Tag: comandante in capo

Mosca rinuncia ai blindati “made in Italy“

164340050
Blindato Lince Russo

Grazie ai nostri grandi “tecnici” ed a Monti, mosca rinuncia a ordinare i blindati Centauro e a completare la commessa per i veicoli protetti Iveco Lince.
A indurre il Ministero della Difesa russo a recedere dall’accordo con l’Italia (a pochi mesi dagli scandali che hanno portato a fine novembre scorso al siluramento del ministro Anatolij Serdjukov) oltre alle esigenze di favorire l’industria nazionale, avrebbe contribuito anche il raffreddamento dei rapporti tra Roma e Mosca dopo l’epoca delle cordiali intese tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin.
Come fanno notare fonti vicine agli ambienti diplomatici Mosca ha giudicato la politica estera italiana del governo Monti eccessivamente appiattita sulle posizioni di Washington specie riguardo alle crisi in Iran e Siria ritenute strategicamente più rilevanti dai russi.
Naturalmente dopo aver copiato le soluzioni tecnologiche italiane, il comandante in capo delle forze di terra, generale Vladimir Chirkin, ha annunciato nei giorni scorsi lo stop all’acquisizione dei mezzi italiani esortando l’esercito a “concentrarsi sui produttori nazionali”.
L’industria militare russa aveva mal digerito la decisione di adottare veicoli militari italiani.
I blindati pesanti Centauro sono sottoposti da mesi a test valutativi nella base di Kubinka mentre i Lince sono stati ordinati in due lotti per 1.775 esemplari che erano destinati a salire a 3.000 entro il 2015.
Nei test il Lince si era rivelato superiore al GAZ-330 Tigr ma il ministro della Difesa, Sergey Shoigu, ha ordinato una nuova gara e nuovi test comparativi tra i due veicoli cedendo così alle pressioni di GAZ che ha sviluppato una nuova versione del suo veicolo nota come “Tigr M” che pare abbia adottato molte delle soluzioni tecnologiche già impiegate dal mezzo italiano.

4highres_00000499442050

Il fabbisogno dell’esercito russo per questo tipo di veicoli è di 5 .000 esemplari e GAZ vorrebbe aggiudicarsi la commessa per 3.500 unità anche se disporre di due mezzi diversi non semplificherà la logistica dell’esercito di Mosca.
Mosca ha stanziato 800 milioni di euro per il programma Lince ed il contratto era stato firmato nel dicembre 2011.
I primi 57 veicoli sono stati assemblati l’anno scorso in Russia nello stabilimento Kamaz di Voronezh mentre gli altri verranno assemblati in una nuova fabbrica in Tatarstan con una capacità di 500 veicoli all’anno dove nel 2014 i componenti realizzati in Russia saranno circa la metà del totale.
Il costo medio di un Lince varia dai 300 mila ai 500 mila euro a seconda delle versioni e degli equipaggiamenti imbarcati mentre il Tigr viene definito dalla GAZ “più economico del 70 per cento”.

La legge di Obama : vietato criticare i talebani

Afghanistan_voto_donne-580x3951
Studentesse afgane in coda per imparare a votare in vista delle elezioni presidenziali. È solo la seconda volta che si vota nel Paese e la commissione elettorale indipendente ha organizzato un corso di quattro giorni per spiegare il meccanismo e l’importanza del voto.

Un manuale per i militari Usa voluto dalla casa Bianca si adatta al verbo degli integralisti, legittimando pedofilia e violenze sulle donne Fa discutere il nuovo decalogo di istruzioni del ministero della Difesa Usa sulle buone maniere che dovrebbero seguire i marines in Afghanistan verso i poliziotti locali, di fatto giustificando questi ultimi quando uccidono i soldati americani che li addestrano perché si sentono «offesi» da ciò che dicono sta facendo scandalo. «Citare la pedofilia e i diritti delle donne per dire che i soldati non dovrebbero menzionare quelle parole è come ammettere tacitamente che questi concetti sono davvero una parte della religione islamica», ha commentato Robert Spencer, fondatore dell’osservatorio Jihad Watch. E Clare Lopez, studiosa del pensatoio Center for Security Policy, ha definito oltraggioso accusare i soldati americani per gli attacchi che subiscono da membri delle forze di polizia locali. «Far credere che i nostri soldati vengono ammazzati a causa della loro insensibilità per la cultura islamica è come dire che è colpa loro perché non sono stati abbastanza gentili verso i locali. Il rifiuto fondamentale di riconoscere che il nemico ci combatte per quello che dice a chiare lettere di volersi battere, che è l’Islam, è il fallimento di leadership dei nostri vertici dal ministro della Difesa Leon Panetta in giù. A causa di ciò, non abbiamo una strategia». In realtà, la «strategia» della sottomissione culturale obamiana viene da lontano. Tutto cominciò nel 2009 con l’epurazione del termine «atti di terrorismo islamico» dal materiale ufficiale del dipartimento della Sicurezza Nazionale di Janet Napolitano, poco dopo che il neoeletto Barack Hussein Obama la nominò ministro e le diede istruzioni di «correttezza politica». Al suo posto i solerti funzionari coniarono gli «eventi causati dall’uomo», ma era un’espressione tanto ridicola che non riuscì a imporsi nella cronaca della realtà degli anni successivi, zeppi di atti di terrorismo nel mondo, e sempre ad opera di musulmani. Ora gli scribacchini del Pentagono hanno redatto un manuale di guida su come comportarsi con la popolazione, con i talebani, e con i colleghi della polizia e dell’esercito di Kabul. Alla base del testo c’è un’idea distorta, che è tipica della filosofia liberal sposata da Obama: accusare gli Usa di tutte le colpe nei rapporti con gli altri, che sono sempre vittime a prescindere, così da giustificare chi attacca e uccide gli americani: dai 3mila delle Torri Gemelle dell’11/9/2001 al povero ambasciatore libico Chris Stevens ucciso l’11/9/2012 tutti, in fondo, se la sono un po’ cercata. Ci sono stati finora quest’anno 63 militari Usa ammazzati da poliziotti e soldati afghani?

l43-sahar-afghanistan-kabul-120517190557_medium
la 15enne Sahar Gul, data in sposa dai genitori contro la sua volontà per ripagare un debito di gioco, fu ritrovata dalla polizia afgana nello scantinato dei suoceri, dove era stata rinchiusa, privata di cibo e torturata per cinque mesi come punizione per il suo rifiuto a prostituirsi.

La colpa è dell’ignoranza dei marines della cultura locale: non conoscendo e non rispettando la mentalità della gente, la offendono e ne provocano, nei soggetti più «sensibili», la furia omicida. «Una migliore consapevolezza e comprensione della cultura afghana aiuterà il soldato ad essere un miglior partner e a evitare conflitti culturali che portano alla violenza», si legge nel testo. Di qui le 75 pagine di consigli che, se applicati, secondo gli estensori sarebbero una polizza sulla vita dei soldati. «Molti dei contrasti capitano per l’ignoranza o per la mancanza di empatia verso le norme della cultura musulmana e/o afghana, e il risultato sono le violente reazioni dei membri delle forze di sicurezza afghane», ha riportato il Wall Street Journal che ha avuto accesso alla bozza del manuale. Lo studio, basato su interviste con 600 poliziotti locali e con 200 soldati americani che mostrano l’abissale scontro di vedute tra i due mondi, si conclude con avvertenze di resa ai militari Usa. In sostanza, devono evitare di toccare gli argomenti tabù, di cui viene fornita una dettagliata lista nera: «Mai fare commenti offensivi sui talebani», «non esporsi a difendere i diritti delle donne», «evitare ogni critica della pedofilia», «non indirizzare critiche contro gli afghani», «mai menzionare l’omosessualità o ogni condotta omosessuale», e «non citare nulla in relazione all’Islam». Gli attentati e gli attacchi letali alle forze della coalizione da parte di personale in divisa afghana, insomma, non sarebbero un problema di infiltrazioni dei talebani, ma di galateo linguistico, anzi di prevaricazione della cultura occidentale su quella locale, diversa e da rispettare in ossequio al multiculturalismo ideologico mascherato da precauzione «operativa». L’anticipazione del testo, con il coro di critiche che ha subito scatenato, potrebbe «congelare» il manuale. Il comandante in capo dei marines in Afghanistan, John Allen, ancora sotto inchiesta nell’ambito dello scandalo delle donnine di Petraeus, l’ha bocciato senza mezzi termini. «Non lo sponsorizza e ha respinto la richiesta di fare la prefazione», ha detto il suo portavoce. «Non approva i suoi contenuti».

Corea del Nord ed Iran: due diverse soluzioni per il disarmo nucleare

Mentre viene siglato l’accordo sul nucleare con la Corea del Nord, dopo una trattativa estenuante, a Washington tiene banco il dibattito in merito all’invio di ulteriori truppe in Iraq- sul quale il Congresso ha votato a sfavore- il Presidente Bush, intanto, rende noto alla stampa che truppe d’à©lite iraniane stanno rifornendo i miliziani sciiti con congegni esplosivi artigianali in grado di perforare le corazze dei mezzi pesanti, i quali sarebbero responsabili di centinaia di morti tra i soldati americani sul suolo iracheno.

Durante la corposa conferenza stampa tenutasi mercoledì nella sala est della Casa Bianca, il corrispondente della Cnn Ed Henry pone la sua domanda riguardo alla supposta correlazione tra gli attacchi alle truppe Usa in Iraq per mezzo dei congegni esplosivi artigianali e la volontà  degli alti dirigenti iraniani di portarli avanti.

