Tag: conflitto mondiale

Napalm – Fosforo

Aggiornamento all’articolo “Falluja e le armi di distruzione di massa”. Attenzione il post è lungo ma vale la pena di leggerlo tutto, vi farete un’idea di come è nato lo scoop di RAINWES

Vorrei ricordare per chi ancora non lo avesse capito che cosa è il napalm :

Il Napalm è un derivato dell’acido naftenico o naftoico e dall’acido palmitico (si trova nelle noci di cocco).

E’ prodotto dalla saponificazione tramite alluminio dei due acidi, precipitano saponi di alluminio che vengono usati per preparare un gel altamente infiammabile.

E’ usato per costruire bombe, mine e combustibile per i lanciafiamme.
La preparazione risale al secondo conflitto mondiale precisamente nel 1942. Il nome Napalm deriva proprio da NAftenico e PALMitico che sono i maggiori costituenti.
Maggiori informazioni possono essere trovate consultando:”Encyclopedia of Chemical Tecnology” (Interscience – New York 1964) p. 888

Quindi quando mangiate il cocco e bevete dalla lattina di alluminio state facendo il di Napalm!

Per chi ancora non avesse capito : questo è quello che resta di Dresda dopo il bombardamento con il napalm, subito nella II guerra mondiale, non mi sembra che si possa paragonare a falluja.

Dresda dopo il bombardamento con il napalm
Dresda dopo il bombardamento con il napalm

 

Queste sono esplosioni del Napalm

Esplosione di una bomba al napalm
Esplosione di una bomba al napalm

 

Bombardamento con Napalm
Bombardamento con Napalm

 

Altro bombardamento al napalm in vietnam
Altro bombardamento al napalm in vietnam

 

bombardamento con napalm
bombardamento con napalm

 

Lanciatore napalm
Lanciatore napalm

 

effetti del napalm sul corpo umano
effetti del napalm sul corpo umano

Credete che se a Falluja fosse stato usato il napalm sarebbe passato inosservato? Il napalm è un liquido ed è appiccicoso, il fosforo è un metallo ed farinoso, una polverina.

Il Napalm lascia tracce di idrocarburi (riconoscibile dal tipico odore), il fosforo è inodore ( l’odore che si sente deriva dal supporto sul quale è stato depositato) e lascia depositi di fosforina che è fluorescente (avete presenti i braccialetti e le collanine che i vù gumbrà vi voglio rifilare?).

E questo è il Fosforo…bella differenza vero?

Truppe al riparo dalla cortina fumogena alimentata col fosforo
Truppe al riparo dalla cortina fumogena alimentata col fosforo

 

Soldato segnala la sua posizione con fumogeno al fosforo
Soldato segnala la sua posizione con fumogeno al fosforo

 

fosforo bianco cortina fumogena
fosforo bianco cortina fumogena

 

fosforo bianco segnalazione posizione
fosforo bianco segnalazione posizione

 

fosforo bianco lancio con artiglieria
fosforo bianco lancio con artiglieria

 

fosforo bianco lancio notturno
fosforo bianco lancio notturno

Mercenari Italiani nel mondo

Sminatore italiano
Sminatore italiano

Più di una volta abbiamo sentito parlare di “mercenari” in Iraq, o in Afganistan. Bene, questi uomini stanno li per un lauto stipendio e per difendere gli interessi delle multinazionali.
I nostri media, giornali e televisioni hanno sempre riportato con grande enfasi l’invio di questi “fantomatici mercenari”. E’ arrivato il momento di smascherarli : Qui e qui trovate le informazioni necessarie per la loro messa in accusa.
Ovviamente sono polemico ma è bene sapere che l’organizzazione linkata è una ONG riconosciuta e finanziata dall’ONU. Purtroppo tra le loro fila non ci sono delle simone o dei gino strada o altre persone dichiaratamente schierate a sinistra e si sa quanto valore abbia questa appartenenza come effetto amplificatore.
Ma cosa fanno questi “mercenari”? Proviamo a dare una spiegazione rapida ed esaudiente : rischiano la vita per sminare, bonificare dalle mine i territori sui quali è stata combattuta una guerra. Vi ricordo che nel mondo ci sono, stimate, ancora 100 milioni di mine (50 delle quali di costruzione sovietica o di paesi dell’allora patto di Varsavia o ex comunisti o ancora comunisti).

Volete sapere come si esegue una bonifica? Continuate a leggere allora.
Intanto distinguiamo tra la bonifica operativa e quella umanitaria.

bosnia_mina_iraniana
Mina iraniana ritrovata in Bosnia

La bonifica operativa è quella che viene attuata in occasione di interventi militari. Tende a raggiungere risultati del 70% , 80 % , dove il restante 30-20 % rappresenta un rischio residuo accettabile in operazioni militari in quanto molto inferiore a quello rappresentato dal pericolo di essere colpiti da un proiettile vacante durante un conflitto a fuoco.
Ben altra cosa è la bonifica umanitaria che deve raggiungere risultati molto vicini al 100% e che non può accettare alcun rischio residuo se non quello dell’evento casuale.
In questo settore sono in corso moltissime attività  di ricerca e sviluppo per arrivare a realizzare sistemi che consentono di ottenere i migliori risultati con il minor costo possibile e con la massima sicurezza .
Un accenno và fatto alle tecnologie per il rilevamento e l’individuazione delle mine. Si tratta di un campo che ha avuto finora un ambito di applicazione meramente militare, ma che, grazie alla nuova sensibilità  mondiale, e diventato di grandissimo interesse anche per la ricerca e la tecnologia civile e quindi per le operazioni di sminamento umanitario. L’interesse maggiore è orientato verso sistemi elettronici , che consentono di individuare con la massima precisione possibile le aree minate e le zone trappolate.
Ottimi risultati sono giunti per es. dai radar gpr ad alta penetrazione, o georadar, capaci di analizzare il terreno a profondità  variabile da pochi cm fino ad un paio di metri. Ci sono poi le camere ad infrarosso termico. Le mine hanno una temperatura diversa rispetto al suolo anche nell’ordine di uno o due gradi. Le camere più sensibili captano variazioni entro il decimo di grado e sono quindi ideali per rilevare le mine. Poi ci sono i radar sar che utilizzano il principio dei satelliti e hanno raggiunto un’altissima risoluzione (una precisione nell’identificazione del corpo estraneo entro i due o tre centimetri).
Allo studio ci sono i cosiddetti “nasi artificialii”. Si tratta di sensori biochimici capaci di captare addirittura le singole particelle i materiale esplosivo contenuto nelle mine. L’utilizzo dei cani per fiutare l’esplosivo contenuto nelle mine e quindi segnalarne la localizzazione è molto importante, anche se risente dell’inquinamento del terreno e come o visto in Bosnia ed in Kosovo, dei limiti di resistenza di questi preziosi animali che possono essere utilizzati per un massimo di due o tre ore al giorno.

