, Turchia (vistitare L’Islam e le chiese cristiane: dossier fotografico dalla zona “turca” di Cipro)ed Emirati Arabi, ove si dice che i governi rispettino “in genere” i diritti religiosi. Cosa ancor più strana, è che solo una linea politica ottiene una piena approvazione: quella dell’Autorità Palestinese, che “rispetta” senza riserva i diritti religiosi. Il rapporto sostiene che “l’Autorità Palestinese non presenta dei modelli discriminatori e vessatori nei confronti dei cristiani”, sorvolando così su una vasto piano di discriminazione e di intimidazione ai danni della minoranza cristiana in calo, come pure su oltraggi quali un tentativo musulmano di appropriarsi di due vani della chiesa più sacra per la cristianità, per trasformarli in gabinetti. Da questi risultati si traggono tre conclusioni. La prima è che il concetto di libertà religiosa è estraneo alla maggior parte dei governi mediorientali. In secondo luogo, il Dipartimento di Stato deve ulteriormente ritoccare la sua metodologia, giacché qualsiasi rapporto che pone la Siria sullo stesso piano di Israele ha bisogno di essere radicalmente ripensato. Terza conclusione, classificare l’Autorità Palestinese come la più squisita promotrice delle libertà religiose nell’intera regione è un’ulteriore prova che nessuna distorsione della verità è troppo grande nello sforzo di promuovere i negoziati arabo-israeliani.

di Daniel Pipes – 23 settembre 1999

Dal 1999 ad oggi nulla è cambiato anzi, grazie ai nostri politici calabraghe,  la prepotenza islamica si è estesa anche al vecchio continente.

What Muslims Have Done To Kosovo – Chiese distrutte in Kosovo

http://youtu.be/d2ahyVDYRLg

Kosovo, Chiesa data alle fiamme – Kosovo , Serbia, Europe: church set in flames by muslim

Kosovo, Monasteri distrutti dai musulmani – Kosovo, monasteries destroyed by Muslims

La Gran Bretagna esporta il terrorismo

La più lunga e vasta indagine terroristica si è conclusa lo scorso mese con la condanna di tre musulmani britannici. Il complotto da loro ordito nel 2006 mirava a fare saltare in aria tre linee aeree transatlantiche con la speranza di uccidere fino a 10.000 persone. Questo mancato disastro offre un caustico ricordo del pericolo globale brandito dall’islam radicale con base nel Regno Unito. La Heritage Foundation definisce l’islamismo «una minaccia diretta e immediata alla sicurezza» degli Stati Uniti e The New Republic specifica dicendo che è «la maggiore minaccia alla sicurezza degli Usa». La burocrazia è d’accordo. Il ministro degli Interni britannico ha redatto un dossier nel 2003 che prendeva atto del fatto che il Regno Unito offrisse una “importante base” per il terrorismo. Uno studio della Cia del 2009 ha arguito che i cittadini di origine pakistana nati in Gran Bretagna (che possono liberamente entrare negli Stati Uniti usufruendo del programma “Viaggio senza Visto”) costituiscono con tutta probabilità una fonte di terrorismo dell’America.

Confermando, aggiornando e documentando questi rapporti, il Centre for Social Cohesion di Londra, diretto da Douglas Murray, ha appena pubblicato un’opera di 535 pagine dal titolo Islamist Terrorism: The British Connections, scritta da Robin Simcox, Hannah Stuart e Houriya Ahmed. Questo testo consta principalmente di dettagliate informazioni biografiche su due specie di perpetratori dei cosiddetti “reati connessi all’islamismo”, vale a dire episodi dove le prove puntano alle convinzioni islamiste come movente primario. Un elenco contiene delle informazioni su 127 individui giudicati colpevoli di aver commesso dei reati connessi all’islamismo o di aver lanciato degli attacchi suicidi in Gran Bretagna. Lo studio copre un periodo di 11 anni che va dal 1999 al 2009. I terroristi britannici evidenziano un deludente schema di normalità. Sono in prevalenza giovani (età media 26anni) e maschi (il 96 per cento). Quasi la metà sono originari dell’Asia meridionale. Di quelli di cui si conosce il grado di istruzione, molti frequentano l’università. Di coloro di cui si conoscono attività e occupazioni, la maggior parte ha un impiego o studia a tempo pieno. Due terzi di essi sono cittadini britannici, due terzi non hanno alcun legame con organizzazioni terroristiche messe al bando, e altri due terzi non si sono mai recati all’estero a frequentare campi di addestramento di terroristi.