Il presidente Bush accenna un sorriso come a voler dire, “guardi non è questo il punto“. Henry crede ci sia una contraddizione tra quello che i generali americani hanno fatto sapere sabato scorso, e cioè che i dirigenti iraniani abbiano ordinato alle Quds Force di attaccare in Iraq, e quello che il presidente sta dicendo ora, e cioè che non ci sono prove certe al riguardo, ma che di fatto questi corpi d’à©lite hanno a che fare con la morte di più di 170 soldati americani.

La risposta di Bush difatti insiste su questo punto: “A causa delle Quds Force ci sono armi in Iraq che stanno danneggiando le truppe americane…E spero che tu [Ed Henry n.d.r.] sappia, che le Quds Force fanno parte del governo iraniano, non sappiamo se Ahmadinejad ha ordinato a questi corpi speciali di attaccare, ma sappiamo che sono lì, ed io intendo fare qualcosa a riguardo, ho chiesto ai miei comandanti di fare qualcosa a riguardo e noi proteggeremo le nostre truppe“.

Si potrebbe pensare che non esistano relazioni tra gli scontri a fuoco che sono all’ordine del giorno in Iraq e le grandi manovre diplomatiche tese al disarmo nucleare: niente di più falso. Prima l’accordo con l’India, ora quello con la Corea del Nord e nel mezzo la questione iraniana, fanno da cornice agli scontri quotidiani dei soldati Usa contro gli insorti iracheni.

Oggi tra i democratici c’è chi sta già  accusando Bush di voler entrare in guerra contro l’Iran e di voler utilizzare le Quds Force come pretesto per un via libera, prendiamo ad esempio le parole che Hillary Clinton ha pronunciato al senato dopo la conferenza stampa del presidente: “Credere che la risoluzione del 2002 che autorizzava l’utilizzo della forza contro l’Iraq costituisca un assegno in bianco per utilizzare la forza contro l’Iran, sarebbe un errore di proporzioni storiche“.

Da parte sua Bush descrive queste illazioni come “sciocche”. Oggi, di fronte ad una minaccia simile, i politici americani si dividono mentre l’affondamento della corazzata “Maine” davanti al porto dell’Avana nel 1898 (in circostanze peraltro sospette) e la conseguente morte di più di 250 marinai statunitensi, provocò la reazione compatta della nazione e l’inizio della guerra ispano-americana (Remember the Maine, to hell with Spain!). Come cambiano i tempi.

Ma chi sono queste Quds Force? E cosa sono questi ordigni esplosivi improvvisati? I Quds sono un’unità  d’à©lite delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. La loro attività  primaria pare consista nel condurre attività  di addestramento per i gruppi rivoluzionari islamici, e sembra che rispondano in prima istanza all’Ayatollah Ali Khamenei (non nominato da Bush appositamente, visto che gli Usa non riconoscono autorità  politica al leader religioso).

I Quds si sono resi responsabili in passato del bombardamento delle caserme di Beirut nel 1983, ora, secondo il quotidiano egiziano al-Ahram, Ahmadinejad avrebbe contribuito con aiuti economici alle loro attività  militari. Gli ordigni esplosivi artigianali (I.E.D.) sono invece bombe di fabbricazione artigianale che possono contenere sostanze tossiche, o schegge metalliche in grado di perforare le corazze dei veicoli militari tipo l’Humwee.

Questi congegni possono essere attivati a distanza per mezzo di un radiocomando o possono contenere un detonatore in grado di farli esplodere al passaggio dei convogli nemici.

Intanto, nel giorno di San Valentino, un’autobomba è esplosa nella città  di Zahedan (Iran) facendo saltare in aria un autobus che portava al suo interno alcuni membri delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane, uccidendo almeno undici persone e ferendone 34, secondo quanto riferito da una agenzia stampa statale. Un membro del parlamento locale ha fatto riferimento alle “forze imperialiste” per spiegare l’attacco: leggi Gran Bretagna e Usa.

Ricapitolando: quello che prima era un conflitto armato sul suolo iracheno è ora diventato una guerra civile tra miliziani sunniti e sciiti, questi ultimi sarebbero poi supportati dalle Quds Force di provenienza iraniana, in questo senso i democratici rimproverano il presidente Bush di cercare un pretesto per attaccare l’Iran. Sempre l’Iran poi, a causa del suon ben noto atteggiamento di elusione nei confronti della Agenzia Internazionale per L’Energia Atomica (AIEA), avrebbe causato un impegno diplomatico da parte della presidenza Usa volto a concludere accordi bilaterali con le potenze in grado di sviluppare un arsenale nucleare.

In questo caso i democratici accusano Bush di essere troppo magnanimo nel concedere vantaggi ai paesi che rinunciano alla produzione di testate atomiche.

L’accordo sul nucleare con la Corea del nord

Sia il Sottosegretario di Stato Usa per gli Affari Politici, Nicholas Burns, che il nostro Premier Romano Prodi, si dicono convinti che l’accordo sul nucleare raggiunto il 13 Febbraio scorso con la Corea del Nord dovrebbe servire come modello per un eventuale trattativa con l’Iran.

Senza arrivare ad una tale punta di ottimismo, si può comunque notare il fatto che il governo di Teheran si trova ora sempre più isolato da eventuali partner “atomici”, dopo che, poco tempo fa, anche l’India aveva siglato un accordo con gli Usa. I sei paesi coinvolti nelle trattative di Pechino (Stati Uniti, Russia, Corea del Sud, Corea del Nord, Giappone e Cina) si sono accordati affinchè la Corea del Nord sospenda il suo programma di arricchimento dell’uranio e tutte le attività  correlate alla produzione di energia nucleare (oltre allo smantellamento delle centrali in uso) entro 60 giorni, consentendo poi le verifiche dell’AIEA.

In cambio Pyongyang riceverà  aiuti sotto forma di petrolio e altre forniture per centinaia di milioni di dollari. Visto che sono passati solo quattro mesi da quando il regime di Kim Jong II effettuò il primo esperimento nucleare, facendo esplodere una bomba nel sottosuolo, la fine delle trattative è stata salutata con un certo entusiasmo da parte della comunità  internazionale.

Considerando poi che si sta parlando di uno “Stato Canaglia” il risultato conseguito da  un segnale forte e chiaro all’Iran di Ahmadinejad, attorno al quale l’amministrazione Bush sta tentando di fare terra bruciata. La presenza della Russia come uno dei paesi mediatori non è infatti da sottovalutare, se si tiene conto che proprio Putin era stato in passato uno dei punti di riferimento della politica sul nucleare di Teheran.

C’è poi un questione molto importante da tenere in mente: la Corea del Nord è ad uno stadio di sviluppo di un arsenale nucleare molto più avanzato rispetto all’Iran. Mettere le due nazioni sullo stesso piano e proporre ad Ahmadinejad le stesse condizioni che sono state proposte a Kim Jong II, equivarrebbe a concedere più potere al governo di Teheran di quanto non ne abbia effettivamente.

Si tratta, in fondo, di una partita a scacchi e stupisce che gente così informata sui fatti come Prodi o Burns non abbiano tenuto conto di questo fattore nel loro giudizio. La Corea del Nord non può costituire un modello di come agire con l’Iran, semmai è quest’ultimo che deve tenere in mente il significato del trattato di Pechino.

Condooleza Rice ha definito l’accordo come un “buon inizio” e allo stesso tempo si è detta soddisfatta per la fine delle trattative, in totale sintonia con le voci che arrivavano da Washington lo stesso giorno (13 febbraio) e che definivano il patto a sei come un “primo importante passo in avanti” nell’ottica di denuclearizzazione della Corea. Stesso atteggiamento di soddisfazione per quanto riguarda il presidente Bush, mentre da Mosca giungevano notizie di un velato ottimismo.

Da registrare invece la reazione dell’Ex-ambasciatore delle Nazioni Unite, John Bolton, il quale non appariva altrettanto soddisfatto. Secondo lui sarebbe sbagliato incentivare gli stati canaglia come la Corea del Nord ad abbandonare i loro programmi atomici per mezzo di aiuti energetici, visto che un tale comportamento smentisce quella che per anni è stata la politica estera americana. “I don’t do carrots” è stata una della sue eloquenti frasi in merito, ovvero: “non offro carote”.

Quello di Bolton è un atteggiamento negativo nei confronti dell’accordo ma che trova comunque dei sostenitori anche all’interno della stessa ala neo-conservatrice. Secondo il Daily Herald, ad esempio, Elliot Abrams, uno dei consiglieri di Bush sulla Sicurezza Nazionale, avrebbe fatto notare a Tony Snow ( segretario dell’ufficio stampa della Casa Bianca) che un accordo del genere concede troppo spazio di manovra al paese comunista.

La replica di Snow, però, lo avrebbe rassicurato del fatto che gli aiuti energetici arriveranno sul suolo coreano solo nel caso in cui Kim Jong II rispetti gli accordi fino in fondo.

La risoluzione contro l’invio di truppe a Bagdad

Il Senato, nelle vesti del popolo americano, deve essere chiaro con il comandante in capo [Il Presidente] sul fatto che egli non ha più un timbro di gomma per la questione irachena“, con queste parole-timbro di gomma sta per autorità  indiscutibile- il leader della maggioranza Harry Reid, Democratico del Nevada, ha aperto la votazione di sabato, preceduta da quella del giorno prima al Congresso, nella quale si dibatteva la stessa questione: l’invio di ulteriori truppe in Iraq e il relativo stanziamento di fondi.