Il pappagallo verde è la mia più diffusa al mondo si calcola che tyra asia ed africa ce ne siano almeno 10 milioni disseminate sui campi
Il pappagallo verde è la mia più diffusa al mondo si calcola che tyra asia ed africa ce ne siano almeno 10 milioni disseminate sui campi

L’utilizzo dei mezzi meccanici è molto utile ed è anzi indispensabile specie nelle grandi superfici, ma da solo garantendo al massimo l’80%, non dà quella certezza di sicurezza che lo sminamento umanitario deve invece poter garantire.
L’obiettivo, comunque , non è semplice da raggiungere, molti sono i parametri in gioco che possono condizionare e per taluni aspetti invalidare i risultati, ma non per questo non può essere affrontato e risolto con risultati apprezzabili, come dimostrano le attività  di bonifica in corso in tutto il mondo, che sono portate avanti manualmente dagli specialisti del settore, sia civili delle organizzazioni non governative, che militari (e.o.d. dei vari eserciti) un lavoro lento, quello manuale, ma garante di risultati affidabili e non inferiori ad una probabilità  di successo del 99,9 %. I sistemi meccanici ed elettronici sono ancora allo studio mentre esiste la specializzazione dell’uomo assicurata dalla professionalità  maturata negli anni dagli specializzati militari, di cui l’Italia dispone in larga misura fra il personale dell’arma del genio, cresciuti tramandando una cultura specifica che trova origine nel periodo immediatamente successivo al secondo conflitto mondiale quando ufficiali e sottufficiali del genio bonificarono il territorio nazionale. Oggi, gli eredi di costoro sono gli specialisti dell’e.o.d. del genio militare che hanno operato in passato in Afghanistan, Kurdistan, Kuwait, Angola, Mozambico e che oggi operano in Bosnia, Kosovo, Iraq e di nuovo in Afganistan.
Nei programmi dello sminamento umanitario sono essenziali i seguenti parametri:

  • conoscenza del pericolo delle mine;
  • demarcazione delle aree minate e trappolate;
  • pronto soccorso e riabilitazione dei feriti ;
  • ricostruzione e sviluppo delle comunità  che hanno avuto problemi con le mine;
  • Formazione di specialisti locali per mettere loro in condizione di affrontare autonomamente l’impegno della bonifica.

Lo sminamento a favore dei civili si concretizza attraverso quattro diverse forme di intervento: lo sminamento strutturale, lo sminamento di programma, lo sminamento di prossimità , e lo sminamento cosidetto ” paesano ” .

  • lo sminamento strutturale si occupa della bonifica delle principali infrastrutture . In particolare, le prime fasi dell’intervento sono finalizzate alla bonifica delle strade e zone aeroportuali , con l’impiego dei sistemi meccanici realizzati per la bonifica operativa.
  • lo sminamento di programma viene attuato nell’ambito di un programma di sviluppo. Lo scopo e quello di facilitare la realizzazione di altri interventi tecnici ( sanitari , agricoli , urbanistici , idraulici etc . ) bonificando le aree di interesse da tutte le mine , trappole esplosive ed ordigni bellici ancora attivi.
  • lo sminamento di prossimità  orientato verso lo sviluppo di una bonifica a lungo termine. Ha lo scopo di restituire alla popolazione le condizioni essenziali per ritornare alla normalità . Il primo beneficiario di questo tipo di progetto è il gruppo comunitario a favore del quale si interviene e prevede la formazione di specialisti locali destinati alla condotta dei futuri programmi di bonifica. Lo sminamento di prossimità  coinvolge attivamente la popolazione e le attività  della bonifica operativa sono accompagnate da approfondite campagne di formazione sul problema delle mine .
  • lo sminamento cosi detto ” paesano ” finalizzato ad interventi locali, ma peculiarmente sviluppato per insegnare alla popolazione a convivere con le mine e le trappole esplosive difendendosi dalle stesse. Questo tipo di programma, generalmente , è sviluppato per aumentare il grado di sicurezza per le realtà  locali, a premessa di interventi di bonifica su larga scala. Il più delle volte , gli attori principali sono ex militari o abitanti del luogo che vengono abilitati ad operare per azioni di sminamento su scala micro-locale. Questi programmi sono attualmente in parte ed in alcune località  attuati da organizzazioni non governative, impiegando specialisti di maturata esperienza .

A premessa di ogni intervento è comunque essenziale disporre di mezzi idonei al rilevamento delle mine e adottare tecniche che garantiscono l’individuazione degli ordigni. Una delle possibili tecniche, quella più comunemente applicata da tutti gli esperti , è quella che vede il ricorso al sistema del prodding, , che consiste nel sondare il terreno mediante particolari aste rigide che consentono di individuare le mine interrate. Il prodding è efficace in quasi tutti i terreni e normalmente viene integrato dall’impiego di rilevatori di mine a funzionamento elettronico , non sempre affidabili in quanto molto condizionati dalle condizioni ambientali , dalle temperature estreme e dai terreni con presenze di elementi metallici
Vediamo ora in particolare come si procede alla bonifica di un’area minata di piccole dimensioni con il sistema del prodding. Per effettuare la bonifica di un’area minata, bisogna applicare delle procedure che dipendono da:

  • grandezza dell’area da bonificare;
  • numero e tipo di mine presenti;
  • numero di sminatori disponibili.

Il nucleo di bonifica di base è costituito da :

  • capo nucleo;
  • operatore sondatore;
  • operatore con apparato rilevatore.

Nella fase preparatoria, che precede l’inizio della bonifica, gli specialisti recuperano carte della zona e sviluppano una capillare operazione di intelligence, nell’intento di acquisire il massimo numero di informazioni sul campo minato e sul tipo di mine.
Svolta l’attività  informativa e ricognitiva che ha permesso di individuare sia l’andamento sia l’ampiezza dell’area minata ed eventualmente il tipo di mine, verrà  redatto un progetto d’attuazione che prevede diverse fasi d’intervento:

  1. segnalazione del campo minato tramite fettucce con scritte mine, organizzazione della zona di intervento per quanto concerne il sostegno logistico, il posto di sosta, l’assistenza sanitaria, eventuale centro di raccolta di mine e la dislocazione dei materiali esplosivi necessari alla bonifica.
  2. realizzazione della bonifica di un corridoio largo un metro e lungo 44 metri sulla fronte anteriore dell’area minata.questo corridoio viene creato per permettere ai nuclei bonificatori di agire in una zona certamente pulita da ordigni.
  3. una volta che il nucleo iniziale ha raggiunto i 24 metri di bonifica sul fronte anteriore, si potrà  dare inizio alle operazioni di bonifica in profondità , perpendicolarmente alla fascia iniziale, da parte del 1° nucleo.
  4. ogni qualvolta che il nucleo raggiunge la profondità  di 20 metri potrà  iniziare il lavoro il nucleo successivo e cosi via.
  5. fase: quando il nucleo iniziale avrà  terminato di bonificare i 44 metri del fronte del campo potrà  essere inserito nei nuclei di lavoro .
  6. ogni qualvolta che gli operatori rinverranno una mina questa sarà  segnalata tramite un cappellozzo bianco e rosso. Il capo nucleo provvederà  alla sua distruzione al termine della bonifica e, se ciò, non fosse possibile, procederà  all’eventuale disattivazione cioè all’inserimento della sicurezza per quanto riguarda le mine antiuomo, ed eliminazione della parte attiva (disinnescamento ) per le anticarro..
  7. al termine della bonifica della fascia di competenza ( 1 metro x 60 metri ) , il capo nucleo provvederà  alla distruzione sul posto delle mine antiuomo con l’impiego dell’esplosivo, sempre che questo sia possibile. Per quanto riguarda le mine a/c bisogna effettuare il ribaltamento delle stesse mediante una fune con gancio per ovviare all’eventualità  che siano provviste di congegni antirimozione. Effettuata questa operazione, la mina potrà  essere disinnescata e quindi recuperata.
  8. al termine delle operazioni viene redatto un rapporto di bonifica.

I mezzi impiegati per l’individuazione delle mine durante una bonifica sono :

  • la vista;
  • gli apparati cercamine;
  • le aste di sondaggio;
  • telai guida per il sondaggio.

In casi particolari per condizioni di terreno o di densità  di minamento, talvolta non è possibile applicare integralmente le norme per la bonifica descritta , questi casi sono i seguenti:

  • terreno con folta vegetazione;
  • gallerie stradali;
  • ferrovie e gallerie ferroviarie;
  • terreni acquitrinosi o temporaneamente allagati,
  • terreni eccezionalmente compatti o gelati;
  • terreni coperti da neve.