In poche parole, la maggior parte dei reati connessi all’islamismo sono perpetrati da comuni musulmani le cui menti sono state conquistate dalla coerente e convincente ideologia dell’islamismo. Si spera che le cifre di coloro che svolgono attività terroristica siano circoscritte agli psicopatici, perché ciò renderebbe il problema meno difficile da affrontare ed eliminare. Il Servizio di sicurezza interna britannico stima che oltre 2.000 persone che risiedono oggi nel Regno Unito rappresentano una minaccia terroristica, il che implica non solo che “il patto di sicurezza” che in passato proteggeva in parte la Gran Bretagna dagli attacchi dei suoi stessi cittadini musulmani non è più valido da tempo, ma che il Regno Unito potrebbe dover affrontare la peggiore minaccia terroristica interna di qualsiasi Paese occidentale oltre che di Israele. Per quanto riguarda il secondo gruppo, vale a dire gli islamisti che hanno legami con la Gran Bretagna e che lanciano attacchi fuori del Paese, gli autori dello studio affermano con modestia che poiché le informazioni raccolte costituiscono un campionamento e non una lista esaustiva, non possono fornire delle analisi statistiche. Ma il loro campione rivela la portata del fenomeno, pertanto ho buttato giù una lista di paesi (con il numero dei perpetratori che hanno legami con la Gran Bretagna) in cui sono stati commessi reati connessi all’islamismo da individui aventi legami con il Regno Unito.

I due attentatori suicidi britannici che hanno attaccato un locale notturno a Tel-Aviv
I due attentatori suicidi britannici che hanno attaccato un locale notturno a Tel-Aviv. Notare i riferimenti ad Hamas ed al corano

La lista redatta dal Centro annovera: l’Afghanistan (12), l’Algeria (3), l’Australia, l’Azerbaijan, il Belgio (2), la Bosnia (4), il Canada, la Francia (7), la Germania (3), l’India (3), l’Iraq (3), Israele (2), l’Italia (4), la Giordania, il Libano e il Marocco (2), i Paesi Bassi, il Pakistan (5), la Russia (4), l’Arabia Saudita, la Somalia, la Spagna (2), gli Stati Uniti (14) e lo Yemen (10). Ho aggiunto alla lista in questione l’Albania, dove prima del 1999 fu lanciato un attacco, nonché il Bangladesh e il Kenya, che sembrano essere stati tralasciati. Complessivamente, 28 Paesi sono stati attaccati da terroristi islamisti residenti in Gran Bretagna, il che dà una certa idea della loro minaccia globale. A parte l’India, i Paesi obiettivi degli attacchi si dividono in due diverse categorie: quelli occidentali e quelli a maggioranza musulmana. Uno strano trio costituito da Usa, Afghanistan e Yemen mostra il maggior numero di terroristi aventi legami con la Gran Bretagna. Questa documentazione induce a porsi alcune domande. Innanzitutto c’è da chiedersi: quanto tempo ci vorrà perché le autorità britanniche si rendano conto che le loro attuali politiche – che cercano di migliorare le condizioni materiali dei musulmani rabbonendo gli islamisti – mancano l’imperativo ideologico? In secondo luogo, le prove tendono finora a dirigere i reati connessi all’islamismo sulla bilancia che rafforza la causa islamista in Gran Bretagna; lo schema rimarrà questo proprio come persisterà la violenza o i reati connessi all’islamismo finiranno per incorrere in una reazione violenta? E per finire, cosa dovrà accadere in termini di distruzione perché i governi non-britannici concentrino le loro procedure in materia di immigrazione su quell’uno-due per cento di britannici da cui esclusivamente provengono i perpetratori, vale a dire la popolazione musulmana? Spiacevole per quanto sia questa prospettiva, essa evita la possibilità che gli islamisti si facciano saltare in aria.

Daniel Pipes

Liberal

5 agosto 2010

Pezzo in lingua originale inglese: Britain’s New Export: Islamist Carnage

Parole di Daniel Pipes

Daniel Pipes
Daniel Pipes

Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava“.
Queste parole pronunciate sei secoli or sono da un imperatore bizantino, Manuel II Paleologo, mentre si trovava a dialogare con un erudito persiano, inducono a tre riflessioni.
Papa Benedetto XVI ha riportato il suddetto passo nel suo discorso accademico dal titolo “Fede, ragione e università .
Ricordi e riflessioni”, tenuto la scorsa settimana in Germania.
Esso è servito a introdurre la sua erudita critica del concetto di ragione maturato in Occidente con l’Illuminismo.
Ma egli aveva altre intenzioni? L’Abate primate dell’Ordine dei Benedettini, Nokter Wolf, ha interpretato il passo riportato dal Papa come una “evidente allusione a [presidente iraniano Mahmoud] Ahmadinejad”.
Voci interne al Vaticano hanno raccontato al Sunday Times di Londra che Benedetto XVI “ha cercato di vanificare un’aggressiva lettera che il Presidente iraniano ha rivolto al papato ed è questo il motivo per il quale il Papa ha citato il discorso riguardante un persiano”.
La prima riflessione è la seguente: Benedetto XVI è stato evasivo nei commenti espressi, le sue asserzioni sono state brevi e adesso questa citazione delfica, ma egli non ha fornito quella esaustiva dichiarazione di cui si sentiva bisogno su questo argomento così importante qual è l’Islam.
Si spera che lo faccia.
Qualunque sia stata l’intenzione del Papa, egli ha suscitato reazioni di protesta pressochè prevedibili nel mondo musulmano. Autorità  politiche e religiose hanno ampiamente condannato il discorso, e qualcuno ha incitato alla violenza.