Il Congresso Usa a maggioranza democratica ha approvato, nella giornata di venerdì, un risoluzione non vincolante che si oppone all’invio di ulteriori truppe in Iraq con un margine di 246 voti a 182. Sembrerebbe proprio un veto di tipo “politico” in quanto durante le prossime elezioni chi si sarà  dimostrato contro la guerra godrà  certo di vantaggi dal punto di vista della popolarità . Visto che l’elettorato si dimostra stanco (secondo tutti i sondaggi) di sentir parlare del conflitto iracheno, i democratici ed alcuni repubblicani danno al popolo ciò che il popolo vuole e lasciano intendere di non avere intenzione di proseguire la guerra.

Alle volte però un leader deve saper prendere decisioni impopolari e non può limitarsi a governare secondo il sentire comune. Come detto, comunque, la risoluzione non è vincolante e il presidente Bush ha già  fatto sapere che non intende in alcun modo dare retta al Congresso. Nelle parole del senatore repubblicano dell’Indiana Richard Lugar, che ha parlato alla trasmissione “Face the Nation” (CBS): “Credo che il presidente opporrà  il suo veto e che tale veto sarà  duraturo“.

Mentre Nancy Pelosi ha reso noto che il veto concerne soltanto l’iniezione di nuove truppe e non il supporto economico che sarà  loro fornito (circa 93 milioni di dollari) e che questo rappresenta “un messaggio forte” all’amministrazione Bush.

I democratici hanno come obbiettivo quello di limitare la portata dell’autorizzazione a procedere che il Presidente Usa ricevette nel 2002, prima dell’inizio del conflitto iracheno. Come ha sottolineato il Democratico del Michigan Carl Levin: “Cercheremo di ottenere una modifica a quella autorizzazione in modo di limitare la missione delle truppe americane ad un compito di supporto invece che di combattimento, il che è molto differente dal tagliare semplicemente i fondi“.

Nella giornata di sabato, poi, la risoluzione “anti-Bush” non è passata al senato visto che non si è raggiunto il quorum necessario dei 60 voti (56-34). La motivazione ufficiale per la disfatta della risoluzione non vincolante riguarda la questione dei fondi. Secondo i senatori all’opposizione questo provvedimento sarebbe senza significato proprio perchè non conterrebbe nulla riguardo allo stanziamento del denaro necessario.

Per il capo della minoranza Mitch McConnel (Repubblicano del Kentucky): “Questa risoluzione non vincolante non fa nulla sul piano pratico ma è stata disegnata per disapprovare la nuova missione…il nostro punto di vista è che non si può discutere la nuova missione in Iraq senza discutere lo stanziamento di fondi per le truppe“.

Di tutt’altro avviso il senatore democratico dello stato di New York Charles Schumer, che avrebbe detto: “Stiamo appoggiando una guerra civile in Iraq…le truppe americane non dovrebbero essere nel mezzo di quella guerra…per dirla in maniera gentile, l’escalation del Presidente è male indirizzata“.

Mentre il Segretario di Stato Usa, Coondoleeza Rice era in visita a Baghdad, nell’ambito di un meeting con i leader mediorientali, ha ricordato alle truppe che, nonostante il dibattito politico che si sta svolgendo a Washington, il loro contributo è “molto apprezzato”. Tale dichiarazione è stata poi seguita dalle frasi di George W. Bush il quale ha ricordato che, seppure i senatori “hanno tutto il diritto di esprimere le loro opinioni…I nostri uomini e le nostre donne in uniforme contano sui loro leader affinchè questi provvedano a rifornire loro del supporto necessario per portare a termine la missione“.

Ovvio che, dopo un simile dibattito, la stampa Usa si scateni nel commentare ciò che succede a Washington. In un articolo di Ellen Ratner apparso su WorldNetDaily, ci si chiede come sia possibile che il tema della risoluzione non vincolante abbia assunto una posizione di tale rilievo in mezzo a tutti gli altri temi che dovrebbero avere la loro importanza come il riscaldamento globale, l’immigrazione, l’Afghanistan, la questione delle cure mediche etc.

Inoltre la Ratner fa un paragone interessante tra la situazione politica al Congresso ed il capitano di una una nave che, attraversando acque tempestose, si ritrovi a dover dibattere con l’equipaggio in merito alla direzione da prendere. La prematura fine del battello su di uno scoglio sarebbe inevitabile. Robert Novak sul Washington Post ha invece puntato sul fatto che il Democratico John Murtha, alleato strategico di Nancy Pelosi, con le sue moine contro lo stanziamento di fondi per le truppe, sta tentando di assumere il comando della politica Usa in Iraq, per quanto possa sembrare strano. Ovviamente quella di Novak è una provocazione.

E chiaro, però, che l’aumento di truppe in Iraq, vista l’impossibilità  pratica di un ritiro immediato dei soldati americani dal conflitto, non farebbe che aumentare la sicurezza di quelli che sono lì ora a rischiare la vita quotidianamente. Forse è questo che i pacifisti non riescono a vedere: se la politica americana ci ha insegnato qualcosa è che spesso i Democratici prendono le posizioni dei Repubblicani e viceversa, ora chi è contro la guerra in generale, dovrebbe riconoscere che fare rischiare la vita a dei soldati per partito preso non è certo la decisione più saggia.

Andrea Loquenzi

Fosse anche la mia vita purche’ l’Italia viva

scudetto della decima mas
scudetto della decima mas

… All’alba del 26 marzo 1941, avemmo una batosta, quando il porto di Suda fu attaccato da sei veloci barchini esplosivi. L’incrociatore York fu danneggiato gravemente…
Anche la nave cisterna Pericles (8324 tonn.) fu colpita… Il nostro unico incrociatore con cannoni da 203 era così; eliminato.
Mi ha sempre colpito quanto gli italiani erano bravi in questo tipo di attacchi.
Avevano certo uomini capaci delle più valorose imprese…
Prima che la guerra finisse, dovevamo subire ulteriori perdite di questo genere per la coraggiosa iniziativa dei marinai italiani.
Chi parla è un cronista d’eccezione, nientemeno che l’ammiraglio inglese Cunningham, comandante in capo della Flotta del Mediterraneo nell’ultimo conflitto mondiale. Nel suo libro di memorie, A sailor’s odyssey (pubblicato nel 1951) l’alto ufficiale inglese riconosceva, da vero gentleman, le non comuni doti dei suoi agguerritissimi e singolari avversari: i marinai italiani della DECINA FLOTTIGLIA MAS.
Frank Goldsworthy, ufficiale del servizio segreto navale inglese, ebbe a dire (intervista del 25 dicembre 1949 al Sunday Express), parlando degli attacchi italiani a Gibilterra, condotti sempre dagli incursori della Decima, che ognuna (delle incursioni) richiese da parte degli attaccanti tanta audacia e resistenza fisica da suscitare il rispetto di qualsiasi marina del mondo.
Lo stesso Churchill affermerà : “L’ Inghilterra ha perso, con la perdita delle navi affondate, la supremazia della flotta in Mediterraneo; prepariamoci a subirne le conseguenze”.
In tutto il 1942 si susseguono diverse missioni con ottimi risultati, molte con il coinvolgimento degli uomini “Gamma”.
Il 1° maggio 1943 Junio Valerio Borghese assume il comando dell’intera Xª Flottiglia MAS. Poi arriva il tragico 8 settembre 1943.

“In ogni guerra, la questione di fondo non e’ tanto di vincere o di perdere, di vivere o di morire, ma di come si vince, di come si perde, di come si vive, di come si muore. Una guerra si puo’ perdere, ma con dignita’ e lealta’. La resa e il tradimento bollano per sempre un popolo davanti al mondo“.

Questa era la “Decima MAS” e questi i suoi uomini

Nel titolo leggete il credo della “X flottiglia MAS”, unica formazione italiana che continuò a combattere per l’Italia e non per un partito politico o un particolare governo.
La Decima era così determinata che anche i tedeschi dovettero piegarsi al loro volere.
Immediatamente dopo l’8 settembre, a Livorno, nel confronto armato tra i marinai italiani e le truppe tedesche non fu sparato un colpo. Chissà,  se si fossero combattuti magari la storia avesse preso una piega diversa.
La “X” come dicevo è stato l’unico reparto che ha combattuto, sola contro tutti, per difendere il territorio italiano.
Ad essa si aggiunsero anche altri reparti, bersaglieri, paracadutisti, granatieri di Sardegna, immigrati, antifascisti, tutti con un’unico obiettivo : mantenere integro il territorio nazionale.
Un’altra peculiarità della Decima Flottiglia M.A.S. è l’apoliticità. L’iscrizione a qualsiasi partito era vietata per i marò, dato che si combatte per il proprio paese e non per un leader politico, un’ideologia od un partito. Valerio Borghese, il comandante, espulse e mandò nelle Brigate Nere un veterano di Nettuno, Rinaldo Dal Fabbro, solo perché si fregiava del distintivo di squadrista.
Dal Fabbro capirà, ed andrà a morire al fronte col battaglione d’assalto Forlì.
In questo reparto si uniscono volontari appartenenti alle fedi politiche più disparate, compresi quelli nati in famiglie di storico orientamento socialista. Un esempio per tutti: la terza compagnia Volontari di Francia aggregata al Battaglione Fulmine. La formano figli di emigrati, rientrati in patria per difendere l’onore del paese dei propri padri.

Ed in molti casi erano dei fuoriusciti politici, ribelli al regime fascista.