Effetti di una mina :
Il piede su una mina provoca un’onda d’urto di, più o meno, seimila metri al secondo, la temperatura al momento dello scoppio arriva a quattromila gradi e il rumore è di molto superiore a quanto possa sopportare l’orecchio umano. L’onda d’urto risale dal piede alla gamba e all’anca, le ossa del piede e della gamba si sgretolano, mentre il piede, la gamba e la coscia opposti, il basso ventre, talvolta il volto e gli occhi, rimangono offesi dalle schegge delle mine e da una moltitudine di materiali (sassi , pulviscolo, etc) proiettati dallo scoppio. Caduta al suolo, se non cade su una seconda mina, la vittima si trova in un grave stato di shock, con abbondante perdita di sangue. Queste appena descritte sono le conseguenze di una semplice mina a pressione ad effetto locale; le mine ad azione estesa e direzionali, come ad esempio quelle a frammentazione, che esplodono proiettando centinaia di piccole schegge, sono ancora più micidiali e provocano quasi sempre la morte delle persone investite che si trovano nel campo di azione delle mine.

Ho voluto descrivere cosa significa saltare su una mina, al fine di evidenziare la complessità  dei traumi fisici

Fosse anche la mia vita purche’ l’Italia viva

scudetto della decima mas
scudetto della decima mas

… All’alba del 26 marzo 1941, avemmo una batosta, quando il porto di Suda fu attaccato da sei veloci barchini esplosivi. L’incrociatore York fu danneggiato gravemente…
Anche la nave cisterna Pericles (8324 tonn.) fu colpita… Il nostro unico incrociatore con cannoni da 203 era così; eliminato.
Mi ha sempre colpito quanto gli italiani erano bravi in questo tipo di attacchi.
Avevano certo uomini capaci delle più valorose imprese…
Prima che la guerra finisse, dovevamo subire ulteriori perdite di questo genere per la coraggiosa iniziativa dei marinai italiani.
Chi parla è un cronista d’eccezione, nientemeno che l’ammiraglio inglese Cunningham, comandante in capo della Flotta del Mediterraneo nell’ultimo conflitto mondiale. Nel suo libro di memorie, A sailor’s odyssey (pubblicato nel 1951) l’alto ufficiale inglese riconosceva, da vero gentleman, le non comuni doti dei suoi agguerritissimi e singolari avversari: i marinai italiani della DECINA FLOTTIGLIA MAS.
Frank Goldsworthy, ufficiale del servizio segreto navale inglese, ebbe a dire (intervista del 25 dicembre 1949 al Sunday Express), parlando degli attacchi italiani a Gibilterra, condotti sempre dagli incursori della Decima, che ognuna (delle incursioni) richiese da parte degli attaccanti tanta audacia e resistenza fisica da suscitare il rispetto di qualsiasi marina del mondo.
Lo stesso Churchill affermerà : “L’ Inghilterra ha perso, con la perdita delle navi affondate, la supremazia della flotta in Mediterraneo; prepariamoci a subirne le conseguenze”.
In tutto il 1942 si susseguono diverse missioni con ottimi risultati, molte con il coinvolgimento degli uomini “Gamma”.
Il 1° maggio 1943 Junio Valerio Borghese assume il comando dell’intera Xª Flottiglia MAS. Poi arriva il tragico 8 settembre 1943.

“In ogni guerra, la questione di fondo non e’ tanto di vincere o di perdere, di vivere o di morire, ma di come si vince, di come si perde, di come si vive, di come si muore. Una guerra si puo’ perdere, ma con dignita’ e lealta’. La resa e il tradimento bollano per sempre un popolo davanti al mondo“.

Questa era la “Decima MAS” e questi i suoi uomini

Nel titolo leggete il credo della “X flottiglia MAS”, unica formazione italiana che continuò a combattere per l’Italia e non per un partito politico o un particolare governo.
La Decima era così determinata che anche i tedeschi dovettero piegarsi al loro volere.
Immediatamente dopo l’8 settembre, a Livorno, nel confronto armato tra i marinai italiani e le truppe tedesche non fu sparato un colpo. Chissà,  se si fossero combattuti magari la storia avesse preso una piega diversa.
La “X” come dicevo è stato l’unico reparto che ha combattuto, sola contro tutti, per difendere il territorio italiano.
Ad essa si aggiunsero anche altri reparti, bersaglieri, paracadutisti, granatieri di Sardegna, immigrati, antifascisti, tutti con un’unico obiettivo : mantenere integro il territorio nazionale.
Un’altra peculiarità della Decima Flottiglia M.A.S. è l’apoliticità. L’iscrizione a qualsiasi partito era vietata per i marò, dato che si combatte per il proprio paese e non per un leader politico, un’ideologia od un partito. Valerio Borghese, il comandante, espulse e mandò nelle Brigate Nere un veterano di Nettuno, Rinaldo Dal Fabbro, solo perché si fregiava del distintivo di squadrista.
Dal Fabbro capirà, ed andrà a morire al fronte col battaglione d’assalto Forlì.
In questo reparto si uniscono volontari appartenenti alle fedi politiche più disparate, compresi quelli nati in famiglie di storico orientamento socialista. Un esempio per tutti: la terza compagnia Volontari di Francia aggregata al Battaglione Fulmine. La formano figli di emigrati, rientrati in patria per difendere l’onore del paese dei propri padri.

Ed in molti casi erano dei fuoriusciti politici, ribelli al regime fascista.

In questa incredibile frammentazione di reparti, che Borghese cercava di tenere uniti viaggiando di continuo in automobile da una sede all’altra, facendo di fatto più l’ispettore che il comandante, poteva esserci di tutto. Ci furono figuri che seminarono terrore nel Canavese, ma ci furono anche gli uomini del battaglione N.P. (nuotatori paracadutisti) che desideravano combattere al fronte e si rifiutarono di partecipare ad operazioni antipartigiane: l’episodio accadde nella caserma di Valdobbiadene alla fine del dicembre 44, con un ammutinamento in piena regola.
Si potrebbe andare avanti citando altre diecine di esempi. Nella Decima c’era tutto e il contrario di tutto. Nel frattempo nella Repubblica Sociale non mancava chi, preoccupato dell’autonomia del principe Borghese, temeva che questi meditasse un colpo di stato: dal 13 al 24 gennaio del 44 il comandante, insieme ai capitani Ricci e Paladino, viene rinchiuso nel carcere di Brescia.
La liberazione avvenne su precisa disposizione tedesca, e servì per far capire a Mussolini che la Decima non si poteva toccare. Con profonda coerenza, l’uomo arrestato per sospetto di cospirazione, pochi mesi dopo venne nominato sottocapo di Stato Maggiore della Marina. In questa occasione Borghese rifiutò la promozione ad ammiraglio offertagli da Mussolini.

Perchè?

Perchè il regolamento della Decima prevedeva infatti il congelamento di tutte le promozioni, tranne quelle ottenute per merito di guerra sul campo. Comunque il duce non perse la sua sfiducia e ordinò due inchieste su Borghese. La prima, affidata alla Banda Koch, escluse che il principe romano abbia mai avuto mire golpiste; la seconda, effettuata dall’ufficio investigativo della Guardia Nazionale Repubblicana, si soffermò, in mancanza di meglio, su pettegolezzi da portineria, raggiungendo vertici di ridicolo laddove si affermò che Borghese era ormai incapace di esercitare un comando perché debilitato dai suoi eccessi sessuali ( dall’archivio segreto di Mussolini).
Nel gennaio del 45, quando ormai tutto sta andando allo sfascio, la pubblicazione della rivista della Decima, L’Orizzonte, contenente articoli decisamente anticonformisti, provoca le ire del Ministro della Cultura Popolare, Mezzasoma, che cerca di far sequestrare le copie in tipografia, e la reazione di Borghese, che ne dispone il ritiro dalla tipografia manu militari e la vendita per Milano con strilloni improvvisati, protetti dai mitra degli uomini della Decima.