In Gran Bretagna, nel corso di una manifestazione svoltasi all’esterno della Cattedrale di Westminster, Anjem Choudary portavoce di Al-Ghurabaa ha chiesto che il Papa “venga sottoposto alla pena capitale“.

In Iraq, l’Armata dei Mujahideen ha minacciato di “rovesciare le croci nella casa del cane di Roma” ed altri gruppi hanno lanciato minacce da far gelare il sangue.

In Kuwait, un importane sito web ha esortato ad una violenta punizione contro i cattolici.

In Somalia, il leader religioso Abubukar Hassan Malin ha incitato i musulmani a “dare la caccia al Papa e ad ucciderlo senza esitazione”.

In India, un eminente imam, Syed Ahmed Bukhari, ha chiesto ai musulmani “di reagire in maniera tale da costringere il Papa a chiedere scusa”.

Un importante elemento di Al-Qaeda ha annunciato che “l’infedeltà  e la tirannia del Papa potranno essere fermate solo se verrà  perpetrato un grande attacco”.

Il Vaticano ha reagito a tutto questo stringendo uno straordinario cordone di sicurezza, senza precedenti, intorno a Benedetto XVI. Ma come sempre accade in questi casi, all’istigazione fa seguito la violenza e la situazione è sfuggita di mano. In Cisgiordania e a Gaza sono state attaccate sette chiese, ed una a Basra, in Iraq ( sicchà© questo ironico titolo è apparso sul blog di RedState: “Il Papa insinua che l’Islam sia una religione violenta (…) I musulmani bombardano le chiese”). Le uccisioni di una suora italiana, in Somalia, e di due cristiani assiri, in Iraq, sembrano essere altresì connesse.La seconda riflessione è la seguente: questo nuovo ciclo di atrocità , di violenze e di uccisioni seguono una tragica e stereotipata routine. è già  accaduto in precedenza nel 1989 (in reazione al romanzo di Salman Rushdie I Versetti Satanici), nel 1997 (quando la Suprema Corte statunitense non ordinò di smantellare un’immagine di Maometto), nel 2002 (quando Jerry Falwell definì Maometto un terrorista), nel 2005 ( il fraudolento episodio della dissacrazione del Corano) e nel febbraio 2006 (l’episodio delle vignette satiriche danesi).Autorevoli figure del Vaticano hanno cercato di sdrammatizzare il passo riportato dal Papa come pure la sua condanna del jihad (la guerra santa). Il portavoce di Benedetto XVI, il gesuita Federico Lombardi, ha asserito che in Papa non intendeva “dare un’interpretazione dell’Islam come una fede violenta. In seno all’Islam esistono molteplici posizioni differenti e parecchie di queste posizioni non sono violente”. Il Cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano, ha spiegato che il Papa “è vivamente dispiaciuto che alcuni brani del suo discorso abbiano potuto suonare come offensivi della sensibilità  dei credenti musulmani”.E allora, compiendo un passo che potrebbe non avere precedenti da parte di un Papa, Benedetto XVI ha proferito una specie di semiscusa probabilmente causata dal clima di inaspettata tensione che si è instaurato. “Sono profondamente dispiaciuto che le reazioni suscitate dal breve passo del mio discorso” così recita la traduzione ufficiale in inglese del Vaticano, “ritenuto offensivo per la sensibilità  dei credenti musulmani, mentre si tratta di una citazione di un testo medievale che non esprime in nessun modo il mio pensiero personale”.Ma nel testo in italiano, Benedetto XVI dice solo “sono rammaricato”, che si traduce come “sono dispiaciuto”.E infine, la terza riflessione. Il trambusto musulmano ha l’obiettivo di proibire ai cristiani di essere critici nei confronti dell’Islam e di imporre così all’Occidente le norme della Shari’a. Se gli occidentali accettassero questo principio nevralgico della legge islamica, sicuramente ad esso ne farebbero seguito altri. Pertanto, continuare a disporre della libertà  di espressione riguardo all’Islam costituisce una importante difesa contro l’imposizione di un ordine islamico.

Daniel Pipes- New York Sun