In questa incredibile frammentazione di reparti, che Borghese cercava di tenere uniti viaggiando di continuo in automobile da una sede all’altra, facendo di fatto più l’ispettore che il comandante, poteva esserci di tutto. Ci furono figuri che seminarono terrore nel Canavese, ma ci furono anche gli uomini del battaglione N.P. (nuotatori paracadutisti) che desideravano combattere al fronte e si rifiutarono di partecipare ad operazioni antipartigiane: l’episodio accadde nella caserma di Valdobbiadene alla fine del dicembre 44, con un ammutinamento in piena regola.
Si potrebbe andare avanti citando altre diecine di esempi. Nella Decima c’era tutto e il contrario di tutto. Nel frattempo nella Repubblica Sociale non mancava chi, preoccupato dell’autonomia del principe Borghese, temeva che questi meditasse un colpo di stato: dal 13 al 24 gennaio del 44 il comandante, insieme ai capitani Ricci e Paladino, viene rinchiuso nel carcere di Brescia.
La liberazione avvenne su precisa disposizione tedesca, e servì per far capire a Mussolini che la Decima non si poteva toccare. Con profonda coerenza, l’uomo arrestato per sospetto di cospirazione, pochi mesi dopo venne nominato sottocapo di Stato Maggiore della Marina. In questa occasione Borghese rifiutò la promozione ad ammiraglio offertagli da Mussolini.

Perchè?

Perchè il regolamento della Decima prevedeva infatti il congelamento di tutte le promozioni, tranne quelle ottenute per merito di guerra sul campo. Comunque il duce non perse la sua sfiducia e ordinò due inchieste su Borghese. La prima, affidata alla Banda Koch, escluse che il principe romano abbia mai avuto mire golpiste; la seconda, effettuata dall’ufficio investigativo della Guardia Nazionale Repubblicana, si soffermò, in mancanza di meglio, su pettegolezzi da portineria, raggiungendo vertici di ridicolo laddove si affermò che Borghese era ormai incapace di esercitare un comando perché debilitato dai suoi eccessi sessuali ( dall’archivio segreto di Mussolini).
Nel gennaio del 45, quando ormai tutto sta andando allo sfascio, la pubblicazione della rivista della Decima, L’Orizzonte, contenente articoli decisamente anticonformisti, provoca le ire del Ministro della Cultura Popolare, Mezzasoma, che cerca di far sequestrare le copie in tipografia, e la reazione di Borghese, che ne dispone il ritiro dalla tipografia manu militari e la vendita per Milano con strilloni improvvisati, protetti dai mitra degli uomini della Decima.

…Disseminati in tutta l’Italia del Centro-Nord, la Decima costituisce servizi, comandi tappa, ospedali, collegamenti, servizio informazioni. E ancora a Trieste, Pola, Fiume, Cherso, Lussino basi e reparti di fanteria di Marina.
Disseminata in Francia, Germania, sul Mare del Nord basi di sottomarini.
Persino a Tien-Tsin, in Cina, la base della Marina Italiana chiede di far parte della Decima MAS.
Le vicende belliche impediscono che tutti i reparti possano schierarsi sul fronte Sud, e cosi’ gran parte della Decima viene schierata sul confine italo-jugoslavo nel tentativo di opporsi alla invasione delle forze di Tito. La Decima MAS sublima cosi’ la sua vera natura di Unita’ combattente per la difesa del suolo italiano. Unita’ intere della Decima si sacrificano con la quasi totalita’ dei loro Maro’, come il Btg. Fulmine a Tarnova, per la salvezza di Gorizia. Cosi’ pure i Btg. N.P., Sagittario, Barbarigo e tanti altri reparti ed uomini per difendere sino all’estremo sacrificio i confini orientali della Patria dall’invasore comunista perdendo l’80% degli effettivi. Insomma questo sparuto esercito impedì il dilagare, nel territori Italiano, delle orde titine e sovietiche che già avevano occupato Vienna.

Il capo del PCI, Palmiro Togliatti diramava il celebre, spregevole invito a mezzo stampa “lavoratori triestini! Il vostro dovere è accogliere le truppe di tito come liberatrici e di collaborare con esse nel modo più stretto“.

Non ostante l’appoggio dei traditori della formazione partigiana “Garibaldi” l’avanzata dell’armata rossa fu bloccata ed a causa di questo, la “X” si è meritata l’odio di tutti i comunisti italiani. Odio che condivide con la brigata partigiana, monarchica, “Osoppo“.
In ricordo di quella disperata difesa, proprio oggi i reduci della “X” si sono radunati a Gorizia, l’ultima linea del fronte prima della smobilitazione.
Il 25 aprile del ’45 tutti gli uomini e mezzi della Decima sono ancora in armi sui fronti di combattimento…Ma sono finiti i tempi del “vincere e vinceremo”, questo lo sanno tutti, ma i volontari vedono nella Decima il mezzo per riscattare il proprio paese dalla vergogna, andando al fronte a combattere contro quelli che per 3 anni sono stati i nemici, e lo devono rimanere, pur nella consapevolezza che la vittoria è oramai un lontano miraggio. Lo stesso Eisenhower darà ragione a questi uomini scrivendo, dopo la fine del conflitto : “La resa dell’Italia fu uno sporco affare.


Milano, ore 17 del 26 aprile 1945, era una giornata grigia e piovosa. eravamo schierati attendendo il discorso del comandante.

DECIMA MARINAI!, gridò lui.

DECIMA COMANDANTE!, rispondemmo.

( un partigiano : “Il grido possente di quegli uomini e di quei ragazzi ci arrivò come uno schiaffo, sul volto, e percosse anche le finestre e i balconi vuoti delle case circostanti. Quel grido era sfida, coraggio, disprezzo, rabbia, abnegazione. Era un grido esaltante di guerra e di morte!” )

Borghese dice che la guerra è persa, ma restano i principi, la difesa dell’onore fino all’ultimo, l’impegno a rispondere a qualsiasi richiamo della nazione. Dice che le armi saranno consegnate a lui perché la “Decima” non si arrende ma smobilita: e idealmente la “Decima” è tutta qui ( 700 uomini di circa 20.000).
Poi fa l’appello dei marinai morti…
Gli uomini si riscossero dal silenzio.

Trieste, comandante!“.

Il grido restò nella piazza, tutt’intorno chiusa dai reticolati. Tre squilli di tromba e la bandiera di combattimento fu ammainata…
Gli ufficiali partigiani e la loro scorta erano sull’attenti. Eravamo tutti soldati, tutti italiani.

Quando pareva vinta Roma antica
sorse l’invitta Xª Legione;
vinse sul campo il barbaro nemico
Roma riebbe pace con onore.
Quando l’ignobil otto di settembre
abbandonò la Patria il traditore
sorse dal mar la Xª Flottiglia
e prese l’armi al grido “per l’onore”.

  Decima Flottiglia nostra
che beffasti l’Inghilterra,
vittoriosa ad Alessandria,
Malta, Suda e Gibilterra.
Vittoriosa già sul mare
ora pure sulla terra
Vincerai!

Navi d’Italia che ci foste tolte
non in battaglia ma col tradimento
nostri fratelli prigionieri o morti
noi vi facciamo questo giuramento.
Noi vi giuriamo che ritorneremo
là dove Dio volle il tricolore;
noi vi giuriamo che combatteremo
fin quando avremo pace con onore.

  Decima Flottiglia nostra
che beffasti l’Inghilterra,
vittoriosa ad Alessandria,
Malta, Suda e Gibilterra.
Vittoriosa già sul mare
ora pure sulla terra
Vincerai!

Potete leggervi la storia della “X” facendo una semplice ricerca su Google oppure acquistate il libro “Decima marinai” – “Decima comandante” oppure “Duri a Morire” di Marino Perissinotto

Massacri in revisione araba 2

Arafat

Amin al Husseini bei bosnischen SS-Freiwilligen
Amin al Husseini bei bosnischen SS-Freiwilligen – Amin al Husseini passa in rassegna le SS borniache

Arafat ha trascorso la maggior parte della sua giovinezza al Cairo, fatta eccezione per quattro anni (dopo la morte della madre, avvenuta in data imprecisata quando aveva tra cinque e nove anni) quando ha vissuto presso uno zio a Gerusalemme. Mentre studia all’università del Cairo – dove consegue la laurea in ingegneria civile – aderisce alla Fratellanza Mussulmana e all’Unione degli Studenti Palestinesi, della quale diviene presidente dal 1952 al 1956.

Mentre è al Cairo sviluppa una stretta relazione con Haj Al-Husseini, conosciuto come il Mufti di Gerusalemme. Nel 1956 presta servizio nell’esercito egiziano durante la crisi di Suez.

Al Congresso Nazionale Palestinese tenutosi al Cairo il 3 febbraio 1969, diviene leader dell’ OLP Organizzazione per la  Liberazione della  Palestina) che opera dal territorio Giordano.

In realtà, l’impegno politico di Arafat ha radici più antiche e risalgono a quando, spostatosi in Kuwait per lavorare come ingegnere, collabora a fondare Al Fatah, organizzazione che ha come obiettivo la creazione di uno stato palestinese indipendente.

Nel 1963 Al Fatah (operante dal territorio Giordano), appoggiata dalla Siria, programma la sua prima azione militare, il sabotaggio di un impianto idrico israeliano. L’azione avviene nel dicembre del 1964 ma si rivela un fallimento. Comunque, dopo la Guerra dei sei giorni, nel 1967, quando Israele sposta la sua attenzione dagli stati arabi alle varie organizzazioni palestinesi, una di queste è – appunto – Al Fatah.

Tensioni in Giordania

arafat-Castro-felices
arafat-Castro-felici

Nello stesso periodo le tensioni tra il governo di Giordania ed i palestinesi seguaci di Arafat (perché si tratta di Palestinesi contro Palestinesi) iniziano ad aumentare. Elementi della resistenza palestinese in armi (i cosiddetti fedayn o feddayn) creano uno “stato nello stato” all’interno della Giordania (controllando anche numerose zone strategiche tra cui la raffineria di Az Zarq) finendo per costituire un pericolo per la sovranità dello stato hashemita.