…Disseminati in tutta l’Italia del Centro-Nord, la Decima costituisce servizi, comandi tappa, ospedali, collegamenti, servizio informazioni. E ancora a Trieste, Pola, Fiume, Cherso, Lussino basi e reparti di fanteria di Marina.
Disseminata in Francia, Germania, sul Mare del Nord basi di sottomarini.
Persino a Tien-Tsin, in Cina, la base della Marina Italiana chiede di far parte della Decima MAS.
Le vicende belliche impediscono che tutti i reparti possano schierarsi sul fronte Sud, e cosi’ gran parte della Decima viene schierata sul confine italo-jugoslavo nel tentativo di opporsi alla invasione delle forze di Tito. La Decima MAS sublima cosi’ la sua vera natura di Unita’ combattente per la difesa del suolo italiano. Unita’ intere della Decima si sacrificano con la quasi totalita’ dei loro Maro’, come il Btg. Fulmine a Tarnova, per la salvezza di Gorizia. Cosi’ pure i Btg. N.P., Sagittario, Barbarigo e tanti altri reparti ed uomini per difendere sino all’estremo sacrificio i confini orientali della Patria dall’invasore comunista perdendo l’80% degli effettivi. Insomma questo sparuto esercito impedì il dilagare, nel territori Italiano, delle orde titine e sovietiche che già avevano occupato Vienna.

Il capo del PCI, Palmiro Togliatti diramava il celebre, spregevole invito a mezzo stampa “lavoratori triestini! Il vostro dovere è accogliere le truppe di tito come liberatrici e di collaborare con esse nel modo più stretto“.

Non ostante l’appoggio dei traditori della formazione partigiana “Garibaldi” l’avanzata dell’armata rossa fu bloccata ed a causa di questo, la “X” si è meritata l’odio di tutti i comunisti italiani. Odio che condivide con la brigata partigiana, monarchica, “Osoppo“.
In ricordo di quella disperata difesa, proprio oggi i reduci della “X” si sono radunati a Gorizia, l’ultima linea del fronte prima della smobilitazione.
Il 25 aprile del ’45 tutti gli uomini e mezzi della Decima sono ancora in armi sui fronti di combattimento…Ma sono finiti i tempi del “vincere e vinceremo”, questo lo sanno tutti, ma i volontari vedono nella Decima il mezzo per riscattare il proprio paese dalla vergogna, andando al fronte a combattere contro quelli che per 3 anni sono stati i nemici, e lo devono rimanere, pur nella consapevolezza che la vittoria è oramai un lontano miraggio. Lo stesso Eisenhower darà ragione a questi uomini scrivendo, dopo la fine del conflitto : “La resa dell’Italia fu uno sporco affare.


Milano, ore 17 del 26 aprile 1945, era una giornata grigia e piovosa. eravamo schierati attendendo il discorso del comandante.

DECIMA MARINAI!, gridò lui.

DECIMA COMANDANTE!, rispondemmo.

( un partigiano : “Il grido possente di quegli uomini e di quei ragazzi ci arrivò come uno schiaffo, sul volto, e percosse anche le finestre e i balconi vuoti delle case circostanti. Quel grido era sfida, coraggio, disprezzo, rabbia, abnegazione. Era un grido esaltante di guerra e di morte!” )

Borghese dice che la guerra è persa, ma restano i principi, la difesa dell’onore fino all’ultimo, l’impegno a rispondere a qualsiasi richiamo della nazione. Dice che le armi saranno consegnate a lui perché la “Decima” non si arrende ma smobilita: e idealmente la “Decima” è tutta qui ( 700 uomini di circa 20.000).
Poi fa l’appello dei marinai morti…
Gli uomini si riscossero dal silenzio.

Trieste, comandante!“.

Il grido restò nella piazza, tutt’intorno chiusa dai reticolati. Tre squilli di tromba e la bandiera di combattimento fu ammainata…
Gli ufficiali partigiani e la loro scorta erano sull’attenti. Eravamo tutti soldati, tutti italiani.

Quando pareva vinta Roma antica
sorse l’invitta Xª Legione;
vinse sul campo il barbaro nemico
Roma riebbe pace con onore.
Quando l’ignobil otto di settembre
abbandonò la Patria il traditore
sorse dal mar la Xª Flottiglia
e prese l’armi al grido “per l’onore”.

  Decima Flottiglia nostra
che beffasti l’Inghilterra,
vittoriosa ad Alessandria,
Malta, Suda e Gibilterra.
Vittoriosa già sul mare
ora pure sulla terra
Vincerai!

Navi d’Italia che ci foste tolte
non in battaglia ma col tradimento
nostri fratelli prigionieri o morti
noi vi facciamo questo giuramento.
Noi vi giuriamo che ritorneremo
là dove Dio volle il tricolore;
noi vi giuriamo che combatteremo
fin quando avremo pace con onore.

  Decima Flottiglia nostra
che beffasti l’Inghilterra,
vittoriosa ad Alessandria,
Malta, Suda e Gibilterra.
Vittoriosa già sul mare
ora pure sulla terra
Vincerai!

Potete leggervi la storia della “X” facendo una semplice ricerca su Google oppure acquistate il libro “Decima marinai” – “Decima comandante” oppure “Duri a Morire” di Marino Perissinotto

Le vittime italiane dei gulag di Tito

Questo articolo è il seguito di quelli già fatti sui gulag comunisti, buona lettura

Premessa

-Giuseppe Spano aveva 24 anni e molta fame. In poco più di un mese aveva perso oltre 20 chili ed era diventato pelle e ossa. Quel 14 giugno 1945 non resistette e rubò un po’ di burro. Fu fucilato al petto per furto.
-Ferdinando Ricchetti aveva 25 anni ed era pallido, emaciato. Il 15 giugno 1945 si avvicinò al reticolato per raccogliere qualche ciuffo d’erba da inghiottire. Fu fucilato al petto per tentata fuga.
-Pietro Fazzeri aveva 22 anni e la sua fame era pari a quella di centinaia di altri compagni. Ma aveva paura di rubare e terrore di avvicinarsi al reticolato. Il 15 luglio 1945 morì per deperimento organico.
In quale campo della morte sono state scritte queste storie? A Dachau, a Buchenvald oppure a Treblinka? No, siamo fuori strada: da uno di questi lager di Tito.
Borovnica, Skofja Loka, Osseh. E ancora Stara Gradiska, Siska, e poi Goh Otok, l’Isola Calva. Pochi conoscono il significato di questi nomi. Dachau e Buchenvald sono certamente più noti, eppure sono la stessa cosa. Solo che i primi erano in Jugoslavia e gli internati erano migliaia di italiani, deportati dalla Venezia Giulia alla fine del secondo conflitto mondiale e negli anni successivi, a guerra finita, durante l’occupazione titina.

I deportati dimenticati in nome della politica “atlantica”

Una verità negata sempre, per ovvi motivi, dal regime di Belgrado, ma inspiegabilmente tenuta nascosta negli archivi del nostro ministero della Difesa. Oggi il Borghese è entrato in possesso dei documenti segreti che, oltre a fornire l’ennesima prova dell’Olocausto italiano sui confini orientali, sono un terribile atto di accusa non solo nei confronti di Tito, ma soprattutto verso tutti i governi che si sono succeduti dal 1945 in poi. Partendo da quello di Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti, per finire con gli ultimi di Silvio Berlusconi., Lamberto Dini e Romano Prodi. Perchè nessuno ha parlato? Perché nessuno ha tolto il segreto ai documenti che provano (con tanto di fotografie) il massacro e le torture di migliaia di italiani? Semplice: la verità è stata sacrificata alla ragion di Stato. Vediamo perché.