Lo scontro diventa aperto nel giugno del 1970, a seguito di un tentato golpe nei confronti del Governo Giordano.

Torniamo indietro un attimo.

A seguito dello shock dovuto alla schiacciante vittoria israeliana nella guerra dei sei giorni, diversi gruppi arabi erano alla ricerca di modi per “ripristinare l’onore” o portare avanti la propria causa. I palestinesi costituivano la maggioranza della popolazione giordana ed erano appoggiati da molti regimi arabi, soprattutto dal presidente egiziano Nasser. Israele venne colpita ripetutamente da incursioni attraverso il confine compiute dai guerriglieri fedayn.

Nel 1968, In risposta ad una serie di attacchi partiti dal territorio giordano, le forze di difesa israeliane Karameh il 21 marzo 1968. Si diceva che il villaggio fosse la “capitale” della guerriglia. Gli israeliani, che puntavano nel loro assalto a distruggere Fatah, non ebbero successo e si ritirarono rapidamente. Arafat fece in modo di lasciare Karameh di notte, dopo essere stato informato dell’imminente attacco. Nella battaglia circa 300 combattenti dell’OLP vennero catturati e 150 uccisi dalle forze israeliane prima del pomeriggio. L’arrivo in forze delle truppe giordane rovesciò l’esito della battaglia e permise di infliggere gravi perdite agli israeliani. Vennero stimati 28 soldati israeliani uccisi e 80 feriti, oltre alla perdita di quattro carri armati. Anche se l’esercito giordano si era fatto carico dei combattimenti, l’incidente fu un colpo di pubbliche relazioni per l’OLP e per Arafat in particolare. La battaglia di Karameh fece lievitare il morale dei palestinesi e diede all’OLP un immediato prestigio all’interno della comunità araba. entrarono nel villaggio di

Yasser Arafat rivendicò lo scontro come una vittoria (in arabo, “karameh” significa “onore”) e divenne ben presto un eroe nazionale che aveva avuto il coraggio di affrontare Israele. Masse di giovani arabi entrarono nelle fila del suo gruppo, Fatah. Sotto pressione, Ahmad Shukeiri lasciò la guida dell’OLP e nel luglio 1968, Fatah si unì a questa e ne prese il controllo.

Nelle enclave e nei campi profughi palestinesi in Giordania, la polizia e l’esercito stavano perdendo la loro autorità. Militanti dell’OLP in uniforme giravano liberamente armati, organizzavano posti di blocco e tentavano di raccogliere quelle che definivano “tasse“. Durane i negoziati del novembre 1968, un accordo in sette punti venne raggiunto tra Re Hussein e le organizzazioni palestinesi:

  • Ai membri di queste organizzazioni era vietato circolare armati e in uniforme;
  • Gli era vietato fermare veicoli civili per eseguire perquisizioni;
  • Gli era vietato competere con l’esercito giordano nel reclutamento;
  • Era richiesto di portare con se documenti di identità giordani;
  • I loro veicoli dovevano avere targhe giordane;
  • I crimini commessi da membri delle organizzazioni palestinesi dovevano essere investigati dalle autorità giordane;
  • Le dispute tra organizzazioni palestinesi e governo sarebbero state risolte da un consiglio congiunto di rappresentanti del re e dell’OLP.

Nel 1969 Arafat diviene, quindi, portavoce dell’OLP rimpiazzando Ahmed Shukairy, che era stato proposto dalla lega araba. Arafat diviene due anni dopo comandante in capo delle Forze rivoluzionarie palestinesi e due anni dopo ancora responsabile del Dipartimento politico dell’OLP

L’OLP, ignorando questi accordi, agì in Giordania come uno stato nello stato. Tra la metà del 1968 e la fine del 1969, si ebbero non meno di cinquecento scontri violenti tra la guerriglia palestinese e le forze di sicurezza giordane. Rapimenti e atti di violenza contro i civili si svolsero di frequente. Il capo della Corte Reale giordana (e in seguito primo ministro) Zaid al-Rifai dichiarò che “i fedayn uccisero un soldato, lo decapitarono, e giocarono a pallone con la sua testa nella zona dove viveva.” (Fonte: Arafat’s War di Efraim Karsh, p. 28)

Molti elementi dell’OLP estorcevano a mano armata soldi ai commercianti, con la pretesa che si trattasse di donazioni alla causa palestinese. Le forze di sicurezza giordane tipicamente li arrestavano e li mandavano al fronte, dove potevano essere più utili alla causa palestinese. Le esplosioni di violenza erano comunque in continua crescita. Finché entrambe le parti rispettarono la condizione per cui non sarebbero entrati o rimasti nella capitale, venne evitato uno scontro su vasta scala.

L’OLP continuò anche ad attaccare Israele, partendo dal territorio giordano e senza riguardo per l’autorità giordana, provocando dure rappresaglie israeliane che provocarono gravi perdite tra i militari e i civili. I soldati giordani che si trovavano in licenza nel fine settimana venivano continuamente attaccati dai palestinesi. Molti vennero uccisi ritualisticamente, infilando chiodi da carpentiere nelle loro teste. Dopo questi fatti ai soldati giordani venne impedito di lasciare i loro campi durante la licenza.

Re Hussein fece visita al presidente statunitense Richard Nixon, e al presidente egiziano Nasser nel febbraio 1970. Al suo ritorno il re pubblicò un editto in dieci punti, limitando le attività delle organizzazioni palestinesi. L’11 febbraio per le strade di Amman scoppiarono dei combattimenti tra le forze di sicurezza giordane e i gruppi palestinesi, che provocarono circa 300 morti. Cercando di impedire che la violenza andasse fuori controllo, Re Hussein annunciò “Siamo tutti fedayn” e licenziò il ministro degli interni che era ostile nei confronti dei palestinesi.

Palestinesi armati misero in piedi un sistema parallelo di controllo dei visti, controlli doganali e posti di blocco nelle città della Giordania e aumentarono la tensione in un esercito ed una società giordana già polarizzati.

In luglio, Egitto e Giordania accettarono il “Piano Rogers” appoggiato dagli USA, che chiedeva un cessate il fuoco nella Guerra di Attrito tra Egitto e Israele e il ritiro negoziato di Israele dai territori occupati nel 1967, secondo quanto stabilito dalla Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Le organizzazioni più radicali dell’OLP: il fronte Popolare di Liberazione della Palestina di George Habash, il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina di Naif Hawatmeh e il Comando generale del FPLP di Ahmed Jibril, decisero di minare il regime filo-occidentale di Hussein. Arafat non fece nulla per fermare i radicali.

Vari governi arabi tentano di mediare una soluzione pacifica ma a settembre, le ripetute operazioni dei fedayn, tra cui il dirottamento e la distruzione di tre aerei di linea, fanno propendere il governo giordano per una azione di forza mirante a riprendere il controllo del territorio. Il 16 settembre, Re Hussein di Giordania ELP (Esercito per la Liberazione della Palestina), forza armata regolare dell’OLP. dichiara la legge marziale e lo stesso giorno Arafat diviene comandante supremo dell’

Nella guerra civile che ne segue L’OLP ha il supporto della Siria che invia in territorio giordano una forza di circa 200 carri armati. Gli scontri avvengono principalmente tra forze giordane ed ELP sebbene gli USA dislochino la sesta flotta nel mediterraneo dell’est e Israele metta a disposizione della Giordania alcuni reparti militari.

Eventi del settembre 1970

arafat bacia affettuosamente il collo di khomeini
arafat bacia affettuosamente il collo di khomeini

Il settembre del 1970 è noto nella storia araba come Settembre nero e viene talvolta indicato come l'”epoca degli eventi spiacevoli”. Fu un mese in cui il Re hasemita Hussein di Giordania si mosse per reprimere un tentativo delle organizzazioni palestinesi di rovesciare la sua monarchia. L’attacco provocò pesanti perdite tra i civili palestinesi. Il conflitto armato durò fino al luglio del 1971.

Il 1 settembre 1970, fallirono diversi tentativi di uccidere il re. Il 6 settembre, nella serie di dirottamenti di Dawson’s Field, tre aerei vennero dirottati dal FPLP: uno volo Swissair e un volo TWA da Zarqa e un volo BOAC dal Cairo, il 9 settembre toccò ad un aereo della British Airways da Amman. I passeggeri vennero tenuti in ostaggio. Il FPLP annunciò che i dirottamenti erano progettati “per impartire una lezione agli americani, a causa del loro duraturo appoggio a Israele”. Dopo che tutti gli ostaggi vennero rilasciati, gli aerei vennero fatti esplodere per dimostrazione, davanti alle telecamere. Confrontandosi direttamente con il re e provocandone l’ira, i ribelli dichiararono la zona di Irbid una “regione liberata”.

Il 16 settembre, Re Hussein dichiarò la legge marziale. Il giorno successivo i carri armati giordani (della 60a brigata corazzata) attaccarono i quartier generali delle organizzazioni palestinesi ad Amman; l’esercito attaccò anche i campi di Irbid, Salt, Sweileh e Zarqa, senza fare distinzioni tra civili e guerriglieri. Quindi, il capo della missione di addestramento pakistana in Giordania, Brigadiere Muhammad Zia-ul-Haq (in seguito presidente del Pakistan), prese il comando della 2a divisione.

Le truppe corazzate erano inefficenti nelle strette vie cittadine e quindi l’esercito giordano rastrellò casa per casa i combattenti palestinesi, finendo immerso in pesanti scontri urbani con gli inesperti e indisciplinati combattenti palestinesi.

Il 18 settembre la Siria, attraverso l’Esercito di Liberazione della Palestina (il cui quartier generale era situato a Damasco ed era molto vicino al regime siriano), cercò di intervenire in favore della guerriglia palestinese. L’ELP come dimensioni era equivalente a una divisione, e venne fronteggiato dalla 40a brigata corazzata dell’esercito giordano.

Alla luce degli eventi recenti, il re giordano chiese l’aiuto statunitense per prevenire l’attacco appoggiato dai siriani, che poteva in ultima analisi risultare in una vittoria dei palestinesi e nella fine del suo governo filo-occidentale. Allo scopo di proteggere il suo vitale alleato arabo, il governo statunitense chiese l’aiuto israeliano. L’Aeronautica Militare israeliana eseguì dei voli a bassa quota sui carri armati dell’ELP in segno di avvertimento. Presto l’ELP iniziò a ritirarsi. Israele era intervenuta con successo in un conflitto interno arabo in rappresentanza degli USA, tramite la sola minaccia della violenza.

Il 24 settembre l’esercito giordano riesce a prevalere e l’ELP è costretto a chiedere una serie di cessate il fuoco. Durante le azioni militari l’esercito giordano attacca anche i campi profughi dove i civili palestinesi si sono rifugiati dopo la Guerra dei sei giorni: le vittime sono migliaia. Questo massacro viene ricordato dai palestinesi come “il settembre nero”.

Nel frattempo, sia Hussein che Arafat parteciparono all’incontro dei capi delle nazioni arabe al Cairo, e il 27 settembre Hussein firmò un accordo che trattava come uguali entrambe le parti e riconosceva alle organizzazioni palestinesi il diritto di operare in Giordania. Il giorno seguente il presidente egiziano Nasser morì per un improvviso attacco di cuore.

Le stime sul numero di persone rimaste uccise nei dieci giorni del Settembre nero variano da tremila a più di cinquemila, anche se non si conoscono i numeri esatti. I giornalisti occidentali erano concentrati all’Hotel Intercontinental, lontani dall’azione. Dal Cairo la Voce degli Arabi, giornale controllato dal governo di Nasser, riportò accuse di genocidio.

In seguito alla sconfitta, l’OLP si sposta dalla Giordania al Libano. Grazie alla debolezza del governo centrale libanese, l’OLP poté operare in uno stato virtualmente indipendente (chiamato infatti da Israele Terra di Fatah). L’OLP inizia ad usare il territorio libanese per lanciare attacchi di artiglieria contro Israele e come base per le infiltrazioni di guerriglieri. A queste azioni corrispondono attacchi di ritorsione israeliani in Libano.

Dopo settembre 1970

Berlinguer accoglie con affetto Arafat
Berlinguer accoglie con affetto Arafat

 

La situazione in Siria divenne instabile e poco dopo Hafez al-Assad prese il potere con un colpo di stato.

Il 31 ottobre Arafat, la cui posizione si era indebolita, dovette firmare un altro accordo (simile a quello del novembre 1968) che restituiva il controllo della Giordania al re, e che richiedeva lo smatellamento delle basi di militanti palestinesi e il divieto per i loro membri di portare armi senza autorizzazione. Ad un successivo incontro del Consiglio Nazionale Palestinese, sia il FPLP che il FDLP si rifiutarono di accettare questo accordo e invece accettarono la proposta secondo cui la Giordania sarebbe diventata parte dello Stato Palestinese che avrebbe preso il posto di Giordania e Israele.

Le violazioni continuarono e il 9 novembre il primo ministro giordano Wasfi al-Tal firmò un ordine di confisca delle armi detenute illegalmente. Per il gennaio 1971, l’esercito rafforzò il suo controllo delle città. Un altro accordo riguardante la consegna delle armi venne firmato e infranto. Dopo la scoperta di un deposito illegale di armi a Irbid, in primavera, l’esercito impose il coprifuoco e iniziò ad arrestare i ribelli. Il 5 giugno, diverse importanti organizzazioni palestinesi, tra cui Fatah, di Arafat, invitarono da Radio Baghdad a rovesciare Re Hussein, che era considerato come una “autorità fantoccio separatista”.

L’esercito riprese il controllo sulle ultime roccaforti dell’OLP, le città montane di Jerash e Ajloun. Mentre Re Hussein dichiarava la “clama assoluta” nel regno, i membri di Fatah annunciarono di preferire la morte alla resa.

Conseguenze

Il numero di vittime di quella che somigliò molto ad una guerra civile viene stimato in decine di migliaia, ed entrambe le parti vennero coinvolte nell’uccisione volontaria di civili. Si trattò di un punto di svolta per l’identità della Giordania, e il regno di impegnò in un programma di “giodanizzazione” della società.

I militanti palestinesi vennero scacciati in Libano come risultato degli Accordi del Cairo (Si veda Guerra civile libanese, anche questa causata dai palestinesi di Arafat).

L’organizzazione terroristica Settembre Nero venne fondata da alcuni membri di Fatah. Il 28 novembre 1971, al Cairo, quattro suoi membri assassinarono Wasfi al-Tal.

Nel settembre 1972 il gruppo “Settembre Nero” (che si ritiene, peraltro senza alcuna prova certa, aver avuto la copertura di Al Fatah) rapisce ed uccide undici atleti israeliani durante i  Giochi Olimpici di Monaco di Baviera. La condanna internazionale per l’attacco porta Arafat a dissociarsi pubblicamente da tali atti.

Due anni dopo, nel 1974, Arafat ordina all’OLP di sospendere qualsiasi azione militare al di fuori di Israele, della West Bank (la riva ovest del  Giordano, o Cisgiordania) e della striscia di Gaza. Nello stesso anno il leader palestinese diviene il primo rappresentante di un’organizzazione non governativa a parlare ad una sessione generale delle Nazioni Unite.

i due amiconi, arafat e castro
i due amiconi, arafat e castro

Intanto continuavano a ripetersi, da alcune parti, le accuse verso Arafat di una dissociazione solo di facciata dal terrorismo. Sta di fatto che il movimento  Al Fatah continuò a lanciare attacchi contro obiettivi israeliani. Gli anni Settanta furono caratterizzati in Medio Oriente dalla comparsa di numerosi gruppi palestinesi estremisti pronti a compiere attacchi sia in Israele che altrove. Israele dichiarò che dietro tutti questi gruppi vi era Arafat il quale però smentì sempre tali ipotesi.

Sta di fatto che nel 1974 i capi di stato arabi riconoscono l’OLP come unico rappresentante legittimo di tutti i palestinesi. Due anni dopo la stessa OLP viene ammessa come membro a pieno titolo nella Lega Araba.

Fonte Wikipedia

In Ricordo di uomini fedeli al patrio suolo

Un uomo d'onore arruolatosi nella Decima per difendere la Patria
Un uomo d’onore arruolatosi nella Decima per difendere la Patria

Alle ore 19.42 del giorno 8 settembre 1943 un breve messaggio diffuso via radio precipitò l’Italia e le sue forze armate, già provate da oltre tre anni di guerra, nella più grave crisi della loro storia. Il maresciallo e capo del governo Badoglio annunciò alla nazione:

Il Governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al gen. Eisenhower, comandante in capo delle Forze alleate angloamericane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto d’ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse, però, reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza“.

In altri termini, era avvenuto all’insaputa di tutti un salto di barricata. L’Italia, anziché porre semplicemente termine alle ostilità per la grave situazione interna, continuava a combattere accodandosi a quello che era lo schieramento più forte. Poco dopo la famiglia reale, e le massime gerarchie abbandonavano Roma, e cercavano rifugio al sud. Le forze armate italiane schierate in tutta l’Europa ed affiancate a quelle tedesche non avevano alcuna disposizione preventiva, e neppure sarebbe loro giunto alcun ordine. Iniziò così un processo di disfacimento che portò in poche ore al quasi totale sbandamento dell’Esercito, e che divise Marina ed Aeronautica.La flotta navale, in ossequio alle norme armistiziali, per la massima parte si consegnò senza combattere a Malta, dove fu disarmata. I superstiti reparti aerei si divisero tra il nord ed il sud, mentre l’esercito si sbandò. Nello stesso tempo a sud forze alleate sbarcarono nella zona di Salerno, ed a nord l’esercito tedesco si precipitò ad occupare il resto della penisola.A La Spezia, alla caserma del Muggiano, aveva sede il comando della Decima Flottiglia MAS; era questo il nome di copertura dei reparti navali subacquei e di superficie che nel corso del conflitto, pur essendo composti da poche centinaia d’uomini, avevano affondato con armi del tutto innovative per l’epoca 72.190 tonnellate di naviglio da guerra e 130.572 tonnellate di naviglio mercantile, ossia nove unità da combattimento e ventidue altre navi. Il suo comandante era la Medaglia d’Oro al Valore Militare C.F. Junio Valerio Borghese.
Questi apprese casualmente dalla radio dell’armistizio. Cercò invano d’avere ordini dai superiori, ed infine dovette arrendersi ad una realtà durissima.

Io, l’8 settembre, al comunicato Badoglio, piansi. Piansi e poi non ho più pianto… Perché quello che c’era da soffrire, lo soffrii allora. Quel giorno io vidi il dramma che si andava ad aprire per questa disgraziata Nazione che non aveva più amici, che non aveva più alleati, non aveva più nessuno, non aveva più l’Onore, era additata al disprezzo di tutto il mondo per essere incapace di battersi anche nella situazione avversa: non ci si batte solo quando tutto va bene.