Belgrado, nell’immediato dopoguerra, si avvia sulla strada dello strappo con Mosca ed il nascente blocco occidentale vuole a ogni costo che quel divorzio si consumi. Ma il costo l’ha pagato solo il nostro Paese il cui governo, per codardia, accetta supinamente di sacrificare sull’altare della politica atlantica migliaia di giuliani, istriani, fiumani, dalmati. Colpevoli solo di essere italiani.

“Condizioni degli internati italiani in Jugoslavia con particolare riferimento al campo di Borovnica (40B-D2802) e all’ospedale di Skofjia Loka (11-D-2531) ambedue denominati della morte” titola il rapporto del 5 ottobre 1945, con sovrastampato “Segreto”, dei Servizi speciali del ministero della Marina. Il documento, composto di una cinquantina di pagine, contiene le inedite testimonianze e le agghiaccianti fotografie dei sopravvissuti, accompagnate da referti medici e dichiarazioni dell’Ospedale della Croce Rossa di Udine, in cui questi ultimi erano stati ricoverati dopo la liberazione, e da un elenco di prigionieri deceduti a Borovnica. Il colonnello medico Manlio Cace, che in quel periodo ha collaborato con la Marina nel redigere la relazione che, se non è stata distrutta, è ancora gelosamente custodita negli archivi del ministero della Difesa, lasciò fotografie e copia del documento al figlio Guido, il quale lo ha consegnato alle redazioni del Borghese e di Storia Illustrata.

Orrore: il carabiniere Damiano Scocca, classe 1921 fotografato all’ospedale di Udine nell’agosto del 1945 dopo la liberazione dal lager jugoslavo.

 

Manca il cibo ma abbondano le frustate.

“Le condizioni fisiche degli ex internati”, premette il rapporto, “costituiscono una prova evidente delle condizioni di vita nel campi Jugoslavi ove sono ancora rinchiusi numerosi italiani, molti dei quali possono rimproverarsi solamente di aver militato nelle fila dei partigiani di Tito in fraterna collaborazione con i loro odierni aguzzini…”

Ai primi di maggio del ’45, dopo la capitolazione tedesca, i partigiani di Tito controllano l’intera Istria, giungendo a Trieste e Gorizia prima degli anglo-americani. Sono i giorni del terrore, del calvario delle foibe, ma anche dell’altra terribile faccia della “pulizia etnica”: le deportazioni. Sono migliaia gli italiani internati nei lager jugoslavi e poche centinaia faranno ritorno a casa, dopo aver subito terribili sofferenze.

“Il vitto era pessimo e insufficiente”, racconta nel rapporto il carabiniere Damiano Scocca, 24 anni, preso dai titini il 1° marzo 1945 nella caserma del Cln di Trieste, “e consisteva in due pasti giornalieri composti da due mestoli di acqua calda con poca verdura secca bollita… A Borovnica non si faceva economia di bastonate; durante il lavoro sul ponte ferroviario nelle vicinanze del campo chi non aveva la forza di continuare a lavorare vi veniva costretto con frustate … “.

Il soldato Elio Sandri fotografato all’ospedale di Udine.

“…Durante tali lavori”, afferma il finanziere Roberto Gribaldo, in servizio alla Legione di Trieste e “prelevato” il 2 maggio, “capitava sovente che qualche compagno in seguito alla grande debolezza cadesse a terra e allora si vedevano scene che ci facevano piangere. lì guardiano, invece di permettere al compagno caduto di riposarsi, gli somministrava ancora delle bastonate e tante volte di ritorno al campo gli faceva anche saltare quella specie di rancio”.
Le mire di Tito sul finire del conflitto sono molto chiare: ripulire le zone conquistate dalla presenza italiana e costituire la settima repubblica jugoslava annettendosi la Venezia Giulia e il Friuli orientale fino al fiume Tagliamento.

Il soldato Mario Palmarin (estate 1945).

Notare il particolare del braccio

martoriato (a destra).

Antonio Garbin, classe 1918, é soldato di sanità a Skilokastro, in Grecia. L’8 settembre 1943 viene internato dai tedeschi e attende la “liberazione” da parte delle truppe jugoslave a Velika Gorica. Ma si accorge presto di essere nuovamente prigioniero. “Eravamo circa in 250. Incolonnati e scortati da sentinelle armate che ci portarono a Lubiana dove, dicevano, una Commissione apposita avrebbe provveduto per il rimpatrio a mezzo ferrovia. Giunti a Lubiana ci avvertirono che la commissione si era spostata…”. I prigionieri inseguono la fantomatica commissione marciando di città in città fino a Belgrado.

Prigionieri uccisi perché incapaci di rialzarsi.

“In 20 giorni circa avevamo coperto una distanza di circa 500 chilometri, sempre a piedi”, racconta ancora Garbin ai Servizi speciali della Marina italiana. “La marcia fu dura, estenuante e per molti mortale. Durante tutto il periodo non ci fu mai distribuita alcuna razione di viveri. Ciascuno doveva provvedere per conto proprio, chiedendo un pezzo di pane ai contadini che si incontravano… Durante la marcia vidi personalmente uccidere tre prigionieri italiani, svenuti e incapaci di rialzarsi. I morti però sono stati molti di più… Ci internarono nel campo di concentramento di Osseh (vicino Belgrado, ndr). Avevamo già raggiunto la cifra di 5 mila fra italiani, circa un migliaio, tedeschi, polacchi, croati…”.
Chi appoggia Tito nel perseguire il suo obiettivo di egemonia sulla Venezia Giulia? Naturalmente il leader del Pci Palmiro Togliatti, che il 30 aprile 1945, quando i partigiani titini sono alle porte di Trieste, firma un manifesto fatto affiggere nel capoluogo giuliano:

Lavoratori di Trieste, il vostro dovere è accogliere le truppe di Tito come liberatrici e di collaborare con loro nel modo più assoluto“.

A confermare che la pulizia etnica é continuata anche a guerra finita sono le affermazioni di Milovan Gilas, segretario della Lega comunista jugoslava, che, in un’intervista di sei anni fa a un settimanale italiano, ammette senza giri di parole: “Nel 1946 io ed Edvard Kardelj andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana… bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni di ogni tipo. Cosi fu fatto”.

Il soldato Mario Cena,

classe 1924.

Skofja Loka, l’ospedale chiamato “cimitero”.

E nei campi di concentramento finiscono anche i civili, come Giacomo Ungaro, prelevato dai titini a Trieste il 10 maggio 1945. “Un certo Raso che attualmente trovasi al campo di Borovnica”, è la dichiarazione di Ungaro, “per aver mandato fuori un biglietto è stato torturato per un’intera nottata; è stato poi costretto a leccare il sangue che perdeva dalla bocca e dal naso; gli hanno bruciacchiato il viso e il petto così che aveva tutto il corpo bluastro. Sigari accesi ci venivano messi in bocca e ci costringevano ad ingoiarli”.
I deperimenti organici, la dissenteria, le infezioni diventano presto compagni inseparabili dei prigionieri. “…Fui trasferito all’ospedale di Skotja Loka. Ero in gravissime condizioni”, è il lucido resoconto del soldato di sanità Alberto Guarnaschelli, “ma dovetti fare egualmente a piedi i tre chilometri che separano la stazione ferroviaria dall’ospedale. Eravamo 150, ammassati uno accanto all’altro, senza pagliericcio, senza coperte. Nella stanza ve ne potevano stare, con una certa comodità, 60 o 70. Dalla stanza non si poteva uscire neppure per fare i bisogni corporali. A tale scopo vi era un recipiente di cui tutti si dovevano servire. Eravamo affetti da diarrea, con porte e finestre chiuse. Ogni notte ne morivano due, tre, quattro. Ricordo che nella mia stanza in tre giorni ne morirono 25. Morivano e nessuno se ne accorgeva…”.

il soldato Ezio Vito.

“Non dimenticherò mali maltrattamenti subiti”, è la testimonianza del soldato Giuseppe Fino, 31 anni, deportato a Borovnica ai primi di giugno 1945, “le scudisciate attraverso le costole perché sfinito dalla debolezza non ce la facevo a lavorare. Ricorderò sempre con orrore le punizioni al palo e le grida di quei poveri disgraziati che dovevano stare un’ora o anche due legati e sospesi da terra; ricorderò sempre con raccapriccio le fucilazioni di molti prigionieri, per mancanze da nulla, fatte la mattina davanti a tutti…”.
“Le fucilazioni avvenivano anche per motivi futili…”, scrive il rapporto segreto riportando il racconto dei soldati Giancarlo Bozzarini ed Enrico Radrizzali, entrambi catturati a Trieste il 1° maggio 1945 e poi internati a Borovnica.

Per ore legati ad un palo con il filo di ferro.

«La tortura al palo consisteva nell’essere legato con filo di ferro ad ambedue le braccia dietro la schiena e restare sospeso a un’altezza di 50 cm da terra, per delle ore. Un genovese per fame rubò del cibo a un compagno, fu legato al palo per più di tre ore. Levato da quella posizione non fu più in grado di muovere le braccia giacché, oltre ad avere le braccia nere come il carbone, il filo di ferro gli era entrato nelle carni fino all’osso causandogli un’infezione. Senza cura per tre giorni le carni cominciarono a dar segni di evidente materia e quindi putrefazione. Fu portato a una specie di ospedale e precisamente a Skoija Loka. Ma ormai non c’era più niente da fare, nel braccio destro già pul­lulavano i vermi… Al campo questo ospedale veniva denominato il Cimitero…»

Antonio Foschi

visto di spalle.

Nel lager di Borovnica furono internati circa 3 mila italiani, meno di mille faranno ritorno a casa. A questi ultimi i soldati di Tito imposero di firmare una dichiarazione attestante il «buon trattamento» ricevuto. «I prigionieri (liberati, ndr) venivano diffidati a non parlare», racconta ancora Giacomo Ungaro, liberato nell’agosto 1945 «e a non denunziare le guardie agli Alleati perché in tal caso quelli che rimanevano al campo avrebbero scontato per gli altri».

Il bersagliere

Gino Santamaria.

I principali sistemi di tortura.

Per conoscere gli orrori di un campo di concentramento titino è opportuno riassumere i vari tipi di punizione, come emergono dai racconti dei sopravvissuti. La prima è la fucilazione decretata per la tentata fuga o per altri fatti ritenuti gravi da chi comanda il campo, il quale commina pena sommarie. Spesso il solo avvicinarsi al reticolato viene considerato un tentativo d’evasione. L’esecuzione avviene al mattino, di fronte a tutti gli internati.
C’è poi il “palo” che è un’asta verticale con una sbarra fissata in croce: ai prigionieri vengono legate le braccia con un fil di ferro alla sbarra in modo da non toccare terra con i piedi. Perdono così l’uso degli arti superiori per un lungo tempo se la punizione non dura troppo a lungo. Altrimenti per sempre.
Altra pena è il “triangolo” che consiste in tre legni legati assieme al suolo a formare la figura geometrica al centro della quale il prigioniero è obbligato a stare ritto sull’attenti pungolato dalle guardie finché non sviene per lo sfinimento.
Infine, c’è la “fossa“, una punizione forse meno violenta ma sempre terribile, che consiste in una stretta buca scavata nel terreno dell’esatta misura di un uomo. Il condannato, che vi deve rimanere per almeno mezza giornata, non ha la possibilità né di piegarsi né di fare alcun movimento.

Uno dei tanti militari internati nei campi di concentramento titini.

QUESTO ERA IL TRATTAMENTO CHE I PACIFICI COMUNISTI RISERVAVANO AI PRIGIONIERI NEI LORO LAGER!

Queste persone, questi martiri, non hanno avuto (stranamente) una Anna Frank o un Primo Levi che li ricordasse, che testimoniasse l’orrore dei campi di concentramento comunisti. Alle vittime dei Nazisti non manca un solo quartiere che non abbia una strada a loro dedicata.
Le vittime dei regimi Comunisti passano da sempre inosservate… E già, Anna Frank e Primo Levi erano ebrei, quindi le vittime delle guerre sono sempre e unicamente loro: gli ebrei.
Le foto che seguono sono la testimonianza che le Stragi e le Deportazioni di massa, ad opera dei post-titini (Milosevic per citare il nome più conosciuto), esistono ancora:

massac1.jpg (85789 byte)

RICORDATEVI: NON C’E’ STATA SOLO AUSCHWITZ

Articolo tratto da : Musagetenero

I cittadini sovietici nei gulag

portale gulag sovietico
portale gulag sovietico

I campi di concentramento sovietici, attivi già dal 1918, si moltiplicarono negli anni Trenta per le note repressioni ordinate da Stalin, ma anche negli anni del secondo conflitto mondiale, quando vi finirono milioni di prigionieri di guerra e con loro grandi masse di cittadini sovietici, deportati da intere regioni.
In Crimea, per esempio, la popolazione era stata deportata perchè non fu capace di resistere ai tedeschi.
Furono comunque milioni i semplici cittadini deportati nei campi per i più svariati motivi.
Nel 1937 fu stampato in Polonia il racconto di un sopravvissuto ad uno dei tanti campi sovietici:
“[…] Il convoglio, per stimolare i ritardatari o quelli che non potevano lavorare per causa dell’esaurimento, si serviva del calcio del fucile e di un semplice bastone e bastonavano senza pietà  tanto i simulatori che quelli che cascavano giù sotto il peso del lavoro
[…] Come castigo per diverse mancanze, e specialmente per quella di subordinazione, facevano spogliare i colpevoli e li facevano stare al gelo una mezz’ora ed anche di più
[…] Succedeva anche che gli impazziti si tagliassero tutta la mano destra”.

Alla fine degli anni Quaranta l’O.N.U. raccolse varie testimonianze di cittadini sovietici reclusi in precedenza nei campi di lavoro forzato: “I prigionieri venivano picchiati sul lavoro e nei dormitori, picchiati con i pugni, con bastoni, e con i calci dei fucili
[…] ogni tanto le guardie uccidevano dei prigionieri. Ci sono stati dei casi in cui decine di prigionieri venivano bastonati a morte
[…] il ferirsi e mutilarsi volontariamente continuò. In questa maniera i prigionieri cercavano di sfuggire al lavoro e di avere un po’ di riposo all’ospedale
[…] dal 1930 in poi l’alimentazione peggiorò rapidamente. Prima era raro che i prigionieri soffrissero la fame
[…] Così, a volte, quelli che si rifiutavano di lavorare, quelli che lavoravano male e quelli che sistematicamente non arrivavano a fare il lavoro assegnato, venivano riuniti e fucilati a gruppi di 30 o 40, per scoraggiare gli altri dal simulare malattia
[…] C’erano inoltre i campi d’isolamento dove si tenevano i prigionieri che erano puniti per mancanze nel campo; queste includevano il rifiutare o non fare tutto il lavoro. Nei campi d’isolamento i prigionieri erano tenuti in condizioni terribili e quasi del tutto privi di cibo; la maggioranza dei puniti generalmente moriva
[…] Nel tracciato Vym-Ust Ukhta lavoravano circa 20.000 persone; nuovi prigionieri rimpiazzavano via via i morti. Circa 9.000 di loro morirono