Nella notte fra l’otto ed il nove settembre la flotta salpò da La Spezia credendo d’andare in battaglia, ed essendo destinata invece a perdere l’ammiraglia per poi consegnarsi intatta agli inglesi. La Decima s’asserragliò in buon ordine e con perfetta disciplina nella sua caserma, sempre con la bandiera italiana a riva, mentre davanti passavano le colonne germaniche. Ogni tentativo tedesco d’impadronirsi della caserma fu respinto con fermezza, ma senza ricorrere alla violenza. Alla fine, rimase un gruppo di volontari che, sentendosi sciolti dal giuramento per l’ignominioso atto dell’armistizio, intendevano continuare la lotta da italiani ed a fianco del vecchio alleato. Dopo una breve trattativa il 13 settembre 1943 un ufficiale della marina germanica sottoscrisse con Borghese un vero trattato d’alleanza, in cui alla Decima erano riconosciute tutte le prerogative di sovranità e d’autonomia.
La caserma cominciò quindi ad essere un punto di riferimento a cui si rivolgevano sia sbandati in cerca di protezione, che volontari decisi a riprendere le armi.
Tra essi v’erano nomi di rilievo, come le medaglie d’oro Mario Arillo e Luigi Ferraro, il comandante del reparto d’incursori della Regia Marina Nino Buttazzoni con grossa parte dei suoi uomini, numerosi piloti ed assaltatori della vecchia Decima. In un breve intervallo, poterono essere rimesse in piedi tutte le scuole delle specialità navali; crescendo il numero dei volontari, fu deciso di inquadrarli in reparti di fanteria di marina.

reclute della marina RSI
reclute della marina RSI

Il battaglione “Barbarigo”, inizialmente denominato “Maestrale”, fu il primo reparto di Fanteria di Marina della “Decima” ad essere costituito. Nacque a La Spezia, nella caserma di San Bartolomeo, nel novembre del 1943. Ne assunse il comando il capitano di corvetta Umberto Bardelli. Nel gennaio ‘44, nel ricordo del sommergibile del comandante Enzo Grossi, gli fu attribuito il nome di “Barbarigo”. Delle quattro compagnie su cui era ordinato, la 2° e la 4° erano state addestrate a San Bartolomeo, mentre la e la 3° erano state trasferite per l’addestramento a Cuneo, alla caserma San Dalmazzo. Alla metà di febbraio il battaglione si riunì nuovamente a La Spezia. Il 19 ricevette dal comandante Borghese la bandiera di combattimento e il giorno 20 partì per il fronte di Anzio-Nettuno, dove gli angloamericani avevano creato una testa di ponte dopo lo sbarco avvenuto il 22 gennaio. A bordo di torpedoni, seguendo l’itinerario: La Spezia-Firenze-Arezzo-Orvieto-Viterbo-Roma, i marò raggiunsero la capitale dopo aver superato le previste difficoltà dei bombardamenti aerei e dei mitragliamenti a bassa quota degli Spitfire. A Roma sosta di alcuni giomi presso la caserma “Graziosi Lane”. Un capitano dei granatieri, Alberto Marchesi, diede modo al comandante Bardelli di completare l’equipaggiamento e l’armamento del battaglione attingendo ai magazzini della caserma “Ferdinando di Savoia’.

LO SBARCO DI ANZIO

postazione di Breda 37 del Barbarigo a Nettuno
postazione di Breda 37 del Barbarigo a Nettuno

L’operazione “Singole” (nome in codice dello sbarco ad Anzio e a Nettuno) avvenne il 22 gennaio 1944. A mezzanotte, dopo ventidue ore di attività, unità della Marina americana e della “Rayon Navy” (contrammiraglio Frana I. Locri e Tomai H. Troubridge) avevano fatto sbarcare 36.034 uomini, 3.069 automezzi e quasi tutti i mezzi d’assalto del 6° Corpo d’Armata statunitense, comprendente la divisione britannica (gen. W. Penny), un reggimento e un battaglione paracadutisti, tre battaglioni di “Ranger” e una brigata di “Commandos”. Scarsa l’opposizione tedesca e modeste le perdite subite: 13 morti, 44 dispersi e 87 feriti. La flotta di protezione era costituita da quattro incrociatori leggeri e 24 cacciatorpediniere. Le perdite tedesche erano state più rilevanti: due batterie costiere distrutte e due battaglioni decimati.

Ma gli angloamericani badarono solo a consolidare la testa di ponte e a far sbarcare le altre divisioni del Corpo d’Armata, cioè la 45° di fanteria (gen. W. Eagles) e la divisione corazzata (gen. EN Armoni), in tutto 34.000 uomini e 15.000 automezzi. I temporeggiamenti e l’eccessiva prudenza del generale Lucca (comandante del Corpo d’Armata angloamericano), diedero il tempo al Feldmaresciallo Kesselring (comandante del Gruppo d’armare “C”) di eseguire i piani predisposti in caso di sbarco a Ravenna, ad Anzio, Civitavecchia, Livorno o Viareggio.

Le divisioni tedesche si misero in moto per convergere sulla testa di ponte di Anzio. La divisione corazzata “Hermann Goering” lasciò la zona di Frosinone: la 4° divisione paracadutisti quella di Terni; dal fronte del Garigliano la 29° divisione granatieri motocorazzata. Dall’Italia settentrionale, lo Stato Maggiore della 14’ Armata e la 65° e 362° divisione di fanteria. Fu perfino disposto, da parte dell’O.K.W. (il Comando generale della Whermacht), l’invio ad Anzio della 715° divisione di fanteria dislocata nella regione di Marsiglia e della 114° divisione cacciatori di stanza nei Balcani. Una conversione di truppe così decentrate non poteva avvenire in un giorno, sicché il 23 gennaio, tra Roma ed Anzio, vi era soltanto un distaccamento della divisione corazzata “Hermann Goering”, con un assortito campionario di pezzi d’artiglieria (qualche pezzo anticarro da 88 mm, cannoni da campagna italiani, francesi e jugoslavi). Passarono sette giorni prima che la 14° Armata tedesca potesse assumere una consistente sistemazione offensiva.

IL “BARBARIGO” AL FRONTE

Stiscia Barbarigo - da petto o basco
Stiscia Barbarigo – da petto o basco

Il 28 gennaio la divisione britannica conquistò Aprilia, 17 Km. a nord di Anzio, ma, alla sua sinistra, la 3° divisione di fanteria americana fu respinta davanti a Cisterna. La 14° armata tedesca aveva concentrato le divisioni a semicerchio intorno alla testa di ponte, dal Fosso della Moletta fino al ramo occidentale del Canale Mussolini. Le due controffensive tedesche, quella da Aprilia (16-20 febbraio) e l’altra da Cisterna (28 febbraio – 1 marzo), non erano riuscite a sfondare le linee degli alleati. Il “Barbarigo” arrivò al fronte mentre era in corso la seconda controffensiva, e sostò per breve tempo a Sermoneta: dalla collina si vedevano le linee nemiche, pioveva, e il tempo rimase perturbato fino alla fine di marzo. Il terreno, piatto e paludoso, era percorso da un groviglio di canali, fossi di bonifica e di irrigazione. Il battaglione venne destinato al settore sud, tenuto dalla 715° divisione tedesca di fanteria, che aveva partecipato alle due controffensive di Aprilia e di Cisterna subendo ingenti perdite. Il Comando della divisione credette di poter impiegare i marò come complementi da aggregare alle compagnie. Bardelli ottenne invece, dopo una lunga discussione con i tedeschi, che il battaglione avesse il suo tratto di fronte. La compagnia fu schierata sul tratto alto del Canale Mussolini, la 3° tra il fosso del Gorgolicino e la Strada Lunga, la 4° di qui fino al margine delle paludi: la 2° fu rimandata a Sezze per un corso di addestramento all’uso del panzerfaust e della mitragliatrice MG 42. Il reparto nemico del settore assegnato al “Barbarigo” era il l° Distaccamento della Special Service Force, composto per due terzi da americani e per un terzo da canadesi, con un addestramento equivalente a quello dei “Rangers”. La prima ad essere attaccata fu la 3° compagnia. Gli americani impegnarono i marò con un attacco frontale, seguiti dai più aggressivi canadesi. La 2° compagnia diede il cambio alla 3°. Alla fine di marzo, il battaglione SS italiane “Degli Oddi” rilevò lungo il Canale Mussolini la 1° compagnia, spostata a Terracina per addestramento e sorveglianza costiera. La 3° compagnia tornò in linea davanti al Cerreto Alto, tra la strada Nascosa e la litoranea. Nel frattempo il “Barbarigo” provvedeva a dotarsi di una sua artiglieria, formando la 5° compagnia Cannoni, armata con pezzi da accompagnamento 65/17, prelevati dal Museo dei Granatieri. A La Spezia si stava costituendo il Gruppo Artiglieria “San Giorgio” dotato di pezzi someggiati da 75/13. Il comando della Decima inviò al fronte di Nettuno il tenente di vascello Carnevali, comandante del Gruppo “San Giorgio”, per organizzare un gruppo di artiglieria da campagna. Formarono il gruppo una batteria da 105/28, una da 105/32 e una da 75/27. Il 15 aprile ci fu un attacco di mezzi corazzati canadesi nel settore del fronte tenuto dalla 2° compagnia che perse i capisaldi “Erna” e “Dora”. Lo stesso giorno, al comando del tenente Giulio Cencetti, i marò riconquistarono i capisaldi persi nel precedente attacco. Il 19 aprile ci fu un altro attacco sul fronte della 2° compagnia. Ai primi di maggio nuovi cambi in linea: la 4° compagnia sostituiva la 2°, la 1° dava il cambio alla 3° che si trasferiva a Terracina per sorvegliare la costa. Il 26 aprile il comandante Bardelli venne richiamato a La Spezia per assumere un incarico superiore. Il tenente di vascello Vallauri sostituì Bardelli al comando del battaglione. Ancora un attacco americano al fosso del Gorgolicino, tenuto dalla 4° compagnia. I marò resistettero agli assalti e contrattaccarono il nemico. All’alba del 23 maggio gli angloamericani attaccarono dalla testa di ponte di Anzio in direzione di Cisterna, impiegando tre divisioni per tagliare la strada statale Casilina, principale via di ritirata della 10° Armata tedesca. Il 24 maggio il battaglione “Barbarigo” e il Gruppo d’artiglieria “San Giorgio” ricevettero l’ordine di ritirarsi. Le tre compagnie in linea si sganciarono in direzione di Sermoneta e Bassiano. La 2° fu attaccata da mezzi corazzati nei pressi di Cisterna, la 4° resistette agli attacchi nemici nell’abitato di Norma. Gli artiglieri del “San Giorgio”, dopo aver esaurito tutte le munizioni a loro disposizione, fecero saltare le bocche da fuoco. La 3° compagnia ripiegava da Terracina ricongiungendosi al resto del battaglione. La postazione del plotone comandato dal guardiamarina Alessandro Tognoloni (251 compagnia) venne accerchiata da carri Sherman americani. Al grido di “Decima! Barbarigo”, i marò andarono all’assalto dei carri. Tognoloni lanciò una bomba a mano e cadde colpito squarciato nel torace. Prima di perdere i sensi scaricò i colpi della sua pistola e, vuoto il caricatore, la lanciò contro il carro avanzante. Per gli atti di valore compiuti sul fronte di Nettuno gli fu concessa la Medaglia d’Oro. Il 31 maggio il “Barbarigo” giunse a Roma e si radunò nella caserma di Maridist, in Piazza Randaccio. La sera del 4 giugno le avanguardie della 5° Armata americana entrarono in città, primo fra tutti il l° Distaccamento della Special Service Force a cui il “Barbarigo” si era opposto strenuamente per tre mesi. La mattina del 5 giugno i resti del “Barbarigo” si inquadrarono e, divisi in piccoli gruppi, marciarono in direzione di La Spezia.