prigionieri inviati ai gulag
prigionieri inviati ai gulag

[…] Sapevo che nessuno poteva sentire le mie sofferenze al di là  delle pareti dell’ufficio del Procuratore, e molto depresso, dopo 10 giorni passati sempre seduto su una sedia, firmai tutto quello che il giudice voleva
[…] Di un gruppo di 1.000 caucasiani, colà  inviato, alla fine dell’inverno ne sopravvivevano solo 10
[…] Durante l’estate nell’isola di Popov venivano scavati dei grandi crateri per 2.000 o 3.000 persone ognuno. Durante l’inverno li riempivano di cadaveri, l’estate dopo scavavano degli altri crateri”.
La vita all’interno dei gulag era condizionata dal terrore: ad esempio, in uno dei tanti campi sparsi sul territorio, il comandante a titolo di avvertimento decise di fucilare trecento prigionieri; furono uccisi tutti con un colpo alla testa.
Oppure nel campo di Vorkuta, millecinquecento prigionieri vennero liquidati con il solito colpo alla nuca, mentre entravano in una capanna, convinti di andare a fare il bagno.
I prigionieri vecchi e malati, comunque inutilizzabili nei vari campi di lavoro, venivano eliminati con un sistema che nulla aveva da invidiare a quelli utilizzati dai nazisti con gli ebrei: uomini e donne venivano ammassati su vecchie navi che poi venivano fatte affondare nel Mar Bianco, portando con sé tutti gli sventurati.

La facciata buona del comunismo

Morti di malattia e sfinimento
Deportati dal comunismo morti per fame e sfinimento

I seguaci di questa filosofia della morte hanno con le loro menzogne adulterato completamente la realtà. A sentire loro, il ‘900 è stato il secolo delle dittature “cattive”. Scagliandosi contro il nazismo ed il fascismo, sono riusciti a passare per buoni. Non è così, il comunismo non è buono, non lo è mai stato e mai lo sarà. Delle tre dittature del ‘900, forse, quella più umana (se così si può dire) è stata quella fascista. Lo sterminio di compatrioti o di dissidenti che è stato perpetrato dal comunismo prima e dal nazismo poi non ha conosciuto la stessa ferocia e determinazione nel fascismo. Le nostre generazioni, cresciute nella menzogna comunista, non sono capaci di fare distinzioni sulla qualità e sulla quantità della ferocia della peggior dittatura-filosofia di vita che sia esistita sulla faccia della terra. E’ pazzesco come la pianificazione dell’eliminazione di tutti i dissenzienti non abbia creato nelle coscienze umane lo stesso sdegno ed orrore che hanno provocato quelle naziste. Si parla sempre dei 6 milioni di ebrei sterminati dal nazismo e mai se non sporadicamente e sottovoce dei 100 milioni di morti fatti dal comunismo su tutto il pianeta e non confinati in una sola nazione.

E’ aberrante come i giovani d’oggi vogliano sottolineare ad ogni 2 x 3 di essere antifascisti e non sottolineano con la stessa veemenza il loro ripudio del comunismo. I paesi dell’ex unione sovietica hanno messo al bando il comunismo, la comunità europea ha fatto altrettanto, solo nel nostro paese è possibile avere 4 partiti comunisti. La falce ed il martello sono stati messi al bando, così come i simboli fascisti, solo in Italia si continuano a vedere ed in più sono simboli di partiti di governo. Tutto questo lo si deve all’avvelenamento che la gente ha subito dalla menzogna comunista, dal distrarre l’attenzione su di se e rivolgerlo sul fascismo. Il creare come bersaglio un’idea, un movimento morto più di 60 anni fa. Il fascismo non esiste più ma i comunisti ne mantengono viva la memoria per tenere le masse intimorite, impaurite da un qualcosa che non tornerà mai più. Loro hanno bisogno di un avversario, senza di quello mostrerebbero la pochezza della loro ideologia, si verrebbe a conoscere il fallimento di infiniti esperimenti dal sociale al politico che hanno avuto in tutti i luoghi dove hanno avuto la possibilità di governare.

Ma come è potuto succedere che popolazioni intere abbiano abbracciato il comunismo per poi lasciarsi massacrare? Non è difficile capirlo, il comunismo mostra la sua faccia buona ed ecco che “libera” gli omosessuali per poi rinchiuderli in manicomio una volta al potere. Parla al cuore dei meno fortunati, a quelli che la sorte ha dato un fisico imperfetto, ai diseredati per poi eliminarli perché non c’è spazio perché non “produttivi”. Ecco, che le promesse di “felicità” (gratis) fanno presa sulla gente che acclama, vuole il comunismo e non si accorge che dietro la caramella, la faccina sorridente c’è un cobra che aspetta solo di azzannarti. Mi domando come è possibile che dopo quello che si è saputo dell’ex URSS, della Cina, di Cuba, della Corea, di tutti gli sventurati paesi che hanno conosciuto il comunismo ci sia ancora qualcuno che additi al fascismo come il “male” quando il comunismo è ancora tra di noi. Mi rivolgo a tutti i giovani che sono “caduti nella tela del ragno”, svegliatevi che continuando così, prima o poi toccherà anche a voi …

Il comunismo italiano

MACICCHINI EVA
Milano 17 gennaio 1947 il corpo di Eva Maciacchini uccisa dalla volante rossa, rinvenuto in un prato presso lambrate

Fu costituito a Livorno, il 21 gennaio 1921 col nome di Partito Comunista d’Italia, mutato poi in quello di Partito Comunista Italiano nel corso della II guerra mondiale . La fondazione del P.C.I. fu opera di gruppi dell’estrema sinistra del Partito Socialista. Il P.C.I., guidato nei primi anni da Bordiga e Gramsci, perseguì come compito immediato quello di crearsi un’organizzazione fortemente centralizzata e rigida per guidare il proletariato all’attacco di uno Stato borghese sommamente indebolito dal conflitto mondiale, respingendo qualsiasi collusione col Partito Socialista che aveva fallito la prova rivoluzionaria . La nuova linea di fronte unico venne portata avanti dal gruppo gramsciano, che tra il 1923 e il 1925 capovolse i rapporti di forza all’interno del partito ed emarginò gli uomini della precedente maggioranza. L’alleanza con le forze socialiste, diventata indispensabile di fronte alla reazione del fascismo (passato alla fine del 1926 al regime totalitario), costringeva intanto il P.C.I., incarcerato Antonio Gramsci, ad agire nella clandestinità. Palmiro Togliatti, dall’estero, assunse assunse la guida del partito (1927) sotto la tutela moscovita. Il partito fu così partecipe, al vertice, degli scontri di frazione nel P.C.U.S. che videro vincitore Stalin e che non mancarono di avere profonda eco tra i comunisti italiani. Le divergenze sulla strategia unitaria e i comportamenti specifici del partito in Italia portarono a lacerazioni ed espulsioni. Ciò non impedì a Togliattidi spingere il partito a moltiplicare i suoi collegamenti di massa durante il periodo della grande crisi economica (1929-34) e successivamente a sviluppare l’azione unitaria. Sono di questo periodo l’organizzazione di scioperi in alcune fabbriche e nelle campagne, la stipulazione dei patti di unità col Partito Socialista, i collegamenti col movimento di “Giustizia e Libertà”, la partecipazione alla guerra di Spagna nelle Brigate internazionali. L’opposizione al fascismo, sempre più incisiva, portò alla preparazione degli scioperi del 1943 e alla lotta partigiana. Togliatti, tornato in Italia nella primavera del 1944, preferì alla via rivoluzionaria l’alleanza con gli altri movimenti di massa per creare insieme uno Stato democratico e progressista ad ampia base popolare. Partecipe della coalizione di governo fino al maggio 1947, il P.C.I. fu costretto all’opposizione dalla spaccatura del mondo in due blocchi ideologici e dalla rottura dell’alleanza politica antifascista espressa dai C.L.N. Ciò non impedì al P.C.I. di riproporre il suo programma per assumere responsabilità dirette nella gestione della cosa pubblica, anche in presenza di gravi tensioni interne di crisi serie nel movimento comunista internazionale.

Comunismo

dislocazione dei campi di lavoro cubani
dislocazione dei campi di lavoro cubani

Mai nessuna epoca e civiltà aveva teorizzato e messo in opera un progetto tanto globale ed ordinato di “rieducazione” dell’uomo o di “eliminazione” di ogni dissenso come il Novecento! Il termine “campo di concentramento” è d’invenzione sovietica: fu usato per la prima volta in una circolare del 4 giugno 1918 dopo la rivoluzione d’Ottobre in Russia, con Lenin. Il lager sovietico è conosciuto come gulag, termine che significa “amministrazione generale dei campi di lavoro correzionale”; si deve alla monumentale opera di denuncia svolta da Aleksandr Solzenicyn l’aver fatto conoscere al mondo il lager comunista. Là finirono la loro esistenza zaristi, cosacchi e dissidenti della prima ora come gli insorti di Kronstadt.

Con la caduta dell’URSS si sono aperti gli archivi politici dell’impero sovietico e ora si cominciano a pubblicare nel mondo i segreti su Lenin, il fondatore dell’unione sovietica. Una commissione parlamentare russa presieduta dallo storico Dimitri Volkogonov composta di una ventina tra storici e deputati, in due anni ha lavorato togliendo il segreto a circa 78 milioni di dossier.

Fosse comuni nei gulag
Fosse comuni nei gulag

Interessantissimo il fascicolo riguardante Lenin, un complesso di 3.724 documenti tra lettere, appunti e direttive “tutti autografi”. I documenti “sono terribili. Portano le prove che la storiografia ufficiale non era che una trama di menzogne. Vladimir Il’ic Lenin, il semi-dio che la gente ha venerato per 70 anni non era la guida magnanime ma un tiranno cinico, pronto a tutto pur “di prendere e conservare il potere”. Ad esprimersi in questi termini è lo stesso Volkogonov. Ma continua lo storico: “Un documento che ho letto decine e decine di volte per convincermi che a scriverlo era stato proprio quel Lenin che avevo tanto ammirato e rispettato, è una direttiva indirizzata ai bolscevichi affinché reprimano – nell’estate 1918- una rivolta di Kulaki (i contadini russi) contro le confische. Scrive Lenin: “Impiccare – e dico impiccare in modo che la gente lo veda – non meno di cento kulaki, ricconi, sanguisughe riconosciute(…) Fatelo in modo che la gente tremi a centinaia di chilometri da lì e dica : -Questi fanno sul serio…”

Perciò fu Lenin – e non già Stalin – il vero padre del Terrore rosso e dello stesso gulag. Nel suo libro, pubblicato in Francia dal titolo Il vero Lenin Volkogonov dimostra- documenti alla mano – che il primo campo di concentramento venne aperto a soli otto mesi dalla rivoluzione ,nel luglio del 1918.Era a Sviajsk, nella regione di Kazan.

Dislocazione dei campi "gulag" sul territorio dell'URSS
Dislocazione dei campi “gulag” sul territorio dell’URSS

Poi ne comparvero a centinaia come i funghi dopo la pioggia. Così il 20 aprile 1920,il Politburo presieduto da Lenin approvò la costruzione di un campo destinato a dieci – ventimila prigionieri a Ukta nel grande Nord. Ma la Sezione punitiva del Commissariato del popolo su una duplice direttiva di Lenin aveva emanato già il 23.7.1918,ad appena nove mesi dalla Rivoluzione d’ottobre, le “Istruzioni provvisorie sulla privazione della libertà” con la quale noi oggi datiamo l’inizio ufficiale dei gulag. Lenin giustificava le sue direttive sulla base di due considerazioni:

a) “Salvaguardare la Rivoluzione Sovietica dai nemici di classe isolando questi in campi di concentramento”(viene in mente Robespierre che per salvare la Rivoluzione Francese instaura il Terrore…e decreta lo sterminio della Vandea!) ;

b) “Rinchiudere i sospetti (non i colpevoli ma i sospetti! Anche qui viene in mente che la Convenzione aveva votato una legge dei sospetti) in un campo di concentramento fuori della città”. [Cfr.Lenin,Opere complete,ed. russa e Raccolta di leggi, 1918,n.65 pag.710]

Nel complesso si calcola che sotto Lenin siano morti nei gulag o giustiziati per antisovietismo un milione di persone. Il calcolo è approssimativo. Non bisogna però scordare che la guerra civile orchestrata da Lenin uccise tredici milioni di persone fra il 1918 e il 1921. Tredici milioni in soli tre anni (Corriere del 7.6.1995)

Kurganov,professore di statistica emigrato negli USA ha calcolato che la repressione interna sia costata dall’inizio della Rivoluzione d’Ottobre del ’17al 1959 circa 66 milioni di persone! [cfr.vol.II di “Arcipelago Gulag”,ed.Mondadori]

Le testimonianze dai lager sovietici richiederebbero una scelta e una indagine ben più ampie della presente, sia in considerazione del fatto che il comunismo ha funestato la storia per un arco di tempo decisamente più lungo rispetto al nazismo,(dal 1917 al 1990) sia perché i lager sovietici presentavano una variegata molteplicità di forme repressive : carcere a regime duro, trattamento psichiatrico…
Le testimonianze che seguono esprimono il “positivo” e le “energie” insospettate di cui l’uomo è capace…anche nel gulag ! Fin dal suo primo sorgere, il lager sovietico ha avuto come scopo quello di piegare l’ insopprimibile anelito alla libertà che alberga il cuore umano fondato su realtà più forti dell’istinto di conservazione come la coscienza o la fede. E’ una scelta che l’uomo sente di dover fare : “servire” la menzogna o “essere” un “uomo”, consci che finendo nel gulag, il rischio di perdere vita, salute, carriera e affetti è assicurato! Il fenomeno stesso del dissenso è irriducibile ad una semplice opposizione di tipo politico: esso rimane nella storia a testimonianza di un quid che nell’uomo non si può comprimere in un’idea né in un desiderio di “pace” senza verità (pax sovietica)

Campo di lavoro in Siberia
Campo di lavoro in Siberia

Nello sviluppo dei gulag si possono osservare tre fasi: la prima, dal 1920 al 1929. E’ il periodo più “facile”: nei campi si mangia poco ma non si muore di fame, c’è qualche spazio di libertà, il lavoro è di 8 ore. La seconda fase, dal 1929 al 1940. Il regime individua nei detenuti un’enorme riserva di forza lavoro gratuita che deve essere usata per lanciare i “grandi cantieri dell’edificazione socialista”. L’industrializzazione forzata del paese e la collettivizzazione delle campagne viene perseguita oltre che col terrore sfruttando il lavoro dei prigionieri. Il detenuto da questo momento è sfruttato al massimo. All’orario di lavoro si sostituisce la <> una quantità assegnata di lavoro quotidiano che deve essere portata a termine ad ogni costo. Ad esempio, fra il 1930 e il 1933 viene scavato dai detenuti il canale Mar Baltico – Mar Bianco: 227 km in due anni e mezzo( mentre per Suez, 160 km ci avevano messo 10 anni) ma il costo è di 250 mila vittime! Allo stesso modo vennero costruiti parte della Transiberiana, le due centrali idroelettriche maggiori del paese, la metropolitana e l’università di Mosca. Terza fase, 1941/1953 è il periodo più duro. A causa della guerra i viveri scarseggiano, lo sfruttamento è estremo! Oltre il Circolo Polare Artico vengono aperti molti campi per sfruttare le miniere d’oro e di diamanti. Questi campi vengono chiamati il “crematorio bianco” dove lo sterminio avviene senza il bisogno delle camere a gas e dei forni crematori.(Questi ultimi dati si trovano nella rivista La nuova Europa a cura di Dall’Asta)