IL “BARBARIGO” IN PIEMONTE

elmetto del barbarigo
elmetto del barbarigo

Nel giugno 1944 la “Decima” concentrò i suoi battaglioni nell’alto Piemonte. Il “Barbarigo” fu il primo reparto a giungere nella regione, si sistemò nella zona del lago di Viverone e successivamente fu trasferito a Pont Canavese. Nel pomeriggio dell’8 luglio, a Ozegna, una frazione a sud di Courgné (Torino), giunse nella piazza del paese un reparto motorizzato della Decima Mas, al comando del capitano di corvetta Umberto Bardelli. Si trattava di una quarantina di marò del battaglione “Barbarigo” reduci dal fronte di Nettuno. Nel paese operava una banda partigiana comandata da Piero Urati detto “Piero Piero”. Bardelli aveva saputo che i partigiani erano disposti a uno scambio di prigionieri e per questo motivo si era recato a Ozegna per iniziare le trattative. Gli uomini del “Barbarigo” scesero dagli automezzi e attesero l’arrivo dei partigiani. Bardelli, per dimostrare il carattere pacifico della sua missione, ordinò ai suoi uomini di estrarre i caricatori dai mitra; anch’egli si tolse la pistola dalla fondina e la gettò a terra. Il comandante Bardelli e i suoi ufficiali cominciarono a discutere con i rappresentanti della banda partigiana giunti nella piazza. L’atmosfera era apparentemente distesa e nulla lasciava presagire quanto sarebbe avvenuto nel volgere di qualche minuto. Il dialogo si svolse con toni pacati da entrambe le parti. Mentre i capi partigiani trattavano con gli ufficiali della “Decima”, circa duecento uomini della formazione di “Piero Piero” circondavano la piazza appostandosi nelle strade adiacenti. Quando la manovra di accerchiamento fu conclusa, i capi partigiani con un pretesto chiesero di allontanarsi dalla piazza con l’impegno di ritornare con i prigionieri fascisti da loro detenuti. Da parte sua, il comandante Bardelli promise sul suo onore di liberare, non appena rientrato a Ivrea, un uguale numero di partigiani. Dopo pochi minuti, mentre Bardelli e i suoi uomini attendevano il ritorno dei partigiani, nella piazza si abbatte sugli ignari marò una tempesta di fuoco. Nonostante un tentativo di resistenza organizzato da Bardelli, i partigiani ebbero il sopravvento sugli uomini della “Decima”. Il comandante Bardelli fu uno dei primi a cadere fulminato. L’imboscata tesa dai partigiani costò ai marò altri nove morti e numerosi feriti. Alla salma di Bardelli i partigiani strapparono due denti d’oro e gli altri marò uccisi vennero rinvenuti lordati di letame. Nei primi giorni dell’ottobre 1944, il “Barbarigo” mosse all’attacco dei partigiani attestati nella zona di Rimordono (Torino). I marò sbaragliarono le formazioni avversarie, costringendo le bande a riparare in territorio francese.

IL BARBARIGO SUL FRONTE ORIENTALE

Reparto NP
Reparto NP (nuotatori paracadutisti) Jesolo

Il 25 ottobre il battaglione lasciò Ponte Canavese per il fronte orientale. Il 29 giunse a Vittorio Veneto. Nella zona, la gravissima, situazione determinata dalla pressione esercitata contro la frontiera italiana e sulla città di Gorizia dai partigiani sloveni del “IX Corpus” appoggiati da bande comuniste italiane, richiese l’intervento del “Barbarigo”, affiancato dalla 2° e 3° compagnia del battaglione “Valanga”. I partigiani slavi erano penetrati sino nei boschi del Consiglio; i reparti della “Decima” rastrellarono la zona, infliggendo ingenti perdite alle bande di Tito. Alla fine di dicembre il “Barbarigo”, con altri reparti della divisione “Decima” fu inviato sul fronte dell’Isonzo per fronteggiare il “IX Corpus” che minacciava la città di Gorizia. Per contrastare le bande tutine, il comando operativo della “Decima” mise a punto con il comando dell’Adriatische-Kustenland il piano Adele Aktion (operazione aquila). Il “Barbarigo” fu il primo reparto ad essere impiegato contro gli slavi, risalì la Biasima occupando l’abitato malgrado la strenua resistenza opposta dai partigiani. Poi occupò Cal di Canale, Localizza e Chiappavano. Ai primi di febbraio ‘45 la divisione “Decima” lasciò Gorizia, ma il battaglione “Barbarigo” restò ancora qualche settimana nella zona a difesa dei confini orientali della Repubblica e sui monti San Marco e Spino respinse gli attacchi dei partigiani sloveni. Con un contrattacco, che impegnò tutte le compagnie del battaglione, ancora una volta i marò sconfissero il nemico.

IL BARBARIGO SUL FRONTE SUD

Il Barbarigo al fronte
Il Barbarigo al fronte

A metà marzo giunse al battaglione l’ordine di trasferimento sul fronte sud. Il reparto partì da Vittorio Veneto il giorno 20 diretto a Rovigo. Il giorno 26 passò da Ferrara, Argenta e Imola. Il giorno successivo entrò in linea alle dipendenze del comando “I° Gruppo di combattimento Decima”, comprendente oltre al “Barbarigo” il battaglione “Lupo”, il battaglione NP (Nuotatori Paracadutisti), il battaglione “Freccia” (Genio e Trasmissioni) e il Gruppo d’artiglieria “Colmino”. Nella zona di Imola, dal 28 marzo al 4 aprile, il battaglione fu impegnato in un’intensa attività di pattuglia catturando numerosi prigionieri, appartenenti al gruppo “Friuli” dell’esercito regio. Il 20 aprile, per l’arretramento del fronte, il battaglione iniziò il ripiegamento verso nord attraversando il fiume Po in località Oro. A Santa Maria Fornace, i marò sostennero un violento scontro con reparti della brigata “Cremona” del regio esercito del sud (in uniforme britannica). Il 27 aprile il “Barbarigo” toccò Pozzonovo giungendo in serata a Conselve. Il giorno dopo il reparto proseguì verso Albignàsego in direzione di Padova, affrontando presso il ponte del Bassanello una postazione partigiana che fu sgominata dai marò della 2° compagnia.

L’ONORE DELLE ARMI AL “BARBARIGO”

ritaglio di giornale con nota per il Barbarigo
ritaglio di giornale con nota dell’onore delle armi al Barbarigo

Nella notte del 29 aprile il “Barbarigo” si schierò per ascoltare le parole del comandante del “I° Gruppo di combattimento Decima”, capitano di corvetta Di Giacomo, e di un ufficiale di una brigata corazzata neozelandese che fece ascoltare il messaggio del Maresciallo Rodolfo Grazianti, registrato per invitare a deporre le armi, evitando ulteriori spargimenti di sangue. Gli uomini del “Barbarigo”, dopo una notte praticamente insonne, inquadrati dai loro ufficiali, la mattina seguente entrarono a Padova armati, passando fra i reparti di carristi inglesi e neozelandesi che resero loro l’onore delle armi.

Il 30 aprile il battaglione si concentrò nella caserma “Pra della Valle” e venne considerato disciolto.

I marò furono avviati al 209 PO Cap di Fragola presso Napoli, dove rimasero circa un mese; da qui il 5 giugno furono trasferiti a Taranto e imbarcati sulla Duchessa of Richmond diretta in Algeria, destinazione il 211 PO Cap di Cap Matifou ad una trentina di chilometri da Algeri, in prigionia.

 

ONORE AL BARBARIGO

Stemma del Barbarigo
Stemma del Barbarigo

Pochi tornarono in patria e quei pochi vissero il loro giorni nell’oblio e nella persecuzione perché rei di aver difeso il patrio suolo dai comunisti.